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giovedì 13 novembre 2008

BASIC TRAINING- ADDESTRAMENTO DI BASE

Mi ricorderò di te come semplicemente meravigliosamente te.

Non so chi sia Frederick Wiseman.
Inutile che stia qui a tradurvi la wikipedia inglese dicendovi che è uno dei più grandi documentaristi e blablablablabla….blablablablabla.
Inutile.
E se non sapete l’inglese traducete la pagina con google.
Verrete a sapere che è un “americano documentario regista” (un documentario vivente…un po’ come Piero Angela quando entrava nel corpo umano e ci trovava la tizia che suonava il piano) e che è stato “addestrato come un avvocato” (avvocaaaato…avvocato vieni qui che ti do l’osso…BAUBAU!).
Buongiorno, siete nel 2008: imparate l’inglese.
Non so chi sia Wiseman (e neanche come si pronunci) e non ho alcuna intenzione di informarmi a riguardo prima di scrivere questa recensione.
Il risultato potrà essere un disastro dettato dalla beata ignoranza o qualcosa di serenamente innocente, neutrale forse.
Bisognerebbe star qui ore a descrivere come sia finito in un cinema del centro di Torino a vedere un documentario del 1971 di un tizio di cui avevo a malapena intrasentito il nome in un brumoso pomeriggio d’autunno.
Ma anche no.
Piove, viene voglia ad entrambi di andare al cinema e le sale del centro trasmettono solo film già visti, già iniziati o semplicemente di cui non si sa un emerita mazza.
Quindi perché scegliere “The Burning Plain” quando la rassegna mensile del Massimo è dedicata a tale Wiseman (uaismen? uisman? L’alfabeto fonetico non esiste sulla tastiera…chissà se i linguisti hanno aggirato tale insormontabile problema) e il film del giorno e dell’ora è Basic Training in lingua originale sottotitolato in italiano?
Tre euro.
Al massimo ci si fa una bella dormita come l’evidente barbone seduto dietro.
Un documentario in bianco e nero sull’addestramento base dei soldati americani in piena Guerra del Vietnam.
Come dire: mi manca la pistola ma vorrei tanto spararmi sulle balle.
Poi succedono cose di cui non ti capaciti.
Innanzitutto non ti addormenti.
Per un’ora e mezza non sbadigli neanche per mezzo secondo.
Wiseman (uomo saggio…dovevo dirla scusate…) gira un documentario tanto semplice quanto semplicemente perfetto.
Gira un documentario sull’addestramento base e lo fa diventare un film come nessun Fahrenheit 9/11 potrebbe mai esserlo.
Là dove lo sguardo è di parte e lo stile sgarbatamente documentaristico (come urlare in faccia a qualcuno: questo è vero! Questo è vero! QUESTO è VERO! VERO! CAPITO? VERO? GUARDA COME TRABALLA LA CAMERA…è VERO!), Wiseman riprende (questo me lo immagino io, licenza poetica) una mole impressionante (e con impressionante intendo un’anno di riprese) di materiale e ne fa un sunto finale perfetto.
Nel Basic Training ci mette tutto quello che chiunque immagina faccia parte di un addestramento militare: partendo da marce e marcette (con connessi cori militari), passando per uomini che strisciano con la pancia a terra e il culo in aria (“ALZA QUEL CULO DA TERRA!” urla un sergente) fino ad arrivare alle classiche situazioni da caserma da cui hanno origine il 90% dei film militari. Sfigati cronici con problemi familiari, ribelli che se ne fregano del loro Paese e secchioni militari che alla fine dell’addestramento se ne escono con improbabili discorsi sulla democrazia americana esportata in Vietnam.
Wiseman però non è Moore.
Non intervista nessuno, non fornisce dati di alcun tipo ma soprattutto non compare mai in camera per dire la sua (o per dire l’inarrivabile verità).
Wiseman fa parlare la sua telecamera.
Non è assolutamente descrivibile a parole (perlomeno io non sono in grado) come un obiettivo puntato sugli scarponi dei marcianti possa portare dentro lo schermo più i qualsiasi parola o altra immagine.
La telecamera di Wiseman è il sergente di ferro che consola con voce ferma lo sfigato mentre lo aiuta ad allacciarsi gli scarponi, è il ragazzo nero che racconta con un inglese inascoltabile (nel senso che senza sottotitoli poteva benissimo parlare lo swahili per quanto ci capivo) la storia di quella ragazza del suo Paese, è la spiegazione della reincarnazioni da parte di un altro, è quello scarpone ripetuto per cento che sbatte sulla terra ad un centimetro dal tuo naso mentre un “Left, Right, Left, Right” continua ad aleggiare nell’aria.
Wiseman non da giudizi.
O perlomeno non ce li sbatte in faccia come se fossero bisteccazze da cuocere in padella.
Wiseman regala immagini.
Immagini e parole vere (queste si, riprese direttamente da quegli attori consapevolmente inconsapevoli, che hanno ruoli ben definiti nella scrittura finale del documentario) che toccherà a noi giudicare.
Forse.
Mi piacerebbe ancor di più pensare che Wiseman sia tanto neutrale nelle immagini quanto Moore lo è con le parole.
Nel ’71.
Avanti di un secolo.
REGISTA: Frederck Wiseman
ANNO:1971
VOTO:10

domenica 27 gennaio 2008

INTO THE WILD

Mi ero ripromesso di pubblicare questa recensione domani sera, dopo essermela riletta a fondo e magari riscritta a freddo...magari ne avrei un' altra visione..vi saprò dire.
Per ora ecco le mie impressioni a caldo.. mi perdoni "American
History x" che potete trovare poco più sotto!



Lo avete visto “Chicken Little”?
No? Si? Forse mentre mi mangiavo un panino?
Bene, comunque io ve ne racconto una scena.
Dopo che Chiken Little (un pulcino sfigato, brutto, nano e anche abbastanza scemo) ha salvato il mondo dagli extraterrestri in modo rocambolesco (cioè con tanta tanta fortuna, ovvero di culo!), lui e i suoi amici si ritrovano al cinema a vedere il film che è stato tratto dalla sua grandiosa avventura.
Mentre il film sta per iniziare qualcuno in sala si chiede come sarà il film e il padre di Chiken Little afferma qualcosa come “Come potrebbero rovinare una così bella storia?”
La proiezione ha inizio e il primo a vedersi è il l’ alter ego di Chiken Little sullo schermo: muscoloso, imponente, deciso e intelligente.
È quello il Chiken Little che viene portato sullo schermo.
No.
Non ho totalmente perso la testa se vi interessa.
E non ho nemmeno pensato che questa fosse la recensione di Chiken Little (che peraltro ho già scritto ma non ancora pubblicato).
Mi interessava solo ricordarvi quell’ episodio perché è da li che nascono le mie considerazioni su “Into the wild”, il nuovo acclamatissimo film con Sean Penn alla regia tratto da una storia vera.
La storia di un ragazzo che abbandona casa, soldi, scuola, società per dare il via ad un’ avventura solitaria più grande di lui.
E la finisco qui con le trame.
Perché a me le trame stancano e sinceramente di film come questi la trama la potete trovare ovunque.
Cosa dire quindi di “Into the wild”?
Che non è un capolavoro prima di tutto.
A dispetto di tutti i complimenti che ho sentito in giro, di tutte le esclamazioni di giubilo per un Sean Penn miracoloso, per un Emile Hirsch (il protagonista Christopher Mc Candless… o se volete Alexander Supertramp, capirete vedendo) straordinario, per una vicenda incredibile per me “Into the wild” rimane solo una buonissima pellicola.
Non è questione di andare controcorrente o che so io, semplicemente non mi va di raccontarvi frottole.
“Into the wild” dura circa due ore e mezza.
Ecco.
Non vorrei mai parlare della lunghezza di un film come un difetto perché poi sembra che uno dica “se è corto è bello, ma non dev’essere troppo corto, ma non troppo lungo, ma se è troppo corto è pattume, se è troppo lungo è un mattone…”
Prendete tutti questi discorsi e buttateli nella spazzatura, differenziata prego.
Solitamente non mi importa della lunghezza di un film ma stavolta mi ci soffermo: perché io di vedere su due ore e mezza 1 ora e un quarto buona di paesaggi non sono in grado.
Ma certo sono fantastici, sono eccezionali, alcuni scorci fanno venire le lacrime agli occhi e ti senti il cuore dire: “Vorrei esserci io li”… ma più di un’ ora di paesaggi sono davvero troppi.
Sean Penn ce la mette anche tutta: posiziona la camera tra gli arbusti, sulla canoa, sull’ elicottero per visioni aeree da brivido… ma sinceramente preferisco guardare fuori dalla finestra e andare a scoprire le colline che mi circondano prima di vedere un’ ora di natura plastificata dalla schermo.
Ma non è nemmeno lo scorcio, l’ inquadratura delle montagne, dei canyon, dei fiumi che stanca.
È l’ insieme di tutte queste bellezze naturali con in primo piano un tizio che allarga le braccia e assapora l’ aria, un tizio che parla da solo e guarda la telecamera, un tizio che fa citazioni ogni tre per due e non ha il buon gusto di smetterla quando è ora.
Perché alla fine non è la durata, non è la regia di Sean Penn (seppure le poche scene in città siano decisamente fastidiose, ma molto probabilmente era quello l’ effetto voluto), non è nemmeno il quasi documentarismo.
È il personaggio di Emile Hirsch che mi ha infastidito.
Perché se la durata (e tre!) poteva essere anche minore grazie a qualche taglietto qua e là (francamente non credo che nessuno avrebbe sentito la mancanza dei danesi per esempio), è il protagonista a mancare in pieno il bersaglio.
O ancora meglio: “Into the wild” cade nel solito difetto di tutti i biopic.
Quell’ eccessivo ingigantimento che aveva fatto diventare Chiken Little un pollo muscoloso sullo schermo, qui fa diventare Christopher un figaccione in super forma con chioma fluente e lingua sciolta.
Non ho conosciuto il vero Christopher, sinceramente non ho nemmeno letto il libro da cui è stato tratto tutto ciò eppure quello che mi si insinua dentro è qualcosa di più che un sospetto: perché penso che non sia andata esattamente così?
Un ragazzo capace di far riappacificare un uomo e una donna nel giro di 5 minuti, di far rivivere un uomo di 70 anni, di far innamorare una ragazzina di 16 con uno sguardo… davvero ci vogliamo credere?
Personalmente preferisco pensare all’ opera di Penn come un inno alla natura, a Dio (tema fin troppo insistito) e alla convivenza.
Il tutto spalmato su due ore e mezza di cui una prima ora fin troppo lenta e una seconda che riesce a riequilibrarsi per trovare l’ apice su un finale davvero ispirato.
Forse è questo che ha fatto urlare tutti al capolavoro, questa vetta finale che potrebbe anche far dimenticare una prima parte un po’ così.
Io questa volta non ci sto.
Non urlo al capolavoro.
Perché la felicità è nello stare insieme.
Ma sinceramente se non lo sapessi di mio, non sarei mai arrivato a una conclusione del genere dopo la visione di una pellicola come questa.

Discorso a parte merita la colonna sonora per cui il film riceve, almeno da parte mia, almeno un voto in più. Insomma sarebbe stato un 7 senza Eddie Vedder. Magari un giorno recensirò anche quella… per ora dico solo grazie Eddie!
REGIA: Sean Penn
ANNO: 2008
GENERE: Biopic, Documentario
VOTO: 8-
QUANTO FA VENIR VOGLIA DI VIAGGIARE: 10++++++
QUANTO è BRAVO HAL HOLBROOK NEI PANNI DEL VECCHIETTO RON: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere fantastici paesaggi americani e uno dei più bei film di formazione degli ultimi anni.

venerdì 16 novembre 2007

GRASS: A NATION' S BATTLE FOR LIFE


BY DEN

“ Ma volevo citarti un altro film di Schoedsack (sempre in collaborazione con Cooper), che forse conosci già; è un bellissimo documentario del 1925 "Grass: A Nation's Battle for Life" ”
Da un commento su “La pericolosa partita" di Luciano.

Sono partito da qui per la scoperta di questo documentario.
Il mio progetto di analisi (la posso chiamare così o risulta troppo altezzoso?) delle opere di Merian Cooper e di Ernest Schoedsack e dei personaggi legati in qualche modo a “King Kong” prosegue quindi.
Dopo ”Il mondo perduto” , “La Pericolosa partita” , “King Kong” e “Il figlio di King Kong” eccomi qui.
A parlare dell’ opera prima di questi due fantastici matti che sono Cooper e Schoedsack.
Siamo nel 1925 e si tratta di un documentario questa volta: “Grass- A Nation’s Battle For Life” nella versione recuperata e restaurata nel 1991 dalla Milestone Film & Video.
Ora vi chiedo: “Secondo voi sono normale?”
Molti amici in questo periodo mi credono matto, vado a recuperare film assurdi e passi “King Kong” ma quando gli vado a dire che ho visto un film muto russo di fantascienza del 1924 (Aelita) li vedo.
Mi guardano strano, come a cercare quella scintilla di pazzia che tutti i matti hanno negli occhi.
E io da buon personaggio matto di Edgar Allan Poe vi dico che non sono assolutamente matto, solo i miei sensi sono troppo sviluppati.
No.
Semplicemente non resisto alla tentazione di andare sempre indietro.
Così come ho fatto con la musica mi interessa scoprire da dove è nato quel film, quel genere, quell’ effetto e finisco poi per concentrarmi su certi personaggi come Schoedsack e Cooper di cui cerco di scoprire di tutto e di più.
È inutile che fate quella faccia!
Ve l’ ho detto che non sono pazzo!
Se non ci credete sentite qui cosa sono andato a recuperare.
Grass- A nation’s battle for life (facciamo che d’ ora in poi lo chiamo solo Grass ok?) è, come detto, un documentario.
Anzi, “Grass” è IL documentario.
Datato 1925 e posteriore solo a “Nanuk l’ eschimese” (1922) da quanto ne so io (purtroppo non sono riuscito a recuperare questa pellicola, se voi ne sapete qualcosa ditemi pure!), il documentario realizzato da Schoedsack e Cooper con la partecipazione “attoriale” di Marguerite Harrison può essere diviso in due parti fondamentali.
La prima vede la ricerca da parte dei Nostri della cosiddetta “Forgotten people”, una tribù persiana che viene raggiunta grazie all’ aiuto di alcuni locali (la partenza è fissata ad Angora, in Turchia) attraverso villaggi caratteristici, deserti infiniti con annesse tempeste di sabbia e montagne nevose attraversate con cammelli arabi.
Cooper e Schoedsack (ci viene spiegato all’ inizio che il primo ha avuto l’ idea e il secondo l’ ha attuata) mettono subito in chiaro le loro intenzioni con le divertenti immagini di presentazione: non si tratta di un documentario alla Piero Angela per intenderci (contro cui non ho nulla, anzi).
Certo siamo nel 1925, i mezzi sono diversi e blablabla ma quello che vi voglio dire è un’ altra cosa: io da un documentario del 1925 mi aspettavo un certo rigore, una certa serietà.
Niente di tutto questo.
Quei due pazzi (e poi capirete perché continuo a indicarli come folli) non si prendono per niente sul serio.
O almeno, se lo fanno, non lo fanno pesare a nessuno.
Intervallano scene maestose di attraversamenti montani a piccole battute come quella sui poliziotti arabi nel deserto: si inquadra la stazione di polizia e si spiega che qui si combattono i predoni del deserto e subito dopo la scritta ci dice che comunque si tratta di una stazione di polizia qualunque dove si fanno le cose che la polizia fa in tutto il resto del mondo.
L’ inquadratura successiva vede due poliziotti seduti a terra a giocare a uno strano gioco da tavola!
I Nostri ci mostrano con poche immagini uno stile di vita che nessuno (credo) si immagina neanche nell’ America del 1925.
Ci fanno vedere un uomo del loro gruppo che, dotato di un fucile anteguerra (di quelli che si caricano con un solo pallino e la polvere da sparo per intenderci) si nasconde dietro a una sorta di aquilone (un pezzo di stoffa romboidale) per avvicinarsi sempre più a un camoscio sulla cima di un dirupo per poi sparagli.
Schoedsack e Cooper sembrano quasi scusarsi con gli spettatori quando ci dicono che quell’ uccisione non è per sport (in qualche modo criticano la nostra società) ma per sopravvivere.
Ma la parte davvero interessante deve ancora venire.
Dopo 20 minuti circa i nostri riescono finalmente a raggiungere il popolo dimenticato e mentre ci spiegano come sia possibile ritornare alle nostre origini proseguendo verso Est come se si stesse sfogliano un libro al contrario partendo dall’ ultimo capitolo (la nostra società), la seconda parte ha inizio.
La seconda parte mette in scena il viaggio di 48 giorni effettuato dai nostri insieme alla tribù dei Baktyari (ma questo nome ci viene svelato solo alla fine).
Dapprima ci vengono presentati i componenti della tribù durante la loro vita quotidiana: si tratta di una popolazione nomade che vive ancora grazie alla caccia e agli allevamenti di mucche, cavalli, capre, pecore e chi più ne ha più ne metta.
Il capo è Haidar Khan mentre suo figlio Lufta rappresenta in sostanza il suo aiuto e il suo diretto successore.
L’ addio al pascolo che ha ormai esaurito le sue risorse è praticamente immediato (avviene la mattina successiva all’ arrivo di Cooper e Schoedsack) e se ci si è stupiti vedendo cosa hanno dovuto affrontare i nostri per raggiungere la gente dimenticata, ora ci sarà da spaventarsi.
Ore di cammino portano al primo dei tre grandi ostacoli che i nostri dovranno superare per raggiungere le fertili terre dell’ Iran.
Il fiume Karun.
Un corso d’ acqua molto largo e profondo e dalle forti correnti.
“Il rumore di 50000 esseri viventi in movimento” ci avvertono Schoedsack e Cooper e vediamo arrivare una marea nera sulle sponde del fiume.
Senza barche, canotti o qualsiasi cosa vi possa venire in mente utile ad attraversare un fiume vediamo queste persone costruire con le pelli di capra delle zattere per portare gli animali sulla sponda opposta.
Ma se questo può sembrare quasi possibile, quello che viene dopo è tanto reale quanto spaventoso : migliaia di persone si gettano nel fiume dalle acque gelate e a nuoto contro corrente trasportando pecore e capre sulle spalle, con bambini legati in vita con cibarie in mano lottano fino al raggiungimento della meta prestabilita.
15-20 minuti di pellicola sono utilizzati per raccontarci del maestoso attraversamento e proprio mentre sei li che tiri il fiato per loro dopo aver visto centinaia di persona trasportate dalla corrente per centinaia di metri stai già osservando una montagna dalle pareti quasi lisce e li vedi rimettersi capretti in spalla, li vedi spingere a mano i cavalli, li vedi prendere i tori per le corna per farli salire e pensi che finalmente dietro la cima vedranno la loro terra promessa.
Niente di tutto questo.
Il viaggio prosegue senza soste e ci troviamo all’ ultimo immenso ostacolo, “Il nemico più grande”: il monte Zardeh Kuh, 12000 piedi di neve e ghiaccio.
E mentre pensi che ora si girano e tornano indietro perché nessuna popolazione di 50000 esseri umani e mezzo milione di animali può attraversare un luogo del genere li vedi togliersi le scarpe (delle semplici fasciature di tela) e incamminarsi sulla neve.
Scalzi.
Provi freddo persino tu a vederli li e quando poi noti che hanno delle piccole vanghe in mano ti chiedi cosa vogliano farci.
Scavano.
I primi del gruppo scavano un passaggio a zig zag che tutta la tribù seguirà.
50000 persone che salgono una montagna ghiacciata e la discendono come se fosse la cosa più normale del mondo.
Le terre promesse li aspettano e tu pensi a quei due pazzi di Cooper e Schoedsack.
Te li immagini con le loro telecamere abnormi (siamo nel 1925 non dimentichiamolo) ad attraversare il fiume ghiacciato, a salire le ripide pareti della montagna, ad attraversare chilometri di neve.
Te li immagini mentre salgono sul punto più alto per filmare i 50000 esseri viventi che si muovono, te li immagini mentre discutono sul dove posizionare la telecamera per dare quell’ idea di grandezza, maestosità ed epicità che contraddistingue un viaggio quanto mai straordinario.
Te li immagini in sala montaggio mentre aggiungono le parole alle loro riprese.
Quei “beeeee, beeeee, beee” che ci sbattono sul muso inquadrando una pecora legata che attraversa il Karun.
Quel “Brrrrr” tremolante che accompagna la prima visione degli uomini scalzi sulla neve.
Te li immagini mentre 8 anni dopo pensano e realizzano "King Kong" e pensi che dopotutto nel 1933 non si sforzarono poi molto in confronto al lontano 1925, pensi a Fay Wray e ti viene in mente Marguerite Harrison, pensi alle popolazioni indigene dell’ isola di Kong e ti viene in mente la tribù dei Baktyari, pensi alla montagna in cui Kong porta la sua bella e ti viene in mente Zardeh Kuh
Va bene io sarò pazzo se volete, ma Schoedsack e Cooper sono da manicomio!

((Un grazie particolare a Luciano che mi ha fatto scoprire una perla che mi stavo per perdere)

REGIA: Ernest Schoedsack, Merian Cooper
ANNO: 1925
GENERE: documentario
VOTO: 10 (e non è un 10 regalato credetemi)
QUANTO DOVEVANO ESSERE FOLLI ALL’ EPOCA SCHOEDSACK E COOPER PER AVERE UN’ IDEA DEL GENERE: 10
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedere un documentario davvero favoloso in tutti i sensi possibili

venerdì 12 ottobre 2007

THE 11TH HOUR- L’ UNDICESIMA ORA



Siedo alla finestra della mia camera e osservo.
Vedo alberi riposare pigramente su colline tondeggianti.
Vedo l’ erba alta ondeggiare al minimo soffio di vento.
Vedo un cagnolino correre felice nel campo di mais che fu a caccia di qualcosa che molto probabilmente non prenderà.
Vedo un uccellino posarsi sul tetto a pochi metri da me alla ricerca di qualche briciolina.
Vedo il sole adagiarsi tra le colline e lo osservo diventare di fuoco.
Vedo la natura con tutti i suoi colori, le sue sfumature, la sua vita.
La ammiro mentre penso che un giorno, forse, non potrò più goderne perché quell’ automobile sul fondo della valle sta passando su un autostrada costruita sopra di lei.
Penso alla fortuna che ho avuto a poterne godere fino ad ora e divento triste al pensiero di un ragazzo che un giorno, forse, non potrà più fermarsi in mezzo ad una vigneto sul pendio della collina ad osservare uno splendido tramonto.
Penso alla stupidità dell’ uomo moderno.
Alla sua crudeltà.
Incapaci di ricambiare tutto quello che la natura ci ha donato senza chiedere nulla in cambio.
Incapaci di comprendere ciò di cui siamo parte e da cui siamo nati.
Ripenso alle immagini che ieri passavano sullo schermo davanti ai miei occhi: intere foreste fatte a pezzi, pesci pescati e ributtati in mare senza le pinne, ghiacciai ridotti a laghetti insignificanti, uragani che distruggono città intere.
Ripenso alla voce di Di Caprio che ci avvisa del pericolo e non faccio altro che chiedermi quanto ci vorrà ancora per giungere a una piena consapevolezza.
“Non c’ è più tempo. Siamo all’ undicesima ora” ci avvisa Leonardo e io sono li a chiedermi perché mai nessuno fa qualcosa.
Perché mai nessuno si rende conto che, molto probabilmente, gli unici a subire le conseguenze di tanta cattiveria e ignoranza saremo noi.
Perché la natura saprà risollevarsi, rinascere in altro modo mentre noi diventeremo stupidi fossili che nessuno si preoccuperà di studiare e la natura ci dimenticherà in fretta non avendo noi goduto neanche un millesimo di tutta questa grandiosa e meravigliosa storia naturale.
Vedo gente applaudire meno convinta del solito di fronte ad un documentario facilmente criticabile, essenzialmente un collage di immagini già viste (seppur meravigliose) e pareri di uomini di cultura illustri (tra cui Stephen Hawking) e mi chiedo se loro stanno facendo qualcosa.
Mi chiedo se riusciremo a salvarci o se riusciremo a portare con noi nella tomba anche la natura.
Io non voglio vivere su Metaluna.
E mentre il mio sguardo si perde ancora una volta tra le colline mi chiedo se un giorno mio figlio potrà godere di tutto ciò.
Sinceramente preoccupato.

Qui sotto potete trovare un rap ambientale di quel matto di Charris Ford che ieri era a Torino per cinemambiente essendo lui uno degli inventori del motore che funziona ad olio di patatine fritte e che ha girato il piccolo documentario che ha introdotto "The 11th Hour" ed il trailer di quest' ultimo (assolutamente da vedere!).

Per il blogactionday, una giornata in cui tutti i blogger compreso il tuo potranno unirsi per trattare un unica tematica come l' ambiente cliccate qui.
Per maggiori informazioni su Cinemambiente, il festival cinematografico gratuito sull’ ambiente in corso in questi giorni a Torino cliccate qui.
Per informazioni sulle iniziative dei produttori del simpatico minidocumentario sulla possibilità di creare automobili che vadano ad olio di patatine fritte di Howard Donner con protagonista Charris Ford e Daryl Hannah cliccate qui.
Per informazioni su Greencross Italia (associazione ambientale fondata da Mickhail Gorbaciov) cliccate qui.

REGIA: Leonardo Di Caprio
ANNO: 2007
GENERE: Documentario
VOTO: 8 (perché l’ impegno c’ è e si vede)
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere a che livello di degrado siamo arrivati ed iniziare a preoccuparsi.
QUANTO SIAMO NELLA MERDA FINO AL COLLO: 10