
Questo voto è falsato.
Molto probabilmente tra due o tre giorni quando la visione sarà un po’ più fredda aggiungerò quel voto che manca alla perfezione (o forse no).
Ma per ora stiamo qui.
Questo voto è falsato dalle mie altissime aspettative.
Così come quelle per “Darkstar” erano decisamente basse e mi hanno portato ad un voto forse eccessivo (ne riparlerò alla fine dell’ analisi Carpenteriana) quelle per Platoon erano decisamente alte.
Insomma si parla di un film additato come uno tra i migliori nel suo genere (primissimi posti) e tra i primi 100 posti in assoluto in un classificone fatto da chissà chi.
Come potevo avere basse aspettative?
Ve lo dico subito, tanto per scongiurare spiacevoli equivoci a chi magari leggerà solo le prime righe di questo post: il film mi è piaciuto. E parecchio.
Eppure oso non indicarlo come perfetto.
Come tutti voi saprete “Platoon” è un film sulla guerra in Vietnam (domanda d’ obbligo: ma quanti ne han fatti?), girato per la prima volta da un reduce della guerra stessa: un certo Oliver Stone.
Non starò qui a spiegarvi per filo e per segno la trama della pellicola perché qui oltre a wikipedia ci saranno milioni di fonti che possono fare al caso vostro (escludendo i libri perché altrimenti non tengo più il conto!) ma cercherò semplicemente di occuparmi dei motivi per cui, secondo me, il film ha avuto questo enorme successo.
Meritato.
Innanzitutto, tanto per iniziare con una banalità, “Platoon” non è un film sulla guerra.
È LA guerra.
Gli intricati e sporchi paesaggi, i rumori di una foresta mai immobile, i vestiti strappati, la fatica sul volto degli attori provati, oltre che dal regime di quasi terrore di Oliver Stone, da un campo militare durato quindici giorni in preparazione del vero e proprio girato.
Perché Oliver Stone, come mi piace sempre dire, è il Troppo fatto persona.
Se pensate poi che aveva in mente di girare questo film dal 1976 e ha dovuto attendere 10 anni perché il suo sogno si realizzasse, capirete anche voi che il troppo diventa davvero qualcosa di indefinibile.
La tensione che aleggia sul set durante le riprese a causa dei metodi brutali (voluti) di Stone e il fatto che buona parte degli attori si presentano sul set sempre un po’ fumati o fatti non contribuisce a rendere Luzon (l’ isola delle Filippine scelta come luogo per le riprese) un luogo tranquillo.
Sembra davvero tutto esagerato ma Oliver Stone riesce là dove tantissimi registi di film di guerra falliscono: lui ci da realmente l’ idea di che cosa può essere una guerra.
Non è il classico amico americano che ti aiuta sotto il fuoco nemico e neppure il solito salvataggio in extremis del buono di turno.
La guerra è sangue, pallottole, insulti, urla e follia.
Follia.
Follia in ogni angolo.
Nella testa dei soldati, nella popolazione locale, nei comportamenti dei comandanti, nell’ idea stessa di guerra c’ è follia.
In “Platoon” non esistono buoni o cattivi perché in guerra sono tutti folli.
E se non lo sono, come Chris, sono destinati a diventarlo.
Implacabilmente.
Perché senza una sana dose di pazzia in guerra non si sopravvive e lo sa bene il sergente immortale Barnes che non si ferma davanti a niente e nessuno.
Vecchi, bambini, donne e soldati con cui ha parlato la notte precedente.
Per lui sono tutti nemici.
Perché la guerra è follia e in questo caso (come in molti altri) questa follia non basta sfogarla sul nemico dichiarato.
Nemici, amici, compagni, superiori.
Non esiste nulla di tutto ciò nella guerra di Stone.
Chris Taylor interpretato da Charlie Sheen e alter ego del regista stesso, all’ arrivo in Vietnam crede ancora nei valori classici della società Americana, si lamenta della morte di Elias e dell’ ingiustizia di una guerra simile che pian piano lo accoglierà fra le sue braccia fino a farlo diventare come tutti gli altri folli.
“Che si fotta la giustizia americana!” urla Chris infuriato mentre nel finale uscirà allo scoperto nel pieno della battaglia sparando all’ impazzata e urlando “è bellissimooooo!”
Anche lui è diventato folle.
“Perché fumate quella roba? Per uscire dalla realtà? IO sono la realtà!”
Il sergente Barnes è la personificazione della guerra stessa, nella sua cicatrice, nei suoi occhi rossi mentre tenta di uccidere persino Chris, Stone ritrova la crudeltà e la pazzia di un Paese che combatte se stesso (Elias).
Ma allora se sono talmente esaltato da questa pellicola che non capisco nemmeno più io che cosa sto dicendo, perché mai 9 e non 10?
Per due semplici motivi: uno riguarda la prima parte del film che sembra non ingranare bene la marcia fino a 20-30 minuti dall’ inizio (ma vedo che la maggior parte delle critiche va verso la seconda parte… devo essere pazzo o non capirci davvero nulla!) e l’ altra riguarda la scelta di Charlie Sheen come protagonista.
Sarà che io l’ ho sempre visto come il protagonista di “Hot Shots”, sarà che con quella faccia da bonaccione io proprio non me lo vedo a lottare per la vita (anche se l’ intento di Stone era forse proprio quello di mettere una persona che non centrasse nulla con tutti gli altri) ma a me è davvero parso come l’ unica scelta non azzeccata di tutto il film.
E se considerate che si parla del protagonista e non dell’ ultima comparsa in ordine alfabetico capirete che non sto blaterando per una sciocchezzuola.
Tolti questi due minuscoli particolari (perché anche la scelta del protagonista è minuscola se poi è la guerra ad avere la parte principale), “Platoon” è, per ora, il film meglio riuscito che io abbia visto di Oliver Stone.
Il regista fa un gran lavoro con la camera e riesce a trasportare lo spettatore anche nel più stretto dei cunicoli sotterranei mentre all’ aperto da il meglio di se tra inquadrature che roteano nel vero senso della parola attorno ai protagonisti e scene epocali quali l’ espressione di Elias che muta attraverso un solo sguardo o quella dello scoppio della bomba vicino a Chris che rende il mondo tutto in bianco e nero fino al momento in cui il soldato riprende conoscenza (a tal proposito la scena mi ha un po’ ricordato quella rossa di “Alexander” quando il re macedone viene ferito).
E poi c’ è la scena della caduta di Elias riportata poi in uno scatto sulla copertina del dvd.
Non sto neanche a commentarla perché una scena del genere va vista con i propri occhi, va vissuta.
La caduta in ginocchio con le mani in cielo di Elias come caduta di un Paese che chiede perdono.
MEMORABILE.
Per il resto Stone per una volta non abusa della pazienza dello spettatore medio con una durata eccessiva (siamo sulle2 ore scarse) e non si perde in sproloqui e lunaggini inutili e lentizzanti portando sul vassoio un buonissimo arrosto senza fumo.
Decisamente meritati oscar al film, regia, montaggio e suono.
Curiosità: Cameo di Oliver Stone nella battaglia finale. Viene fatto saltare per aria!
Per filippo: non è Oliver Stone il regista di cui mi occuperò perchè più di un film al mese di questo regista non riesco a mandarlo giu. In un certo senso ho bisogno di tempo per digerire un suo film(one).
REGIA: Oliver Stone
ANNO: 1986
GENERE: Guerra
VOTO: 9
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere uno dei migliori film sulla guerra del Vietnam con una bellissima colonna sonora (tra le altre cose il tema principale “Adagio For Strings” di Samuel Barber è davvero molto bello)
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