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giovedì 23 ottobre 2008

WALL -E

Recensioni-Libere sta per allargarsi...o meglio sono io che sto per allargarmi (si, anche fisicamente!)
Ma tutto a suo tempo, per ora gustatevi una nuova recensione doppia!
In ordine la mia e quella di Leo.
Senza altre stupide presentazioni.
A voi.


Ad aspettare un film per sei mesi ci si fa solo del male.
È una regola che qualsiasi umano dotato di cervello funzionante dovrebbe conoscere.
È come sapere che bere 2 litri di vino a stomaco vuoto ti fa rallegrare per mezz’ora e vomitare per altre cinque e ogni sabato ingurgitarne 3 litri.
Non è esattamente quel che si dice genialità (anche se per quella mezz’ora ci si fa sempre un pensierino…)
Eppure.
Eppure Wall-E io lo aspettavo da 6 mesi.
Me la ricordo la prima locandina che vidi con quegli occhioni di quel robottino quadrato che ti diceva solo: ti prego guardami, sarò il tuo prossimo cartoon preferito!
Cartoon.
Che se dici cartoon la prima cosa che ti viene in mente sono gli Animaniacs che si agitano su quella torre di non so cosa della Warner Bros: che mai nessuno ha capito perché quei tre poveri pazzi topi, gatti, puzzole…cosa sono? Debbano essere rinchiusi in quella torre quando quella sputacchiera ambulante di Daffy Duck se ne va in giro liberamente ormai da 70 anni.
Non bastano i cinesi (che almeno a casa loro le sputacchiere le hanno davvero?)
Wall E è un cartoon?
C’è qualche pazzo su questo pianeta che sarebbe capace di andar in giro a dire che “L’altro giorno ho visto quel nuovo cartoon col robottino dagli occhi dolci, Wall-E!”?
Lo conoscete?
Usatelo come piattello nella vostra prossima battuta di caccia (dalla regia mi dicono che a caccia non si usano i piattelli altrimenti i cani da caccia dovrebbero volare e i cacciatori tornati a casa presenterebbero un buon piattello spezzato alla moglie da cucinare con le patate al forno…forse sarebbe la volta buona che gli va qualcosa di traverso e la smettono di uccidere piattelli!)
Io l’altra sera al cinema non ho visto un cartoon.
Non ho visto Willy il coyote che si schiacciava con il decimillesimo masso nella valle desertica (finiranno sti massi prima o poi no?), non ho visto Bugs Bunny che mangia le carote (o era forse Clive Owen in Shootem’up?), non ho visto dell’assurda gente gialla con tre peli in testa e neppure qualche strano tipo con la faccia scubettosa e i capelli sparati in aria di qualche colore improbabile tipo viola-nero-rosso-giallo.
E per la cronaca: non ho visto neppure un ape che imita il Laureato o un Panda ciccione che fa Kung Fu.
Io l’altra sera al cinema non ho visto un film di fantascienza.
Non c’era quello stacco ormai quasi impercettibile (ma che comunque permane) tra materia esistente (gli umani) e materia fantastico-computerizzata.
Io l’altra sera al cinema non c’ero.
Ero perso in un mondo apocalittico pieno di grattacieli di rifiuti compressi insieme a un robottino curioso e tanto solo la cui unica occupazione era appunto quella di comprimere rifiuti e recuperare qualche bell’oggetto da mettere da parte per la sua collezione privata.
20093320 disegnatori, 023498 mesi di lavorazione, 77468372 schizzi, 3147832 milioni di dollari incassati, Wall-E è nato da un idea che il produttore ha avuto nel lontano 1957 quando appena nato vide una colomba che gli cagò in testa che secondo lui era molto simile a un occhio che poi blablablabla (ogni tanto mi chiedo se le pensano a casa certe storie…), potrei sommergervi di inutili notiziole da “non ho uno straccio di idea e vi metto due numeri e qualche aneddoto per arrivare ai 500 caratteri”.
Non mi interessa.
Io dico solo: emozioni.
Tristezza, gioia, malinconia, solitudine e felicità.
Di quelle pure.
Di quelle che credi di aver perso con la fine dell’infanzia e che ritrovi ammirando Wall-E che ti muove dentro con i suoi occhioni.
Non leggete più nulla, non guardate più nulla (casomai vi capiti Vincenzo Mollica che in tv vi racconta il finale provate a sputargli in un occhio), non pensate più a nulla.
Prendete la mano di chi amate e sedetevi in sala.
Ed andate a far compagnia a Wall-E.
Si sente tanto solo.


PER REGIA, GENERE E ANNO VEDERE PIù IN BASSO!
VOTO:10- (e con una seconda visione abbasso di netto il voto di ratatouille a 7,5)

WALL-E. DIO L'UOMO E IL ROBOT
di Leo
“Ho fatto un sogno che non era proprio un sogno […]
Quel possente e popoloso mondo era una massa informe,
senza stagioni, erbe, alberi, uomini, e senza vita,
un mucchio di morte – un caos di dura creta.
I fiumi, i laghi e l’oceano. Tutto era immobile
E nulla si muoveva dentro le silenziose profondità;
le navi senza marinai marcivano sul mare
e gli alberi cadevano a pezzi: una volta caduti
si addormentavano nell’abisso senza flutti;
erano morte le onde e le maree:
la luna, loro padrona, si era spenta presto,
coi venti, inariditi nell’aria stagnante
e le nubi dissolte: le tenebre non avevano
bisogno di nubi: erano loro, ormai, l’Universo”.

[Lord Byron, composta a Diodati nel luglio 1816; “Darkness” – “Tenebre”; testo italiano da “Poeti romantici inglesi”, a cura di Franco Buffoni, Milano, Bompiani, 1990, vol. II; pp. 553-557]

Le distopie* teleologiche ambientate alla fine del mondo sono comuni e diffuse in tutte le culture, e rispondono fondamentalmente alle domande “Che cosa ne sarà di noi alla fine dei tempi?”, “Che cosa ne sarà alla fine dei tempi del nostro pianeta?”, quest’ultima solo più recentemente virata in chiave ecologista in un più ‘verde’ “Che cosa accadrà al pianeta Terra con il nostro irresponsabile comportamento?”. Ora, a prescindere dalle questioni astronomiche, dal futuro ciclo vitale del Sole, che tra miliardi di anni tenderà ad implodere in una nana rossa e, prima di sparire come gigante produttore di calore, renderà la Terra inabitabile a causa dell’intollerabile caldura e della maggiore vicinanza ad esso, il tema della fine affascina da sempre gli animi umani, in particolare per quanto riguarda il lato strettamente culturale e religioso.
*= [situazione storica di una società umana fittizia in cui le premesse di benessere collettivo sono totalmente rovesciate]
Le apocalissi cristiano-ebraiche canoniche ed apocrife, nella loro etimologia greca di “rivelazione”, ci dicono già che il sapere della fine si combina con la conoscenza rivelata degli avvenimenti che la determineranno, imponendo così un punto di vista totalmente imperniato sul senso finale, sulla fine.
Che cosa ne sarà di noi, e con quale scopo allora?
La domanda è da riporre con insistenza perché la cosa più interessante è che, spesso, nelle più celebri produzioni cinematografiche – odierna riproposizione efficace di stilemi narrativi legati un tempo alla trasmissione orale, o a mezzo testo, di situazioni umane archetipiche – il senso della fine, alla fine del tempo, abdica alla condizione umana per invadere il campo dell’artefatto umano, dell’automa, del robot, dell’essere fantastico-immaginifico, raramente l’uomo.
Se un tempo i latori delle trombe della rivelazione erano angeli, ora i messaggeri delle ultime cose si radicano negli automi.
In “Blade Runner” [1982/1992+2007; Ridley Scott; USA – basato sul romanzo di Philip K. Dick Do Androids Dream of Electric Sheep? del 1968], non c’è più alcun Dio ad agire come garante della verità che il soggetto può raggiungere. Il ‘cogito ergo sum’ cartesiano affonda in un soggettivismo che non richiederebbe nulla sopra di sé; nel sistema di Descartes era però necessaria la presenza di Dio in qualità di garante ‘super partes’ del razionale. Da qui la razionale prova ontologica dell’esistenza di Dio: a) Dio è l’essere sommamente perfetto; b) la perfezione comporta l’esistenza; c) dunque Dio esiste. Rick Deckart (Harrison Ford), lo si consideri l’automa programmato per dare la caccia agli altri androidi, lo si consideri un agente umano, è comunque immobile sulla soglia della decisione del Sé, umano o no. Anche se, in fondo, qual è alla fine la differenza tra i due termini del problema, tra l’organico e il sintetico, se è possibile amare ed avere ricordi, avere coscienza di sé, del proprio atto che è nel tempo, una faccenda tra il presente e la decisione che comporta il fare una determinata operazione? Se Deckart può amare Rachael (Sean Young), e avere memoria di sé che in quanto amante ed amato, che differenza fa l’essere o non essere ‘umano’?
Dice Roy Batty (Rutger Hauer):
“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.”
Ecco come il garante finale della memoria umana si configuri in ultima istanza come non-umano – ma nemmeno divino!
Nel XVII e XVIII secolo le carenze del sistema razional-teologico cartesiano erano apparse evidenti.
Scrisse Pascal di Cartesio, avendo avvertito il rischio che correva la legittimazione della fede: “Non posso perdonare a Descartes [sic]. Avrebbe pur voluto, in tutta la sua filosofia, poter fare a meno di Dio; ma non ha potuto esimersi dal fargli dare un colpetto per mettere in movimento il mondo: dopo di che, non sa che farsi di lui”. [“Pensieri”, brano 77, Torino, 1962, p. 21]. Cartesio non era minimamente contrario alla fede, ma il suo sistema era un colpo mortale per essa, ed un punto a favore delle molteplici forme di ateismo – spesso in conflitto tra loro – e del materialismo meccanicista.
La Mettrie intitola “L’Homme-machine” un suo testo del 1747.
«Il corpo umano è una macchina che trova in se stessa l’energia», scrive il medico La Mettrie, “ma una macchina di una complessità straordinaria, in grado di produrre vita, sentimento, pensiero” [cit. da Minois, G., “Storia dell’ateismo”, Roma, Editori Riuniti, 2001; p. 404-405]. Allora che differenza fa un automa capace di ricordare, di provare sentimenti e magari di generare altra “vita” meccanica a confronto con un ‘uomo’?
La strada è tracciata.
Il mondo iper-tecnologico dei due lungometraggi di “Ghost in the Shell”, opera di Masamune Shirow, non è altro che una elegante e raffinata variazione sul tema: biologia come forma superlativa di tecnologia e anima come elaborato software, con nel mezzo tutte le possibili ibridazioni del caso [“Ghost in the Shell”, 1995; “Ghost In the Shell: L’attacco dei cyborg”, 2004; entrambi regia di Mamoru Oshii, soggetto di Shirow Masamune; Giappone].
Un punto interessante ora lega alchimia e mistica al senso della vita, alla sua creazione ex nihilo.
Nel 1684, Darmanson pubblica il testo “La bête transformée en machine”, in cui difendendo Cartesio afferma l’evidenza che Descartes fosse favorevole alla fede giacché negava la sensibilità degli animali; se soffrissero Dio sarebbe in fondo colpevole della loro innocente sofferenza, poiché essi non furono partecipi del Peccato Originale. Eppure, privi di anima immateriale e mortale, ma dotate di coscienza, non potrebbero essere exempla della situazione dell’uomo? Occorre precisare che le altre posizioni dell’epoca si distanziano assai da tale concetto e Gassendi, Maignan e l’abate Villiers, con tutte le differenze che intercorrono tra i loro pensieri e limitandoci alla Francia, attribuiscono agli animali un’anima (talora immateriale, talaltra immortale; talvolta entrambi gli attributi). La Chiesa sarà sempre scettica nei confronti della tesi “animale=macchina” [cfr. Minois, G., op. cit. ; p. 234].
Se l’uomo insegue la creazione della vita e la ricerca dell’anima, l’alchimia è l’incontro tra tecnica spirituale e tecnica profana. L’uomo ha gettato la Creazione intera nella prostrazione del peccato originale, condannandola alla sofferenza e all’allontanamento dalla divinità; la pratica alchemica allora mira a ricondurre ad unità la spezzata armonia, alla redenzione del Creato intero. Operando sulla materia, trasformandola, salvo me – e l’umanità – attraverso l’Opera, e salvo la materia stessa dalla Caduta dal Paradiso causata solo dalla stolta coppia dei primordi.
La giustificazione teologica spezza le remore dell’hybris laicamente intesa, del tracotante orgoglio umano di poter creare la vita.
Il Golem, “l’amorfo”, l’Adamo (=etimologicamente, la “terra rossa”) originario ancora proto-umano, e solamente in un secondo tempo l’essere archetipico del robot (dal ceco ‘robota’, lavoro), homunculus rabbinico e nesso tra alchimia cristiana e studio della kabbalah, entra prepotentemente in scena. La sua creazione non ha scopo pratico, se non quello di provare la potenza di Dio. Assolvente la funzione di lode al Signore, viene – spesso – immantinente dissolto.
“La creazione del Golem comporta dei pericoli, anzi come tutte le grandi creazioni mette a repentaglio la vita; […] i pericoli non provengono da lui, ma piuttosto dall’uomo stesso […] dalla tensione che il processo provoca all’interno dello stesso autore […]. La minaccia da parte del Golem che s’incontra nelle leggende posteriori è una profonda trasformazione della concezione originaria […]” [Scholem , Gershom, “La kabbalah e il suo simbolismo”, Torino, Einaudi, 2001; pp. 239-241]. Dalla situazione del Golem si evince un terzo fattore di interesse: l’afasia, l’incapacità di parlare linguaggio umano. Seppure tale condizione non sia universalmente accettata dalle fonti, è da notare, come nota Scholem a nota di un testo da lui commentato, che “il Golem non è incapace di parlare per sua natura, ma solo nelle condizioni attuali, in cui l’anima dei pii non è più pura” [Scholem, op. cit., p. 243].
Nel mondo di Wall•E i pii non sono più puri.
Nel mondo di Wall•E gli automi non parlano.
Gli umani sono stati (lo sono adesso?) devastati dall’incapacità di mantenere una relazione stabile con l’ecosistema. Hanno violentato la Terra, sommersa di immondizia e rottami. Hanno fallito. Le macchine, hanno provocato quel rischio da cui Scholem mette bene in guardia: l’inflazione psichica del soggetto, il sentirsi prima che ‘uomo’ il ruolo che si ricopre, il lavoro che si fa. “L’identificazione con l’ufficio o col titolo ha perfino qualcosa di seducente, sicché molti uomini non sono nient’altro che l’ufficio concesso dalla società, [seducente perché] rappresenta un comoda compensazione delle insufficienze personali” [Jung, C. G., “L’Io e l’Inconscio”, Torino, Bollati Boringhieri, 1967, ed. orig. 1928; p. 50-51]. Gli umani si sono crogiolati sotto le vane e vuote promesse del futuro e delle comodità. Sarebbe vano cercare un uomo pensante, una personalità nel mare dell’omologazione, nel gregge di caricature antropomorfe del mondo di Wall•E, perché “dietro la gran gonfiatura si troverebbe solo un miserabile omiciattolo” [Jung, C. G., op. cit.; p. 50].

“[…] Nel panorama avvizzito non c’era nulla che si muovesse. Niente agitava la pianura sabbiosa, rena disintegrata di fiumi da molto tempo asciutti nel cui solco, un tempo, eran corse le acque della giovane terra. C’era ben poco verde in quel mondo arrivato alla fine, ultimo stadio della presenza umana sul pianeta. Per innumerevoli cicli siccità e tempeste di sabbia avevano sconvolto le terre” [“Finché tutti i mari…”/”Till A’ the Seas…”, di H. P. Lovecraft, in collaborazione con Robert H. Barlow, 1935; “Tutti i racconti 1931-1936”, Milano, Mondadori, 1992; p. 593].
“Waste Allocation Load Lifter Earth-class”: l’acronimo del nome del robot protagonista, una sorta di sollevatore di carichi di rifiuti, dimenticato da 700 anni solo sulla Terra a ripulire dalla spazzatura quella che appare come una città statunitense, ma che potrebbe benissimo essere il centro di una qualunque altra megalopoli del globo. Imperterrito, continua il lavoro, ignorando che la sua missione è da tempo inutile, obiettivo ormai dichiarato irraggiungibile. Lavora, come l’Adamo condannato a guadagnarsi la vita con il sudore della fronte, lavora come indica il neologismo ‘robot’, ricalcato sul ceco “lavoro”, come un alchimista all’Opera.
Solo così ha potuto apprendere ed imparare i comportamenti umani, tramite VHS e spezzoni di films retrò. Solo così ha imparato la forza redentrice dell’amore. Solo così potrà insegnare alla robot EVE (“Extraterrestrial Vegetative Evaluator”, Esaminatrice di vegetazione extraterrestre), compagna dell’Adamo terrestre, ad amare e ad amarlo. Solo così ha potuto redimersi.
Per gli umani non c’è più speranza. Obesi, condannati ad un esilio dorato su di un’astronave proprietà di una multinazionale che li ha soggiogati secondo una logica alla “Brave New World” (“Il Mondo Nuovo”; Aldous Leonard Huxley, 1932), impedendo loro di pensare, di vedere con i loro occhi l’abominio che si sono permessi di diventare, schiavi di bibite gassate e telecomunicazioni digitali, schiavi delle loro macchine. La speranza dell’umanità più pura risiede nel cuore di un automa, erede della Terra.
La meticolosità – ma non certo l’ingenuo ottimismo – di Wall•E nel programmare, per 700 anni, la propria condotta di vita, riporta alla mente il Robert Neville di “Io sono leggenda”:
“Più tardi, si impone di andare in cucina per eliminare nel tritarifiuti le immondizie accumulate in cinque giorni. Sapeva di dover anche bruciare i piatti di carta e le posate, di dover spolverare i mobili, lavare i lavandini e la vasca da bagno e il water e di dover cambiare le lenzuola e la federa del letto; ma non ne aveva voglia. Perché era un uomo ed era solo, e queste cose per lui non avevano più importanza” [Matheson, Richard, “Io sono leggenda”, Roma, Fanucci, 2005; p. 13 – già brillantemente recensito in questa sede da Deneil]. Persino il compagno di Neville – il cane bastardo bianco, marrone e macilento del libro/il prode pastore tedesco del rifacimento cinematografico con Will Smith – ha una contropartita nello scarafaggio compagno di Wall•E.
Eppure c’è qualcosa che resta nelle pieghe della memoria, qualcosa che non si riesce a districare,che si impiglia ripetutamente e con ostinazione: perché in tutte le ultime distopie cinematografiche sul futuro, la parte del redentore positivo o del ‘deus ex machina’ è sempre di un non-umano, di un super-umano o di un uomo che per determinate caratteristiche è al di sopra (o al di sotto) dell’espressione umana, quasi a ricalcare quell’angelo messaggero dei primordi? Perché questa profonda negatività connaturata all’ontologicamente malvagio (o al più superfluo) uomo?
“Le stelle continuavano a girare, il disegno indifferente sarebbe continuato per epoche ignote e infinite. La fine di quel trascurabile frammento non importava affatto alle nebulose lontane o ai soli neonati, fiammeggianti e moribondi. La razza umana, troppo fragile e passeggera per avere un’autentica funzione e scopo, era come se non fosse mai esistita. A questa conclusione avevano portato i lunghi millenni della sua evoluzione, laboriosa fino al ridicolo” [Lovecraft e Barlow, 1935; op. cit., p. 602]. Millenni per arrivare a tenere in mano un telecomando e una lattina di bibita gassata.
Il bene impersonato da un robot: proiezione esterna su materiale inerte della umana intrinseca bontà? Non credo; esternazione di qualità che si vorrebbero avere, ma che si sa di non poter possedere, su un totalmente altro che alla fine risulta essere più umano, ed immensamente più puro, dell’uomo.

Wall•E è un film per far riflettere, e per il momento il capolavoro del cinema d’animazione; Wall•E, e la sua compagna EVE, sono gli unici umani del film capaci di umani sentimenti. Anche quando sarà surclassato per tecnologia da altre vibranti prove d’animazione digitale, resterà un film tra i capolavori. Perché il contenuto, il senso del bello e l’amore non cambiano mai.


REGIA: Andrew Stanton [Pixar Animation Studios]
ANNO: 2008
GENERE: Animazione [mai definizione ad etichetta fu più restrittiva]
VOTO: 10
QUANTO è PURO QUESTO FILM: 10 [a tratti, nei momenti migliori, mi ha ricordato “Stardust”; ma “Wall•E” è più maturo, senza nulla togliere al film tratto dal romanzo per ragazzi di Neil Gaiman; non mi dilungo sulle tonnellate di citazioni sparse nel film, dai giocattoli in rottami di “ToyStory”, alla lampada Luxo Junior del primo cortometraggio animato firmato Pixar, a “2001: odissea nello spazio”, etc…Degna di nota la canzone dei titoli di coda di Peter Gabriel, l’animazione vibrante degli stessi, e il simpatico, ma che nulla toglie od aggiunge, sketch “Presto”, un piccolo omaggio ai cartoni animati di Hanna & Barbera, posto con giudizio prima dell’inizio del film. Il film è dedicato a Justin Wright, un animatore degli Studios – che ha lavorato al cortometraggio “Presto” – venuto a mancare nel 2008 a soli 27 anni]

> POST SCRIPTUM per chiarire brevemente la possibile votazione dei titoli tralasciati e/o citati:
- Blade Runner: 10
- Ghost in the Shell: 8+
- Ghost in the Shell: L’attacco dei cyborg [Innocence]: 8/9

giovedì 28 febbraio 2008

CHICKEN LITTLE

Periodo troppo incasinato per riuscir a scrivere qualcosa.
Per ora si va avanti con le recensioni di repertorio (cioè quelle scritte e non ancor pubblicate!)



Ascolto troppa musica e vedo troppi film.
O perlomeno è troppo per la mia testa.
Quando parlo di musica o di cinema finisce sempre che sto citando qualcuno e finisco per andare su qualcos’ altro e mentre cerco di recuperare quello che stavo dicendo mi viene in mente che non ho ancora finito di parlare del secondo argomento.
Voi ridete ma non è bello.
Mi capita di non capirci più una mazza.
Sono li che sto cercando un film su imdb e finisce che ne cerco un altro perché ho visto un attore che forse mi ricorda alla lontana quell’ altro che c’ era in un film che vidi quando ero bambino.
E il primo film che stavo cercando?
È andato perso nella mia memoria.
Ha voglia Jerry Scotti di incitare i suoi concorrenti ad aprire i cassettini della memoria.
I miei cassettini strabordano di robaccia che molti butterebbero nella spazzatura.
Filmacci di serie b, musica pop, rock, elettronica tutto buttato insieme.
Sono una persona ordinata.
Nella mia camera non troverete magliette sparse ovunque o oggetti vari sparsi sul pavimento.
Eppure nella mia testa non riesco a ricreare quell’ ordine: tutto si accavalla, si mescola, si fonde e finisce che io non so nemmeno di cosa si stia parlando.
Inizio una recensione di Chicken Little e mi ritrovo a parlare della mia confusione interna che all’ esterno comunque non si vede: non pensate a me come un pazzo disperato vestito di nero che si lamenta della sua vita.
Sono un ragazzo felice, ottimista e con un sacco di passioni che mi girano per la testa e non sanno fermarsi.
La confusione è solo interiore.
Ma forse non c’ è nemmeno li.
E con Chicken Little questo centra poco o nulla.
O perlomeno, all’ inizio qualcosa centrava ma poi avete avuto una dimostrazione delle mie divagazioni e forse sono riuscito a farvi perdere con me.
Ma ritorniamo all’ inizio.
Tutto quello che vi volevo dire è che in realtà non ricordo quando vidi Chicken Little, non ricordo l’ anno in cui uscì così come moltissime volte mi capita di non ricordare il titolo di una canzone che riconosco solo ascoltandola.
Io di dati tecnici ne ricordo ben pochi, questo è sicuro.
Eppure mi ricordo cose immensamente più inutili: mi viene in mente, ad esempio, il perché della mia scelta quella volta che andai al cinema per vedere questo polletto.
C’ era quella canzone pochi anni fa (ovviamente non ricordo quanti!) che fece uscire di testa tutti durante l’ estate.
Era il cosiddetto tormentone estivo su cui Studio Aperto potrebbe fare milioni di servizi e che comprendi esserlo quando senti un bimbo di 3 anni a fianco a te che ne canticchia il ritornello con parole inventate.
Quell’ anno il ritornello faceva una cosa tipo: numa numa ie, numa numa numa ie… e poi si perdeva in parole incomprensibili che non sapevo allora e non vedo come potrei ricordare ora.
Mi è venuto in mente.
“Dragostea” era la cantante.
Si diceva fosse un travestito da noi a scuola, si diceva anche che la canzone era un plagio (o una cover) di qualcuno di ancor meno conosciuto fatto sta che un mio cassettino strabordante mi suggerisce che la song (mamma mia che brutto termine) andò persino a Sanremo.
Era passato comunque un po’ di tempo (penso qualche anno) dalla sua uscita e ricordo che in tv passò il trailer di questo minipollo in digitale che ballava la canzone di Dragostea.
Non potete immaginare il delirio di demenza che provocò in me e nei miei amici che avevamo preso in giro per anni gli ascoltatori esaltati di questa bruttura quando vedemmo il trailer.
Tra le cose più assurde (che comunque faccio ancora) ricordo un messaggio che mandai a un caro amico chiedendogli se aveva visto il polletto che ballava.
Si.
Appena “Chicken Little” fece la sua comparsa nelle sale ci precipitammo a vederlo.
Appena “Chicken Little” finì uscimmo infuriati dalla sala.
Quel maledetto polletto ci aveva preso in giro.
Innanzitutto lui non ballava per tutto il film ma soprattutto Dragostea non si sentiva neanche per un secondo!
Ricordo quello e poco altro di quella mia prima visione.
Ricordo come al cinema rimanemmo abbastanza esterrefatti dalla brutta grafica (insomma io avevo ancora in mente “Alla ricerca di Nemo”!), dalla storiella abbastanza banale e soprattutto dal fatto che uscimmo dalla sala al secondo spettacolo prima di mezzanotte.
Neanche 1 ora e mezza per 6, 50 euro.
Non che giudichi un film dalla sua lunghezza, non vado un tot al chilo come il Carrefour che vende i libri al chilo (“Mi dia 3 etti di Dante!” “Con il paradiso sono 5 tengo?” “No, no tagli pure!”) ma questo sommato a tutto al resto provocò in me non poca rabbia.
Eppure un bel ricordo mi era rimasto.
Era Aldino Cotechino (un maiale sproporzionatissimo) che ballava delle canzoni anni ’80.
Ed è solo per quello che mi sono rivisto “Chicken Little” per la seconda volta 2-3 giorni fa.
In fondo un’ oretta per un filmetto non la si nega a nessuno.
E sinceramente vi dirò: non sono rimasto così deluso come credevo.
Sono partito con altre aspettative ben sapendo che Dragostea non c’ era e che il filmetto non può essere assolutamente paragonato ai capolavori Pixar e ne sono uscito abbastanza bene.
Mentre mi preparo ad abbassare i voti di “Bee Movie” e "Shrek terzo” (forse quando leggerete li avrò già abbassati) che comprendo di aver forse sopravvalutato devo ammettere che Chicken Little raggiunge la sufficienza in pieno.
È la prima pellicola della Disney senza l’ amata Pixar (al tempo mi pare si cominciò a parlare di un imminente divorzio) a cui seguirà il già recensito “I Robinson- Una famiglia spaziale” e nonostante le molte pecche il filmetto si fa guardare volentieri.
Diciamolo chiaramente: “Chicken Little” manca delle grandi storie della Pixar, manca di una grafica eccelsa, manca di molte cose eppure ha comunque quel tocco in più che la Dreamworks spesse volte (credo non esista in italiano) non riesce a dare.
Perchè in fondo “Chicken Little” la dove non riesce a raggiungere i limiti della Pixar cerca di sopperire con una miscela un po’ spartana tra la citazione tipica della Dreamworks (il film ne è pieno: dalla trama a la “Guerra dei mondi” a “Et”, “Signs” e decine di altre leggermente più nascoste ma neanche tanto) e la classica narrazione Disneyana tra canzoncine leggere e malinconiche (ma perché hanno doppiato in italiano una canzone di Elton John??) e un personaggio bambino che cerca riscatto e credibilità in un mondo adulto abbastanza cattivello.
In questo senso la pellicola si vorrebbe quindi guardabile sia da un pubblico più adulto capace di intendere tutte le citazioni sia da un pubblico più piccolo capace di apprezzare le simpatiche gag dei protagonisti e le canzoncine anche se alla fine a prevalere sono almeno per questa volta i più piccoli (per fortuna o no decidetelo voi! È un fatto che comunque la pellicola seguente in assolo della Disney, “I Robinson”, segua ancor di più la linea bambinesca e forse da qui si poteva intendere la linea della casa di Topolino se la Pixar si fosse allontanata definitivamente).
Di apprezzabile c’ è poi il fatto che la casa di Topolino si diverte a creare due finali di cui uno posto esattamente a metà pellicola che chiuderebbe un filmetto identico a una qualsiasi storiella di Topolino se non fosse per il 3d.
E poi c’ è Aldino Cotechino.
Ora voi crederete che io sia matto e molto probabilmente ne avete tutte le ragioni eppure io non riesco a non ridere di fronte a un maialino grassissimo che cammina su due zampette minuscole e canta “I Will Survive” mentre fugge in macchina.
Insomma è un maialino grasso!
E balla della canzoni anni ‘80!
Cosa volete di più dalla vita?

Ascolto troppa musica e vedo troppi film.
Eppure quando riesco ad apprezzare anche cose come “Chiken Little” mi sento come un bambino che ancora deve vederne di film e sentirne di musica.
Sinceramente sono contento di sentirmi così.
Spero di sentirmi così tutta la vita.
In grado di vedere e ascoltare tutto e apprezzare molto.
Quando non mi sentirò più così smetterò di scrivere e se mai dovessi diventare uno di quei critici spocchiosi che criticano l’ ultimo film di Stallone perché privo di quella sobrietà che faceva del primo Rocky (o Rambo) un classico del cinema americano vi prego di pregarmi di smetterla.
Sarò solo ridicolo.
REGIA: Mark Dindal
ANNO: 2005
GENERE: Animazione
VOTO: 7
QUANTO ASSOMIGLIA A FONZIE IL RICCIO E QUANTO FA RIDERE WALTER VELTRONI CHE DOPPIA IL TACCHINO SINDACO (E DA ALLORA OGNI VOLTA CHE LO VEDO PENSO AL TACCHINO!): 10
CONSIGLIATO A CHI: ha un oretta e qualcosa in cui non sa che fare!

Il mitico trailer con Chicken Little che balla la canzone di Dragostea!

mercoledì 6 febbraio 2008

THE SIMPSON MOVIE_ I SIMPSON- IL FILM

Dopo il viaggio giurassico, quello nella natura selvaggia, quello negli anni 60 con "Factory Girl", quello negli anni '70 (poco frequentato) con "Distretto 13" e quello teatrale con "Sogni e delitti" ecco quello animato.
I Simpson.



Avevo accuratamente evitato di scriverne quando uscì.
Mentre tutti si azzuffavano per decidere in che posizione collocare il film dei Simpson ricordo di aver avuto la tentazione solo una volta di scriverne.
Per dire anche la mia, per far sentire anche la mia voce, per rispettare la regola autoimpostami del recensire tutto.
Non lo feci.
Preferii evitare le zuffe da bar sport che si erano create intorno al film dei Simpson con gente che urlava al capolavoro e altra che mestamente ammetteva che non si trattava poi di questa gran pellicola.
Poi ovviamente c’ erano i fan.
Quelli ci sono sempre.
Quelli che anche se gli fai friggere una merdina ti dicono che è buona se è firmata col nome del loro idolo.
Preferii non partecipare quella volta.
Eppure all’ uscita in dvd e ad una seconda visione mi sento di poter dire finalmente qualcosa senza che nessuno si scagli con la testa contro lo schermo del pc come facevano gli incauti zombie di “Io sono leggenda”.
Ricordo che prima dell’ uscita ero finito su un sito dove ad ogni nuova mininotizia sul film in questione cercavo di raffreddare leggermente gli entusiasmi e tutti invariabilmente mi zittivano con orde di fischi e punti negativi.
Era il delirio più totale.
Poi finalmente arrivò in sala.
E il delirio, se possibile, crebbe ancora.
E mentre fazioni di pazzi scatenati (tra cui c’ero anch’ io, ma non tra gli entusiasti) si scatenavano in piazza, il film dei Simpson mestamente si allontanava dalla sala, pian piano con passo felpato.
Quasi senza che nessuno se ne accorgesse scomparì nel nulla.
Quello che doveva essere l’ evento dell’anno, quello che doveva fare chissà quale botto al botteghino, quello che doveva distruggere tutto e tutti scomparve lasciando solo minime tracce tra i fan più deliranti che in mezzo alle strade deserte ancora predicavano al nulla: “Guarda là che citazione maestosa! Guarda qui che gag fenomenale, guarda su il pisello di Bart, guarda giu la pancia di Homer!”
Quello che doveva sfracellare il mondo a conti fatti alla fine dell’ anno comparve in ben poche classifiche tra le pellicole più apprezzate: persino chi inizialmente aveva urlato al capolavoro alla fine se ne dimenticò.
Non perché volesse smentire le sue parole precedenti ma semplicemente perché se ne dimenticò come ci si dimentica dell’ennesima commedia romantica con nulla da dire vista in prima serata su Italia 1.
Poi a distanza di mesi, grazie ai dvd il film dei Simpson ricomincia a girare.
Ricominciano gli spot in tv con Spider Pork, la suoneria di Spider Pork, il giocattolo di Spider Pork, la cacca spray di Spider Pork e via dicendo.
Ma non è la stessa cosa.
Ascoltate bene: non è più quel gran frastuono che si era fatto all’ uscita della pellicola nelle sale ma una voce flebile quella che ci avvisa dell’ uscita in dvd.
Una voce che molti faticano persino a sentire: delusi, arrabbiati, dimentichi delle loro grandi, enormi, gigantesche, mirabolanti aspettative fanno finta di nulla mentre il film dei Simpson cerca di riprendere faticosamente piede.
E io mi decido: io che avevo detto di stare attenti che poteva essere una mezza delusione, io che non ero molto convinto della nuova veste grafica, io che m’ero preso una marea d’insulti perché bestemmiavo contro i Simpson decido di dargli una seconda possibilità.
Magari ho visto male.
Magari avevo gli occhiali sporchi.
Magari c’erano citazioni incredibili che non ero riuscito a cogliere la prima volta ma che ora nel silenzio di casa (il cinema era ovviamente gremito di quindicenni rincoglioniti e ridanciani) riuscirò ad apprezzare.
Magari sono scemo e non me ne sono mai accorto (beh no, un po’ scemo lo sono e me ne rendo conto ogni giorno!)
Magari un cazzo!
Il film dei Simpson ad una seconda visione conferma le mie prime idee.
Anzi, se possibile peggiora il tutto.
Non è un film insufficiente.
Ne ho visti talmente tante di schifezze in questi anni che non posso dire che il film dei Simpson sia insufficiente.
Semplicemente non sa di nulla.
È come la pasta senza il sale.
Non fa schifo: semplicemente non ha senso mangiarla!
Tu prepari il sugo, metti su l’acqua, apparecchi il tavolo, butti la pasta, la scoli, la fai saltare in padella e dopo 15 minuti ti ritrovi con una cosa che non sa di nulla.
Non fa incazzare?
A me si.
Il film dei Simpson atteso per anni e anni e anni e anni è così: non sa davvero di nulla.
Dategli la definizione che volete: puntatone allungato a dismisura, i Simpson senza la cattiveria dei Simpson, i Simpson per tutti, i noia- Simpson, i Simpson delle ultime serie, i Simpson- boh.
Il film dei Simpson non è un delusione.
Per me che me lo aspettavo (non credo sia italiano…) non rimane questa gran delusione ma semplicemente il rimpianto di averli persi quasi irrimediabilmente.
Non convinto dalle ultime serie già abbastanza inutili e a mio parere ormai sorpassati dai Griffin e da Futurama (American Dad si avvicina di gran carriera!) il film dei Simpson è proprio come un megapuntatone delle ultime serie senza la cattiveria dei Simpson e con grandi momenti di noia.
Tra una gag e l’ altra di Homer (ormai l’unico personaggio principale su cui anche la serie punta a differenza di Futurama e dei Griffin) si fa spazio un vago senso di già visto (Lisa con il ragazzo, Bart con Flanders, Maggie che salva qualcuno, Marge che sopporta) che con una seconda visione diviene quasi irritante.
A una seconda visione si sorride.
È questo il peggio!
Mentre mi aspettavo di ridere ancora a crepapelle per qualche battuta che avevo trovato divertente al cinema (evidentemente era l’effetto novità) mi son ritrovato a sorridere di qualche buona trovata e nient’altro.
Non c’è la freschezza di quelle puntate trasmesse milioni di volte su Italia 1 per cui ancora mi sbellico e nemmeno una gag davvero forte (come accade nelle ultime serie) capace di risollevare un intera puntata.
È come se avessero messo il sale per mezzo litro d’acqua in due litri d’acqua.
Tutto risulta diluito, annacquato, insipido come dicevo prima.
Buona la grafica che a una seconda visione si fa molto apprezzare e buone anche alcune citazioni (ma sinceramente non si può vivere solo di quelle, nemmeno se ti chiami Tarantino o Matt Groening) ma alla fine il risultato è solo poco più che sufficiente.
Un film che sinceramente non meritava tanto clamore e che si è ritrovato inevitabilmente a pagare le grandi attese tradite.
Forse un passaggio più mesto come quello del film dei Griffin avrebbe giovato alla famiglia gialla.
Forse.
REGIA: David Silverman
ANNO: 2007
GENERE: Animazione
VOTO: 6,5
QUANTO MI HA FATTO GIRAR LE PALLE ATTENDERE LA FINE DEI TITOLI DI CODA INFINITI PER VEDER DUE CAZZATINE: 10
CONSIGLIATO A CHI: è un fan dei Simpson e pochi altri. Per gli altri consiglio le serie di mezzo dei Simpson, quelle storiche con i disegni già migliorati.

domenica 23 dicembre 2007

BEE MOVIE


L’ espressione più azzeccata l’ ha data un mio carissimo amico uscendo dal cinema.
“è un cinema sclerotico!”
Un cinema, quello della Dreamworks animation, che sopravvive anche in questo caso di ricalchi (se stessa), citazioni (“Il Laureato, Ocean’ s Eleven), parodie della concorrenza (Winnie The Pooh), sfottò del mondo reale (Ray Liotta, Sting) e prese per i fondelli persino di se stessa.
Neanche la classica presentazione Dreamworks se ne può stare più tranquilla al suo posto nell’ animazione per adulti della Dreamworks.
Già per adulti.
Perché quello che la casa di animazione di Spielberg (se è ancora sua… a volte tendo a perdermi in queste compravendite folli) ha sempre tentato di proporre fin dal rinomato Shrek (escludiamo per questa volta le pellicole precedenti, ce ne occuperemo magari in un’ altra recensione) è un’ animazione diversa, lontana dalla classicità Disney e soprattutto diretta quasi esclusivamente ad un pubblico adulto.
Certo, anche in Shrek un bambino può ridere di fronte all’ omino focaccina o ai rutti dell’ orco verde, ma potrà mai comprendere i mille rimandi presenti nella pellicola?
La risposta è no, o almeno, non totalmente.
Così come non potrà neppure immaginare certe inperdibili citazioni presenti in “Bee Movie”, prodotto che ho creduto ingenuamente dedicato ad un pubblico leggermente meno cresciuto.
Mi sbagliavo.
Potrà mai apprezzare un bambino di 6- 10- 15 (bambino??) anni una citazione enorme de “Il laureato” di Mike Nichols con la celeberrima scena della piscina ripresa fotogramma per fotogramma?
Senza dubbio riderà come un ossesso fino a farvi innervosire nelle scene caotiche della nostra ape Barry sballottata qua e la nel traffico cittadino ma di fronte a Ray Liotta che da di matto in tribunale cosa potrà mai pensare?
Sono pazzi, i miei genitori sono pazzi!
Esattamente quello che pensa l’ ape protagonista del mondo umano visto dall’ esterno, un mondo folle, caotico e senza nessun senso della misura.
Perché alla fine Barry non è altro che un bambino indifeso in un mondo di adulti incomprensibili.
Piccolo, indifeso e anche piuttosto ingenuo il nostro riuscirà ovviamente a farsi strada fino a realizzare il suo sogno che si trasformerà progressivamente in incubo e a cui riuscirà a porre finalmente fine con un colpo di coda (o di pungiglione) finale.
Perché alla fine la Dreamworks è così.
Critica la Disney, sfotte, prende per il culo Sting ma dopo pochi anni sembra di vederla già li ad arrancare.
È ancora in piena forma, lo si vede dalle splendide animazioni, dai personaggi briosi, dalle storie sempre divertenti eppure c’ è qualcosa sullo sfondo che ti fa pensare.
Ti fa pensare che alla fine a forza di criticare si sono adagiati anche loro sugli allori, un po’ come fece la Disney durante gli anni ’80.
Hanno trovato la ricetta giusta: un protagonista (o più) divertente e simpatico e un po’ scemo più un po’ di parodia più qualche sfottò alla Disney più un pizzico di cinismo e la storia è fatta.
In tutta la sua nuova classicità.
Il problema è uno solo a è abbastanza spaventevole: mentre la Disney alla fine degli anni ’80 riuscì ad uscire dalla sua stasi creativa grazie anche al fatto che la concorrenza ancora latitava (le animazioni giapponesi avevano si preso piede ma non su larghissima scala, soprattutto al cinema), oggi il campo dell’ animazione è saturo di prodotti eccellenti a partire dalla cara vecchia Disney che insieme alla fidata Pixar ci ha regalato quest’ anno un gioiellino di nome “Ratatouille”.
È un cinema abbastanza sclerotico già di suo.
Se la Dreamworks non contribuisse ulteriormente io gliene sarei grato.
REGIA: Steve Hickner, Simon J. Smith
ANNO: 2007
GENERE: Animazione
VOTO: 6,5 (perché alla fine il film si fa guardare piacevolmente)
QUANTO FA RIDERE BARRY CHE URLA AL RALLENTATORE APPICCICATO AD UNA PALLINA DA TENNIS: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole farsi due risate su Ray Liotta!

domenica 16 dicembre 2007

ENCHANTED- COME D' INCANTO



Sono le aspettative che contano.
Credo che questo sarà il mio nuovo motto.
Mi aspettavo poco o nulla da questo “Enchanted”, nuovo prodotto della Disney per metà animato e per metà con attori “veri”.
Sono andato a vederlo un po’ obbligato dalle uscite di zona (ancora non mi è andata giù l’ esclusione di “Eastern Promises” da tutte le sale nel giro di 30 chilometri!) e un po’ perché ero davvero curioso di vedere cosa aveva tirato fuori dal cilindro la casa del topolino più famoso del mondo questa volta (non vi nascondo che potevo optare benissimo per “Irina Palm”).
E spero che nessuno strabuzzi gli occhi a mo’ di pesce lesso se vi dico che “Enchanted” è stata davvero una piacevole sorpresa!
Una piacevolissima sorpresa.
Per metà animato e per metà reale ho detto.
Le cose non stanno proprio così!
In realtà su un ora e mezza circa di proiezione solo i primi 20 minuti sono occupati interamente dall’ animazione mentre per il resto si vedono solo attori in carni e ossa (ad eccezione di qualche breve comparsata animata).
20 minuti di animazione.
Ma che animazione!
In quei pochi attimi la Disney concentra tutti i luoghi comuni (che brutta definizione!) delle sue produzioni classiche: dalla bella fanciulla canterina con seguito di animali aiutanti (non possono mancare le classiche caratterizzazioni Disney tra cui il gufo burbero e gli scoiattolini simpatici) al principe vanesio cattura orchi.
Senza contare il migliore di tutti i suoi luoghi comuni: disegni tondeggianti e coloratissimi rigorosamente in 2D, come non se ne vedevano da tempo.
20 minuti per tornare bambini.
Per rivedere la nostra bella fanciulla cantare insieme agli animali e sperare nell’ arrivo del principe nel momento più difficile.
Per spaventarsi di fronte alla strega cattiva che si trasforma in vecchina mentre il suo brutto e gobbo aiutante non riesce a colpire la bella.
20 minuti.
Poi la musica cambia.
Quasi senza preavviso.
E il colpo è forte.
Ci si trova in una classica città americana tutta traffico, urla e gente che si muove in massa.
E mentre ancora ti chiedi che fine ha fatto il gufo con il suo broncio ti vedi la bella fanciulla (Amy Adams) trasportata senza pietà da una massa informe.
Ma alla Disney non interessa colpire lo spettatore duramente e a lungo con forti contrasti.
Alla Disney interessa lo spettacolo.
E spettacolo sia.
Mentre la bella e ingenua fanciulla tenta di entrare in un castello di cartone dopo numerose gaffe viene notata dalla figlia di Robert (Patrick Dempsey, il dottore “Stranamore” di Grey’ s Anatomy nella sua prima incursione post- successo telefilmico al cinema in un ruolo tagliato apposta per i suoi sguardi dolci e sorpresi) che decide a malincuore di portarla a casa sua per aiutarla.
Di qui in poi il classic Disney riprende il sopravvento.
Ci saranno uomini duri che pian piano si scioglieranno, traditori che cercano di impedire il lieto fine, streghe cattivissime (azzeccatissima la scelta di Susan Sarandon) che entreranno in campo per un ultimo spettacolare scontro, lieto fine e morale (anche se quest’ ultima è forse l’ elemento meno marcato rispetto al solito).
E ovviamente non mancherà “il bacio del vero amore”.
Ma.
Ma “Enchanted” non è solo una bellissima favola Disney ambientata nel mondo reale.
“Enchanted” è al tempo stesso un classico e la parodia del Classico.
Una parodia che si muove tra vere e proprie copie (la strega cattiva prova ancora nel finale la carta vecchina con risultati davvero spaventevoli questa volta) e simpatiche prese in giro di tutto quello che un bambino cresciuto a pane e Disney credeva intoccabile.
Ma c’ è già Shrek!
No!
Shrek è tutt’ altra cosa.
Shrek (mi riferisco soprattutto al terzo episodio a cui abbasserò il voto ad un 7) è una presa in giro abbastanza pesante di tutta la classicità Disney tra rutti, scoregge e citazioni.
Enchanted è una leggera parodia della Disney stessa su se stessa.
E la differenza è grande.
Molto grande.
Mentre Shrek sembra muoversi come un tritatutto senza pietà, “Enchanted” sembra quasi sfiorare con un tocco leggero la sua vittima per muoversi subito verso altri lidi.
La differenza tra “Enchanted” e “Shrek” (due prodotti comunque diversi per un pubblico diverso, ci tengo a dirlo perché so che potreste criticare questo mio accostamento) sta nel fatto che la Disney conosce molto meglio della Dreamworks se stessa e i suoi cosiddetti difetti ed è in grado di affrontarli a testa alta, senza vergognarsi di nulla e, anzi, facendo entrare in testa anche all’ adulto più cocciuto, un nuovo motivetto da fischiettare sotto la doccia cantato in coro dai mille personaggi del parco.
E così, mentre io mi aspetto ancora il vero nuovo capolavoro della Dreamworks (l’ ultimo a mio parere è stato Shrek, il primo capitolo) la Disney sforna in un anno “Ratatouille” e questo “Enchanted” confermando ancora una volta (se ancora ce n’ era bisogno) che la casa di Topolino ha ancora idee da vendere.
Sono le aspettative che contano.
E le mie questa volta sono state abbondantemente e felicemente superate.
REGIA: Kevin Lima
ANNO: 2007
GENERE: Animazione, commedia
VOTO: 8
QUANTO è BRUTTO TIMOTHY SPALL NEL RUOLO DEL CLASSICO AIUTANTE DELLA STREGA: 10 (lo rivedremo a breve nell’ attesissimo “Sweeney Todd”)
CONSIGLIATO A CHI: è un po’ nostalgico della vecchia cara Disney 2D e vuole anche divertirsi.

sabato 1 dicembre 2007

RATATOUILLE

E dopo una delle recensioni più lunghe in assoluto (Alexander) ecco la più breve...se volete chiamarla recensione.

Per molti versi la professione del critico e` facile, rischiamo molto poco pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio. Prosperiamo grazie alle recensioni negative che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realta` a cui ci dobbiamo rassegnare e` che nel grande disegno delle cose anche l'opera piu` mediocre ha molta piu` anima del nostro giudizio che la definisce tale. Ci sono occasioni in cui un critico qualcosa rischia davvero: ad esempio nello scoprire e difendere il nuovo.
[…] Non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque.
REGIA: Brad Bird, Jan Pinkava
ANNO: 2007
GENERE: Animazione (e molto di più!)
VOTO: 7,5 (ridimensionato di molto dopo una seconda visione, a differenza dei grandi capolavori Pixar il topino non riesce a tener duro anche alla seconda)
CONSIGLIATO A CHI: Vuole godersi uno dei film d’ animazione in 3d più belli di sempre (competono solo “Monsters & Co.” ,“Alla ricerca di Nemo” e “Toy story” a mio parere)
QUANTO ERO EMOZIONATO SUL FINALE: 10 (e che ci posso fare?)

sabato 17 novembre 2007

MEET THE ROBINSONS_ I ROBINSON- UNA FAMIGLIA SPAZIALE



Eccolo finalmente.
Quando tempo fa mi lamentavo nella recensione di “Basil l’ investigatopo” che di cartoni come quelli non se ne fanno più (come i vecchi lo so!) non avevo ancora visto questa pellicola.
Per cartoni animati come un tempo intendo quei piccoli gioiellini che puntavano semplicemente a far rimanere un bambino a bocca aperta di fronte alle meraviglie di un mondo fantastico o spaventato di fronte all’ ennesimo cattivone oscuro.
Non si interessavano agli adulti, non avevano doppi sensi che solo un maggiorenne (o comunque uno che ha più di 12- 14 anni) può comprendere, non cercavano di far ridere lo spettatore con scoreggie o bassezze simili.
Erano semplicemente delle bellissime favole per bambini.
Se la Disney anche con l’ avvento della Pixar e della computer graphic ha tentato di rimanere su questa lunghezza (si veda il bellissimo “Alla ricerca di Nemo” o il padre di tutta una generazione di nuovi cartoon quale è “Toy Story” ), la Dreamworks ha puntato tutto su un innalzamento dell’ età media per la visione dei suoi cartoni animati.
Ecco così spuntare Shrek (1, 2, 3, 1000!), Shark Tale e Madagascar pieni zeppi di riferimenti cinematografici e non e battute a doppio senso che solo un adulto può comprendere.
A seguire, come in un circolo vizioso, anche la Disney per non perdere terreno ha provato a fare la stessa cosa con “Gli incredibili”.
Sia chiaro: io non ho assolutamente nulla contro i cartoni della Dreamworks che, anzi, apprezzo molto ma resta il fatto che di cartoni per bambini ne rimangono ben pochi!
L’ ultimo fenomenale “Ratatouille” della Disney ha riportato la casa del Topolino più famoso del mondo sui suoi passi facendoci notare come una storia piuttosto semplice possa ancora conquistare i cuori di tutti noi adulti seriosi troppo presi dal folle ritmo della quotidianità.
Ma prima di Ratatouille e dopo Gli Incredibili e il mezzo flop di Cars c’è stato un film.
Una pellicola nata senza la collaborazione della fidata Pixar (la terza dopo “Chiken Little” e “Uno zoo in fuga”) che non è stata oggetto del solito tremendo battage mediatico che ti fa venir voglia di non andare più al cinema per sei mesi.
I robinson- Una famiglia spaziale nasce nel 2007 e si ricollega al filone delle pellicole adatte ai bambini.
La storia è quella di un bambino abbandonato in orfanotrofio che dopo 12 anni non è stato ancora adottato da nessuna famiglia a causa della sua mania per le invenzioni (che il 90% delle volte esplodono!)
Lewis condivide la camera con il piccolo e dolce Grufolo e la sua vita è destinata a cambiare con l’ arrivo dal futuro del coetaneo (o quasi, ha un anno in più) Wilbur che dice di venire dal futuro e lo incita a non arrendersi di fronte all’ ennesima invenzione “esplosiva” e per convincerlo della sua provenienza lo porta con se sulla macchina del tempo.
Da qui in poi il film si trasforma in un enorme sogno coloratissimo: macchine volanti, persone che viaggiano attraverso tubi trasparenti, i bizzarri famigliari di Wilbur (da ricordare assolutamente nonno Bud che non si capisce se si veste al contrario o si mette la testa al rovescio) e un nemico oscuro (l’ uomo con la bombetta) che non da pace ai due ragazzini.
Tra simpatiche gag confezionate appositamente per un pubblico molto piccolo (ad eccezione del piccolo riferimento a Tom Selleck in una scena!) e un piccolo- grande colpo di scena l’ ora e mezza della pellicola scorre via abbastanza velocemente anche se la prima parte un po’ macchinosa può far temere il peggio.
Insomma non ci troviamo di fronte ad un capolavoro (quale è “Ratatouille” a mio parere) ma “I Robinson” è senza dubbio una buona pellicolina.
Un passo indietro nel senso della ripresa di uno svolgimento a la vecchia maniera che rappresenta, a mio parere, un enorme passo in avanti per riportare i bambini al cinema senza che, all’ ennesima battuta a doppio senso di Shreck, rimangano con la bocca mezza spalancata ad interrogarsi se devono ridere perché lo fa il papà o se devono starsene zitti e buoni mentre tutti gli adulti si divertono al loro posto.
REGIA: Stephen J. Anderson
ANNO: 2007
GENERE: Animazione
VOTO: 7
QUANTO SOMIGLIA LA MAESTRA PAZZA A DORIS DI “ALLA RICERCA DI NEMO”: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole tornare un po’ bambino e non pretende di assistere a chissà quale capolavoro

martedì 9 ottobre 2007

THE GREAT MOUSE DETECTIVE- BASIL L' INVESTIGATOPO


No.
Non sono impazzito.
Semplicemente ho deciso che a 21 anni suonati non potevo non aver visto ancora moltissimi dei classici Disney.
Quelli che quando parli con gli amici ti dicono: “Ma vaaa figurati se non hai visto Biancaneve almeno una volta!”
Quelli che quando vedi “Shrek terzo” devi chiedere a quello a fianco chi è Cenerentola perché non la sai riconoscere.
Quelli che quando senti una canzoncina stupida pensi a dove l’ hai già sentita e poi ti accorgi che era in “Pinocchio” ma tu non hai mai visto “Pinocchio”.
E io ogni volta a spiegare che da bambino non avevo le cassette Disney come tutti i bambini, guardavo le registrazioni di Ken Shiro, dell’ Uomo Tigre, di Holly e Benji, di Alf (il cartone animato non il film) oltre alle innumerevoli repliche di tutti i film d’ azione possibili e immaginabili (Schwarzenegger, Stallone, Van Damme, Seagal e compagnia bella).
E no: non sono cresciuto male come qualcuno ogni volta mi dice, non sono diventato un ragazzo che pensa di far esplodere le persone toccando i suoi punti di pressione segreti, non ho mai provato la mossa dell’ Uomo Tigre e non ho mai creduto di essere un Cyborg venuto dal futuro per annientare l’ umanità.
Semplicemente ho deciso che era ora di guardare i classici Disney, per curiosità, per cultura, per poter rispondere finalmente a tuti che si, anch’ io l’ ho visto “Basil l’ investigatopo”.
Se vi state chiedendo perché mai sono partito da un film tra i meno conosciuti dell’ intera produzione vi dico subito che l’ idea di un topo investigatore che vive sotto la casa di Sherlock Holmes mi attirava assai e il fatto che le sequenze canterine fossero molt inferiori rispetto al solito ha aiutato non poco.
La storia, come molte delle classiche fiabe Disney, riprende personaggi o personalità famose e li trasporta su animali antropomorfizzati: in questo caso Basil è lo Sherlock della situazione, David Topson è Watson e il malvagio Rattigan altro non è che l’ alter ego del genio del male Moriarty.
Ovviamente, se qualcuno non l’ avesse capito, si parla di topi.
In breve “Basil l’ investigatopo” è il racconto della prima missione insieme per Basil e Topson, alla ricerca del padre della piccola Olivia, rapito da Vampirello (un pipistrello ovviamente!) per conto di Rattigan che ha intenzione di conquistare il potere sul mondo (dei topi) eliminando la regina (dei topi) Moustarda.
Ci sono due cose che mi hanno davvero colpito in tutto questo ambaradan di topi (e tre!) e investigatori.
Una è senza dubbio la grande capacità di imbastire una storia molto semplice capace di colpire anche lo spettatore adulto con tutti i suoi riferimenti ad un mondo (quello di Sherlock Holmes) che viene dipinto con gran dovizia di particolari senza lasciare nulla al caso. Basil prende il nome dall’ attore Basil Rathbone (interprete di ben 14 film nei panni dell’ investigatore più famoso al mondo e qui doppiatore del protagonista), il personaggio della regina è ricalcato sull’ immagine che noi tutti abbiamo di una classica regina inglese dell’ ‘800 mentre il malvagio Rattigan è, a mio parere, uno dei cattivoni meglio riusciti: oscuro, teatrale e molto ottocentesco senza dubbio richiama alla mente quel Vincent Price che gli donò la voce e che definì Rattigan il personaggio da lui interpretato preferito.
L’ altra è la meravigliosa grafica. In un mondo in cui la Dreamworks e la Disney fanno a gara per produrre cartoni animati che assomiglino sempre più alla realtà, è una gioia per gli occhi vedere questi disegni in 2d passarti davanti agli occhi in tutti i loro meravigliosi particolari (ditemi se lo studio di Basil non è fantastico!) e il finale con la lotta tra gli ingranaggi del Big Ben realizzato quasi totalmente in computer graphic (una delle prime scene realizzate dalla Disney con questa innovativa tecnica) è semplicemente superlativo.
Curioso il fatto che la pellicola sia uscita inizialmente nel 1986 con il titolo di “Basil Of Baker Street” ma non abbia ottenuto grande successo così la casa di produzione decise di rimetterlo in commercio nel 1992 come “The Great Mouse Detective” conquistando grandi consensi.
Insomma “Basil l’ investigatopo” prodotto nel periodo di crisi più nera della Disney degli anni ’80 (in quel periodo altri film come “Alla ricerca della valle incantata” o “Asterix” cominciarono ad essere seri concorrenti nel campo dell’ animazione) dimostra di essere ancora un gran prodotto a distanza di più di 20 anni dalla sua uscita e riesce nell’ obiettivo che molti film d’ animazione oggi hanno perso: essere un buon cartone animato per bambini, senza sfottò a vecchi personaggi e senza battute incomprensibili ad un pubblico infantile (tutt’ al più alcune possono essere meglio comprese da un adulto ma risulteranno comunque divertenti per un bimbo).
Sarà un discorso antiquato e tutto quello che volete ma di cartoni così, per quanto io ami Shrek e compagnia bella, ce ne vorrebbero ancora.
REGIA: Ron Clements, Burny Mattinson, David Michener, John Musker
ANNO: 1986
GENERE: Animazione
VOTO: 8
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedere un classico Disney con alcuni momenti musicali in meno rispetto al solito
QUANTO SONO DIVERSI I CARTONI ANIMATI OGGI: 9

martedì 11 settembre 2007

SHREK THE THIRD- SHREK TERZO


Sarà che fin dalla prima uscita mi sono affezionato tantissimo a quest’ orco verde e alla sua compagnia di amici matti.
Sarà che trovare oggi un film basato essenzialmente sulla parodia senza scadere in prodotti indecenti come “Epic Movie” e “Parimpampù Movie” è davvero difficile.
Sarà che dopo aver visto l’ ignobile TMNT anche il cartone delle Bratz mi sarebbe sembrato molto bello (beh forse su di questo ho qualche dubbio!)
Sarà che il miglioramento della Computer Graphic rispetto al secondo episodio è stato enorme (per non parlare dell’ abisso che c’ è rispetto al primo!).
Sarà che a volte mi sembrava di vedere degli uomini veri e non delle riproduzioni animate!
Sarà che i tecnici resisi conto della meraviglia creata si sono gasati a tal punto da rendere il movimento di ogni singola fogliolina di un albero o il movimento della Luna in un’ altra scena.
Sarà che ormai, anche nei film di animazione, i movimenti di camera risultano affascinanti e realistici come quelli reali.
Sarà il fatto di vedere il classico schema da fiaba rispettato ma in un certo modo stravolto dalla semplicità con cui Shrek raggiunge Arty, ma fatica a ritornare nel mondo di Molto Molto Lontano tanto da aver bisogno dell’ aiuto di un simpaticissimo Merlino in versione “viva la mutanda”!
Sarà che di cartoni solo per bambini non ne fanno più come una volta, ma io non sono più bambino e quindi poco me ne importa (e chiedo scusa a tutti i bimbi!).
Sarà che un giorno non faranno neanche più film come Shrek e a quel punto dirò “Non ne fanno più cartoni come una volta” e mi renderò finalmente conto di essere vecchio.
Sarà che sentire l’ attacco di “Immigrant Song” dei Led Zeppelin cantata da Biancaneve non credo capiti tutti i giorni.
Sarà che una serie di battute così ben congegnate e incastrate una nell’ altra non mi capitava di sentirle da tempo.
Sarà che vedere il mio personaggio preferito l’ Uomo Focaccina ricordare tutti i momenti più belli della sua vita per poi mettersi a cantare una canzone lagnosissima all’ ordine di Capitan Uncino di cantare (nel senso di confessare) mi ha fatto morire dal ridere!
Sarà che osservare Pinocchio nei suoi tentativi di non mentire con frasi a dir poco assurde come “...so o non so dove non dovrebbe probabilmente essere, sempre che lui non sia dove non è. ” Mi ha fatto piegare in due dalle risate.
Sarà che non è come “Shrek” o “Shrek 2”, ma certo che non lo è perché di cartoni come una volta non ne fanno più!
Sarà che sono entrato al cinema dubbiosissimo su questo terzo capitolo (ditemi il titolo di una pellicola giunta al terzo episodio ancora così in forma!) e ne sono uscito rincuorato e felice di aver ritrovato il mio omino focaccina ancora in forze!
Sarà che (e perdonatemi un momento di romanticismo) vedere un qualsiasi film con quella ragazza al mio fianco lo rende sempre migliore.
Sarà che non ho assolutamente voglia di mettermi qui a scrivere la trama di un film che potete trovare ovunque e che comunque fareste bene a gustarvi tutto d’ un fiato al cinema.
Sarà quel che sarà ma io meno di 8 a questa pellicola proprio non riesco a darlo!
REGIA: Raman Hui, Chris Miller
ANNO: 2007
GENERE: Animazione
VOTO: 8 (voto revisionato 7)
QUANTO è FUSO MAGO MERLINO: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere come fa la cacca l’ Uomo Focaccina

martedì 4 settembre 2007

TMNT


Prendete 5 amici, quintali di patatine, litri di coca cola, fanta, 7up, succhi di frutta e birra e chiudeteli in una casa vuota a guardare un film svaccati su divani e seggiole.
Quel che ne verrà fuori dipenderà in gran parte dalla qualità della pellicola: se si assiste ad un buon film i commenti durante la visione saranno pochi ed interrotti dai classici “shhhhh” scocciati di chi cerca di seguire con attenzione i dialoghi mentre il piciazzo che voleva parlare si riempirà la pancia di bibite e cibo di ogni genere, viceversa se la pellicola è scadente il risultato sarà quello di sentire urla sguaiate di disgusto durante tutta la visione, risate nei momenti che si vorrebbero seri, fracasso di ogni genere e soprattutto patatine e appiccicume in ogni angolo della casa per giorni (il che vi suggerisce di non guardar mai schifezze improponbili a casa vostra!).
Ora prendete un cartone animato storico come le Tartarughe Ninja e pensate all’ ultima orripilante versione che ne è stata fatta per la tv, con Leonardo, Raffaello, Donatello e Michelangelo molto più seriosi e incazzusi che un tempo.
Pensate a un filmato per un videogioco ben fatto per la playstation 2 o al primo Toy Story e avrete un assaggio di quello che vi ritroverete di fronte se vorrete vedere questa trasposizione per il cinema dei nostri eroi.
Nell’ epoca di splendori digitali come “Alla ricerca di Nemo”, “Cars”, “Shrek” o persino “Boog ed Elliott” voi guarderete omini plasticosi muoversi sullo schermo con una mimica facciale a dir poco ridicola.
Ma, si sa, la realizzazione tecnica non è tutto (Matrix docet!).
Uno scenario molto “guerra del Signore degli anelli” style segna l’ inizio di una storia che vedrà i Nostri combattere contro un nuovo nemico (il mitico shredder è liquidato con una voce fuori campo che annuncia la sua morte!) potentissimo e dotato di immortalità!
Dopo un bello spiegone sul chi sarà il cattivone di turno arriva l’ ora di vedere i protagonisti: il primo a mostrarsi è Raffaello, isolatosi dal resto del gruppo per meditare sul suo ruolo da leader, dopo di che è l’ ora di Donatello, Michelangelo e Raffaello rispettivamente diventati consulente telefonico per una fantomatica azienda, animatore travestito da tartaruga (oddio!) e vendicatore notturno per la difesa della città.
La pellicola mette in scena quindi i cattivoni in ordine di potenza mentre si cerca di dare un minimo di spessore al tutto introducendo una sorta di rivalità fraterna tra il ritrovato Leonardo e Raffaello che cerca di proporsi come nuovo leader del gruppo.
Il saggio Splinter aiuta i nostri nella loro riconciliazione con la sua classica saggezza ma una sorta di colpo di scena finale ci fa capire che il vero nemico non è quello indicato fin dall’ inizio: il tempo di capire chi vuole è contro chi e STOP!
Il film finisce in fretta e furia con una spettacolare (forse per i produttori) lotta e l’ aiuto essenziale dell’ irriconoscibile April (rispetto al cartone originale sembra una bambina!).
Ma, si sa, si è di fronte a una pellicola destinata essenzialmente ai ragazzini quindi la storia non è tutto!
Ma se la realizzazione tecnica non è tutto e la storia non è tutto cosa rimane?
Rimangono un’ ambientazione cittadina sporca e oscura molto ben fatta (ma perché le tartarughe arrivano sempre dai tetti se vivono nelle fogne?!) delle belle scene di lotta e alcune piacevoli inquadrature: il film è infatti girato come se ci fosse una vera telecamera a riprendere ogni azione.
La domanda che mi pongo da 2 giorni a questa parte è: bastano 2 calci ben tirati da una tartaruga in digitale per giustificare la visione di una pellicola?
Volete il mio sincero parere? No.
Vi lascio con alcuni splendidi commenti urlati da me e i miei amici durante la visione di questo capolavoro che vi potranno far meglio comprendere cosa ne penso!
Durante la prima scena di battaglia tra eserciti:
< Ma baaaaastaaaaa è “Il signore degli anelli”!!!>
Alla prima apparizione di Leonardo:
< Ma è fatto malissimooo>
Alla visione dei primi uomini:
< Guarda come parlano! Sono ridicoli!!>
Dopo 10 minuti di visione:
< I filmati per l’ x-box sono fatti meglio…>
Primi mostri cattivi sullo schermo:
< Ma sono bruttissimi fan ridere!>
Al primo stralcio di colonna sonora:
< Senti che polpettone orribile per gasare i bambini!>
Ultima scena a 2 minuti dalla fine:
< Secondo me dura almeno ancora mezz’ ora, non può finire ora!>
Se non avete ancora compreso quale reazione ha avuto da parte mia e dei miei amici questo film vi dico solo che il mio vicino di casa la mattina seguente è venuto a farmi il culo per il bordello che si sentiva la notte nel palazzo a causa nostra.
REGIA: Kevin Munroe
ANNO: 2007
GENERE: Animazione
VOTO: 4
QUANTO è IRRISPETTOSO PER I FAN DELLE VECCHIE TARTARUGHE AVER LIQUIDATO SHREDDER E KRANZ IN UN SECONDO: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un brutto film d’ animazione