Della serie: "Tiriamo fuori recensioni scritte secoli fa per aggiornare il blog"
Ma una nuova recensione è in cantiere.
E chi mi segue (vedi Filippo) ha già capito tutto.
Io ho una sorta di feticismo per gli insetti, i meccanismi ad orologeria, i mostri, i luoghi oscuri
by Guillermo Del Toro
Horror e poesia.
Inutile star qui a discutere sul fatto che Del Toro ha realizzato Cronos con 2 milioni di dollari e che sarà questa pellicola a portarlo all’ attenzione della Hollywood più caciarona affidandogli uno dei suoi progetti meno riusciti: Mimic.
Non mi importa per ora analizzare quel che farà in seguito Del Toro, delle sue pellicole più commerciali e di quelle dove davvero si può respirare la sua anima.
Occupiamoci solo di questo “Cronos”.
Realizzato con gran fatica e dispendio di risparmi altrui (mezzo milione di dollari furono prestati al regista per completare la pellicola ), “Cronos” semplicemente dimostra che il cinema italiano si lamenta tanto quanto è ormai privo di grandi registi di genere.
Si lo so.
Guillermo Del Toro è messicano, la produzione di questa pellicola è messicana e in Italia nascosti bene tra i vari Moccia (vi siete mai chiesti se sotto il cappellino c’è davvero una testa o semplicemente il vuoto cosmico?) e Muccino ci sono anche grandi registi (buoni registi è meglio).
I DUE NEURONI DI MOCCIA PRONTI A DARSI BATTAGLIA: NE RIMARRà SOLTANTO UNO.
Eppure vedere un film del genere realizzato praticamente dal nulla da un uomo con alle spalle due soli lungometraggi (praticamente introvabili) con un budget risicatissimo fa venire grandi dubbi su tutte le lamentele degli artisti italiani del cinema.
“Non ci sono soldi!”
“Nessuno va al cinema!”
“Il cinema di genere non lo produce nessuno!”
“Mamma, mamma Pierino mi ha rubato il Lecca Lecca!”
Guardate e imparate.
Dovrei dire solo questo.
Del Toro con 2 milioni di dollari realizza una signora pellicola.
Idee prima di tutto.
Sono quelle che mancano al cinema italiano: storie di coppie distrutte, storie di amori distrutti, storie di amici distrutti, storie di ragazzi distrutti, storie di palle distrutte (quelle degli spettatori)… non se ne può più!
Certo ci sono buonissime pellicole all’ interno del genere ma è come se a tavola vostra ogni giorno portassero pasta al sugo.
Magari un giorno è anche più buona del solito ma dopo un mese non ne avete la nausea?
Ci saranno poi ovviamente quelli che si lamenteranno del fatto che ogni tanto qualche buona pellicola di genere esce anche qui ma non sono pubblicizzate a dovere.
Ma siamo poi così sicuri che siano questi grandi capolavori?
Il 99% delle volte il cinema di genere italiano (e con cinema di genere intendo ora gialli, thriller, horror, fantascienza (anche se non esiste più in Italia ormai)) è rappresentato da film con un’ idea scontata realizzata in maniera buona (non ottima… e molte volte capita che non sia nemmeno buona!)
Siamo sicuri che ci si possa davvero lamentare così tanto se non si ha un’ idea originale che sia una?
Non chiedo “Metropolis” e nemmeno “Distretto 13: le brigate della morte”.
Chiedo solo una mezza ideucola leggermente diversa.
Anche un quartino andrebbe bene.
Prendete “Cronos”.
L’ idea di un congegno inventato da un alchimista italiano in grado di rendere immortali (attraverso il vampirismo) chi lo utilizza non è certo il massimo dell’ originalità.
Eppure Del Toro sa far nascere su un impianto molto classico qualcosa di completamente differente, qualcosa di originale!
Il regista prende una storia sostanzialmente raccontata mille volte e la trasforma in qualcosa di estremamente personale.
Certo: c’è il riccone malato che vuole assolutamente il congegno, la persona sbagliata che se lo ritrova in mano e il nipote del riccone (l’ attore feticcio di Del Toro Ron Perlman) che fa di tutto per sottrarlo a quest’ ultimo.
Ma la classicità del racconto finisce qui.
Su questa base Del Toro (anche autore del soggetto) crea un qualcosa di veramente nuovo.
La storia di un uomo comune, di un antiquario, che utilizza per sbaglio il congegno maledetto e si ritrova a bramare il sangue senza saperne le reali motivazioni potrebbe essere ancora racchiusa in un impianto classico ma Guillermo non si accontenta.
A creare un buon horror son capaci tutti.
E a donare poesia?
Del Toro affianca all’ antiquario una nipotina molto silenziosa che seguirà il nonno in tutta la sua trasformazione fino alla morte e alla successiva resurrezione.
Una nipotina che non si chiede mai che cosa sta succedendo al suo nonno: lei gli vuole bene.
E tanto basta.
Il percorso che porta il caro nonno ad allontanarsi da lei in seguito al primo utilizzo del congegno (che lo riavvicina alla moglie poiché in un certo modo ringiovanisce) e il riavvicinamento dovuto alla morte del nonno che questa volta ha bisogno di essere protetto è seguito da una mano che sembra davvero troppo esperta per non essere quella di un grande maestro.
IL NONNO IN FORMA SMAGLIANTE
IL NONNO UN PO' MENO IN FORMA...
Certo Del Toro ogni tanto mostra la corda (le scene d’azione sono abbastanza mediocri e talvolta addirittura noiose) ma ha talmente tante idee da mettere sul piatto che a fine visione molto gli viene perdonato.
Perché Del Toro non si accontenta di horror e poesia.
Un umorismo nerissimo di fondo fa capolino qui e là (esemplare la scena dell’ autopsia con il becchino che si vanta delle belle cuciture e poi manda tutto al diavolo quando viene a sapere che il corpo sarà cremato!) e non si può non notare come la storia tenda infine al dramma classico (l’ immagine finale che non svelo è esemplare!)
Lo ammetto.
“Cronos” è anche troppo.
Mi basterebbero un quarto delle idee contenute qui per un film di genere italiano.
Ce la si può fare?
REGIA: Guillermo Del Toro
ANNO: 1993
GENERE: Horror, Drammatico, Commedia
VOTO: 7 perché comunque la realizzazione tecnica è molto buona (ottima la fotografia molto tenebrosa) ma mostra i limiti di un budget davvero troppo ristretto.
QUANTO TI IMMAGINI HELLBOY QUANDO VEDI RON PERLMAN: 8
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un horror che non è un horror.
TUTTI I FILM IN ORDINE ALFABETICO
giovedì 29 maggio 2008
LA INVECIòN DE CRONOS- CRONOS
Pensato da
Deneil
a
14.30
8
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Di che si parla Del Toro Guillermo, Fantasy, Film, Horror
lunedì 26 maggio 2008
WHAT HAPPENS IN VEGAS...- NOTTE BRAVA A LAS VEGAS
Io amo i multisala e Alessandria.......
I multisala.
Posti incredibili: 7 sale cinematografiche con poltroncine che sembra di essere sempre nel salotto di casa tua, impianti audio stratosferici, parcheggio sempre disponibile e gratuito, bar interno pieno di qualsiasi schifezza un uomo possa desiderare di avere a fianco alla sua poltroncina da Re scelta appositamente da uno schermo tra centinaia, giovani baldanzosi alle casse e al bar e tanta tanta tanta voglia di far vedere che sei in un posto nuovo di zecca.
Il progresso.
Solo questione di tempo e vedrete che il multisala arriverà anche in Alessandria e allora finalmente anche questa infima cittadina incapace di sfruttare la sua posizione strategica all’interno del triangolo industriale più importante d’Italia (Genova-Torino-Milano), la città di Borsalino o qualsiasi cazzata possiate leggere su wikipedia, allora anch’essa finalmente si muoverà verso lo status di città moderna.
Come può una vera città non avere il multisala?
E allora via a una megacostruzione da milioni di euro piena di vetro e cemento e vetro e cemento e scritte sberluccicose che si vedono da miglia e vetro e cemento e vetro e cemento.
In centro in Alessandria?
Certo che no, non c’è spazio.
Nella periferia di Alessandria?
Figurarsi chi lo vuole un palazzone tipo Torre nera di Stephen King di fronte a casa?
L’idea geniale: mettiamolo a 10 km da Alessandria in mezzo a un campo coltivato contornato da capannoni della Michelin, di Guala e qualsiasi altro schifo industriale vi possa venire in mente.
Mettiamolo li a marcire tra operai che finiscono i turni di lavoro alle 10 di sera e l’ultima cosa che vogliono vedere sono una serie di facce da culo felici di andare al cinema proprio di fianco a dove loro si sono appena fatti un mazzo gigantesco.
Mettiamolo li e ficchiamoci dentro anche un bell’hotel!
In mezzo al nulla.
Anzi.
Vicino alla più conosciuta discarica della zona capace di impuzzare persino Alessandria se il vento gira male.
E aggiungiamoci anche una pizzeria di RossoPomodoro e una bella salagiochi che non fan mai male.
Una piscina con scivoli multipli ed eccolo li.
Homo sapiens 2000.
Un palazzone osceno in mezzo al nulla, vicino a una discarica con uno scrittone “HOTEL” sopra che sembra di essere in un film horror dove l’ HOTEL è l’ultima speranza di salvezza.
O sembrerebbe esserlo.
Perché il multisala Uci Cinemas (che nome è????) di Alessandria è la morte della poesia.
Del cinema.
E non solo.
Il multisala Uci è la morte e basta.
7 sale cinematografiche con poltroncine che sembra di essere sempre nel salotto di casa tua con un audio stratosferico e parcheggio sempre disponibile?
Ma certo.
Peccato che le poltroncine abbiano un bracciolo largo più o meno mezzo metro che se uno vuole abbracciare la propria ragazza deve fare stretching per mezz’ora prima o avere le braccia di Gianni Morandi.
Peccato che dell’audio stratosferico sinceramente me ne sbatta un po’ le balle se proprio non devo vedere l’ultimo cazzatone di Emmerich o Bay.
Peccato che chi ha progettato il parcheggio molto probabilmente è uno scimmione portato di peso dall’Africa.
Ora io non saprei come descriverlo a parole ma immaginatevi voi un’immensa piazza asfaltata con qualche muretto ogni tanto.
Se una persona dotata di cervello dovesse disegnarci dei parcheggi è logico che partirebbe dai muretti per segnare le strisce per terra ma.
“Ma tanto abbiam tanto spazio chissenefrega!Chiama lo scimmione che lo paghiam poco e risolve tutto lui”
Peccato che il bar interno sia si pieno di qualunque schifezza ma si faccia pagare come il bar più costoso di Torino situato in pieno centro a un passo dalla Mole (non dalla discarica di Castelceriolo).
Per dirvene una: mezza d’acqua 2 euro.
Per dirvene un’ altra: i peggiori popcorn che io abbia mai mangiato al cinema, tra il vecchio, lo scaldato, l’acido e il bruciato.
3,30 euro per una porzione piccola.
Devo commentare?
Peccato che i giovani baldanzosi alla cassa sono le persone più scazzate della Terra.
A ragione.
È gente sottopagata che la prima cosa che ti viene in mente son i lavoratori del Mac (4 euro all’ora mi pare con turni anche improbabili come quello dalle 23 alle 3 di notte) e poi pensi e ripensi e si: quella che strappava i biglietti prima lavorava proprio al Mac.
Peccato che tutta quella voglia di far vedere che sei in un luogo di grandi divertimenti, nuovo di zecca, simbolo del progresso, simbolo di un Alessandria che va avanti in realtà sembri semplicemente un brutto scatolone di vetro e cemento messo in mezzo al nulla tra discariche e fabbriche di pneumatici.
ATTENZIONE: INIZIO FRASE SBORONA
Che poi i ventenni alessandrini entrando in un luogo del genere dimostrino tutto il loro provincialismo (e qui so che mi prenderò degli insulti da qualcuno dato che io pure dovrei considerarmi tale) con bocche spalancate e “oooohh” di meraviglia e sguardi che girano impazziti per capire se si tratta davvero di Alessandria o è un sogno, quello penso non sia affar mio.
Contenti loro, contenti tutti direbbe qualcuno.
Tutti meno me.
FINE DELLA SBORONATA
Comunque.
Comunque è del film che volevo parlare.
Almeno inizialmente.
Almeno prima che mi ricordassi in che razza di posto sono finito ieri sera.
Ma dovevo provarlo.
Non si può sparlare di una cosa senza averla provata.
Provata!
Ora ne posso sparlare quanto voglio!
E quindi “Notte brava a Las Vegas”.
Altra cosa di cui mi sarebbe piaciuto sparlare malamente.
Altro film che già dal trailer dicevo: sarà la solita cazzatina prevedibile con Ashton Kutcher che fa il figo e la Diaz che fa le sue faccette buffe.
E lo è.
“Notte brava a Las Vegas” è la cazzatina cn Kutcher che gira metà film con i jeans a petto (muscoloso) nudo e la Diaz che si aggira tra faccette buffe e “facciam vedere quanto son ancora in forma alla mia età!”
Ma è una cazzatina fatta bene.
Diretto da un Tom Vaughan capace di ridare nei pochi minuti iniziali tutta l’atmosfera di Las Vegas con un montaggio frenetico e immagini simbolo della città del gioco, del vizio e di tutto quello che volete.
Interpretato da due attori che molto probabilmente non vinceranno mai un oscar se continuano a girare un certo genere di film (nonostante la Diaz abbia comunque lavorato per registi importanti come Gilliam) ma che si dimostrano immancabilmente la scelta migliore a discapito di tanta altra gentaglia.
E soprattutto scritto in modo impeccabile da una Dana Fox capace di legare alla perfezione un certo tipo di comicità tipico di questo genere di film a una più spicciola e magari più grezza alla “American Pie” senza dimenticare il lato romantico che ovviamente alla fine prenderà il sopravvento (non è uno spoiler, lo sappiam tutti come deve finire un certo genere di film!)
“Notte brava a Las Vegas” è una bella cazzatina mi tocca ammetterlo.
Nonostante tutti i dubbi iniziali, nonostante vedere due facce da pirla del genere in una locandina è quanto mai raro, nonostante pensassi che le uniche scene divertenti sarebbero state quelle del trailer (il che è quasi una sicurezza quando vai a vedere certi film), mi tocca ammettere di aver visto un buon film di genere.
E ci tengo a ribadirlo: nel suo genere.
La Diaz riesce benissimo nel ruolo di eterna ragazza sovreccitata dalla vita moderna e con il suo sorriso da orecchio a orecchio e tutte quelle smorfie, quelle urla e quelle scene da pazza isterica non può non far sorridere.
Kutcher ce la mette tutta per far vedere quanto è figo (gli sguardi gigioneggianti alla camera non si contano!) e ogni tanto prova persino a far vedere di essere capace a recitare come dimostrò ormai secoli fa (4 anni Den, solo 4 anni) in “The Butterfly effect”
Il regista fa di tutto per dare una sua impronta ad una pellicola che probabilmente molti altri si sarebbero limitati a dirigere con una mano sola.
Il risultato è buono.
Certo mentre esci dalla sala e cerchi di raccogliere due idee che sian due ti rivengono in mente (e sullo stomaco) solo i popcorn rancidi e quei poveracci costretti a lavorar dentro quello scatolone abbandonato nel nulla ancora per qualche ora.
Pensi ai 7,20 euro di ingresso (8,20 euro se vuoi le poltrone vip ovvero delle robe rosse enormi al centro del cinema manco fossi a un ricevimento Reale…)
Non c’è bisogno neanche di pensarci, ci pensa il portafoglio a farsi sentir più leggero.
Ti riavvii verso la nuova Alessandria (quella che finalmente ha il multisala) e vedi ancora sullo sfondo vetro e acciaio sormontati dallo scrittone luminescente HOTEL.
Ti volti verso chi sta guidando e capisci che non c’è film brutto, luogo orrendo, posto triste che possa rovinare una serata con lei.
Ti volti verso chi sta guidando e semplicemente ti senti bene.
REGIA: Tom Vaughan
GENERE: Commedia romantica
ANNO: 2008
VOTO: 7
QUANTA PUBBLICITà HA PIAZZATO IL MULTISALA UCI IN ALESSANDRIA NEI POSTI Più DISPARATI: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole una commedia romantica di buon livello e farsi due grasse risate.
Pensato da
Deneil
a
12.54
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Di che si parla Commedia romantica, Film, Vaughan Tom
martedì 20 maggio 2008
CINQUE FILM, UN MITO: COORDINATE PER UNA TOPOGRAFIA DEL CAMBIAMENTO
Si lo so.
Dico che torno e poi sparisco.
Sparisco e poi torno.
Torno e poi sparisco ma in realtà son li che guardo il blog agonizzare nella sua ultima recensione non più aggiornata.
La verità è una sola: non sono capace di essere costante in certe cose.
Ci son stati mesi in cui aggiornavo il blog ogni 3 giorni e ora magari passa un mese prima di una nuova recensione.
Non ho niente da scrivere?
No.
Di scritti ne ho a bizzeffe già completati o lasciati a metà nei miei deliri di: ma che cazzo sto scrivendo?
Ma un giorno tornerò a pubblicare con costanza.
Ce la farò.
Tant'è vero che mi chiamo Brunilde.
PS:si tratta di Leo ovviamente quello che trovate qui sotto. Io non sono in grado di scrivere così, mi scuso per la segnalazione dimenticata!
BY LEO
“Lusinghe, perfidia, gloria, oro:
Via, via, via per sempre…
L’umana ottusità, tutto
Quello che un tempo ci tormentava,
E a volte ci divertiva…
E di nuovo perfidia, gloria,
Oro, adulazione, una conclusione per tutto:
La stupidità umana
È senza rimedio, maestosa,
infinita…E che cos’è la fine?”
Aleksandr Blok, ‘L’ultimo viatico’, 1914
Strano. Dopo tutto questo tempo passato a vivere, sprofondando nella più chiara disillusione, ancora trovo il coraggio di trovare qualcosa di sensato, qualcosa che riesca ad illuminare per un momento il cammino. Ma la luce che promana dalla sorgente ignota è scura. Ancora più scura di questo buio che ci accompagna: rischiara per contrasto.
Non, non credo che questi siano ‘tempi moderni’, né che gli anni in cui viviamo possano essere considerati l’apogeo, l’apice ed il culmine assoluto di quelle ‘umane sorti progressive’ cantate con amaro disincanto in quel di Recanati.
Il progresso? Non lo vedo. La tecnologia migliora l’esistenza? Non lo credo più. Il malaffare impera. A volte mi pare di veder realizzato lo zoo umano di De André al suo stato più bestiale. Non rifiuto né l’uno né l’altro, però m’impongo d’agire secondo critica coscienza. E agli occhi non posso nascondere il silenzio del cuore. Un esempio? La flessibilità lavorativa è stato il più grande vuoto a perdere inventato dalle menti geniali di chi dall’alto designa e legifera. Come verremo ricordati? Sotto quale distante ed effimera etichetta saranno catalogati questi tempi infausti di trentenni qualificati senza lavoro, di famiglie che non arrivano all’ultima settimana del mese, di ventenni consegnati all’oblio sociale dagli stessi adulti che li educano? Non voglio scambiare parole per frasi fatte, non mi accingo ad ipotizzare fatue rivendicazioni politiche. Credere ciecamente al bianco/nero sociale, chiaro/scuro, qui/là è una puerilità che non riesco più a concedermi. Ma, benché annebbiato dalle brume delle mani agitate che per prime lacerarono il velo di Maya, riconosco ancora che chi ha un forte appiglio, sia esso religioso, politico o familiare, comunque sia un ‘credo’, possa superare con discrezione quest’angolo meschino di tempo. Ma la concessione di tale privilegio pretende che dall’altra parte della bilancia si sacrifichi l’obiettività di giudizio.
In ogni caso, per la prima volta dopo la caduta del Muro di Berlino, ci avviciniamo ad una svolta epocale. Altro, per ora, né si può prevedere, né si può predire, come non si poté allora prevedere né il sostanziale fallimento della democrazia in salsa post-sovietica (cfr. la Polonia dei fratelli Kasczinsky, o le rivendicazione estremiste nazionaliste che animano lo spettro politico dal Baltico alla foce danubiana del Mar Nero) o l’emigrazione massiccia dai paesi dell’Est Europa verso i “paesi delle meraviglie” dell’Occidente europeo tra-sognato e ir-reale (tanto che in alcuni paesi s’è parlato di “diaspora” per la quantità di giovani che hanno lasciato i paesi; tale è il caso romeno. Per rimpinguare l’intera fascia sociale emigrata si ricorre ora laggiù –paradosso- alla manodopera dell’estremo Oriente).
Così non si previde la devastazione causata in Francia dopo la I Guerra Mondiale: una intera fascia di giovani, i soldati infangati nelle trincee, erano morti. Una leva, un’annata era stata decimata.
Solo le donne loro coetanee erano sopravvissute alla mietitura bellica.
E’ chiaro che non si possa prevedere tutto; ma questi esempi in negativo dovrebbero essere chiari quanto la loro relativa fotografia a colori. Solo l’analisi del passato rischiara e getta una luce, seppure ad uno sguardo più acuto si riveli solo l’essenza stessa del buio, una lama di luce scura.
Come le luci di Storaro sul volto di Kurtz-Brando in “Apocalypse Now”. “L’orrore…”
“Cambiare tutto per non cambiare niente”. E allora, eccomi qui capo chino, a tornare agli altari dovuti di chi già vide ed indagò “la bête humaine”. Il viaggio però non esiste, o meglio, lo si può iniziare solo incensando gli altari consumati dal tempo di una vecchia (?) pellicola.
Già ci occupammo del viscontiano “Senso”.
Aprendo la cartina del nostro ipotetico viaggio (via crucis?) la partenza è segnata dal monte “Il gattopardo”. 
La perfezione formale del film è inenarrabile, e il salto di qualità rispetto al pur celebrato “Senso” è invidiabile. Subito un banale gioco di parole: la perdita del senso, eppure la vita che arrancando continua; l’inganno operato con insistenza su di sé, eppure scambiando le due parti della moltiplicazione il risultato non cambia. Il discorso del rappresentante torinese politico del Regno sabaudo, dall’esotico cognome francese, è talmente reale da essere imbarazzante come solo i discorsi che ricordi di aver vissuto possono essere. Burt Lancaster-principe Fabrizio Salina è l’araldo a venire d’un mondo nato già morto: eccezionale prova d’attore.
La difficoltà sta nella scelta del tema perfetto: il rifiuto di vivere vivendo, il rifiuto della realtà oggettiva. Ecco quella vaga sensazione perenne di stare ballando sul ponte del Titanic, mentre viene servito l’ultimo calice di champagne e la banda suona il bis del pezzo finale. Sorridiamo mentre affondiamo. In questo senso, la difficoltà è creatrice, conviene al poeta, al sacerdote, al cineasta: solo con il sudore sulla fronte possiamo erigere i castelli.
La cima va superata con difficoltà; ma una volta passato l’ultimo tornante della scena perfetta del ballo – anche se troppo lunga – possiamo tranquillamente svoltare a destra, lunga una bella e ridente vallata.
Qui inizia “The elephant man”. 
Perché la vallata sarebbe splendida, se fossimo in primavera. Ma siamo in pieno inverno. La vallata sarebbe stupefacente rigoglìo di fiori, se fosse tempo di fioritura. Ma il freddo ha gelato le gemme del verde. Perché John C. Merrick (realmente esistito, 1862-1890) è un uomo, certo. Ha due braccia, due gambe, due occhi. Eppure la gente lo viene a vedere al circo degli orrori, al convitto dei freaks, celebri protagonisti dell’omonimo film del 1932 di Tod Browning (altro piccolo capolavoro oscuro). E pagano bene per sentirsi normali. Perché John Merrick è un mostro, un demone da incubo.
Non faccio facile teatrino dei sentimenti: siamo umani, non neghiamo la nostra crudeltà. Però ciò che ci differenzia dalla bestia dell’inconscio, sempre in agguato, è il venire a patti con la violenza, fronteggiarla, domarla.
Eppure di fronte a tanto orrore perverso [con un gusto del macabro che lo avvicina a quel contro-capolavoro dei pieni, edonistici, anni ’80 di Cronenberg che è “Inseparabili”, qui declinato e tratteggiato secondo il verbo della deformità paradossale dell’horror gotico], la vita lascia che si trovi uno sbocco, un explicit che non promette felicità, ma appena un approdo di morte felice: Merrick che si lascia morire per dormire come un uomo, morendo soffocato nel sonno.
Un happy dark end che fa di questo il vero masterpiece di Lynch che, a titolo personale, reputo essersi perso in lungaggini pseudo-intellettuali ed inutili. Ottima ed elegante recitazione vittoriana di Anthony Hopkins.
Dopo la valle occorre imboccare l’autostrada.
Siamo a metà dell’opera, del viaggio.
Quale biforcazione prendere? La statale, più lunga ma decisamente più panoramica, lontana dal grigio asfalto imperturbabile dell’autostrada, oppure la sicura solita coda al casello dopo le vacanze? Silenzio o rumore? Bianco o nero? Svoltate a sinistra. La via del femminile, dell’inconscio, della manifestazione archetipica dell’arte. Ma se per un momento, dopo aver operato la scelta, cade un ripensamento, un esaltarsi convinto di mormorii della parte destra, del maschile represso? Allora incidenti in automobile, violenza e litigi in macchina tra coniugi freschi di matrimonio, violenza e morte. Questo è il film di Scorsese. Questo è il vero, grande Willem Dafoe (per chi se lo ricorda solo come il Goblin del primo film della trilogia di Sam Raimi su “Spider-Man”). E un Harvey Keitel che fa la parte del Giuda dei vangeli gnostici, l’intelligente, acuto, primo degli apostoli e vero uomo delle Provvidenza.
“L’ultima tentazione di Cristo”. 
Cristo che per un momento sulla croce, prima della lacerazione umano-divina gridata nel “Elì, Elì, lamà sabactani”, crolla e si appoggia sulle spalle del male, di satana,del diavolo, “dia-ballo”, il greco morfema di colui che divide. Chi? E da cosa? Divide il Sé dall’Altro che è in noi, il maschile dal femminile, L’Io della Persona dall’Inconscio dei Molti. E allora si perde la bussola nella nebbia. Cristo che rinuncia, che posa gli abiti consumati del messia per riappropriarsi dell’umanità vituperata, ma assai rassicurante. Tra mura domestiche, mogli, amore, figli. Insomma, l’autostrada rassicurante perché ovvia. Senza cambi al percorso in marcia. Ma verso dove? Routine? No, non è possibile andare contro il proprio destino interiore, reprimere la voce che grida nell’anima può solo essere un secondo: Gesù deve tornare ad essere il Messia, il Cristo, l’unto del Signore, riunificati il maschile ed il femminile, Aiòn (l’eterno) e Chronos (il tempo che scorre), tempo in divenire (=l’uomo che passa) e tempo in essere (=il Dio che resta). E respinta l’ultima tentazione la forza dell’uomo Gesù che ha resistito ci rende (noi spettatori) più vicino al Dio creatore e pantocratore. Statale, allora.
Più lunga. Magari ci fermiamo a sorpresa in un hotel sperduto tra le Langhe, magari nel modenese, o sulla via apula per le terre della Grecia italiana che fu.
Con la consapevolezza che si vive per il viaggio, non per la mèta. Lei arriverà, con calma. Tutti abbiamo una mèta, per colmare la metà dell’insignificanza. Per colmarci di significato, in vista del compimento della vita, junghianamente o pascalianamente intendendo la morte, occorre forgiarsi da sé il senso totalizzante. Tutto viene dall’Io: la forza per andare avanti e i suoi corollari.
E se poi dovesse mancare benzina?
Ultima tappa: il benzinaio. Non, non è una caduta di stile. In tutti i poemi epici la figura del coadiutore è ben presente. Colui che aiuta, l’ombra salvifera che sub-porta, sopporta ed aiuta a portare: Achille/Patroclo, Gilgamesh e Enkidu e tutti i loro epigoni da centinaia di poesie e racconti. Siano anche Dante con il suo Virgilio; persino l’uomo che aiuta il Cristo a portare la croce. Anche fidanzato/fidanzata, marito/moglie, amico/amica, o l’amicizia dello stesso sesso. C’è sempre un supporto per vivere. Ma a volte, se tu non fossi un eroe d’Omero e ti trovassi ad incontrare un dì, per caso, mettiamo a servire il vino ad uno di essi, come li vedresti? Sbruffoni, truffaldini? Inutili? Simpatici? Goliardici e volgari? Rozzi? Ecco, il benzinaio è la perfetta rappresentazione della reintegrazione degli opposti connessi a questa figura: senza, non potresti andare avanti, per cui è il bene assoluto in quel dato momento; eppure può apparire scialba, inutile, persino impertinente. Di nuovo bianco/nero. E’ solamente questione dei punti di vista. Ma questa volta inseriti nella dialettica d’un unico personaggio.
Ecco i personaggi di due film capodopera, monoliti irraggiungibili di vera e pura arte ispirata: gli attori Ulrich Mühe e Toni Servillo, “Le vite degli altri” e “Le conseguenze dell’amore”, rispettivamente.

Così, per noi stessi, prima di ripartire verso quell’ultima mèta/metà che ci aspetta, sia la vacanza al mare, sia il viaggio di una vita, possiamo sperare, anche solo per un momento, di aver fatto una sola azione che ci abbia dato il coraggio di essere, di esserci, il diritto dell’uomo di dire la vita vissuta. Poi, che quest’azione, questo fatto, la sappiano una o tre persone e non le 1.000.000.000 di persone che pendono dalla labbra usurate di patetici divi da quarta di copertina, allora vorrà dire che vivere sarà valsa la pena. Gli altri 999.999.999 di persone ci ricorderanno come quell’insignificante benzinaio, come un’ombra presto al macero dei ricordi, come Gerd Wiesler-HGW XX/7, agente della Stasi, per il bambino che incontra sull’ascensore, o per Titta di Girolamo che siede da anni al bar dell’hotel di fronte al lago. Uomini-tappezzeria, arredo e corredo di altri uomini che vanno e vengono nei loro occhi.
E allora il cambiamento è possibile? Concludo sulle note degli ultimi due film. Cambiare è l’unico senso. Cambiare per restare uomini. Cambiare perché nulla cambia. Cambiare perché siamo sempre gli stessi. Cambiare la pelle come serpenti per risorgere, le penne per volare di nuovo, la pelliccia per sopravvivere all’inverno. E poi, una volta allo specchio, distrutti per la scoperta e disperati per il silenzio nei nostri occhi, scoprire che siamo gli stessi identici, stupidi, futili, personaggi di prima. Qui sta il paradosso della nevrosi. Qui in nuce la calamità dell’essere uomini. Proviamoci. Questo, non altro, nelle mani: il silenzio sono sempre state le parole di Dio.
Una importante postilla finale: questa recensione-racconto è nata dallo stato d’animo di cui all’incipit. I film sono stati scelti - e, tengo a sottolineare, scelti appositamente - per rappresentare il senso del momento, la sensazione da descrivere. Cinque capolavori, comunque possano variare personalmente i gusti, che non si discutono, né si vogliono porre in stato di dibattito. Doveroso precisare. Non si tenga troppo conto delle ripetizioni e delle contraddizioni espresse, se vi sono.
Due appunti: Ulrich Mühe, l’attore de “Le vite degli altri”, pare sia morto nel luglio 2007. Forse il più grande attore degli ultimi 6-8 anni (azzarderei uno dei migliori attori europei in senso assoluto); l’impostazione e la formazione teatrale restano perenni nel film. Per Sorrentino, il film che seguì a ”Le conseguenze dell’amore”, valse cocenti delusioni per chi scrive (“L’amico di famiglia”, 2006). Non vale nemmeno un decimo del lungometraggio con Servillo, anch’egli attore teatrale. Che viva il teatro e gli attori che imparano a recitare secondo le eterne sue regole.
IL GATTOPARDO
REGIA: Luchino Visconti
VOTO: 8+
ANNO: 1963
THE LAST TEMPTATION OF CHRIST- L'ULTIMA TENTAZIONE DI CRISTO
REGIA:Martin Scorsese
VOTO: 9 ½
ANNO: 1988
THE ELEPHANT MAN
REGIA: David Lynch
VOTO: 8/9
ANNO: 1980
DAS LEBEN DER ANDEREN- LE VITE DEGLI ALTRI
REGIA: Florian Henckel von Donnersmark
VOTO: 10+
ANNO: 2006
LE CONSEGUENZE DELL'AMORE
REGIA: Paolo Sorrentino
VOTO: 10+
ANNO: 2004
Pensato da
Deneil
a
18.53
14
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Di che si parla Film, Lynch David, Scorsese Martin, Sorrentino Paolo, Visconti Luchino, Von Donnersmark Florian Henckel
sabato 3 maggio 2008
THE OTHER BOLEYN GIRL- L'ALTRA DONNA DEL RE
Dovrei scrivere qualcosa di Roma ma non ce la faccio in tre righe.
Troppe cose da dire, troppo troppo troppo.
Troppo meravigliosi quei tre giorni.
Ne parlerò più avanti.
O in un altro spazio.
Recensioni libere si allargherà molto probabilmente a nuovi orizzonti o ne nascerà una nuova costola.
Non so.
Fine dei deliri.
Ci sono ben due recensioni che aspettano solo di essere pubblicate: una mia e una di Leo.
Via alle danze!
Allora 3, 2, 1, ciak si gira!
Regista: Ma noooooo! Ma Scarlett ti ho detto mille volte che non puoi fare la ragazza sexy e conturbante in questo film come te lo devo dire?
(Scarlett con evidenti difetti di pronuncia dovuti alle sue labbra sproporzionate): Ma Justin come faccio? Io faccio solo film in cui sono una ragazza sexy e conturbante, non ho idea di cosa sia una ragazza normale!
Regista: Ma Scarlett tu non sei una ragazza normale! Tu sei innamorata del tuo Re! Conosci questa parola? Innamorata!
Scarlett: Cosa?
Regista: Innamorata! Sai quando due persone si trovano e si piacciono e senti il tuo cuore battere e dici: mamma mia questa è la persona giusta! E non ci vedi un difetto e sai che anche se ne avesse tu li ameresti perché lei è La persona giusta?
Scarlett con la faccia sbigottita: Che?
Regista con in mano due molliche di pane a forma di omino: Queste sono due persone….
Scarlett: mmmmhhhhh
Regista imbarazzato: Hai presente “The island”?
Scarlett: mmmhhh si, quello che c’era Ewan che correva per centinaia di chilometri senza fermarsi mai…che c’era di sicuro una scena al tramonto con due che si baciano che se no Michael Bay non è contento…si lo ricordo..
Regista: Ecco in quello in teoria tu dovevi essere innamorata di Ewan
Scarlett: Ah ecco….allora si ho capito!
Regista: Allora siamo pronti….3, 2, 1 ciak si gira!
Regista: Ma baaaaaaaaaaastaaaaaaaa
“L’altra donna del Re” non è un brutto film.
Ti appassiona, ti prende, ti angoscia nonostante tutti sappiano come andrà a finire e riguardo a costumi, scenografie e sceneggiatura non mostra punti deboli.
Ma.
Ma “L’altra donna del Re” purtroppo non è solo la storia romanzata (romanzatissima, romanzatona, megastraromanzata!) di quel trombone di Enrico VIII (evvai Dani, tu si che sai parlare di storia come un quindicenne…).
“L’altra donna del Re” è tre attori.
È Eric Bana.
Si quello che l’ ultimo film che mi ricordo c’era lui in un improbabile armatura che cercava di salvare dallo sfacelo più totale quella porcata mondiale che è Troy.
Quello che doveva rivaleggiare con Brad Pitt faccia di bronzo, polpacci d’oro e capelli bisunti e si faceva in quattro per salvare Orlando Bloom in versione “Il ragazzo più gracile e effeminato che l’epica di Omero abbia mai visto.
Quello che il penultimo film che mi ricordo non era nemmeno un film.
Era “Hulk”.
E io non so se qualcuno dei lettori ha visto “Hulk” ma io mi rifiuto di parlarne.
Con Ang Lee alla regia…. “Hulk”.
Che quando son uscito dal cinema mi chiedevo se ero andato a farmi prendere per il culo o semplicemente nel.
Che quando ho visto “Daredevil” ho potuto dire: “Io ho visto di peggio”.
Che quando ho visto che facevano il seguito che poi non è un seguito che se gli dici a Edward Norton che è un seguito da di matto e ti ammazza aprendoti la testa in due su un marciapiede, mi sono detto: “Ma peeeerchè? Ma soprattutto peeeeerchè?”
Ebbene si, Eric Bana è Enrico VIII.
È Scarlett Johannson.
Che si, ok, sei una femme fatale e hai le labbra enormi e rosse e tutti dicono che sei bellissima e bravissima e il fascino della diva e Scarlett di qui e Scarlett di là e chi la ferma più e “Vuoi mettere Scarlett Johannson? È il sogno di tutti” e se provi a dire che non ti piace prima controllano se sei uomo poi procedono tagliandoti la lingua.
Che si, sei una femme fatale e poi?
Prendete Scarlett Johannson e provate a metterla in una parte in cui debba mostrare un po’ di sentimento.
Ed ecco la faccia da porcello di Scarlett.
La Johannson gira TUTTO “L’altra donna del re” con questa faccia.
Senza esagerazioni, senza voler mettere il dito nella piaga, senza voler per forza trovare un difetto ma… non è possibile!
Ora provate a chiedervi come può essere un film girato da una ragazza che tiene costantemente questa faccia a metà tra il pesce lesso e il porcello intontito.
Cosa dovrebbe essere?
Amore?
Innamoramento?
Rincoglionimento precoce?
La Johannson diventa in “L’altra donna del re” un qualcosa ai limiti dell’ inguardabile che se dovresti in teoria parteggiare anche per lei, ti vien voglia dopo 1 ora di film di entrare dentro lo schermo e dire “Baaaaastaaaaa! Non se ne può più!” Svegliatela, tirategli uno sberlone, fate qualcosa ma vi prego toglietele l’espressione da pesce bollito!
Si, Scarlett Johannson è Mary Boleyn o come l’italiano insegna Maria Bolena.
È Natalie Portman.
Che rispetto alla Johannson parte in settima.
Sembra finalmente decisa a ritornare a recitare dopo essersi divertita a far la statua in Star Wars ed essersi rasata in “V per vendetta”.
Prendete un’ attrice di Hollywood, rasatela o fatela ingrassare e non ci sarà più bisogno che lei reciti.
“è ingrassata/rasata per un film!”
I giornali saranno tutti suoi, i servizi di Studio Aperto (quelli non dedicati al cane che ha battuto ogni record mangiando 10 salsicce in un giorno o alla famiglia distrutta del povero ragazzo Rumeno che blablablabla) e quelli di Cocuzza saranno tutti per lei!
Voi recitereste foste in lei?
Che bisogno c’è?
È ingrassata non vedi che è una grande attrice?
Che rispetto alla Johannson parte in settima per poi pian piano scalare fino alla seconda, alla prima e infine alla retromarcia.
Perché se la Portman almeno per la prima ora sembra decisa a riscattarsi, poi riesce a trovare anche lei la faccia giusta e via.
La Johannson porcello e la Portman Melita/Diavolita
La Portman si mette addosso una faccia da Lucignolo e chi la ferma più?
Regalatele un gioiello, confessate quanto la volete, sposatela, portatela a corte, fatela condannare a morte e si, lei avrà sempre e comunque quella faccia.
“L’altra donna del Re” è Eric Bana, Scarlett Johannson e Natalie Portman.
E una marea di comprimari tra i quali spiccano la prima regina e moglie di Enrico VIII e la madre delle due ragazze.
“L’altra donna del re” non è un brutto film.
Basterebbe non prendere dei lama della Mongolia orientale come suggeritori per il casting.
REGIA: Justin Chadwick
ANNO: 2008
GENERE: Storico (beh oddio…)
VOTO:7-
QUANTO ASSOMIGLIA ERIC BANA AL VERO ENRICO VIII: - 57
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un buon romanzo storico con almeno una protagonista non proprio nella sua parte ideale.
Pensato da
Deneil
a
14.14
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Di che si parla Chadwick Justin, Cinema, Storico




