Il motto di recensioni libere: Poche ma buone
DI LEO!
“Gli uomini hanno dimenticato i loro dèi e distrutti i sogni. Ma per che cosa? Parcheggi e centri commerciali”. Principe Nuada, “Hellboy. The Golden Army”
Del Toro è perfettamente consapevole del disincanto weberiano/gauchetiano del mondo. La modernità uccide quella quintessenza totale che lega indissolubilmente il sacro ed il profano in un unicum senza continuità. L’ontologia arcaica è tutt’uno, teoria e pratica, credenza e rito. La modernità e la ragione sezionano, classificano ed analizzano; è giusto che sia stato così, come movimento/momento storico della presa di coscienza moderna del mondo. Ma non possiamo non sentire talvolta, sepolta sotto i nostri lavori, i nostri sogni, le nostre passioni, i nostri passatempi e hobbies, quella nostalgia delle origini che bussa da lontano, quella chiamata all’unità che ci spinge nella fulgida creazione o nella disperazione depressiva.
Del Toro lo sa, per questo fa dire alle sue creature le parole dell’incipit. 
L’elfo Nuada di “Hellboy. The Golden Army” è la controparte di tutto l’attuale sistema, che relega all’interpretazione psicanalitica i sogni notturni, nelle cui pieghe ancora si agitano le risposte a problemi di interazione con gli altri (o con l’Altro principale, il Sé) o i sintomi di nevrosi parossistiche, un tempo covati a lungo nelle notti sotto le stelle, e tempo dopo, nel mondo tardoantico, attesi e propiziati secondo la volontà degli dèi nei templi ad essi adibiti, secondo la tecnica dell’incubazione onirica. Si aspettava ancora un segno, in quell’epoca in cui già si affacciava l’allontanamento di Dio, del Cielo, dall’orizzonte dell’intelletto umano, e si voleva ancora un’indicazione, un cartello sul sentiero da percorrere.
Voglio ricordare questa commovente testimonianza, proveniente da Talmis, in Nubia e risalente all’epoca imperiale romana:
“Signore che lanci i tuoi raggi, Mandulis, Titano, Makareus, avendo veduto dei segni luminosi del tuo potere, ho riflettuto ed ho esaminato con cura la cosa, volendo sapere con certezza se tu sei il Sole. Mi sono reso straniero a ogni vizio, a ogni trascuratezza verso gli dèi e sono rimasto casto durante lungo tempo, ho offerto come è prescritto l’incenso del sacrificio secondo le regole della pietà divina; e avendo ottenuto una visione, ho trovato la pace nella mia anima [Così A.-J. Festugière, 1950; opp. tradotto sensu Bernard, 1969,“[…] questa notte mi sono addormentato a causa della mia pietà verso gli dèi e, avendo ottenuto una visione ho compreso”; cfr. Sfameni Gasparro, G., Oracoli, profeti e sibille, Roma, Las, 2002; pp. 52-53].
La mantica del sogno, la divinazione attraverso l’interpretazione dei semi divini presenti nell’universo onirico, insomma le tecniche dell’oniromanzia erano una prassi comune in un mondo in cui la rivelazione era l’unico mezzo per attingere la conoscenza della verità divina e sulle altre realtà, e così sopravvivranno anche in ambito cristiano (si veda ad es. Tertulliano).
Oggi no, oggi la “tecnica” ha smembrato l’unità primordiale del Tutto dell’uomo arcaico. Non è un j’accuse, né può esserlo. Sarebbe assolutamente anacronistico ed inutile. Rilevo solamente che la restaurazione non è possibile: troppa acqua sotto i ponti, troppo tempo. Le umane sorti progressive però non possono fare a meno della constatazione che al venir meno dell’unità, prima di poter individuare un nuovo centro etico dell’Io (come auspicava Freud), corrisponde innanzitutto un vuoto, la cui vacanza del pieno originario (l’ontologia primigenia cultural-religiosa) è riempita da tutte le possibile paranoie, nevrosi e psicosi dell’età moderna. Ma le possibili risposte elaborate tra ‘800 e ‘900, la scienza, la psicanalisi e la rivoluzione (da entrambe le sue sfumature politiche) sono strettamente “cristiane” ed hegeliane: prevedono un passato, da cui riscattarsi (rispettivamente, perché sono fonte del peccato originale, dell’ignoranza, della rimozione psicologica o dell’oppressione politica), un presente che è antitesi (opera in vista della redenzione, dittatura, ricerca in vista del progresso), un futuro che è teleologicamente inteso come salvezza (sconfitta dell’ignoranza, utopia sociale, risoluzione del complesso e liberazione dalla colpa; e, ovviamente, venuta del Cristo trionfante e fine ultimo della Storia). A complemento di quanto già esposto da Umberto Galimberti verrebbe da chiedersi in quale misura tale sistema “hegeliano” non sia in realtà una costante dell’uomo in generale, piuttosto che solamente un’eredità della cultura cristiana.
Comunque stiano gli elementi del problema, nel mondo della tecnica, l’etica può essere accantonata, e volgendo al negativo Kant, “gli uomini diventare i mezzi per altri fini”. È più semplice, per la “tecnica”, adeguarsi all’azienda per ottimizzare piuttosto che andare incontro al singolo. Hans Jonas scrisse ad Heidegger, dopo essere fuggito dalla Germania ed aver accettato un posto di lavoro alla Ford, che laggiù non poteva essere “pastore di uomini”, ma vigilando sulla produzione meccanizzata dell’industria automobilistica, poteva al più mutarsi in un “pastore delle macchine”.
Indietro non si torna, e sarebbe peraltro controproducente. Però una nuova etica latita.
Del Toro lo sa, e sa che la lotta contro la modernità è del tutto inutile. Blade lotta senza pietà contro la sua stessa natura di vampiro (il “Diurno”, gli opposti coincidono: vampiro-lato notturno/impulsivo & uomo-lato diurno/razionale) e contro i resti nascosti di notturne società vampiresche. Cosa fa se non lottare contro i resti di superstizioni passate, se non abbattere l’ultimo scoglio di fantastico? Eppure egli stesso sente in sé il dilemma della sua doppia natura, metaforicamente di uomo appena uscito dalle brume del passato per volgersi alla modernità recente – cosa sono duecento-trecento anni al più contro i milioni di anni della specie umana?
[“Blade II”; USA 2002; Wesley Snipes, Kris Kristofferson, Ron Perlman, Leonor Varela, Norman Reedus, Thomas Kretschmann, Luke Goss].
Eppure come già ben sapeva agli inizi, ciò che viene relegato nell’inconscio, volontariamente scotomizzato (cioè rimosso con coscienza di farlo) oppure rimosso a forza dall’alveo della psiche diurna – che non può permettersi di accettare l’indifferenziato del Tutto ante-creazione della coscienza e ripiombare nel diafano mondo dei feroci sentimenti e delle passioni furenti – ciò che, dicevo, risultava gettato nello strapiombo del dimenticatoio, tende immancabilmente a tornare, in periodi di crisi. D’altronde, quando si è depressi, non si è forse più soggetti ad attacchi virali, a malattie, essendosi abbassato il livello delle difese immunitarie?
Ed ecco magicamente riemergere dal lungometraggio “Mimic” e dalle fogne gli insetti, gli scarafaggi – simbolo culturale privilegiato della degradazione – sotto forma di camuffati umani, grazie alle contaminazioni genetiche, incubi in chiave moderna della kafkiana metamorfosi della regressione dell’uomo a mero numero d’una moltitudine – erano i tempi della caduta dell’Impero asburgico, il preludio a quella I Guerra Mondiale che infrangerà il mito della Belle Epoque e della convivenza pacifica, che ucciderà civili, devasterà città e schiaccerà sotto una titanica burocrazia statale il singolo. Ricordiamo: un insetto – che però dava la vita eterna – era già presente in Cronos, già recensito qui da Deneil tempo addietro
[“Mimic”; USA 1997; Mira Sorvino, Jeremy Northam, Alexander Goodwin, Giancarlo Giannini, Josh Brolin, F. Murray Abraham].
“L’enfer c’est les autres” scriveva Sartre come battuta sagace per il suo Garcin in “Huis Clos”. E l’uomo, homo homini lupus, o almeno il suo divenire, è infernale se privato a forza della metà “fantastica”.

Prendendo spunto dal pluripremiato fumetto di Mike Mignola “Hellboy” (edito dalla Dark Horse; l’autore è anche autore del soggetto del secondo film tratto dalla sua creatura di carta), Del Toro ne stravolge le delicate trame intellettuali, lovecraftiane e folkloriche, per approdare a ciò che maggiormente gli preme: il grottesco e l’occultismo vengono deviati verso uno humor nero che permea il film. Non riesce appieno quello che era successo con il Blade creato dalla mente di Mary Wolfman e Gene Colan, almeno se ci aspetta il tono del fumetto. No, a Del Toro interessa il fantastico e non l’occulto, il grottesco e non il raffinato, il grandguignolesco piuttosto che i dèmoni per quello che appaiono non per ciò che significano, allentamenti nella rete del reale piuttosto che veri e propri buchi nel muro.
Dice nell’intervista pubblicata su “Specchio+” de “La Stampa” il 22/09 [“Guillermo Del Toro. Io ballo coi mostri”, di Giulia D’Agnolo Vallan]: “Molti pensano che il cinema sia la riproduzione di una sceneggiatura, invece per me è la rappresentazione di ciò che non può essere verbalizzato – un quadro, un’illustrazione in movimento. […] Come credo dica Magritte, il bello dell’arte sta nell’evocare il mistero, non nel risolverlo”. Così diceva, più o meno Magritte, e così lo rendeva icasticamente Lucian Blaga, uno dei grandi poeti della letteratura romena (1895/1961): Lumina altora / sugrumă vraja nepătrunsului ascuns / în adîncimi de întuneric, / dar eu, / eu cu lumina mea sporesc a lumii taină [da ‘Poemele luminii’, 1919 – trad. di M. Cugno: “La luce degli altri / estingue la malìa dell’imperscrutabile / che in abissi di tenebra si cela, / mentre io, / io con la mia luce accresco il mistero del mondo”]. La miscela di Del Toro non prevede fede assoluta nel meraviglioso (e qui sta la sua differenza con Tolkien o con Lewis, tra i tanti possibili esempi), ma sceglie una via razionale al fantastico, un po’ come faceva Lovecraft – ma quanta differenza!: “Altro che simboli! Io sono intellettualmente e spiritualmente eccitato dalle “creature” in quanto archetipi essenziali. Quando rifletto sulla decadenza della razza umana mi consolo pensando che siamo gli unici a sognare gargoyle e angeli. Cosmicamente insignificante, ma magnifico!” [Da “Specchio+” cit.]. Allora, cominciamo ad ottenere un buon quadro di riferimenti per poter comprendere il senso delle realizzazioni cinematografiche di Del Toro.
Ma nella sua miscela gli riesce qualcosa di eccezionale. La leggerezza che dimostra sa di potenza espressiva che, seppur ridotta ad uso e consumo iconografico, è il risultato laborioso di metabolismo e commistioni tra generi. In pratica, solo al cultore di horror Peter Jackson poteva riuscire il fantastico-epico “Signore degli anelli”, seppur più serio nella resa, e così solo a Del Toro poteva riuscire “Il labirinto del fauno” e “Hellboy2”…e non a caso Del Toro ha accettato di girare la pellicola prodotta dalla New Line Cinema di Jackson, il “prequel” tolkieniano “Lo Hobbit”.
“Hellboy2” interviene là dove il primo film non aveva del tutto centrato, cioè il fantastico. Accetta indecorosamente (per gli amanti dell’opera di Mignola) di calarsi appieno nel contesto del disincantamento gauchetiano del mondo odierno e di rispondere all’inevasa domanda: dove vanno a finire le divinità in cui tanto s’era creduto un tempo se non sono più tenute in vita dalle preghiere, dalle paure, dalle lodi dei fedeli, dei credenti? Neil Gaiman aveva già risposto a questa domanda nello splendido romanzo “American Gods” – pieno di citazioni dalla sua decennale esperienza con “Sandman”, fumetto di punta della Vertigo tra fine degli ’80 ed i ’90 – e nel fumetto illustrato recentemente da John Romita Jr. “The Eternals”, edito dalla Marvel ed apprezzatissimo da Stephen King, che a lato della brutta copia della sceneggiatura di Peter David operata sulla resa grafica del suo “La Torre Nera” (“The Gunslinger Born”, Marvel) scrisse: “Oh – and “The Eternals is terrific too – of course it’s Neil”) [cit. in “La lunga via del ritorno. Stephen King – La Torre Nera”, vol. 3 di 4, sett, 2008, ed. Panini Comics-Marvel Italia].
Muoiono, spariscono, latitano le dimenticate divinità dei tempi che furono? Tentano di sopravvivere? E se combattessero l’umanità?
Battaglia persa, solo il figlio infernale resiste, l’Hellboy, in virtù della sua appartenenza all’ultima religione vincente venuta, seppur in debito della sua metà rivolta al Male – il cristianesimo.
E il fantastico meraviglioso (nella sintesi todoroviana) è anche la cifra de “Il labirinto del Fauno”, ambientato nella Spagna franchista del 1944. Una bambina cerca di opporre viva resistenza al male umano che ha intorno creandosi – o vivendolo? – un mondo immaginifico che riflette le sue angosce sul futuro, che distorce in chiave funambolica gli exploits demoniaci degli uomini che uccidono e si uccidono, da una parte e dall’altra. Eppure un male fantastico è così puro nella sua fissità da favola, da morfologia proppiana, da eterno ritorno degli schemi archetipici delle creazioni umane religiose e folkloriche che, nell’occhio della cinepresa di Del Toro, tutto riesce di gran lunga preferibile al senso inesatto e in fieri della violenza umana. Dice ancora Del Toro: “[sia Hellboy2 che “Il labirinto del fauno”] raccontano di come volgari vicende umane mettano in pericolo le più sublimi creature dell’immaginazione” [In “Specchio+” cit.].
[“El laberinto del fauno”; Sp.-Mex. 2006; Sergi López, Ariadna Gil, Ivana Baquero, Maribel Verdú, Doug Jones, Álex Angulo, Roger Casamajor, César Vea]
Il fantastico di Del Toro si manifesta come variante del fantastico meraviglioso di Todorov, in quanto rappresenta già a priori una uscita dai canoni del reale e sfocia volentieri nel meraviglioso tout court (“Hellboy”), evitando, o procrastinando, il momento dell’indecisione (“quello che sta accadendo è reale o no? Se è reale è stato un sovvertimento momentaneo delle leggi fenomeniche del reale? Altrimenti, ergo, sto già vivendo nelle leggi altre di un mondo altro, non la Terra…”).
“Il labirinto del fauno”, eccettuando talune imprecisioni (specialmente nella resa grafica del re-rospo), si pone come la pietra di paragone per un fantastico più tradizionale, in cui le leggi non sono sovvertite (se non nell’explicit), poiché la convivenza tra i due piani appare congruo rispetto all’età della protagonista, che non vive il reale ed il fantastico come situazioni contraddittorie.
Nota a latere: Doug Jones – il mimo di Abe Sapien nei due ‘Hellboy’ – e Ron Perlman – il monaco Salvatore ne “Il nome della Rosa” di J.J. Annaud con Sean Connery – sono i due attori feticcio-simbolo della filmografia di Del Toro. Appaiono quasi ovunque, sempre con grande professionalità, anche se Perlman come Hellboy gigionneggia sovente troppo, mentre Jones è impeccabile nella sua multiforme attività di scena.
> Scene da segnalare in “Hellboy2”:
a) la scena iniziale, un cortometraggio nel film, la favola da padre a figlio della creazione dell’armata d’oro, degli elfi e dei goblin, in puro stile teatro delle marionette di legno, totalmente creata in CGI: talmente retrò da risultare commovente, sapore epico à la Tolkien.
b) l'uccisione dell'elementale dio della foresta cfr. le divinita' mana che immolate e seppelliti i loro pezzi del corpo fruttificano e danno vegetazione e frutta/verdure all'uomo…
c) il mercato dei Trolls: magnifico...ogni personaggio meriterebbe un articolo. Segnalo tra i tanti, il lovecraftiano suonatore di flauto intravisto in un paio di secondi; suona un uomo con un flauto scavato nella carne. Folle ma non horror come potrebbe sembrare, fantastico ma non splatter. 

d) l'ingresso irlandese con il goblin/leprecauno sciancato: splendido; una bella citazione del Neil Gaiman di "American Gods" (il libro) e "Mirrormask" (il film) nella resa del gigante di pietra che s'alza da terra.

e) l'Angelo della Morte e il giardino zen tra sabbie e pietre in cui, cieco nel volto, traccia inesorabili destini sulla sabbia, e il cui attore e' lo stesso di Abe, il bravissimo mimo Doug Jones. Da notare le decine di occhi sulle ali; oltre che ad un passaggio religioso indiano, mi vengono in mente anche “Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz” Il primo riguarda la pena comminata ad Indra, divinità del panthoen induista, a seguito della seduzione della moglie di Gautama Maharishi, per cui avrebbe avuto il corpo volgarmente ricoperto da organi sessuali femminili. La pena fu in seguito commutata in occhi disposti a migliaia sul corpo, grazie alla mediazione di Brahma. Da qui l’onniveggenza quintessenzale allo statuto di Divinità (i mille occhi). Già scrissi altre righe sulla comunanza tra l’occhio e gli elementi psico-sessuali, scaturite dalla riflessione sull’Occhio di Sauron nella recensione su “Il Signore degli Anelli”, a cui rimando senza dilungarmi troppo qui.
Nel secondo caso, proprio all’inizio dell’alchemica ricerca del protagonista (“I giornata”) abbiamo un angelo annunziante le cui ali sono assolutamente equiparabili a quelle rappresentate nel film:
“[…] e vidi allora un donna stupenda indossante una tunica blu delicatamente ornata, come il cielo, di stelle d’oro. Nella mano destra stringeva una tromba dorata su cui era inciso un nome […]. Nella mano sinistra teneva un pacco di lettere, scritte in molteplici lingue[…]. Aveva delle ali belle e grandi, totalmente ricoperte di occhi, con cui poteva librarsi in alto e volare più veloce dell’aquila.” [Johann Valentin Andreae, Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, a cura di Elsa Aichner, Milano, SE, 2006, p. 11].
f) Il dott. Johann Krauss dice indispettito al termine del film: “You can suck my ectoplasmic schwanzstucker!” / ”Mi succhi il mio ectoplasmico schwanzstucker!”. Ebbene, è una divertita citazione dal celeberrimo “Frankestein Junior” di Mel Brooks (1974)…quanti l’avevano riconosciuta?
Forse Del Toro non lo sa, ma nel suo cinema c’è molto più di quel “cosmicamente insignificante” di quanto non pensi, e questa simbologia – poi non così “insignificante” – affonda la propria grandezza nel sapersi nutrire di religione, mistica e simbologia. Benvenuti nell’evanescente, onirico e fantastico mondo di Guillermo del Toro…
REGIA: Guillermo Del Toro
GENERE: Fantastico meraviglioso, Fumetti
Blade II
Anno: 2002
Voto: 7+
Hellboy
Anno: 2004
Voto: 7
El Laberinto del fauno
Anno: 2006
Voto: 8/9
Hellboy. The Golden army
Anno: 2008
Voto: 8 ½
TUTTI I FILM IN ORDINE ALFABETICO
venerdì 10 ottobre 2008
IL FANTASTICO DISINCANTATO DI GUILLERMO DEL TORO
Pensato da
Deneil
a
15.10
Di che si parla Del Toro Guillermo, Fantascienza, Fantasy, Film, Horror
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9 commenti:
Capisco perchè ti ci è voluto del tempo per mettere insieme questo post!
Veramente completo, approfondito e al solito documentato al meglio anche per chi, come me, non è tanto ferrato in materia.
Complimenti ^___^
P.S.: adesso vado un po' OT. Hai letto che il film di Capitan America sarà ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale? Scelta migliore non si poteva fare secondo me ^___^
Grazie mille Weltall!
> Sì, c'è voluto del tempo per scrivere tutto, rosicchiando tempo a lavoro e studio. Spero di non essere stato (troppo) caotico!
Sto delineando una nuova ermeneutica dei lungometraggi fantastici-tratti anche dai fumetti- su "Geomythology" un 'vecchio' post ne tracciava le direttive. L'hai visto?
> @Deneil: Tengo a precisare per completezza, che tutto il merito delle illustrazioni è farina del suo sacco. Splendido lavoro di ricerca, Dan. Anche se l'ho già fatto, grazie ancora!
Leonardo
> "Capitan America"? Speriamo bene. Che altro dire? Per ora c'è il DVD di "Iron Man"...chi se l'è perso lo veda!
Leo
Gran bel post... Il labirinto del fauno è un film davvero enorme.
Un saluto
Wow!
@ Chimy & Daddun:
Che dire, grazie mille!
@Daddun: "Wow!"
Complimenti! La mia web-zine cinemato-filmica preferita
Gianni
Ecco perchè mancavi da tanto tempo... Dovevi preparare quest'imperiosa teoria sullo stile di Del Toro.
Complimenti :)
Buon w.e.
CST
@Cineserialteam: grazie mille e buon weekend anche a te
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