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lunedì 8 giugno 2015

È LA STORIA, NON COLUI CHE LA RACCONTA.




Dimentico spesso quanto King possa essere avvinghiante.
Anche dopo aver letto qualcosa come una trentina di romanzi e un paio di raccolte di racconti, ogni volta che prendo in mano un suo libro il pensiero è sempre lo stesso: questa volta non ci riuscirai.
Non riuscirai a tenermi sveglio la notte come feci con It a 16 anni, sette ore a leggere col lumicino pur di levarmi di dosso gli incubi che mi assalivano ogni volta che chiudevo occhio o andavo in cantina a prendere una bottiglia di vino per mio padre.
Non riuscirai a farmi portare in giro nei posti più improbabili e scomodi (sul tram, in spiaggia, a casa della fidanzatina) un libro della mole de L'ombra dello scorpione in versione integrale (per chi non lo sapesse più di 1000 pagine scritte in caratteri simpaticamente microscopici nella sua versione """tascabile""") pur di non lasciare da soli i miei eroi durante la fine del mondo.
Non riuscirai a tenermi un giorno intero inchiodato a letto credendo di essere nel Miglio Verde nella speranza che John Coffey si salvi.
E non riuscirai nemmeno a farmi leggere un racconto dietro l'altro ripetendomi continuamente "Ancora uno piccolo e poi la smetto..."
E invece no.
A 68 anni King, in piena crisi bulimica da scrittore compulsivo (ormai pubblica almeno due romanzi l'anno più una raccolta di racconti, qualcosa che a ben pensarci dovrebbe ispirare uno dei suoi horror), è ancora capace di prendermi di peso e portarmi in un altro mondo senza nemmeno tanti sforzi. Gli bastano due capitoli nostalgici sull'ennesima infanzia passata nel Maine, questa volta all'interno di una felice e numerosa famigliola religiosa, ed eccomi li a portarmi a spasso Revival dappertutto. In edizione rigida. Con 470 pagine. Al lavoro, in macchina, nel tascone dei pantaloni corti mentre vado in giro. Insomma, di nuovo.
Non dirò che Revival è un capolavoro.
Sono anni che, pur non leggendo tutto quel che King pubblica (per stargli dietro dovrei leggere solo più lui, e non mi va ancora di diventare pazzo), il Re dell'horror non scrive un vero e proprio capolavoro; forse i tempi di It, L'ombra dello scorpione, Pet Sematary, Cuori in Atlantide, Stagioni diverse e Il miglio verde sono passati per sempre o forse semplicemente sono io ad essere diventato troppo esigente.
Niente capolavori quindi, ma libri più o meno buoni a seconda delle stagioni.
Duma Key, tanto per dirne uno recente, ma non recentissimo, era una mezza ciofeca nonostante la buona idea di partenza. Pareva il libro di uno scrittore anziano che vive su un'isola scema del Pacifico, col cappellino di paglia in testa e poche gioiose idee che gli rimbalzano nel cervello rugoso senza saper dove andare. Non il massimo, ecco.
22/11/63 invece era un buon romanzo. Con una parte centrale decisamente inferiore all'incipit e al finale (uno dei pochi riusciti nella lungherrima carriera e quindi già solo da ricordare per quello), ma comunque molto buono.
E poi c'è Revival.
Che è meglio di 22/11/63 e quasi allo stesso livello di quel Cuori in Atlantide che metto tranquillamente tra i migliori.
Perché c'è un'ottima idea di partenza, ma soprattutto perché c'è uno sviluppo degno del King degli anni migliori. Si parte da uno dei pezzi forti del nostro (l'infanzia, un'età magica che solo lui sa descrivere così meravigliosamente), per attraversare poi la vita intera del protagonista per spizzichi e bocconi. Un assaggio di adolescenza, un salto nei 40, un ritorno ai 30 e poi via via lentamente verso i 50 e infine i 60. Revival pare più una biografia che un romanzo qualsiasi e arriva al succo soltanto nelle ultimissime pagine, prendendosela con calma sugli aspetti della vita più reali e accelerando su quelli più soprannaturali, quasi a voler far sembrare questi ultimi lampi e tuoni che irrompono nella nostra esistenza di sole e nubi.
Con gli anni King sembra aver abbandonato ormai del tutto ogni orpello che non abbia a che fare con la vera e propria storia che sta raccontando e quindi la narrazione prosegue ancora più spedita del solito, fino ad arrivare al finale burrascoso che tutti attendono.
Che non è un brutto finale.
Mi piace scrivere recensioni e, di conseguenza, mi piace leggerne. Sarei un coglione a non farlo. E sarei anche un pirla che pretende di essere letto senza leggere niente di quel che gli altri scrivono. Questo per dire che ho letto ben più di una recensione che parlava di una seconda metà del libro deludente e soprattutto del solito finale imbarazzante a là King. E per una volta, o forse per l'ennesima, non sono d'accordo.
Il finale soprannaturale di Revival, esattamente come quello di 22/11/63, è fatto di poche pagine. Pochi brevi accenni ad un orrore che l'occhio umano non può sopportare e che lo scrittore del Maine, a quasi 70 anni, riesce ancora a descrivere incutendo terrore. É vero che il romanzo sembra accumulare dettagli su dettagli per poi smontarsi in poche semplici righe, ma è anche vero che qui, come in 22/11/63 e come nel 90% dei romanzi del Nostro, quello che davvero conta è il finale che viene dopo, quello che riguarda la vita vera. Quella di un uomo dell'età di Stephen stesso che è passato non casualmente attraverso la droga, la musica rock e la morte di molti dei suoi cari (e indirettamente anche attraverso un incidente automobilistico, cosa che King non dimentica mai di inserire nei suoi romanzi da 15 anni a questa parte), per arrivare ad un'anzianità fatta di tanti ricordi.
Stupendi, brutti, belli e orrendi.
Ma tutti profondamente Kinghiani.
E quindi urliamolo ancora una volta.
W il Re.
W colui che la racconta.

REVIVAL
AUTORE: Stephen King
ANNO: 2014
GENERE: Horror, Drammatico
VOTO: 8

lunedì 10 gennaio 2011

THE WALKING DEAD

Una versione estesa della recensione del nuovo fenomeno horror pubblicata su PERSINSALA



Sono tornati gli zombie, altro che vampiri, gli zombie sono il nuovo trend, vedrete che adesso gli scaffali delle librerie si riempiranno di zombie-book e via agli zombie-movie e agli zombie-telefilm e poi ci sono i diari con gli zombie, i telefoni a forma di zombie, le adolescenti che vogliono uno zombie per ragazzo, gli emo che si truccano da zombie, gli svedesi che fanno un film con lo zombie adolescente malinconico e il blu è il nuovo rosso: prendete e mangiatene tutti, questi sono gli zombie, offerti in sacrificio per voi.
Il fenomeno del futuro, casomai qualcuno rimasto chiuso in un castello transilvano negli ultimi 6 mesi non se ne fosse accorto, sono gli zombie.
Neanche il tempo di riciclare tutta quella cartaccia sporca d’inchiostro sui vampiri apparsa in libreria, nemmeno la possibilità di rivedere per la miliocentesima volta in replica in ordine casuale Vampire Diaries su Italia 1 ed ecco che questi qua tirano fuori gli zombie.
E tutti a sbavare come zombie inseguendo gli zombie, che Danny Boyle, Zack Snyder, Edgar Wright l’avevano già detto qualche anno fa, ma allora erano tutti dietro ad Achille, Baliano, Arturo e Alessandro, tutti figli di quel Massimo Decimo Meridio di cui il recente Robinho Hood (attaccante del Milan) ha decretato la definitiva morte.
Ma i morti viventi, per il nome che portano, non muoiono mai se non centrati alla testa e così rieccoli spuntare decennalmente con l’intento di conquistare il mondo, capitanati da un George A. Romero se possibile più stanco di Dario Argento, capace di inanellare una serie di orridi film che ormai nemmeno il nome del regista padre degli Zombie riesce a salvare dal fallimento.
Certo, Romero è Romero e non si può toccare, così il Darione nazionale e una serie di altri registi che preferisco non nominare per nome come Burton e Stone che, nonostante le critiche a oscenità come Alice In Wonderland e Wall Street: il denaro non dorme mai, si ritrovano circondati da strenui difensori del proprio (brutto) lavoro.
La critica va avanti per blocchi compatti ed il mare non democratico di internet, con il gruppone dopato a forza di maiuscole e punti esclamativi a far la voce grossa, contribuisce spingendo idee che si fanno sempre più imponenti, convinte e macilente con l’andar del tempo.
The Walking Dead come trasposizione di un fumetto sugli zombie? La prima puntata di The Walking Dead è bella. The Walking Dead è bello! The Walking Dead rilancia la moda degli zombie!!! Zombie!!! ZOMBIE ZOMBIE ZOMBIE!!!
E così ci si ritrova a parlare del fenomeno Walking Dead (che il The dopo un po’ stanca), capace di rovesciare l’attenzione di una vasta fetta di pubblico affamata di buon horror (dico horror, non storie di vampiri-umani-adolescenti-arrapati-innamorati) su di una serie tv prodotta e sceneggiata da Frank Darabont: uno dei pochissimi autori capaci di portare le storie di Stephen King sullo schermo senza creare pasticci allucinanti (tanto per dirne uno: Pet Semetary) che nel 2007 con The Mist ha girato uno degli horror americani più sottovalutati e più riusciti degli ultimi anni.
Il regista c’è, il fumetto di successo è già stampato, il formato chic da miniserie in 6 puntate è trovato e gli zombie, come da titolo, sono già in marcia: la critica è pronta a lanciare il nuovo fenomeno dell’anno.
Abboccano quasi tutti: Walking Dead è spettacolare, fantastico, mai visto, ben fatto, ottimo, curato, ventata d’aria fresca e una serie di sinonimi improponibili che forse nemmeno lo Zanichelli contempla.
Ma perché?
Come mai nessuno si rende conto che Walking Dead appare come un prodotto “banalotto” e mal sceneggiato, con personaggi a dir poco stereotipati che in 240 minuti riescono a malapena a far quello che in un classico film zombiesco accade in un’ora e mezza?
Le risposte, ovvie ed assai abusate anche se ancora poco diffuse (dato che pochissimi si permettono di criticarlo), sono principalmente cinque:
1. La serie tv è tratta da un fumetto (cult!) quindi i personaggi sono fantasticamente “fumettistici” e si muovono in un meraviglioso scenario da “storia banale” (sinonimo di fumetto nel thesaurus di Word...Un plauso ai suoi pensatori dell’Ottocento);
2. La sceneggiatura è scritta da Frank Darabont con l’aiuto del fumettista originale Robert Kirkman, apprezzato regista di film fantastici uno, e amato scrittore di fumetti horror (e non) l’altro;
3. Agli effetti speciali per il make-up c’è, tanto per citarne uno, Greg Nicotero, esperto del settore ed in particolare di zombie avendo lavorato agli ultimi 4 (brutti) film di Romero oltre ad un infinità di altre pellicole horror;
4. La miniserie racconta l’apocalisse zombie del mondo ed è la prima a farlo;
5. Ho letto il cartellone pubblicitario in città, anche se un pazzo signore biondo con gli occhiali da sole continuava a dirmi che c’era scritto OBEY e non The Walking Dead.
Ad ognuna di queste risposte segue, nella mente di ogni estimatore di Walking Dead il complesso del: “quindi è bello per forza”.
Così nessuno sembra rendersi conto che spostare la storia di un fumetto sullo schermo televisivo richiede un lavoro molto più complesso del semplice traslocamento di personaggi e storie dalla carta al tubo catodico (che tra l'altro non c’è più) con qualche aggiuntina succosa qui e lì: il fumetto è un mezzo di comunicazione, la tv un altro e il personaggio bidimensionale proprio del fumetto scomparirà nella profondità dello schermo televisivo, proprio come la velina Kate Moss in una puntata dei Griffin.
Spiccano così per piattezza il supereroe risolvo-tutto-io (simile per certi versi al protagonista di un’altra orrida serie tv finita male di nome Jericho), il buzzurro violento che obbedisce solo ai suoi istinti animaleschi (e il fratello ancor più cattivo, ai limiti della barzelletta), il vecchio saggio e il coreano scemo-simpatico: allegra combriccola a cui manca solo il nero Yo-fratello…(Non è vero, c’è pure lui).
Si salvano dalla nomination e arrivano quindi in finale, Shane Walsh, vicesceriffo amico del protagonista e Andrea, i cui nomi non vengono citati a caso essendo gli unici personaggi in grado di evolversi (proprio come un Pokemon) durante l’intera vicenda.
Per ritornare a parlare degli estimatori della serie tv, ancor più convinti dei “fumettari” sembrano i vari ammiratori di Darabont e Kirkman che ragionano esattamente come gli strenui difensori di Burton e Stone, i fan degli effetti speciali a cui verrebbe voglia di proporre un film senza storia colmo di esplosioni di corpi putrefatti e di chi vede nell’apocalisse di zombie qualcosa di originale nel 2010, il che sarebbe un po’ come trovare Natale in Sud Africa una piacevole novità.
In ogni caso l’alta marea internettiana trasporta tutti sulla stessa corrente e chi prova a nuotarci contro viene seppellito da commenti indignati che si trasformano talvolta in lapidari “Capra, capra, capra!” degni del miglior salotto televisivo che nessuno vede ma che tutti conoscono... (Magia di Amy!).
Ovviamente ogni zombofilo che si rispetti si rende conto dell'incipit palesemente scopiazzato da 28 giorni dopo ma qualcuno sussurra “non poteva essere altrimenti” e quindi al grido del “NON POTEVA ESSERE ALTRIMENTI” nessuno nota le assurdità legate alla sopravvivenza di un uomo in coma, abbandonato per almeno un mese su di un letto, attaccato a macchinari non funzionanti per la mancanza di elettricità, senza nemmeno un catetere necessario a non trasformare la stanza, mi si perdoni la raffinatezza, in un pozzo di urina.
E come fa lo stesso individuo appena uscito dal coma a raggiungere casa sua e a trasformarsi nel giro di due giorni (con l’aiuto del suo costume da supereroe con la stelletta) in un leader carismatico che non chiede nemmeno una volta cosa diavolo sia successo per trasformare il mondo in una landa desolata abitata da esseri ciondolanti e puzzolenti?
Ma soprattutto (e qui chi non ha ancora visto la quarta puntata è invitato a non leggere), perché mai dei bruti messicani decidono di tenere aperto un ospizio in mezzo alla città e hanno la finezza psicologica di un cattivo nella serie animata de L’uomo Tigre (i buoni che fingono di essere duri per salvarsi da un mondo duro, cose che nemmeno Ken Shiro avrebbe accettato)?
Ogni pellicola horror o di fantascienza che si rispetti ha le sue incongruenze, nessuno lo può negare, ma è anche vero che solitamente sono dovute al tempo limitato in cui si vuole raccontare una storia mentre Walking Dead, avendone in abbondanza, sceglie di scialacquarlo nel peggiore dei modi: con puntate inutili in cui non accade assolutamente nulla (la terza) ed altre che sembrano una via di mezzo tra un videogioco e un mashup di Zombie e L’alba dei morti dementi (la seconda, con la trovata stucchevole di Kirkman della camminata “impuzzati” da zombie, mancava solo che camminassero ciondolando come in Shaun of The Dead).
The Walking Dead, in definitiva, propone una storia vecchia, con personaggi tratti in gran parte da un film di Steven Seagal, che si snoda su 6 puntate abbastanza disomogenee per quantità d’azione e qualità visto che il succo è concentrato nel primo promettente Days Gone Bye e negli ultimi due (fin troppo aperti) episodi: si può concludere una stagione dimenticando ben 3 personaggi al loro destino e abbandonandone uno appena trovato e uno per niente approfondito in mezzo ad un’esplosione?
Tralasciando l’attenta regia da molti assegnata a Darabont, che si è occupato in realtà solo del primo episodio abbandonando i restanti al lavoro mediocre di registi di serie tv e videoclip, la realizzazione tecnica del serial è sicuramente buona, ma la cosa avrebbe potuto stupire una decina di anni fa, non dopo l’esplosione di perle come Lost, CSI, True Blood e chi più ne ha più ne metta, senza tener conto del livello medio-basso degli attori.
Un’ultima nota stonata riguarda il senso del telefilm in generale: può un serial tv di nome The Walking Dead, i cui protagonisti veri dovrebbero essere degli zombie, non spaventare e nemmeno impressionare?
Ci sono sbudellamenti di cavalli e di persone, zombie marci e putrefatti che si trascinano senza la parte inferiore del corpo, bambine zombie uccise con un colpo di pistola (niente a che vedere con una scena come quella di Distretto 13: le brigate della morte) e tanto sangue, ma Walking Dead non fa paura, si concentra sui rapporti tra i vivi, ma non si avvicina minimamente allo spessore di un capolavoro come La notte del morti viventi capace di spaventare e di far riflettere.
Saranno capaci i nostri eroi, in una già annunciata e strombazzata seconda stagione, almeno a spaventarci o la strada intrapresa sarà quella dello zombie ridicolmente intelligente di un’oscenità indescrivibile come ne Il giorno dei morti viventi del maestro Romero?
Al 2011 l’ardua sentenza, sicuro di provare puro terrore alla prossima scena di chiave persa al rallenty sul tetto di un palazzo e non molto speranzoso per quanto riguarda il morbo Romeriano che sta per infettare il mondo: già mi vedo la ragazzina post-emo a dichiarare amore per il suo Edward Cullen Zombie, senza ricordarsi quale parte del corpo perse per prima un Tarantino marcescente in Planet Terror.

VOTO: 5-

VERSIONE ESTESA DELLA RECENSIONE PUBBLICATA SU PERSINSALA

venerdì 26 marzo 2010

THE NIGHT OF THE LIVING DEAD- LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI (1990)

Dev’essere una particolarità tutta degli anni ’90 quella di generare remake incredibilmente inutili di capolavori degli anni 60.
Non tanto brutti, inguardabili, osceni e senza rispetto per l’originale.
Solo e semplicemente inutili.
Cominciamo da lontano: qualche anno fa un gruppo parecchio famoso, il cui leader se ne andava in giro bullandosi del suo cappellino rosso girato al contrario e dei suoi pantaloni a tre quarti, pensò bene di realizzare una cover di un vecchio pezzo degli Who.
Era alla fine dei suoi anni d’oro, siamo d’accordo.
Il tipo col cappellino rosso, superati ormai i 30 anni, pensò a lungo ad un metodo per liberarsi di quell’immagine da teenager numetallaro troppo cresciuto e comprese che l’unica alternativa alla trasformazione in vecchio emogay (linkin pork docet) era la composizione di un ballatone strappamutande da fattone grunge.
Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, in questo caso quello dell'ispirazione: tale Fred non teneva conto che la sua (se mai ne avesse avuta una) era andata a farsi fottere a forza di motherfu%&er e sh%&t e c%&k e blablablafu%&er vari.
Pensò bene a quella cover quindi, Behind Blue Eyes degli Who.

Fosse stata una canzone sua, nessuno avrebbe avuto nulla da dire sulla riuscita del pezzo, ma di rifacimento si trattò e quindi di confronto si dovette parlare per forza di cose.
Cos’era e cos’è la Behind Blue Eyes dei Limp Bizkit rispetto all’originale degli Who, se non una versione acustica e tranciata di netto sul finale strumentale elettrico, rispetto all’originale?

Niente di più e, anzi, molto di meno.
È una versione scialba e senza mordente di una song (quanto fa gggiovane dirlo) che puntava a essere sicuramente molto più di una semplice ballata, proprio grazie a quel finale volutamente fuori posto.
È, in sostanza, una cover inutile.
Ora prendete tutta quest’immensa introduzione e mettete come termini di paragone l’originale Notte dei morti viventi di Romero e il remake di Tom Savini oppure, se il gioco vi diverte, l’originale Psycho e quello di Gus Van Sant.
Non voglio stare a ripetere nuovamente ciò che dissi per Psycho nella sua recensione e quel che ho appena scritto qui sopra per Behind Blue Eyes.
Semplicemente il film di Tom Savini è una pellicola totalmente inutile.
Si può discutere a lungo sulla pessima qualità degli attori rispetto all’originale, ma quel che più salta agli occhi è semplicemente la futilità di questo remake.
Savini non è Romero così come Van Sant non è Hitchcock, dovrebbe bastare questo.
Ma il mondo vuole delle spiegazioni per tali ignobili operazioni e si finisce così con lo spacciare come omaggi delle scopiazzature riuscite male, riproduzioni sbiadite di capolavori che sono tali per un amalgama di elementi difficile, se non impossibile, da ricreare.
Ha voglia il nuovo regista di indurire il carattere della protagonista, di cambiare di una virgola il finale e di anticipare quella presa di coscienza degli zombie che in Romero avverrà (rispetto all’originale “Notte dei morti viventi” ed era già avvenuta nel 1990) solo con “Zombi” e “Il giorno dei morti viventi”, ma il risultato non cambia.
I colori tolgono fascino alla storia originale, gli attori di pessimo livello certamente non aiutano e pensarla come una pellicola fortemente voluta da Romero per recuperare qualche soldo dalla perdita dei diritti dell’originale “Notte dei morti viventi” fa venire anche un po’ di tristezza, a dirla tutta.
Film inutile non come la maggior parte dei remake, ma come solo questi “omaggi” sanno fare, e che di certo non da lustro a quei vecchi morti che camminano Romeriani che già nel 1990 non impressionavano più di tanto: lenti, goffi e in più di un’occasione ridicoli (a chi protesta: “Ma ormai lo scopo di Romero non è più spaventare ma solo criticare attraverso queste figure”, dico semplicemente che nei primi due film della saga è già detto tutto).
Se già con “Il giorno dei morti viventi” il regista degli zombies aveva perso una buona occasione per smetterla con i suoi living dead, con questo remake, di cui si fa produttore e cosceneggiatore, non fa altro che cadere più in basso.
Passerà più di un decennio per rivedere Romero direttamente all’opera con le sue amate creature ciondolanti ne “La terra dei morti viventi”, un’ idea senza dubbio migliore ma realizzata, forse, nel peggiore dei modi.
È il caso di dire: “Lasciateli riposare in pace”?

GENERE: horror
ANNO: 1990
REGIA: Tom Savini
UNA PAROLA: Inutile e brutto
VOTO: 3,5

giovedì 20 novembre 2008

SAW IV


DRIIIIN…..DRIIIIN….DRIIIN
CLACK
“Pronto?”
“Ciao Patrì!”
“O Greggo, com’è?”
“Tutto a posto…ti ho chiamato che ti ricordi che tra un mese è Halloween?”
”Si…e allora?”
“Eh, va che dobbiam ancora preparare quella cazzata che prepariamo ogni anno da tre anni a questa parte…”“
Mmmmm…cazzata di Halloween? La zucca intagliata?”
“Oh cazzo Patrì…ogni volta…quella boiata con quel cretino che se deverte a torturà le persone…che lui è malato terminale e quindi non sapendo che cazzo fare dei suoi ultimi inutili giorni di vita spreca il suo tempo a inventarsi dei macchinari assurdi per storcere le ossa e cazzate simili…”
“Ah ma siiii, Saw…cazzo mi stavo dimenticando…”
“Ma come se fa a dimenticarsi? Con tutti quei mentecatti che corrono al cinema a pagar il biglietto, dai Patrì, a cosa hai pensato per sto episodio?”
“Si dunque…a cosa ho pensato…ecco…dunque…c’è Jigsaw in una stanza…”
“A Patrì, guarda che è morto in Saw III, gli han sguarato il collo, va beh che è na cazzata ma non è che puoi fargli far l’occhiolino come Freddy Krueger dopo esser stato decapitato in “Freddy vs Jason"…”
“Si giusto... è morto... Dunque…c’è Jigsaw in sta stanza…morto…”
”Sembra avvincente…”
“Si no aspè…è morto…ma lui lo sapeva…”
“Cosa sapeva???”
”Che moriva con il collo sguarato…”
“Ah Patrì…”
“No aspè, lasciami finire…lo sapeva e quindi s’è mangiato na cassettina…”
“……….”
“Si, sai quelle dove ci registrava la sua voce con cazzate tipo “Ti va di fare un gioco?” e puttanate simili…”
“Si ho presente….”
“Eh, e stavolta in sta cassettina c’ha registrato praticamente tutte le torture che aveva già in previsione di fare….”
“Nostradamus….”
“Ma no è che lui sai com’è no…c’ha la malattia terminale…”
“E quindi?”
“E quindiii...sai la malattia terminale no?Che te fa vedè le cose…lui sa che quella cassettina la troveranno nell’autopsia e sa anche che chiameranno il poliziotto per ascoltarla”
“Ma che poliziotto?”
“Ma che te frega…se quelli del film prima firmano un nuovo contratto bene, se no cambiam di nuovo tutti…tanto non è che la gente sta a guardà quello…”
”Si in effetti…comunque trovata sta cassettina che cazzo succede?”
“Che cazzo succede…dunque… si c’è sto poliziotto con la cassettina in mano…”
“E fin qui…”
“E niente…poi ci son le trappole…”
“Le trappole?? Si ok…ma la storia?”
“La storia… si la storia… dunque… c’ è uno che aiuta troppo le persone allora deve essere punito…”
“Ma non ha senso! Non puniva gli stronzi Jigsaw?”
“Ma si che te frega, c’è sto tipo e ci son un casino di trappole…”
“é Saw III..."
“E quindi…c’è sto tipo che vede le persone torturate ma tanto non può farci un cazzo per quanto ci provi quindi va avanti proprio come voleva Jigsaw”
“…………”
“E poi alla fine c’è uno scenone finale pieno di sangue con teste che esplodono e puttanate simili e il solito flashbackone che spiega tutto!”
”Sembra far più pena del solito…”
“Poi magari ogni tanto ci mettiam un flashback dove facciam vedere perchè Jigsaw è diventato così cattivo…”
“E che cazzo centra con tutto il resto?”
”Ma si così ci infiliamo anche l’ex moglie di Jigsaw e sti poliziotti che riescono a prevedere ogni sua mossa perché sai…loro son poliziotti americani…sono intelligenti…ma arrivano sempre con un minuto di ritardo…poi sai con la storia del suo passato diventa più introspettivo…cioè…sai…si scava nel profondo…”
“… e i poliziotti non riescono a prevedere in tempo le mosse di uno morto?”
“Si ma Jigsaw era…”
“Si…un malato terminale…du palle…”
“Ti soddisfa?”
“è la più grande puttanata che io abbia mai sentito…”
”Quindi?”
“Quindi domani vedi di chiamare il babbuino che vuole dirigere sta cazzata che iniziamo…”
“Ok! Ah poi ti volevo dire…per Saw V ho già un’idea…”
“……”
“C’è Jigsaw ancora in obitorio perché lui c’aveva la malattia terminale quindi son ancora lì a tagliuzzarlo e mentre lo girano dall’altra parte vedono che c’ha una cassettina piantata nel culo…”
“……………………………”
CLACK
TUTUTUTUTUTUTUTUTUTUTUTU
REGIA: Darren Lynn Bousmann
ANNO: 2007
VOTO: 4

venerdì 18 luglio 2008

THE HAPPENING- E VENNE IL GIORNO

ATTENZIONE ATTENZIONE: Deneil pubblica una nuova recensione cinematografica dopo quasi due mesi!

La verità è che questo film fa cagare.
La verità Shyamalan è che se ti viene una buona idea e non sai scrivere una sceneggiatura non devi per forza scriverla.
Non devi per forza di cose nel tuo delirio di onnipotenza produrre, girare, recitare, scrivere, soggettare e chissà quale altra diavoleria in tutti i tuoi film (se potesse secondo me creerebbe dei piccoli omini Oompa Loompa a sua somiglianza e non ingaggerebbe più nessuno a recitare!)

SHYAMALAN ALLA CONQUISTA DEL MONDO...
Hai una buona idea ma non sai come svilupparla.
Bene.
Esistono gli sceneggiatori.
Sai.
Quelli che scrivono le sceneggiature.
Quelli che tu gli dici più o meno cosa accade (se hai un soggetto) e loro ti mettono su carta scene e dialoghi.
Poi magari tu le scene le giri come cazzo vuoi dato che ti credi il Dio del cinema sceso in Terra, colui che salverà il mondo da Uwe Boll e compagnia, ma almeno avrai dei dialoghi.
Quello che si dicono gli attori.
Quelle cose preparatissime, studiate e ristudiate a memoria dagli attori ma che devono sembrare comunque realistiche.
Del tipo:
Tizio:“Vuoi una percentuale di sopravvissuti?”
Caio:“Si, la voglio!!”
Tizio:“65%!”
Caio:“Vai a riprendere tua moglie!!!”
Ecco questo non è un dialogo!
È merda.
È come se uno al telefono con un'altra persona ad un tratto non sentisse più l’altra e dicesse: “Sento il vento!”
Ops!
Ci hai messo anche questa.
E con orgoglio.
“SENTO IL VENTO!”
Ma sento il vento de che?
Ma stiam scherzando?
Ma quale malato nel cervello direbbe mai al telefono: “Sento il vento” quando dall’altra parte non c’è più nessuno?
Magari proverebbe a richiamare l’altra persona più volte ma “Sento il vento” no!
Ma no no no.
È offensivo.

È come se uno ad un certo punto si mettesse a parlare con una pianta di plastica e poi accortosi dell’errore esclamerebbe “Oh mio Dio sto parlando con una pianta di plastica!”
Noooooo!
Con una pianta di plastica???
E io che ti credevo così intelligente perché stavi parlando con una pianta vera.
Sai quelle con le foglie, le radici…
Senza le orecchie.

PIANTA CON GLI ORECCHIONI...OK QUESTA è PESSIMA...
Neanche nei film apocalittici.
Non è che uno dice: “Giro un film apocalittico e ci metto qualsiasi minchiata mi viene in mente, tanto è apocalittico”
No.
Non funziona proprio così.
Ok è apocalittico e non sarà “La vera storia della guerra in Uzbekistan vista dagli occhi di un Uzbekistaniano cieco e senza mani” ma non è una gara a metterci tutte le minchiate che ti vengono in mente in quel momento.
Potevi farlo ne “Il sesto senso”, “Signs”, “Unbreakable”, “The village”, “Lady in the water”.
Potevi farlo in 5 film perchè eran tutti dei film sostanzialmente di pura fantasia.
Però basta.
In un apocalissi non ci sono villaggi segreti, alieni brutterrimi, persone che non si rompono, gente morta che viaggia tranquillamente tra gli umani e nemmeno una ninfa acquatica con relativa piscinetta dove sguazzare.
In un apocalittico ci sono delle normalissime persone che tentano di fuggire a qualcosa che non può essere fuggito.
Non dei manichini rincoglioniti che si esprimono come degli Homo Imbecillus.
Perché alla fine quando esci dalla sala ti ricordi solo quello.
Dovresti pensare alla natura che in un qualche modo si ribella all’uomo, dovresti pensare alla scena magistrale dell’arrivo in città con una marea di corpi impiccati alle piante, dovresti sognar di notte la vecchia pazza che tira testate contro il muro fino a sfondarsi il cranio e invece pensi a Mark Wahlberg e Zooey Deschanel.
Uno che recita alzando, abbassando e, attenzione, aggrottando le sopracciglia in uno dei ruoli meno credibili che gli abbiano mai assegnato (quando è intento a fare il professore ti chiedi se nel mondo intero può esistere un personaggio…una cosa del genere) e l’altra che si aggira davanti alla telecamera spalancando più o meno la bocca e gli occhi a seconda dello stupore.

LE MARK'S ESPRESSIONI!
“OOOOOHHH sono morti!!”
“OOOOOHHH siamo ancora vivi!!!”
“OOOOOHHH mio marito parla con le piante e io sono una merda che l’ho quasi tradito!”

NON è LEI QUELLA IN BASSO A DESTRA???
E l’altro che gli risponde aggrottando le sopracciglia.
“Oh mio Dio mi hai quasi tradito???(Sono abbastanza aggrottate???)
E Shyamalan da fuori che fa:
“Si si non ti preoccupare che tanto della recitazione non se ne curerà nessuno, ho scritto dei dialoghi memorabili io!”

L'ALTRO MARLON BRANDO DELLA SITUAZIONE INSIEME A UNA FIGLIUOLA CHE NULLA PUò IN QUESTO SFACELO...
“E venne il giorno”
Che quando tutti mi dicevano: “Va che è fuffa, va che fuffa, va che è fuffa!” io ancora ci speravo.
Non dico che ci credevo.
Ma speravo si.
Magari non avevano visto bene.
Magari non era stato capito come successe a “Lady in the water”.
Magari non apprezzavano il genere.
Magari semplicemente Shyamalan ha toppato.
Ecco appunto.
Magari Shyamalan avesse toppato.
Magari fosse solo quello.
Qui si parla di un uomo che avuta una buona idea è riuscito a realizzarla nel peggiore dei modi possibili.
Nel migliore dei mondi possibili Shyamalan mi avrebbe illuminato gli occhi.
In questo mi ha fatto solo ricordare che ancora nessuno è riuscito a creare il film apocalittico perfetto.

REGIA:M.N.Shyamalan
GENERE: Apocalittico, Fantascienza, Horror
ANNO: 2008
VOTO: 3,5

giovedì 29 maggio 2008

LA INVECIòN DE CRONOS- CRONOS

Della serie: "Tiriamo fuori recensioni scritte secoli fa per aggiornare il blog"
Ma una nuova recensione è in cantiere.
E chi mi segue (vedi Filippo) ha già capito tutto.

Io ho una sorta di feticismo per gli insetti, i meccanismi ad orologeria, i mostri, i luoghi oscuri
by Guillermo Del Toro

Horror e poesia.
Inutile star qui a discutere sul fatto che Del Toro ha realizzato Cronos con 2 milioni di dollari e che sarà questa pellicola a portarlo all’ attenzione della Hollywood più caciarona affidandogli uno dei suoi progetti meno riusciti: Mimic.
Non mi importa per ora analizzare quel che farà in seguito Del Toro, delle sue pellicole più commerciali e di quelle dove davvero si può respirare la sua anima.
Occupiamoci solo di questo “Cronos”.
Realizzato con gran fatica e dispendio di risparmi altrui (mezzo milione di dollari furono prestati al regista per completare la pellicola ), “Cronos” semplicemente dimostra che il cinema italiano si lamenta tanto quanto è ormai privo di grandi registi di genere.
Si lo so.
Guillermo Del Toro è messicano, la produzione di questa pellicola è messicana e in Italia nascosti bene tra i vari Moccia (vi siete mai chiesti se sotto il cappellino c’è davvero una testa o semplicemente il vuoto cosmico?) e Muccino ci sono anche grandi registi (buoni registi è meglio).

I DUE NEURONI DI MOCCIA PRONTI A DARSI BATTAGLIA: NE RIMARRà SOLTANTO UNO.

Eppure vedere un film del genere realizzato praticamente dal nulla da un uomo con alle spalle due soli lungometraggi (praticamente introvabili) con un budget risicatissimo fa venire grandi dubbi su tutte le lamentele degli artisti italiani del cinema.
“Non ci sono soldi!”
“Nessuno va al cinema!”
“Il cinema di genere non lo produce nessuno!”
“Mamma, mamma Pierino mi ha rubato il Lecca Lecca!”
Guardate e imparate.
Dovrei dire solo questo.
Del Toro con 2 milioni di dollari realizza una signora pellicola.
Idee prima di tutto.
Sono quelle che mancano al cinema italiano: storie di coppie distrutte, storie di amori distrutti, storie di amici distrutti, storie di ragazzi distrutti, storie di palle distrutte (quelle degli spettatori)… non se ne può più!
Certo ci sono buonissime pellicole all’ interno del genere ma è come se a tavola vostra ogni giorno portassero pasta al sugo.
Magari un giorno è anche più buona del solito ma dopo un mese non ne avete la nausea?
Ci saranno poi ovviamente quelli che si lamenteranno del fatto che ogni tanto qualche buona pellicola di genere esce anche qui ma non sono pubblicizzate a dovere.
Ma siamo poi così sicuri che siano questi grandi capolavori?
Il 99% delle volte il cinema di genere italiano (e con cinema di genere intendo ora gialli, thriller, horror, fantascienza (anche se non esiste più in Italia ormai)) è rappresentato da film con un’ idea scontata realizzata in maniera buona (non ottima… e molte volte capita che non sia nemmeno buona!)
Siamo sicuri che ci si possa davvero lamentare così tanto se non si ha un’ idea originale che sia una?
Non chiedo “Metropolis” e nemmeno “Distretto 13: le brigate della morte”.
Chiedo solo una mezza ideucola leggermente diversa.
Anche un quartino andrebbe bene.
Prendete “Cronos”.
L’ idea di un congegno inventato da un alchimista italiano in grado di rendere immortali (attraverso il vampirismo) chi lo utilizza non è certo il massimo dell’ originalità.
Eppure Del Toro sa far nascere su un impianto molto classico qualcosa di completamente differente, qualcosa di originale!
Il regista prende una storia sostanzialmente raccontata mille volte e la trasforma in qualcosa di estremamente personale.
Certo: c’è il riccone malato che vuole assolutamente il congegno, la persona sbagliata che se lo ritrova in mano e il nipote del riccone (l’ attore feticcio di Del Toro Ron Perlman) che fa di tutto per sottrarlo a quest’ ultimo.
Ma la classicità del racconto finisce qui.
Su questa base Del Toro (anche autore del soggetto) crea un qualcosa di veramente nuovo.
La storia di un uomo comune, di un antiquario, che utilizza per sbaglio il congegno maledetto e si ritrova a bramare il sangue senza saperne le reali motivazioni potrebbe essere ancora racchiusa in un impianto classico ma Guillermo non si accontenta.
A creare un buon horror son capaci tutti.
E a donare poesia?
Del Toro affianca all’ antiquario una nipotina molto silenziosa che seguirà il nonno in tutta la sua trasformazione fino alla morte e alla successiva resurrezione.
Una nipotina che non si chiede mai che cosa sta succedendo al suo nonno: lei gli vuole bene.
E tanto basta.
Il percorso che porta il caro nonno ad allontanarsi da lei in seguito al primo utilizzo del congegno (che lo riavvicina alla moglie poiché in un certo modo ringiovanisce) e il riavvicinamento dovuto alla morte del nonno che questa volta ha bisogno di essere protetto è seguito da una mano che sembra davvero troppo esperta per non essere quella di un grande maestro.

IL NONNO IN FORMA SMAGLIANTE

IL NONNO UN PO' MENO IN FORMA...

Certo Del Toro ogni tanto mostra la corda (le scene d’azione sono abbastanza mediocri e talvolta addirittura noiose) ma ha talmente tante idee da mettere sul piatto che a fine visione molto gli viene perdonato.
Perché Del Toro non si accontenta di horror e poesia.
Un umorismo nerissimo di fondo fa capolino qui e là (esemplare la scena dell’ autopsia con il becchino che si vanta delle belle cuciture e poi manda tutto al diavolo quando viene a sapere che il corpo sarà cremato!) e non si può non notare come la storia tenda infine al dramma classico (l’ immagine finale che non svelo è esemplare!)

Lo ammetto.
“Cronos” è anche troppo.
Mi basterebbero un quarto delle idee contenute qui per un film di genere italiano.
Ce la si può fare?
REGIA: Guillermo Del Toro
ANNO: 1993
GENERE: Horror, Drammatico, Commedia
VOTO: 7 perché comunque la realizzazione tecnica è molto buona (ottima la fotografia molto tenebrosa) ma mostra i limiti di un budget davvero troppo ristretto.
QUANTO TI IMMAGINI HELLBOY QUANDO VEDI RON PERLMAN: 8
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un horror che non è un horror.

mercoledì 13 febbraio 2008

ORIGINAL AND REMAKE_ PSYCHO- PSYCO

Era pronta da tempo ed è stata fortemente voluta da quello stroncatore pazzo di Mario (almeno in questa modalità doppia).
Signore e signori la recensione di Psycho!




Inutile.
Inutile, pretenzioso, falso e senza senso di esistere.
A volte mi chiedo come possa venire anche solo in mente ad una persona di girare certe pellicole.
Di mettersi li a buttare dei soldi in allegria nel cesso come se fossero foglietti con scritto sopra delle cifre insignificanti.
Ma soprattutto.
Perché buttare via del tempo che non tornerà più nella vita?
E perché far perdere due ore a milioni di spettatori che potevano prendere una sana boccata d’ aria in quel tempo ormai andato perso?
Mi riferisco al remake di Van Sant ovviamente.
Il remake di Psyco di Alfred Hitchcock.
Uno dei capolavori del grande maestro che meriterebbe pagine e pagine di analisi filmica e sociologica reinterpretato da uno dei più apprezzati cineasti degli anni 90 (mi riferisco all’ opinione comune e non alla mia che è ancora molto indecisa sulla questione).
Reinterpretato.
Che parolone.
Diciamo pure copiato con la carta carbone.
Diciamo pure fotocopiato a colori con qualche errore di stampa qua e là.
La domanda che mi sono posto subito dopo aver visto l’ originale Psyco è stata: “Perché girare un remake di una pellicola così tremendamente moderna?”
Non c’ è una risposta a una domanda del genere.
O perlomeno io non l’ ho trovata.
Il gioco di Hitchcock con lo spettatore, quello fatto di personaggi inesistenti, di giochi di camera, di piccoli particolari da interpretare, di doppiatori diversi per uno stesso personaggio nella distruzione di una delle regole base della cinematografia classica (Norman Bates nei panni della madre non è doppiato dallo stesso Anthony Perkins) diventa nelle mani di Van Sant segatura al vento.
Diventa una sterile copia fatta di dialoghi, inquadrature, personaggi e ambientazioni il più possibile identici all’ originale.
E così mentre Hitchcock si diverte a prendere in giro lo spettatore, mentre lo fa girare da una parte per rubargli il portafoglio dall’ altra, mentre gli fa morire il protagonista a metà pellicola lasciandolo senza un punto di riferimento fisso, Van Sant con fare serioso tenta di fare l’ Hitchcock in modo maldestro.
Tenta di distrarre lo spettatore e non fa altro che annoiarlo, tenta di mettere in scena un nuovo Anthony Perkins e si trova con un Vince Vaughn rigido come un tronco, tenta di fare il giocoliere e gli cadono tutte le palline dalle mani.
E Hitchcock se la ride.
Mentre mescola la società moderna al gotico ottocentesco (la casa di Norman) e mette in scena come se nulla fosse uno dei grandi mali nascosti dell’ America moderna (i tranquillanti- psicofarmaci che la collega di Marion prende in ufficio) si diverte a vedere come Van Sant annaspi sulle sue orme cadendo con la faccia nel fango per un passo troppo lungo della gamba.
Che Van Sant non sia Hitchcock lo si capisce fin dal nome, ma che Van Sant abbia in comune con il maestro una sola lettera nel cognome lo si capisce solo guardando attentamente.
Lo Psycho del 1998 è privo di ispirazione e di inventiva come molti remake ma quel che spaventa è la mancanza di personalità: basta un Norman Bates che si masturba a far capire che si tratta di un film di Gus Van Sant?
Basta omaggiare un grande maestro del cinema per essere accostati a lui?
Basta ripetere ogni sua inquadratura, gesto (c’ è perfino uno che assomiglia a Hitchcock sul marciapiede fuori dall’ ufficio) e mania per far dire allo spettatore: “Guarda com’è diligente questo alunno di Alfred!”
No.
Non basta.
È anzi offensivo credere che tutto ciò sia un omaggio a una pellicola che non aveva bisogno di nessun omaggio, di nessun rifacimento perché è ancora troppo nuova e splendente così com’è.
Nel suo bianco e nero inquietante, nel suo Anthony Perkins eccezionale, nella sua bellissima Janet Leigh ma soprattutto nella sua regia.
I colori, Viggo Mortensen (straordinariamente simile l’ abbigliamento che usa qui e in “A history of violence”), Anne Heche (sensuale più o meno come un muro di cartongesso) e Van Sant non possono far nulla per omaggiare Hitchcock.
Anzi si.
Una cosa la potevano fare tutti insieme.
Sedersi su un divano e rivedersi ancora una volta l’ originale.
Per prostrarsi ai piedi del televisore di fronte a tanta arguzia.
Per evitare di rovinare un bel ricordo a tanti spettatori e schifarne altrettanti che non hanno visto l’ originale.
Per non perdere tempo prezioso nella propria effimera vita.
Il film più brutto che io abbia mai visto?
No, assolutamente.
Ma quello più inutile senza dubbio.

PSYCHO- PSYCO
REGIA: Alfred Hitchcock
ANNO: 1960
VOTO: 10

PSYCHO
REGIA: Gus Van Sant
ANNO: 1998
VOTO: 3,5

GENERE: Thriller
QUANTO CONTRIBUISCE LA SPLENDIDA COLONNA SONORA DI BERNARD HERRMANN AL RISULTATO FINALE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Nel caso di Hitchcock a tutti, nel caso di Van Sant vuole vedere un remake uguale e più brutto dell’ originale (tanto per cambiare!)

giovedì 27 dicembre 2007

ORIGINAL AND REMAKE_ CAT PEOPLE- IL BACIO DELLA PANTERA

- CAT PEOPLE- IL BACIO DELLA PANTERA (1943)
- CAT PEOPLE- IL BACIO DELLA PANTERA (1982)




Non avevo nessuna voglia di vedere questi due film.
Ve lo dico subito.
In modo che nessuno poi mi venga a dire di essere stato troppo freddo o cattivo.
Non ne avevo nessuna voglia eppure li ho visti comunque perché si ricollegano al prossimo regista che mi accingo ad analizzare.
E sia chiaro che non si tratta ne di Jacques Tourneaur (magari più avanti nel tempo) ne di Paul Schrader (magari in un’ altra vita data l’ esperienza…).
Ma non importa chi sarà la mia prossima vittima.
Quello che importa qui sono questi due film: l’ originale del 1943 diretto dal grande Jacques Tourneaur e prima produzione per la Rko dell’ ancor più grande Val Lewton e il remake datato 1982 con regia di Paul Schrader, un signore autore dello script di pellicole come “Taxi Driver”, “Toro scatenato” e “L’ ultima tentazione di Cristo”.
Premesse importanti quindi.
Nel primo caso si parla di un produttore che ha fatto la storia dell’ horror psicologico degli anni ’40, nel secondo caso si tratta semplicemente dello scrittore di due film che hanno fatto la storia del cinema moderno.
Due capolavori quindi queste due pellicole?
Andiamo con calma.
Nel primo caso ci troviamo di fronte a quello che viene indicato da molti come il primo horror psicologico di rilievo.
Horror psicologico.
Che belle le definizioni.
Tu dici horror psicologico e tutti capiscono cosa intendi senza che stai li tanto a scervellarti per trovare le parole.
E se non lo capiscono proprio tutti vi riassumo io brutalmente cosa significa: film di impostazione horror in cui semplicemente deve sempre accadere qualcosa ma non accade mai nulla. E se accade, state sicuri che voi non vedrete (quasi) niente.
Perché la filosofia di Val Lewton (“una storia d’ amore, tre scene di atmosfera orrorifica e una scena carica di violenza”) in questa sua prima produzione a capo dell’ unità horror della Rko diventa regola ferrea a cui Tourneaur deve rigidamente attenersi.
Budget ristretto (134000 dollari), durata inferiore ai 75 minuti e supervisione di Lewton sul titolo.
Le regole imposte dalla Rko al produttore sono tutte rispettate.
Cosa ne è venuto fuori?
“Il bacio della pantera” racconta la storia di una donna tanto attraente quanto inquietante di nome Irena che si innamora e si sposa con Kent Reed dopo averlo conosciuto per caso allo zoo.
La vita dei due procede in modo strano: se da una parte lui è terribilmente attratto dalla donna misteriosa che si trova a fianco quasi per caso, dall’ altro ne è evidentemente spaventato, soprattutto per le parole di Irena che si convince sempre più di essere maledetta e di appartenere addirittura ad una razza “mutante” maledetta della Serbia, capace di trasformarsi in una pericolosa pantera se farà sesso con il suo amato.
La pellicola si muove così interamente sull’ ambiguità del personaggio di Irena: è maledetta? Si può trasformare realmente? Sono suoi i passi che seguono quelli di Alice (che rivelerà il suo segreto amore per l’ amico del cuore Kent solo sul finale)? Sono suoi i ruggiti che terrorizzano Alice in piscina? Ma soprattutto: chi ha scritto la sceneggiatura di questo film?
Se da una parte la mia voglia di vederlo era già abbastanza bassa dall’ altra lo sceneggiatore ce la mette tutta per confondere le idee e stancare (o stupire, secondo il suo punto di vista) lo spettatore con idee balzane che spuntano all’ improvviso senza il minimo preavviso e buchi di sceneggiatura enormi.
Mentre Tourneaur si impegna al massimo in una regia davvero magnifica con almeno tre momenti storici da ricordare (l’ inseguimento, la scena in piscina poi omaggiata da Dario Argento in “Suspiria” e quella del sogno psichedelico di Irena) lo sceneggiatore ingaggia una battaglia con se stesso: sta benedetta Irena è o non è una pantera?
Bella domanda!
Peccato che persino alla fine si hanno dei dubbi!
Certo: geniale, precorre i tempi, è un horror psicologico! È una grande metafora della paura del sesso e di una società castigata.
Però io alla fine lo vorrei dare un senso al tutto e invece non ci riesco.
Fino ad un attimo prima sono convinto di una cosa e poi mi crolla tutto addosso in un finale che sembra messo li giusto per fissarti il punto di domanda sulla fronte.
Purtroppo se questo dire- non dire poteva anche essere apprezzato in un momento meno svogliato quello che fa davvero più infuriare sono i buchi enormi nella sceneggiatura e le banalità che il film non prova nemmeno ad evitare.
Irena e Kent si conoscono al parco in modo insensato (tipo lui la vede, le dice due parole, la invita a casa sua e lei accetta!) e nella scena dopo si stanno sposando!
Come se non bastasse al matrimonio spunta un personaggio assurdo mai visto (e che mai si rivedrà) di nero vestito che accusa Irena chiamandola sorella.
Le incongruenze (se vogliamo chiamarle in modo gentile) non si fermano qui eppure non mi va di insistere.
Certo “è cinema” dirà qualcuno, è la fantasia al potere.
Però non esageriamo. Il problema qui è che si vuole dare un’ aria di realismo a qualcosa che di realistico non ha nemmeno l’ ombra.
“Il bacio della pantera” è una pellicola a basso budget che ottenne un successo strepitoso nel 1943 e dopo più di 60 anni ci sta il suo invecchiamento (anche se moltissimi critici non sono assolutamente d’ accordo con questa mia idea dell’ invecchiamento).
Lo perdono quindi perché, nonostante tutto, un suo senso come anticipatore di un nuovo modo di girare horror senza mettere mostri e mostricciatoli davanti a tutto ce l’ ha.
Ma quello che davvero non comprendo è il suo remake datato 1982.
Voluto fortemente dalla Universal che aveva visto nel fantastico “Un lupo mannaro americano a Londra” una sorta di rinascita di quell’ horror mostruoso che aveva segnato il suo successo tra gli anni 30 e gli anni 50, il remake de “Il bacio della pantera” viene affidato a Paul Schrader alla sua seconda regia dopo quel simbolo degli anni ’80 che è “American Gigolò”.
Premesso il fatto che a me “American Gigolò” non è mai sembrato davvero nulla di che nonostante tutto il suo successo, quello che più mi infastidisce è la stupidità dei dirigenti della Universal.
Perché mai tra tutti i film remakabili hanno scelto “Il bacio della pantera”? Un film che si dichiarava in aperto contrasto con la concezione di horror che la Universal ha sempre avuto: mostri in primo piano, scene di terrore ogni 3x2 e un’ ironia di fondo che permea ogni suo film.
Cosa aveva “Il bacio della pantera” di tutto questo?
Assolutamente nulla.
Ma nessuno ferma un produttore in cerca di remake fortunato e quindi.
E quindi eccolo “Il bacio della pantera” degli anni ’80.
Un film che riprende la storiella dei “mutanti” serbi per trasformarla in qualcosa di terribilmente anni ’80.
Viene aggiunto il fratello di Irena, una colonna sonora di sintetizzatori all’ ennesima potenza e il classico mostro anni ’80.
Perché quello che la Universal (e Paul Schrader) fa con questo remake è trasformarlo in un suo horror di concezione anni ’80 (si era per caso capito? Ho detto anni ’80 per tre volte in tre fasi, quattro!)
Mostri in primo piano, scene di terrore (o di schifo) ogni 3x2 e nessuna ironia.
Qui tutti si prendono terribilmente sul serio e il risultato è davvero qualcosa di grottesco.
Tra incesti tra fratello e sorella (come potevano mancare nei favolosi anni ‘80?), braccia strappate a morsi e trasformazioni da filmaccio di serie c, “Il bacio della pantera” diviene in questa verione ottantina qualcosa di davvero mostruoso.
In tutti i sensi.
Mentre nell’ originale alla bella Simone Simon nei panni di Irena bastava uno sguardo per incantare tutta la platea, Nastassja Kinski (figlia di Klaus Kinski che oggi si diletta tra filmetti tv di serie z) deve mostrare le tette ogni quarto d’ ora per non farci assopire con i suoi fintissimi pianti e il suo (pur incantevole) sorriso con la bocca storta che ricorda molto una certa Katie Holmes.
Mentre Jane Randolph nei panni di Alice è solo un po’ odiosetta nell’ originale, Annette O’ Toole (la mamma di Clark Kent in “Smallville”) risulta semplicemente detestabile.
Ma il massimo è raggiunto da Malcolm Mc Dowell.
Si.
Quello di “Arancia meccanica”.
Sappiamo più o meno tutti del decadimento fisico, morale e filmico che subì quest’ uomo dalla fine degli anni ’70 circa fino al recente “Evilenko” ma sinceramente io ci speravo un pochettino in questo film.
Macchè!
Malcolm nei panni del fratello di Irena si aggira tra il ridicolo e il demenziale e tutte le sue smorfie e i suoi occhi strabuzzati per farci capire quanto è pazzo non possono che farci ridere dopo 5 minuti, quando capisci che non ci crede nemmeno lui a quello che sta facendo.
Un uomo pantera.
Certo.
Come no.
Ma per carità!
Ma l’ orrore non finisce qui.
Perché se un cast sbagliato può anche essere sopportato con molta fatica quello che infastidisce più di tutto è quell’ aria ottantina (o ottantiana, fate voi!) che Paul Schrader vuol far trasparire fin dalle primissime immagini.
Quel vago senso di plasticoso, finto, esagerato, irreale si respira persino nelle scene di terrore puro (quelle che vorrebbero esserlo): un braccio umano che esce da una pantera tagliata in due per un’ autopsia, un braccio staccato non si sa come da una pantera ad un guardiano incauto che fischiettava allegramente (ovviamente come ogni horror anni ’80 che si rispetti se fischietti vieni ucciso brutalmente due minuti dopo!) e infine una trasformazione pessima in pantera con tanto di quel silicone e trucco per alterare i lineamenti che sembra di trovarsi nel più infimo degli horror anni ’50.
Paul Schrader non fa nulla e anzi contribuisce a questo circo degli orrori con una regia praticamente nulla mentre David Bowie prova con la sua canzone nella colonna sonora “puro sound eighties” di Giorgio Moroder (premiata con un Golden Globes) a risollevare le sorti di una pellicola che cade ogni secondo più in basso fino all’ ultima mezz’ ora in cui sembra di star di fronte ad uno di quei soft porno da rete regionale con tutte quelle tette e quelle scene a letto.
Insomma “Il bacio della pantera” dell’ ‘82 riesce in qualche modo a nobilitare l’ originale che viene così ricordato con gran piacere dal sottoscritto.
Almeno è servito a qualcosa.
Più in basso il trailer dell' originale e i primi 5 minuti della pellicola di Schrader che potrebbero farvi venire 2 pensieri: "Mio dio quanto è anni 80?" e "Magari lo guardo, non sembra brutto". Non seguite il secondo consiglio. é brutterrimo!

IL BACIO DELLA PANTERA (1943)
REGIA: Jacques Tourneaur
ANNO: 1943
VOTO: 6,5
GENERE: Horror psicologico!

IL BACIO DELLA PANTERA (1982)
REGIA: Paul Schrader
ANNO: 1982
VOTO: 3,5
GENERE: horror anni ’80, soft porno

QUANTO MI è VENUTO IN MENTE PAUL HAGGIS E IL SUO PASSAGGIO DALLA SCENEGGIATURA (ANCHE SE ANCORA NON HA SCRITTO QUALCOSA CHE SI AVVICINI MINIMAMENTE A QUEL CAPOLAVORO DI “TAXI DRIVER”) ALLA REGIA PENSANDO A PAUL SCHRADER: 10
QUANTE VOLTE HO RIPETUTO ANNI ’80 E AFFINI: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere, nel primo caso uno dei primi “horror” giocati sulle atmosfere più che sugli effetti, nel secondo caso una schifezza di rara bruttezza ottantina (11).



martedì 27 novembre 2007

DR CYCLOPS


Riguardate un attimo le ultime recensioni.
Cosa sono tutte queste pellicole conosciute sul mio blog??
"1408", “Il padrino”, “Travolti da un insolito destino…”, “Lo spaccacuori”, “I robinson”, “Grass…” (beh oddio qui ci sarebbe qualcosa da obiettare!), “Elizabeth: the golden age”.
Dove sono finite quelle belle recensioni di film sconosciuti degli anni ‘20-‘30-‘40-‘50 prevalentemente di fantascienza che nessuno ha mai visto e che pochi avranno il coraggio di vedere?
Tranquilli.
Eccone qui una per voi, fresca fresca, appena sfornata!
“Dr Cyclops” nasce nel 1940 ad opera di Ernest Schoedsack (si, ancora quello di "King Kong"!) con la produzione della Paramount e del suo fidato amico Merian Cooper.
Ora immaginatevi questi due tizi.
Ne hanno viste di tutti i colori nel viaggio intrapreso con il popolo dimenticato in “Grass: a nation’ s battle for life” , hanno inventato praticamente dal nulla un mito cinematografico quale è King Kong, lo hanno addomesticato e reso simpatico e dolce agli occhi di molti nel seguito “Il figlio di King Kong”, si sono immaginati la storia di un cacciatore di uomini in “La pericolosa partita” e poi?
Come possono sopravvivere e continuare a splendere due personaggi del genere che hanno fatto della grandiosità e spettacolarità la loro parola d’ ordine?
Ovvio.
Continuando ad inventare nuove storie sempre più grandi e magniloquenti.
“Ma non esiste nulla di più grande di King Kong!” avrà esclamato spazientito Schoedsack un giorno sentendosi piccolo piccolo alla risposta di Cooper (a cui viene attribuita la maggior parte delle idee dei loro film): “Certo, ma questo solo ai nostri occhi!”
Già.
Noi umani alti tra il metro e settanta e i due metri siamo spaventati da un bestione di oltre quindici metri.. ma cosa direbbe una formica vedendolo?
E soprattutto: cosa direbbe un umano ridotto a 30 centimetri d’ altezza vedendolo?
Schoedsack e Cooper nel 1940 non crearono nuovi mostri giganteschi per farli concorrere con King Kong, semplicemente abbassarono l’ uomo.
La storia è semplice: 3 scienziati più un testardo allevatore di muli si recano nella giungla chiamati dal misterioso dottor Torkel che dice di aver bisogno del loro aiuto per esperimenti importantissimi.
Arrivati sul posto dopo giorni di viaggio i tre sono chiamati a guardare nel microscopio al posto del professore dalla vista bassissima e dagli occhiali spessissimi e prontamente invitati ad andarsene.
Ma il gruppo si rivolta, ne vuole sapere di più, vuole conoscere il motivo di tanta riservatezza del professore e andranno incontro (insieme all’ assistente Pedro già sul posto) alla sua furia: chiusi in una stanza con l’ inganno i 5 saranno colpiti da un raggio in grado di miniaturizzare gli esseri viventi (grazie alla quantità incredibile di uranio presente sul posto!) e rinchiusi in uno scatolino come cavie.
La restante mezz’ ora (le pellicole dei due non durano mai più di un’ ora e mezza e l’ azione vera e propria si concentra sempre negli ultimi 20- 30 minuti) vedrà contrapporsi gli umani miniaturizzati al gigantesco dottor Torkel in un confronto di dimensioni, lasciatemelo dire, ciclopiche.
Già ciclope.
Come il professore viene additato dal mini dottor Bullfinch che lo ritiene, oltre che miope, stupido come il ciclope che pensava di trattenere Ulisse prigioniero solo per la sua stazza.
Se in "King Kong" gli uomini usavano i loro normali utensili per difendersi dal mostro qui i piccoli esseri umani si arrangiano con quello che hanno: si coprono con lembi di fazzoletto (chissà dove li trovano poi!) e si armano con una lama della forbice e spilli dalle insidie di un mondo troppo grande per loro.
Satana è, giustamente, il nome del gatto nero del professor Torkel, con quegli occhi gialli lucenti e la sua voglia di cacciarli come topi il cui più acerrimo nemico è il cane di Pedro dal pelo chiaro (guarda il caso!) e sempre pronto a difenderli da ogni insidia.
Indicato come il primo vero film di fantascienza ad utilizzare uno splendido technicolor (godetevi l’ oscura scena iniziale tutta sul blu e sul viola), “Dr Cyclops” non si avvale solo di splendidi effetti speciali visti prima solo ne “La bambola del diavolo” di Tod Browning e perfezionati poi nello splendido “Radiazioni bx distruzione uomo” di Jack Arnold.
A buoni attori (su tutti spicca senza dubbio il malvagio rasato ed occhialuto dottor Torkel) e scenografie suggestive con gigantesche sedie e accessori vari costruiti appositamente per sottolineare la miniaturizzazione dei protagonisti (oltre alla solita giungla per cui Schoedsack doveva avere una vera fissa dato che girò almeno 5-6 pellicole in questi affascinanti scenari) si aggiunge la capacità del regista di stupire continuamente il pubblico.
Quando credi che il professore si stia arrendendo eccolo intrappolare i nostri nello stanzino per rimpicciolirli, quando pensi che il dottor Bullfinch sfuggirà senza dubbio alle grinfie del malvagio Torkel (è il protagonista non può morire!) eccolo soffocare nel veleno e quando pensi che ormai è finita per i piccolini te li vedi li a rompere tutti gli occhiali per rendere Torkel un ciclope accecato.
Schoedsack con questa pellicola sembra quasi chiudere un cerchio aperto con "King Kong" dove la bestia era dotata solo di sentimenti molto primitivi ma era capace ancora di amare.
La domanda che il regista si pone è: “E se quella bestia fosse dotata di intelligenza umana?”
Sarebbero guai per tutti: niente ingenuità da parte del dottor Torkel, niente furia non controllata, nessun sentimento ad ostacolare un progetto che definire mostruoso è una gentilezza.
Insomma Schoedsack riesce ancora una volta a sfruttare appieno tutte le potenzialità di una Hollywood che si sa arrangiare con effetti rudimentali (ovviamente appaiono ai nostri occhi rudimentali!) e che riuscirà ancora per molti anni a produrre storie originali dove il mezzo tecnico è ancora ausilio necessario ma non unico.
Oggi in molti casi non è più così: le storie sono viste e straviste (troppo facile dire: “allora non era stato ancora inventato nulla!) e l’ inventiva di autori quali Schoedsack e Cooper è andata persa tra mille remake e aggiustamenti e mentre ci si domanda cosa saprà offrire in termini di spettacolo il nuovo kolossal di Michael Bay (tanto per prendere un nome tra quelli più gettonati) si ha un po’ la nostalgia di quei tempi in cui un gatto nero era Satana e il suo padrone era l’ inferno vivente.
ANNO: 1940
REGIA: Ernest B. Schoedsack
GENERE: Fantascienza
VOTO: 7, 5
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere l’ ultima grande e un po’ dimenticata opera di Schoedsack
QUANTO FAN RIDERE LORO VESTITI CON I FAZZOLETTI COLORATI: 10

domenica 25 novembre 2007

UN LIBRO UN FILM_ 1408


Per leggere la recensione del racconto da cui è stata tratta questa pellicola cliccare qui.
Finalmente al cinema a godermi una trasposizione da un romanzo di King dopo l’ orribile esperienza de “L’acchiappasogni” 5 anni fa.
Questo è stato il mio primo pensiero all’ entrata in sala, rigorosamente solo, abbandonato da amici che preferisco non dire cosa sono andati a vedersi!
Innanzitutto voglio che sia chiara una cosa: non paragonerò in nessun modo “1408” a “Shining” perché si, si tratta in entrambi i casi di horror (tanto per dargli una definizione banale) ambientati in un albergo e il protagonista rimane uno scrittore ma per il resto non vi è niente in comune tra le due pellicole a partire dal fatto che lo “Shining” del 1980 non è una storia di King ma di Kubrick e se anche vogliamo prendere in considerazione i romanzi/racconti da cui sono stati tratti ci troviamo di fronte a due scritti completamente differenti, messi su carta per motivi e in tempi diversi.
E qui chiudo con i paragoni tanto acclamati dalla sempre più accecata critica cinematografica autorevole.
Ma veniamo a questo tanto acclamato “1408”, “Il miglior film tratto da una storia di Stephen King dai tempi di Shining”.
Ma smettiamola!
Ma davvero chi ha scritto questa cosa ci crede?
Ma ha mai visto “Misery”, “Stand By Me” o “Le ali della libertà” ?
Evidentemente no e molto probabilmente sarà lo stesso che si è scervellato per trovare i paragoni con “Shining”.
Lasciatelo stare quindi e seguitemi all’ interno di questo Dolphin Hotel.
Il film narra le vicende (come già detto nella mia recensione sul racconto da cui è stata tratta questa pellicola) di uno scrittore di horror seriali che non crede più in quello che scrive ma anche nello scrivere in se.
È in questo modo che Mike Enslin si avvia a visitare l’ ennesima stanza “maledetta”, la 1408 (la cui somma è uguale a 13 quanti ve l’ han detto?) situata casualmente ad un tredicesimo piano mascherato da quattordicesimo.
Ad accoglierlo nell’ albergo il direttore interpretato da Samuel L. Jackson (“luciferino come mai prima d’ ora”, anche questa è una frase che ho letto spesso) che tenterà di dissuadere l’ insistente cliente in tutti i modi senza riuscirci.
E quindi via, nella stanza degli orrori, tra spettri che potete benissimo vedere anche nel trailer e defunti in bianco e nero, tra cui la figlia di Mike, morta anni prima e per cui il padre si sente ancora distrutto e in colpa.
Non vi racconterò niente di più semplicemente perché raccontare un film horror (ancora questa parola! Ma vi assicuro che non è solo questo!) è semplicemente una follia o un modo per rovinare la sorpresa al festeggiato e quindi via all’ analisi.
Detto che non si tratta di “Shining” (toglietevelo dalla mente ok?) e nemmeno di quel capolavoro di sottile tensione psicologica che è Misery, “1408” è davvero un buon film.
Ecco l’ ho detto!
Me lo sono tolto dallo stomaco.
Non lo credevo, mi sono aspettato fino all’ ultimo una caduta di stile (beh a dir la verità una c’ è..vedrete Samuel L. Jackson dentro un frigorifero!) ma devo dirlo, “1408” è FINALMENTE una buona trasposizione di un racconto di King.
Anzi, se posso permettermi, si tratta di una passaggio su celluloide migliore del racconto non proprio eccelso da cui il film è tratto e ne è il naturale completamento.
Laddove il racconto si limitava ad accennare una sorta di orrore basato sullo “scioglimento” (anche letterale) della realtà della camera davanti agli occhi di Mike, il film si fa prosecutore di questa linea e racconta il disfacimento non solo fisico ma psichico della nostra dimensione di fronte al protagonista.
Finalmente una sceneggiatura riesce a trasportare sullo schermo quel male che King descrive da quando è nato ormai e che si può trovare in ogni cosa senza renderlo ridicolo (vedi ad esempio il pessimo “The mangler”), un male padrone della stanza da cui Mike Enslin (il bene…non prendete in giro, King in fondo mette in campo sempre bene vs male e lo dice anche!) cercherà in tutti i modi di fuggire.
Un Mike Enslin splendidamente interpretato da un John Cusack (a tratti anche autoironico!) in gran forma che, oltre alla vaga somiglianza fisica con lo scrittore del Maine (quando si mette il cappello e gli occhiali è uguale a King!) si fa notare per una recitazione decisamente sopra le righe che però si adatta benissimo a questo tipo di narrazione.
Non aspettatevi quindi sottili giochi psicologici o incredibili inquadrature che innoveranno il genere (anche se c’ è da dire che la regia del misconosciuto Mikael Hafstrom con soli due filmetti all’ attivo è ben al di sopra della media del genere!) ma un classico film d’ orrore che vi farà saltare qualche volta sulla poltrona (io cercavo di far l’ indifferente perché ero solo e non potevo fa figuracce ma ogni tanto avevo il cuore che mi batteva tra i capelli!) e che riesce a farsi apprezzare nella sua ora e 45 minuti pur utilizzando tutti i clichè del genere.
A caldo rimangono impresse senza dubbio una scena del protagonista fuori dalla finestra con una zoomata all’ indietro che ci mostra come la sua sia l’ unica finestra rimasta sulla parete (e chi vuol intendere intenda!) e una fantastica sequenza in cui Mike sembra diventare sordo per un attimo e sarete avvolti da quel classico sibilo che ti prende quando hai le orecchie tappate (spero per voi che quando sarete in sala non ci sarà qualche pirla a parlare perché l’ effetto è notevole!)
Insomma “1408” non mi ha deluso, così a caldo direi anzi che si tratta di un ottimo prodotto soprattutto se confrontato all’ 80% delle trasposizioni da King.
Cosa dire ancora?
Non entrate nella 1408!
Io senza dubbio sarò un po’ inquietato d’ ora in poi negli alberghi da solo, chissà quante persone sono state male su quel letto.. chissà quanti vi sono morti.
REGIA: Mikael Hafstrom
ANNO: 2007
GENERE: Horror, paranormale
VOTO: 7, 5
CONSIGLIATO A CHI: come me non ne poteva più di vedere le parole di King rovinate sullo schermo
QUANTO è PIRLA IL MIO VICINO DI POLTRONA CHE A FINE PELLICOLA HA DETTO: “SICURAMENTE CI SARà UN SEGUITO AH AH!” E NON HA CAPITO UNA MAZZA DAL PRIMO MINUTO: 10

venerdì 23 novembre 2007

1408- IL RACCONTO



Stephen King.
Che dire?
Non vi nasconderò di certo che si tratta del mio autore più amato.
Non voglio star qui a raccontarvi chissà quale balla per sentirmi più apprezzato da qualcuno.
Non vi vengo a dire che Dostoevski o Manzoni o che so io sono i miei romanzieri preferiti perché semplicemente non è vero. E non mi interessa farvelo credere.
Dunque Stephen King.
Tanto amato dai suoi lettori quanto odiato da una certa critica specializzata (e son sicuro anche da qualcuno di voi!) che lo vede come l’ emblema dello scrittore al chilo.
Quello che mette in commercio un libro all’ anno che deve avere almeno 200 pagine altrimenti è troppo piccolo.
Quello che in una sua biografia ha detto che la mattina quando si alza si impone di scrive tot-mila parole al giorno manco fosse un venditore di pesci.
Quello che scrive solo di horror perché sa scrivere solo di quello e poi almeno vende di più ai ragazzini imbecilli.
Alt!
Fermiamoci un attimo.
Siamo sicuri di volerlo considerare così?
Siamo sicuri di volerlo impiccare per luoghi comuni un po’ come ogni tanto fanno con qualche regista (tanto per dirne uno Verhoeven)?
Andiamo un attimo più a fondo.
Voi tutti, compreso io quando mi devo spiegare con qualcun’ altro, quando pensate a Stephen King avete “It” davanti ai vostri occhi.
Sono sicuro che chi, come me, ha visto la faccia di “It” sullo schermo da piccolo ne sarà rimasto traumatizzato almeno per una notte intera (io dormii l’ intera notte con la luce accesa!)
Ma Stephen King non è solo “It”.
Un divertente aneddoto che lo scrittore racconta spesso nelle prefazioni dei suoi libri lo vede conversare con il suo editore a proposito del secondo romanzo da pubblicare dopo il clamoroso (quanto inaspettato) successo dell’ horror Carrie (trasposto poi molto bene da De Palma su pellicola).
Stephen ha scritto un libro sui vampiri (diventerà poi "I vampiri di Salem Lot") e uno su argomenti più realisici ed è indeciso sul da farsi al che l’ editore gli suggerisce che con un'altra pubblicazione horror avrebbe senza dubbio raccolto molti consensi ma sarebbe stato inevitabilmente bollato come scrittore di genere.
Ovviamente King pubblica lo scritto sui vampiri e diviene LO scrittore horror per eccellenza.
Questo per dire cosa?
Semplicemente per farvi capire la mentalità di King: non importa il giudizio altrui quanto le idee che si hanno in testa in quel momento.
Il Re dell' horror avrà occasione più tardi di far vedere la sua maestria in altri generi ma per i primi anni non farà altro che divertirsi con la materia a lui più congeniale senza badare tanto alle critiche che lo volevano come inutile scribacchino popolare.
Questo è quello che si può notare all’ interno della vastissima produzione Kinghiana senza soffermarsi ad uno sguardo superficiale: non c’ è solo horror e ogni amante del buon cinema dovrebbe (o potrebbe) saperlo senza tante difficoltà.
Vi ricordate il bellissimo dramma carcerario “Le ali della libertà” con protagonisti Tim Robbins e Morgan Freeman? Bene, è suo il romanzo da cui è stato splendidamente tratto.
E “Il miglio verde”? è suo.
E lo splendido ed emozionante “Stand by me” con un River Phoenix ancora molto giovane ma già grande?
E “L’ allievo”, storia di un ragazzo di provincia a dir poco folle trasposto da Bryan Singer?
Ma poi ditemi sinceramente.
Che accusa è: “Sei uno scrittore horror!” ?
È come se dicessero a me: “Tu guardi solo film di fantascienza!”
È vero? Ni.
Nel senso che si, amo la fantascienza e magari tra “Orgoglio e pregiudizio” e “Il pianeta delle scimmie” prima mi guardo il secondo, ma senza dubbio più tardi vedrò anche la prima pellicola.
Allora ditemi il senso di un accusa quale quella fatta a King.
Un accusa che riceve da quasi trent’ anni ormai e a cui non ha dato mai nessun peso.
Anzi.
Se ci fate caso più le critiche si fanno forti più King tende ad avvicinarsi al suo pubblico, a parlargli dalla pagina scritta quasi come se i suoi lettori fossero li davanti a lui e i critici…e i critici non esistessero.
Il linguaggio che King utilizza nelle sue prefazioni (e postfazioni) è quanto di più colloquiale io abbia mai letto: sembra di trovarsi la, davanti al suo camino, a sentirlo raccontare un'altra delle sue spaventose storie.
Storie che hanno terrorizzato e incantato tutto il mondo e che affascinano proprio per il modo in cui sono raccontate.
Niente fronzoli, arcaismi, snobismo letterario, King punta all’ effetto e molto spesso ci riesce.
A volte scade in prodotti insignificanti (se vi capita NON leggete mai “La bambina che amava Tom Gordon”) ma chi non sbaglia in una così lunga e prolifica carriera?
Tutta questa lunga lamentela per dirvi che cosa poi?
Che ho letto 1408, il racconto da cui è stato tratto il film che sta per uscire nelle sale italiane con Samuel L. Jackson e John Cusack protagonisti.
Si tratta della storia di uno scrittore (King ha scritto almeno 6-7 storie con uno scrittore che non crede nel suo lavoro protagonista compreso il tanto acclamato Shining che ogni tanto viene il dubbio si tratti proprio di lui) che racconta le sue avventure nei luoghi cosiddette infestati e un giorno decide di recarsi in questo Dolphin Hotel dove si narra esista una stanza maledetta, la numero 1408 cioè la 1+4+0+8= 13 casualmente sita al piano tredicesimo (mascherato da quattordicesimo).
King io me lo immagino come una macchinetta sforna storie a questo punto.
Nella prefazione ci racconta di come un vero scrittore horror (ormai ci ha preso gusto anche a lui a definirsi così anche se c’ è sempre una sottile vena d’ ironia e di sfottò per i critici nelle sue parole) debba necessariamente scrivere nella sua carriera un racconto sulla tumulazione prematura e uno su una stanza d’ albergo infestata dai fantasmi e come questo racconto sia nato in realtà per caso, come esempio sullo scrivere nella sua autobiografia (molto carina se mai vi capitasse) “On Writing”.
Ma poi la storia è venuta a galla perché come ama spesso dire il buon Stephen: “è la storia non colui che la racconta" e si è deciso quindi ad includerla nella raccolta di racconti “Tutto è fatidico- 14 storie nere”.
1408, come mi piace dire, è il classico racconto breve a la King.
A differenza dei suoi romanzi dove King ha tempo e spazio di presentare i protagonisti con tutti i loro difetti e pregi e segreti e chi più ne ha più ne metta, il racconto breve per King è una sorta di storiella da raccontare intorno al fuoco ai ragazzi per spaventarli un po’.
Niente sottigliezze quindi, nessun messaggio implicito o che altro: solo una bella storia da dare in pasto al lettore frettoloso o che non ha tempo di addentrarsi in una delle sue meravigliose (e lunghissime) avventure.
C’ è da dire che “1408”, a differenza di tanti altri suoi racconti, funziona solo a metà perché se lo conosci sai che con una storia del genere il Re del brivido avrebbe potuto fare quello che voleva e invece si limita a delle buone scene di terrore nella stanza d’ albergo per poi tranciare il tutto proprio sul più bello.
Non vi racconterò certo il finale ma vi basti sapere che si rimane con una sensazione quasi di vuoto, nel senso che si sente la mancanza di qualcosa, il succo si direbbe.
Insomma ora sta per uscire la pellicola che è stata indicata addirittura come la miglior trasposizione di King dai tempi di “Shining” ma sono pronto a scommettere che non sarà così: evidentemente qualche stupido critico (molto probabilmente lo stesso pronto ad accusare King di essere un horrorofilo) si è dimenticato di “Le ali della libertà”, “Il miglio verde”, “Misery”, “Stand by me” e “L’ allievo” mentre qualcun altro sarà già pronto con la lunga serie di motivi per cui “1408” non è “nemmeno lontanamente paragonabile” a “Shining” (qui si cade nella demenza dato che si tratta di due storie completamente diverse per lunghezza, tempo in cui sono state scritte, messaggio e intenzione dello scrittore).
Per quanto mi riguarda io sono pronto, mi son visto il mio bel trailer dove appaiono una moglie e una figlia non presenti nello scritto (certo trarre un film di almeno un’ ora e mezza da un racconto di trenta pagine sarà dura!) e ho sopportato anche la locandina con scritto “tratto da un ROMANZO di Stephen King"
Dopo la delusione de “L’ acchiappasogni” di qualche anno fa (pessimo!) che partiva già da un romanzo (questo si) mediocre mi aspetto qualcosa di più, non un capolavoro ma un buon prodotto si.
Sinceramente spero di tornare a casa e controllare se sotto il letto c' è qualcosa, qualcuno.. come quella volta due anni fa dopo aver letto "It" quando avevo una paura folle di veder sbucare la faccia di Ronald Mc Donald nel cuore della notte.
SCRITTORE: Stephen King
ANNO: 2002
GENERE: Horror
VOTO: 7
QUANTO è BRAVO KING AD INQUIETARE IL LETTORE CON POCHE PAROLE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Non ama le stanze d' albergo

giovedì 8 novembre 2007

TRE CLASSICI UN MITO PT I: IL VAMPIRO

BY LEO

-NOSFERATU EINE SYMPHONIE DES GRAUENS- NOSFERATU IL VAMPIRO
-NOSFERATU: PHANTOM DER NACHT- NOSFERATU IL PRINCIPE DELLE TENEBRE
-BRAM STOKER' S DRACULA- DRACULA DI BRAM STOKER





NOTA INTRODUTTIVA: Devo dare per scontato che un minimo di accenni al personaggio letterario di Dracula li sappiate…altrimenti non mi basterebbero dei papiri interi…non posso farne un Bignamino, e comunque, come ama dire il collega Deneil, “c’è sempre Wikipedia a disposizione!”.

Atto Primo; Scena Prima: DEFINIZIONI
STRIGÓI (fem. STRIGOÁIE): Sostantivo maschile romeno che, derivo dalla stessa radice latina che in italiano darà “strega” (con tutti i composti e derivati possibili, cfr. veneto striga, it. strega, stregone/stregoneria/stregare” etc.), viene così definito sul DEX [“Dicţionarul explicativ al limbii române”, Academia Româna Institutul de Lingvistica “Iorgu Iordan”, Bucureşti, 1998, II ed., p. 1029]: “(nella superstizione popolare) Anima di un uomo (morto o vivo) che subirebbe una trasformazione nottetempo in un animale o in un apparizione sotto forma di fantasma, provocando disgrazie in coloro i quali incontra; per estensione, un uomo nato sotto un segno zodiacale infausto, il quale si verrebbe a trovare – in virtù di ciò – in legame col diavolo e che si occuperebbe di incantesimi e malefici. Epiteto dato ad un uomo cattivo, asociale, oppure ad un anziano con comportamenti viziosi e fuori moda.
E’ questa la parola che in situ designa il vampiro.

Atto Primo; Scena Seconda: ESEMPI
In un’opera del 1645, il metropolita della Moldavia, tale Varlaam, nell’opera intitolata “I sette sacramenti della Chiesa”, lascia alcuni appunti sulle credenze popolari riguardo i non-morti e le persone che credono che, essendo i non-morti seppelliti ma agenti in maniera negativa nei confronti delle persone vive, si debba provvedere dando loro un trattamento post-mortem (ossia, bruciarli su un rogo). Poco dopo, nel 1652, un codice valacco riporta l’estensione delle credenze locali, e ci dice che gli uomini levatisi dalla tomba, che tornano e uccidono i vivi, sono solo una bestemmia nei confronti della cristianità, vittima della superstizione popolare, e del buon senso venuto meno: solo Cristo il Redentore ha da ultimo vinto sulla Morte.
Altre storie di cadaveri dissotterrati, a volte trafitti con un paletto, tagliati, fatti a pezzi, si susseguono dal 1927 al 2002, riportate localmente dai giornali.
P.S. : Nulla del folklore romeno e balcanico lega la figura dello strigoi/vampiro a quella del personaggio reale Vlad III Ţepeş, voivoda di Valacchia, astuto politico quanto feroce e crudele combattente, nato tra 1429/1430 e il 1436 e morto nel 1476, [nota. pronun.: “tzepésh”], personaggio storico reale sul quale, post-mortem, si accanì la propaganda più becera da parte delle bieche macchinazioni/operazioni politiche dell’Ungheria e della parte germanica dell’Impero asburgico. Insomma, a posteriori venne ricucito il folklore sull’immagine del personaggio storico per screditarlo il più possibile agli occhi dell’opinione pubblica. Nonostante fossero veri gli impalamenti durante le campagne contro i Turchi (ma anche contro i locali delinquenti, parrebbe), di certo non s’alzava la notte per trasformarsi in pipistrello e succhiarne il sangue!
P.S.2 : Nella tanto civilizzata Inghilterra vennero praticati gli impalamenti per i malfattori, poco tempo dopo e per brevissimo periodo, mentre i Turchi solevano scorticare la pelle del viso del vinto (meglio se voivoda o generale); inoltre costruivano con le teste mozzate ai nemici piramidi alte nel cielo sul campo di battaglia.
Giusto per riabilitare un poco il povero Vlad, tanto ingiustamente accusato di ogni nefandezza possibile. Non giustificare, ma capire e situare nel giusto quadro del suo tempo.
...Ma, allora, chi è stato in tempi recenti ad incollare definitivamente lo strigoi/vampiro al nome di Vlad III?
Bram Stoker con il celeberrimo romanzo ottocentesco “Dracula”, del quale parleremo più avanti.
[Notizie tratte principalmente dall’ottima opera di storia del folklore ed evenemenziale di Matei Cazacu, Dracula, Mondatori, 2006]


Atto Secondo; Scena Prima: L’OMBRA DI MURNAU, IL REMAKE DI HERZOG E IL CAPOLAVORO DI COPPOLA
Una definizione iniziale e un paio di esempi non possono dare più di quanto esse non ci comunichino, per quanto vivide possano essere: sterilità da dizionario ufficiale, comunicazione non immaginifica.
Allora, come trattare in modo corretto e in poche parole il concetto di vampiro a cavallo tra letteratura e filmografia nel ‘900, avendo solo fatto notare che i pochissimi estratti precedenti non sono che una infima parte degli aspetti da trattare?
Semplice, iniziando dal fatto che il titolo del film di Murnau del ’22 è scorretto. Già, perché la parola Nosferatu non si trova in nessun dizionario etimologico romeno, ed è spiegabile solo per analogia attraverso la parola nefârtatu (all’incirca ”falso fratello”), indicante il demonio (ma esistono tante altre teorie per spiegarne l’origine, da parole greche corrotte a neologismi romeni). Presa da Bram Stoker, venne utilizzata in precedenza in un resoconto folklorico transilvano di una inglese, moglie di un comandante di cavalleria austroungarico, edito nel 1888.
Il film, tanto osannato dalla critica, è stato probabilmente la più geniale iniziazione al mondo dell’occulto e del paranormale della storia del cinema, nonché la più immaginifica del cinema tedesco degli anni ’20, insieme all’altro capolavoro espressionistico esoterico/misteriosofico di Lang, “Metropolis” (1927), nuova incarnazione del mito rabbinico del golem e della vita creata dall’uomo, traslata ed adattata all’epoca della tecnica industriale e della meccanica.
L’immagine dell’ombra del Conte Orlock sul muro (interpretato da un alienato ed alienante Max Schreck) è stata persino ripresa in una pagina del nuovo libro di Umberto Eco, “Storia della bruttezza”, destinata ormai a entrare di diritto nella storia delle consacrate icone del mondo moderno.
Problema numero due: i nomi e i luoghi, per non parlare di parte della trama, sono invariabilmente inesatti e/o completamente mutati, la qual cosa depone a sfavore di un completo avvicinamento al “Dracula” (1897) di Bram Stoker che l’avrebbe reso certamente più attraente, e tutto solo per meri problemi di pagamenti mancati dei diritti del libro.
Evito la storia del ripescaggio delle copie scampate alla condanna per il misfatto accennato, e passo ad altro (non siamo il Morandini!)... nel film purtroppo i cambiamenti apportati sono tali e tanti da creare una sorta di doppione del romanzo a cui si ispira: un esempio su tutti, il conte Orlock (alias Dracula) non abusa nel rendere vampiri gli altri personaggi (eccetto qualche sporadico intervento sul collo di qualche malcapitato) ma porta con sé una sorta di peste, di malattia che contagia la città.
Personalmente ritengo che, nonostante tutto, il film accusi il segno evidente del passaggio del tempo e che il gioco allora stupefacente del grande cinema muto sia ormai arrugginito, perdendo in immediatezza e scorrevolezza, essenziali per il rapporto film-fruitore. Dico questo ben sapendo che altri film hanno retto maggiormente l’impatto del tempo (cfr. “Metropolis, nonostante la lunghezza, e gli altri film dell’età del muto recensiti sul blog): avrebbe retto certamente di più se non fosse arrivato Francis Ford Coppola nel 1992 a ri-creare il nuovo paradigma interpretativo del “vampiro da film”, rendendo obsoleto e stantio il prototipo – pur affascinate – di Murnau, e a dirigere quello che può essere considerato un vero capolavoro di tutti i tempi, “Dracula di Bram Stoker” (nonostante il finale sia un poco stravolto rispetto al libro di Stoker, è uno dei pochi casi in cui la versione filmica supera di gran lunga l’originale letterario, insieme al semi-dimenticato “L’uomo che volle farsi re” del 1975, regia di J. Houston, con Michael Caine e Sean Connery, tratto da un racconto di Kipling. Non vi basta?!? Spero di farne quanto prima una recensione).
Perché ho saltato il remake di Herzog del ’78? Perché tutto il suo film è semplicemente un atto d’amore sviscerato da parte del regista, che si è cimentato in un’operazione di “trucco e messa in piega”, secondo il gusto e la moda nuova dei suoi tempi, dell’originale di Murnau.
Risolta la penosa questione dei diritti cinematografici , e ridati i nomi originali della novella di Stoker (quasi tutti!), il film (con uno strepitoso Klaus Kinski nel ruolo del conte) è una fotocopia dell’originale, se non il suo perfezionamento: Bruno Ganz (tra l’altro presente nel recente film di Coppola nel ruolo del medico Stanciulescu) è perfetto con il suo faccione da teutone nel ruolo di Harker, e Isabelle Adjani è semplicemente fantastica nella svampita e bella Lucy Harker (ma perché nei film di Dracula cambiano sempre i nomi dei protagonisti dell’originale di Stoker??? Il suo vero nome è Mina Harker!!!!)...cade un po’ nel ridicolo il faccione di Bruno Ganz vampirizzato e con i dentoni davanti, ma tant’è, il film procede comunque bene verso la meta.
E ritorniamo al nostro Coppola.
Essendomi dilungato abbastanza nella precedente recensione dedicata al suo ultimo “Youth without Youth – Un’altra giovinezza”, mi limito qui a dire che il film è semplicemente quanto di meglio fosse possibile trarre dal libro: finalmente abbiamo ciò che avrebbero dipinto nei loro racconti Stoker e, prima di lui, John William Polidori (il segretario di Lord Byron, figlio del segretario Gaetano Polidori di Vittorio Alfieri) nel racconto “The Vampire”, prode assassino delle sue amanti, apparso nel 1819 e scritto nel 1816, sulle rive del lago di Ginevra, assieme a Lord Byron, P. B. Shelley e Mary Shelley (la quale nello stesso tempo scrisse “Frankestein”).
Giorni memorabili.
Ecco quello che volevano rendere: un aristocratico, un vero aristocratico, già decadente à la D’Annunzio, o meglio sul genere di Huysmans (“A ritroso”), che sensualmente, carnalmente seduce, porta a sé, le donne che mortalmente finiscono tra le sue braccia. Perché perdendo l’amore “vero”, resta solo lo sbandamento animale del sesso conturbante, per perdersi ancora. Il sesso è una chiave di volta del vampiro: strumento di potere per il Conte, sottomissione, nonché appagamento, per le sue compagne. Ma tutto come un eroe romantico, un Satana miltoniano che ha perso ogni speranza, un Achab dietro la balena bianca che sa che non vale la pena di lottare, ma che è tanto più grande perché lotta lo stesso, con la disillusione amara dell’essere uomo, in una terra desolata in cui esiste solo il vento che soffia, la sua fame che cancella lenta i ricordi e gli amori, un Prometeo che incatenato ai ceppi della sua condizione cede all’amore puro, ancora una volta (nel film di Coppola), nel volto della rediviva sua principessa Elisabeta, riapparsa sotto le sembianze della giovane Mina compagna di un Jonathan Harker un po’ imbelle ma ben recitato (un Keanu Reeves che raramente eguaglierà questa giovane interpretazione).
Gary Oldman, il nemico di Jean Reno nell’ottimo “Léon” di Besson, qui non interpreta Dracula.
E’ Dracula.
Sembra che quel ruolo non avesse apettato altri che lui, e che mai più potrà essere toccato da comuni mortali in cerca di glorie filmiche. Quel posto spetta solo a lui. Semplicemente spettacolare.
E che dire agli altri artisti? Anthony Hopkins pazzo e ottuso Van Helsing (ottuso perché lui HA la Verità, perché lui è dalla parte della Ragione, con le maiuscole, nuovo mostro intransigente e fondamentalista paladino della scienza contro il folklore: ovvio, non può avere i dubbi dell’umanissimo Dracula), una bellissima quanto inutile Monica Bellucci nel ruolo di una nuda moglie vampirizzata di Dracula (ma perfetta perché bella come le scenografie iper-sontuose del film), una strepitosa Winona Ryder nei panni della smunta Mina Harker (finalmente col nome corretto!), uno strabiliante Tom Waits nel ruolo di Reinfield, il precedente agente immobiliare tornato folle dall’ultimo viaggio nelle lande romene.
Si perdona persino a Coppola l’errore più vistoso: i protagonisti parlano romeno anche se nell’originale di Stoker il Conte è uno Szekély, un nobile magiaro-ungherese...Ma Vlad III era romeno, per l’appunto della Valacchia! Comunque l’ordine del Dragone fu effettivamente concesso ad un antenato storico di Vlad III dall’imperatore di Germania, e quindi un 1-1 in fatto di bilancia tra verità ed errori storici pareggia i conti, e siamo tutti più contenti!
Dopo anni e anni di film e di errori accumulati, la matassa dell’identità del Conte era contorta, confusa ed ingarbugliata da morire e quindi ode a Coppola che ha saputo districarla e renderla al massimo delle sue potenzialità (e oltre!).


Atto Terzo; Scena Unica ed Exeunt: DRACULA STORIA D’AMORE E DI MORTE?
Il mostro è più umano dell’uomo (scontato in un film horror?! Forse, ma mai realizzato così bene) e le diaboliche trasformazioni animalesche di Gary Oldman/Dracula sono quanto di più umano possiate vedere nel mondo dell’horror tout court: informe pipistrello-uomo ritto sul letto, grida che lui solo ha conosciuto Dio, lui che ne è stato ripagato con la morte della compagna, lui che ha diretto eserciti contro gli infedeli, lui che è destinato ad una triste eternità di Nulla. Poiché Vlad, nel film, fu creduto morto dalla sua amata Elisabeta a causa di un dispaccio proveniente dai turchi che lo indicava come morto sul campo di battaglia (mentre il buon Vlad non vedeva, vivo e vegeto, l’ora di tornarsene a casa dalla bella Elisabeta), e lei si suicidò. Non poteva vivere senza di lui. Vlad impazzì dal dolore, e abiurò Iddio e la fede che aveva fino ad allora difeso dagli attacchi degli infedeli: guardate mille volte la scena in cui trafigge la croce con la spada e la statuettina piange sangue, mentre un imbecille pope-Hopkins simbolo di una religione lontana dal dolore umano e dalla comprensione le dice che tanto lei è condannata agli inferi perché suicidatasi).
Un uomo solo.
Morto dentro come la sua amata.
Prinţul meu e mort, il mio principe è morto. E noi non facciamo altro che aspettare il finale che, come recitava una delle locandine d’allora del film, ci ripete solo questo: LOVE NEVER DIES.
E ci commuoviamo come bambini di fronte al miracolo di chi ha ceduto, e ha saputo cedere, all’amore puro. Quello che può riscattare ancora la Vita, che può fare credere ancora.
Quello forse non “vero” da pubblicità del Mulino Bianco e “purissimo” come un litro d’acqua in bottiglia, ma semplicemente quello più umano e reale possibile.

NOSFERATU, IL VAMPIRO
REGIA: Friedrich Wilhelm Murnau
ANNO: 1921-uscito nel 1922
VOTO: 6 [purtroppo non posso dare di più, ma è solo un’opinione personale: il conte Orlock deve cedere il posto al Dracula di Oldman]

NOSFERATU, IL PRINCIPE DELLE TENEBRE
REGIA: Werner Herzog
ANNO: 1979
VOTO: 7+

DRACULA DI BRAM STOKER
REGIA: Francis Ford Coppola
ANNO: 1992
VOTO: 10+

GENERE: Horror, sentimentale, mistica
CONSIGLIATO A CHI: vorrebbe scandagliare le origini e le evoluzioni del mito del vampiro nella filmografia che attraversa il ‘900, e a chi –ovvio- ama il cinema di Coppola
QUANTO E’ UN TOPO GIGIO DEFORME BRUNO “FAMMI CRESCERE I DENTI DAVANTI” GANZ VAMPIRIZZATO NEL DRACULA DI HERZOG (E ANCHE UN PO’ TRUCCATO MALACCIO): 10