lunedì 12 novembre 2007

THE MOUSE THAT ROARED- IL RUGGITO DEL TOPO


Dopo una pausa piuttosto lunga mi accingo a completare finalmente l’ analisi dei film di Jack Arnold (purtroppo molti titoli sono attualmente inesistenti sul mercato e, ad eccezione di “No Name On The Bullet” che dovrò procurarmi in dvd in lingua inglese, ho recensito tutto quello che mi è stato possibile reperire).
L’ ultimo grande film di successo del Nostro dopo i fasti fantascientifici conclusi con l’ odiato (da lui ma non da me!) “Ricerche Diaboliche” è “Il ruggito del topo” datato 1959 con protagonista un incredibile Peter Sellers alla sua ottava presenza sul grande schermo e alla sua prima interpretazione in tre ruoli differenti.
La pellicola narra l’ incredibile e assurda storia del Ducato di Fenwick, il più piccolo stato al mondo (esteso per sole 15 miglia quadrate e posizionato da qualche parte tra le Alpi) che un giorno decide di dichiarare guerra agli Usa per la clandestina imitazione del gran Fenwick (il gran Enwick della California), il vino nazionale su cui l’ economia del Ducato si regge.
Se la premessa può sembrare quantomeno delirante non avete ancora sentito la dichiarazione del primo ministro che sostiene a voce alta:
“Certo che non potremo vincere questa guerra, ma potremo vincere la pace!”
Le intenzione dell’ arguto ministro, infatti, sono quelle di dichiarare guerra agli Usa per essere sconfitti e ricevere tutti gli aiuti che gli Stati Uniti tributano solitamente ai perdenti.
Per la missione viene incaricato il gran conestabile del Ducato nonché capo dell’ esercito Tullio Bescom che, a capo di una ventina di uomini armati di arco e frecce e bardati con armature seicentesche, intraprende il viaggio via mare per New York.
Caso vuole che nella città si stia effettuando un test antiatomico per l’ invenzione della nuova bomba Q, mille volte più potente della bomba H e quindi la città sia completamente deserta.
Tra equivoci di ogni genere l’ esercitino riuscirà a prendere con se la famigerata bomba insieme al suo inventore, la figlia e alcuni militari americani.
L’ inaspettato ritorno vittorioso manderà in frantumi tutti i piani del primo ministro e della Duchessa e porterà gli Stati Uniti ad una grave crisi dovuta all’ inaspettata difesa di tutti gli stati del mondo verso il Ducato di Fenwick a patto che possano portare a casa la bomba “per proteggerla”.
Devo ammetterlo.
Dopo aver visto tutti i film di sci- fi di Arnold non mi aspettavo granchè da questa pellicola (anche se Luciano mi aveva avvertito della sua bontà!).
Nonostante la presenza di Peter Sellers e una storia a dir poco originale non credevo di trovarmi di fronte la classica pellicola che ti fa rimanere con il sorriso stampato in faccia per più di un’ ora.
Niente risate fragorose o situazioni da sbellicarsi ma il film, e Peter Sellers in particolare, riesce in ogni situazione a tirar fuori il meglio da ogni scena con dialoghi da pazzi (il militare americano catturato esclama furioso alla duchessa: “Io so la convenzione di Ginevra a memoria!” e lei: “Ah si? Un giorno di questi me la recita allora!”) e personaggi tanto stilizzati quanto divertenti.
Il famoso comico nei panni dell’ ottocentesca Duchessa, del precisissimo primo ministro e dell’ imbranato gran conestabile del Ducato riesce a dare un tono burlesco, quasi circense, all’ intera pellicola mentre il resto del cast (tra cui la bellissima Jean Seberg) fa essenzialmente da contorno ad una buonissima storia.
Le ambientazioni “tra le Alpi” sono ben fatte e il Ducato sembra davvero essere sperso in una di quelle valli dove nessuno arriva mai. A riguardo si veda il cartello all’ incrocio di una strada che indica le direzioni per andare in Francia, in Italia in Olanda e al Gran Ducato di Fenwick (il film è pieno zeppo di piccoli particolari come questo tutti da gustare!).
Anche la New York deserta fa il suo bell’ effetto anche se la camera tende a evitare le strade per concentrarsi sui grattacieli che senza dubbio possono sembrare deserti anche quando non lo sono!
Arnold non imprime una particolare impronta registica al film ma riesce comunque a trasmettere uno dei suoi temi preferiti: la mostruosità dell’ uomo, e in particolare di una nazione (gli Stati Uniti) , che arriva addirittura a comprendere di essere sull’ orlo della scomparsa eppure continua sulla sua strada. Esemplificativa a riguardo è la frase della figlia dell’ inventore della bomba rivolta al primo ministro del Ducato: “Ridateci la bomba! Tanto se la terrete vivrete sempre col terrore che scoppi!”.
Non si chiede quindi di disinnescarla ma semplicemente di ridarla al suo legittimo proprietario così come nel finale il ducato deciderà di tenerla nei sotterranei per assicurare il disarmo degli altri paesi.
Ciò che più colpisce e che sembra quasi stonare in una pellicola fatta essenzialmente per ridere è una scena in particolare.
A 10 minuti dal termine durante un inseguimento in cui la bomba rischia di scoppiare da un momento all’ altro compare sullo schermo la scena di uno scoppio di una bomba atomica e la voce di Sellers che ci avverte: “Signore e signori questa non è la fine del film però potrebbe essere la nostra fine da un momento all’ altro. Ci è sembrato carino farvelo vedere perché possiate essere preparati.”
La pellicola interrompe così le risate nel bel mezzo del climax finale (dove si è solitamente più attenti) per lanciare un messaggio quantomeno inquietante che ti fa rimanere con quel gusto amaro in bocca che non sai come mandar giu.
Dopo di che il film riprende come se nulla fosse successo e mentre tu ti stai ancora domandando cos’ era quella esplosione il Ducato porta a termine la sua avventura.
Ad Arnold non importa essere implicito o cercare di trasmettere il messaggio con la comicità di Sellers: lui ce lo sbatte in faccia quello che vuole farci sapere in modo che non ci siano dubbi sull’ interpretazione della pellicola, in modo che nessun critico lo fraintenda, in modo che sia chiaro quanto poco gli piaccia il clima di quegli anni.
Insomma “Il ruggito del topo” vuoi per il grande Arnold (che qui dimostra, come in “Radiazioni bx: distruzione uomo” di saper lavorare alla grande senza il suo produttore preferito William Alland), vuoi per il magnifico Peter Sellers, vuoi per la scena che anticipa i titoli iniziali (la donna simbolo della Universal con la torcia in mano alza il vestito e scappa vedendo un topolino!), vuoi per il messaggio che vuole trasmettere, vuoi per le analogie con il Dottor Stranamore (anche li ci sono bomba atomica, Peter Sellers in tre ruoli e un umorismo non fine a se stesso) è un film che va visto.
E rivisto.
Per ricordarsi anche che una volta almeno si riusciva a far ridere con temi impegnati e trame sicuramente più originali del solito omaccione muscoloso costretto a badare ai bimbi o della solita coppietta con mille problemi.
Il film avrà un seguito nel 1963 con “Mani sulla Luna” (da quanto ho letto dovrebbe essere molto gradevole ma vi saprò dire) dove non si trova però nessun componente di questo primo capitolo.
P.S.: Ho revisionato un poco i voti dell’ intera filmografia di Arnold e di Sherwood dato che ho visto davvero tutto ora e riporto qui sotto i voti.
REGIA: Jack Arnold
ANNO: 1959
GENERE: Commedia
VOTO: 8
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedere l’ ultimo grande successo di Arnold
QUANTO ERA UNICO E GRANDE SELLERS: 10


DESTINAZIONE TERRA: 8
IL MOSTRO DELLA LAGUNA NERA: 8
TARANTOLA: 7
LA VENDETTA DEL MOSTRO: 6+
CITTADINO DELLO SPAZIO: 8
IL TERRORE SUL MONDO: 6, 5
RADIAZIONI BX: DISTRUZIONE UOMO: 8
LA METEORA INFERNALE: 7
I FIGLI DELLO SPAZIO: 6
RICERCHE DIABOLICHE: 7

sabato 10 novembre 2007

CHILDREN OF THE DAMNED & PAUL DI' ANNO LIVE AT THUNDER ROAD 09/11/2007- CODEVILLA (PV)

BY DEN


I "Children Of The Damned"


Paul Di' Anno giovine negli Iron Maiden


Paul Di' Anno con il cappellino now


Paul Di' Anno durante un concerto non so dove now


Io e la mia stupidità (me la porto sempre dietro!)

Premessa: questa recensione-impressione è stata scritta alle3.15 di notte di rientro da un concerto pertanto perdonatemi eventuali ripetizioni e un linguaggio non proprio da signore (che tra l' altro ammetto di non avere)

Ora capisco tutto.
Sono appena tornato (sono le 3.15 di notte di sabato mentre vi scrivo) dal concerto che si è svolto al Thunder Road di Codevilla, mitico locale della zona dove suonano sempre quei gruppi (o cantanti) famosi ma non abbastanza da riempire un palazzetto dello sport (per farvi un esempio qualche mese fa ho sentito Piero Pelù nello stesso luogo).
Esibizione della serata: Paul Di Anno.
Per chi non lo sapesse Paul Di' Anno è stato il cantante degli Iron Maiden (eh no! Questi non ve lo spiego chi sono!) per i primi due album prima di essere cacciato via da un gruppo ormai lanciatissimo verso il successo mondiale per i suoi “eccessi” (e vi lascio immaginare cosa possa essere considerato eccesso in un gruppo metal dell’ 81!) a favore di quello che diventerà una delle voci più apprezzate del panorama metal ottantiano (e odierno): Bruce Dickinson.
Gli Iron Maiden con l’ arrivo di Air red siren (soprannome di Bruce per i suoi acuti devastanti) esplosero definitivamente a livello internazionale con “The Number Of The Beast” mentre il nostro Paul affondò in problemi di ogni tipo (dall’ alcolismo alla droga e chi più ne ha più ne metta! ) avendo evidentemente compreso di aver perso quel treno che passa una volta sola nella vita, mentre tentava in ogni modo di dare un seguito alla sua avventura Maideniana con progetti solisti e non ( i Gogmagog che fondò nell’ ’85 avevano tra i componenti l’ ex batterista dei Maiden Clive Burr e l’ ex chitarrista dei Def Leppard Pete Willis ma durarono il tempo di un ep).
Nel 1993 Dickinson abbandonò la band per motivi che ora non vi sto a spiegare (soliti litigi tra musicisti che hanno un ego spropositato) e i Maiden indissero delle audizioni per trovare un nuovo cantante: Paul Di' Anno si ripresentò.
E venne scartato (al suo posto venne preso il pessimo Blaze Bayley che verrà cancellato dalla memoria di ogni Maideniano sano di mente con il ritorno dopo due album del buon Dickinson).
Paul Di' Anno nonostante tutti i progetti musicali paralleli intrapresi (i Battlezone sono quello più duraturo!) visse i 20 anni e più di successi dei Maiden come uno sconfitto, una vera e propria vittima.
Nel suo lungo peregrinare (Inghilterra, Stati Uniti e Brasile nell’ ultimo periodo) Di’ Anno passa anche in Italia (non vorrei dire una castroneria ma pare abbia una casa ad Ivrea) decide di prendere una band di supporto (i Children Of The Damned) e di portare in tour i suoi vecchi successi Maideniani e non.
Una settimana il buon Deneil dopo aver sfottuto per anni il povero ciccio Di Anno (chiamato amichevolmente così per la somiglianza con Graziani e per il fatto che, come potete vedere dalle foto sopra, si è imbolsito non poco!) legge sul sito del Thunder il suo arrivo e non può che mandare un messaggio all’ amico che l’ ha accompagnato in quei fantastici concerti spaccaossa che sono stati l’ Heineken Jammin Festival 2006 (con i Metallica come gruppo di punta, un giorno vi parlerò anche di questo!) e gli Iron Maiden il 5 dicembre 2006 (con un Bruce più che in forma che sgambetta di qua e di la sul palco!).
Ovviamente l’ amico (evidentemente malato di mente perché mi da sempre retta in queste idee folli!) accetta di accompagnarlo e all’ ultimo si uniscono altre due persone (mica qualunque!).
Eccoli in macchina diretti al Mac Donald più vicino al locale (vi raccomando sempre di mangiare al Mac quando andate ad un concerto così vi rimane tutto sullo stomaco, soprattutto se prendete due menù perché in offerta!) e poi dritti al Thunder.
Biglietto, timbro sulla mano (sta pian piano sparendo ora..) e via.
Consumazione, qualche battuta di rito sul fatto che non si presenterà nessuno, su quanto ha la faccia da pirla Di' Anno su internet, su quanto saranno bravi sti Children Of The Damned e si parte.
Il gruppo sale sul palco con una voce propria per scaldare un po’ l’ atmosfera e dimostra di saperci fare alla grande (non credo che Di' Anno li abbia scelti facendo ambarabaciccìcoccò!).
Certo i Maiden a Milano sono un’ emozione che non si può ripetere dopo averli sentiti per anni su disco, vedere Dickinson fa tutt’ altro effetto che vedere sto tipo a cui non daresti una lira se lo vedessi in giro, con la sua maglia corta e larga della Ufo e il suo chitarrista scimmione!
Ma i Chidren Of The Damned ci sanno fare alla grandissima.
Aprono con Aces High e proseguono con sette, otto canzoni tutte scelte nel repertorio più tirato dei Maiden (si passa dalla bellerrima “The Number Of The Beast” dove il cantante riesce a fare un acuto degno del miglior Dickinson anni ’80 a “2 Minutes o Midnight” , da “Run To The Hills” a “Flight Of Icarus”).
Poi viene il suo momento.
Atmosfera (una musichetta tipo campane e un po’ di nebbia con il fumo, non proprio il massimo dell’ atmosfera!) e Paul Di Anno attacca tutti con Prowler.
L’ esecuzione tecnica della band è, come nell’ esibizione precedente, pressoché perfetta ma li gli occhi sono tutti puntati su di lui.
Vedi gente tra il pubblico di 60 anni (ne aveva qualcuno più di 30 quando c’ erano i primi Maiden), di 40-45 (i giovani di allora) e poi tutto il resto (che va dai ventenni come me ai sedicenni che hanno sentito i primi due album di Di Anno solo su disco e magari molte volte meno di “The Number Of The Beast” o “Piece Of MInd”).
Sale con un cappellino e vestito come una persona normalissima con la sua maglietta slavata (prima differenza: Dickinson al concerto dei Maiden era vestito come un signore con giacca e magliettina elegante!) e stupisce tutti: la voce è rimasta.
Anzi, se vogliamo dirla tutta, è migliorata.
Saranno i litri di alcool, le tonnellate di fumo, i quintali di droga ma la voce… be la voce ti attacca come poche.
Ringhia, morde, ti prende di sorpresa e con quel suo suono grezzo per un attimo pensi che forse qualcuno ha ragione quando dicono che senza Di Anno non sono più i Maiden!
Il problema, però, non è la voce.
Dopo una canzone Di Anno si toglie il cappellino (ha miriadi di tatuaggi anche sulla testa sto pazzo!) e inizia a sudare manco stesse facendo una danza mahori sul piccolo palco.
Certo gesticola come un ossesso, stringe le mani a chiunque e fa facce assurde ma si vede che uno così non può reggere molto!
Il concerto prosegue tra vecchi successi dei Maiden (“Wratchild” per dirne una) cantati un po’ con scazzo da Di' Anno e canzoni sue che molti accolgono freddamente (io faccio del mio meglio ma non conoscendo non posso esaltarmi più di tanto.. come ha detto un mio prof tempo fa: “al concerto non vai mica per sentire l’ ultimo album ma per risentire per la milionesima volta il classicone!” )
Il bello comunque viene negli intermezzi tra una canzone e l’ altra: Paul dialoga con il pubblico, ci manda tutti a fanculo allegramente, dice di insultarlo che tanto abbiam pagato per farlo, ammonisce tutti di non prendere droghe e di passarle a lui, se la prende con i fonici, fa il dito a uno del pubblico, si fuma una sigaretta e lancia quello che rimane in mano a un povero sfigato che nessuno sa chi è, si lancia in frasi del tipo: “Siete mosci stasera, fate schifo, che pubblico di merda!”e a un certo punto se ne esce anche con un “Iron Maiden? Fuck!”.
Insomma Paul fa tutto quello che i Maiden oggi non fanno: non rinnega niente del suo passato (e del suo presente a mio modesto parere) e anzi fa di tutto per far vedere l’ anima punk scomparsa dei Maiden (andatevi ad ascoltare il primo “Iron Maiden” e chiedetevi se non fu proprio quella difficile fusione tra spirito punk e hard rock pesante a creare quel sound che è stato imitato praticamente da chiunque abbia mai suonato qualcosa che si possa definire metal).
Di Anno se ne frega di qualsiasi buona regola ma ad un certo punto, dopo l’ ennesima cazzata sul pubblico moscio e vaccate varie mi viene il dubbio che non lo faccia apposta.
Mi viene quello strano dubbio che forse proprio tanto a posto non è.
Che forse i fin troppo perfetti Maiden di Milano non hanno fatto male a cacciarlo via.
E proprio mentre penso a come incensarlo sulla mia recensione (lo so che sono malato a pensare una cosa del genere mentre mi spaccavo il collo saltando e urlando ma son fatto così!) succede l’ irreparabile.
Paul sta cantando “Phantom Of The Opera” tutto convinto dopo aver bevuto mezzo bicchiere di quella che io ho credo sia vodka (quando parla mi perdo molte cose per il casino e per la pronuncia inglese non proprio da lord..) e uno tira fuori un foglietto con una scritta.
Ci metto un po’ a metter a fuoco le lettere che io vedo da dietro poi capisco: “Bruce”.
Nel momento stesso in cui dico al mio amico cosa sta scritto (anche lui esaltato come me dalla performance) vedo Paul che chiama a se l’ omino con il foglietto, gli dice di darglielo e dopo due o tre tentativi andati a vuoto (il pirla continua a far la finta!) glielo strappa dalle mani e fa il gesto di pulirsi il culo con quella cartaccia.
Ora: a Milano Bruce s’è preso un gavettone in faccia e dopo un attimo di interdizione ha fatto il gesto di suc……lo a quello che l’ ha lanciato dopo di che ha ripreso a cantare come se nulla fosse.
All’ Heineken Jammin Festival il pazzo cantante del Living Thing dopo essersi preso addosso qualsiasi cosa (la cosa che faceva meno male era la bottiglietta piena d’acqua) per aver avuto la colpa di suonare prima dei Metallica (benedetta Italia.. e poi ci lamentiamo che pochi vengon a far concerti qui!) ha deciso bene di pisciare dentro una bottiglietta e rovesciarcela addosso intera. Dopo di che ha ripreso a cantare tra insulti di ogni genere, risate e culi nudi in mostra.
Ma Paul Di Anno no.
Lui indica la persona del foglietto e gli dice di seguirlo dietro come se lo volesse picchiare e l’altro gli dice “No no, scherzavo!” con le mani.
A questo punto Paul finisce la canzone e poi fa segno al gruppo di andarsene.
Sembra il solito scatch preparato ma Paul non rientrerà sul palco nonostante le tre canzoni ancora in scaletta (molto probabilmente i classicissimi “Killers” e “Running Free” tra le song rimaste).
Potete immaginare le facce dei paganti alla notizia (peraltro non diffusa dal locale ma dal cantante dei “Children Of The Damned” a pochi intini!) e la rabbia con cui io e il mio amico ci avviamo all’ uscita.
Faceva bene il mitico e altrettanto sfatto Jon Oliva (cantante dei Savatage) qualche tempo fa a dire che Paul Di' Anno aveva avuto ragione al tempo a star male per l’ abbandono della band ma dopo vent’ anni doveva farsene una ragione!
E se ancora oggi avevo avuto dei dubbi sulla cacciata di Di' Anno ora non ne ho più: se sei un artista serio non puoi prendertela per simili cazzate, devi passarci sopra e invece lui no.
Ed è riuscito a farsi cacciare da uno dei gruppi più famosi e ricchi al mondo che non poteva avere un personaggio del genere in seno se voleva puntare al successo.
Complimenti Di' Anno.
Davvero una bella figura.
Di merda.

PS: un grazie speciale all' amico che mi ha accompagnato anche all' Heineken e al concerto dei Maiden perchè come lui (in tutti i sensi positiv e negativi e tutto quello che volete!) ce ne sono pochi e agli altri due amici che ci han fatto compagnia nella nostra follia.
ANNO: 2007
GENERE: Hard Rock- Metal
VOTO: 8 per la prestazione considerata la storia di Di' Anno (che si abbassa a un misero 5 per l' infima figura)
CONSIGLIATO A CHI: Vuole gustarsi una leggenda del metal decaduta
QUANTO SI è IMBOLSITO E PELATO DI' ANNO: 10+++

giovedì 8 novembre 2007

TRE CLASSICI UN MITO PT I: IL VAMPIRO

BY LEO

-NOSFERATU EINE SYMPHONIE DES GRAUENS- NOSFERATU IL VAMPIRO
-NOSFERATU: PHANTOM DER NACHT- NOSFERATU IL PRINCIPE DELLE TENEBRE
-BRAM STOKER' S DRACULA- DRACULA DI BRAM STOKER





NOTA INTRODUTTIVA: Devo dare per scontato che un minimo di accenni al personaggio letterario di Dracula li sappiate…altrimenti non mi basterebbero dei papiri interi…non posso farne un Bignamino, e comunque, come ama dire il collega Deneil, “c’è sempre Wikipedia a disposizione!”.

Atto Primo; Scena Prima: DEFINIZIONI
STRIGÓI (fem. STRIGOÁIE): Sostantivo maschile romeno che, derivo dalla stessa radice latina che in italiano darà “strega” (con tutti i composti e derivati possibili, cfr. veneto striga, it. strega, stregone/stregoneria/stregare” etc.), viene così definito sul DEX [“Dicţionarul explicativ al limbii române”, Academia Româna Institutul de Lingvistica “Iorgu Iordan”, Bucureşti, 1998, II ed., p. 1029]: “(nella superstizione popolare) Anima di un uomo (morto o vivo) che subirebbe una trasformazione nottetempo in un animale o in un apparizione sotto forma di fantasma, provocando disgrazie in coloro i quali incontra; per estensione, un uomo nato sotto un segno zodiacale infausto, il quale si verrebbe a trovare – in virtù di ciò – in legame col diavolo e che si occuperebbe di incantesimi e malefici. Epiteto dato ad un uomo cattivo, asociale, oppure ad un anziano con comportamenti viziosi e fuori moda.
E’ questa la parola che in situ designa il vampiro.

Atto Primo; Scena Seconda: ESEMPI
In un’opera del 1645, il metropolita della Moldavia, tale Varlaam, nell’opera intitolata “I sette sacramenti della Chiesa”, lascia alcuni appunti sulle credenze popolari riguardo i non-morti e le persone che credono che, essendo i non-morti seppelliti ma agenti in maniera negativa nei confronti delle persone vive, si debba provvedere dando loro un trattamento post-mortem (ossia, bruciarli su un rogo). Poco dopo, nel 1652, un codice valacco riporta l’estensione delle credenze locali, e ci dice che gli uomini levatisi dalla tomba, che tornano e uccidono i vivi, sono solo una bestemmia nei confronti della cristianità, vittima della superstizione popolare, e del buon senso venuto meno: solo Cristo il Redentore ha da ultimo vinto sulla Morte.
Altre storie di cadaveri dissotterrati, a volte trafitti con un paletto, tagliati, fatti a pezzi, si susseguono dal 1927 al 2002, riportate localmente dai giornali.
P.S. : Nulla del folklore romeno e balcanico lega la figura dello strigoi/vampiro a quella del personaggio reale Vlad III Ţepeş, voivoda di Valacchia, astuto politico quanto feroce e crudele combattente, nato tra 1429/1430 e il 1436 e morto nel 1476, [nota. pronun.: “tzepésh”], personaggio storico reale sul quale, post-mortem, si accanì la propaganda più becera da parte delle bieche macchinazioni/operazioni politiche dell’Ungheria e della parte germanica dell’Impero asburgico. Insomma, a posteriori venne ricucito il folklore sull’immagine del personaggio storico per screditarlo il più possibile agli occhi dell’opinione pubblica. Nonostante fossero veri gli impalamenti durante le campagne contro i Turchi (ma anche contro i locali delinquenti, parrebbe), di certo non s’alzava la notte per trasformarsi in pipistrello e succhiarne il sangue!
P.S.2 : Nella tanto civilizzata Inghilterra vennero praticati gli impalamenti per i malfattori, poco tempo dopo e per brevissimo periodo, mentre i Turchi solevano scorticare la pelle del viso del vinto (meglio se voivoda o generale); inoltre costruivano con le teste mozzate ai nemici piramidi alte nel cielo sul campo di battaglia.
Giusto per riabilitare un poco il povero Vlad, tanto ingiustamente accusato di ogni nefandezza possibile. Non giustificare, ma capire e situare nel giusto quadro del suo tempo.
...Ma, allora, chi è stato in tempi recenti ad incollare definitivamente lo strigoi/vampiro al nome di Vlad III?
Bram Stoker con il celeberrimo romanzo ottocentesco “Dracula”, del quale parleremo più avanti.
[Notizie tratte principalmente dall’ottima opera di storia del folklore ed evenemenziale di Matei Cazacu, Dracula, Mondatori, 2006]


Atto Secondo; Scena Prima: L’OMBRA DI MURNAU, IL REMAKE DI HERZOG E IL CAPOLAVORO DI COPPOLA
Una definizione iniziale e un paio di esempi non possono dare più di quanto esse non ci comunichino, per quanto vivide possano essere: sterilità da dizionario ufficiale, comunicazione non immaginifica.
Allora, come trattare in modo corretto e in poche parole il concetto di vampiro a cavallo tra letteratura e filmografia nel ‘900, avendo solo fatto notare che i pochissimi estratti precedenti non sono che una infima parte degli aspetti da trattare?
Semplice, iniziando dal fatto che il titolo del film di Murnau del ’22 è scorretto. Già, perché la parola Nosferatu non si trova in nessun dizionario etimologico romeno, ed è spiegabile solo per analogia attraverso la parola nefârtatu (all’incirca ”falso fratello”), indicante il demonio (ma esistono tante altre teorie per spiegarne l’origine, da parole greche corrotte a neologismi romeni). Presa da Bram Stoker, venne utilizzata in precedenza in un resoconto folklorico transilvano di una inglese, moglie di un comandante di cavalleria austroungarico, edito nel 1888.
Il film, tanto osannato dalla critica, è stato probabilmente la più geniale iniziazione al mondo dell’occulto e del paranormale della storia del cinema, nonché la più immaginifica del cinema tedesco degli anni ’20, insieme all’altro capolavoro espressionistico esoterico/misteriosofico di Lang, “Metropolis” (1927), nuova incarnazione del mito rabbinico del golem e della vita creata dall’uomo, traslata ed adattata all’epoca della tecnica industriale e della meccanica.
L’immagine dell’ombra del Conte Orlock sul muro (interpretato da un alienato ed alienante Max Schreck) è stata persino ripresa in una pagina del nuovo libro di Umberto Eco, “Storia della bruttezza”, destinata ormai a entrare di diritto nella storia delle consacrate icone del mondo moderno.
Problema numero due: i nomi e i luoghi, per non parlare di parte della trama, sono invariabilmente inesatti e/o completamente mutati, la qual cosa depone a sfavore di un completo avvicinamento al “Dracula” (1897) di Bram Stoker che l’avrebbe reso certamente più attraente, e tutto solo per meri problemi di pagamenti mancati dei diritti del libro.
Evito la storia del ripescaggio delle copie scampate alla condanna per il misfatto accennato, e passo ad altro (non siamo il Morandini!)... nel film purtroppo i cambiamenti apportati sono tali e tanti da creare una sorta di doppione del romanzo a cui si ispira: un esempio su tutti, il conte Orlock (alias Dracula) non abusa nel rendere vampiri gli altri personaggi (eccetto qualche sporadico intervento sul collo di qualche malcapitato) ma porta con sé una sorta di peste, di malattia che contagia la città.
Personalmente ritengo che, nonostante tutto, il film accusi il segno evidente del passaggio del tempo e che il gioco allora stupefacente del grande cinema muto sia ormai arrugginito, perdendo in immediatezza e scorrevolezza, essenziali per il rapporto film-fruitore. Dico questo ben sapendo che altri film hanno retto maggiormente l’impatto del tempo (cfr. “Metropolis, nonostante la lunghezza, e gli altri film dell’età del muto recensiti sul blog): avrebbe retto certamente di più se non fosse arrivato Francis Ford Coppola nel 1992 a ri-creare il nuovo paradigma interpretativo del “vampiro da film”, rendendo obsoleto e stantio il prototipo – pur affascinate – di Murnau, e a dirigere quello che può essere considerato un vero capolavoro di tutti i tempi, “Dracula di Bram Stoker” (nonostante il finale sia un poco stravolto rispetto al libro di Stoker, è uno dei pochi casi in cui la versione filmica supera di gran lunga l’originale letterario, insieme al semi-dimenticato “L’uomo che volle farsi re” del 1975, regia di J. Houston, con Michael Caine e Sean Connery, tratto da un racconto di Kipling. Non vi basta?!? Spero di farne quanto prima una recensione).
Perché ho saltato il remake di Herzog del ’78? Perché tutto il suo film è semplicemente un atto d’amore sviscerato da parte del regista, che si è cimentato in un’operazione di “trucco e messa in piega”, secondo il gusto e la moda nuova dei suoi tempi, dell’originale di Murnau.
Risolta la penosa questione dei diritti cinematografici , e ridati i nomi originali della novella di Stoker (quasi tutti!), il film (con uno strepitoso Klaus Kinski nel ruolo del conte) è una fotocopia dell’originale, se non il suo perfezionamento: Bruno Ganz (tra l’altro presente nel recente film di Coppola nel ruolo del medico Stanciulescu) è perfetto con il suo faccione da teutone nel ruolo di Harker, e Isabelle Adjani è semplicemente fantastica nella svampita e bella Lucy Harker (ma perché nei film di Dracula cambiano sempre i nomi dei protagonisti dell’originale di Stoker??? Il suo vero nome è Mina Harker!!!!)...cade un po’ nel ridicolo il faccione di Bruno Ganz vampirizzato e con i dentoni davanti, ma tant’è, il film procede comunque bene verso la meta.
E ritorniamo al nostro Coppola.
Essendomi dilungato abbastanza nella precedente recensione dedicata al suo ultimo “Youth without Youth – Un’altra giovinezza”, mi limito qui a dire che il film è semplicemente quanto di meglio fosse possibile trarre dal libro: finalmente abbiamo ciò che avrebbero dipinto nei loro racconti Stoker e, prima di lui, John William Polidori (il segretario di Lord Byron, figlio del segretario Gaetano Polidori di Vittorio Alfieri) nel racconto “The Vampire”, prode assassino delle sue amanti, apparso nel 1819 e scritto nel 1816, sulle rive del lago di Ginevra, assieme a Lord Byron, P. B. Shelley e Mary Shelley (la quale nello stesso tempo scrisse “Frankestein”).
Giorni memorabili.
Ecco quello che volevano rendere: un aristocratico, un vero aristocratico, già decadente à la D’Annunzio, o meglio sul genere di Huysmans (“A ritroso”), che sensualmente, carnalmente seduce, porta a sé, le donne che mortalmente finiscono tra le sue braccia. Perché perdendo l’amore “vero”, resta solo lo sbandamento animale del sesso conturbante, per perdersi ancora. Il sesso è una chiave di volta del vampiro: strumento di potere per il Conte, sottomissione, nonché appagamento, per le sue compagne. Ma tutto come un eroe romantico, un Satana miltoniano che ha perso ogni speranza, un Achab dietro la balena bianca che sa che non vale la pena di lottare, ma che è tanto più grande perché lotta lo stesso, con la disillusione amara dell’essere uomo, in una terra desolata in cui esiste solo il vento che soffia, la sua fame che cancella lenta i ricordi e gli amori, un Prometeo che incatenato ai ceppi della sua condizione cede all’amore puro, ancora una volta (nel film di Coppola), nel volto della rediviva sua principessa Elisabeta, riapparsa sotto le sembianze della giovane Mina compagna di un Jonathan Harker un po’ imbelle ma ben recitato (un Keanu Reeves che raramente eguaglierà questa giovane interpretazione).
Gary Oldman, il nemico di Jean Reno nell’ottimo “Léon” di Besson, qui non interpreta Dracula.
E’ Dracula.
Sembra che quel ruolo non avesse apettato altri che lui, e che mai più potrà essere toccato da comuni mortali in cerca di glorie filmiche. Quel posto spetta solo a lui. Semplicemente spettacolare.
E che dire agli altri artisti? Anthony Hopkins pazzo e ottuso Van Helsing (ottuso perché lui HA la Verità, perché lui è dalla parte della Ragione, con le maiuscole, nuovo mostro intransigente e fondamentalista paladino della scienza contro il folklore: ovvio, non può avere i dubbi dell’umanissimo Dracula), una bellissima quanto inutile Monica Bellucci nel ruolo di una nuda moglie vampirizzata di Dracula (ma perfetta perché bella come le scenografie iper-sontuose del film), una strepitosa Winona Ryder nei panni della smunta Mina Harker (finalmente col nome corretto!), uno strabiliante Tom Waits nel ruolo di Reinfield, il precedente agente immobiliare tornato folle dall’ultimo viaggio nelle lande romene.
Si perdona persino a Coppola l’errore più vistoso: i protagonisti parlano romeno anche se nell’originale di Stoker il Conte è uno Szekély, un nobile magiaro-ungherese...Ma Vlad III era romeno, per l’appunto della Valacchia! Comunque l’ordine del Dragone fu effettivamente concesso ad un antenato storico di Vlad III dall’imperatore di Germania, e quindi un 1-1 in fatto di bilancia tra verità ed errori storici pareggia i conti, e siamo tutti più contenti!
Dopo anni e anni di film e di errori accumulati, la matassa dell’identità del Conte era contorta, confusa ed ingarbugliata da morire e quindi ode a Coppola che ha saputo districarla e renderla al massimo delle sue potenzialità (e oltre!).


Atto Terzo; Scena Unica ed Exeunt: DRACULA STORIA D’AMORE E DI MORTE?
Il mostro è più umano dell’uomo (scontato in un film horror?! Forse, ma mai realizzato così bene) e le diaboliche trasformazioni animalesche di Gary Oldman/Dracula sono quanto di più umano possiate vedere nel mondo dell’horror tout court: informe pipistrello-uomo ritto sul letto, grida che lui solo ha conosciuto Dio, lui che ne è stato ripagato con la morte della compagna, lui che ha diretto eserciti contro gli infedeli, lui che è destinato ad una triste eternità di Nulla. Poiché Vlad, nel film, fu creduto morto dalla sua amata Elisabeta a causa di un dispaccio proveniente dai turchi che lo indicava come morto sul campo di battaglia (mentre il buon Vlad non vedeva, vivo e vegeto, l’ora di tornarsene a casa dalla bella Elisabeta), e lei si suicidò. Non poteva vivere senza di lui. Vlad impazzì dal dolore, e abiurò Iddio e la fede che aveva fino ad allora difeso dagli attacchi degli infedeli: guardate mille volte la scena in cui trafigge la croce con la spada e la statuettina piange sangue, mentre un imbecille pope-Hopkins simbolo di una religione lontana dal dolore umano e dalla comprensione le dice che tanto lei è condannata agli inferi perché suicidatasi).
Un uomo solo.
Morto dentro come la sua amata.
Prinţul meu e mort, il mio principe è morto. E noi non facciamo altro che aspettare il finale che, come recitava una delle locandine d’allora del film, ci ripete solo questo: LOVE NEVER DIES.
E ci commuoviamo come bambini di fronte al miracolo di chi ha ceduto, e ha saputo cedere, all’amore puro. Quello che può riscattare ancora la Vita, che può fare credere ancora.
Quello forse non “vero” da pubblicità del Mulino Bianco e “purissimo” come un litro d’acqua in bottiglia, ma semplicemente quello più umano e reale possibile.

NOSFERATU, IL VAMPIRO
REGIA: Friedrich Wilhelm Murnau
ANNO: 1921-uscito nel 1922
VOTO: 6 [purtroppo non posso dare di più, ma è solo un’opinione personale: il conte Orlock deve cedere il posto al Dracula di Oldman]

NOSFERATU, IL PRINCIPE DELLE TENEBRE
REGIA: Werner Herzog
ANNO: 1979
VOTO: 7+

DRACULA DI BRAM STOKER
REGIA: Francis Ford Coppola
ANNO: 1992
VOTO: 10+

GENERE: Horror, sentimentale, mistica
CONSIGLIATO A CHI: vorrebbe scandagliare le origini e le evoluzioni del mito del vampiro nella filmografia che attraversa il ‘900, e a chi –ovvio- ama il cinema di Coppola
QUANTO E’ UN TOPO GIGIO DEFORME BRUNO “FAMMI CRESCERE I DENTI DAVANTI” GANZ VAMPIRIZZATO NEL DRACULA DI HERZOG (E ANCHE UN PO’ TRUCCATO MALACCIO): 10

martedì 6 novembre 2007

A HISTORY OF VIOLENCE


“Nessuno è perfetto Tom”
“Direi di no”
“A History of Violence” di David Cronenberg potrebbe essere riassunto in questo breve scambio di battute tra il protagonista Tom e il cuoco del suo locale ma non mi va di cavarmela così a buon mercato.
Era dalla sua uscita che bramavo la visione di questo film ma, chissà perché, per un motivo o per l’ altro son passati 2 anni fino a questo giorno.
La pellicola racconta la storia di un uomo normalissimo che un giorno si trasforma agli occhi dell’ opinione pubblica in un eroe nazionale per l’ uccisione di alcuni banditi (be qualcosa di più di banditi dato che se ne vanno in giro a rapinare e ammazzare gente a caso!) entrati nel suo locale.
Da questo momento la vita di Tom (Viggo Mortensen) cambierà radicalmente: pochi giorni lo separano dalla visita di altri loschi individui che insistono nel chiamarlo Joey e cominciano ad essere un serio pericolo per la sua famiglia se lui non accetterà di andare con loro a Philadelphia.
Cosa nasconde Tom all’ intera comunità? Chi è realmente? Cosa vogliono quelle strane persone e chi è quell’ uomo con una vistosa cicatrice sull’ occhio convinto che si chiami Joey?
Cronenberg riesce in un’ ora e mezza a trasformare la vita idilliaca dell’ uomo medio americano in un inferno fatto di personaggi oscuri (lo sfregiato Fogarty) e fratelli mafiosi che se ne fregano di qualsiasi buona regola di fratellanza.
La perfezione in cui è letteralmente rinchiusa la famiglia di Tom ad inizio pellicola è quasi fastidiosa tanto è irreale: la figlioletta piange nella notte e tutta la famiglia accorre per risolvere il suo problema, il figlio viene pesantemente minacciato dal solito bulletto e lui reagisce con le sole parole, la colazione a casa sembra quasi ripresa da uno spot televisivo dei cereali dove tutti vanno d’ amore e d’ accordo.
Persino Tom e Edie a letto sembrano due macchine programmate alla perfezione.
Ma, si sa, il troppo stroppia e basta una piccola scintilla ad aizzare un fuoco troppo grande da spegnere con una semplice coperta.
A differenza di tutti i film di questo tipo dove si tiene fino ad un certo punto per poi dare il via allo sfogo finale, la violenza qui procede a piccoli scoppiettii da cui ti aspetti che parta il finimondo per poi diventare qualcosa di veramente incontenibile solo nel finale.
Il fratello di Tom è quanto mai esplicito riguardo le intenzioni di Cronenberg e sussurra a Tom stesso: “Vivi il sogno americano. Ti ci sei buttato a capofitto”.
Già, un sogno americano che Cronenberg continua a distruggere, a manipolare, a trasformare.
Perché, sostanzialmente, anche questa pellicola come molte altre del regista è trasformazione: dell’ uomo in bestia, del sogno americano in incubo, di Tom in Joey (non posso spiegarvi proprio tutto perché si perderebbe molto!)
Come in “Inseparabili” David ci mostra due persone indivisibili questa volta contenute in un solo involucro umano.
Tom sembra essere padrone del suo corpo fino all’ avvento dei banditi ma Joey è in agguato. Nonostante tutti i tentativi di Tom la sua vecchia personalità riesce a spuntarla almeno in tre brevissimi momenti: le due reazioni ai criminali e il breve attimo in cui Joey prende la moglie per il collo.
La rabbia finale contro il fratello, invece, sembra essere quella di un Tom ormai troppo stanco di tutto, deciso a eliminare una volta per tutte Joey, anche fisicamente, e l’ uccisione del fratello, in questo senso è più che simbolica.
Cronenberg ci mostra una società americana chiusa fisicamente (il classico paese di periferia dove lo straniero è visto sempre con sospetto) sia moralmente: l’ azione di Tom prima contro i banditi e poi contro Fogarty basta alla sua famiglia per farlo sembrare un mostro sconosciuto.
Mentre il figlio lo disprezza a tal punto da non riuscire a incrociare il suo sguardo e la moglie lo allontana in ogni modo ci si chiede se non sono proprio loro i mostri.
L’ errore non viene perdonato. Si può essere la persona più perfetta del mondo ma se hai commesso uno sbaglio non sarai mai parte della comunità “perfetta”.
O forse si?
Il finale incredibilmente tragico e sospeso eppure ottimista lascia uno spiraglio di luce in una società americana che, mai come oggi, ha bisogno di essere spronata a riaprirsi dopo la paura del terrorismo che l' ha fatta chiudere come una tartaruga nel suo guscio.
Cronenberg con l’ aiuto di un ottimo Viggo Mortensen riesce a tenere lo spettatore in bilico per tutta la pellicola e gioca, proprio come in “Inseparabili” , sull’ attesa della scena a là Cronenberg che arriva solo durante i brevi attimi in cui Tom subisce letteralmente le trasformazioni (davvero notevole la performance dell’ ex Aragorn che riesce a diventare un altro per pochi attimi anche con un solo sguardo!).
Ed Harris nei panni di Fogarty se la cava egregiamente, Maria Bello offre una buona interpretazione drammatica mentre il mafioso William Hurt nei panni del fratello mafioso risulta a tratti un po’ fuori luogo anche se sembra sia questo l’ effetto che Cronenberg ci vuole trasmettere.
La violenza con cui il regista vuole colpire a tradimento è incredibilmente realistica e i dialoghi tra i personaggi sembrano essere spaccati di vita reale.
La regia infine, riesce a dare quel tocco in più che sarebbe mancato ad una mano meno esperta: la telecamera sembra muoversi su un altro piano rispetto agli attori creando una sua storia che non è necessariamente quella che ci viene narrata (per fare un esempio ad un certo punto Edie si affaccia alla finestra e mentre lei si allontana la camera rimane fissa sul vetro fino a che Tom si affaccia a sua volta) e a volte sembra soffermarsi su oggetti che i protagonisti dimenticano sulla scena (a tal proposito si veda il fucile rimasto sul tavolino che fa ritardare la camera sul dialogo tra i protagonisti che dovrebbe essere l’ atto davvero significativo.
Il film incredibilmente (si parla di Cronenberg, un autore con cui la critica ufficiale non va mai troppo d’ accordo) è ben accolto dalla critica che ci tiene a sottolineare come il soggetto non sia suo ma tratto da un fumetto di John Wagner (se qualcuno ne sa qualcosa sono ben lieto di avere informazioni!) mentre paradossalmente alcuni fan indicano la pellicola come un compromesso del controverso regista con le grandi produzioni Hollywoodiane (lo stesso discorso era stato fatto a suo tempo per l’ ottimo “La zona morta”).
Certo nessuno è perfetto.
Ma Cronenberg è sulla buona strada.
REGIA: David Cronenberg
ANNO: 2005
GENERE: Drammatico (a là Cronenberg)
VOTO: 9
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un Cronenberg più accessibile del solito
QUANTO TI LASCIA LI IL FINALE: 9

lunedì 5 novembre 2007

SON OF KONG- IL FIGLIO DI KING KONG


Ora ditemi voi come si fa a prendere sul serio una pellicola con questo nome nata pochi mesi dopo "King Kong" per volere di una Hollywood intenzionata (come al solito) a cavalcare il successo strepitoso del primo episodio!
“Son Of Kong” nasce, proprio come "King Kong", nel 1933 ed è opera, ancora una volta, del regista Ernest Schoedsack che questa volta fa tutto da solo mentre Merian Cooper si dedica alla sola produzione esecutiva.
Se provate a fare un viaggetto su internet a caccia di qualche commento su questa pellicola vi accorgerete subito di esclamazioni del tipo: “Si vede che Cooper era la mente del primo e unico capitolo!” oppure “Tentativo non riuscito di cavalcare il successo di Kong con una pellicola che assume talvolta i toni di una stupida commedia”.
Bene.
Ora prendete tutti quei commenti e buttateli fuori dalla finestra.
Spero ci sia vento da voi che almeno se li porta via lontani.
“Son Of Kong” NON è un brutto film!
Certo è diverso, certo è prodotto essenzialmente per scopi di lucro, certo hanno riutilizzato delle sequenze tagliate del primo (fosse poi un delitto, all’ epoca si faceva molto più che spesso ma ai grandi critici piace farlo notare solo in certi casi), certo è un altro film!
Non è difficile da capire: uno produce “King Kong”, film epico e maestoso con effetti speciali incredibili e scenografie da urlo e poi cosa fa per un seguito?
Oggi sicuramente si cercherebbe di ripetere il successo con altrettanta maestosità e magniloquenza (e anche di più se possibile) cadendo molto probabilmente nella scopiazzatura (brutta) di un classico.
Nel 1933 Schoedsack decise di far tutt’ altro.
Non si inventò incredibili storie su una possibile rinascita di Kong (qualcuno da quanto mi ha detto il grande Filippo ci ha provato trapiantandogli un nuovo cuore) ne ci pensò mai, semplicemente prese la storia originale e la shakerò ben bene per trovare un’ altra via per raccontarla.
“Via della commedia avventurosa che non si prende troppo sul serio” trovò scritto su un cartello all’ incrocio e decise di seguire l’ indicazione.
Il film inizia con Carl Denham (il regista che in “King Kong” ha portato l’ ottava meraviglia del mondo in città) assediato in un hotel da giornalisti e avvocati di ogni tipo che pretendono il risarcimento dei danni causati da Kong alla città e mette subito in chiaro le sue intenzioni alla prima scena: la testa di Carl esce dalla porta della sua stanza per controllare che non ci sia nessuno e un motivetto allegro stile “commedia muta” accompagna le sue occhiate sospettose.
Dopo essere riuscito a sfuggire alle insistenti domande di Hilda (una giornalista) ritroviamo il regista intento a convincere il capitano della nave che lo aveva portato sull’ isola a forma di teschio della necessità di un viaggio intorno al mondo nel tentativo di far calmare le acque a New York.
Il viaggio ricomincia con un nuovo equipaggio (ad eccezione del simpatico cuoco cinese, unico sopravvissuto della missione precedente) ma senza un nuovo obiettivo.
Il primo villaggio a cui approdano i nostri è un paesello sperso ai confini del mondo in cui Denham ritrova il losco individuo (solo nominato nel primo capitolo) che gli aveva fornito la mappa per raggiungere Kong e incontra una graziosa ragazza (Helen) a cui promette di ritornare entro breve tempo.
Helstrom (il losco individuo), inguaiato fino al collo, confessa a un Denham in cerca di soldi l’ esistenza di un tesoro sull’ isola di Kong e lo convince così a ripartire ma il pericolo è nell’ aria: con l’ inganno il nuovo arrivato mette la ciurma contro il suo comandante provocando l’ ammutinamento e l’ allontanamento in una piccola scialuppa dei quattro sfortunati (a Denham e il capitano si aggiungono il cuoco cinese ed Helen che si era nascosta nella stiva per seguire il suo innamorato).
Giustizia è fatta quando l’ equipaggio decide di buttare a mare anche il Giuda, raccolto prontamente dai buoni ammutinati.
La storia prosegue con l’ arrivo dei Nostri sull’ isola, la rabbia degli indigeni nei loro confronti e quindi una nuova ripartenza e un nuovo approdo tra le alte scogliere sull’ altro lato dell’ isola.
Denham, deciso a ritrovare il tesoro, divide il gruppo in due parti tenendo con se solo la bella Helen e si avventura sopra le scogliere dove vede qualcosa di stupefacente: un nuovo Kong in miniatura (SOLO 10 metri) dal pelo bianco intrappolato in una pozza di fango.
Sentendosi in colpa per l’ uccisione di quello che comprende essere il padre del gorillino che ha di fronte Denham decide di aiutarlo ricevendo come ricompensa una dolce occhiata di quello che sembra essere il nuovo re dell’ isola e la sua successiva fuga.
Il viaggio in cerca del tesoro ricomincia e Carl e Helen si trovano davanti ad una sorta di porta scavata nella roccia che comprendono essere il luogo tanto ricercato.
Da questo momento il film si concentra sul figlio di Kong che si piazza davanti ai Nostri e, dopo aver combattuto contro un orso gigante (!!) nel tentativo di ricambiare la sua precedente liberazione dal fango, si fa curare un dito ferito durante la battaglia e li aiuta a sfondare la porta misteriosa.
Il tesoro è finalmente nelle mani di Denham e, dopo una nuova lotta del gorillino contro un minaccioso dinosauro, finalmente i Nostri riescono a ricongiungersi con l’ altro gruppo che nel frattempo si era dovuto rifugiare in un anfratto tra le rocce per sfuggire all’ attacco di un triceratopo.
Tutto sembra andare per il meglio ma l’ isola comincia a dare segni di cedimento e ben presto la sua superficie inizia ad affondare mentre il gruppo raggiunge la barchetta senza Helstrom (che aveva tentato la fuga solitaria ed era finito tra le fauci di un mostro marino).
Mentre ci si chiede che fine farà il ritardatario Denham, i Nostri si allontanano e sull’ultimo pezzetto di roccia rimasto in mare si vede il gorillino bianco tenere in una mano il regista mentre con l’ altra tenta di liberare il piede incastrato.
Il finale senza pietà (mi dispiace ma questa volta mi tocca raccontarvelo perché è il punto più in alto in assoluto dell’ intera pellicola e poi so che pochi purtroppo recupereranno questo film!) mostra la bestia sofferente ancora intrappolata affondare insieme a quello che era stato il regno di suo padre e che aveva fatto suo da poco.
Immagine finale (oltre allo scontato bacio appassionato tra i protagonisti!): la mano pelosa bianca spunta ormai sola dal mare e tiene in alto Denham che viene finalmente recuperato dai compagni, la mano si apre per un ultima volta, quasi in un saluto, dopo di che si chiude a pugno e finisce sott’ acqua.
La domanda che mi sono posto alla conclusione della pellicola (poco più di un’ ora) e che continuo a ripetermi è: perché questo film è stato così sottovalutato, disprezzato (si veda la maggior parte dei voti sui mitici dizionari della critica ufficiale!) e quindi dimenticato?
Certo non si tratta di "King Kong", non ne possiede l’ epicità ne l’ originalità ma siamo sicuri che sia un prodotto così basso come si vuol far credere?
Gli attori ci sono (Robert Armstrong nei panni di Denham fa ancora la sua bella figura così come il nuovo arrivato Marston in quelli di Helstrom), gli effetti speciali ci sono e, anzi, sono superiori a quelli del primo capitolo (la stop- motion di Willis O’ Brien è notevolmente migliorata, il pupazzone nei panni del figlio di Kong possiede una mimica che il padre non si sognava neanche da lontano e l’ interazione tra personaggi reali e non è decisamente superiore a quella del primo capitolo) e soprattutto la storia e la regia ci sono.
Si può essere critici quanto si vuole sulla volontà di trarre il massimo profitto da un fenomeno quale quello di Kong nel ’33 ma Schoedsack non fa affatto un brutto lavoro: evita il tranello dell’ autocelebrazione e si butta in un’ opera che cerca di sfatare il mito di Kong con ironia. Non più un mostro feroce padrone di un’ isola e in grado di distruggere una città in due minuti ma un gorillino bianco (inizialmente doveva chiamarsi Kiko come abbreviazione di KIng KOng ma si decise poi di non utilizzare il nomignolo) che fa tanta tenerezza mentre si ferisce un dito e cerca di ciucciarselo proprio come un bambino.
La regia di Schoedsack si mantiene su un buon livello per tutto il film e ha un picco nella scena finale prima descritta che vuol mettere ancora più in luce la crudeltà dell’ uomo in grado, non solo di rapire un essere dal suo ambiente naturale per portarlo a morte certa, ma addirittura di provocare la totale distruzione di un regno non suo.
Insomma che vi devo dire ancora?
La pellicola è molto difficile da scovare (a occhio direi che in dvd sia introvabile in italiano) ma merita sicuramente di essere recuperata a fronte dei pessimi utilizzi che verranno fatti del nome di King Kong negli anni (il peggiore a naso credo sia quello ricordatomi da Filippo in cui si trapianta un nuovo cuore a Kong ma lo devo ancora vedere!).
Salvate Kiko dal dimenticatoio!
Qui sotto la mitica lotta con l' orsone gigante!
REGIA: Ernest B. Schoedsack
ANNO: 1933
GENERE: Fantastico, avventura
VOTO: 7, 5
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedersi un sequel abbastanza originale e non troppo serioso di "King Kong" .
QUANTO è DOLCE KIKO: 10

sabato 3 novembre 2007

DIE HARD- LA QUADRILOGIA

-DIE HARD_ TRAPPOLA DI CRISTALLO
-DIE HARDER_ DIE HARD 2- 58 MINUTI PER MORIRE
-DIE HARD- WITH A VENGEANCE_ DIE HARD- DURI A MORIRE
-LIVE FREE OR DIE HARD_ DIE HARD- VIVERE O MORIRE

BY DEN







Due premesse.
Innanzitutto voglio scusarmi con tutti quelli che vorrebbero una recensione per ogni film ma ho preferito analizzare l’ intera quadrilogia insieme per metter in risalto alcune analogie e differenze tra i diversi capitoli di quella che può essere considerata una delle saghe action più divertenti di sempre.
Seconda premessa: ho avuto una discussione abbastanza animata (poi conclusa con un accordo che mi porterà a vedere qualcosa di terribile uscito nelle sale in contemporanea con Die Hard- Vivere o morire.. vi dico solo che è un film ecceziunale) con un mio amico il giorno in cui si è deciso di vedere questo film perché secondo lui non era il caso di buttare 6, 50 euro nel cesso per una cosa del genere.
La sua teoria si basava essenzialmente sul suo odio per Bruce Willis che secondo lui non ha mai girato un film decente essendo un macho ormai rincoglionito e sul fatto che gli action sono film trash mascherati da action (appunto!).
Ora voglio che siano chiare due cose: la prima riguarda Bruce Willis e il suo machismo.
È innegabile che Willis dal primo Die Hard abbia fatto di tutto per farsi identificare con quel personaggio muscoloso che non si prende troppo sul serio di nome John Mc Lane: molte sue pellicole successive riprendono il personaggio cambiandogli qualcosina (l’ esempio peggiore è Korben Dallas ne “Il quinto elemento” ) ma sinceramente non me la sento di criticarlo per questo. Credo, a differenza di molti, che sia stata una sua scelta dettata semplicemente dal suo amore per quel tipo di personaggio e non dalla sua incapacità di recitare (quando c’ è stato bisogno di recitare l’ ha fatto egregiamente come ne “Il sesto senso”).
La seconda è che per me l’ action non è trash mascherato!
L’ action è action.
È un genere!
C’ è l’ horror, la fantascienza, il fantasy, il noir, il pulp, il dramma, il comico, il demenziale, il trash e c’ è l’action.
Volete un film con una trama complicata, personaggi profondi e dialoghi verosimili?
Bene! Non andate a vedere un action! Nessuno vi obbliga ad andare per poi tornare a casa a scrivere una recensione negativa (tanto facile da scrivere dice un certo Ego) accusando il film di essere un filmaccio senza nessuna ragione d’ esistere!
Certo, ci sono film d’ azione belli e meno belli (“Street Fighter” non è bello!) ma non sono tutti orribili a priori come qualche grande critico si ostina a pensare (e scrivere!).
Fine delle premesse.
Veniamo a quella che da poco si è trasformata in una quadrilogia.
Che cos’ è “Die Hard” ?
Un film d’ azione come ho abbondantemente spiegato ma, si sa, di action ce ne sono migliaia (negli anni ’80 ancora di più!) allora perché mai Die Hard è così famoso?
La risposta sta tutta in lui: Bruce Willis nei panni di John Mc Lane.
Sta in quel suo fare strafottente, in quell’ ironia grezza che lo contraddistingue (cosa assai rara per un film d’ azione nell’ ‘89, anno di uscita della prima pellicola), in quel casino che combina ogni volta che si muove, nella sua incapacità di combattere i nemici con qualcosa che si possa definire una tecnica (nei film degli anni ’80 ognuno aveva la propria! Stallone si basava sui pugni, Schwarzy sulla forza bruta, Van Damme sui calci, Seagal sui suoi forzuti capelli…), nella sua mitica canottiera bianca sporca di sangue e detriti di ogni genere alla fine di ogni film!
Die Hard nasce in un periodo in cui questi eroi muscolosi si prendono troppo sul serio e riesce con il primo film a distruggere ogni stereotipo ottantiano: non c’ è bisogno di essere chissà quanto muscolosi o preparati per essere un invincibile eroe, non c’ è bisogno di prendersi troppo sul serio e soprattutto non c’ è bisogno di distruggere mezza città per sconfiggere il nemico (basta un grattacielo ancora in costruzione!).
Oltre al mitico John Mc Lane e alla sua canottiera bianca (abbandonata solo nell’ ultimo episodio per evidenti motivi di età) però, Die Hard vive sulle somiglianze tra i vari capitoli (certo è una saga!): tutti e quattro i film mettono in scena un attacco terroristico che mira ad un consistente bottino (addirittura il capo dei nemici del terzo è fratello di quello del primo!), in tutte e quattro le pellicole la polizia locale (o l’ Fbi) è considerata inutile e piena di idioti incapaci e in tre lungometraggi su quattro (l’ eccezione è costituita dal secondo episodio) prevale l’ ironia su tutto!
Ovviamente una saga che si protrae nel tempo da più di vent’ anni non può che cambiare ed adattarsi ai tempi e quindi si assiste, oltre all’ imbolsimento (anche se ora pare più muscoloso di 20 anni fa!) e alla perdita dei capelli di Willis ( finalmente oggi è pelato e non con quell’ orribile stempiatura!), all’ abbandono del luogo unico come scena dell’ azione (che aveva fatto la fortuna del primo e che era stato abbandonato dal terzo episodio), all’ addio ad una sorta di realismo presente nel primo (no non sostengo che il suo tuffo dal tetto legato con un tubo d’ idrante sia realistico ma non si esagera “troppo” nei minuti precedenti! In questo il quarto episodio sembra rifarsi più a quei film d' azione degli anni '80 da cui Die Hard aveva cercato di allontanarsi nel primo capitolo) per far spazio all’ esagerazione più totale (la scena di "Vivere o morire" in cui Willis cammina su un ala di un aereo da guerra in movimento è molto più che esemplificativa a riguardo!) e alla ricerca di un azione sempre più immediata (nei primi due c’ è una mezz’ ora di introduzione in cui ci si prepara allo svolgimento vero e proprio, nel terzo dopo 20 secondi di pellicola esplode un palazzo!).
Ciò che poi cambia nettamente e che influisce pesantemente sul risultato finale è la regia: attenta e precisa in ogni dettaglio quella di Mc Tiernan (mago dei film d’ azione) capace di dare movimento e tensione nel primo splendido episodio e molto più solare nel terzo divertente capitolo.
Pessima quella di Renny Harlin che, oltre ad uno script serioso e non adeguato a Mc Lane, fa di tutto per rovinare la frittata con una regia tipicamente Stalloniana che mal si adatta in questo caso; tra gli altri “capolavori” del regista va ricordato il precedente “Nightmare IV” e i successivi Cliffhanger (unico degno di nota), Driven (oddio) e “L’ esorcista: la genesi” (peggio che peggio!).
Infine quella di Len Wiseman che nel 2007 si reinventa un Mc Lane formato “sveglia analogica in un mondo digitale”: grigia, cupa, sfrenata, urbana eccessiva, ipermovimentata sono tutti aggettivi che ben si adattano a una camera che riesce a farci sembrare il tenente un po’ più giovane di quel che in realtà è (certe scene si basano davvero solo sul movimento velocissimo della macchina e non sull’ effettivo movimento degli attori!).
Non mi diverto a raccontare trame come molti di voi avranno capito e di certo non lo farò questa volta perché se c’ è una cosa che non interessa a nessuno in un film d’ azione è la trama: si c’ è un nemico, si c’ è una moglie /figlia in pericolo, si c’ è un attacco terroristico comandato da un pazzo capace di sacrificare centinaia di vite umane per i soldi e si, c’ è un eroe in grado di spuntarla in qualsiasi occasione!
Cosa dire invece dei singoli film?
Personalmente ritengo che il primo (per le novità che ha apportato al genere che ho descritto prima) e il terzo (per la coppia Bruce Willis- Samuel L. Jackson e per la sua voglia di prendersi in giro) siano i migliori episodi seguiti da questo ultimo quarto episodio (ironico, ipercinetico e autoreferenziale al massimo!) e dal pessimo “58 minuti per morire” che perde tutta la sua ironia a favore di uno script più adatto a Stallone che a Willis e a una violenza che sinceramente non centra nulla con il personaggio (ad un certo punto Mc Lane infilza addirittura un oggetto nell’ occhio di un nemico con conseguente spruzzo esagerato di sangue!)
Due curiosità su questo ultimo capitolo infine: nella pellicola ha una piccola parte (neanche troppo piccola però!) il nostro (non che sia un orgoglio!) Edoardo Costa che, per chissà quale motivo (non è in grado evidentemente!), recita le due battute che ha da recitare in italiano e si vede tantissimo dal labbiale! Ora se la tirerà per secoli per questa presenza con Willis quindi cominciate a tremare!
Oltre a Edoardo Costa ha una piccola parte anche Kevin Smith (regista, fumettista e chi più ne ha più ne metta!) che recita nel simpatico ruolo di un nerd fissato coi computer!
Sinceramente però più di tante mie parole credo che valgano quelle di Mc Lane, eccone alcune!
Potete votare la migliore, se volete, con un commento o ricordarmene altre che aggiungerò alla lista!
-“Yppy Ya Ye pezzo di merda!” (ognuno lo scrive in modo diverso!)
-“Yppy ya ye figlio di puttana!”
- Nel condotto d’ aria dopo essere fuggito ad una sparatoria imitando la nocetta della moglie: “Vieni in California! Vedrai che bello! Ci divertiremo da matti!”
- Mc Lane lanciando un cadavere dalla sommità di un grattacielo sull’ auto di un poliziotto durante la ronda di ispezione per attirare la sua attenzione: “Benvenuto alla festicciola!”
- Mc Lane riferendosi ancora alla vettura della polizia che gironzola sotto il grattacielo senza sospettare nulla: “Ma chi è che guida? Stevie Wonder?”
-Mc Lane lascia un messaggio scritto ai terroristi: “ADESSO HO UN FUCILE MITRAGLIATORE! HO HO HO”
- Mc Lane mentre lancia una dose di c4 in grado di far saltare per aria mezzo grattacielo: “Con i miei saluti pezzo di merda!”
- Mc Lane mentre lotta con un nemico: “Dovevi sentire tuo fratello come gracchiava quando gli ho rotto l’ osso del collo!”
- Un poliziotto di grado superiore rivolgendosi a Mc Lane: “Lei è l’ uomo sbagliato, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato!” Mc Lane: “La storia della mia vita!”
-Mc Lane risponde all’ ennesima cazzata del capitano della polizia aeroportuale: “Capitano mi tolga una curiosità: cos'è che fa scattare prima il metal-detector? Il piombo che ha in culo o la merda che ha nel cervello?”
- Mc Lane mentre da fuoco alla benzina che farà esplodere l’ aereo dei terroristi: “Buon decollo figlio di puttana!”
- Mc Lane e Zeus (Samuel L. Jackson) riguardo la strada da imboccare prima per raggiungere in tempo la bomba: Zeus: “Ho fatto il tassista, per la stazione a quest’ ora la più veloce è la seconda strada!” Mc Lane: “No andiamo per il parco” Zeus: “Park Avenue a quest’ ora? Ci vorrà una giornata!” Mc Lane : “Non ho detto Park Avenue, ho detto per il parco!”
- Uno dei tanti dialoghi deliranti di Mc Lane e Zeus: “John & Zeus: Allora... 7x7=49 Zeus: Zitto che in matematica ero forte John: ALLORA 7x7=49 Zeus: Insisti McLane ha detto 7 gatte e 7 donne. 7x49 faaa... 343! John: Me lo dici o me lo domandi? Zeus: Te lo dico 343!!! 343*7 fa 2401 risulta anche a te? John: Eh siii risulta anche a me. Zeus: Allora fai 5552401...... No no no no aspetta aspetta c'è il trucco. John: MA QUALE TRUCCO MANCANO 10 SECONDI Zeus: Ricordi l'inzio ho visto un uomo e sette donne. Li ha visti non andavano da nessuna parte!!!!!! John: E che facevano?? Zeus: E stavano, stavanooo.... ma che cazzo ne so che facevano? John: Quindi è uno solo allora??? Zeus: Lo stronzone solo lui John: Allora la risposta è 1!!!! Una vera cazzata daccene uno più difficile!!!
- Mc Lane lanciandosi sul tetto di una metropolitana in corsa: “Ma perché mi vengono certe idee?”
- Mc Lane parlando con Samuel L. Jackson: “Se fallisci tu ci penso io, se fallisco io ci pensi tu!” Jackson: “E se falliamo tutti e due?” Mc Lane: “Sono cazzi amari!”
- Zeus: "Come si fa un cattolico il segno della croce ?". McLane: "Nord - Sud - Ovest - Est"
- "Avevo due piccioni dal tubare festante... sono fuggiti cioe' nonostante... perche' l'han fatto ti chiedereai... io non so dirtelo e tu... lo sai? Trote e maiali sono triviali.... di lor nessuna stima... ratti e sorci han piu' fortuna dei porci però io l'avro' prima...". "Bravo, fa rima" "... perchè il numero era occupato, chi stavate chiamando?". "La neuro, ti ricoverano!"
- "Hey mentecatto... Si', dico a te, mentecatto... Solo una cosa voglio sapere... ce l'hai un'aspirina? E' da questa mattina che ho un mal di testa feroce!"
- Mc Lane dopo aver ascoltato la proposta di riscatto del terrorista: “Ti faccio io una proposta: appena ti prendo ti schiaccio quella testa di cazzo!”
- Un nemico ormai convinto di aver preso Mc Lane: “Oggi non fai che agitarti!” Mc Lane: “Io uso solo pile Duracell!”
- Mc Lane dopo aver visto una macchina schiantarsi contro un palo alle sue spalle a una velocità folle: “Che botta!” e il compagno “Che culo!”
- Mc Lane: “Devo scappare, non ho tempo da perdere figurati per morire!”
- Mc Lane specchiandosi: “Sei bello da far schifo!”
- “Hai abbattuto un elicottero con una macchina!” Mc Lane: “Ero senza pallottole!”
- “Uccido quell’ uomo e libero mia figlia oppure libero mia figlia e lo uccido oppure uccido tutti!”

TRAPPOLA DI CRISTALLO
REGIA: John Mc Tiernan
ANNO: 1988
VOTO: 8

58 MINUTI PER MORIRE
REGIA: Renny Harlin
ANNO: 1990
VOTO: 5, 5

DURI A MORIRE
REGIA: John Mc Tiernan
ANNO: 1995
VOTO: 7,5

VIVERE O MORIRE
REGIA: Len Wiseman
ANNO: 2007
VOTO: 7 (mezzo punto è per il ritorno, me lo concedete?)

GENERE: Azione
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedersi dei bei film d’ azione che non si prendono troppo sul serio e che hanno creato una delle icone action più famose di tutti i tempi
QUANTO è JOHN MC LANE BRUCE WILLIS: 10

giovedì 1 novembre 2007

KING KONG

BY DEN




Cosa si può dire su uno dei film più famosi e idolatrati al mondo?
Me lo son chiesto e richiesto per giorni prima di scrivere una recensione, il pericolo è di scrivere banalità terribili che tutti possono leggere ovunque e questo è quello che cerco di evitare sempre, fin dall’ inizio di questa avventura nella blogosfera.
E quindi?
Quindi inizio col dirvi che la trama non la scrivo per principio!
Nonostante mi sia imposto fin dall’ inizio di non dare per scontato nulla mi rifiuto di credere che qualcuno non sappia di cosa parla King Kong!
Non pretendo che tutti abbiano visto l’ originale (anche se bisognerebbe!) ma almeno quello di Peter Jackson l’ avrete visto!
Bene la trama è quella!
Uguale identica!
Dura un’ ora e mezza di meno del kolossal del Signore degli anelli ma tant’ è, si sa che Jackson ama esagerare!
Non avete visto neanche quello di Jackson?
Allora sicuramente non vi siete persi il remake del ’76! Nemmeno quello?
Un documentario in tv! No?
Non è colpa mia se vivete sulla Luna! Io non vi racconto nulla!
Dunque via la trama.
Potrei parlare dei significati nascosti (psicologici e politici) che molti cercano persino in “Giovannona coscialunga” ma mi sembra una pratica inutile e dannosa.
Una volta Umberto Eco ha detto che non bisognerebbe usare il testo a proprio piacimento ma semplicemente trovare quello che realmente l’ autore ci vuole comunicare attraverso vari indizi (ovviamente Eco l’ ha detto meglio e più chiaramente!): io sono sostanzialmente d’ accordo (anche se a volte il giochino può risultare divertente da come potete vedere nelle mie analisi dei film di Jack Arnold!).
Penso che King Kong non abbia significati sottintesi o chissà che altro: esattamente come “Il mondo perduto” lo considero uno spettacolone che solo Hollywood avrebbe potuto produrre al tempo (e ancor di più oggi!) capace come pochi altri di stupire lo spettatore fino a farlo rimanere a bocca aperta di fronte alla distruzione della città da parte del gorillone!
Via anche i significati!
Cosa rimane quindi?
Rimane un sapiente intreccio della pellicola che noi vediamo con il film che Denham sta girando davanti ai nostri occhi. Esemplari sono le parole di Denham che annuncia la sua volontà di produrre il film più grande in assoluto (sembra che a parlare siano gli stessi Schoedsack e Cooper rivolgendosi a noi!).
Rimangono splendidi fotogrammi passati alla storia: Fay Wray strillante prima legata ad un palo e poi nella mano chiusa di (Dio) Kong, la lotta mitologica con il t-rex e poi con il serpentone (diavolo), il faccione del gorilla che osserva da vicino la sua bella, la scalata dell’ Empire State Building (davvero magnifica!), la lotta con gli aerei da guerra con le soggettive alternate dello scimmione e degli aeroplani (piccola curiosità: alla guida ci sono Schoedsack e Cooper), l’ espressione triste di Kong ferito mentre posa Anna e la carezza per l’ ultima volta e la caduta finale della bestia.
Rimane persino una scena che nessuno ha mai visto in cui gli uomini fatti cadere da Kong in un precipizio vengono mangiati da ragni giganti (Cooper decise di eliminarla dopo le urla alla prima proiezione e solo Jackson saprà restituirci la scena più di mezzo secolo più tardi).
Rimangono stralci di dialoghi ripresi milioni di volte:
“Se la bellezza vi strega”, sostiene Denham prima di incontrare Kong, “La bestia diventa docile”.
“Kong, l’ ottava meraviglia del mondo!” annuncia ancora il regista presentando il gorilla imprigionato al mondo intero.
“Allora Denham gli aeroplani ce l’ hanno fatta eh?” Chiede infine un amico al regista dopo la caduta di Kong dal grattacielo ricevendo una delle risposte più famose di ogni tempo: “Oh no, non sono stati loro. È stata la bella che ha sconfitto la bestia!”
Rimane un ruggito che ha fatto storia ottenuto registrando al contrario una fusione di quello di un leone e di una tigre abbassato di un’ ottava.
Rimane la tecnica della stop- motion di Willis O’ Brien utilizzata qui per la seconda volta dopo “Il mondo perduto” in grande stile.
Rimane un film straordinario che rubacchia qualche idea a “Il mondo perduto” (in particolare il fatto che si decida di trasportare Kong in città e la successiva furia dello scimmione) e che condivide il set (oltre al regista Schoedsack e a buona parte del cast) con il contemporaneo “La pericolosa partita” (in particolare si ricorda il tronco sdraiato su cui Kong cattura e uccide alcuni uomini) ma che sa regalare momenti davvero straordinari e indimenticabili che entrano di diritto nella storia del cinema mondiale.
Rimane King Kong.
REGIA: Ernest B. Schoedsack, Merian C. Cooper
ANNO: 1933
GENERE: Fantastico, avventura
VOTO: 9, 5 (per l’ idea non proprio originalissima dato che l’ influenza de “Il mondo perduto” si sente molto).
CONSIGLIATO A CHI: vuole poter dire di aver visto un classico immortale
QUANTO POTREBBERO FARVI RIDERE I MODELLINI DI KING KONG SE NON CI SIETE ABITUATI: 10. Se poi però tra 100 anni i vostri nipoti rideranno degli effetti digitali del Kong di Jackson (cosa che molto probabilmente avverrà) non lamentatevi!