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lunedì 31 marzo 2008

DOBERMANN



Il livello estetico del film è quello di un videogame, e nell'ostentazione della violenza risulta infantile, regressivo, irresponsabile, diretto a un pubblico tra i 15 e i 25 anni, di supposti vidioti di ambo i sessi, ubriachi di pubblicità, discoteche, pornofumetti violenti.

BY MORANDINI 2008
"È molto più etico mostrare queste cose che non mostrarle, è liberatorio" ecco la tesi di questi autori, psichicamente disturbati, che hanno invaso il cinema come brutte metastasi. Kounen ha fatto un suo calcolo: "Tarantino è trash, violento eccetera, ebbene io lo sarò più di lui. I miei cattivi saranno più cattivi, i miei cervelli schizzati saranno più schifosi, il mio mondo puzzerà più del suo. E poi io ti mostro anche un bimbo nella culla torturato e questa è un'esclusiva, nemmeno Quentin era arrivato a tanto". Dobermann è un rapinatore. Si accompagna alla Bellucci muta, a un paio di teppisti e a un travestito, tutti squisitamente (ripetiamo) tarantiniani. Vengono tallonati dal poliziotto (Karyo), che è peggiore di loro (è lui che tortura il bambino, per far parlare i genitori). Dopo tutto il trash possibile il gruppetto la fa franca e si allontana festosamente in macchina. La Bellucci: carina, ma forse si capisce perché deve emigrare per lavorare. Ecco un altro titolo che entra nel club dei "nessuna stella", come Bambola, Crash, Dal tramonto all'alba & compagnia

BY FARINOTTI 2007

Ma perché io devo leggere certe idiozie prima di vedere un film?
Perché poi devo leggerle sapendo che un sacco di gente dando un occhio a queste quattro righe molto probabilmente non prenderà neanche in considerazione la pellicola considerandola pari a una cacca?
Come si può vedere un film come “Dobermann” dopo aver letto recensioni del genere?
Non si può.
Ricordo benissimo come conobbi questo film: una sera al liceo accesi la tv sul tardi e mi trovai davanti a un pazzo che rideva che nel bel mezzo di una partita di tennis (di cui lui era un giocatore) tirava fuori una pistola lunga mezzo metro e sparava alla pallina perché credeva di essere stato fottuto.
Un ricordo particolare, senza dubbio.
Il mattino dopo ricordo anche che io e un compagno ci trovammo a discutere di questa pellicola che nessuno vide tranne noi: “Dobermann” divenne quasi un mito.
E i miti si sa, vivono nella memoria.
Fino a pochi giorni fa quando, incuriosito dal ricordo, decisi di recuperarlo.
Farinotti la definisce in sostanza una pellicola Tarantiniana da quattro soldi.
Vediamo cosa posso dirvi io.
“Dobermann” è molto Tarantiniano certo (non ci vuole Farinotti per capirlo) ma è anche un film molto Europeo.
Jan Kounen (regista fino ad allora di spot tv e qualche cortometraggio) dirige una di quelle pellicole che potrebbero essere chiamate benissimo: film- bordello.
In cui succede di tutto ma in realtà non accade nulla.
“Dobermann” mette in scena una banda di criminali uno più eccessivo dell’ altro (uno grande e grosso ama i cani e gioca a tennis con il gilet di pelle, uno è un pazzo furioso che spara per ogni cosa, uno si masturba ovunque, uno si traveste, uno è un prete fuso di testa e e via dicendo) comandati dal figaccione Dobermann (con relativa compagna sordomuta) contro una squadra di poliziotti comandati da un mezzo nazista pazzo sniffatore.
Ecco, ho detto tutto.
La pellicola ve la lascio immaginare: una serie di scorrettezza di ogni tipo (la “tortura” ai danni del bambino dettata dal Farinotti non è altro che un bambino che gioca con una bomba a mano che NON esplode) tra teste che saltano, esplosioni gigantesche, pistoloni spararazzi e chi più ne ha più ne metta nel nome dell’ eccesso più totale.
A tutto questo si aggiunga quell’ Europa di cui parlavo.
Perché Kounen, pur tarantinando qua e la, ci mette quel gusto per l’ inseguimento in macchina o per la scena violenta puramente europeo: pochi fronzoli, poche sottigliezze.
Se una testa deve esplodere facciamola esplodere dentro un casco in mezzo ad una strada, se una macchina deve andare a tutta velocità in mezzo al traffico facciamo sentire questo benedetto cambio impazzito, se dobbiamo prendere una ragazza sordomuta scegliamo la Bellucci.

E nei panni del figaccione? È ovvio: Vincent Cassel.

Jan Kounen scrive un soggetto all’ ordine dell’ eccesso e degli anni ’90: personaggi disadattati, pazzi, estremi in ogni senso che però devono essere simpatici al pubblico.
E così via alle strambaggini del prete che dice un passo della bibbia mentre fa esplodere un uomo (questo è eccessivamente tarantiniano!), a quelle del pazzo la cui moglie telefona ogni volta nel mezzo delle rapine e all’ estremo rigore (ovvio) del capo della banda Dobermann che risulta sempre bello, pettinato, occhialato e sbaciucchiato.
Il regista (sempre Kounen) dirige con un occhio a Tarantino e l’ altro pure anche se, come detto, l’ Europeizzazione è forte e alcune scene (come quella psichedelica sul finale) fanno pensare a qualcosina di più che ad un emulatore mal riuscito.
Nel 1998 Guy Ritchie con il suo “Lock e Stock- Pazzi scatenati” riuscirà a rendere meglio il verbo di Tarantino nella vecchia Europa ma è logico che lo stesso Ritchie passi anche da Kounen per certe visioni che poi diverrano suo marchio di fabbrica (mi riferisco ai primi piani velocissimi che entrambi utilizzano).
“Dobermann” dal mito che era cade nella mediocrità a dirla tutta: nella sua voglia di far godere lo spettatore Tarantiniano esagera.
Non nella violenza (sopportabilissima) o nel richiamo ai pornofumetti violenti che Morandini cita (ma cosa sono???) ma semplicemente nel suo voler far apparire così eccessiva una società che così eccessiva non è.
Non si tratta più del mafioso Travolta che ci fa sorridere mentre sta seduto sul cesso o di Samuel L. Jackson che recita un passo della Bibbia prima di uccidere: qui si tratta di veri e propri pagliacci in una società pagliaccesca.
Ho perso un altro mito.
REGIA Jan Kounen
ANNO: 1998
GENERE: Pulp, Tarantino
VOTO: 6 (perché comunque alcune cosette come lo scontro finale, la scena psichedelica e qualche battutina funzionano egregiamente per il genere)
QUANTO SEMBRA IN GRADO DI RECITARE LA BELLUCCI ZITTA: 7
CONSIGLIATO A CHI: agli amanti del pulp e di questo genere di pellicole esagerate
NON CONSIGLIATO: a Pino Farinotti.

sabato 11 agosto 2007

SNATCH- LO STRAPPO

Guy Ritchie se ne frega.
L’ anno scorso in un albergo all’ estero mangiai per quasi 2 settimane intere al buffet del ristorante interno e notai una cosa assai curiosa: se il lunedì c’ era pasta in bianco, il martedì c’ era pasta al sugo, il mercoledì pasta al sugo con le zucchine, il giovedì pasta al sugo con zucchine e melanzane, e così via.
Notate qualcosa di strano?
Forse che la pasta che mangiavo non era altro che la pasta del giorno precedente riscaldata con un ingrediente in più?
Bene.
Ora immaginate che Pulp Fiction sia già un piatto di pasta riscaldata (a me personalmente piace molto se fatta saltare in padella!) con molti ingredienti tutti diversi e tutti speciali in modo che non vi rendiate conto della somiglianza con la pasta del giorno precedente.
Ora prendete “Lock e Stock” e immaginate di scaldare la pasta riscaldata una seconda volta: non il massimo della genuinità ma si, si può ancora fare.
Infine vi capita “Snatch” tra le mani: è 2 giorni che mangiate la stessa cosa, non ne avete le palle piene?
Eppure c’ è qualcosa.
C’ è qualcosa nella storia assurda imbastita da Guy Ritchie piena come al solito di personaggi incredibili con nomi come Franky 4 dita (Benicio Del Toro) o Tony pallottola al dente che ti fa venire voglia di assaggiarla ancora una volta.
C’ è qualcosa in quella storia strafottente dove uno zingaro di nome Mickey (Brad Pitt) viene convinto a lottare per 2 combattimenti clandestini, mentre intorno succedono cose incredibili come cani che inghiottono giocattoli squittenti, diamanti rubati nei modi più insperati, boss che uccidono i propri scagnozzi e li danno da mangiare ai porci che ti fa venir ancora l’ acquolina in bocca.
C’ è qualcosa nel montaggio frenetico e ubriaco di Guy Ritchie pieno di inquadrature roteanti, stop and go (anche se molto probabilmente non si chiamano così), rallentamenti e flash che inevitabilmente ti attira ancora verso quel piatto.
C’ è qualcosa nel vedere Brad Pitt impersonare uno zingaro dislessico e sporco lottare su un ring a mani nude con la faccia incrostata di sangue che ti fa venir voglia di dire: “Ancora!”
C’ è qualcosa in quei monologhi irreali (quello iniziale sulla religione) e in quei dialoghi deliranti (“Tony guarda nel cane!” “Che vuol dire guarda nel cane?” “Vuol dire che devi aprirmelo!)” che ti attira come una calamita attira la limatura di ferro.
C’ è qualcosa in tutta quell’ insensata violenza di fondo simbolo di una società ormai allo sbaraglio (a un uomo viene chiusa la testa nel finestrino e viene costretto a confessare un nome mentre l’ automobile procede a velocità sostenuta) che ti dice che non puoi smettere.
C’ è qualcosa in quella maledetta testaccia di Guy Ritchie che riesce a farti credere di mangiare una pasta appena scolata, mentre lui ti mette nel piatto sempre la solita minestra riscaldata e se ne frega altamente, o, forse, più semplicemente, finge di essere un buzzurro, un malato di cinema alla Tarantino, un pazzo con troppe cose per la testa.
Mentre è attento a ogni minimo particolare, a ogni minima inflessione verbale e inquadratura, Guy Ritchie ci spia mentre gustiamo la sua specialità: pasta riscaldata.
Guy Ritchie finge di fregarsene.
REGIA: Guy Ritchie
ANNO: 2000
GENERE: Pulp
VOTO: 7
QUANTO SEMBRA FUSO BRAD PITT NEI PANNI DI UNO ZINGARO STRACCIONE E DISLESSICO: 9
CONSIGLIATO A CHI: ama Quentin e “Lock e Stock”, come me non riesce a mettere un brutto voto ad un film come questo nonostante non abbia nulla di originale rispetto a “Lock e Stock”.

sabato 30 giugno 2007

LOCK, STOCK AND TWO SMOKING BARRELS- Lock e Stock pazzi scatenati


Iniziamo dalla fine per questa prima volta:
"Ma che è Pulp Fiction questa?"
Ecco il film è condensato tutto in questa breve frase detta da uno dei protagonisti (Tom) sul finale del film alla vista di un considerevole numero di cadaveri sparsi per il suo appartemento (e relativo sangue in ogni angolo).
Ma veniamo alla recensione vera e propria. Innanzitutto il regista: Guy Ritchie. Si è il marito di Madonna se siete li a pensare "Dove l' ho già sentito?". Già vi vedo che pensate a quanto è paraculato, a quanto essere il marito di Madonna aiuti e non poco, a quanto faccia schifo quella ciofeca di film (dovrebbero vietare di utilizzare la parola "film" per certe cose) che è "Travolti dal destino" con Madonna come protagonista. Già, perchè in Italia c' è la concreta possibilità che quest' ultima "cosa" sia trasmessa molto più spesso di quello che può essere considerato un mezzo capolavoro del genere pulp quale è questo "Lock & Stock", con conseguenze disastrose sulla fama del povero Guy Ritchie.
Ma di cosa parla questa pellicola? Brevemente si può dire che quattro ragazzi decidono di unire i loro risparmi per sfidare a poker un poco di buono (baro peraltro) quale è Harry, ovviamente perderanno tutte le centomila "sterle" investite e si troveranno con un debito di 500000 sterline nei confronti di Harry da restituire entro una settimana. Da qui avrà inizio per i protagonisti la ricerca del modo in cui procurarsi l' ingente somma, modo che verrà infine trovato (dopo alcune proposte assurde come creare una società che venda protesi per finocchi) nella rapina ad un gruppo di rapinatori in possesso di un ingente quantitativo di erba.
Il film, proprio come Pulp Fiction, è costituito da una serie di trame intrecciate (quella dei protagonisti sopra descritta, quella dei rapinatori, quella di Harry, quella degli scagnozzi di Harry) che andranno a scontrarsi tutte nel finale esplosivo.
Il regista è bravo a muovere un cast di 30 personaggi circa, tutti ugualmente importanti, anche se a volte la pellicola risente di certi momenti di stanca dovuti senza dubbio alla difficoltà di intrecciare per bene così tante storie. Senza dubbio uno dei meriti di Ritchie è quello di avere utilizzato certe riprese particolari nei momenti giusti quali la soggettiva strettissima nel momento della perdita a poker, certi rallentamenti ben riusciti e alcuni veri e propri stop della pellicola.
Gli attori sono tutti azzeccati nelle loro parti e incredibilmente sono tutti ben tratteggiati, particolarmente buone sono le prove di Statham (si quello di The Transporter, per chi non lo sapesse attore feticcio di Ritchie), Moran e persino del buon Sting, nei panni di suo padre.
Il film ovviamente non è pregno di significati (trovatemi un pulp che lo sia!) ma è senza dubbio un eccellente opera di intrattenimento, capace di rimanere impressa per certi personaggi irreali alla Tarantino, e certe battute che lo hanno fatto diventare un cult del genere. Tanto per dirvi cosa vi aspetta ci sarà un racconto sulla vendicatività di Harry capace di uccidere un uomo a forza di colpi con un "cazzo di gomma nero" e uno sull' altro boss malavitoso del film, tale Rory (un piccolo nero dai capelli arruffati con una voce stridula, tutto un programma..) capace di dar fuoco ad un altro sputandogli addosso prima dell' alcool per averlo infastidito mentre guardava la partita alla tv. E come dimenticare il dialogo surreale nel pub e i vari riferimenti ad altri film compresi quelli a Scarface e a pulp fiction? Il finale, poi, è tutto da gustare, non vi voglio rovinare la sorpresa.
Insomma " é Pulp Fiction questa?" si è no rispondo io. Certamente si rifa al capolavoro del genere per quanto riguarda personaggi, trama, battute e bontà della colonna sonora (davvero da avere!) ma la pellicola si discosta nel suo essere dichiaratamente inglese (insomma un protagonista dai capelli rossi con la tipica faccia da inglese e la guida a destra aiutano!) e per la produzione più scarna eppur più curata: sembra un paradosso ma è così!
ANNO: 1999
REGIA: Guy Ritchie
GENERE: pulp
VOTO: 8
QUANTO è PULP FICTION: 9
CONSIGLIATO A CHI ama Quentin, le sua storie surreali e i suoi spargimenti di sangue.