mercoledì 21 novembre 2007

TRE CLASSICI UN MITO PT II_ IL PADRINO LA TRILOGIA

BY LEO

- THE GODFATHER- IL PADRINO
- THE GODFATHER PART II- IL PADRINO PARTE II
- THE GODFATHER PART III- IL PADRINO PARTE III





Non spiegherò la trama del film, non darò indicazioni sui personaggi o chicche sulle produzioni, pettegolezzi sugli attori, fiches tecniche. Mi sento in dovere di accostare questi tre film con la riverenza dovuta, con i mezzi più adatti: la mitologia e il dramma. Ogni scienza si adatta all’oggetto che studia e forgia i propri strumenti d’indagine. Purtroppo, questa volta i miei non contemplano i discorsi tecnici sulla qualità speciale della pellicola o della tecnica.
Teatro tragico, teatro greco.
Ed ecco, come spettatori assisi sulle scalinate in pietra, con il nostro bel cuscino che ci ammorbidisce le asperità naturali e ci “umanizza” il contato con la pietra fredda, ecco che laggiù, proprio accanto al boccascena, le “maschere” nebbiose vengono avvistate.
Entrano, silenziose. Entrano e ci parlano. Ma non con movimenti di labbra che non possiamo vedere. Non con movimenti codificati dal genere drammatico.
Non ci parlano affatto: siamo noi a sentirle. Ad avvertirle. Dentro, come martelli a volte, o più spesso come soffici fazzoletti di seta sulla pelle. Qualche volta con la violenza del tuono, con il bruciare del fuoco, con il calore del legno che scricchiola e geme prima di rompersi nel camino. Personaggi non reali, personaggi su un palcoscenico.
Ma oggigiorno, in un mare di pubblicità e appunti veloci, dimentichiamo spesso questo: “maschera” in etrusco significava “persona”.
E come già intuì ferocemente Pirandello, non siamo forse tutti “maschere”, in un gioco eterno –un ballo di gala – di significanti e significati, intrappolati nella nostra condizione umana, dalla quale nessuna scommessa pascaliana ci può salvare?
E quale storia meglio di una saga familiare che attraversa il 900 può decidere il giudizio su questo secolo che ci siamo lasciati alle spalle?
Quale storia meglio de “Il Padrino” può essere accostata al viaggio dantesco della “Commedia”?
Una differenza è bene trarla subito dal sentiero, per evitare impacci: il viaggio viene compiuto al contrario, in un rovesciamento significativo di intenti.
Non c’è salvezza, né salvazione. S
i passa dal Paradiso idealizzato degli esordi (sicuri poi che lo fosse?), attraverso il purgatorio della flebile, iniziale, caduta alla disillusione infernale, totale, persino al disfacimento dell’ideale di pentimento.
Un errore lo si paga per sempre. Ma chi non sbaglia?
Sempre in quella Sicilia greca in cui vivono ancora i miti e le tragedie del teatro greco, in cui ancora lo spruzzo delle onde ricorda la schiuma che generò Afrodite. E che così vuole essere ricordata a forza viva dai registi italoamericani, a rischio della misera caduta in una serie di clichés pseudo-folkloristici inevitabili (e in quanti ci sono cascati).
“Il potere logora chi non ce l’ha”: è il sicario nel “Padrino pt.III”, a sigillare con queste parole la morte del politico italiano corrotto, Lucchetti.
La sicurezza non sta nei patti, né nelle parole.
Un mondo in cui fidarsi porta alla disillusione, un mondo in cui la faida longobarda non appare più come risposta necessaria: ciò che conta è la violenza totale, la mancanza di rispetto definitiva. Il tutti contro tutti, unica legge valida, unico limite concesso.
Senza decalogo da rispettare, la malavita comincia a erodere affamata sé stessa, a mangiarsi, serpente arrotolato su sé stesso, che trae giovamento dal proprio mangiarsi. Cane mangia cane.
Ma la catena si tira e lentamente si sfilaccia. Fino alla procrastinata rottura.
E allora guardiamo fino alla nausea il volto di Marlon Brando nel primo episodio, stampiamoci a memoria la faccia di lui – Don Vito Andolini, futuro don Corleone– interpretato da Robert De Niro, semisconosciuto, granitico e giovanissimo, mentre si appresta ad uccidere il prepotente don calabrese di Little Italy, don Fanucci, interpretato da un perfetto quanto elegante Gastone Moschin, vestito di bianco, di tutto punto. Ancora alle prese con un codice etico, seppure falsato perché per forza basato sulla criminalità.
Ma guardiamo poi l’arrivo della competizione della droga, l’affermarsi della prostituzione, e il passaggio di consegna a Michael – uno strepitoso Al Pacino – che decide di portare avanti tutto e contro tutti: cominciando a crearsi un vuoto intorno, un silenzio che neanche l’amore dei suoi familiari può riempire. La morte del fratello Fredo, ritenuto inadatto ai ruoli di potere, e voluta dallo stesso Michael, l’abbandono della moglie, la morte della figlia (Sofia Coppola, nel terzo episodio), e continue lotte interne fratricide: sangue, intorno, sangue, su tutto e su tutti, sangue, ovunque.
E un mare di bugie, alla seconda moglie, e alla figlia. Un mare di bugie che inchioda anche lui. Pentito.
Sì, ma senza assoluzione, senza possibilità di riscatto.
Come diceva Nicole Kidman in “Eyes Wide Shut” di Kubrick, la realtà di un sogno, o di una notte, corrisponde alla verità di una vita: così, la realtà di una vita di sangue attira lenta la vendetta di sangue nel finale. Cane attira cane. E Iddio non concederà a Michael il riposo repentino.
No.
Dovrà assistere con i suoi occhi a tutta la sconfitta. Come un personaggio biblico, Dio gli concederà tutta la vita per osservare il dramma dei semi infausti e sterili che ha seminato. Seppure malato, morirà come il padre, anziano, in Sicilia. Di morte naturale, a fianco a tanti cadaveri uccisi e trucidati per “politica” familiare. Dopo aver assistito alla propria caduta.
Passaggio di consegne all’irruente nipote Andy Garcia/Vincent : saprà reggere l’evoluzione del confronto con i potentati economici, le pressioni politiche, le violenze dei concorrenti? La risposta spira al “No”, memori della fine del padre di lui, colpito a tradimento dopo una decisione irruenta, nel primo episodio.
Rivediamo assieme la mimica di Brando nel primo film: con quale coraggio giudicheremo un altro film dello stesso genere dopo aver assistito a questa enorme figura di patriarca familiare, seppure impegnato nella malavita organizzata, impegnato a metà tra tutela della “famiglia” e rispetto delle regole basilari : no commercio di droga, no prostituzione...
Schiacciato dalla concorrenza, affida nel secondo episodio l’impero al figlio Michael, spavaldo ma freddo calcolatore, vuoto e vendicativo, solo contro sé stesso, ombra dell’uomo che era (“Non sarò come mio padre”, diceva solerte nel primo episodio), e alla fine ombra di un’ombra (“A che serve l’assoluzione se non mi pento?” dice nel terzo episodio, come un bambino che invochi piangente la madre a medicargli la ferita).
Scavarsi un posto nella nuova vita americana degli anni 60/70, mentre il ricordo va immediato ai vecchi tempi “eroici” della Little Italy newyorchese dei primi del secolo, quando Don Vito giovane/De Niro (strepitoso) si gioca le sue carte con abilità, tranquillità e savoir faire. Dopo i problemi giudiziari, la volontà di rinascere, nel commercio pulito: e ritornammo a riveder le stelle? Nessuna stella. Nessuna speranza.
Ego te absolvo, un vescovo ingiunge il perdono ad un vecchio e diabetico Michael, in lacrime, durante la confessione.
Ego te absolvo, ma è troppo tardi.
L’ennesima bugia all’ex moglie, l’ennesima copertura delle attività illecite, l’ennesima bugia del medesimo tiro alla figlia, che soffre di un vivace complesso paterno nei confronti del padre, idolatrato e amato nella figura dell’irrequieto cugino Vincent.
Il finale: l’inferno temuto ma così attirato.
La disfatta della famiglia, il rifiuto deciso dal fato nei confronti di qualunque rinascita, sulle note della “Cavalleria Rusticana”. E così come accadeva invariabilmente nelle novelle di Verga, ogni cambiamento del proprio status sociale, di ciò che si è, viene punito.
“Ora tu sei il mio orrore”, dice l’ex moglie a Michael nell’ultimo episodio.
E la mente corre a quell’ ”orrore” di cui finì preda anche il colonnello Kurtz in “Apocalypse Now”. L’orrore è stato per Michael l’incontro con il sé nascosto, occultato.
Maschera eterna, tra bugie e verità nascoste ai “cari”, per proteggerli.
Scisso per il bene della famiglia.Freddo per il bene della moglie. Silenzioso per il bene della figlia. Morto dentro, per il suo stesso bene.
Seppellito vivo.
Eppure, a ben pensarci, così siamo soliti fare anche noi: “maschere” immerse in mille differenti contesti, ad ognuno una risposta diversa, a tutti una piccola innocua bugia. Per tutti un “Io” diverso, secondo le occasioni. Alzi la mano che non ha mai detto una piccola bugia a fin di “bene”, o almeno per ciò che reputava essere il “bene” in quel momento.
Malinconici come un triste tramonto, i familiari dei Corleone scivolano sul destino come in dramma di Shakespeare, come in quel rimando all’uccisione di Seneca nella “parte seconda”: il secondo, uomo morto libero in un mare di tiranni, il primo, il tragico, l’uomo che più di ogni altro seppe rendere adatti gli stessi temi eterni e divini della tragedia greca in termini adatti ai contemporanei. Così ha fatto (o tentato di fare) Coppola.
La successione del re, il rapporto padre-figlio, il passaggio di consegne e il progressivo venir meno dall’età mitologica dell’oro, tanto sognata e spesso inseguita invano: un giorno questi temi verranno studiati guardando questi tre film.




REGIA: FRANCIS FORD COPPOLA
GENERE: Dramma, Azione
CONSIGLIATO A CHI: c’è ancora qualcuno che si è perso questi film?!? Nulla è perduto; non è mai tardi per il buon Francis.

IL PADRINO
ANNO: 1972
VOTO: 10+ (Brando eterno. Scolpito nel fuoco della memoria. Cast spettacolare. Capolavoro del genio artistico. Si sprecano analisi psicanalitiche, sociologiche, sociali, storiche...)

IL PADRINO PARTE II
ANNO: 1974
VOTO: 8 (Un vivace De Niro supera Pacino, che nella sua calcolata freddezza rimane eccelso e un po’ ghiacciato. Spettacolare confronto tra ieri e oggi, scontro e differenze generazionali)

IL PADRINO PARTE III
ANNO: 1990
VOTO: 7- (il più fiacco ma anche il più sottovalutato; sfugge al mero esercizio di stile, ma si arena in lunghezze eccessive. Però un Pacino sfavillante finalmente solo senza l’ingombrante figura di Brando o De Niro: dà il meglio e salva il film, che altrimenti scivolerebbe di un punto verso la sufficienza. Il voto va tutto a lui. Da notare i fili intrecciati dell’ultima scena a Palermo, all’Opera: i nodi - intricatissimi - della vicenda vengono tutti al pettine)

CONSIGLIATO A CHI: c’è ancora qualcuno che si è perso questi film?!? Nulla è perduto; non è mai tardi per il buon Francis.
QUANTO IL DOPPIAGGIO ITALIANO E’ MIGLIORE RISPETTO ALL’ORIGINALE (MA AVETE SENTITO CHE STUPIDAGGINI DICONO IN UN SIMIL-ITALIANO STANTIO?!?!?): 10+

martedì 20 novembre 2007

JOHNNY CASH- HURT

I brividi sulla schiena, le lacrime sulle guance, quella sensazione di non essere più qui ma in un altro universo.
Dove Johnny Cash è ancora vivo e canta ancora di tutti quelli che conosce che sono andati via.
La moglie suo primo e ultimo appoggio se ne era appena andata.
Lui la seguirà di li a breve, giusto il tempo di guardare nello scatolone dei ricordi un vecchio disco d’ oro con la cornice rotta.
Giusto il tempo di rivedersi giovane, lui l’ uomo in nero.
Un tempo padrone del mondo.
Oggi un signore anziano come tanti se non fosse per quella chitarra.
Se non fosse per quella voce.
Se non fosse per il fatto che lui è Johnny Cash e non se ne andrà mai realmente.
Se avete 4 minuti della vostra vita a disposizione caricate il video, spegnete tutte le luci della vostra stanza, eliminate ogni rumore, pigiate play, chiudete gli occhi e fatevi trasportare.
In un altro universo.



I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that's real
The needle tears a hold
The old familiar sting
Try to kill it all away
But I remember everything

[Chorus:]
What have I become
My sweetest friend
Everyone I know goes away
In the end
And you could have it all
My empire of dirt
I will let you down
I will make you hurt

I wear this crown of thorns
Upon my liar's chair
Full of broken thoughts
I cannot repair
Beneath the stains of time
The feelings disappear
You are someone else
I am still right here

[Chorus:]
What have I become
My sweetest friend
Everyone I know goes away
In the end
And you could have it all
My empire of dirt
I will let you down
I will make you hurt

If I could start again
A million miles away
I would keep myself
I would find a way

lunedì 19 novembre 2007

ORIGINAL AND REMAKE_ TRAVOLTI DAL DESTINO

-TRAVOLTI DA UN INSOLITO DESTINO NELL' AZZURRO MARE D' AGOSTO
-SWEPT AWAY- TRAVOLTI DAL DESTINO




È stata una decisione difficile.
Di fronte al mio porta dvd ieri sera ci ho pensato un quarto d’ ora prima di scegliere questo film (e quindi il più temibile remake da vedere subito dopo).
Dopo settimane di stagionatura (la prima volta che mi venne in mente di vederlo fu all’ epoca della mia prima recensione di questo blog, non a caso “Lock e Stock” di Guy Ritchie, regista del remake con la moglie Madonna) mi sono deciso.
Ho preso il dvd, l’ ho messo dentro al mio computerino e ho detto: “Basta! Ora lo vedo!”
Vibra il telefono, tempo di rispondere ad un messaggio e sono già indeciso.
Mi chiedo se ne valga la pena.
Un film italiano del 1974 di Lina Wertmuller dove senza alcun dubbio ci sarà un aspetto di critica sociale (il 90% dei film dell’ epoca che conosco lo hanno, non vedo perché questo doveva fare eccezione!) e una storia strappalacrime.
“Ne sei così sicuro? Davvero poi avrai il coraggio di vederti il remake criticatissimo che passa almeno 3 volte all’ anno in tv su rete 4 o canale 5 quando hanno dei buchi nel palinsesto? Ti ricordi che una volta ne hai visti 10 minuti e sei scappato al campo sportivo a giocare da solo con la porta?”
“Si, me lo ricordo. Ma questa volta sono deciso.”
“E poi almeno l’ originale non può essere così brutto!”
Infatti.
Mi decido finalmente a premere play e via, verso nuove avventure.
Ci troviamo su una barca a vela affittata da un ricco uomo e da una ricca donna che intendono fare una bella crociera con i ricchi amici negli splendidi mari dell’ Italia del Sud (ricchi di pesce, tanto per non sbagliarsi!)
Oltre ai ricconi sulla barca sono presenti degli inservienti tra cui tale Gennarino, siciliano barbuto che non fa altro che borbottare ad ogni assurda lamentela della riccona viziata Raffaella: “E la pasta è scotta e il caffè è riscaldato e le vostre magliette puzzano” e Gennarino è sempre li li per esplodere trattenuto dal capitano che gli ricorda come siano pagati bene per quello sporco lavoro.
Ma l’ imprevisto è in agguato.
Per uno stupido capriccio la viziata Raffaella decide di andare in mare con il gommone accompagnata da Gennarino e capita che, nel bel mezzo del nulla, il gommone si fermi.
“E fai qualcosa e sei incapace e che marinaio sei? E se fossi venuta con il capitano non sarebbe successo” e Gennarino si trattiene mentre esplode la tempesta dopo giorni di vagheggiare senza meta e in men che non si dica si ritrovano sulla terraferma.
Sembra la fine di un incubo per Raffaella e invece si tratta ancora più drasticamente della fine di una vita.
Della sua vita precedente.
“Trattasi di isolotto deserto, senza nessuno” urla dalla cima di una rupe Gennarino con il suo incredibile accento siciliano ma lei no.
“E figurati se non c’è nessuno e ti pare che possa esistere un luogo senza l’ uomo e” e basta.
Perché Gennarino questa volta esplode: “Ora mi hai rotto davvero la menghia, io faccio quello che stracazzo mi pare, vaffanculo, bottana industriale, troia, zoccola, sottana, maiala, meretrice, sgualdrina, fetusa gran mignotta! Uno poverazzo deve sopportare e poi arriva un momento che se caga u cazzo o no? Ora per tia sono cazzi da cagare! Bagascia, sgualdrina, prostituta!” E via di questo passo, di insulto in insulto.
Ma come si fa a sopravvivere su un’ isola deserta? Mentre Gennarino si da da fare per costruire una rete per i pesci e cercare un riparo, Raffaella (non più tanto ricca) si lamenta, trascina i piedi, si lamenta, cammina a vuoto, si lamenta, piange e si lamenta e quando vede il compagno di naufragio mangiare un pesce cotto sul fuoco lo insulta dicendogli che bisognerebbe mandarlo in galera perché mangia da solo senza dar nulla a lei che, povera, non è riuscita a procurarsi nulla.
Ma qui non siamo più sulla barca, Gennarino è libero di dire quello che pensa finalmente: “Se c’ era una legge del genere tutti i ricchi sarebbero in galera”
La pellicola si trasforma, lo vedi nel volto di Gennarino che si incattivisce, lo vedi nel volto di Raffaella che lascia finalmente la sua arroganza dopo una notte passata all’ addiaccio per colpa di un insulto di troppo.
“Ora tu stai sotto e io sto sopra!” dichiara Gennarino.
E così è.
Dopo botte in faccia che ti senti bruciare le guance persino tu che la stai guardando sullo schermo Raffaella cede in toto e si trasforma letteralmente nella schiava di Gennarino.
Gli lava le mutande, cucina, lo serve e infine dopo essere stata quasi stuprata sulla spiaggia dopo un lungo inseguimento lo vuole.
Ma lui vuole una schiava d’ amore, non una donna che semplicemente lo ami e così via ad altri mille servigi fino alla sottomissione totale: mentre Gennarino infilza un coniglio per cuocerlo sul fuoco lei si prostra davanti a lui, gli dice di sentirsi come quel povero animale infilzato e gli bacia i piedi.
Inizia una nuova vita fatto di un amore quasi normale dove la donna deve però sottostare alle leggi dell’ uomo fino ai dubbi di Gennarino: lui vuole una prova.
Esisterebbero loro due fuori di li?
E mentre lei dice che non c’ è bisogno di pensarci, che non gliene frega più niente del mondo di fuori, lui vede una barca e riesce a richiamarne l’ attenzione.
Sono salvi, la moglie di Gennarino in porto lo abbraccia, lo bacia, lo adora ma lui non ci pensa.
Con i soldi donatigli dal marito di Raffaella le compra un anello e la aspetta al peschereccio in fondo al porto pronto a ripartire con lei.
Non arriverà mai e mentre Gennarino lancia l’ ultimo ricordo della sua avventura (un orecchino di lei) contro l’ elicottero di Raffaella in partenza si avvia mesto dietro la moglie infuriata fino a raggiungerla, come se un giorno potesse di nuovo ritornare a capo della coppia.
The End?
Già “The end” se nel 2002 Guy Richie non avesse avuto la brillante idea di farne un remake e Lina Wertmuller non avesse deciso di lasciare i diritti a Madonna per l’ammirazione nei suoi confronti.
Madonna?
Si Madonna, moglie di Guy Richie, interprete protagonista della nuova pellicola al posto della tanto odiosa quanto fantastica Mariangela Melato nei panni di Raffaella.
E Gennarino- Giancarlo Giannini con chi lo sostituiamo?
Facciamo una cosa cool!
Prendiamo il bel figlio Adriano Giannini e facciamogli fare il ruolo del padre!
Ganzissimo!
Già me lo vedo Richie tutto esaltato all’ idea del figlio di Giannini, come se fosse l’ idea più geniale di questo mondo.
Già.
Geniale.
Peccato che non ci sia nulla di geniale in questo remake.
La storia è praticamente identica a parte il finale leggermente meno amaro che vede Madonna abbandonare Giannini non per scelta sua ma per colpa del marito un po’ stronzo (ma neanche tanto alla fine è sua moglie!) ma tutto cambia.
Là dove la pellicola della Wertmuller si basava su una forte critica sociale che metteva in contrapposizione i democratici (nel senso che votavano Democrazia Cristiana) contro i comunisti la pellicola di Richie decide bene di sorvolare sull’ argomento facendo solo un leggero accenno al capitalismo.
Là dove l’ originale sceglieva di rappresentare un’ Italia spezzata in due con i milanesi ricchi e democratici (o di destra) da una parte e i siciliani poveri e comunisti dall’ altra Richie riduce l’ ambientazione italiana a stupide musichette tipicamente italiane, di quelle che senti nel classico ristorante “italiano” all’ estero, tutte mandolini e melodie (italiane! Provate piuttosto a sentirvi la splendida colonna sonora dell’ originale vincitrice di un David di Donatello a cura di Piero Piccioni).
Là dove Giancarlo Giannini era la perfetta incarnazione del siciliano che sovrastava la donna con tutta la sua forza, Adriano Giannini sembra arrancare dietro la scia del padre. Ne imita l’ accento ma non è neanche paragonabile. Ne imita la forza ma non è credibile (guardate uno schiaffo tirato da Giancarlo alla Melato e uno tirato dal figlio a Madonna, sembra una carezza in confronto!). Ne imita la bellezza e forse almeno in questo riesce (ma non tocca a me giudicare!). Ne imita la barba ed è meglio lasciar perdere perché sembra un quindicenne spelacchiato!
Là dove la Melato la volevi prendere a schiaffi per la prima ora e poi riusciva a farti pena dopo tante botte e supplicavi Giannini di smetterla con quegli schiaffi, Madonna ti viene voglia solo di urlargli “Basta! Smettila! Stop! Non sai recitare ti prego basta!”
Là dove la regia sobria della Wertmuller risultava adatta ad un film di questo tipo (non per niente se lo è anche scritto!), quella di Richie cerca sempre il colpo ad effetto anche quando non ce n’ è alcun bisogno. E così via a scene veloci in parallelo dei due protagonisti che dicono cose opposte (dovrebbe far ridere? Dimmelo tu Guy!), via a scenette nella cambusa della nave che sembra il classico sobborgo da città inglese così ben rappresentato da Richie in “Lock e Stock” (con annessi classici personaggi a la Richie!), via a inquadrature che inseguono l’ anello lanciato in aria da Giannini.
Via al niente.
Già perché Richie non è in grado.
Adriano non è in grado (per quanto sia il migliore del lotto!)
Madonna non è in grado (mamma mia se non è in grado!)
Nessuno è in grado in questo filmaccio ma allora perché rovinare una pellicola del genere?
Certo anche quella della Wertmuller aveva i suoi difetti (in primis una voglia di mostrare il proprio punto di vista politico troppo sfacciato) e metafore nascoste come un elefante potrebbe fare dietro un palo della luce ma nel complesso risultava un film più che buono.
Senza dubbio nel 2002 appariva un po’ invecchiato come film con tutti quei riferimenti alla Democrazia Cristiana e al “Partito” ma perché Richie?
Non lo si poteva lasciar in Inghilterra a dirigere le sue belle pellicole pulp- noir (perché male non sono come potete vedere dalle mie precedenti recensoni si “Lock e Stock” e “Snatch”)?
E Madonna non poteva rimanere a cantare le sue belle canzoncine (beh oddio anche qui ci sarebbe da dirne ma almeno un disco davvero bello nel pop glielo concedo.. magari un giorno lo recensirò pure!) ?
“Perchèèè? Ma soprattutto perchèèèèè?” si domandava un giorno un personaggio a “Mai dire gol”.
Me lo chiedo anch’ io.. e nel frattempo cerco di recuperare la memoria di un mitico Giannini che urla a Raffaella sull’ elicottero “Bottana industriale” !

TRAVOLTI DA UN INSOLITO DESTINO NELL’ AZZURRO MARE D’ AGOSTO
REGIA: Lina Wertmuller
ANNO: 1974
VOTO: 7/8

TRAVOLTI DAL DESTINO
REGIA: Guy Ritchie
ANNO: 2002
VOTO: 3—

GENERE: Drammatico (e di critica sociale l' originale)
CONSIGLIATI A CHI: Vuole vedere come non si fa un remake
QUANTO FA RIDERE GIANNINI CON TUTTI I SUOI BRONTOLII IN SICILIANO NELLA PRIMA PARTE DELL’ ORIGINALE: 10
QUANTO NON è IN GRADO SUO FIGLIO DI PARLARE SICILIANO: 10

domenica 18 novembre 2007

THE HEARTBREAK KID- LO SPACCACUORI



2 premesse se mi permettete:
- Mi sono rifiutato di riportare l’ orribile locandina italiana con il culo in vetrina acchiappa dodicenni
- Sotto di questa trovate la recensione dei Robinson che ho tenuto pochissimo in alto per la delusione che mi ha portato a scrivere questa recensione quindi dategli ancora un occhiata se volete.

Posso dirlo?
No?
Be lo dico lo stesso.
Che schifo!
Che cosa?
Ma questo film ovvio!
Praticamente costretto a vederlo per mancanza di altre pellicole (la scelta era tra questo, ginocchio Boldi e Beowulf) sono entrato in sala con poche speranze.
La paura di vedere l’ ennesimo film con Stiller che fa sempre le stesse facce e sempre le stesse scenette era davvero forte ma mi sono fatto coraggio insieme agli amici.
Mi son detto che così brutto non poteva essere.
Insomma sono i fratelli Farrelly e “Tutti pazzi per Mary” e sono politicamente scorretti e blablabla… basta!
E va bene: la storia è più che scontata perché si tratta della solita commedia rosa con uno che si innamora della persona sbagliata e poi capisce che la ragazza della sua vita è un'altra, ma questo ci sta… il genere vuole questo (oltre al fatto che si tratta di una sorta di remake del “Il rompicuori” quindi la colpa della storia non è tutta da imputare ai registi e sceneggiatori!)
Va bene anche che si creino equivoci di ogni tipo per cui Stiller si prende come al solito un sacco di botte e si fa un gran male fisico e morale ogni secondo… questo lo vuole il personaggio Stiller e le sceneggiature dei Farrelly.
Ammetto pure che le due ragazze (ma quanto è bella Michelle Monaghan?) e Jerry Stiller che interpreta il padre di Ben non se la cavano affatto male.
Però basta!
Ma certo la sala ride e anche a me ogni tanto la risata scappa ma su un 1 ora e 45, 45 minuti sono di silenzio angosciato e un po’ interdetto.
Ti viene l’ angoscia a vedere che fine farà quello sfigato di Stiller, se riuscirà a lasciare la moglie sbagliata per la donna della vita anche se lo sai come andrà a finire.
Ti viene l’ angoscia a rivederti magari in qualche scenetta, il marito (o il ragazzo) frustrato che si prende la colpa per ogni cosa e “si appiccica un sorriso falso sul volto per 40-50 anni fino alla morte” .
Ma soprattutto ti viene l’ angoscia per le bassezze di questo film.
In certe scene sembra di assistere all’ ennesimo film dei Vanzina: passi la scoreggia della moglie e passi anche l’ orribile ciuffetto dell’ amico di Stiller ma una che si tira giù le mutande facendola vedere a tutti e poi piscia sulla schiena di Eddie (Ben) no.
Va bene che sono andato a vedere un film dei Farrelly ma mamma mia che tristezza!
Dopo mezz’ ora io e il mio amico di fianco abbiamo cominciato a lanciarci occhiate storte ad ogni nuova terribile scenetta.
Dopo un’ ora è arrivata la frase tanto temuta: “Ma quanto manca alla fine di sta roba?”
Tanto.
Troppo.
Magari Stiller s’ è divertito ad interpretare finalmente un personaggio della sua età con tutti i suoi capelli bianchi ma qualcuno gli dica che fa sempre la stessa parte! Ma certo fa ridere la scenetta con i messicani che suonano e lui che gli dice di smetterla (anche nel trailer) però ogni volta sai già che faccia avrà quell’ uomo. Quell’ espressione un po’ frastornata con l’ occhietto mezzo abbassato e la faccia un po’ stupita. Ahah che ridere Ben. Però davvero non ne posso più!
Magari i Farrelly si sono divertiti a scrivere l’ ennesima commediuola senza sforzarsi troppo ma qualche idea un po’ originale non guasterebbe ogni tanto (se poi le 2-3 scenette migliori non finissero nel trailer sarebbe ancora meglio!) . Meno scoregge e un po’ più di intelligenza non guasta mai a nessuno.
Magari c’ è anche qualcuno che è uscito soddisfatto da questo filmetto: si è fatto le sue due buone risate su Stiller, sulla ragazza pazza, sui messicani stereotipati (che neanche i Vanzina) e su un finale col botto (una roba che neanche vi immaginate! Ma per favore!) ma io spendere 6, 50 per una cosa del genere mi girano anche un po’ se permettete!
Loro e il loro politically scorrect.
REGIA: Bobby e Peter Farrelly
ANNO: 2007
GENERE: Commedia sentimentale
VOTO: 5 (ah beh è sicuramente meglio di quello di Boldi senza averlo neanche visto e supera di pochissimo anche “2061: un anno eccezionale”.. ma non di molto lo ammetto.)
QUANTO SONO BASSI I MODI PER FAR RIDERE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole gustarsi l’ ennesima commedia romantica un po’ amara (per tanto così vi consiglio assolutamente “Ti odio ti lascio ti…” molto più fresca di questa cosa trita e ritrita!) e le solite faccette del simpatico Ben (ti prego Ben stai perdendo tutta la mia stima smettila di girare certe oscenità! Anche “Una notte al museo” era più simpatico!)

sabato 17 novembre 2007

MEET THE ROBINSONS_ I ROBINSON- UNA FAMIGLIA SPAZIALE



Eccolo finalmente.
Quando tempo fa mi lamentavo nella recensione di “Basil l’ investigatopo” che di cartoni come quelli non se ne fanno più (come i vecchi lo so!) non avevo ancora visto questa pellicola.
Per cartoni animati come un tempo intendo quei piccoli gioiellini che puntavano semplicemente a far rimanere un bambino a bocca aperta di fronte alle meraviglie di un mondo fantastico o spaventato di fronte all’ ennesimo cattivone oscuro.
Non si interessavano agli adulti, non avevano doppi sensi che solo un maggiorenne (o comunque uno che ha più di 12- 14 anni) può comprendere, non cercavano di far ridere lo spettatore con scoreggie o bassezze simili.
Erano semplicemente delle bellissime favole per bambini.
Se la Disney anche con l’ avvento della Pixar e della computer graphic ha tentato di rimanere su questa lunghezza (si veda il bellissimo “Alla ricerca di Nemo” o il padre di tutta una generazione di nuovi cartoon quale è “Toy Story” ), la Dreamworks ha puntato tutto su un innalzamento dell’ età media per la visione dei suoi cartoni animati.
Ecco così spuntare Shrek (1, 2, 3, 1000!), Shark Tale e Madagascar pieni zeppi di riferimenti cinematografici e non e battute a doppio senso che solo un adulto può comprendere.
A seguire, come in un circolo vizioso, anche la Disney per non perdere terreno ha provato a fare la stessa cosa con “Gli incredibili”.
Sia chiaro: io non ho assolutamente nulla contro i cartoni della Dreamworks che, anzi, apprezzo molto ma resta il fatto che di cartoni per bambini ne rimangono ben pochi!
L’ ultimo fenomenale “Ratatouille” della Disney ha riportato la casa del Topolino più famoso del mondo sui suoi passi facendoci notare come una storia piuttosto semplice possa ancora conquistare i cuori di tutti noi adulti seriosi troppo presi dal folle ritmo della quotidianità.
Ma prima di Ratatouille e dopo Gli Incredibili e il mezzo flop di Cars c’è stato un film.
Una pellicola nata senza la collaborazione della fidata Pixar (la terza dopo “Chiken Little” e “Uno zoo in fuga”) che non è stata oggetto del solito tremendo battage mediatico che ti fa venir voglia di non andare più al cinema per sei mesi.
I robinson- Una famiglia spaziale nasce nel 2007 e si ricollega al filone delle pellicole adatte ai bambini.
La storia è quella di un bambino abbandonato in orfanotrofio che dopo 12 anni non è stato ancora adottato da nessuna famiglia a causa della sua mania per le invenzioni (che il 90% delle volte esplodono!)
Lewis condivide la camera con il piccolo e dolce Grufolo e la sua vita è destinata a cambiare con l’ arrivo dal futuro del coetaneo (o quasi, ha un anno in più) Wilbur che dice di venire dal futuro e lo incita a non arrendersi di fronte all’ ennesima invenzione “esplosiva” e per convincerlo della sua provenienza lo porta con se sulla macchina del tempo.
Da qui in poi il film si trasforma in un enorme sogno coloratissimo: macchine volanti, persone che viaggiano attraverso tubi trasparenti, i bizzarri famigliari di Wilbur (da ricordare assolutamente nonno Bud che non si capisce se si veste al contrario o si mette la testa al rovescio) e un nemico oscuro (l’ uomo con la bombetta) che non da pace ai due ragazzini.
Tra simpatiche gag confezionate appositamente per un pubblico molto piccolo (ad eccezione del piccolo riferimento a Tom Selleck in una scena!) e un piccolo- grande colpo di scena l’ ora e mezza della pellicola scorre via abbastanza velocemente anche se la prima parte un po’ macchinosa può far temere il peggio.
Insomma non ci troviamo di fronte ad un capolavoro (quale è “Ratatouille” a mio parere) ma “I Robinson” è senza dubbio una buona pellicolina.
Un passo indietro nel senso della ripresa di uno svolgimento a la vecchia maniera che rappresenta, a mio parere, un enorme passo in avanti per riportare i bambini al cinema senza che, all’ ennesima battuta a doppio senso di Shreck, rimangano con la bocca mezza spalancata ad interrogarsi se devono ridere perché lo fa il papà o se devono starsene zitti e buoni mentre tutti gli adulti si divertono al loro posto.
REGIA: Stephen J. Anderson
ANNO: 2007
GENERE: Animazione
VOTO: 7
QUANTO SOMIGLIA LA MAESTRA PAZZA A DORIS DI “ALLA RICERCA DI NEMO”: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole tornare un po’ bambino e non pretende di assistere a chissà quale capolavoro

venerdì 16 novembre 2007

GRASS: A NATION' S BATTLE FOR LIFE


BY DEN

“ Ma volevo citarti un altro film di Schoedsack (sempre in collaborazione con Cooper), che forse conosci già; è un bellissimo documentario del 1925 "Grass: A Nation's Battle for Life" ”
Da un commento su “La pericolosa partita" di Luciano.

Sono partito da qui per la scoperta di questo documentario.
Il mio progetto di analisi (la posso chiamare così o risulta troppo altezzoso?) delle opere di Merian Cooper e di Ernest Schoedsack e dei personaggi legati in qualche modo a “King Kong” prosegue quindi.
Dopo ”Il mondo perduto” , “La Pericolosa partita” , “King Kong” e “Il figlio di King Kong” eccomi qui.
A parlare dell’ opera prima di questi due fantastici matti che sono Cooper e Schoedsack.
Siamo nel 1925 e si tratta di un documentario questa volta: “Grass- A Nation’s Battle For Life” nella versione recuperata e restaurata nel 1991 dalla Milestone Film & Video.
Ora vi chiedo: “Secondo voi sono normale?”
Molti amici in questo periodo mi credono matto, vado a recuperare film assurdi e passi “King Kong” ma quando gli vado a dire che ho visto un film muto russo di fantascienza del 1924 (Aelita) li vedo.
Mi guardano strano, come a cercare quella scintilla di pazzia che tutti i matti hanno negli occhi.
E io da buon personaggio matto di Edgar Allan Poe vi dico che non sono assolutamente matto, solo i miei sensi sono troppo sviluppati.
No.
Semplicemente non resisto alla tentazione di andare sempre indietro.
Così come ho fatto con la musica mi interessa scoprire da dove è nato quel film, quel genere, quell’ effetto e finisco poi per concentrarmi su certi personaggi come Schoedsack e Cooper di cui cerco di scoprire di tutto e di più.
È inutile che fate quella faccia!
Ve l’ ho detto che non sono pazzo!
Se non ci credete sentite qui cosa sono andato a recuperare.
Grass- A nation’s battle for life (facciamo che d’ ora in poi lo chiamo solo Grass ok?) è, come detto, un documentario.
Anzi, “Grass” è IL documentario.
Datato 1925 e posteriore solo a “Nanuk l’ eschimese” (1922) da quanto ne so io (purtroppo non sono riuscito a recuperare questa pellicola, se voi ne sapete qualcosa ditemi pure!), il documentario realizzato da Schoedsack e Cooper con la partecipazione “attoriale” di Marguerite Harrison può essere diviso in due parti fondamentali.
La prima vede la ricerca da parte dei Nostri della cosiddetta “Forgotten people”, una tribù persiana che viene raggiunta grazie all’ aiuto di alcuni locali (la partenza è fissata ad Angora, in Turchia) attraverso villaggi caratteristici, deserti infiniti con annesse tempeste di sabbia e montagne nevose attraversate con cammelli arabi.
Cooper e Schoedsack (ci viene spiegato all’ inizio che il primo ha avuto l’ idea e il secondo l’ ha attuata) mettono subito in chiaro le loro intenzioni con le divertenti immagini di presentazione: non si tratta di un documentario alla Piero Angela per intenderci (contro cui non ho nulla, anzi).
Certo siamo nel 1925, i mezzi sono diversi e blablabla ma quello che vi voglio dire è un’ altra cosa: io da un documentario del 1925 mi aspettavo un certo rigore, una certa serietà.
Niente di tutto questo.
Quei due pazzi (e poi capirete perché continuo a indicarli come folli) non si prendono per niente sul serio.
O almeno, se lo fanno, non lo fanno pesare a nessuno.
Intervallano scene maestose di attraversamenti montani a piccole battute come quella sui poliziotti arabi nel deserto: si inquadra la stazione di polizia e si spiega che qui si combattono i predoni del deserto e subito dopo la scritta ci dice che comunque si tratta di una stazione di polizia qualunque dove si fanno le cose che la polizia fa in tutto il resto del mondo.
L’ inquadratura successiva vede due poliziotti seduti a terra a giocare a uno strano gioco da tavola!
I Nostri ci mostrano con poche immagini uno stile di vita che nessuno (credo) si immagina neanche nell’ America del 1925.
Ci fanno vedere un uomo del loro gruppo che, dotato di un fucile anteguerra (di quelli che si caricano con un solo pallino e la polvere da sparo per intenderci) si nasconde dietro a una sorta di aquilone (un pezzo di stoffa romboidale) per avvicinarsi sempre più a un camoscio sulla cima di un dirupo per poi sparagli.
Schoedsack e Cooper sembrano quasi scusarsi con gli spettatori quando ci dicono che quell’ uccisione non è per sport (in qualche modo criticano la nostra società) ma per sopravvivere.
Ma la parte davvero interessante deve ancora venire.
Dopo 20 minuti circa i nostri riescono finalmente a raggiungere il popolo dimenticato e mentre ci spiegano come sia possibile ritornare alle nostre origini proseguendo verso Est come se si stesse sfogliano un libro al contrario partendo dall’ ultimo capitolo (la nostra società), la seconda parte ha inizio.
La seconda parte mette in scena il viaggio di 48 giorni effettuato dai nostri insieme alla tribù dei Baktyari (ma questo nome ci viene svelato solo alla fine).
Dapprima ci vengono presentati i componenti della tribù durante la loro vita quotidiana: si tratta di una popolazione nomade che vive ancora grazie alla caccia e agli allevamenti di mucche, cavalli, capre, pecore e chi più ne ha più ne metta.
Il capo è Haidar Khan mentre suo figlio Lufta rappresenta in sostanza il suo aiuto e il suo diretto successore.
L’ addio al pascolo che ha ormai esaurito le sue risorse è praticamente immediato (avviene la mattina successiva all’ arrivo di Cooper e Schoedsack) e se ci si è stupiti vedendo cosa hanno dovuto affrontare i nostri per raggiungere la gente dimenticata, ora ci sarà da spaventarsi.
Ore di cammino portano al primo dei tre grandi ostacoli che i nostri dovranno superare per raggiungere le fertili terre dell’ Iran.
Il fiume Karun.
Un corso d’ acqua molto largo e profondo e dalle forti correnti.
“Il rumore di 50000 esseri viventi in movimento” ci avvertono Schoedsack e Cooper e vediamo arrivare una marea nera sulle sponde del fiume.
Senza barche, canotti o qualsiasi cosa vi possa venire in mente utile ad attraversare un fiume vediamo queste persone costruire con le pelli di capra delle zattere per portare gli animali sulla sponda opposta.
Ma se questo può sembrare quasi possibile, quello che viene dopo è tanto reale quanto spaventoso : migliaia di persone si gettano nel fiume dalle acque gelate e a nuoto contro corrente trasportando pecore e capre sulle spalle, con bambini legati in vita con cibarie in mano lottano fino al raggiungimento della meta prestabilita.
15-20 minuti di pellicola sono utilizzati per raccontarci del maestoso attraversamento e proprio mentre sei li che tiri il fiato per loro dopo aver visto centinaia di persona trasportate dalla corrente per centinaia di metri stai già osservando una montagna dalle pareti quasi lisce e li vedi rimettersi capretti in spalla, li vedi spingere a mano i cavalli, li vedi prendere i tori per le corna per farli salire e pensi che finalmente dietro la cima vedranno la loro terra promessa.
Niente di tutto questo.
Il viaggio prosegue senza soste e ci troviamo all’ ultimo immenso ostacolo, “Il nemico più grande”: il monte Zardeh Kuh, 12000 piedi di neve e ghiaccio.
E mentre pensi che ora si girano e tornano indietro perché nessuna popolazione di 50000 esseri umani e mezzo milione di animali può attraversare un luogo del genere li vedi togliersi le scarpe (delle semplici fasciature di tela) e incamminarsi sulla neve.
Scalzi.
Provi freddo persino tu a vederli li e quando poi noti che hanno delle piccole vanghe in mano ti chiedi cosa vogliano farci.
Scavano.
I primi del gruppo scavano un passaggio a zig zag che tutta la tribù seguirà.
50000 persone che salgono una montagna ghiacciata e la discendono come se fosse la cosa più normale del mondo.
Le terre promesse li aspettano e tu pensi a quei due pazzi di Cooper e Schoedsack.
Te li immagini con le loro telecamere abnormi (siamo nel 1925 non dimentichiamolo) ad attraversare il fiume ghiacciato, a salire le ripide pareti della montagna, ad attraversare chilometri di neve.
Te li immagini mentre salgono sul punto più alto per filmare i 50000 esseri viventi che si muovono, te li immagini mentre discutono sul dove posizionare la telecamera per dare quell’ idea di grandezza, maestosità ed epicità che contraddistingue un viaggio quanto mai straordinario.
Te li immagini in sala montaggio mentre aggiungono le parole alle loro riprese.
Quei “beeeee, beeeee, beee” che ci sbattono sul muso inquadrando una pecora legata che attraversa il Karun.
Quel “Brrrrr” tremolante che accompagna la prima visione degli uomini scalzi sulla neve.
Te li immagini mentre 8 anni dopo pensano e realizzano "King Kong" e pensi che dopotutto nel 1933 non si sforzarono poi molto in confronto al lontano 1925, pensi a Fay Wray e ti viene in mente Marguerite Harrison, pensi alle popolazioni indigene dell’ isola di Kong e ti viene in mente la tribù dei Baktyari, pensi alla montagna in cui Kong porta la sua bella e ti viene in mente Zardeh Kuh
Va bene io sarò pazzo se volete, ma Schoedsack e Cooper sono da manicomio!

((Un grazie particolare a Luciano che mi ha fatto scoprire una perla che mi stavo per perdere)

REGIA: Ernest Schoedsack, Merian Cooper
ANNO: 1925
GENERE: documentario
VOTO: 10 (e non è un 10 regalato credetemi)
QUANTO DOVEVANO ESSERE FOLLI ALL’ EPOCA SCHOEDSACK E COOPER PER AVERE UN’ IDEA DEL GENERE: 10
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedere un documentario davvero favoloso in tutti i sensi possibili

mercoledì 14 novembre 2007

ELIZABETH- THE GOLDEN AGE


BY LEO

Tanto per cominciare in quarta, lo spettatore dietro di me, durante la visione del film in sala, russava della grossa.
Tanto per continuare in salita, all’uscita, nessuno dei partecipanti ha osato dire nulla sulla riuscita di questa pellicola.
Perché sinceramente è un film veramente brutto, esempio per l’esercizio di stile nel riconoscere i film pessimi a naso, memorandum per le volte a venire. Prego che il regista vada immantinente in pensione, perché tediare ed abusare dell’intelligenza della gente in questo campo deve essere da oggi considerato alla stregua dei reati contro l’umanità (ritengo essere peggiore della “cura Ludovico”).
Inghilterra, 1558. La regina Elisabetta (un’eterea Cate Blanchett) deve affrontare il problema del numero ancora alto di cattolici nel paese, da poco entrato a far parte del protestantesimo. Questo perché i lealisti cattolici sostengono Maria Stuart (o Stuarda), detenuta in Scozia dalla regina inglese, e potrebbero fioccare attentati contro la regale persona di Sua Maestà Elisabetta I.
Essenzialmente più che un problema religioso si tratta di solita routine politica europea.
Ma il regista ce lo presenta come uno scontro di religione pazzesco e di dimensioni pan-globali, senza che vengano spiegate le differenza tra anglicani protestanti e cattolici (ma forse perché il protestantesimo anglosassone ancora differisce non troppo dal cattolicesimo, ricevendo difatti la sua forma attuale solo nel XVII secolo...).
All’uccisione della Stuart, insorge Filippo II re di Spagna, il figlio di Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, detentore di un regno che si estendeva fino al Nuovo Mondo, dalla Borgogna alle Fiandre, dalle terre austriache alla Spagna.
Peccato che il figlio di cotanto padre, ch’ebbe in regno la penisola iberica e i territori del Nuovo Mondo ispanico, venga liquidato in un paio di sequenze come un mezzo imbecille, dedito più alla monomania religiosa, paranoide del cattolicesimo più oltranzista, nonché politicamente miope, che alla salute del regno.
Ricordiamo che la Spagna era lo stato più potente dell’epoca: allora, il primo dubbio mi sfiora...ma che Bignami ha consultato il regista??
Ma perché ho studiato anni di Storia all’università per beccarmi queste immonde schifezze al cinema??
Comunque, essendo il film cominciato da relativamente poco, vado avanti spavaldo, ridendo in faccia ai primi pedissequi dubbi storici.
Ma quando inizia una storiella d’amore ridicolmente tratteggiata tra Sir Walter Raleigh (colui che portò il tabacco in Europa, ricordato persino in “The Continuing Story Of Bungalow Bill” dei Beatles, del 1968, “...and of course Sir Walter Raleigh he was such a stupid git...”), con una Elisabetta I paranoide nei confronti del sesso tanto quanto Filippo lo è nei confronti della religione, la quale punisce gelosa la protetta per essere rimasta incinta del prode Raleigh (interpretato da un piattissimo Clive “King Arthur” Owen), beh, gli occhi mi cadono in bocca, e il sonno devastato dalla noia mi appesantisce le membra.
La recitazione è vergognosa: al confronto, i cartoni animati della Russia sovietica erano da Oscar.
Ho ancora un tiepido sussulto prima della morte cerebrale: dopo quasi due orette, gli ambasciatori avvertono che Filippo II prepara l’invasione dell’Inghilterra, a causa dell’uccisione della cattolica Maria (ma perché nei film storici gli ambasciatori gironzolano sempre liberi per palazzi e castelli e, quando dopo aver tramato alle spalle dei re, PER CASO incontrano per i corridoi le Altezze Reali, non fanno altro che lanciare insulti e gridare “alla guerra!”??? Qualcuno dica ai registi che questa è la politica di oggi, ma che fin dall’epoca dei Greci e dei Romani, la diplomazia era regolata da codici e costituzioni...).
Che i Cattolici siano interpretati da attori brutti, che appaiono più brutti dei Protestanti, stupidi, beceri, ottusi, ignoranti, totalitaristi, terroristi e anche un po’ stronzi, non mi va.
Per una semplice ragione: non era così. Ma su questo torneremo tra poco.
Per ora concludo dicendo che c’è ancora tempo perché si svolga una battaglia tra le veloci navi corsare inglesi e l’enorme Invencible Armada degli Spagnoli (non vi dico come finisce, tanto è in tutti i libri e i sussidiari di Storia, descritta meglio del film!), un appello insignificante e insipido di Elisabetta I al popolo inglese, in blando stile Giovanna d’Arco, un monito finale di quest’ ultima agli spettatori, tipo Papa: “Sono la Regina Vergine. Sono la vostra Regina. Che Iddio mi aiuti a sostenere questa enorme libertà”.
Fine.
Per sfortuna, non così presto come avrei desiderato.
La mia noia non è mai stata così felice e non vede l’ora di rivederlo in dvd, aspettando con ansia le prossime esaltanti uscite del regista.
Ora, il regista è indiano.
Venne declamato al tempo dell’uscita al festival di Roma come un buon esempio di integrazione globale, e poi fa molto gossip e inutile/stupido servizio da Italia1, il regista indiano che si cimenta bene con la storia europea.
Mi venne un dubbio: ma cosa sapranno della storia europea i giornalisti del suddetto canale televisivo? (Nulla, ovvio). E cosa saprà mai combinare un regista così con questo soggetto? (Nulla, ovvio).
Bene. Le mie previsioni erano corrette.
La banalità del film si staglia ampia come un gonfalone spagnolo al largo delle coste inglesi.
Scene ridicole che appaiono stupidamente lunghe. Una scena in cui il bagno della regina, con lei a mollo nella tinozza, pare essere più un bagno nobile del Bengala che una stanza regale con arredo inglese del XVI secolo.
Un’atmosfera da Bolliwood che assolutamente risalta e risulta fuori luogo.
Scene che paiono strappate a forza dalla BhagavadGita che da un libro di storia redatto nell’Inghilterra d’allora.
Insomma, c’è un vivo senso di anacronismo storico. Come se il regista abbia trasposto -malamente e a casaccio- temi ed immagini da una sensibilità indiana. Esempio: una nave incendiaria inglese viene lanciata a forza contro un galeone spagnolo. Questo prende fuoco, devastato dalle fiamme. Un cavallo bianco scalcia. Il cavallo salta fuori dalla barca in una scena al rallentatore, con tanto di magna musica e tamburi d’orchestra. Lo rivediamo una decina di minuti dopo, mentre infuria la battaglia, nuotare felice verso le coste inglese...MA CHE COSA MI RAPPRESENTA QUESTA SCENA, PIAZZATA Lì SENZA CAPO Né CODA?!?!?!?
Questo è un tipico esempio di ciò che dicevo prima, cioè di stilemi culturali altri incollati senza spiegazione nel film in questione.
Vorrei conoscere i consulenti storici del film, per condannarli a vedere musical in lingua hindi per il resto della loro vita (contro i quali non ho nulla da dire, sia chiaro). Se questo è un esempio del cinema d’integrazione globale, tra le culture del mondo, beh, è evidente che questo obiettivo è fallito miseramente, e che è meglio evitare i film girati secondo queste prospettive.
Ultima questione: la guerra di religione. I cattolici sono dipinti come fanatici, le frasi nel film secondo cui “sulle navi spagnole arriverà l’Inquisizione!”, “Non ci sarà più libertà, quando arriveranno gli Spagnoli!!”, e spauracchi agitati senza senso farciscono la visione dell’inutile e pretenzioso film.
Mancava solo “Mangia la minestra, altrimenti arriva l’Uomo Nero che ti prende e ti porta via lontano!”
Credo di aver capito il punto di vista (malato!) del regista: ha trasposto fedelmente l’arrivo, nel XVII secolo, della dinastia Moghul in India, di religione musulmana, dando vita all’India che conosciamo oggi, alla creazione della quale contribuì pure l’Inghilterra dell’800: puritana, sessualmente bloccata, tradizionale e arroccata sulla difesa delle proprie tradizioni più conservatrici. Insomma, soffocando la sperimentata libertà di pensiero e sessuale/morale che vigevano da tempo immemore nel subcontinete indiano, di religione hindu (e ci sarebbe molto da dire a livello di decostruzionismo per tutta l’immagine assolutamente falsata ed edulcorata che l’Occidente ha della vita in India, glorificata come esempio di libertà. Ma tanto basti per ora).
Peccato che qui non c’entri ASSOLUTAMENTE NULLA. Peccato che qui si tratti dell’Europa del XVI secolo. Peccato che la Spagna di Filippo II non fosse così scellerata. Peccato che i Protestanti non fossero così lungimiranti ed esenti da ogni macchia, anzi. Tutt’altro. Ma non sprecherò altre parole per descrivere e correggere il film.
Non vi dirò cose del tipo “Ma perché in questo dannato film in costume i luoghi e le chiese dove hanno girato le scene sembrano antichi di 3/4 secoli, quando all’epoca dovevano essere nuovi, e ben curati? Perché in una scena si vede addirittura la grata metallica di scolo (moderna) all’interno di una chiesa?? Ma perchè un dizionario del cinema notissimo (no stavolta non è il Morandini!) ha ignobilmente dato 1 pallino e 1/2 ad “Alexander” di Oliver Stone, un voto pari ad “Alien vs. Predator, e il secondo ne esce meglio del primo?????????????????????????? (No, Deneil, stai calmo! Mantieni la calma!) etc...etc...etc...
Se volete sprecare alcune ore della vostra vita invano, andate a vedere i Vanzina. Almeno non hanno pretese e sono più onesti (No, non scherzo).
Ah, c’è anche Geoffrey Rush, forse il migliore del lotto, nel ruolo di Sir Francis Walsingham; ma in costume è senz’altro meglio come Barbossa di “Pirati dei Carabi”. E questa la dice lunga.
Se siete interessati alla vicenda, guardatevi “Il favorito della grande regina” del 1955, con Bette Davis, è di gran lunga più corretto di questo giocattolone circense.
P.S.1: Non posso esimermi dal far notare che quando Sir Raleigh entrò a corte Elisabetta aveva circa una sessantina d’anni...ma evidentemente la giornalista che parlò così bene del film non sapeva fare i conti senza la calcolatrice... Ma che fine ha fatto la flotta fiamminga del Duca di Parma, al servizio di Filippo II??!? Beh, non pretendiamo troppo da questo filmetto.
P.S.2: “Alexander”è uno dei migliori film storici in assoluto, e certamente la migliore ricostruzione della vita di Alessandro Magno. Non per altro il regista (O. Stone) s’è avvalso di Robin Lane Fox, autore della migliore monografia su Alessandro il Grande mai uscita (edita in Italia da Einaudi). Ma tornerò in seguito sulla questione, con una scheda apposita.
Per ora torno ai cartoni animati di “Ghost In the Shell” (questo sì un capolavoro di integrazione culturale tra Oriente ed Occidente, tra filosofia, azione, alchimia, e tecnologia), per consolarmi di quest’ ”americanata” (leggi: stupidaggine angusta ed inutilmente becera) di “Elizabeth. The Golden Age”. Quale fosse l’età dell’oro, in un film così brutto, ancora non l’ho capito.
P.S.3: Se volete dare un’occhiata agli errori del film di Kapur, leggete un libro di Storia moderna, uno qualunque, purchè recente, vedrete con i vostri occhi le castronerie demenziali del film...fosse almeno recitato bene...In ogni caso c’è sempre Wikipedia. Fate una scheda excel con i 10-15 punti principali della Storia d’Inghilterra dell’epoca. Organizzate poi visioni a premi del film in questione. Invitate a casa gli amici dopo cena e cercateli tutti: chi ne trova di più vince una retrospettiva completa del regista. Con il commento entusiasta di mio e di Deneil (spero come sottotitoli del film, in tempo reale!)
P.S.4: L’ultima nota, lo giuro...Sembra che lo stesso regista, non pago dello scempio perpetrato ai danni dei poveri avventori di cinema, stia lavorando alla Trilogia della Fondazione di Asimov (NOOOOOOOOOOOOOOO! Sarà una porcheria! Qualcuno lo fermi!) e al terzo capitolo della vita di Elisabetta I d’Inghilterra, dopo il primo capitolo del 1998 (altro polpettone zeppo di magagne ed errori, appena migliore, va comunque detto, di quest’ultimo) e quest’ultimo indegno episodio (altro polpettone zeppo di magagne ed errori, appena migliore, va comunque detto, di quest’ultimo).

REGIA: SHEKHAR KAPUR
ANNO: 2007
GENERE: Storia, dramma, amore (mah)
VOTO: 2--
CONSIGLIATO A CHI: soffre d’insonnia. Ricetta consigliatami dall’ignaro spettatore russante dietro di me: una cena bella pesante, niente tè e caffè, una bella tazzona di camomilla, e il film di Kapur. Risultato garantito.
QUANTO E’ BRAVO CLIVE OWEN A RECITARE TUTTE LE EMOZIONI DEL FILM CON LA STESSA FACCIA IMBELLE: 10++