Pessimo. E a tratti imbarazzante. Non ci sono altre parole per una pellicola che è riuscita più di qualsiasi altra in questo periodo a stupirmi in negativo. Sarà stato il fatto di averne letto bene e sentito parlare ancora meglio da molte persone ma a me sto film proprio non è andato giu. Una storia che pretende di essere seria e non fa altro che ridicolizzarsi ogni secondo che passa: si parte dall’ Egitto del 1914 e si arriva ad una Manhattan futuristica (con tanto di taxi volanti e qualsiasi cazzata possiate pensare ci sia nel futuro più fanta- americano possibile) del 2259 per la ricerca di un quinto elemento (ed evito di ricordare quale sia per non smettere di scrivere) che potrebbe salvare la Terra e i buoni in generale dai cattivoni che ogni 5000 anni minacciano la distruzione del mondo. Un Bruce Willis protagonista che copia se stesso in 100 altri film, tra cui il poliziotto incazzato ma simpatico e un po’ pasticcione di Die Hard (non che non apprezzi il ruolo però qui davvero è quasi insopportabile). Un Gary Oldman nei panni del suo antagonista quanto meno ridicolo con la testa mezza rasata coperta da un capolino trasparente (oddio). Una Milla Jovovich la cui frangetta molto anni ’90 non può di certo salvare un film già di per se non salvabile (gentile parafrasi di una frase del mio compagno di visione che non è stato così educato nei confronti della signorina…). Una serie di personaggi tra cui un dj molto gaio francamente insopportabile e senza alcun senso. Una varietà di alieni davvero brutti, mal fatti e terribilmente grotteschi nella loro goffaggine (i primi robottoni nella piramide già non li potevo vedere dopo due minuti). Una sfilza di costumi disegnati da un certo Gaultier davvero tremendi e senza alcun senso che non sia quello di farci esclamare: “Guarda come ci vestiremo nel futuro! Sembreremo tutti zoccole e travestiti (senza alcuna offesa per le due rispettabilissime categorie, ma non credo che tutti indosseranno certe oscenità nel futuro)”. Una sceneggiatura che non sa decidersi tra il semiserio e il faceto risultando così un’ accozzaglia di luoghi comuni, scene viste e straviste (una per tutte la partenza dell’ astronave che coincide con l’ orgasmo di una hostess e l’ esplosione in mille pezzi di un cattivo), dialoghi che sai già come finiscono dopo una parola e prevedibili storie d’ amore. Una serie di effetti speciali semplicemente esagerati nel loro voler sembrare grandiosi a tutti i costi con il risultato di apparire talvolta solamente brutti (l’ ultima scena con la fuga di Willis sull’ astronave sembra un richiamo a quelle scene dei film degli anni ’60 dove vedevi il tipo che guidava e lo sfondo che si muoveva per finta). Una regia francamente inesistente concentrata com’ è nella produzione di un film più all’ americana possibile. Se volete spiegarlo dicendomi che è Luc Besson e che non potevo pretendere “2001 Odissea nello spazio” da un regista che fa della spettacolarità e dell’ esagerazione il suo forte vi dico che anche “Le grand Bleu” e “Leon” sono esagerati, ma sono bei film. Se la vostra giustificazione è che è un film da prendere così come si presenta: una quasi- parodia di tutti i luoghi comuni dei film di fantascienza americani degli anni ’80 vi rispondo subito che per tanto così mi guardo “Atto di Forza”, che almeno mi fa davvero ridere. Se non è una semi- parodia siam piazzati male e basta. Se provate a dirmi che però le scenografie disegnate da un certo signor Moebius con l’ aiuto di Jean- Claude Mezières sono belle potrei anche darvi ragione ma sinceramente se compro una scatola di scarpe vorrei ricevere anche il contenuto oltre alla scatola. Se avete qualche altra giustificazione per salvare un film a mio parere semplicemente insignificante ditemi pure ma sarà difficile che cambi idea. Osannato come simbolo di un cinema Europeo capace di sfidare quello Americano sul suo stesso campo (grandi produzioni, storie enormi, effetti speciali a profusione e chi più ne ha più ne metta), “Il quinto elemento” di Luc Besson a me è sembrato solo un pessimo film con troppe pretese. REGIA: Luc Besson ANNO: 1997 GENERE: Fantascienza VOTO: 4 CONSIGLIATO A CHI: vuole vedere un film di fantascienza con una storia e un protagonista davvero molto anni ’80 ma senza la freschezza e l’originalità di quegli anni. QUANTO SEMBRA UN ATTORE SERIO LUKE PERRY IN MEZZO A QUEST’ ACCOZZAGLIA DI PERSONAGGI RIDICOLI: 7.
Oggi ho visto un film per caso. Alla ricerca di documentari sul mare e le immersioni subacquee per cercare di capirci qualcosa di più insieme alla mia ragazza di quell’ immenso e meraviglioso altro mondo che è l’ oceano, mi sono imbattuto in questo “Le Grand Bleu”, opera terza di quell’ americanaccio francese che è Luc Besson. Giovane appassionato dal mare a tal punto da voler diventare biologo marino Luc Besson dovette abbandonare il suo sogno a causa di un tragico incidente che lo costrinse a dirigersi verso altri orizzonti quale quello cinematografico, che decise di intraprendere intorno ai 20 anni trasferendosi in America per studiare al meglio le più avanzate tecniche di ripresa per poi far ritorno in Francia al momento del suo debutto. Regista criticato dai più proprio per quel suo vizietto di voler fare cinema all’ “Americana” in un’ Europa dedita per lo più a film d’ autore, di Luc Besson in Italia si conoscono per lo più le tre grandi pellicole girate tra il 1990 e il 1997: “Nikita”, “Leon” e “Il quinto elemento”. Appunto, in Italia. Se si vuole dare uno sguardo al di fuori dei nostri ristretti confini (che non fa mai male) si scoprirà così che nel 1988 Luc Besson, dopo due film di culto in Francia come “Le dernier Combat” e “Subway”, presentò al festival di Cannes un certo “Le Grand Bleu”, il quale finalmente acquisì tutte la classiche caratteristiche di un film a la Besson: grandi immagini, grandi attori, grandi budget (per l’ Europa si intende) e soprattutto giudizi negativi dalla critica specializzata (mi fa sempre un po’ ribrezzo questa parola..) e grande successo tra i comuni mortali (che sono quelli che non hanno l’ adesivo con scritto “critica cinematografica” sulla fronte) e tra i giovani. Attenzione: 1988. Dopo aver effettuato il doppiaggio e ormai pronto all’ uscita nelle sale italiane “Le grand Bleu” viene bloccato dal signor Enzo Maiorca, “semplicemente” uno dei più grandi apneisti al mondo, capace di battere record su record negli anni ’60, che si ritiene offeso per la rappresentazione che Jean Reno da di lui (anche se nella pellicola si chiama Enzo Molinari) all’ interno della pellicola. Stop! Quale rappresentazione? Di chi? Ma di cosa parla questa pellicola? Perché? Come? Dove? Quando? In che modo? L’ assassino è il maggiordomo? Andiamo con ordine. La pellicola può essere divisa facilmente in tre parti. La prima racconta la storia dei giovanissimi Enzo Molinari e Jacques Mayol, due amici-rivali amanti del mare e dediti alle nuotate in apnea fin da piccoli, nella loro minuscola e splendida isola greca e si conclude con la tragica morte del padre di Jacques per un fatale incidente occorsogli proprio in mare, durante una rischiosa pesca subacquea con attrezzature a dir poco cadenti. Questo primo frammento è girato interamente sul blu: il mare, le persone, i paesaggi non presentano alcun colore che non sia un blu leggermente sfocato che ci fa comprendere fin dai primi minuti l’ amore di Besson per l’ oceano: così come Luc dovette abbandonare la patria per dimenticare il dolore di un sogno infranto, così anche Jacques decide di abbandonare l’ isola (anche se quando a noi spettatori non è dato saperlo). La seconda parte ci presenta i nostri due protagonisti ormai divenuti adulti: l’ italianissimo Enzo, con quel fare da “ci penso io, non c’ è problema, il mio mestiere è arrangiarmi! ” che gli americani (e anche qui si vede la formazione cinematografica di Besson) sono soliti appiccicare al classico italo americano un po’ sbruffone (ed è questo il motivo della rabbia di Maiorca) e il freddo e distaccato francese Jacques che si diletta in immersioni da professionista al di sotto dei ghiacciai sulle Ande. Se la storia di Enzo è raccontata in modo sgargiante, colorato, musicale e un po’ esagerato, quella di Jacques è totalmente l’ opposto: la neve e il ghiaccio delle Ande con i loro colori asettici rappresentano la freddezza di un ragazzo ormai diventato adulto che non ha perso il suo spirito bonario ma che sembra perso in un mondo suo, fatto di acqua, acqua e ancora acqua e a cui manca qualcosa che cerca in tutti i modi di recuperare nel contatto con essa. La terza parte, infine, riguarda l’ eterno rapporto di competizione e amore che si instaura tra i due dopo l’ invito di Enzo a Jacques a partecipare ai campionati mondiali di apnea, dopo anni di distacco, e il conclusivo ritorno all’ isola greca per dimostrare ancora una volta al giovane rivale la propria superiorità e contemporaneamente il proprio amore nei confronti di un ragazzo che sente come suo indiscusso successore a cui insegnare ancora molto. Allo stesso tempo in questa ultima parte ci viene mostrato il modo completamente differente in cui i due campioni si preparano ad affrontare l’ elemento acquatico: Molinari sfida l’ acqua per dimostrare la sua forza, Mayol entra invece in simbiosi con essa, fino al suo totale smarrimento (che altro non è, detto in parole povere, che una semplice narcosi da azoto che può capitare ai subacquei in acque profonde e risulta molto simile ad una forte sbornia). In questo terzo frammento rientra in gioco il parallelismo con la vita di Besson che, dopo aver studiato all’ estero, rientra in patria per la vera sfida con quello che sente come il suo vero elemento. Ora c’ è un problema. Se concludessi qui la mia recensione, come molti hanno fatto, potrei benissimo mettere un bel 9 a questa pellicola, per un’ ottima realizzazione tecnica e una regia capace di trasmettere con pochi elementi (i colori, i paesaggi, le inquadrature) una vita intera dedicata al mare. Ma sinceramente non me la sento. Prima di tutto vorrei far notare come tutto sia completamente irreale: certo non pretendo di vedere in un film di Luc Besson qualcosa che non sia semplicemente esagerato ma arrivare al punto in cui uno in apnea va a salvare un subacqueo con le bombole dentro una nave stando sotto per secoli e un altro si immerge a chissà quanti gradi sottozero sotto un ghiacciaio sulle Ande con una muta che va bene appena appena per la Liguria a settembre… beh questo mi sembra persino TROPPO esagerato. Come secondo punto mi verrebbe da dire che quella espressione da pesce lesso che Jean Marc Barr nei panni di Jacques Mayol si porta a spasso per tutta la durata della pellicola è a dir poco snervante e fuori luogo ma i francesi (e non solo loro) lo adorano quindi molto probabilmente sono io che non capisco. Terza e ultima critica: in un film che racconta la storia di due dei più grandi apneisti al mondo (Jacques Mayol fu uno dei più grandi rivali di Enzo Maiorca anche nella realtà) perché mai inserire una storia d' amore terribilmente melensa tra Barr e l' odiosa Arquette che centra poco o nulla con tutto il resto? Certo, Luc Besson ci vuole far vedere come nel cuore di Mayol non ci sia posto nemmeno per l' amore, come egli appartenga in toto all' acqua, ma c' era davvero bisogno di vedere la solita giornalista Newyorkese che si innamora del classico solitario misterioso? A mio parere no anche se rimango dubbioso sul fatto che questa donna sia un personaggio completamente irreale, piuttosto che un altro elemento fondamentale nella ricostruzione della vita del regista. Insomma nonostante “Le grand Bleu” non possa non essere definito come un grande film per tutto l’ apparato di simboli e significati che si porta dietro, nonostante quella comicità burbera che Jean Reno trasporta in ogni suo personaggio che mi fa personalmente impazzire, nonostante Sergio Castelletto sia eccezionale nel ruolo di uno spassoso giudice di gara, nonostante una scena finale di Jacques solo sul suo letto a dir poco da brividi che ci fa capire come l' acqua sia la vera protagonista di questo film, nonostante tutto ciò il voto rimane relativamente basso quasi a confermare la mia idea di pellicola nata come sfogo personale per Besson e molto probabilmente contenente riferimenti ai suoi sogni e alle sue speranze che io (e noi tutti credo) non riesco neanche a immaginare. 2002. La pellicola esce finalmente in Italia, dopo 14 anni di attesa infinita, dopo la morte del vero Jacques Mayol nel 2001 suicidatosi per depressione e il consenso di Besson a tagliare alcune scene sotto richiesta di Maiorca le quali vengono incluse, insieme ad altre, in una versione estesa della pellicola: un Jean Reno stranamente giovane e con una muta spassosa con i colori della bandiera italiana attende l’ appassionato di cinema italiano davanti alla tv, no Jean Reno non è ringiovanito, semplicemente la distribuzione italiana ha fatto pena ancora una volta. E no: l’ assassino non è il maggiordomo. A voi il Trailer! REGIA: Luc Besson ANNO: 1988 GENERE: Avventura, drammatico VOTO: 7 QUANTO è ODIOSA ROSANNA ARQUETTE NEI PANNI DELLA FIDANZATA DI BARR: 8 CONSIGLIATO A CHI: vuole sbizzarrirsi in interpretazioni di colori, immagini, paesaggi, scene, espressioni e chi più ne ha più ne metta (Leo….).