martedì 20 maggio 2008

CINQUE FILM, UN MITO: COORDINATE PER UNA TOPOGRAFIA DEL CAMBIAMENTO

Si lo so.
Dico che torno e poi sparisco.
Sparisco e poi torno.
Torno e poi sparisco ma in realtà son li che guardo il blog agonizzare nella sua ultima recensione non più aggiornata.
La verità è una sola: non sono capace di essere costante in certe cose.
Ci son stati mesi in cui aggiornavo il blog ogni 3 giorni e ora magari passa un mese prima di una nuova recensione.
Non ho niente da scrivere?
No.
Di scritti ne ho a bizzeffe già completati o lasciati a metà nei miei deliri di: ma che cazzo sto scrivendo?
Ma un giorno tornerò a pubblicare con costanza.
Ce la farò.
Tant'è vero che mi chiamo Brunilde.

PS:si tratta di Leo ovviamente quello che trovate qui sotto. Io non sono in grado di scrivere così, mi scuso per la segnalazione dimenticata!

BY LEO

“Lusinghe, perfidia, gloria, oro:
Via, via, via per sempre…
L’umana ottusità, tutto
Quello che un tempo ci tormentava,
E a volte ci divertiva…

E di nuovo perfidia, gloria,
Oro, adulazione, una conclusione per tutto:
La stupidità umana
È senza rimedio, maestosa,
infinita…E che cos’è la fine?”


Aleksandr Blok, ‘L’ultimo viatico’, 1914

Strano. Dopo tutto questo tempo passato a vivere, sprofondando nella più chiara disillusione, ancora trovo il coraggio di trovare qualcosa di sensato, qualcosa che riesca ad illuminare per un momento il cammino. Ma la luce che promana dalla sorgente ignota è scura. Ancora più scura di questo buio che ci accompagna: rischiara per contrasto.
Non, non credo che questi siano ‘tempi moderni’, né che gli anni in cui viviamo possano essere considerati l’apogeo, l’apice ed il culmine assoluto di quelle ‘umane sorti progressive’ cantate con amaro disincanto in quel di Recanati.
Il progresso? Non lo vedo. La tecnologia migliora l’esistenza? Non lo credo più. Il malaffare impera. A volte mi pare di veder realizzato lo zoo umano di De André al suo stato più bestiale. Non rifiuto né l’uno né l’altro, però m’impongo d’agire secondo critica coscienza. E agli occhi non posso nascondere il silenzio del cuore. Un esempio? La flessibilità lavorativa è stato il più grande vuoto a perdere inventato dalle menti geniali di chi dall’alto designa e legifera. Come verremo ricordati? Sotto quale distante ed effimera etichetta saranno catalogati questi tempi infausti di trentenni qualificati senza lavoro, di famiglie che non arrivano all’ultima settimana del mese, di ventenni consegnati all’oblio sociale dagli stessi adulti che li educano? Non voglio scambiare parole per frasi fatte, non mi accingo ad ipotizzare fatue rivendicazioni politiche. Credere ciecamente al bianco/nero sociale, chiaro/scuro, qui/là è una puerilità che non riesco più a concedermi. Ma, benché annebbiato dalle brume delle mani agitate che per prime lacerarono il velo di Maya, riconosco ancora che chi ha un forte appiglio, sia esso religioso, politico o familiare, comunque sia un ‘credo’, possa superare con discrezione quest’angolo meschino di tempo. Ma la concessione di tale privilegio pretende che dall’altra parte della bilancia si sacrifichi l’obiettività di giudizio.
In ogni caso, per la prima volta dopo la caduta del Muro di Berlino, ci avviciniamo ad una svolta epocale. Altro, per ora, né si può prevedere, né si può predire, come non si poté allora prevedere né il sostanziale fallimento della democrazia in salsa post-sovietica (cfr. la Polonia dei fratelli Kasczinsky, o le rivendicazione estremiste nazionaliste che animano lo spettro politico dal Baltico alla foce danubiana del Mar Nero) o l’emigrazione massiccia dai paesi dell’Est Europa verso i “paesi delle meraviglie” dell’Occidente europeo tra-sognato e ir-reale (tanto che in alcuni paesi s’è parlato di “diaspora” per la quantità di giovani che hanno lasciato i paesi; tale è il caso romeno. Per rimpinguare l’intera fascia sociale emigrata si ricorre ora laggiù –paradosso- alla manodopera dell’estremo Oriente).
Così non si previde la devastazione causata in Francia dopo la I Guerra Mondiale: una intera fascia di giovani, i soldati infangati nelle trincee, erano morti. Una leva, un’annata era stata decimata.
Solo le donne loro coetanee erano sopravvissute alla mietitura bellica.
E’ chiaro che non si possa prevedere tutto; ma questi esempi in negativo dovrebbero essere chiari quanto la loro relativa fotografia a colori. Solo l’analisi del passato rischiara e getta una luce, seppure ad uno sguardo più acuto si riveli solo l’essenza stessa del buio, una lama di luce scura.
Come le luci di Storaro sul volto di Kurtz-Brando in “Apocalypse Now”. “L’orrore…”
“Cambiare tutto per non cambiare niente”. E allora, eccomi qui capo chino, a tornare agli altari dovuti di chi già vide ed indagò “la bête humaine”. Il viaggio però non esiste, o meglio, lo si può iniziare solo incensando gli altari consumati dal tempo di una vecchia (?) pellicola.
Già ci occupammo del viscontiano “Senso”.
Aprendo la cartina del nostro ipotetico viaggio (via crucis?) la partenza è segnata dal monte “Il gattopardo”.

La perfezione formale del film è inenarrabile, e il salto di qualità rispetto al pur celebrato “Senso” è invidiabile. Subito un banale gioco di parole: la perdita del senso, eppure la vita che arrancando continua; l’inganno operato con insistenza su di sé, eppure scambiando le due parti della moltiplicazione il risultato non cambia. Il discorso del rappresentante torinese politico del Regno sabaudo, dall’esotico cognome francese, è talmente reale da essere imbarazzante come solo i discorsi che ricordi di aver vissuto possono essere. Burt Lancaster-principe Fabrizio Salina è l’araldo a venire d’un mondo nato già morto: eccezionale prova d’attore.
La difficoltà sta nella scelta del tema perfetto: il rifiuto di vivere vivendo, il rifiuto della realtà oggettiva. Ecco quella vaga sensazione perenne di stare ballando sul ponte del Titanic, mentre viene servito l’ultimo calice di champagne e la banda suona il bis del pezzo finale. Sorridiamo mentre affondiamo. In questo senso, la difficoltà è creatrice, conviene al poeta, al sacerdote, al cineasta: solo con il sudore sulla fronte possiamo erigere i castelli.
La cima va superata con difficoltà; ma una volta passato l’ultimo tornante della scena perfetta del ballo – anche se troppo lunga – possiamo tranquillamente svoltare a destra, lunga una bella e ridente vallata.
Qui inizia “The elephant man”.

Perché la vallata sarebbe splendida, se fossimo in primavera. Ma siamo in pieno inverno. La vallata sarebbe stupefacente rigoglìo di fiori, se fosse tempo di fioritura. Ma il freddo ha gelato le gemme del verde. Perché John C. Merrick (realmente esistito, 1862-1890) è un uomo, certo. Ha due braccia, due gambe, due occhi. Eppure la gente lo viene a vedere al circo degli orrori, al convitto dei freaks, celebri protagonisti dell’omonimo film del 1932 di Tod Browning (altro piccolo capolavoro oscuro). E pagano bene per sentirsi normali. Perché John Merrick è un mostro, un demone da incubo.
Non faccio facile teatrino dei sentimenti: siamo umani, non neghiamo la nostra crudeltà. Però ciò che ci differenzia dalla bestia dell’inconscio, sempre in agguato, è il venire a patti con la violenza, fronteggiarla, domarla.
Eppure di fronte a tanto orrore perverso [con un gusto del macabro che lo avvicina a quel contro-capolavoro dei pieni, edonistici, anni ’80 di Cronenberg che è “Inseparabili”, qui declinato e tratteggiato secondo il verbo della deformità paradossale dell’horror gotico], la vita lascia che si trovi uno sbocco, un explicit che non promette felicità, ma appena un approdo di morte felice: Merrick che si lascia morire per dormire come un uomo, morendo soffocato nel sonno.
Un happy dark end che fa di questo il vero masterpiece di Lynch che, a titolo personale, reputo essersi perso in lungaggini pseudo-intellettuali ed inutili. Ottima ed elegante recitazione vittoriana di Anthony Hopkins.
Dopo la valle occorre imboccare l’autostrada.
Siamo a metà dell’opera, del viaggio.
Quale biforcazione prendere? La statale, più lunga ma decisamente più panoramica, lontana dal grigio asfalto imperturbabile dell’autostrada, oppure la sicura solita coda al casello dopo le vacanze? Silenzio o rumore? Bianco o nero? Svoltate a sinistra. La via del femminile, dell’inconscio, della manifestazione archetipica dell’arte. Ma se per un momento, dopo aver operato la scelta, cade un ripensamento, un esaltarsi convinto di mormorii della parte destra, del maschile represso? Allora incidenti in automobile, violenza e litigi in macchina tra coniugi freschi di matrimonio, violenza e morte. Questo è il film di Scorsese. Questo è il vero, grande Willem Dafoe (per chi se lo ricorda solo come il Goblin del primo film della trilogia di Sam Raimi su “Spider-Man”). E un Harvey Keitel che fa la parte del Giuda dei vangeli gnostici, l’intelligente, acuto, primo degli apostoli e vero uomo delle Provvidenza.
“L’ultima tentazione di Cristo”.

Cristo che per un momento sulla croce, prima della lacerazione umano-divina gridata nel “Elì, Elì, lamà sabactani”, crolla e si appoggia sulle spalle del male, di satana,del diavolo, “dia-ballo”, il greco morfema di colui che divide. Chi? E da cosa? Divide il Sé dall’Altro che è in noi, il maschile dal femminile, L’Io della Persona dall’Inconscio dei Molti. E allora si perde la bussola nella nebbia. Cristo che rinuncia, che posa gli abiti consumati del messia per riappropriarsi dell’umanità vituperata, ma assai rassicurante. Tra mura domestiche, mogli, amore, figli. Insomma, l’autostrada rassicurante perché ovvia. Senza cambi al percorso in marcia. Ma verso dove? Routine? No, non è possibile andare contro il proprio destino interiore, reprimere la voce che grida nell’anima può solo essere un secondo: Gesù deve tornare ad essere il Messia, il Cristo, l’unto del Signore, riunificati il maschile ed il femminile, Aiòn (l’eterno) e Chronos (il tempo che scorre), tempo in divenire (=l’uomo che passa) e tempo in essere (=il Dio che resta). E respinta l’ultima tentazione la forza dell’uomo Gesù che ha resistito ci rende (noi spettatori) più vicino al Dio creatore e pantocratore. Statale, allora.
Più lunga. Magari ci fermiamo a sorpresa in un hotel sperduto tra le Langhe, magari nel modenese, o sulla via apula per le terre della Grecia italiana che fu.
Con la consapevolezza che si vive per il viaggio, non per la mèta. Lei arriverà, con calma. Tutti abbiamo una mèta, per colmare la metà dell’insignificanza. Per colmarci di significato, in vista del compimento della vita, junghianamente o pascalianamente intendendo la morte, occorre forgiarsi da sé il senso totalizzante. Tutto viene dall’Io: la forza per andare avanti e i suoi corollari.
E se poi dovesse mancare benzina?
Ultima tappa: il benzinaio. Non, non è una caduta di stile. In tutti i poemi epici la figura del coadiutore è ben presente. Colui che aiuta, l’ombra salvifera che sub-porta, sopporta ed aiuta a portare: Achille/Patroclo, Gilgamesh e Enkidu e tutti i loro epigoni da centinaia di poesie e racconti. Siano anche Dante con il suo Virgilio; persino l’uomo che aiuta il Cristo a portare la croce. Anche fidanzato/fidanzata, marito/moglie, amico/amica, o l’amicizia dello stesso sesso. C’è sempre un supporto per vivere. Ma a volte, se tu non fossi un eroe d’Omero e ti trovassi ad incontrare un dì, per caso, mettiamo a servire il vino ad uno di essi, come li vedresti? Sbruffoni, truffaldini? Inutili? Simpatici? Goliardici e volgari? Rozzi? Ecco, il benzinaio è la perfetta rappresentazione della reintegrazione degli opposti connessi a questa figura: senza, non potresti andare avanti, per cui è il bene assoluto in quel dato momento; eppure può apparire scialba, inutile, persino impertinente. Di nuovo bianco/nero. E’ solamente questione dei punti di vista. Ma questa volta inseriti nella dialettica d’un unico personaggio.
Ecco i personaggi di due film capodopera, monoliti irraggiungibili di vera e pura arte ispirata: gli attori Ulrich Mühe e Toni Servillo, “Le vite degli altri” e “Le conseguenze dell’amore”, rispettivamente.




Così, per noi stessi, prima di ripartire verso quell’ultima mèta/metà che ci aspetta, sia la vacanza al mare, sia il viaggio di una vita, possiamo sperare, anche solo per un momento, di aver fatto una sola azione che ci abbia dato il coraggio di essere, di esserci, il diritto dell’uomo di dire la vita vissuta. Poi, che quest’azione, questo fatto, la sappiano una o tre persone e non le 1.000.000.000 di persone che pendono dalla labbra usurate di patetici divi da quarta di copertina, allora vorrà dire che vivere sarà valsa la pena. Gli altri 999.999.999 di persone ci ricorderanno come quell’insignificante benzinaio, come un’ombra presto al macero dei ricordi, come Gerd Wiesler-HGW XX/7, agente della Stasi, per il bambino che incontra sull’ascensore, o per Titta di Girolamo che siede da anni al bar dell’hotel di fronte al lago. Uomini-tappezzeria, arredo e corredo di altri uomini che vanno e vengono nei loro occhi.

E allora il cambiamento è possibile? Concludo sulle note degli ultimi due film. Cambiare è l’unico senso. Cambiare per restare uomini. Cambiare perché nulla cambia. Cambiare perché siamo sempre gli stessi. Cambiare la pelle come serpenti per risorgere, le penne per volare di nuovo, la pelliccia per sopravvivere all’inverno. E poi, una volta allo specchio, distrutti per la scoperta e disperati per il silenzio nei nostri occhi, scoprire che siamo gli stessi identici, stupidi, futili, personaggi di prima. Qui sta il paradosso della nevrosi. Qui in nuce la calamità dell’essere uomini. Proviamoci. Questo, non altro, nelle mani: il silenzio sono sempre state le parole di Dio.

Una importante postilla finale: questa recensione-racconto è nata dallo stato d’animo di cui all’incipit. I film sono stati scelti - e, tengo a sottolineare, scelti appositamente - per rappresentare il senso del momento, la sensazione da descrivere. Cinque capolavori, comunque possano variare personalmente i gusti, che non si discutono, né si vogliono porre in stato di dibattito. Doveroso precisare. Non si tenga troppo conto delle ripetizioni e delle contraddizioni espresse, se vi sono.

Due appunti: Ulrich Mühe, l’attore de “Le vite degli altri”, pare sia morto nel luglio 2007. Forse il più grande attore degli ultimi 6-8 anni (azzarderei uno dei migliori attori europei in senso assoluto); l’impostazione e la formazione teatrale restano perenni nel film. Per Sorrentino, il film che seguì a ”Le conseguenze dell’amore”, valse cocenti delusioni per chi scrive (“L’amico di famiglia”, 2006). Non vale nemmeno un decimo del lungometraggio con Servillo, anch’egli attore teatrale. Che viva il teatro e gli attori che imparano a recitare secondo le eterne sue regole.

IL GATTOPARDO
REGIA: Luchino Visconti
VOTO: 8+
ANNO: 1963

THE LAST TEMPTATION OF CHRIST- L'ULTIMA TENTAZIONE DI CRISTO
REGIA:Martin Scorsese
VOTO: 9 ½
ANNO: 1988

THE ELEPHANT MAN
REGIA: David Lynch
VOTO: 8/9
ANNO: 1980

DAS LEBEN DER ANDEREN- LE VITE DEGLI ALTRI
REGIA: Florian Henckel von Donnersmark
VOTO: 10+
ANNO: 2006

LE CONSEGUENZE DELL'AMORE
REGIA: Paolo Sorrentino
VOTO: 10+
ANNO: 2004

14 commenti:

Weltall ha detto...

Veramente bello e interessante questo viaggio/percorso!
Sui film scelti come "tappe" assolutamnete nulla da dire...pellicole gigantesche!!!
Saluti ^___^

Leonardo ha detto...

Ehm...

Post Scriptum sottovoce: porcaccia la miseria, Dan s'è scordato di mettere un bel "BY LEO"
nell'intro della recensione!!
Questa volta gli tiriamo le orecchie ;-(
Vabbè, le sue orecchie si salvano perchè so che a breve rimedierà:-)

Leonardo

Mthemanager ha detto...

Ah ecco, mi sembrava uno stile più da Leo che da D...

Leonardo ha detto...

X mthemanager: ;-)

Leo

Anonimo ha detto...

Finalmente tornate!! Non potete abbandonarci ogni volta così!! Comunque straordinario questo percorso emotivo fatto per film!!
Comunque, pur essendo d'accordo sul fatto che L'amico di famiglia non raggiunga la magnificenza de Le conseguenze dell'amore, a me è piaciuto davvero parecchio...figuriamoci quanto mi è piaciuto quello con Servillo!!!
Non sparite di nuovo eh?
Ale55andra

chimy ha detto...

Bellissima analisi... mi mancavano molto. Come ha detto Ale, non sparite di nuovo, mi raccomando ;)

Anonimo ha detto...

Grandi Deneil & Leo!

Bentornati tra noi! Mi unisco al coro: non abbandonateci!
Devo dire che insieme, seppure con tutta la diversità di stile e di vedute -ricordate il doppio "Alexander"?!?((e varietà significa solo un valore aggiunto)- siete davvero un duo eccezionale nella produzione "blog" di cinema.
Personalmente, il "top".
A presto (non sparite)
:)

Leonardo ha detto...

Allora: grazie a tutti per i complimenti (al solito, anonimi: firmatevi.thanx). Dan ha aggiunto il nome in calce e le orecchie son salve dalla tirata ;-).
Per il resto, che dire? Avete detto voi tutto (e ringrazio a nome di entrambi l'anonimo-lo conosciamo?-lettore: fanno sempre piacere questi ringraziamenti)...
PS: vi dice nulla il trio brizzolato che figura in prima di copertina?!?!?

Grazie a: Chimy, Ale55andra, weltall, etc...
Leo(& Dan)
PS: non eravamo spariti! Non ci levate di torno così facilmente!! ;-))

Eli ha detto...

Bel percorso, le tappe del percorso sono ben congegnate rispetto al tema scelto.
Il gattopardo è un po' lungo, però la scena del discorso del principe con il piemontese vale davvero il film.
Il realismo di The elephant man è commovente fino alle lacrime.
La Passione rappresenta davvero una interpretazione geniale del Cristo Uomo-Dio.
Le conseguenze dell'amore è un gioiello. Le vite degli altri è perfetto nella sua sobrietà.
Complimenti a Leo per aver messo insieme tutti questi film. Chi altro avrebbe fatto un'associazione del genere...
Bentornati tra noi.

Eli

t3nshi ha detto...

Amo alla follia "The Elephant Man", e quella scena verso la fine, quando urla "Sono un essere umano!" mi mette i brividi ogni volta.
E sono contentissimo che ti sia piaciuo così tanto "Le conseguenze dell'amore". Mamma mia che colonna sonora. Io ho capito di amare questo film direttamente sulla poltroncina del cinema, quando è partita "Scary World Theory" dei Lali Puna all'inizio del film! (Io ho trovato splendido anche "L'amico di famiglia" con tutta quella riflessione sulla cattiveria nascosta in tutte le persone. Dovrei rivederlo.

Ciao,
Lorenzo

Leonardo ha detto...

@t3nshi: Si', t.E.M. è splendido già dalla scelta di un b/n sulfureo...Le conseguenze dell'amore è Toni Servillo; io da allora non smetto di pensare ad un film tratto da "La Nausea" di J.P. Sartre con lui come protagonista. Sarebbe incredibile!

Leo

PS: grazie@Eli!

Anonimo ha detto...

Bellissimo post! Concordo con i giudizi...anche se per me Il Gattopardo meritava di +, fosse solo per il merito storico.
Comunque bel lavoro.

Alberto C.

Anonimo ha detto...

tutti grandi film, l'unico con cui non sono d'accordo appieno è 'le conseguenze dell'amore'
Simone

Luciano ha detto...

Grandissimi film! (ma Le conseguenze dell'amore mi manca). Il gattopardo un capolavoro, stupendo anche il film di Lynch. L'ultima tentazione di Cristo ho avuto la fortuna di vederlo al cinema: un film che regala forti emozioni!

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