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venerdì 18 aprile 2008

SHOOT' EM UP- SPARA O MUORI

Si lo so.
Potevate anche vivere senza di me.
Senza l'ennesimo blog di recensioni cinematografiche nato per caso un giorno per puro sfizio personale e diventato poi qualcosa di più.
Non so che cosa.
Ma sento che è qualcosa di più di puro sfizio personale.
E so anche che qualcuno di voi mi avrà creduto morto in questo periodo.
Recensioni che andavano diradandosi fino alla scomparsa per...2 settimane credo!
E invece eccomi di nuovo qui.
Che culo!
Eh già...di nuovo pronto a riempirvi la testa di...di qualcosa che esce dalla mia.
Siccome questa è solo una piccola premessa al mio ritorno rimando a qualche altro post tutto quel che riguarda appunto la mia sparizione e blablabla so che non ve ne frega niente!
Ringrazio quindi tutti quelle che son passati di qui anche credendomi morto, chiunque ha commentato, ringrazio Mario perchè è quello che credeva di più nella mia morte e ringrazio Alice perchè...lei sa perchè e lo saprete tra poco anche voi!
Vi ringrazio tutti indistintamente, senza distinzione tra neri, bianchi, gialli, verdi, uomini, donne o chiunque voi siate.
Perchè senza di voi io non sarei qui a scrivere.
O forse si.
Forse, in realtà, mi piace leggermi e voi non lo sapete.
Forse non so neanche che sto dicendo.
Forse è meglio che la smetta.
Buona lettura!

Avete presente quelle tamarrate action degli anni 80?
Quelle che quando le guardavi da bambino ti si spalancava la bocca che se avevi appena mangiato erano costretti a raccogliere tutto dal tappeto?
Quelle che c’era tua madre che diceva a tuo padre “Smettila di fargli guardare certe cose!” e tu guardavi tuo padre speranzoso che ovviamente di solito stavi sempre dalla parte della mamma ma per i film lei guardava “Nato il 4 luglio” e che palle la mamma, w il papà! E quando lo guardavi speranzoso ovviamente tuo padre non poteva che guardare la mamma e digli di andar a far altro che quella sera si guardava “Rambo 3” o ancora meglio uno di quegli action tedeschi con degli armadi al posto degli attori che avevano due espressioni: ante aperte e ante chiuse.
Uno di quegli action che adesso li trovi solo su telecity in settima serata o in qualche cassone del Mediaworld a 4,90 euro che ti chiedi se già su quello ci guadagnano, sui dvd da 20 euro cosa fanno?
Si costruiscono una barca per ogni dvd venduto??
Uno di quegli action che quando li guardavi da bambino il giorno dopo dovevi uscire per forza in giardino e urlare con un bastone in mano che avresti ucciso tutti e tutto e i fiori ti guardavano e tu scatenavi la tua ira contro i fili d’erba che dopo un po’ si rompevano anche le palle e finiva che entro un’ ora come minimo avevi un’ ammucchiata di schegge sulle mani o più semplicemente ti eri dato il bastone in testa.
Come non si sa.
Ma intanto ti ritrovavi con del gran dolore fisico!
E magari nella tua testa di bambino gommoso (che tanto non ti facevi mai realmente male) ti ripetevi anche che non avresti mai più giocato a fare l’armadio a quattro ante del film ma la volta dopo ti ritrovavi di nuovo li, magari con tuo fratello che “per sbaglio” ti tirava una mazzata sulle mani al posto che sul bastone.
E giù a piangere (che se mi succedesse adesso altro che piangere…) e mezz’ ora dopo eri di nuovo li a cercare di colpire tuo fratello.
Avete presente quegli action che la prima scena che mi viene in mente è un tizio alto biondo e muscoloso che accecato da non so più cosa si tirava giù da una finestra sfondandola con il corpo e mentre era in aria teneva due mitra e sparava all’impazzata verso il milione di nemici che circondavano la casa fino al tuffo in piscina (che ovviamente c’è sempre la piscina fuori dalla casa quando ti tuffi dalla finestra) e ovviamente poi riusciva a fuggire e nella scena dopo vedevi che si era leggermente graffiato sopra l’occhio?

Ecco.
Shootem up è peggio.
Shootem up è l’apoteosi della tamarria.
Quella voluta.
Quella che quando lo guardi dici: ma vaaaaaa Doc mi ha riportato indietro con la macchina del tempo agli anni 80 e non me ne sono accorto?
Quella che se riguardi 10000 AC puoi persino pensare che qualcosina di salvabile c’era ma poi ti guardi intorno e non ci credi nemmeno tu che c’era qualcosa di normale in quel film.
Quella che se guardi gli action di Stallone e di Schwarzenegger pensi che gli sceneggiatori di allora erano dei piccoli Dostoevskij: c’era una trama, c’erano dei personaggi, c’erano dei nomi e attenzione la storia in qualche modo andava da qualche parte.
Non c’era un tizio che non sai nemmeno come si chiama che spunta dallo schermo mangiando una carota e dopo 5 minuti è li che infilza uno con la stessa carota in un occhio e gli dice: “Mangia le verdurine!”
Non c’erano personaggi che non sapendo più che dire urlavano un bel “Fottetevi fottutti fottinculo!”
Non c’erano prostitute con la faccia della Bellucci che appena apre la bocca rimpiangi che non sia ancora nei panni di una muta come in “Dobermann” e ripensi con nostalgia alla cara vecchia Brigitte Nielsen.
Ma soprattutto non c’era Clive Owen.
L’uomo dalla faccia più di pietra che io abbia visto in questi ultimi 10 anni.
Lasciate perdere Vin Diesel o i vari tizi che ogni tanto cercano di risollevare invano il buon vecchio film d’azione.
Prendete Clive Owen e domandatevi se non ha un pietrone al posto della faccia.
Prendete un masso, della colla vinilica e provate ad incollare due occhi di ghiaccio sopra di esso.

È la faccia di Clive Owen.
E ve la ritroverete uguale identica sempre con la stessa espressione in King Arthur (gli avevan fatto crescere i capelli per farlo sembrare uno scoglio coi capelli), in “Closer” (gli facevano dire cose come “Fammi vedere la figa” per farlo sembrare uomo dotato di sentimenti), in Sin City (lo avevano messo in bianco-nero che magari qualcuno non lo riconosceva) e negli sponsor della serie “The Hire” della Bmw.
E proprio al personaggio senza nome che lo stesso Owen interpretava in questi ultimi (feci una recensione dello spot girato da Guy Ritchie qui) si rifà il protagonista di questo tamarraction.
Niente nome, niente espressioni, quasi niente parole se non sporadiche battute sulle carote di Bugs Bunny che tira fuori da chissà dove (non voglio immaginarlo) nei momenti più improbabili e una enorme dose di sboronaggine sono i compagni ideali del “nuovo” Clive Owen.
“Ma interpreta sempre lo stesso ruolo!” Si lamenterà qualcuno.
Ma certo!
Ma questa volta Owen è lasciato libero di sboroneggiare a destra e a manca come un pupazzo impazzito!
Si lancia in improbabili scivolate per terra sparando ovunque, comunque, semprumque (latinismo, grazie Liceo scientifico!) e a chiunque che tanto ricordano “The transporter” e mezz’ora dopo si lancia da una tromba delle scale roteando su se stesso mentre uccide una novantina di nemici.
Già.
I nemici.
Ovviamente senza nome e senza motivazione per uccidere.
E non venitemi a dire che lo fanno per difendere gli interessi del loro capo che ha pagato un senatore per blablablablabla…. Sappiam tutti benissimo che qualcuno ha costretto lo sceneggiatore (molto probabilmente un canguro pescato in qualche zoo) a mettere una motivazione farlocca a tutto quel bordello.
Fosse stato per lui il film sarebbe stato una cosa tipo: bang bang, muori, stronzo, bung bang bang, bem, mangia le verdurine, merda, fanculo, bim bum bam (con Marco Bellavia), sbadarabang, blem blem, sono una puttana e non so recitare, din din dum dum spatacrash!
E invece….. invece niente.
Shootem up è proprio così!
Shootem up è l’action più tamarro, casinaro e senza senso che io abbia visto in questi ultimi anni.
E sono consapevole di come tutto quel casino è più studiato a tavolino di una qualsiasi commediola da 4 soldi, e sono consapevole anche del fatto che spendere 6, 50 per vedere un film che esalterebbe forse un quindicenne non sono forse così ben spesi.
Eppure ci si diverte!
Certo se entri al cinema non sapendo cosa vai a vedere è logico che rimarrai impietrito sulla poltrona (ma non riuscirai mai ad essere come Clive!) ed è altrettanto logico che se non sai apprezzare gli action non devi nemmeno avvicinarti ad una locandina con Owen in primo piano che spara e la Bellucci dietro che non si sa alla fine che cazzo ci fa in tutto quel bordello.
Ed è quasi altrettanto logico che qui non si parla del buon vecchio action anni ’80.
Shootem up è il classico film casinaro patinatissimo anni 2000 e lo si nota ad ogni inquadratura: i dettagli sono tutti curatissimi, gli effetti sono tutti ben fatti (non ci sono giocattoloni plasticosi come nei film di Schwarzy e nemmeno terribili fotomontaggi come in Die Hard 2) e i dialoghi son studiati alla perfezione per creare sempre più casino di quel che si crede.
Eppur ci si diverte.
Tra doppi sensi da terza elementare (“Mi piace svuotare la canna”) e nemici grassi e unti che non muoiono mai e rispondono alla moglie al cellulare nei momenti più improbabili (Paul Giamatti da lezioni a tutti su come dev’essere un vero nemico sociopatico da action anni 80) ci si diverte e non poco.
Che poi al cinema si è ormai in 10 per sala (che tutti gli altri son al multisala con tutte le comodità di questo mondo) e quando ridi ti guardi intorno per vedere se hai disturbato il fantasma di fianco è un altro conto.
Che poi io sia un irriducibile tifoso di certe tamarrate…. Questo l’avrete capito.
REGIA:Michael Davis
GENERE: Action (ma va???)
ANNO: 2008
VOTO: 8,5
QUANTO PUOI GUARDARE UN FILM DEL GENERE ANCHE CON UN OCCHIO SOLO SENZA PERDERTI ASSOLUTAMENTE NULLA DELLA TRAMA (INESISTENTE): 10
CONSIGLIATO A CHI: agli amanti dell’action e basta se non volete venire a sputarmi in un occhio.

domenica 24 febbraio 2008

RAMBO- JOHN RAMBO

Abbassiamo i toni.
Passiamo da Bergman a Rambo.
Perdiamo un po' di credibilità.



“Il petroliere”?
Ma va l’han tolto dopo una settimana dai cinema di Alessandria.
“Non è un paese per vecchi”?
Ma per carità, ci sarà tempo! Chissà quanto lo tengono (come “Il petroliere”…)
“Sweeney Todd”?
Anche lui avrà tempo di essere visto!
Muccino?
Siete impazziti?
Il sabato sera si va a vedere lui.
Unico, inimitabile Rambo.
Il classico film che mentre sei in pizzeria pensi già a quante teste farà saltare, quanti elicotteri tirerà giù con il machete e quante foreste abbatterà con un coltello.
Rambo!
Non dico mica Van Damme, Seagal, Vin Diesel, Terminator, Predator.
Dico Rambo.
E Rambo già solo per il nome pretende rispetto.
Di quel rispetto che meritano quel genere di film.
Quelli che se vedi oggi “Rambo III” ti chiedi se lo sceneggiatore era un malato di mente o aveva degli evidenti problemi di alcolismo da risolvere abbattendo elicotteri nella sua testa.
Lasciate perdere il primo Rambo.
Serio, pochi morti, qualche riflessione azzeccata e un sacco di merda finitagli addosso per i due seguiti.
Prendete “Rambo II” e soprattutto “Rambo III”.
Quelli si che sono veri action anni ’80.
Psicologia dei personaggi inesistente, storia sempre uguale e un immortale montagna di nervi come protagonista.
Quelli si che sono i film con cui sono cresciuto: andavo in giardino, prendevo un ramo e dicevo “Sono Rambo, morite tutti!”
Prendete Rambo e trasferitelo nel 2008.
Uno Stallone ormai più simile a un frigorifero con la testa che a un umano, un ambientazione un po’ giunglosa, tanti nemici cattivissimi e crudeli e tutto quel che volete e ovviamente IL personaggio.
Lui.
Rambo.
Che ovviamente si è ritirato e non ne vuol più sapere niente.
Che ovviamente è sperso in un paese non suo.
Che ovviamente fa il barcaiolo e il battitore di ferro (mai visto un barcaiolo con dei muscoli così!) per esorcizzare i suoi demoni.
E che ovviamente alla prima volta che apre bocca manda allegramente a fanculo chi gli chiede di aiutarlo.
Ma Rambo nonostante i problemini di cui soffre nelle parti basse (dichiarazioni di Stallone) non può resistere al richiamo della guerra.
Perché lui è LA Guerra.
E nonostante gli si chieda solo di far da barcaiolo lui nella sua testa bidimensionale da videogioco del Super Nintendo sa già che farà la guerra, ovviamente da solo.
Contro chi?
Ma che importa, l’ importante è farla!
Missionari cristiani idioti come delle patate si avventurano nella profonda Birmania nonostante gli avvertimenti del mascellone e ovviamente vengono rapiti.
E qui Rambo, finora solo barcaiolo e assassino di tre personaggi inutili, ritorna davvero.
Parte con un gruppo di mercenari e quando un tizio dice che hanno solo 15 minuti per la missione già si cominciano a sentir delle voci che dicono: “Vedrai che Rambo non riesce a tornare in tempo e deve cavarsela da solo!”
Ma certo!
“John Rambo” non tradisce nessuna aspettativa.
Tu pensi una cosa e lui la fa, come nel migliore dei videogiochi.
Tu pensi che ritarderà per salvare la bella di turno che ovviamente lui la guarda male tutto il tempo ma comunque lei è bella e prende le parole di un decerebrato a forma di frigorifero come se fosse la bibbia mentre lui non sa nemmeno quel che dice e lui ritarda.
Tu pensi che si inventerà qualche trucchetto nella giungla per far saltare qualche testa e ovviamente lui mette una bomba che si rivela essere atomica dato che salta per aria mezza Birmania mentre lui corre e si rotola con la maglietta ormai sporca e distrutta ma sempre molto Rambosa.
Tu pensi che prima o poi prenderà il mitragliatore che fa budda budda (i mitragliatori di Rambo fan sempre budda budda!) e lui riesce ovviamente ad appropriarsi di una mega fabolous plus ultra mitragliatrice fissa che ha i colpi infiniti come nei videogiochi.
E il film si trasforma in una mitraglia.

Già, perché se finora Rambo ha giochicchiato con qualche pistola e una bomba atomica, dal momento in cui entra in scena la mitraglia non c’è più posto per nessuno.
20 minuti di un frigorifero che spara a chiunque, ovunque, sempre e comunque.
20 minuti in cui vedi la faccia di Stallone piegarsi più e più volte alla ricerca di una espressione che sia una mentre urla tutta la sua rabbia con grugniti e e cose simili.
E partono gambe, teste, braccia, budella.
Perché Rambo nel 2008 diventa uno action splatter.
Non siam più negli anni ’80 in cui il sangue anche nel peggio Predator si faceva sempre fatica a mostrarlo, siam nel 2008, e nel 2008 il sangue lo vedi ogni giorno alla tv.
Senti budda budda budda budda budda budda budda budda e vedi persone che volano via come fuscelli mentre ovviamente i buoni si salvan tutti e quando all’orizzonte vedi arrivare un esercito intero ti pieghi in due sulla poltroncina e preghi che finisca presto perché la tua pancia non può sopportare ancora a lungo questa ilarità convulsa.
E invece no.
L’ esercitò lo vedi spazzato via in un nanosecondo e a quel punto capisci che è ora che è arrivi l’ elicottero.
Ma l’ elicottero nella giungla non arriva.
C’è la barca.
Si abbatte un albero intero in una delle scene più spassose e fanculo anche alla barca che esplode come se fosse un petardo di capodanno.
E il coltello.
Stallone (anche alla regia) si ritaglia un ultima scena da Oscar in cui prima trafigge il nemico in cima alla collinetta con un inquadratura studiata per ore (beh Stallone l’ avrà studiata per ore, i due neuroni han lavorato a pieno ritmo!) e poi si ricorda che siam nel 2008: e via di sangue e budella e “buah, splash, sgnic, sgnac”
Sei ancora li che ti stai rotolando sulle poltroncine e vedi Rambo che ritorna a casa, ancora una volta.
Musichetta trionfale riadattata e il reduce ritorna nella sua magione dove ovviamente i cavalli si son nutriti di aria per anni.
Lo guardi di schiena mentre passano i titoli di coda, pensi alla regia di Stallone che fa di tutto per far vedere l’ impegno che ci ha messo (inquadrature coperte da ostacoli vari o scene epilettiche molto anni 2000), pensi alle scene in cui magicamente la luce del sole cambia da un secondo all’ altro, pensi agli attori (non è vero, c’è solo lui!), cerchi di pensare a qualcosa ma non ci riesci.
Guardi quell’ armadio a quattro ante con la testa e le tette più grandi di quelle della Bello e pensi che di gente così c’è n’è poca.
Di nonni così ce ne sono ancora meno.
Di Rambo c’è n’è solo uno.
Per fortuna.
Pensa quanti colpi di mitragliatore dovrebbero produrre altrimenti!

REGIA: Sylvester Stallone
ANNO:2008
GENERE: Action
VOTO: 6,5 (da quel che ci si aspettava ma se non fosse per il nome potrebbe benissimo essere uno di quegli action tedeschi che si fa fatica a sopportare fino in fondo!)
QUANTO LO ASPETTAVO: 10
CONSIGLIATO A CHI: solo ai fan di Rambo!Gli altri non possono capire, e forse neanche i fan!

martedì 5 febbraio 2008

ORIGINAL AND REMAKE_ ASSAULT ON PRECINT 13

Finalmente dopo una almeno una decina di rimandi dovuti a varie recensioni multiple e a film recentemente usciti nelle sale ecco il nuovo capitolo del mio percorso Carpenteriano, più precisamente il secondo.
Vi ricordo, tanto per far un po' di pubblicità che il primo capitolo è quello rappresentato da "Dark Star" e che questo "Distretto 13" segue una scia portata avanti da "Mezzogiorno di fuoco" e "Tre classici due miti: Howard Hawks e John Wayne".
Ma tutto questo intrico di recensioni lo potete trovare comunque su quel link in testa alla pagina intitolato "percorsi".
Buona lettura!

- ASSAULT ON PRECINT 13- DISTRETTO 13: LE BRIGATE DELLA MORTE (1976)
- ASSAULT ON PRECINT 13 (2005)



Una volta avrei voluto essere l’Howard Hawks degli anni settanta e ottanta

By John Carpenter

Non doveva essere così.
Io avevo scritto una recensione tutta per quel capolavoro che è l’ originale di Carpenter ma il remake non mi ha lasciato scelta.
Lo dico chiaramente: come cazzo faccio a scrivere una recensione di un film così inutile?
Inutile.
È l’ aggettivo giusto per una pellicola del genere.
Ma partiamo da Carpenter.
“Distretto 13: le brigate della morte” fa la sua comparsa nelle sale nel 1976 e si tratta di quello che viene indicato da molti (giustamente o meno tocca a voi giudicarlo) come il primo vero lungometraggio di John Carpenter.
È la prima pellicola in cui il regista lavora con Debra Hill (futura collaboratrice per molti film), la prima in cui ha a disposizione un budget decente (se 300000 dollari possono essere considerati un budget decente…), la prima in cui ci mostra una storia a la Carpenter e la prima in cui i personaggi sono decisamente Carpenteriani.
Distretto 13 è la prima opera che molti vorrebbero poter creare.
È un western.
Ma è un western ambientato in città.
È un horror.
Ma è un horror in cui non accade nulla di veramente orrorifico.
È anche una mezza tamarrata.
Ma è una mezza tamarrata in cui si ride amaramente.
Insomma è Carpenter al 100%.
In sostanza Distretto 13 nasce come remake di “Un dollaro d’ onore” di Howard Hawks e si trasforma in qualcosa di completamente diverso.
Ambientato in una città deserta a cui mancano solo le classiche balle di paglia sospinte dal vento (mai capito cosa sono!) per diventare un villaggio abitato da John Wayne, la pellicola racconta le avventure del tenente Ethan Bishop che, appena nominato tenente, viene mandato a sorvegliare una stazione di polizia in disarmo per l’ ultima notte in funzione.
Il suo dovrebbe essere un lavoro semplice semplice se non fosse per l’ arrivo inaspettato di un camion della polizia con a bordo un condannato a morte e altri due detenuti e quello di un uomo evidentemente sconvolto da qualcosa che nessuno riesce a comprendere.
Quel qualcosa è la follia.
Provocata dall’ uccisione davanti ai suoi occhi della figlioletta innocente da parte di una banda giovanile armata di tutto punto e dal suo conseguente omicidio a sangue freddo ai danni dell’ uccisore, la follia di quest’ uomo non è sola.
È accompagnata dalla rabbia dei compagni del giovane bandito ucciso che decidono di attaccare la stazione di polizia di fatto chiudendo in un assedio estenuante i nostri.
Ethan Bishop, messo alle strette, decide di liberare i due detenuti rimasti vivi (uno nel frattempo è stato ucciso dagli assedianti) ed è convinto a non arrendersi a nessun costo.
Ecco: fermiamoci.
Ora prendete questa trama e adattatela ad un poliziesco dei giorni nostri con le dovute variazioni per richiamare l’ originale ma non troppo.
Innanzitutto il tenente ha una storia tormentata alle spalle: in una missione per un suo errore i suoi due compagni sono stati uccisi dai banditi che stavano per catturare e lui ne è rimasto irrimediabilmente sconvolto tanto che ancora adesso è insicuro e prende delle pastiglie di chissà che cosa per andare avanti.
Per seconda cosa i prigionieri che arrivano alla stazione di polizia nella notte sono dei coglioni che devono far ridere lo spettatore imberbe e devono fargli anche esclamare: “Guarda quello nero è Ja Rule! Yo Yo!” ad eccezione del condannato a morte che ovviamente è serissimo e ha la voce profondissima (vi sconvolgerò più tardi con il nome dell’ attore che lo interpreta!).
Infine, proprio per non farsi mancare nulla, la segretaria della stazione di polizia che nell’ originale era una donna abbastanza normale, è un puttanone con una minigonna lunga tre dita a cui piace stare con i ragazzacci e mentre parla con il condannato a morte accarezza la canna di una pistola in una delle metafore meglio riuscite del cinema del nuovo millennio… per favore!
Ma ritorniamo al maestro.
Carpenter parte da Hawks, passa per Romero e prosegue.
È Romeriano e zombiesco l’ assalto alla stazione di polizia dei banditi, è Romeriana la loro non identità (provate a ricordarvi un viso degli assedianti e vi renderete conto che è quasi impossibile. Per quanto diversi sono tutti uguali!), è Romeriana la loro immortalità (esplicativo in questo senso il primo colpo del padre della bambina al bandito in pieno stomaco che non sembra fargli nessun effetto) ed è fin troppo Romeriana la colonna sonora che Carpenter crea per l’ occasione.
Ma a Carpenter non basta.
Lui prosegue.
Mescola la rivolta sessantottina di Romero ad una violenza tipica da cinema anni ’70, una violenza così esplicita e brutale che difficilmente Hollywood (e non) proverà a riportare sugli schermi finito quel decennio.
Una violenza che disturba.
Persino me.
Cresciuto a pane, Stallone, Schwarzenegger e omicidi consumati nei tg ogni tre per due non credevo che qualcosa al cinema potesse ancora disturbarmi.
E invece Carpenter ci riesce: fa uccidere una bambina con una pistola lunga 30 centimetri a sangue freddo.
Come se nulla fosse.
Stop!
Secondo voi cosa rimane di tutto ciò nel remake del nuovo millennio?
Ma è ovvio!
Nulla.
Il film perde la carica eversiva dell’ originale e si trasforma in un banalissimo poliziesco dove gli assediati devono difendersi dagli assedianti nei modi più disparati senza fermarsi un attimo a pensare.
Ma il peggio deve ancora venire.
“Assault on precint 13” non si limita a distruggere le intenzioni del film originale fracassando personaggi (ad eccezione del condannato a morte sono tutti invariabilmente ridicoli!), dialoghi (per carità! Spero che Carpenter non li abbia mai sentiti perché a differenza dell’ eccessivo realismo della sua pellicola qui sembra di sentir parlare delle marionette) e messaggi socio- politici.
No.
“Assault on precint 13” diventa una specie di thriller fatto male!
Si scopre ad un certo punto (neanche tanto in là nella pellicola) che gli assedianti sono poliziotti corrotti che collaboravano con il condannato a morte (un gangster della città) che ora vogliono la sua morte a tutti i costi perché non parli.
E poi la perla finale: c’ è un traditore all’ interno della staione che verrà svelato solo nell’ insipido finale!
Direi che si può proseguire con Carpenter: certe cose non vanno neppure commentate.
Il carpentiere riprende Hawks e il western e lo mescola a Romero in un mare di citazioni più o meno riconoscibili.
Il montaggio è firmato da John T. Chance, pseudonimo di Carpenter utilizzato perché così si chiamava lo sceriffo interpretato da John Wayne in “Un dollaro d’ onore”.
La scena del fucile lanciato da Ethan a Napoleone è identica a una scena dello stesso film e ancora sul finale i poliziotti all’ esterno della caserma riconoscono l’ assedio grazie a delle gocce di sangue che cadono dall’ alto sulla loro macchina (scena che segnai come memorabile in “Un dollaro d’ onore”).
Ma Carpenter non si ferma mai.
A Romero e Hawks il regista aggiunge se stesso: personaggi come Napoleone Wilson con frasi come “Io sono nato fuori tempo!” e il perfezionismo di alcune riprese (da citare almeno quella sul fanale dell’ automobile in corsa!) diventeranno un marchio di fabbrica per tutta l’ opera di questo fantastico artigiano del cinema.
Insomma Carpenter si diverte e ci fa divertire con un sorriso amaro sulle labbra.
Non mi va neanche di dirvi che ovviamente “Assault on precint 13” non mantiene nessuna di queste citazioni perché credo abbiate capito di fronte a che prodotto vi trovate davanti.
Il remake di “Distretto 13: le brigate della morte” è l’ ennesima pellicola costruita ad uso e consumo di un pubblico giovane in cerca di un filmetto con cui passare due ore tra sparatorie e qualche colpo di scena annunciato ovvero l’ esatto contrario del film di Carpenter che necessita di una vera conoscenza delle basi culturali del regista per essere realmente compreso.
Molto probabilmente se riguarderò Distretto 13 tra qualche tempo, quando la mia cultura cinematografica sarà ancora più vasta, riuscirò a scorgere nuovi significati e nuove citazioni del maestro mentre già penso a cosa succederebbe ad una mia seconda visione del remake.
Già mi vedo bello addormentato sul divano.

Piccola curiosità sul remake: Il film di Carpenter nasce come remake di “Un dollaro d’ onore” il quale a sua volta nasceva come remake di “Mezzogiorno di fuoco” (di cui comunque è già stato fatto un remake per la tv via cavo in America nel 2000). “El Dorado” e “Rio Lobo” dello stesso Hawks altro non erano che remake di “Un dollaro d’ onore”.
Ora, mi chiedo io, c’ era davvero bisogno del remake (il film del 2005) di un remake (“Distretto 13”) di un remake (“Un dollaro d’ onore”) di un capolavoro (“Mezzogiorno di fuoco”).
Rispondetevi da soli.

ASSAULT ON PRECINT 13- DISTRETTO 13: LE BRIGATE DELLA MORTE (1976)
REGIA: John Carpenter
ANNO: 1976
GENERE: Carpenter!
VOTO: 10- (a parte il 10 che ho dato a Dark Star perchè si tratta di qualcosa di completamente differente c'è almeno ancora un Carpenter migliore di questo!)
QUANTO è SIMILE LA SCENA IN CUI I NOSTRI FANNO ESPLODERE LA NITROGLICERINA A QUELLA DI UN DOLLARO D’ ONORE DOVE JOHN WAYNE E SOCI FAN SALTARE LA DINAMITE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Ama il Carpenter più polemico con la società ma anche quello fracassone.

ASSAULT ON PRECINT 13
ANNO: 2005
REGIA: Jean Francois Richet
GENERE: Thriller, action
VOTO:4
QUANTO è L’ UNICO CHE SI SALVA MORPHEUS (EHM LAURENCE FISHBURNE) NEI PANNI DEL CONDANNATO A MORTE: 8
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere come si distrugge pezzo per pezzo un capolavoro.

domenica 9 dicembre 2007

HITMAN

Se volete un film e una recensione seria leggete e guardate "Platoon" subito sotto questa recensione.



Ogni tanto un buon film cazzone ci vuole.
Ma questo non è un buon film cazzone.
Non è un buon film.
Ho dei dubbi sul fatto che sia un film.
Hitman è una ciofeca di dimensioni spaziali.
È un’ accozzaglia di banalità incredibili messe insieme da una storia a dir poco esile con una regia decisamente scadente.
A partire dalle banalità sui nomi: l’ Organizzazione, il Grand Hotel, l’ agente Smith e chi più ne ha più ne metta (scommetto che se giravano in Italia c’ era anche il signor Rossi!)
Passando per la banalità di una storia che non esito a definire quasi ridicola: c’ è questo agente chiamato Numero 47 (ovviamente non si sa perché!) che fa il killer per conto dell’ Organizzazione (attenzione attenzione!) e ad un tratto decidono di tradirlo (per quale motivo? Boh!) e cercano di incastrarlo in tutti i modi. Lui prende la solita ragazza sfruttata e triste dell’ occasione e passa dall’ odio ad una sorta di amore non dichiarato per lei finchè riesce a sconfiggere tutti i cattivi e la fa felice.
Certo.
Io sono lo stesso che è andato a vedere “Die Hard vivere o morire” e gli ha dato un voto intorno al 7.
Ma non possono pretendere che io mandi giù questa cosa senza dire nulla.
Io non ce la faccio!
Se l’ ultimo “Die Hard” aveva il pregio di non prendersi troppo sul serio qui tutto è calato in un contesto che si vorrebbe realistico ma che sfiora più volte il ridicolo.
Numero 47 uccide il presidente russo e la polizia Usa ovviamente va a dettare legge a casa dei Russi che ovviamente hanno una squadra di agenti incompetenti o, peggio, traditori.
Capisco che la storia possa anche piacere ad un Americano un po’ rintontito ma qualcuno dovrebbe spiegargli che non va proprio così: gli Usa non vanno a comandare in giro per il mondo e soprattutto nessuno si permetterebbe mai di andare nell’ ex Urss a insultare gente a destra e a manca perché “lasciateci entrare noi siamo della Cia!”
Come se non bastasse a una storia senza alcun mordente quando non irritante si aggiunge una delle regia più piatte che io abbia visto in un action di questi tempi: ad eccezione di due scene leggermente più riuscite (un combattimento di spade e una sparatoria gigantesca con protagonista l’ uomo del bunker di “Lost”) il regista Xavier Gens (alla sua seconda esperienza dopo “Frontier(s)”) si diletta ad inquadrare particolari sinceramente inutili come il cubetto di ghiaccio che scende nello scotch (qualcuno gli spieghi che inquadrare un particolare al rallentatore non significa essere dei bravi registi!) o a realizzare velocissimi flash che ovviamente sono incomprensibili (almeno per chi non ha giocato al videogioco). C’ è poi da notare una velocissima e quasi epilettica scena di lotta in cui ho rischiato davvero di dar di matto per capirci qualcosa.
Se ancora non vi basta aggiungete al tutto dialoghi al limite dell’ imbarazzante (“Non partire, stai con me!”, risposta: “No devo andare! Ti ritroverò io!”) e attori quasi inutilizzati: Timothy Olyphant non sa bene neanche perché è li (e capisco ora l’ abbandono di Vin Diesel a fine 2006), Dougray Scott cerca di dare del suo meglio nel ruolo del poliziotto-sagoma di cartone e Olga Kurylenko mostra abbastanza le tette e le gambe per far arrapare un po’ i quindicenni.
Ecco appunto i quindicenni.
Potrei consigliarlo solo a loro questo film.
Ma non ne sono così convinto.
Fate una cosa per sicurezza: non andate a vederlo.
Non ve ne pentirete.
PS: perdonate la scrittura un po’ così ma non meritava più impegno questo Hitman.
REGIA: Xavier Gens
ANNO: 2007
GENERE: Azione
VOTO: 4
QUANTO SONO RIDICOLE CERTE SCENE COME QUELLA IN CUI LUI SI RITROVA IN UNA STANZA DOVE 2 RAGAZZI STANNO GIOCANDO AD HITMAN SULLA PLAYSTATION 2: 10
CONSIGLIATO A CHI: Sinceramente? A nessuno. Forse quelli che hanno giocato il videogioco però lo potrebbero apprezzare di più! Ma non ne sono sicuro.

mercoledì 21 novembre 2007

TRE CLASSICI UN MITO PT II_ IL PADRINO LA TRILOGIA

BY LEO

- THE GODFATHER- IL PADRINO
- THE GODFATHER PART II- IL PADRINO PARTE II
- THE GODFATHER PART III- IL PADRINO PARTE III





Non spiegherò la trama del film, non darò indicazioni sui personaggi o chicche sulle produzioni, pettegolezzi sugli attori, fiches tecniche. Mi sento in dovere di accostare questi tre film con la riverenza dovuta, con i mezzi più adatti: la mitologia e il dramma. Ogni scienza si adatta all’oggetto che studia e forgia i propri strumenti d’indagine. Purtroppo, questa volta i miei non contemplano i discorsi tecnici sulla qualità speciale della pellicola o della tecnica.
Teatro tragico, teatro greco.
Ed ecco, come spettatori assisi sulle scalinate in pietra, con il nostro bel cuscino che ci ammorbidisce le asperità naturali e ci “umanizza” il contato con la pietra fredda, ecco che laggiù, proprio accanto al boccascena, le “maschere” nebbiose vengono avvistate.
Entrano, silenziose. Entrano e ci parlano. Ma non con movimenti di labbra che non possiamo vedere. Non con movimenti codificati dal genere drammatico.
Non ci parlano affatto: siamo noi a sentirle. Ad avvertirle. Dentro, come martelli a volte, o più spesso come soffici fazzoletti di seta sulla pelle. Qualche volta con la violenza del tuono, con il bruciare del fuoco, con il calore del legno che scricchiola e geme prima di rompersi nel camino. Personaggi non reali, personaggi su un palcoscenico.
Ma oggigiorno, in un mare di pubblicità e appunti veloci, dimentichiamo spesso questo: “maschera” in etrusco significava “persona”.
E come già intuì ferocemente Pirandello, non siamo forse tutti “maschere”, in un gioco eterno –un ballo di gala – di significanti e significati, intrappolati nella nostra condizione umana, dalla quale nessuna scommessa pascaliana ci può salvare?
E quale storia meglio di una saga familiare che attraversa il 900 può decidere il giudizio su questo secolo che ci siamo lasciati alle spalle?
Quale storia meglio de “Il Padrino” può essere accostata al viaggio dantesco della “Commedia”?
Una differenza è bene trarla subito dal sentiero, per evitare impacci: il viaggio viene compiuto al contrario, in un rovesciamento significativo di intenti.
Non c’è salvezza, né salvazione. S
i passa dal Paradiso idealizzato degli esordi (sicuri poi che lo fosse?), attraverso il purgatorio della flebile, iniziale, caduta alla disillusione infernale, totale, persino al disfacimento dell’ideale di pentimento.
Un errore lo si paga per sempre. Ma chi non sbaglia?
Sempre in quella Sicilia greca in cui vivono ancora i miti e le tragedie del teatro greco, in cui ancora lo spruzzo delle onde ricorda la schiuma che generò Afrodite. E che così vuole essere ricordata a forza viva dai registi italoamericani, a rischio della misera caduta in una serie di clichés pseudo-folkloristici inevitabili (e in quanti ci sono cascati).
“Il potere logora chi non ce l’ha”: è il sicario nel “Padrino pt.III”, a sigillare con queste parole la morte del politico italiano corrotto, Lucchetti.
La sicurezza non sta nei patti, né nelle parole.
Un mondo in cui fidarsi porta alla disillusione, un mondo in cui la faida longobarda non appare più come risposta necessaria: ciò che conta è la violenza totale, la mancanza di rispetto definitiva. Il tutti contro tutti, unica legge valida, unico limite concesso.
Senza decalogo da rispettare, la malavita comincia a erodere affamata sé stessa, a mangiarsi, serpente arrotolato su sé stesso, che trae giovamento dal proprio mangiarsi. Cane mangia cane.
Ma la catena si tira e lentamente si sfilaccia. Fino alla procrastinata rottura.
E allora guardiamo fino alla nausea il volto di Marlon Brando nel primo episodio, stampiamoci a memoria la faccia di lui – Don Vito Andolini, futuro don Corleone– interpretato da Robert De Niro, semisconosciuto, granitico e giovanissimo, mentre si appresta ad uccidere il prepotente don calabrese di Little Italy, don Fanucci, interpretato da un perfetto quanto elegante Gastone Moschin, vestito di bianco, di tutto punto. Ancora alle prese con un codice etico, seppure falsato perché per forza basato sulla criminalità.
Ma guardiamo poi l’arrivo della competizione della droga, l’affermarsi della prostituzione, e il passaggio di consegna a Michael – uno strepitoso Al Pacino – che decide di portare avanti tutto e contro tutti: cominciando a crearsi un vuoto intorno, un silenzio che neanche l’amore dei suoi familiari può riempire. La morte del fratello Fredo, ritenuto inadatto ai ruoli di potere, e voluta dallo stesso Michael, l’abbandono della moglie, la morte della figlia (Sofia Coppola, nel terzo episodio), e continue lotte interne fratricide: sangue, intorno, sangue, su tutto e su tutti, sangue, ovunque.
E un mare di bugie, alla seconda moglie, e alla figlia. Un mare di bugie che inchioda anche lui. Pentito.
Sì, ma senza assoluzione, senza possibilità di riscatto.
Come diceva Nicole Kidman in “Eyes Wide Shut” di Kubrick, la realtà di un sogno, o di una notte, corrisponde alla verità di una vita: così, la realtà di una vita di sangue attira lenta la vendetta di sangue nel finale. Cane attira cane. E Iddio non concederà a Michael il riposo repentino.
No.
Dovrà assistere con i suoi occhi a tutta la sconfitta. Come un personaggio biblico, Dio gli concederà tutta la vita per osservare il dramma dei semi infausti e sterili che ha seminato. Seppure malato, morirà come il padre, anziano, in Sicilia. Di morte naturale, a fianco a tanti cadaveri uccisi e trucidati per “politica” familiare. Dopo aver assistito alla propria caduta.
Passaggio di consegne all’irruente nipote Andy Garcia/Vincent : saprà reggere l’evoluzione del confronto con i potentati economici, le pressioni politiche, le violenze dei concorrenti? La risposta spira al “No”, memori della fine del padre di lui, colpito a tradimento dopo una decisione irruenta, nel primo episodio.
Rivediamo assieme la mimica di Brando nel primo film: con quale coraggio giudicheremo un altro film dello stesso genere dopo aver assistito a questa enorme figura di patriarca familiare, seppure impegnato nella malavita organizzata, impegnato a metà tra tutela della “famiglia” e rispetto delle regole basilari : no commercio di droga, no prostituzione...
Schiacciato dalla concorrenza, affida nel secondo episodio l’impero al figlio Michael, spavaldo ma freddo calcolatore, vuoto e vendicativo, solo contro sé stesso, ombra dell’uomo che era (“Non sarò come mio padre”, diceva solerte nel primo episodio), e alla fine ombra di un’ombra (“A che serve l’assoluzione se non mi pento?” dice nel terzo episodio, come un bambino che invochi piangente la madre a medicargli la ferita).
Scavarsi un posto nella nuova vita americana degli anni 60/70, mentre il ricordo va immediato ai vecchi tempi “eroici” della Little Italy newyorchese dei primi del secolo, quando Don Vito giovane/De Niro (strepitoso) si gioca le sue carte con abilità, tranquillità e savoir faire. Dopo i problemi giudiziari, la volontà di rinascere, nel commercio pulito: e ritornammo a riveder le stelle? Nessuna stella. Nessuna speranza.
Ego te absolvo, un vescovo ingiunge il perdono ad un vecchio e diabetico Michael, in lacrime, durante la confessione.
Ego te absolvo, ma è troppo tardi.
L’ennesima bugia all’ex moglie, l’ennesima copertura delle attività illecite, l’ennesima bugia del medesimo tiro alla figlia, che soffre di un vivace complesso paterno nei confronti del padre, idolatrato e amato nella figura dell’irrequieto cugino Vincent.
Il finale: l’inferno temuto ma così attirato.
La disfatta della famiglia, il rifiuto deciso dal fato nei confronti di qualunque rinascita, sulle note della “Cavalleria Rusticana”. E così come accadeva invariabilmente nelle novelle di Verga, ogni cambiamento del proprio status sociale, di ciò che si è, viene punito.
“Ora tu sei il mio orrore”, dice l’ex moglie a Michael nell’ultimo episodio.
E la mente corre a quell’ ”orrore” di cui finì preda anche il colonnello Kurtz in “Apocalypse Now”. L’orrore è stato per Michael l’incontro con il sé nascosto, occultato.
Maschera eterna, tra bugie e verità nascoste ai “cari”, per proteggerli.
Scisso per il bene della famiglia.Freddo per il bene della moglie. Silenzioso per il bene della figlia. Morto dentro, per il suo stesso bene.
Seppellito vivo.
Eppure, a ben pensarci, così siamo soliti fare anche noi: “maschere” immerse in mille differenti contesti, ad ognuno una risposta diversa, a tutti una piccola innocua bugia. Per tutti un “Io” diverso, secondo le occasioni. Alzi la mano che non ha mai detto una piccola bugia a fin di “bene”, o almeno per ciò che reputava essere il “bene” in quel momento.
Malinconici come un triste tramonto, i familiari dei Corleone scivolano sul destino come in dramma di Shakespeare, come in quel rimando all’uccisione di Seneca nella “parte seconda”: il secondo, uomo morto libero in un mare di tiranni, il primo, il tragico, l’uomo che più di ogni altro seppe rendere adatti gli stessi temi eterni e divini della tragedia greca in termini adatti ai contemporanei. Così ha fatto (o tentato di fare) Coppola.
La successione del re, il rapporto padre-figlio, il passaggio di consegne e il progressivo venir meno dall’età mitologica dell’oro, tanto sognata e spesso inseguita invano: un giorno questi temi verranno studiati guardando questi tre film.




REGIA: FRANCIS FORD COPPOLA
GENERE: Dramma, Azione
CONSIGLIATO A CHI: c’è ancora qualcuno che si è perso questi film?!? Nulla è perduto; non è mai tardi per il buon Francis.

IL PADRINO
ANNO: 1972
VOTO: 10+ (Brando eterno. Scolpito nel fuoco della memoria. Cast spettacolare. Capolavoro del genio artistico. Si sprecano analisi psicanalitiche, sociologiche, sociali, storiche...)

IL PADRINO PARTE II
ANNO: 1974
VOTO: 8 (Un vivace De Niro supera Pacino, che nella sua calcolata freddezza rimane eccelso e un po’ ghiacciato. Spettacolare confronto tra ieri e oggi, scontro e differenze generazionali)

IL PADRINO PARTE III
ANNO: 1990
VOTO: 7- (il più fiacco ma anche il più sottovalutato; sfugge al mero esercizio di stile, ma si arena in lunghezze eccessive. Però un Pacino sfavillante finalmente solo senza l’ingombrante figura di Brando o De Niro: dà il meglio e salva il film, che altrimenti scivolerebbe di un punto verso la sufficienza. Il voto va tutto a lui. Da notare i fili intrecciati dell’ultima scena a Palermo, all’Opera: i nodi - intricatissimi - della vicenda vengono tutti al pettine)

CONSIGLIATO A CHI: c’è ancora qualcuno che si è perso questi film?!? Nulla è perduto; non è mai tardi per il buon Francis.
QUANTO IL DOPPIAGGIO ITALIANO E’ MIGLIORE RISPETTO ALL’ORIGINALE (MA AVETE SENTITO CHE STUPIDAGGINI DICONO IN UN SIMIL-ITALIANO STANTIO?!?!?): 10+

sabato 3 novembre 2007

DIE HARD- LA QUADRILOGIA

-DIE HARD_ TRAPPOLA DI CRISTALLO
-DIE HARDER_ DIE HARD 2- 58 MINUTI PER MORIRE
-DIE HARD- WITH A VENGEANCE_ DIE HARD- DURI A MORIRE
-LIVE FREE OR DIE HARD_ DIE HARD- VIVERE O MORIRE

BY DEN







Due premesse.
Innanzitutto voglio scusarmi con tutti quelli che vorrebbero una recensione per ogni film ma ho preferito analizzare l’ intera quadrilogia insieme per metter in risalto alcune analogie e differenze tra i diversi capitoli di quella che può essere considerata una delle saghe action più divertenti di sempre.
Seconda premessa: ho avuto una discussione abbastanza animata (poi conclusa con un accordo che mi porterà a vedere qualcosa di terribile uscito nelle sale in contemporanea con Die Hard- Vivere o morire.. vi dico solo che è un film ecceziunale) con un mio amico il giorno in cui si è deciso di vedere questo film perché secondo lui non era il caso di buttare 6, 50 euro nel cesso per una cosa del genere.
La sua teoria si basava essenzialmente sul suo odio per Bruce Willis che secondo lui non ha mai girato un film decente essendo un macho ormai rincoglionito e sul fatto che gli action sono film trash mascherati da action (appunto!).
Ora voglio che siano chiare due cose: la prima riguarda Bruce Willis e il suo machismo.
È innegabile che Willis dal primo Die Hard abbia fatto di tutto per farsi identificare con quel personaggio muscoloso che non si prende troppo sul serio di nome John Mc Lane: molte sue pellicole successive riprendono il personaggio cambiandogli qualcosina (l’ esempio peggiore è Korben Dallas ne “Il quinto elemento” ) ma sinceramente non me la sento di criticarlo per questo. Credo, a differenza di molti, che sia stata una sua scelta dettata semplicemente dal suo amore per quel tipo di personaggio e non dalla sua incapacità di recitare (quando c’ è stato bisogno di recitare l’ ha fatto egregiamente come ne “Il sesto senso”).
La seconda è che per me l’ action non è trash mascherato!
L’ action è action.
È un genere!
C’ è l’ horror, la fantascienza, il fantasy, il noir, il pulp, il dramma, il comico, il demenziale, il trash e c’ è l’action.
Volete un film con una trama complicata, personaggi profondi e dialoghi verosimili?
Bene! Non andate a vedere un action! Nessuno vi obbliga ad andare per poi tornare a casa a scrivere una recensione negativa (tanto facile da scrivere dice un certo Ego) accusando il film di essere un filmaccio senza nessuna ragione d’ esistere!
Certo, ci sono film d’ azione belli e meno belli (“Street Fighter” non è bello!) ma non sono tutti orribili a priori come qualche grande critico si ostina a pensare (e scrivere!).
Fine delle premesse.
Veniamo a quella che da poco si è trasformata in una quadrilogia.
Che cos’ è “Die Hard” ?
Un film d’ azione come ho abbondantemente spiegato ma, si sa, di action ce ne sono migliaia (negli anni ’80 ancora di più!) allora perché mai Die Hard è così famoso?
La risposta sta tutta in lui: Bruce Willis nei panni di John Mc Lane.
Sta in quel suo fare strafottente, in quell’ ironia grezza che lo contraddistingue (cosa assai rara per un film d’ azione nell’ ‘89, anno di uscita della prima pellicola), in quel casino che combina ogni volta che si muove, nella sua incapacità di combattere i nemici con qualcosa che si possa definire una tecnica (nei film degli anni ’80 ognuno aveva la propria! Stallone si basava sui pugni, Schwarzy sulla forza bruta, Van Damme sui calci, Seagal sui suoi forzuti capelli…), nella sua mitica canottiera bianca sporca di sangue e detriti di ogni genere alla fine di ogni film!
Die Hard nasce in un periodo in cui questi eroi muscolosi si prendono troppo sul serio e riesce con il primo film a distruggere ogni stereotipo ottantiano: non c’ è bisogno di essere chissà quanto muscolosi o preparati per essere un invincibile eroe, non c’ è bisogno di prendersi troppo sul serio e soprattutto non c’ è bisogno di distruggere mezza città per sconfiggere il nemico (basta un grattacielo ancora in costruzione!).
Oltre al mitico John Mc Lane e alla sua canottiera bianca (abbandonata solo nell’ ultimo episodio per evidenti motivi di età) però, Die Hard vive sulle somiglianze tra i vari capitoli (certo è una saga!): tutti e quattro i film mettono in scena un attacco terroristico che mira ad un consistente bottino (addirittura il capo dei nemici del terzo è fratello di quello del primo!), in tutte e quattro le pellicole la polizia locale (o l’ Fbi) è considerata inutile e piena di idioti incapaci e in tre lungometraggi su quattro (l’ eccezione è costituita dal secondo episodio) prevale l’ ironia su tutto!
Ovviamente una saga che si protrae nel tempo da più di vent’ anni non può che cambiare ed adattarsi ai tempi e quindi si assiste, oltre all’ imbolsimento (anche se ora pare più muscoloso di 20 anni fa!) e alla perdita dei capelli di Willis ( finalmente oggi è pelato e non con quell’ orribile stempiatura!), all’ abbandono del luogo unico come scena dell’ azione (che aveva fatto la fortuna del primo e che era stato abbandonato dal terzo episodio), all’ addio ad una sorta di realismo presente nel primo (no non sostengo che il suo tuffo dal tetto legato con un tubo d’ idrante sia realistico ma non si esagera “troppo” nei minuti precedenti! In questo il quarto episodio sembra rifarsi più a quei film d' azione degli anni '80 da cui Die Hard aveva cercato di allontanarsi nel primo capitolo) per far spazio all’ esagerazione più totale (la scena di "Vivere o morire" in cui Willis cammina su un ala di un aereo da guerra in movimento è molto più che esemplificativa a riguardo!) e alla ricerca di un azione sempre più immediata (nei primi due c’ è una mezz’ ora di introduzione in cui ci si prepara allo svolgimento vero e proprio, nel terzo dopo 20 secondi di pellicola esplode un palazzo!).
Ciò che poi cambia nettamente e che influisce pesantemente sul risultato finale è la regia: attenta e precisa in ogni dettaglio quella di Mc Tiernan (mago dei film d’ azione) capace di dare movimento e tensione nel primo splendido episodio e molto più solare nel terzo divertente capitolo.
Pessima quella di Renny Harlin che, oltre ad uno script serioso e non adeguato a Mc Lane, fa di tutto per rovinare la frittata con una regia tipicamente Stalloniana che mal si adatta in questo caso; tra gli altri “capolavori” del regista va ricordato il precedente “Nightmare IV” e i successivi Cliffhanger (unico degno di nota), Driven (oddio) e “L’ esorcista: la genesi” (peggio che peggio!).
Infine quella di Len Wiseman che nel 2007 si reinventa un Mc Lane formato “sveglia analogica in un mondo digitale”: grigia, cupa, sfrenata, urbana eccessiva, ipermovimentata sono tutti aggettivi che ben si adattano a una camera che riesce a farci sembrare il tenente un po’ più giovane di quel che in realtà è (certe scene si basano davvero solo sul movimento velocissimo della macchina e non sull’ effettivo movimento degli attori!).
Non mi diverto a raccontare trame come molti di voi avranno capito e di certo non lo farò questa volta perché se c’ è una cosa che non interessa a nessuno in un film d’ azione è la trama: si c’ è un nemico, si c’ è una moglie /figlia in pericolo, si c’ è un attacco terroristico comandato da un pazzo capace di sacrificare centinaia di vite umane per i soldi e si, c’ è un eroe in grado di spuntarla in qualsiasi occasione!
Cosa dire invece dei singoli film?
Personalmente ritengo che il primo (per le novità che ha apportato al genere che ho descritto prima) e il terzo (per la coppia Bruce Willis- Samuel L. Jackson e per la sua voglia di prendersi in giro) siano i migliori episodi seguiti da questo ultimo quarto episodio (ironico, ipercinetico e autoreferenziale al massimo!) e dal pessimo “58 minuti per morire” che perde tutta la sua ironia a favore di uno script più adatto a Stallone che a Willis e a una violenza che sinceramente non centra nulla con il personaggio (ad un certo punto Mc Lane infilza addirittura un oggetto nell’ occhio di un nemico con conseguente spruzzo esagerato di sangue!)
Due curiosità su questo ultimo capitolo infine: nella pellicola ha una piccola parte (neanche troppo piccola però!) il nostro (non che sia un orgoglio!) Edoardo Costa che, per chissà quale motivo (non è in grado evidentemente!), recita le due battute che ha da recitare in italiano e si vede tantissimo dal labbiale! Ora se la tirerà per secoli per questa presenza con Willis quindi cominciate a tremare!
Oltre a Edoardo Costa ha una piccola parte anche Kevin Smith (regista, fumettista e chi più ne ha più ne metta!) che recita nel simpatico ruolo di un nerd fissato coi computer!
Sinceramente però più di tante mie parole credo che valgano quelle di Mc Lane, eccone alcune!
Potete votare la migliore, se volete, con un commento o ricordarmene altre che aggiungerò alla lista!
-“Yppy Ya Ye pezzo di merda!” (ognuno lo scrive in modo diverso!)
-“Yppy ya ye figlio di puttana!”
- Nel condotto d’ aria dopo essere fuggito ad una sparatoria imitando la nocetta della moglie: “Vieni in California! Vedrai che bello! Ci divertiremo da matti!”
- Mc Lane lanciando un cadavere dalla sommità di un grattacielo sull’ auto di un poliziotto durante la ronda di ispezione per attirare la sua attenzione: “Benvenuto alla festicciola!”
- Mc Lane riferendosi ancora alla vettura della polizia che gironzola sotto il grattacielo senza sospettare nulla: “Ma chi è che guida? Stevie Wonder?”
-Mc Lane lascia un messaggio scritto ai terroristi: “ADESSO HO UN FUCILE MITRAGLIATORE! HO HO HO”
- Mc Lane mentre lancia una dose di c4 in grado di far saltare per aria mezzo grattacielo: “Con i miei saluti pezzo di merda!”
- Mc Lane mentre lotta con un nemico: “Dovevi sentire tuo fratello come gracchiava quando gli ho rotto l’ osso del collo!”
- Un poliziotto di grado superiore rivolgendosi a Mc Lane: “Lei è l’ uomo sbagliato, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato!” Mc Lane: “La storia della mia vita!”
-Mc Lane risponde all’ ennesima cazzata del capitano della polizia aeroportuale: “Capitano mi tolga una curiosità: cos'è che fa scattare prima il metal-detector? Il piombo che ha in culo o la merda che ha nel cervello?”
- Mc Lane mentre da fuoco alla benzina che farà esplodere l’ aereo dei terroristi: “Buon decollo figlio di puttana!”
- Mc Lane e Zeus (Samuel L. Jackson) riguardo la strada da imboccare prima per raggiungere in tempo la bomba: Zeus: “Ho fatto il tassista, per la stazione a quest’ ora la più veloce è la seconda strada!” Mc Lane: “No andiamo per il parco” Zeus: “Park Avenue a quest’ ora? Ci vorrà una giornata!” Mc Lane : “Non ho detto Park Avenue, ho detto per il parco!”
- Uno dei tanti dialoghi deliranti di Mc Lane e Zeus: “John & Zeus: Allora... 7x7=49 Zeus: Zitto che in matematica ero forte John: ALLORA 7x7=49 Zeus: Insisti McLane ha detto 7 gatte e 7 donne. 7x49 faaa... 343! John: Me lo dici o me lo domandi? Zeus: Te lo dico 343!!! 343*7 fa 2401 risulta anche a te? John: Eh siii risulta anche a me. Zeus: Allora fai 5552401...... No no no no aspetta aspetta c'è il trucco. John: MA QUALE TRUCCO MANCANO 10 SECONDI Zeus: Ricordi l'inzio ho visto un uomo e sette donne. Li ha visti non andavano da nessuna parte!!!!!! John: E che facevano?? Zeus: E stavano, stavanooo.... ma che cazzo ne so che facevano? John: Quindi è uno solo allora??? Zeus: Lo stronzone solo lui John: Allora la risposta è 1!!!! Una vera cazzata daccene uno più difficile!!!
- Mc Lane lanciandosi sul tetto di una metropolitana in corsa: “Ma perché mi vengono certe idee?”
- Mc Lane parlando con Samuel L. Jackson: “Se fallisci tu ci penso io, se fallisco io ci pensi tu!” Jackson: “E se falliamo tutti e due?” Mc Lane: “Sono cazzi amari!”
- Zeus: "Come si fa un cattolico il segno della croce ?". McLane: "Nord - Sud - Ovest - Est"
- "Avevo due piccioni dal tubare festante... sono fuggiti cioe' nonostante... perche' l'han fatto ti chiedereai... io non so dirtelo e tu... lo sai? Trote e maiali sono triviali.... di lor nessuna stima... ratti e sorci han piu' fortuna dei porci però io l'avro' prima...". "Bravo, fa rima" "... perchè il numero era occupato, chi stavate chiamando?". "La neuro, ti ricoverano!"
- "Hey mentecatto... Si', dico a te, mentecatto... Solo una cosa voglio sapere... ce l'hai un'aspirina? E' da questa mattina che ho un mal di testa feroce!"
- Mc Lane dopo aver ascoltato la proposta di riscatto del terrorista: “Ti faccio io una proposta: appena ti prendo ti schiaccio quella testa di cazzo!”
- Un nemico ormai convinto di aver preso Mc Lane: “Oggi non fai che agitarti!” Mc Lane: “Io uso solo pile Duracell!”
- Mc Lane dopo aver visto una macchina schiantarsi contro un palo alle sue spalle a una velocità folle: “Che botta!” e il compagno “Che culo!”
- Mc Lane: “Devo scappare, non ho tempo da perdere figurati per morire!”
- Mc Lane specchiandosi: “Sei bello da far schifo!”
- “Hai abbattuto un elicottero con una macchina!” Mc Lane: “Ero senza pallottole!”
- “Uccido quell’ uomo e libero mia figlia oppure libero mia figlia e lo uccido oppure uccido tutti!”

TRAPPOLA DI CRISTALLO
REGIA: John Mc Tiernan
ANNO: 1988
VOTO: 8

58 MINUTI PER MORIRE
REGIA: Renny Harlin
ANNO: 1990
VOTO: 5, 5

DURI A MORIRE
REGIA: John Mc Tiernan
ANNO: 1995
VOTO: 7,5

VIVERE O MORIRE
REGIA: Len Wiseman
ANNO: 2007
VOTO: 7 (mezzo punto è per il ritorno, me lo concedete?)

GENERE: Azione
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedersi dei bei film d’ azione che non si prendono troppo sul serio e che hanno creato una delle icone action più famose di tutti i tempi
QUANTO è JOHN MC LANE BRUCE WILLIS: 10

venerdì 27 luglio 2007

MR & MRS SMITH


Lo ammetto: certe volte (molte a dir la verità) guardo delle cose davvero improponibili consapevole del loro alto livello spazzaturifero.
Ma c’ è un limite a tutto.
Se mi svacco sul mio divanone e metto nel lettore un film che ha incassato solo in America mezzo miliardo di dollari con protagonisti due tra gli attori più pagati al mondo (per chi non lo sapesse Angelina Jolie e Brad Pitt), qualcosa di decente mi aspetto! O no?
Si, me lo aspetto.
No, non arriva niente di decente.
Un trionfo di esplosioni, peripezie, salti, corde, gadget tecnologici, battute squallide, personaggi sottili come il mio foglio di carta in cui sono in rilievo le labbrone di Angelina e il fisicaccio di “faccia quadrata” Brad.
Sembra di assistere alla versione mal fatta dell’ ultimo 007 (e guardate che non è assolutamente un capolavoro), con una trama a dir poco risibile.
Mr e Mrs Smith sono due agenti segreti sposati ma nessuno dei due sa che il partner è in realtà un suo collega. Il problema (e qui arriva la fantasia…) è che i due lavorano per agenzie diverse e un giorno vengono incaricati di uccidersi a vicenda.
Se nella prima parte si gioca sulle bugie dei protagonisti, sui loro sguardi e i loro presunti segreti (addirittura in qualche scena può scapparci una risata grazie anche a quella sagoma di Vince Vaughn) nella seconda parte sembra di vedere un filmaccio d’ azione anni 80 con un budget stratosferico.
Certo: Angelina è ben vestita e ben formata, Brad è l’ uomo che molti vorrebbero, la regia è cristallina, capace di rendere tutta l’ azione con il minimo sforzo.
Ma a me cosa me ne frega?
Non mi importa della relazione nata durante il set tra i due.
Non mi importa delle loro mille adozioni (anche se è cosa buona e giusta).
Non mi importa delle tette di Angelina (se proprio dovete guardare delle tette uscite di casa e smettete di guardare certi filmacci che vi si baca il cervello).
Non mi importa della scena hot tra i due (mah!).
Io credevo di aver messo un film nel lettore e invece mi ritrovo con una sfilata di moda (guardatevi “Il diavolo veste Prada” per tanto così!) molto movimentata.
E, per carità, non venitemi a raccontare del messaggio sottile che il film ci vuole trasmettere: l’ amore va oltre il lavoro, le bugie ed ogni avversità (giuro che questa non me la sono inventata ma l’ ho letta da qualche parte su internet!).
È possibile che uno non possa mai, e dico mai mai mai, fidarsi di un buon cast o di un buon regista?
È possibile che i film come questo incassino lire (euro pardon!) di Dio quando persino “Atto di Forza” con Schwarzenegger era meglio?
È possibile che qualcuno pensi questo sia un buon film d’ azione quando ne esistono centinaia di infinitamente superiori?
Ma soprattutto è possibile che io durante 15 giorni di vacanza sia riuscito a vedere più film brutti di quanti un uomo sano di mente riesca a vederne durante un anno intero?
REGIA: Doug Liman
ANNO: 2005
GENERE: Azione
VOTO: 4,5
QUANTO SONO GLAMOUR BRAD E ANGELINA: 10
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedersi una belle sfilata di moda- action, ama il fumo ma odia l’ arrosto.