Nel 1990 R.A. Salvatore,
l'autore statunitense de il Dilemma di Drizzt, aveva 31 anni e
scriveva come un ragazzino di 16 che non si è dimenticato dei
battibecchi con gli amichetti della sua infanzia.
GIANFILIPPO: La mia mamma
fa un lavoro bellissimo!
SALVATORE: La mia uno
ancora più bello.
GIANFILIPPO: La mia lavora
alla NASA.
SALVATORE: La mia fa
l'astronauta.
GIANFILIPPO: Allora la mia
è andata su Marte.
SALVATORE: La mia ha visto
gli alieni.
GIANFILIPPO: La mia li ha
visti due volte e ci ha anche parlato.
SALVATORE (tutto rosso in
viso e arrabbiatissimo): Allora la mia ci ha parlato e poi ne ha
uccisi 4 e poi con il suo cannone spaziale ha distrutto tutto il
pianeta ed è tornata volando senza l'astronave perché lei vola e
poi ha anche catturato un cane alieno e adesso lo tengo in casa ed è
verde e viola e mangia il ferro!
GIANFILIPPO:...............
Ecco immaginatevi un uomo
del genere a scrivere un fantasy.
Pensatelo seduto lì alla
sua scrivania che si fa venire una, due, tre, cento, mille idee e
decide che il suo dev'essere un fantasy assolutamente diverso da
tutto e da tutti.
Gli elfi sono buoni e
pacifici e vivono nei boschi?
Bene, io li faccio
cattivi, scuri, infidi, traditori e sotterranei.
Gli elfi hanno una vista
eccezionale?
I miei hanno gli
infrarossi quindi vedono anche al buio e comunicano per lo più a
gesti.
Gli elfi sono eccellenti
combattenti?
I miei sono i migliori tra
i migliori, temutissimi da tutti e il mio protagonista è il non plus
ultra degli Elfi Oscuri, nessuno può sconfiggere le sue eccezionali
scimitarre (e io vi tedierò con le loro descrizioni imbarazzanti per
tutta la durata del libro) e ha gli occhi color lavanda!
Si, COLOR LAVANDA! E
adesso provate a scrivere qualcosa di meglio!
Il dilemma di Drizzt è il
fantasy per eccellenza, come tutti quelli che non apprezzano il
genere senza averlo mai letto se lo immaginano e come ogni
appassionato di elfi, orchi, maghi e nani che ami la bella scrittura
teme che possa essere: grandi idee (talvolta al limite dell'assurdo)
gettate in cespugli di ortiche pieni di cacche di cane.
Il primo libro della
Trilogia degli Elfi Oscuri (un'altra trilogia iniziata, voglio
morire...) è talmente denso di particolari, nuove razze, nuovi mondi
e storie parallele appena accennate che nelle prime 50 pagine viene
davvero voglia di lanciarlo in quei cespugli, frastornato
dall'incapacità di comprendere tre parole su quattro di quel che
viene raccontato.
La vicenda comincia ad
essere davvero chiara intorno a pagina 60 e nel giro di altre 40
pagine si è già arrivati a comprendere il finale-non finale di
questa prima parte, cosa assolutamente deprecabile per qualsiasi
genere ma a cui gli amanti di Brooks, Goodkind, Jordan & co.
dovrebbero essere avvezzi.
Tra l'illuminazione e il
finale rimangono un 200 pagine di battaglie descritte in malo modo,
ripetizioni disturbanti (tanto per dire, il nome Zak viene ripetuto
20 volte in due pagine) e tanta tanta fantasia che permette al
romanzo di arrivare ad una risicata sufficienza, o forse no.
Certo, se a sentire le
altre recensioni questo è il migliore del lotto c'è da mettersi le
mani nei capelli.
La speranza è che
Salvatore (autore tra il '90 e oggi di un'altra cinquantina di libri
ambientati più o meno nello stesso universo fantastico) abbia
imparato qualcosa negli anni e si sa, chi vive sperando, muore nelle
ortiche.
HOMELAND
ANNO: 1990
AUTORE: R.A. Salvatore
GENERE: Fantasy
VOTO: 5+
PS: Rivedendo la copertina in questo momento mi dovrei fare due domande sulla mia salute mentale il giorno in cui decisi di iniziarlo...
Quando a 16 anni mi
avvicinai lentamente al rock degli anni '90 mi colpirono due gruppi
in particolare: Oasis e Blur.
Non che fosse una cosa
strana, all'epoca il mondo, l'Italia, la provincia si divideva
(abbastanza assurdamente a pensarci ora) tra i fan dei fratelli
Gallagher e quelli di Damon Albarn e Co. (sisi Graham Coxon è
importante e blablabla, chissenefrega, un giorno ne parleremo).
Lo dico subito: io
parteggiavo per i Blur.
Mi sembravano più freschi
e innovativi e, al di là delle varie scopiazzature dei Gallagher (all'epoca era un
miracolo se conoscevo i Beatles), mi sembrava soprattutto che Damon
Albarn avesse il coraggio di cambiare.
Insomma, per quanto non ne
capissi veramente un cazzo, 13 pareva un album di un gruppo
completamente diverso da quello di The Great Escape (che all'epoca
adoravo) e in Think Tank il mutamento era ancora più accentuato.
Amavo i gruppi che non si
ripetevano mai (quel pazzo di Neil Young è ancora oggi uno dei miei
idoli) e gli Oasis erano l'esatto opposto.
Ascoltato il primo
incredibile Definitely Maybe mi sembrava di sentire sempre le stesse
10-12 canzoni: voce strascicata, chitarroni, ballatoni...due palle
che in Be Here Now duravano più di 70 minuti, decisamente troppo.
Poi crebbi (ah il passato
remoto che torna a galla quando leggi autori toscani...), la faida
Blur-Oasis si spense abbastanza velocemente così come era stata
montata dalla stampa britannica e io cominciai ad ascoltare
tutt'altro, fregandomene altamente dello scioglimento o quasi di
entrambi i gruppi, ma sempre attento a chi riusciva a non ripetersi.
Oggi, passati più di 10
anni, mi ritrovo a sentire per radio o nei miei raccoltoni di mp3
qualche canzone di Blur e Oasis e, pur con fastidio, devo ammettere
che i classici degli Oasis sono invecchiati meglio di quelli dei
Blur.
Si, il cambiamento, si, il
coraggio di affrontare nuove sfide e la forza di ripresentarsi con un
nuovo album in un'epoca che non è più la loro (l'ultimo The Magic
Whip datato aprile 2015), ma Wonderwall rimarrà un classico senza
tempo mentre Beetlebum può essere solo una canzone figlia degli anni
'90.
Tutto questo sproloquio
musicale-nostalgico per dire cosa?
Che forse Fabio Genovesi
qualche limite come scrittore ce l'ha.
I suoi personaggi dalla
parlata fin troppo semplice (in Esche vive era Fiorenzo, qui è
Mario), quelli troppo attaccati al Rock (ancora Fiorenzo confrontato
a Nello), quelli che finita l'università hanno perso completamente
la bussola (là Tiziana, qui Renato) e quelli che, nonostante tutto
l'autocontrollo imposto, vengono presi da passioni troppo forti
(nuovamente Tiziana confrontata a Roberta). Gli incipit nostalgici
ambientati in un passato che non è più e i finali non finali con i
personaggi lasciati a correre da soli.
Ma io non ho più 16 anni
e se tu scrittore hai uno stile immutato che ti permette di
scrivere una nuova storia dove, cambiando l'ordine degli addendi, il
risultato fantastico non cambia, beh, a me piaci comunque.
Basta che alla prossima
non mi presenti un Be Here Now.
VERSILIA ROCK CITY
ANNO: 2008
AUTORE: Fabio Genovesi
GENERE: Romanzo di
formazione (senza adolescenti)
VOTO: 8,5
Ho visto qualsiasi cazzata nei film di fantascienza.
Dagli alieni cattivi a
quelli buoni, dagli asteroidi che vengono fatti saltare per aria da
personaggi eroici a quelli che mettono finalmente fine alla vita
sulla Terra, dai cloni alle navicelle impazzite, dai viaggi nel tempo
a quelli nello spazio oltre la velocità della luce, dagli alieni che
cambiano sesso a quelli che cambiano forma e blablablabla.
Potrei andare avanti per
ore ad annoiarvi di vaccate fantascientifiche che non stanno né in
cielo né in Terra, di idee assurde che nessuna persona sana di mente
avrebbe partorito e a cui comunque sono stato dietro, sforzandomi di
calarmi nell'irrealtà della situazione pur di gustarmi quel film (o
quel libro).
Non ho mai fatto caso più
di tanto alla provata scientificità di una vicenda perché per me
non è quella a rendere importante una storia di fantascienza. Per
quale motivo avrebbero aggiunto il suffisso fanta? Dove sta la
fantasia in un libro di Arthur C. Clarke in cui ad ogni minimo
spostamento nello spazio-tempo ci si affanna a spiegare come sia
potuto scientificamente accadere? E soprattutto: a cosa serve la
sospensione dell'incredulità?
Date le premesse di cui
sopra, The Martian non avrebbe dovuto piacermi.
E invece.
E invece mi ha fatto
letteralmente cagare.
Presentato come uno dei
film fantascientifici più rigorosamente scientifici degli ultimi
anni, con budget faraonico, regista delle grandi occasioni
(nonostante Scott sia bollito da troppi anni a questa parte e chi non
ci crede si guardi Exodus- Dei e Re e stia zitto per sempre) e cast
di tutto rispetto, The Martian parte subito con il botto con una
scena iniziale che fa davvero sperare per il meglio.
C'è adrenalina, c'è una
grande fotografia e una scena vagamente confusa in cui si capisce ben
poco di cosa sta esattamente accadendo a chi, ma è tutto voluto.
Dopo la partenza della navicella da Marte (siamo nei primissimi
minuti) la vicenda comincia davvero a delinearsi e, incredibile a
dirsi, si cominciano a vedere le prime crepe: i personaggi sulla
Terra.
Non c'è uomo non
astronauta in questo film di terra rossa e patate coltivate in modo
biologico (ci arriveremo) che non vi sembrerà un'idiota o una
macchietta: c'è il supermegacapo della Nasa col tono profondo di
voce che decide tutto lui, ma si fa mettere i piedi in testa da
chiunque, c'è Boromir che per una volta non muore perché proprio
non gli è possibile morire mentre non fa nulla per tutto il film,
c'è un giappu-americano ciccione che dà sempre i tempi di consegna
del suo lavoro come se fosse un italiano, viene quindi ripreso dal
capo e si corregge dicendo che ce la farà anche nella metà della
metà del tempo perché tanto evidentemente ha licenziato gli
italiani e ha assunto dei cinesi che lavorano giorno e notte, c'è
una donna bionda che sta al computer e nota cose sugli schermi (solo
lei in mezzo a centinaia di altri subumani di cui si vedono solo i
capelli) e un nero a cui è riuscito bene il ruolo dello schiavo un
paio d'anni fa e non si sa come si è ritrovato qui a fare il
direttore della missione su Marte che però, ancora troppo preso dal
ruolo dello schiavo, si diverte ad avere illuminazioni e
scarabocchiare quadri del pianeta rosso che trova in giro per gli
uffici.
E L'Oscar per chi sta meglio seduto con la bocca aperta va a....
E poi c'è lui: il nero
simpatico.
Quello che se fossimo
stati negli anni '80 di sicuro ci trovavi Eddie Murphy a ridere come un semo, ma siccome siamo nel 2015 e ai neri simpatici nei film non ci
crede più neanche Eddy Murphy stesso, ci hanno messo uno qualsiasi
di cui non voglio neanche andare a vedere il nome, lo chiameremo nero
simpatico.
Si da il caso che da
qualche anno a questa parte vadano di moda i nerd, non che abbia
qualcosa in contrario per carità, io lo sono fin troppo, ma la cosa
sembra ormai un po' sfuggita di mano: dalla moda alle serie tv tutto
è simpaticamente ed insopportabilmente nerd.
Quindi il nero simpatico è
anche nerd, ma essendo un nero simpatico è anche strafatto (di
caffeina o altro, non lo sapremo mai con esattezza) e alla prima
occasione lo vediamo entrare in scena come i peggiori personaggi dei
più brutti film di fantascienza anni '90 che vi vengono in mente. Il
nero simpatico dorme, inciampa, si mette al computer, beve il caffè,
finisce il caffè, vuole altro caffè, inciampa di nuovo, cade, si
mette al supercomputerone della Nasa che è proprio proprio grande
grande e con un portatile risolve un problema incredibile che
migliaia di Nasisti erano ormai con le cervella fuse a forza di
ragionarci. Non contento va dal capo che ha la voce sempre più
grossa, lo piglia per il culo e con un bicchiere vuoto gli dimostra
la sua grande teoria a cui nessuno è arrivato nel giro di mesi e
mesi. Ovviamente tutto in simpatia tra versi insopportabili e
scenette che neanche Benny Hill all'ospizio.
Oh si è nerd, guardate quanto è nerd quando si mette in piedi sul letto con la scala per andare a scarabocchiare là in alto! ed è pure scientifico, lo scrive pure... SCIENCE!
Ma ritorniamo su
Marte.
A milioni di chilometri di
distanza e a un'ora circa dalle vicende del nero simpatico (che
grazie a Dio compare solo dopo la prima metà del film), dove ci sarà
sempre e solo Matt Damon, un botanico astronauta della Nasa.
Un botanico.
Matt Damon si estrae del
metallo dalla pancia e si cuce, Matt Damon mangia e ragiona, Matt
Damon disseppelisce vecchie navicelle spaziali, Matt Damon costruisce
cose, Matt Damon guida, caga e dorme, Matt Damon ha le intuizioni e
Matt Damon crea l'acqua. Poi non contento Matt Damon trova delle
patate sottovuoto lasciate lì per il giorno del Ringraziamento
(boh...), le pianta, ci mette della cacca umana liofilizzata come
concime e le fa crescere.
Nel frattempo Matt Damon
(lo chiameremo d'ora in poi McGyver perché mi sembra più giusto)
ascolta dell'orrenda discomusic e non si perde mai d'animo nemmeno
nelle sfighe più tremende, arrivando ad urlare per ben tre volte
“God” quando qualcosa andrà talmente storto da esser ormai più
di là che di qua.
Quindi Santo McGyver si
riprende dalla batosta perché lui è un vero americano intelligente
che risolve tutto con il suo megacervello (altro che computer Nasa e
neri simpatici) e riesce, con una superdieta a base di caccapatate e
medicine come condimento, ad andare avanti ancora per un'altra ora di
film.
E gli astronauti ex
compagni di Mc? No, non me li sono dimenticati.
Gli amici stronzi che lo
hanno abbandonato per sbaglio hanno una parte fondamentale nel film e
incredibilmente paiono anche i personaggi meglio scritti dell'intera
sceneggiatura: parlano come persone dotate di un cervello, si muovono
senza inciampare e ragionano quasi normalmente. Tolto un momento di
follia generale in cui la canzone Starman di David Bowie dà il via
ad una serie di scenette dementi riguardanti l'intero cast (mi vedo
anche Scott divertito mentre si mangia le caccole nascondendosi
dietro la camera mentre a me viene un ictus per la rabbia), i
loro rimangono i momenti migliori di un film che fa della
scientificità e dell'umorismo di merda il suo punto forte.
Non mancheranno poi:
personaggi dalla voce
profonda che dicono guardando in camera: “a meno che qualcosa non
vada storto”, cambio scena e disastro totale;
Computer con lo
schermo spesso mezzo metro al servizio della Nasa;
Michael Peña, insopportabile anche se interpretasse un personaggio muto;
Cinesi con segreti
militari che, dopo 10 secondi di indecisione, ostentano il loro
“volemose bene” come neanche la Ferilli quando pubblicizza i
divani;
finali con gente che
vola come Iron Man.
The Martian vorrebbe
mettere l'intelligenza umana e il ragionamento davanti a quel
coraggio e quell'eroismo insano alla base di tutti i capisaldi della
fantascienza degli anni '90 (Indipendence Day, tanto per dirne uno) e
finisce per sembrare invece un Armageddon fuori tempo massimo, con
situazioni e personaggi tipicamente Novantiani che fanno da sfondo a
un McGyver dello spazio, come non se ne vedevano da S.O.S. Naufragio
nello spazio del 1964.
E insomma si, The Martian mi ha fatto veramente cagare.
E il problema è che non ho nemmeno le patate da coltivare.
THE MARTIAN –
SOPRAVVISSUTO_THE MARTIAN
REGIA: Ridley Scott
ANNO: 2015
GENERE: Fantascienza
VOTO: 4,5
Questa recensione è stata scritta il 20 febbraio 2012 e rivista completamente il 25 settembre 2015
Chiariamo subito: le prime
150 pagine di Notturno sono tra le peggiori pirlate fantascientifiche
che io abbia mai letto, visto e immaginato.
Non per colpa di
chissà quale traduzione orripilante (vedi Urania), taglio becero
(vedi Urania) o edizione con le pagine di carta igienica gialla che
si staccano dalla copertina mentre leggi (vedi…
Urania).
Semplicemente la prima lunga parte intitolata
“Crepuscolo” è l’antilibro, “Il manuale per come non
scrivere un libro di fantascienza”, il “Plan 9 From Outer Space”
della narrativa fantascientifica.
Lasciate perdere la questione
“racconto allungato” che lo riguarda (operazione già fin troppo
discutibile), quel che non va in Notturno è qualcosa di molto più
grave della famosa “buona idea sfruttata male”.
“Crepuscolo”
(e in larga parte l’intero tomo) è a tutti gli effetti un
concentrato di banali errori dilettantistici che ti potresti
aspettare dal signor Pinco Pallo alle prese con il suo primo romanzo,
non da due scrittori di fantascienza affermati di cui uno è
considerato (a ragione) uno dei Padri fondatori.
Qui si parla di
150 pagine colme di personaggi insignificanti che parlano e si
muovono come marionette scassate su di una scenografia fatta con la
cartapesta e il vinavil stile “recita di Natale all’asilo”
(nemmeno all’oratorio), una scenografia che talvolta traballa a tal
punto da far venire serissimi dubbi al lettore sui suoi presunti
scrittori.
Uomini, questi ultimi, che
si premurano in una breve introduzione di chiarire che non verranno
usate strane parole inventate per questo pianeta alieno, ma che, dopo
poche pagine, si ritrovano a scrivere di un bar dove vengono serviti
cocktail impronunciabili ispirati ai nomi dei cinque soli che
illuminano questo immenso cartapestaio che è Kalgash.
Uomini che,
con la finezza e la perizia di un bambino di 4 anni impegnato a
disegnare il ritratto della propria mamma (solitamente un tondo con
due puntini per gli occhi e una righetta per la bocca…aggiungiamoci
un punto per il naso), costruiscono i personaggi dai nomi improbabili
di un romanzo probabile solo (forse) sul piano scientifico.
Uno
scritto che vorrebbe essere fantascientificamente sconvolgente ma che
si mostra in realtà come un incrocio mal riuscito tra un
apocalittico, un giallo (abbandonato a metà) e un post-apocalittico
dove la tensione non ha un climax ascendente: semplicemente ad un
certo punto esplode in picchi irreali per poi riaffondare al di sotto
della Fossa delle Marianne.
“Crepuscolo” in particolare, ci
tengo a ribadirlo, è una nota dolente fatta di banalità
sconcertanti e svolte impreviste quanto l’uovo di Pasqua a Pasqua,
ma l’intero romanzo soffre di un impianto narrativo costruito
(perdonatemi l’eufemismo) con quel buco del corpo maschile che non
è la narice o l’orecchio (e non parlo dell’ombelico).
Asimov
e Silverberg saltano continuamente a piè pari interi passaggi di
narrazione per poi farne un sunto mal riuscito nelle pagine
successive e si ritrovano chissà come sul finale con un centinaio di
cose da chiarire (Amgando?) che non verranno mai chiarite, con una
decina di personaggi eliminati per pure esigenze di copione o
semplicemente scomparsi, ma soprattutto con due protagonisti di cui
non sanno che farsene.
Non anticiperò nulla, ma quale senso ha la
svolta finale?
Non poteva qualche anima di buon cuore far presente
al Basettone e a Silverberg che c’è una differenza sostanziale tra
un finale aperto e un non finale tranciato a metà con la grazia di
un’ascia male affilata?
Da cosa è dettata la scelta di Theremon
e Siferra?
È come se domani, che ne so, Berlusconi diventasse
segretario del Pd perché ha scoperto che i Comunisti non mangiano i
bambini.
Vi sembra ragionevole?
Se si comprate Notturno, non ve
ne pentirete.
PS: Evito di commentare
gli ammiccamenti al lettore con la storia di un pianeta con un unico
sole perché sono una brava persona e perché in fondo il paragrafo
post apocalittico ambientato sull'autostrada qualche brivido me l'ha
regalato.
NIGHTFALL- NOTTURNO
ANNO: 1990
AUTORE: I. Asimov, R. Silverberg
GENERE: Fantascienza
VOTO: 4
"Carino" non è un
bell'aggettivo.
Pensate alla ragazza carina della
compagnia che avete conosciuto l'altra sera/l'altro anno/l'altro
secolo, qualcuno se la ricorda? Si, vi ricordate quella figa e quella
bruttissima, quella col cervello fino, quella col culo grosso e
quell'altra che di grosse aveva solo le tette, ma quella carina chi
era? Aveva un bel viso certo, ma un po' anonimo, aveva dei begli
occhi, ma un po' slavati, non era grassa e non era neanche magra e si
vestiva sicuramente meglio della tettona dalla scollatura
imbarazzante, ma sembrava appena uscita dalla Benetton con il primo
maglioncino tinta unita consigliato dalla commessa. Insomma era solo
carina e ve la siete dimenticata.
Ora provate a ripensare all'ultima
commedia romantica americana che avete visto al cinema. Vi siete
fatti due mezze risate, avete pensato per un attimo "quello/a
potrei essere io", avete immaginato la vostra vita come se
viveste in un film Hollywoodiano quindi siete usciti dal cinema e
avete detto: "Carino". E due giorni dopo ve lo siete
scordato, trama, attori, titolo e persino quella battuta che vi era
sembrata tanto carina.
Tra l'altro su Virgin Radio mentre
tornavate c'era quella canzone che faceva..com'è che faceva? Ve la
ricordavate fino a mezz'ora fa, eppure era così carina..boh, non
importa, la ripasseranno.
Carina era la vostra compagna di classe
alle superiori che ha trovato un ragazzo solo all'università (carino
anche lui, sia chiaro).
Carina era quella maglietta che avete
visto in quel negozio carino che ha chiuso due anni fa da cui non
avete mai comprato nulla.
Carini erano quella cover, quelle
scarpe, quell'auto, quella casa, quell'armadio, quel lenzuolo, quel
gioco e tutto ciò che non avete mai avuto o comunque voluto davvero.
Insomma lo avrete capito: Mali minori è
un libro carino.
Si lascia leggere con piacere e alcune
delle brevissime storielle che lo compongono suscitano persino una
risata, un'occhio lucido (ma non due) e un bel po' di immedesimazione
che non fa mai male, ma è difficile spingersi oltre quel maledetto
aggettivo di cui è pieno il mondo.
Carino, ed è presto dimenticato.
Questa recensione è stata scritta il 23 maggio 2012 e rivista completamente il 26 agosto 2015
A rileggere il retro di copertina mi chiedo perché.
Navi che
spariscono, giornalisti curiosi, pirateria, turbolenze
atmosferiche...niente che mi ispiri fiducia.
I leggendari mostri
marini? Si forse quelli possono anche andare, sono attrazioni da
baraccone fantascientifico per bambini di 10 anni certo, ma fingiamo
che il mio acquisto sia dovuto a questi simpatici mostri e non al
meraviglioso titolo italiano: Dove sparivano le navi. Ah beh…potevano
chiamarlo direttamente I mostri marini. Seconda pagina, titolo
originale: The Sea Beasts.
Ora capisco tutto.
Gli Urania si
dividono solitamente in tre categorie:
- I capolavori dei grandi
maestri della fantascienza: stampati, ristampati e riristampati in
diverse collane Uranianane addirittura con qualche aggiornamento alle
scandalose prime traduzioni. Rappresentano un 20% delle uscite;
-
I romanzi con idee geniali messe su carta da veri e propri cani della
fantascienza (lasciamo stare la Letteratura), incapaci di mettere in
fila 10 parole senza dar vita a veri e propri disastri letterari,
capaci di far impallidire anche il neosindaco Moccia. Siamo sul
30%.
- Il resto delle grandi scelte della redazione di Urania (non
vantatevi quindi di averne trovato e letto uno, non sono una rarità
per quanto sia bello collezionare spazzatura) sono i libri come Dove
sparivano le navi. Non capolavori. Non grandi idee. Semplicemente
libri assolutamente, completamente, immancabilmente da usare, per
esser fini, mentre si legge un altro Urania seduti in quello stanzino
contenente la doccia. Sul water, che poi magari pensate al bidè o a
qualche altro strano aggeggio che avete in bagno.
Dove sparivano
le navi è cellulosa rubata alle piante inutilmente, è fantascienza
senza scienza, ma anche senza fanta, è romanzo senza alcuna idea, né
senso di esistere.
Il romanzo (raccontino) di Bertram Chandler
vede comparire nell’ordine balene incazzuse, marsuini (non state a
lambiccarvi il cervello per 3 giorni come ho fatto io, sono delfini)
intelligenti, giornaliste acidelle che per l’occasione predicano il
“sei l’ultimo uomo sulla Terra, quindi ti voglio”, marinai con
problemi familiari che si risolvono in rapporti con giornaliste
acidelle, macchinisti pelati che tengono sotto schiavitù 5 persone
per settimane con una sola pistola, predicatori rimbecilliti che
credono nella rinascita di Dio attraverso i marsuini, orche ancor più
incazzuse e assassine delle balene e, last but not least,
uomini-scimmia intelligenti.
Se non vi basta per starne alla larga
pensate ad un delfino con in testa un elmetto sormontato da una
spada.
E non voglio dire altro.
Perché alla fantaschifezze non
c’è mai fine, ma alla mia pazienza si.
THE SEA BEASTS- DOVE SPARIVANO LE NAVI
ANNO: 1971
AUTORE: A. Bertram Chandler
GENERE: Fantascienza
VOTO: 2
Una volta, intorno ai 15
anni, ricordo di aver chiesto a mio fratello (gran lettore all'epoca,
ben prima che io iniziassi anche solo vagamente ad appassionarmi alla
faccenda) se avesse letto un tale libro. Non ricordo più il titolo,
forse si trattava di qualcosa di Benni che mi era stato assegnato
come "compito estivo" o forse era tutt'altro, non saprei e
sinceramente non ha niente a che fare con ciò di cui vorrei scrivere
quindi anche chissenefrega, figurarsi se vado a perdere righe e righe
di recensione per dirvi qual era il titolo, che poi mi pare non fosse
neanche per le vacanze estive, forse era solo un romanzo che mi ero
ritrovato per le mani e quindi gli avevo chiesto se per caso lui
l'avesse letto e...stop! Torniamo a noi.
Quel che conta di tutta
questa storiella (era un tomo gigante di King?) fu la risposta che mi
diede: "Si l'ho letto, ma non ricordo un granchè.." Ecco
forse mio fratello non usò la parola granchè, in effetti a pensarci
non credo di aver mai sentito nessuno usare molto la parola "granchè”
e mi pare strano anche metterla per iscritto dato che word me la
sottolinea pure in rosso (ah ma ti sbagli word delle mie palle, sul
dizionario esiste e io mi ci riempio la bocca e le pagine di granchè!
Granchè granchè, granchè!), comunque il succo era quello, non si
ricordava di un libro che aveva letto.
All'epoca mi chiesi come
fosse possibile.
Leggevo a dir tanto 4-5
libri l'anno, vaccate horror se la scuola non mi costringeva a
prendere in mano Calvino o Benni (magari era di Calvino che gli avevo
chiesto..), e mi sembrò semplicemente assurdo che non si ricordasse
qualcosa che aveva sicuramente comprato di sua spontanea volontà
(perché prima che lui cominciasse a comprar libri ricordo solo il
volume coi funghi velenosi in casa) e letto (sorvoliamo sul fatto che
io ho letto una decima parte dei libri da me comprati e conoscendo abbastanza mio fratello sono sicuro che anche lui sia
afflitto dalla stessa malattia).
Pensai, e ancora adesso un
po' ne son convinto nonostante la conclusione lontanissima di questa
recensione-delirio, che fosse un modo scaltrissimo per liberarsi di
me, non che avesse più 16 anni, ma già all'epoca ero un bel
rompipalle se mi ci mettevo (e anche se stavo tranquillo) e non credo che lui avesse sempre voglia
di ascoltarmi e annuire e provare a consigliarmi Ben Harper invece di
sentire quella porcata di Peace Sells but who's Buying dei Megadeth
(statene lontani, maledette enciclopedie musicali della Giunti coi
loro consigli strampalati).
Poi arrivò la mia follia
per i libri.
Passai da quei 4-5
romanzetti striminziti a 40-50 libri l'anno con dentro qualsiasi cosa
mi capitasse per le mani, dal grande classicone sfracella-testicoli
dell' '800 all'Urania tradotto male, da King a Yates, Steinbeck,
Moore, Martin, Simmons, Barth e chi più ne ha più ne metta.
Per un anno o due, memore
di quella risposta, tenni a mente più o meno tutto: forse non
ricordavo per filo e per segno ogni cosa passata sotto gli
occhi (tipo i libri di chimica o di matematica non ho mai saputo di
cosa parlassero), ma conoscevo abbastanza bene tutti i romanzi in cui
mi imbattevo.
Infine un giorno la mia mente sovraccarica di minchiate fantascientifiche da 4 soldi e grandi capolavori che quasi non capivo cominciò
a vacillare, perdevo pezzi per strada e se mi chiedevi di quel primo
romanzo di King letto 4 anni prima facevo davvero fatica anche solo a
raccontarlo a grandissime linee. Mi resi conto solo allora che forse
mio fratello quel giorno non voleva semplicemente che mi levassi di
torno, forse, e dico forse, davvero non si ricordava di quel
maledetto libro dal titolo dimenticato.
Per ovviare alla perdita
di memoria da accumulo cominciai a scrivere le recensioni dei libri
appena finiti finché la cosa non mi procurò più fastidio che
piacere: in fondo non avevo un fratello minore a cui raccontarli
quindi perché avrei dovuto scrivere tutta quella roba? Per me
stesso? Perché in effetti alla fin fine mi divertiva farlo finché
non diventava un obbligo?
Forse si.
Oggi, passata una quantità
indecente di anni dalla mia prima recensione, mi rendo conto che
ancora accumulo i libri finiti sul tavolo in attesa di una
recensione, anche minuscola, per sapere di cosa parlano quando ormai
li avrò dimenticati (e perché si, mi piace).
Oggi, e questo "oggi"
non è in senso figurativo, ma è proprio oggi, 1 agosto 2015, mi
ritrovo a scrivere di un libro letto due mesi fa di Steinbeck, un
autore che amo follemente e di cui sto provando da anni a leggere
tutto quel che ha scritto in ordine rigorosamente cronologico (perché
sono matto, ma questo ormai dovrebbe esservi chiaro), senza
ricordarmi quasi nulla di quel che stava sulle sue pagine.
Già dal primo racconto mi
ero reso conto di avere di fronte una copia sbiadita dello scrittore
grandioso di Furore e La valle dell'Eden, nemmeno all'altezza di quei
primi piccoli passi che sono La santa rossa e I pascoli del cielo, ma
oggi mi accorgo che La valle lunga è davvero ben poca cosa se, a
distanza di poco meno di 60 giorni dalla sua lettura, non ricordo
quasi nulla di quanto Steinbeck volesse dirmi.
Certo, "La Fuga"
e "Il cavallino rosso" potrebbero stare benissimo a fianco
di un capolavoro come "Uomini e topi", ma i restanti 12
racconti sembrano davvero essere messi li quasi per caso, raccolti
senza un ordine ben preciso (com'era invece in I Pascoli del cielo)
sperando in una forza d'insieme che neanche si intravede.
Su quello che viene
definito da Steinbeck il suo terzo tentativo di racconto-dramma, Che
splendida ardi, in chiusura del tomo, sarebbe meglio sorvolare per
non cadere in giudizi impietosi: invecchiato male è la prima e unica
cosa che mi viene in mente.
Avrei potuto dirvi molto
più semplicemente che de "La valle lunga" ricordo solo i
due racconti citati per la bellezza e "Che splendida ardi"
per la bruttezza, ma forse nessuno avrebbe capito l'unica cosa che
per me ha un senso di tutta questa recensione: quel che non ricordo è
inutile (come quel cazzo di libro di cui chiesi a mio fratello).
THE LONG VALLEY- LA VALLE
LUNGA
AUTORE: John Steinbeck
ANNO: 1938
GENERE: Racconti
VOTO: 5