Dev’essere una particolarità tutta degli anni ’90 quella di generare remake incredibilmente inutili di capolavori degli anni 60.
Non tanto brutti, inguardabili, osceni e senza rispetto per l’originale.
Solo e semplicemente inutili.
Cominciamo da lontano: qualche anno fa un gruppo parecchio famoso, il cui leader se ne andava in giro bullandosi del suo cappellino rosso girato al contrario e dei suoi pantaloni a tre quarti, pensò bene di realizzare una cover di un vecchio pezzo degli Who.
Era alla fine dei suoi anni d’oro, siamo d’accordo.
Il tipo col cappellino rosso, superati ormai i 30 anni, pensò a lungo ad un metodo per liberarsi di quell’immagine da teenager numetallaro troppo cresciuto e comprese che l’unica alternativa alla trasformazione in vecchio emogay (linkin pork docet) era la composizione di un ballatone strappamutande da fattone grunge.
Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, in questo caso quello dell'ispirazione: tale Fred non teneva conto che la sua (se mai ne avesse avuta una) era andata a farsi fottere a forza di motherfu%&er e sh%&t e c%&k e blablablafu%&er vari.
Pensò bene a quella cover quindi, Behind Blue Eyes degli Who.
Fosse stata una canzone sua, nessuno avrebbe avuto nulla da dire sulla riuscita del pezzo, ma di rifacimento si trattò e quindi di confronto si dovette parlare per forza di cose.
Cos’era e cos’è la Behind Blue Eyes dei Limp Bizkit rispetto all’originale degli Who, se non una versione acustica e tranciata di netto sul finale strumentale elettrico, rispetto all’originale?
Niente di più e, anzi, molto di meno.
È una versione scialba e senza mordente di una song (quanto fa gggiovane dirlo) che puntava a essere sicuramente molto più di una semplice ballata, proprio grazie a quel finale volutamente fuori posto.
È, in sostanza, una cover inutile.
Ora prendete tutta quest’immensa introduzione e mettete come termini di paragone l’originale Notte dei morti viventi di Romero e il remake di Tom Savini oppure, se il gioco vi diverte, l’originale Psycho e quello di Gus Van Sant.
Non voglio stare a ripetere nuovamente ciò che dissi per Psycho nella sua recensione e quel che ho appena scritto qui sopra per Behind Blue Eyes.
Semplicemente il film di Tom Savini è una pellicola totalmente inutile.
Si può discutere a lungo sulla pessima qualità degli attori rispetto all’originale, ma quel che più salta agli occhi è semplicemente la futilità di questo remake.
Savini non è Romero così come Van Sant non è Hitchcock, dovrebbe bastare questo.
Ma il mondo vuole delle spiegazioni per tali ignobili operazioni e si finisce così con lo spacciare come omaggi delle scopiazzature riuscite male, riproduzioni sbiadite di capolavori che sono tali per un amalgama di elementi difficile, se non impossibile, da ricreare.
Ha voglia il nuovo regista di indurire il carattere della protagonista, di cambiare di una virgola il finale e di anticipare quella presa di coscienza degli zombie che in Romero avverrà (rispetto all’originale “Notte dei morti viventi” ed era già avvenuta nel 1990) solo con “Zombi” e “Il giorno dei morti viventi”, ma il risultato non cambia.
I colori tolgono fascino alla storia originale, gli attori di pessimo livello certamente non aiutano e pensarla come una pellicola fortemente voluta da Romero per recuperare qualche soldo dalla perdita dei diritti dell’originale “Notte dei morti viventi” fa venire anche un po’ di tristezza, a dirla tutta.
Film inutile non come la maggior parte dei remake, ma come solo questi “omaggi” sanno fare, e che di certo non da lustro a quei vecchi morti che camminano Romeriani che già nel 1990 non impressionavano più di tanto: lenti, goffi e in più di un’occasione ridicoli (a chi protesta: “Ma ormai lo scopo di Romero non è più spaventare ma solo criticare attraverso queste figure”, dico semplicemente che nei primi due film della saga è già detto tutto).
Se già con “Il giorno dei morti viventi” il regista degli zombies aveva perso una buona occasione per smetterla con i suoi living dead, con questo remake, di cui si fa produttore e cosceneggiatore, non fa altro che cadere più in basso.
Passerà più di un decennio per rivedere Romero direttamente all’opera con le sue amate creature ciondolanti ne “La terra dei morti viventi”, un’ idea senza dubbio migliore ma realizzata, forse, nel peggiore dei modi.
È il caso di dire: “Lasciateli riposare in pace”?
GENERE: horror
ANNO: 1990
REGIA: Tom Savini
UNA PAROLA: Inutile e brutto
VOTO: 3,5
Recensioni semiserie di ogni tipo: cinema, telefilm, libri, musica e tutto quel che mi passa per le mani
venerdì 26 marzo 2010
lunedì 15 marzo 2010
LA DOLCE VITA
A 24 anni vedo per la prima un film di Fellini e.
Mi vergogno.
Mi rendo conto di quanto sono indietro.
Mi prostro di fronte alla sua grandezza.
Mi rendo conto che non avrei nemmeno il diritto di scrivere queste due righe per quanto sono ignorante in materia.
Ma.
Mi piace l’idea di scrivere qualcosa su un Fellini che poco conosco, se non per qualche storiella sentita in qualche documentario sulla Rai.
Nessuna base su cui poggiare, nessuna conoscenza di stilemi vari ed eventuali del regista o dello sceneggiatore che ti fanno digerire un film per vie traverse, senza nemmeno volerlo.
Molto probabilmente un giorno, con maggior competenza in materia, mi stupirò delle castronerie che seguono ma, ora come ora, al massimo, sarete voi a stupirvi e insultarmi.
Suggerimento.
Sicuramente di fronte a film così grandi ognuno ha una propria visione dettata dalle proprie esperienze e dalle sue convinzioni.
Completamento.
E molto probabilmente ciò accade perché in tali opere sono contenuti più temi di quanti una persona sia disposta in un primo momento a percepire, senza tenere conto di visioni forzate che si allargano a macchia d’olio con il passare del tempo e l’accumularsi di conoscenze sullo specifico autore.
Via.
Senza dover stare a raccontare per filo e per segno ma nemmeno per solo filo la trama di “Una dolce vita” che ognuno può trovare sul sito che più gli aggrada, voglio concentrarmi su quello che mi ha trasmesso.
Una critica alla società, dura ma soprattutto profonda, come in pochi o forse nessun film mi è capitato di vedere.
Una critica di quella spettacolarizzazione lucrosa del nulla e del marcio che oggi regna incontrastata su tutto.
Quella che fa dei bambini visionari un evento mediatico di immensa portata, dove ognuno (padre, madre, zio, conoscente) interpreta il suo ruolo volente (“Quelli so’ i miei nipoti”) o nolente (“Si metta così, guardi di là”) solo per la gioia dei paparazzi (così chiamati da "La dolce vita" in poi persino da Lady Gaga) urlanti, scomposti e violenti e quindi della massa (urlante, scomposta e violenta).
Una spettacolarizzazione che butta nello stesso calderone attrici dalle forme prorompenti e dalla gioia di vivere incontenibile (se non con la violenza), a omicidi-suicidi tragici di personaggi illustri.
Una spettacolarizzazione così eccessiva, e in cui sguazza per comodità Marcello, che porta lo stesso a diventare, infine, oggetto di spettacolo triste e decadente in mezzo a povere piume lanciate dall’interno di un cuscino per l’uscita di scena.
E niente può salvarsi da una società così forte da trascinarsi in basso con le proprie mani.
Non importa che tu sia una diva del cinema al tuo massimo splendore, uno scrittore realizzato che vive "nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita" o un giornalista casanova che affascina e fa innamorare perdutamente.
È cemento fresco la società tutta.
E una volta dentro i piedi, il cemento si asciuga sopra ad un oceano senza fondo.
E si comincia a sprofondare sempre più giù, tanto più giù quanto più i piedi sono entrati a fondo in quel cemento fresco, fino al punto in cui non si vede più nulla.
Aristocratici tanto in basso da non riconoscersi più come tali, che non sanno dove dirigersi, dove sbattere la testa per riaccendere anche solo un piccolo lume che li guidi verso qualcosa o perlomeno li faccia divertire in quel nulla buio.
Il nulla.
Quello in cui Marcello, seguendo le orme del padre esperto di champagne e di donne ben prima di lui, entra con tutto se stesso al termine di un percorso inevitabile.
Dal Nord al centro del mondo.
Dallo scrittore in erba al paparazzo.
Dal paparazzo al centro del mondo al giornalista PER chi quel mondo lo dovrebbe guardare dall’alto e invece finisce per esserne completamente sommerso.
Esseri umani così sordi all’affetto vero di un'altra persona da baciarne una seconda mentre la prima dichiara il proprio amore, eppure incapaci di rinunciare alla prima abbandonandola e ritornandola a prendere continuamente su una strada in mezzo al niente in cui avrebbero paura di perdersi senza di questa.
Esseri umani che un tempo, quando erano bimbi, prendevano in giro tutti rincorrendo ridenti una visione della Madonna e salutavano con gioia quel signore una volta seduto alla sua macchina da scrivere e oggi arenato su una spiaggia come una manta ormai morta ma che insiste a rimanere con gli occhi aperti e a guardare.
REGIA: Federico fellini
GENERE: Commedia
ANNO: 1960
UNA PAROLA: Profondo
VOTO: 10
Mi vergogno.
Mi rendo conto di quanto sono indietro.
Mi prostro di fronte alla sua grandezza.
Mi rendo conto che non avrei nemmeno il diritto di scrivere queste due righe per quanto sono ignorante in materia.
Ma.
Mi piace l’idea di scrivere qualcosa su un Fellini che poco conosco, se non per qualche storiella sentita in qualche documentario sulla Rai.
Nessuna base su cui poggiare, nessuna conoscenza di stilemi vari ed eventuali del regista o dello sceneggiatore che ti fanno digerire un film per vie traverse, senza nemmeno volerlo.
Molto probabilmente un giorno, con maggior competenza in materia, mi stupirò delle castronerie che seguono ma, ora come ora, al massimo, sarete voi a stupirvi e insultarmi.
Suggerimento.
Sicuramente di fronte a film così grandi ognuno ha una propria visione dettata dalle proprie esperienze e dalle sue convinzioni.
Completamento.
E molto probabilmente ciò accade perché in tali opere sono contenuti più temi di quanti una persona sia disposta in un primo momento a percepire, senza tenere conto di visioni forzate che si allargano a macchia d’olio con il passare del tempo e l’accumularsi di conoscenze sullo specifico autore.
Via.
Senza dover stare a raccontare per filo e per segno ma nemmeno per solo filo la trama di “Una dolce vita” che ognuno può trovare sul sito che più gli aggrada, voglio concentrarmi su quello che mi ha trasmesso.
Una critica alla società, dura ma soprattutto profonda, come in pochi o forse nessun film mi è capitato di vedere.
Una critica di quella spettacolarizzazione lucrosa del nulla e del marcio che oggi regna incontrastata su tutto.
Quella che fa dei bambini visionari un evento mediatico di immensa portata, dove ognuno (padre, madre, zio, conoscente) interpreta il suo ruolo volente (“Quelli so’ i miei nipoti”) o nolente (“Si metta così, guardi di là”) solo per la gioia dei paparazzi (così chiamati da "La dolce vita" in poi persino da Lady Gaga) urlanti, scomposti e violenti e quindi della massa (urlante, scomposta e violenta).
Una spettacolarizzazione che butta nello stesso calderone attrici dalle forme prorompenti e dalla gioia di vivere incontenibile (se non con la violenza), a omicidi-suicidi tragici di personaggi illustri.
Una spettacolarizzazione così eccessiva, e in cui sguazza per comodità Marcello, che porta lo stesso a diventare, infine, oggetto di spettacolo triste e decadente in mezzo a povere piume lanciate dall’interno di un cuscino per l’uscita di scena.
E niente può salvarsi da una società così forte da trascinarsi in basso con le proprie mani.
Non importa che tu sia una diva del cinema al tuo massimo splendore, uno scrittore realizzato che vive "nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita" o un giornalista casanova che affascina e fa innamorare perdutamente.
È cemento fresco la società tutta.
E una volta dentro i piedi, il cemento si asciuga sopra ad un oceano senza fondo.
E si comincia a sprofondare sempre più giù, tanto più giù quanto più i piedi sono entrati a fondo in quel cemento fresco, fino al punto in cui non si vede più nulla.
Aristocratici tanto in basso da non riconoscersi più come tali, che non sanno dove dirigersi, dove sbattere la testa per riaccendere anche solo un piccolo lume che li guidi verso qualcosa o perlomeno li faccia divertire in quel nulla buio.
Il nulla.
Quello in cui Marcello, seguendo le orme del padre esperto di champagne e di donne ben prima di lui, entra con tutto se stesso al termine di un percorso inevitabile.
Dal Nord al centro del mondo.
Dallo scrittore in erba al paparazzo.
Dal paparazzo al centro del mondo al giornalista PER chi quel mondo lo dovrebbe guardare dall’alto e invece finisce per esserne completamente sommerso.
Esseri umani così sordi all’affetto vero di un'altra persona da baciarne una seconda mentre la prima dichiara il proprio amore, eppure incapaci di rinunciare alla prima abbandonandola e ritornandola a prendere continuamente su una strada in mezzo al niente in cui avrebbero paura di perdersi senza di questa.
Esseri umani che un tempo, quando erano bimbi, prendevano in giro tutti rincorrendo ridenti una visione della Madonna e salutavano con gioia quel signore una volta seduto alla sua macchina da scrivere e oggi arenato su una spiaggia come una manta ormai morta ma che insiste a rimanere con gli occhi aperti e a guardare.
REGIA: Federico fellini
GENERE: Commedia
ANNO: 1960
UNA PAROLA: Profondo
VOTO: 10
venerdì 5 marzo 2010
UN ANNO DI VISIONI: 2008- QUINTA PARTE
Un mese di pausa per i maledettissimi ultimi esami e si riprende...
Maledettissimi anticipa il libro appena letto e nelle prossime settimane recensito.
21. Step Up 2- The street_ Step Up2- La strada per il successo
Ehm…si…dunque…c’è questa ragazza a cui piace ballare.
E indovinate?
Realizzerà il suo sogno!
Tra mille difficoltà e imprevisti improbabili vari ma ce la farà.
Scaricatevi l’ultima scena di ballo e lasciate perdere tutto il resto.
Sono sicuro che anche il regista ha fatto così.
REGIA: John Chu
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: Ballo!
CONSIGLIATO: ehm…
VOTO: 5-
22. L'altra donna del Re
Se volete vedere la Johansson con lo sguardo da maialino intorpidito, la Portman corrucciata e i muscoli di Eric Bana su una storiella tutto sommato apprezzabile bene.
Se invece cercate la vera storia di Enrico VIII compratevi pure una biografia e attendete che la smettano di girare “Troy” e company.
REGIA: Justin Chadwick
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: Storico?
CONSIGLIATO: ni.
VOTO: 6
23. The Darjeeling Limited- Il treno per il Darjeeling
Altro film, altra non recensione.
Si può scrivere di un film così colorato e surrealmente folle?
Wes Anderson ti lascia ancora una volta con la bocca semiaperta a fine pellicola mentre ti chiedi se sei tu che non lo capisci e se è lui che non vuole farsi capire.
È tutto eccessivo e stralunato eppure non così divertente come uno pensa possa esserlo.
O forse si?
Colonna sonora stupenda.
REGIA: Wes Anderson
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: stralunato.
CONSIGLIATO: si
VOTO: 7-
24. Saw IV
Già al terzo capitolo con maiali marci squartati sopra la testa di protagonisti senza nessun senso di esistere ci si chiedeva a cos’altro bisognava assistere per vomitare finalmente quei due popcorn che riuscivi a mandare giù prima di maciullamenti vari.
La risposta sta in questo quarto merdaviglioso capitolo.
Quel che più schifa non è nemmeno più il sangue, le budella, le teste che esplodono o chissà che altro.
Semplicemente pensi che nessun essere umano dotato di intelligenza avrebbe potuto scrivere una così immane cazzata.
E invece qualcuno c’è riuscito.
Mi dirigo verso il bagno.
REGIA: Darren Lynn Bousman
VISIONE: dvd
UNA PAROLA: orrore (non horror).
CONSIGLIATO: no
VOTO: 2
25. Notte brava a Las Vegas
Simpatica commedia non romantica con finalino straannunciato.
La differenza la fa il divertimento in mezzo.
REGIA: Tom vaughan
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: caciarona.
CONSIGLIATO: perché no?
VOTO: 6,5
Maledettissimi anticipa il libro appena letto e nelle prossime settimane recensito.
21. Step Up 2- The street_ Step Up2- La strada per il successo
Ehm…si…dunque…c’è questa ragazza a cui piace ballare.
E indovinate?
Realizzerà il suo sogno!
Tra mille difficoltà e imprevisti improbabili vari ma ce la farà.
Scaricatevi l’ultima scena di ballo e lasciate perdere tutto il resto.
Sono sicuro che anche il regista ha fatto così.
REGIA: John Chu
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: Ballo!
CONSIGLIATO: ehm…
VOTO: 5-
22. L'altra donna del Re
Se volete vedere la Johansson con lo sguardo da maialino intorpidito, la Portman corrucciata e i muscoli di Eric Bana su una storiella tutto sommato apprezzabile bene.
Se invece cercate la vera storia di Enrico VIII compratevi pure una biografia e attendete che la smettano di girare “Troy” e company.
REGIA: Justin Chadwick
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: Storico?
CONSIGLIATO: ni.
VOTO: 6
23. The Darjeeling Limited- Il treno per il Darjeeling
Altro film, altra non recensione.
Si può scrivere di un film così colorato e surrealmente folle?
Wes Anderson ti lascia ancora una volta con la bocca semiaperta a fine pellicola mentre ti chiedi se sei tu che non lo capisci e se è lui che non vuole farsi capire.
È tutto eccessivo e stralunato eppure non così divertente come uno pensa possa esserlo.
O forse si?
Colonna sonora stupenda.
REGIA: Wes Anderson
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: stralunato.
CONSIGLIATO: si
VOTO: 7-
24. Saw IV
Già al terzo capitolo con maiali marci squartati sopra la testa di protagonisti senza nessun senso di esistere ci si chiedeva a cos’altro bisognava assistere per vomitare finalmente quei due popcorn che riuscivi a mandare giù prima di maciullamenti vari.
La risposta sta in questo quarto merdaviglioso capitolo.
Quel che più schifa non è nemmeno più il sangue, le budella, le teste che esplodono o chissà che altro.
Semplicemente pensi che nessun essere umano dotato di intelligenza avrebbe potuto scrivere una così immane cazzata.
E invece qualcuno c’è riuscito.
Mi dirigo verso il bagno.
REGIA: Darren Lynn Bousman
VISIONE: dvd
UNA PAROLA: orrore (non horror).
CONSIGLIATO: no
VOTO: 2
25. Notte brava a Las Vegas
Simpatica commedia non romantica con finalino straannunciato.
La differenza la fa il divertimento in mezzo.
REGIA: Tom vaughan
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: caciarona.
CONSIGLIATO: perché no?
VOTO: 6,5
giovedì 28 gennaio 2010
UN LIBRO UN FILM_ STARSHIP TROOPERS
Leggermente preso dal periodo-esami ma così finisco il percorso su Starship Troopers.
Ci sarebbe da dividere questa recensione in due parti.
Quel che penso del libro a se stante.
Il libro di Robert A. Heinlein datato 1959 è esattamente il tomo di fantascienza che ti aspetti edito dalla Nord, quella simpatica casa editrice i cui libri si trovano a milioni negli scaffali della fantascienza usata solitamente di colore argentato o dorato (vengo a sapere ora che i volumi dorati sono i classici e quelli argentati i contemporanei).
Tomi (il cui autore non compare quasi mai sulla costa del libro per motivi a me oscuri) spesso illeggibili se non dannosi per l’intelligenza umana: avventure spaziali americane tipiche degli anni ’50 con eroi e cowboy spaziali che combattono contro creature improbabili ma sempre e comunque cattivissime per salvare una donna o un’intera nazione-pianeta-galassia.
Prendete Conan di Howard, un film di cowboy degli anni ’40, qualche futuribile e ridicola arma spaziale e metteteli in un bel frullatore: ecco un buon (???) libro dorato per la Nord.
Starship Troopers a queste caratteristiche fondamentali aggiunge un sottotesto di critica alla nostra società odierna, una critica ai metodi spesso troppo indulgenti verso i criminali e al cosiddetto diritto di voto universale portata avanti con argomenti validi che fanno pensare a un’ idea politica decisamente contrastante con quella dei nostri tempi.
Quel che Heinlein vuol far comprendere è che la sua società futura non è una società fintamente utopica come quella di Huxley ne “Il mondo nuovo” ma un serio progresso della democrazia dei nostri tempi.
Ora immaginatevi 350 pagine.
Di queste 350 pagine una cinquantina dedicate alla descrizione di questa società del futuro e alla sua politica e le restanti 300 da addestramenti (la parte più interessante) e infinite battaglie contro aracnidi e esseri oblunghi con descrizioni particolareggiate dei movimenti dell’esercito e delle decisioni spettanti ai comandanti, tenenti, sergenti, soldati semplici e così via.
Ora.
Al di là del fatto che per chi non ha mai avuto nozioni militari (e non si è mai interessato ad averne) è abbastanza delirante comprendere i vari gradi di comando e i vari schieramenti in battaglia, ci si può concentrare per 20 pagine sulla descrizione di una tuta potenziata usata per combattere?
Può anche essere stata un idea innovativa, geniale e ben sviluppata tanto da aggiudicarsi un premio Hugo nel ‘59 ma sinceramente oggi è qualcosa di quantomeno pesante se non ridicolo (si legga idea invecchiata male).
Sento che se leggessi un libro di cucina oggi non vorrei soffermarmi per 20 pagine sulla descrizione di una patata geneticamente modificata da usare in futuro per migliorare il mio riso con patate.
Poi magari, forse, molto probabilmente, nel futuro tutti useranno la patata geneticamente modificata per il loro riso con patate e ne tesseranno le lodi (di forma oblungamente perfetta, senza un baffo e deliziosa al palato) ma comunque si, sono noiosamente inutili queste avveniristiche 20 pagine sulla PGM.
Insomma il libro di Heinlein è sicuramente un libro ben scritto e su questo non si discute, che scorre via velocemente come nessun tomo della Nord è in grado di fare (almeno tra i letti) e presenta anche spunti interessanti su un’ ipotetica società militarizzata del futuro ma si ferma appunto a ottimi spunti che non vengono sviluppati a sufficienza rispetto ad una trama principale fatta di battaglie alla lunga frangipalle.
Quel che penso del libro rispetto al film.
Ho già parlato a lungo della trilogia di Starship Troopers cinematografica (di cui solo la prima pellicola si ispira esplicitamente al romanzo di Heinlein) quindi cercherò di non dilungarmi troppo concentrandomi giusto su pochissimi aspetti.
La società utopica di Heinlein è in Verhoeven una società falsamente utopica e il regista non fa altro che ripeterlo ossessivamente con i vari video di propaganda fascio-militare sparsi per tutto il film.
Sarà una lettura sballata di Verhoeven, sarà una volontaria rilettura, fatto sta che sembra davvero di stare di fronte a due società simili nei fatti ma opposte nell’idea che vogliono trasmettere.
Discorso diverso per l’esercito: se i fanti sono in entrambi i casi carne da macello, quello che Heinlein sottolinea più volte è il numero eccessivo di volontari che invece a Verhoeven non sembrano bastano mai.
L'esercito-bordello in cui uomini e donne si lavano e si strusciano insieme non era esattamente l’idea dello scrittore che fa della mancanza del sesso femminile una delle “malattie” di questi uomini superaddestrati.
Infine le tute potenziate.
Heinlein ne parla per 20 pagine approfonditamente, ne descrive ogni minuzia e durante ogni battaglia tiene a precisare come questa guerra del futuro sia molto diversa da quella di oggi grazie ad esse.
Va bene, Heinlein esagera nel descriverle e nel farle notare ad ogni possibile frangente ma a Verhoeven ste benedette tute potenziate cosa avranno fatto di male?
Forse nel ’97 non c’erano effetti visivi sufficienti, forse non gli sembravano importanti, forse semplicemente gli stavano in culo ma perché eliminarle del tutto dal film per poi farle comparire (in una versione moooolto personalizzata e tamarra) nel terzo film (di cui Verhoeven è produttore) che, se possibile, a livello visivo è ancora peggio?
Ruggeri cantava “Mistero!”
AUTORE: Robert A. Heinlein
ANNO: 1959
GENERE: Fantascienza
VOTO: 6,5
CONSIGLIATO: ai cultori della fantascienza più classica.
NOTA: Al momento di pubblicare controllando su internet scopro che il libro di Heinlein è stato pubblicato dalla Nord, non so se meravigliarmi della mia intuizione o rivalutare un poco la bistrattata Nord.
Quel che penso del libro a se stante.
Il libro di Robert A. Heinlein datato 1959 è esattamente il tomo di fantascienza che ti aspetti edito dalla Nord, quella simpatica casa editrice i cui libri si trovano a milioni negli scaffali della fantascienza usata solitamente di colore argentato o dorato (vengo a sapere ora che i volumi dorati sono i classici e quelli argentati i contemporanei).
Tomi (il cui autore non compare quasi mai sulla costa del libro per motivi a me oscuri) spesso illeggibili se non dannosi per l’intelligenza umana: avventure spaziali americane tipiche degli anni ’50 con eroi e cowboy spaziali che combattono contro creature improbabili ma sempre e comunque cattivissime per salvare una donna o un’intera nazione-pianeta-galassia.
Prendete Conan di Howard, un film di cowboy degli anni ’40, qualche futuribile e ridicola arma spaziale e metteteli in un bel frullatore: ecco un buon (???) libro dorato per la Nord.
Starship Troopers a queste caratteristiche fondamentali aggiunge un sottotesto di critica alla nostra società odierna, una critica ai metodi spesso troppo indulgenti verso i criminali e al cosiddetto diritto di voto universale portata avanti con argomenti validi che fanno pensare a un’ idea politica decisamente contrastante con quella dei nostri tempi.
Quel che Heinlein vuol far comprendere è che la sua società futura non è una società fintamente utopica come quella di Huxley ne “Il mondo nuovo” ma un serio progresso della democrazia dei nostri tempi.
Ora immaginatevi 350 pagine.
Di queste 350 pagine una cinquantina dedicate alla descrizione di questa società del futuro e alla sua politica e le restanti 300 da addestramenti (la parte più interessante) e infinite battaglie contro aracnidi e esseri oblunghi con descrizioni particolareggiate dei movimenti dell’esercito e delle decisioni spettanti ai comandanti, tenenti, sergenti, soldati semplici e così via.
Ora.
Al di là del fatto che per chi non ha mai avuto nozioni militari (e non si è mai interessato ad averne) è abbastanza delirante comprendere i vari gradi di comando e i vari schieramenti in battaglia, ci si può concentrare per 20 pagine sulla descrizione di una tuta potenziata usata per combattere?
Può anche essere stata un idea innovativa, geniale e ben sviluppata tanto da aggiudicarsi un premio Hugo nel ‘59 ma sinceramente oggi è qualcosa di quantomeno pesante se non ridicolo (si legga idea invecchiata male).
Sento che se leggessi un libro di cucina oggi non vorrei soffermarmi per 20 pagine sulla descrizione di una patata geneticamente modificata da usare in futuro per migliorare il mio riso con patate.
Poi magari, forse, molto probabilmente, nel futuro tutti useranno la patata geneticamente modificata per il loro riso con patate e ne tesseranno le lodi (di forma oblungamente perfetta, senza un baffo e deliziosa al palato) ma comunque si, sono noiosamente inutili queste avveniristiche 20 pagine sulla PGM.
Insomma il libro di Heinlein è sicuramente un libro ben scritto e su questo non si discute, che scorre via velocemente come nessun tomo della Nord è in grado di fare (almeno tra i letti) e presenta anche spunti interessanti su un’ ipotetica società militarizzata del futuro ma si ferma appunto a ottimi spunti che non vengono sviluppati a sufficienza rispetto ad una trama principale fatta di battaglie alla lunga frangipalle.
Quel che penso del libro rispetto al film.
Ho già parlato a lungo della trilogia di Starship Troopers cinematografica (di cui solo la prima pellicola si ispira esplicitamente al romanzo di Heinlein) quindi cercherò di non dilungarmi troppo concentrandomi giusto su pochissimi aspetti.
La società utopica di Heinlein è in Verhoeven una società falsamente utopica e il regista non fa altro che ripeterlo ossessivamente con i vari video di propaganda fascio-militare sparsi per tutto il film.
Sarà una lettura sballata di Verhoeven, sarà una volontaria rilettura, fatto sta che sembra davvero di stare di fronte a due società simili nei fatti ma opposte nell’idea che vogliono trasmettere.
Discorso diverso per l’esercito: se i fanti sono in entrambi i casi carne da macello, quello che Heinlein sottolinea più volte è il numero eccessivo di volontari che invece a Verhoeven non sembrano bastano mai.
L'esercito-bordello in cui uomini e donne si lavano e si strusciano insieme non era esattamente l’idea dello scrittore che fa della mancanza del sesso femminile una delle “malattie” di questi uomini superaddestrati.
Infine le tute potenziate.
Heinlein ne parla per 20 pagine approfonditamente, ne descrive ogni minuzia e durante ogni battaglia tiene a precisare come questa guerra del futuro sia molto diversa da quella di oggi grazie ad esse.
Va bene, Heinlein esagera nel descriverle e nel farle notare ad ogni possibile frangente ma a Verhoeven ste benedette tute potenziate cosa avranno fatto di male?
Forse nel ’97 non c’erano effetti visivi sufficienti, forse non gli sembravano importanti, forse semplicemente gli stavano in culo ma perché eliminarle del tutto dal film per poi farle comparire (in una versione moooolto personalizzata e tamarra) nel terzo film (di cui Verhoeven è produttore) che, se possibile, a livello visivo è ancora peggio?
Ruggeri cantava “Mistero!”
AUTORE: Robert A. Heinlein
ANNO: 1959
GENERE: Fantascienza
VOTO: 6,5
CONSIGLIATO: ai cultori della fantascienza più classica.
NOTA: Al momento di pubblicare controllando su internet scopro che il libro di Heinlein è stato pubblicato dalla Nord, non so se meravigliarmi della mia intuizione o rivalutare un poco la bistrattata Nord.
Di che si parla
Fantascienza,
Heinlein Robert A.,
Libro,
un libro un film
sabato 16 gennaio 2010
AVATAR
Finalmente.
C'è poco da dire.
3Damente parlando (così Cameron quando legge è contento se lo metto al primo posto) siamo a livelli improponibili rispetto al presente.
È come se 18 anni fa qualcuno avesse reso credibile un personaggio che si scioglieva e si ricreava come se nulla fosse.
Come se con 4 milioni di dollari e 36 giorni a disposizione sul finire degli anni ’80 potessi fare un film di fantascienza credibile.
Come se nel ’97 uno potesse ricreare un transatlantico in scala 1 a 1 spendendo 200 milioni di dollari e andare ancora in attivo di centinaia e centinaia di milioni dollari.
Ecco è un po’ una cosa così..
Non siamo al luna park, Cameron se ne sbatte di oggetti che ti vengono addosso e corse folli su carrellini da minatori, ti prende la testa e te la immerge in una vasca da cui non vorresti mai riemergere.
Si, graficamente parlando è una rivoluzione.
Storicamente parlando siamo sui livelli di un “Pocahontas”, “Battaglia per la terra”, “Braveheart” e chi più ne ha più ne metta.
Leggasi: uomo del popolo X che entra nel popolo Y per studiarlo e distruggerlo ma infine se ne innamora e comprende che il popolo bastardo è X, non Y.
No Cameron, non è assolutamente niente di nuovo, nemmeno il fatto che noi umani siamo alieni è innovativo (tanto per dirne uno recente “Placet 51”).
Si Cameron, è sempre una storia esaltante non posso darti torto.
Personaggisticamente parlando siamo dalle parti delle accette.
La dove i personaggi son tratteggiati col machete e persino il protagonista viene trascurato per far spazio a Pandora.
Pandoristicamente parlando: Sbav (Si veda Ratman per traduzione di sbav).
Fantascientificamente parlando: luce dei miei occhi.
Un “District 9” avrà una storia molto più innovativa, un “Terminator Salvation” sarà molto più apocalittico, Un “Il mondo dei replicanti” avrà un protagonista molto meglio tratteggiato ma un fan di fantascienza, fantasy e fantasia in generale non può che inginocchiarsi e sbavare ettolitri di bava fumante per tanto spettacolo chiuso in 2 e 40.
E ne vorresti ancora di più.
Vorresti vedere come vive il popolo del mare.
E quello delle pianure.
E scoprire ancora di più le montagne fluttuanti.
E esplorare tutta Pandora.
E cosa mangiano i Na’vi.
E qual è la loro storia.
E chi sono i loro antenati.
E com’è strutturata la loro famiglia.
E come vanno in bagno.
Ti prego Cameron.
Ancora.
REGIA: James Cameron
GENERE: fantascienza, fantasy.
ANNO: 2010
UNA PAROLA: portatevi un bavagliolo per la bava.
VOTO: 10-
C'è poco da dire.
3Damente parlando (così Cameron quando legge è contento se lo metto al primo posto) siamo a livelli improponibili rispetto al presente.
È come se 18 anni fa qualcuno avesse reso credibile un personaggio che si scioglieva e si ricreava come se nulla fosse.
Come se con 4 milioni di dollari e 36 giorni a disposizione sul finire degli anni ’80 potessi fare un film di fantascienza credibile.
Come se nel ’97 uno potesse ricreare un transatlantico in scala 1 a 1 spendendo 200 milioni di dollari e andare ancora in attivo di centinaia e centinaia di milioni dollari.
Ecco è un po’ una cosa così..
Non siamo al luna park, Cameron se ne sbatte di oggetti che ti vengono addosso e corse folli su carrellini da minatori, ti prende la testa e te la immerge in una vasca da cui non vorresti mai riemergere.
Si, graficamente parlando è una rivoluzione.
Storicamente parlando siamo sui livelli di un “Pocahontas”, “Battaglia per la terra”, “Braveheart” e chi più ne ha più ne metta.
Leggasi: uomo del popolo X che entra nel popolo Y per studiarlo e distruggerlo ma infine se ne innamora e comprende che il popolo bastardo è X, non Y.
No Cameron, non è assolutamente niente di nuovo, nemmeno il fatto che noi umani siamo alieni è innovativo (tanto per dirne uno recente “Placet 51”).
Si Cameron, è sempre una storia esaltante non posso darti torto.
Personaggisticamente parlando siamo dalle parti delle accette.
La dove i personaggi son tratteggiati col machete e persino il protagonista viene trascurato per far spazio a Pandora.
Pandoristicamente parlando: Sbav (Si veda Ratman per traduzione di sbav).
Fantascientificamente parlando: luce dei miei occhi.
Un “District 9” avrà una storia molto più innovativa, un “Terminator Salvation” sarà molto più apocalittico, Un “Il mondo dei replicanti” avrà un protagonista molto meglio tratteggiato ma un fan di fantascienza, fantasy e fantasia in generale non può che inginocchiarsi e sbavare ettolitri di bava fumante per tanto spettacolo chiuso in 2 e 40.
E ne vorresti ancora di più.
Vorresti vedere come vive il popolo del mare.
E quello delle pianure.
E scoprire ancora di più le montagne fluttuanti.
E esplorare tutta Pandora.
E cosa mangiano i Na’vi.
E qual è la loro storia.
E chi sono i loro antenati.
E com’è strutturata la loro famiglia.
E come vanno in bagno.
Ti prego Cameron.
Ancora.
REGIA: James Cameron
GENERE: fantascienza, fantasy.
ANNO: 2010
UNA PAROLA: portatevi un bavagliolo per la bava.
VOTO: 10-
Di che si parla
Cameron James,
Fantascienza,
Fantastico,
Fantasy,
Film
venerdì 8 gennaio 2010
TRE CLASSICI UN MITO: STARSHIP TROOPERS
Due settimane di vacanza e si riprende...con un perdonabile giorno di ritardo.
STARSHIP TROOPERS: LA FANTERIA DELLO SPAZIO
STARSHIP TROOPERS 2: HERO OF THE FEDERATION- STARSHIP TROOPERS 2: GLI EROI DELLA FEDERAZIONE
STARSHIP TROOPERS 3: MARAUDER- STARSHIP TROOPERS 3: L’ARMA SEGRETA
A vedere certi film a volte ci si fa un torto.
Quelle pellicole con cui si è cresciuti, che si sono viste una o mille volte ma che inevitabilmente (e a volte inspiegabilmente) rimangono nella memoria.
Passano settimane.
Mesi.
Anni.
E ogni giorno il nostro simpatico cervelletto sovraccarico di immagini e ricordi di ogni genere si diverte a cancellare, ingigantire e reinventare particolari su particolari.
Io Starship Troopers lo ricordavo più o meno così: quel film che ci sono gli insettoni giganti su un pianeta e gli uomini vanno per ucciderli ma vengono tutti smembrati brutalmente.
Grossolanamente sarebbe anche accettabile come storiella da raccontare al bar il mattino dopo.
Non grossolanamente e rivedendolo almeno 8 anni dopo l’ultima volta si scoprono elementi più o meno incredibili per i miei ricordi annebbiati.
Innanzitutto Verhoeven regista, lo stesso malato di mente di quegli altri due cult visti e stravisti da bambino di nome Robocop (quello che lui all’inizio lo maciullavano e poi tornava mezzo robot e uccideva tutti e c’avevo anche il gioco dell’Amiga) e Atto di Forza (quello con Schwarzenegger che andava su marte e alla fine c’era la scena che lui si salvava con tutte le vene in testa che gli stavano per scoppiare e, particolare non trascurabile, una donna con tre tette).
In secondo luogo l’anno di uscita: il 1997, non così vecchio come pensavo.
Infine, cosa (forse) più importante, il film.
Quello con gli insettoni sul pianeta alieno che smembravano tutti si, ma soprattutto quello che nella prima ora ci mostra un futuro molto Robocopesco in cui scene di addestramento militare per la fanteria spaziale si alternano a folli slogan per il reclutamento sui fantomatici schermi delle tv del futuro.
Quello in cui a recitare sono chiamati i peggiori bellocci da Beverly Hills che Verhoeven potesse trovare sulla piazza e in cui gli effetti speciali (eccezion fatta per gli insettoni, mostruosi e credibili) sono al livello di uno Star Trek qualsiasi degli anni ’80.
Quello che a vederlo oggi è uno dei film di fantascienza più stranamente trash che si possano immaginare: con quei modelli e modelle che si aggirano per lo schermo con battute da film di serie C ed espressioni da telenovela nello spazio.
Ci sarebbe da ridere per ore ma Verhoeven mette qualcosa in quegli “spot- slogan” militareschi che inquieta.
O meglio.
È qualcosa che stona.
Quasi si volesse fare un film volutamente trash e pieno di messaggi fin troppo espliciti (qualcuno su internet ha il coraggio di parlare di sottili metafore… manca solo il faccione di Verhoeven che urla al pubblico quel che pensa dell’esercito e degli Usa in generale ed è un documentario di Michael Moore!) per prendere in giro a sua volta un modo di fare cinema (quello della fantascienza anni ’30 prima e anni ’80 poi) volgarmente americano.
Il dubbio che Verhoeven ci faccia o ci sia (da quel che ricordo ora di Robocop e Atto di Forza) rimane e forse si rafforza.
Quel che è certo è che Starship Troopers rimane un film sicuramente particolare nel suo genere, direi anche “difficilmente giudicabile” data l’assurda volontarietà di cadere nel ridicolo-spazzatura in ogni suo elemento.
Non ci vuole molto coraggio a dire che se fosse stato girato dalla Troma (dico Toxic Avenger ) e non voglio aggiungere altro) un film come questo sarebbe entrato di diritto nell’olimpo dei film caciaroni visibili solo in gruppo sotto l’effetto di troppo alcool.
Il fatto che sia stato girato da Verhoeven lo ha trasformato invece in un cult di (ormai) altri tempi in cui molti (compreso me stesso) sono sviati dal vedere qualcosa di così grossolanamente brutto e famoso e doverci cercare obbligatoriamente un significato nascosto o almeno una volontaria tendenza alla spazzatura.
Apro e chiudo una parentesi che tanto parentesi non è: il discorso fatto negli ultimi 2 capoversi è il simpatico sunto di quel che penso di molti film di registi ormai diventati intoccabili per una critica pecorona che non sa far altro che ripetersi e attorcigliarsi su se stessa in un elogio dei soliti noti. Tutto ciò, se proprio vogliamo ricordarlo, è anche il motivo per cui ho aperto questo blog.
Chiusa parentesi.
REGIA: Paul Verhoeven
ANNO: 1997
UNA PAROLA: Trash d'autore?
VOTO: 6,5
Uno degli elementi che differenzia maggiormente questo primo episodio dal secondo capitolo di cui ho scoperto l’esistenza solo un anno fa è proprio questo: Starship Troopers 2 non è trash.
Almeno non come il primo episodio.
E non ha gli attorucoli, non ha gli effettacci speciali (su questo molti su internet dissentono ma il dubbio che il loro sia solo attaccamento emotivo (e pecorone) per il primo capitolo è forte) e nemmeno un po’ di ambiguità.
Si farebbe prima a dire l’unica cosa in comune delle due pellicole per cui qualcuno quasi dieci anni dopo è riuscito a tirar su ancora qualche soldo sfruttando un marchio abbastanza famoso: gli insettoni.
Detto questo Starship Troopers 2 è tutt’altro.
A volerlo descrivere con tre parole si potrebbe dire Alien, Pitch Black e Tremors.
Alien: nell’ambientazione cupa e claustrofobia che la pellicola assume per tutta la sua durata e nel particolare tipo di insetto che infesterà questi ultimi uomini sopravvissuti.
Pitch Black: nei colori bui e oscuri e se vogliamo nel protagonista “fuorilegge” muscoloso e dalla voce ruvida (fa quasi impressione pensarlo poi in Desperate Housewifes nei panni del normalissimo maritino Karl Mayer).
Tremors: solo e soltanto nei radar che segnano l’avvicinamento degli insettoni.
Starship Troopers 2 è molto più classicamente sci-fi-horror di media categoria del suo predecessore: gli attori sono tutti più o meno buoni, la storia si fa più """"introspettiva"""" (meno battaglie a viso aperto e più momenti di mistero-tensione-riflessione) e nonostante alcune buone sorprese tutto si può ricondurre a qualcosa di già visto e stravisto.
REGIA: Phil Tippet
ANNO: 2004
UNA PAROLA: scontato
VOTO: 6
Infine Starship Troopers 3.
Quel che più incuriosisce di questo terzo capitolo è la ripresa della storia dalla fine del primo, come se il secondo episodio non fosse mai esistito.
Sarebbe anche quasi lecito (non è sicuramente la prima volta che qualcuno se ne infischia di seguiti vari per far riprendere la storia dove si vuole) ma la presenza di Neumeier come regista e sceneggiatore fa un po’ sorridere dato che lo stesso Starship Troopers 2 era stato comunque scritto da lui.
Lavaggio del cervello?
Molto più probabilmente e semplicemente il ritorno di Verhoeven alla produzione.
E così riecco il benedetto Rico far capolino nuovamente sullo schermo con la stessa faccia di tolla di Casper Van Dien che nel frattempo ha quasi imparato a recitare.
Per il resto mancano tutti, ma basta la sua presenza per portare tutti indietro nel tempo.
Non fosse che.
Gli effetti speciali con un budget evidentemente ridicolo rispetto al primo episodio sono ancora più penosi per quanto riguarda le navicelle (quelle del 1997 erano veramente pessime, ma queste in rapporto all’anno di produzione del film sono terrificanti) e inguardabili per quanto riguarda gli insetti (nel secondo episodio a fronte di un budget ridotto si erano intelligentemente evitate scene che richiedevano troppo impegno “visivo”)
Le scenografie sono di polistirolo, le armi di gommapiuma, i dialoghi spazzatura.
Gli attori pessimi come ai bei vecchi tempi e quel tocco di humour da film della Troma (la vanga che trancia in due il soldato nella scena iniziale è quanto di più trash io abbia visto dopo Dude Postal che si divertiva a far sotto bambini e vecchiette!) da il colpo finale.
Starship Troopers 3 non sarebbe neanche un brutto film a volerlo spogliare di un qualche centinaio di difetti ma ne rimarrebbe uno scheletro sottile sottile fatto di rimandi al film di Verhoeven (le trasmissioni tv propagandistiche del futuro) e al libro Starship Troopers di Robert A. Heinlein di cui questo terzo episodio riprende uno dei temi più cari non affrontati da Verhoeven: le tute potenziate.
Che poi queste tute potenziate diventino nel finale il pretesto per una delle scene più tamarre e ridicole che io abbia mai visto in un film di fantascienza (dico solo: Padre Nostro in sottofondo, robottoni giganti con lanciafiamme che incendiano insetti giganti e un ralenty di quelli che solo Emmerich nei momenti migliori…) è tutt’altra storia.
Non c’è mai fine al peggio si dice.
Magari un bell’episodio in 3d…
REGIA: Edward Neumeier
ANNO: 2008
UNA PAROLA: trash e basta.
VOTO: 4,5
STARSHIP TROOPERS: LA FANTERIA DELLO SPAZIO
STARSHIP TROOPERS 2: HERO OF THE FEDERATION- STARSHIP TROOPERS 2: GLI EROI DELLA FEDERAZIONE
STARSHIP TROOPERS 3: MARAUDER- STARSHIP TROOPERS 3: L’ARMA SEGRETA
A vedere certi film a volte ci si fa un torto.
Quelle pellicole con cui si è cresciuti, che si sono viste una o mille volte ma che inevitabilmente (e a volte inspiegabilmente) rimangono nella memoria.
Passano settimane.
Mesi.
Anni.
E ogni giorno il nostro simpatico cervelletto sovraccarico di immagini e ricordi di ogni genere si diverte a cancellare, ingigantire e reinventare particolari su particolari.
Io Starship Troopers lo ricordavo più o meno così: quel film che ci sono gli insettoni giganti su un pianeta e gli uomini vanno per ucciderli ma vengono tutti smembrati brutalmente.
Grossolanamente sarebbe anche accettabile come storiella da raccontare al bar il mattino dopo.
Non grossolanamente e rivedendolo almeno 8 anni dopo l’ultima volta si scoprono elementi più o meno incredibili per i miei ricordi annebbiati.
Innanzitutto Verhoeven regista, lo stesso malato di mente di quegli altri due cult visti e stravisti da bambino di nome Robocop (quello che lui all’inizio lo maciullavano e poi tornava mezzo robot e uccideva tutti e c’avevo anche il gioco dell’Amiga) e Atto di Forza (quello con Schwarzenegger che andava su marte e alla fine c’era la scena che lui si salvava con tutte le vene in testa che gli stavano per scoppiare e, particolare non trascurabile, una donna con tre tette).
In secondo luogo l’anno di uscita: il 1997, non così vecchio come pensavo.
Infine, cosa (forse) più importante, il film.
Quello con gli insettoni sul pianeta alieno che smembravano tutti si, ma soprattutto quello che nella prima ora ci mostra un futuro molto Robocopesco in cui scene di addestramento militare per la fanteria spaziale si alternano a folli slogan per il reclutamento sui fantomatici schermi delle tv del futuro.
Quello in cui a recitare sono chiamati i peggiori bellocci da Beverly Hills che Verhoeven potesse trovare sulla piazza e in cui gli effetti speciali (eccezion fatta per gli insettoni, mostruosi e credibili) sono al livello di uno Star Trek qualsiasi degli anni ’80.
Quello che a vederlo oggi è uno dei film di fantascienza più stranamente trash che si possano immaginare: con quei modelli e modelle che si aggirano per lo schermo con battute da film di serie C ed espressioni da telenovela nello spazio.
Ci sarebbe da ridere per ore ma Verhoeven mette qualcosa in quegli “spot- slogan” militareschi che inquieta.
O meglio.
È qualcosa che stona.
Quasi si volesse fare un film volutamente trash e pieno di messaggi fin troppo espliciti (qualcuno su internet ha il coraggio di parlare di sottili metafore… manca solo il faccione di Verhoeven che urla al pubblico quel che pensa dell’esercito e degli Usa in generale ed è un documentario di Michael Moore!) per prendere in giro a sua volta un modo di fare cinema (quello della fantascienza anni ’30 prima e anni ’80 poi) volgarmente americano.
Il dubbio che Verhoeven ci faccia o ci sia (da quel che ricordo ora di Robocop e Atto di Forza) rimane e forse si rafforza.
Quel che è certo è che Starship Troopers rimane un film sicuramente particolare nel suo genere, direi anche “difficilmente giudicabile” data l’assurda volontarietà di cadere nel ridicolo-spazzatura in ogni suo elemento.
Non ci vuole molto coraggio a dire che se fosse stato girato dalla Troma (dico Toxic Avenger ) e non voglio aggiungere altro) un film come questo sarebbe entrato di diritto nell’olimpo dei film caciaroni visibili solo in gruppo sotto l’effetto di troppo alcool.
Il fatto che sia stato girato da Verhoeven lo ha trasformato invece in un cult di (ormai) altri tempi in cui molti (compreso me stesso) sono sviati dal vedere qualcosa di così grossolanamente brutto e famoso e doverci cercare obbligatoriamente un significato nascosto o almeno una volontaria tendenza alla spazzatura.
Apro e chiudo una parentesi che tanto parentesi non è: il discorso fatto negli ultimi 2 capoversi è il simpatico sunto di quel che penso di molti film di registi ormai diventati intoccabili per una critica pecorona che non sa far altro che ripetersi e attorcigliarsi su se stessa in un elogio dei soliti noti. Tutto ciò, se proprio vogliamo ricordarlo, è anche il motivo per cui ho aperto questo blog.
Chiusa parentesi.
REGIA: Paul Verhoeven
ANNO: 1997
UNA PAROLA: Trash d'autore?
VOTO: 6,5
Uno degli elementi che differenzia maggiormente questo primo episodio dal secondo capitolo di cui ho scoperto l’esistenza solo un anno fa è proprio questo: Starship Troopers 2 non è trash.
Almeno non come il primo episodio.
E non ha gli attorucoli, non ha gli effettacci speciali (su questo molti su internet dissentono ma il dubbio che il loro sia solo attaccamento emotivo (e pecorone) per il primo capitolo è forte) e nemmeno un po’ di ambiguità.
Si farebbe prima a dire l’unica cosa in comune delle due pellicole per cui qualcuno quasi dieci anni dopo è riuscito a tirar su ancora qualche soldo sfruttando un marchio abbastanza famoso: gli insettoni.
Detto questo Starship Troopers 2 è tutt’altro.
A volerlo descrivere con tre parole si potrebbe dire Alien, Pitch Black e Tremors.
Alien: nell’ambientazione cupa e claustrofobia che la pellicola assume per tutta la sua durata e nel particolare tipo di insetto che infesterà questi ultimi uomini sopravvissuti.
Pitch Black: nei colori bui e oscuri e se vogliamo nel protagonista “fuorilegge” muscoloso e dalla voce ruvida (fa quasi impressione pensarlo poi in Desperate Housewifes nei panni del normalissimo maritino Karl Mayer).
Tremors: solo e soltanto nei radar che segnano l’avvicinamento degli insettoni.
Starship Troopers 2 è molto più classicamente sci-fi-horror di media categoria del suo predecessore: gli attori sono tutti più o meno buoni, la storia si fa più """"introspettiva"""" (meno battaglie a viso aperto e più momenti di mistero-tensione-riflessione) e nonostante alcune buone sorprese tutto si può ricondurre a qualcosa di già visto e stravisto.
REGIA: Phil Tippet
ANNO: 2004
UNA PAROLA: scontato
VOTO: 6
Infine Starship Troopers 3.
Quel che più incuriosisce di questo terzo capitolo è la ripresa della storia dalla fine del primo, come se il secondo episodio non fosse mai esistito.
Sarebbe anche quasi lecito (non è sicuramente la prima volta che qualcuno se ne infischia di seguiti vari per far riprendere la storia dove si vuole) ma la presenza di Neumeier come regista e sceneggiatore fa un po’ sorridere dato che lo stesso Starship Troopers 2 era stato comunque scritto da lui.
Lavaggio del cervello?
Molto più probabilmente e semplicemente il ritorno di Verhoeven alla produzione.
E così riecco il benedetto Rico far capolino nuovamente sullo schermo con la stessa faccia di tolla di Casper Van Dien che nel frattempo ha quasi imparato a recitare.
Per il resto mancano tutti, ma basta la sua presenza per portare tutti indietro nel tempo.
Non fosse che.
Gli effetti speciali con un budget evidentemente ridicolo rispetto al primo episodio sono ancora più penosi per quanto riguarda le navicelle (quelle del 1997 erano veramente pessime, ma queste in rapporto all’anno di produzione del film sono terrificanti) e inguardabili per quanto riguarda gli insetti (nel secondo episodio a fronte di un budget ridotto si erano intelligentemente evitate scene che richiedevano troppo impegno “visivo”)
Le scenografie sono di polistirolo, le armi di gommapiuma, i dialoghi spazzatura.
Gli attori pessimi come ai bei vecchi tempi e quel tocco di humour da film della Troma (la vanga che trancia in due il soldato nella scena iniziale è quanto di più trash io abbia visto dopo Dude Postal che si divertiva a far sotto bambini e vecchiette!) da il colpo finale.
Starship Troopers 3 non sarebbe neanche un brutto film a volerlo spogliare di un qualche centinaio di difetti ma ne rimarrebbe uno scheletro sottile sottile fatto di rimandi al film di Verhoeven (le trasmissioni tv propagandistiche del futuro) e al libro Starship Troopers di Robert A. Heinlein di cui questo terzo episodio riprende uno dei temi più cari non affrontati da Verhoeven: le tute potenziate.
Che poi queste tute potenziate diventino nel finale il pretesto per una delle scene più tamarre e ridicole che io abbia mai visto in un film di fantascienza (dico solo: Padre Nostro in sottofondo, robottoni giganti con lanciafiamme che incendiano insetti giganti e un ralenty di quelli che solo Emmerich nei momenti migliori…) è tutt’altra storia.
Non c’è mai fine al peggio si dice.
Magari un bell’episodio in 3d…
REGIA: Edward Neumeier
ANNO: 2008
UNA PAROLA: trash e basta.
VOTO: 4,5
Di che si parla
Fantascienza,
Film,
Neumeier Edward,
Tippet Phil,
tre classici un mito,
Verhoeven Paul
giovedì 17 dicembre 2009
1 ANNO DI VISIONI: 2008- QUARTA PARTE
Sempre ancora incredibilmente puntuale...altri 5 film direttamente dal 2008!
Per la prossima settimana dovrebbe essere pronta una trilogia filmica e subito dopo una recensione del libro da cui tutto è nato.
Indizio: ci sono dei ragni...
16: Juno
Visto la prima volta al cinema e la seconda su dvd.
Ora come allora mi riesce difficilissimo scriverne: non si tratta di commedia ma forse si, non si tratta di storiella adolescenziale ma si, non si tratta di film drammatico ma anche si.
Michael Cera (Paulie) fa sorridere con il suo viso e i suoi modi stralunati, Ellen Page (Juno) ti ricorda come sbattevi la testa contro i muri a quell’età per dimostrare che avevi ragione, la storia è meravigliosamente scritta con uno sguardo da 16 enne reale, credibile.
E quel finale così dolcemente amarognolo ti lascia li.
Con lo sguardo un po’ perso e il cuore più debole.
Seconda colonna sonora dell’anno dopo “Into The Wild” da segnalare.
Jason Reitman dopo il fantastico “Thank you for smoking” (7,5) è da tenere d’occhio.
Diablo Cody (sceneggiatrice di cui ormai anche i muli conoscono la storia) anche di più.
REGIA: Jason Reitman
VISIONE: cinema e dvd
UNA PAROLA: naturale
CONSIGLIATO: assolutamente si.
VOTO: 8
17. La Zona
Visto per un corso di semiotica in università insieme ad un'altra manciata di film riguardanti “il confine, i limiti e simili cazzate nella società odierna”.
Sinceramente pesante, mal sceneggiato e se possibile girato anche peggio, in modo amatoriale al di là di tutti i significati fin troppo espliciti su una società chiusa in se stessa tra mura che non fanno altro che aumentare la diffidenza tra esterno e interno.
Di tutt’altro spessore nella stessa manciata di film “La sposa Siriana”.
REGIA: Rodrigo Plà
VISIONE: dvd
UNA PAROLA: banale e pesante.
CONSIGLIATO: no
VOTO: 4
18. Shootem' up- Spara o muori
C’è uno fighissimo che si mangia le carote mentre uccide della gente in svariati e assurdi modi, evita mille pallottole e si lancia giù dalla tromba delle scale mentre spara a un centinaio di cattivoni di nero vestito.
Poi per non farsi mancare nulla fa anche delle battute che neanche Schwarzenegger negli anni ’80.
Infine riesce a sparare al superboss finale tenendo delle pallottole semplicemente nella mano.
Astenersi intellettualoidi.
REGIA: Michael Davis
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: tamarro.
CONSIGLIATO: Ai fan del genere, assolutamente si.
VOTO: 7+
19. Leatherheads- In amore niente regole
Commedia romantica con George Clooney che gioca a football in una squadretta insignificante in un campionato senza regole ancora ben definite.
Si, George Clooney fa il gigione con tutte.
Si, incontrerà una donna che gli darà filo da torcere.
Si, c’è il lieto fine.
E una bella fotografia color seppia che dovrebbe far apparire tutto più immerso nei tempi andati e non fa altro che farti pensare che senza di quella sarebbe stata l’ennesima commedia romantica senza guizzi particolari.
Comunque, casomai ci fossero dubbi, lo è.
REGIA: George Clooney
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: Gigione.
CONSIGLIATO: se sbavate dietro George Clooney
VOTO:6
20. Il matrimonio è un affare di famiglia
Pochi ricordi ma buoni.
La protagonista Brenda Blethyn e Richard Wilson nei panni del figlio handicappato che gareggiano per la miglior interpretazione e una storia che sinceramente poco ricordo ma che mi aveva colpito molto.
REGIA: Cherie Nowlan
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: indipendente.
CONSIGLIATO: si.
VOTO: 7
Per la prossima settimana dovrebbe essere pronta una trilogia filmica e subito dopo una recensione del libro da cui tutto è nato.
Indizio: ci sono dei ragni...
16: Juno
Visto la prima volta al cinema e la seconda su dvd.
Ora come allora mi riesce difficilissimo scriverne: non si tratta di commedia ma forse si, non si tratta di storiella adolescenziale ma si, non si tratta di film drammatico ma anche si.
Michael Cera (Paulie) fa sorridere con il suo viso e i suoi modi stralunati, Ellen Page (Juno) ti ricorda come sbattevi la testa contro i muri a quell’età per dimostrare che avevi ragione, la storia è meravigliosamente scritta con uno sguardo da 16 enne reale, credibile.
E quel finale così dolcemente amarognolo ti lascia li.
Con lo sguardo un po’ perso e il cuore più debole.
Seconda colonna sonora dell’anno dopo “Into The Wild” da segnalare.
Jason Reitman dopo il fantastico “Thank you for smoking” (7,5) è da tenere d’occhio.
Diablo Cody (sceneggiatrice di cui ormai anche i muli conoscono la storia) anche di più.
REGIA: Jason Reitman
VISIONE: cinema e dvd
UNA PAROLA: naturale
CONSIGLIATO: assolutamente si.
VOTO: 8
17. La Zona
Visto per un corso di semiotica in università insieme ad un'altra manciata di film riguardanti “il confine, i limiti e simili cazzate nella società odierna”.
Sinceramente pesante, mal sceneggiato e se possibile girato anche peggio, in modo amatoriale al di là di tutti i significati fin troppo espliciti su una società chiusa in se stessa tra mura che non fanno altro che aumentare la diffidenza tra esterno e interno.
Di tutt’altro spessore nella stessa manciata di film “La sposa Siriana”.
REGIA: Rodrigo Plà
VISIONE: dvd
UNA PAROLA: banale e pesante.
CONSIGLIATO: no
VOTO: 4
18. Shootem' up- Spara o muori
C’è uno fighissimo che si mangia le carote mentre uccide della gente in svariati e assurdi modi, evita mille pallottole e si lancia giù dalla tromba delle scale mentre spara a un centinaio di cattivoni di nero vestito.
Poi per non farsi mancare nulla fa anche delle battute che neanche Schwarzenegger negli anni ’80.
Infine riesce a sparare al superboss finale tenendo delle pallottole semplicemente nella mano.
Astenersi intellettualoidi.
REGIA: Michael Davis
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: tamarro.
CONSIGLIATO: Ai fan del genere, assolutamente si.
VOTO: 7+
19. Leatherheads- In amore niente regole
Commedia romantica con George Clooney che gioca a football in una squadretta insignificante in un campionato senza regole ancora ben definite.
Si, George Clooney fa il gigione con tutte.
Si, incontrerà una donna che gli darà filo da torcere.
Si, c’è il lieto fine.
E una bella fotografia color seppia che dovrebbe far apparire tutto più immerso nei tempi andati e non fa altro che farti pensare che senza di quella sarebbe stata l’ennesima commedia romantica senza guizzi particolari.
Comunque, casomai ci fossero dubbi, lo è.
REGIA: George Clooney
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: Gigione.
CONSIGLIATO: se sbavate dietro George Clooney
VOTO:6
20. Il matrimonio è un affare di famiglia
Pochi ricordi ma buoni.
La protagonista Brenda Blethyn e Richard Wilson nei panni del figlio handicappato che gareggiano per la miglior interpretazione e una storia che sinceramente poco ricordo ma che mi aveva colpito molto.
REGIA: Cherie Nowlan
VISIONE: cinema
UNA PAROLA: indipendente.
CONSIGLIATO: si.
VOTO: 7
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