martedì 9 febbraio 2016

6 LIBRI, 3 FILM E UNA TRAGEDIA: EVEREST 1996 ( PARTE I : I LIBRI)

UNA PREMESSA

 
"EVEREEEEEEEEEEEST"
 
Negli anni ho accumulato così tanti progetti di recensioni folli legate ad un solo argomento, un solo autore, un solo genere, che oggi, davanti alla pagina bianca di word, mi spaventa dover ammettere che si, dopo innumerevoli tentativi, ne ho concluso uno. “Leggerò e vedrò tutto quel che riguarda il disastro del 1996 sull'Everest edito in Italia”, me lo ripetevo continuamente mentre scorrevano i titoli di coda di “Everest”, nel settembre del 2015, folgorato come un San Paolo qualsiasi sulla via di Damasco (solo che io a Damasco non ci stavo andando e il massimo a cui aspirassi in quel momento era il letto di casa).
Si, sono stato aiutato dal kolossal con protagonista Gyllenhall e soci che ha riportato in libreria, come spesso accade con le uscite Hollywoodiane, libri che non andavano in stampa ormai da più di 10 anni (è il caso di "Everest, io c'ero" di Lene Gammelgaard), ma non è stato facile credetemi.
“Lo sherpa” di Jamling Tenzing Norgay, tanto per dirne uno, è fuori commercio da almeno un paio di lustri e la biografia di Scott Fischer, Mountain Madness, edita dalla piccola Alpine Studio, così come “Everest 1996, Cronaca di un salvataggio impossibile”, pubblicato da Vivalda editori non sono esattamente bestseller da trovare in una qualsiasi Feltrinelli.
Aperta parentesi: l'ultimo libro citato è apparso in edicola con mesi di ritardo sull'uscita del film e sulle mie ricerche estenuanti provocandomi un quasi esaurimento nervoso quando l'edicolante mi ha chiesto se volevo quel libricino di cui gli avevano spedito inspiegabilmente quattro copie. Chiusa parentesi.
Considerate poi che un film come "Terrore sull'Everest", primo e unico vero adattamento cinematografico (in realtà film tv) di "Into Thin Air" di Jon Krakauer datato 1998, è quasi introvabile in italiano (a meno che non vogliate vederlo su Youtube...), mentre il documentario IMAX “Everest”, anch'esso del 1998, è recuperabile solo con sottotitoli da cercare accuratamente nel mare internettiano.
Insomma ci sono ricerche ben più difficili e anche cose ben più importanti nella vita, me ne rendo conto, ma lasciatemelo dire una volta sola e poi non se ne parla più: sono orgoglioso di me stesso e della mia monomaniacale impresa.

PS: le recensioni sono nell'ordine di lettura che ho seguito io, che non è per forza quello esatto o consigliato.



UN BREVISSIMO RESOCONTO DELLA VICENDA

                                       
Il gruppo Mountain Madness con in basso a sinistra Scott Fischer



Il Gruppo Adventure Consultants con in prima fila i defunti Doug Hansen (primo sulla sinistra), Andy Harris (al centro con cappellino bianco e tuta blu), Rob Hall (inconfondibile tuta viola) e Yasuko Namba (ultima sulla destra)

Nel maggio del 1996, all'alba delle prime vere e proprie spedizioni commerciali che promettevano di portare in vetta anche semianalfabeti dell'arrampicata, due spedizioni  di questo tipo (la Adventure Consultants di Rob Hall e la Mountain Madness di Scott Fischer) più altri gruppi minori di professionisti si ritrovarono a scalare contemporaneamente l'Everest dalla facciata Sud.
Il 10 maggio 1996, nel corso dell'ascensione alla vetta dal campo IV, l'affollamento e i fraintendimenti tra gli sherpa delle due spedizioni provocarono un enorme ingorgo nei pressi del passaggio più delicato, chiamato Hillary Step; il fatto, unito alla scarsa preparazione di alcuni clienti, fece ritardare la salita a buona parte del gruppo, che fu colto da una tempesta durante la discesa. Tra il 10 e l'11 maggio del 1996 sulla facciata Sud dell'Everest morirono 5 persone (a cui si sommano normalmente il membro della spedizione Taiwanese Chen Yu Nan morto il 9 maggio e i tre militari indiani morti sulla facciata Nord) per motivi diversi:
  • Rob Hall: assideramento durante la discesa, ritardata a causa della perdita di coscienza dell'ultimo cliente ad arrivare in vetta con un ritardo di due ore sul programma, Doug Hansen;
  • Doug Hansen: perdita di coscienza e conseguente caduta;
  • Andrew Harris: seconda guida del gruppo di Rob Hall, tenta il salvataggio di quest'ultimo, ma muore nel tentativo (riesce comunque ad arrivare a Rob prima di cadere nell'incoscienza e precipitare);
  • Scott Fischer: possibile embolia cerebrale durante la discesa;
  • Yasuko Namba: assideramento durante la discesa dopo essersi persa nella tormenta insieme a Neil Beidleman, Klev Schoening, Charlotte Fox, Tim Madsen, Sandy Hill Pittman, Lene Gammelgaard, Mike Groom e Beck Weathers.
Sulla wikipedia inglese potete tranquillamente trovare informazioni più dettagliate, ma credo che per comprendere tutto ciò di cui parlo nelle recensioni seguenti possa bastare questo breve riassunto.

 

ARIA SOTTILE
 
 

Lo scritto di Jon Krakauer è il vero punto di partenza. Nonostante la mia fissa sia iniziata con il film di Kormàkur, ciò che ha dato il La a tutta questa serie di saggi-film-documentari è stato il libro-reportage dell'autore alpinista americano che nel 1996 faceva parte della Adventure Consultants guidata da Rob Hall. Il Nostro scalava come inviato di Outside, rivista  alpinistica per la quale avrebbe dovuto scrivere un articolo sulla nascita delle spedizioni commerciali sull'Everest.
Al di là degli infiniti dettagli pre-partenza per l'Himalaya ciò che conta qui è: com'è Into Thin Air?
Il libro di Krakauer è sicuramente il migliore del lotto preso in esame.
Sarebbe stato facile riportare semplicemente le proprie esperienze personali su carta (come fecero pressoché tutti i sopravvissuti), ma Jon provò con Into Thin Air a far chiarezza su quella che all'epoca fu la più grande tragedia avvenuta sulla montagna più alta del mondo.
La cosa gli costò pericolose antipatie personali e accuse di vario tipo, non sempre a torto, ma lo scrittore dell'Oregon ha sempre difeso con le unghie e con i denti il suo grande lavoro di ricerca teso a dare un senso a quelle morti che anni dopo pesavano ancora sui suoi ricordi e sulla sua coscienza (leggendo capirete bene il motivo).
La semplice domanda iniziale posta ai vari scalatori: “Perché volete scalare l'Everest?” mostra una serie di risposte che all'autore sembrano non andare giù in nessuno modo convincendolo, ancor prima dell'evento tragico, che le spedizioni commerciali abbiano qualcosa di intrinsecamente sbagliato.
Motivazioni nulle, strumenti inadatti, tempi ristretti e clienti, troppi clienti, impreparati. Per Krakauer i nove morti del 10-11 maggio 1996 non ebbero una sola causa e nel suo saggio avvincente come un romanzo si sente tutta la nostra impotenza di fronte ad una natura troppo grande per essere imbrigliata in programmi di scalata e stupide frenesie da piccolo uomo incapace di accettare i propri limiti.

PREGI: Si fa leggere come uno stupendo romanzo d'avventura e allo stesso tempo fornisce tutti i dati raccolti per provare a fare chiarezza sulla vicenda.

DIFETTI: A volte Krakauer si fa trascinare dall'esperienza personale al punto da dare giudizi troppo personali su alcuni dei partecipanti, così come in Into The Wild dell'anno precedente, succedeva con le scelte di McCandless. É il caso di Anatolij Bukreev, scalatore ben più affermato, che viene in un qualche modo incolpato per certe scelte troppo azzardate che avrebbero contribuito alla tragedia.
L'altro giudizio troppo di parte riguarda le spedizioni commerciali, evidentemente osteggiante da Jon fin dalle prime pagine, nonostante la meravigliosa sensazione di trovarsi lì in quel momento proprio grazie ad esse. Insomma effetto Jurassic Park- Alan Grant, Ellie Sattler: grazie per averci regalato questo sogno, ma c'è qualcosa che non va.

INTO THIN AIR- ARIA SOTTILE
ANNO: 1997
AUTORE: Jon Krakauer
GENERE: Saggio
VOTO: 8,5



EVEREST 1996, CRONACA DI UN SALVATAGGIO IMPOSSIBILE



Il libro di Anatolij Bukreev, scritto in collaborazione con Gary Weston DeWalt (regista e scrittore) per la poca padronanza dell'inglese da parte dell'alpinista Kazako, è il secondo e più importante passo per capirci qualcosa dell'intera vicenda.
Il saggio nasce esplicitamente come risposta ad Aria Sottile che, come accennato, faceva rientrare Anatolij Bukreev tra i colpevoli dell'intero disastro.
Chiariamo subito una cosa che molti tralasciano: Krakauer non accusa Bukreev di essere l'unico colpevole e in almeno due occasioni ricorda che senza l'intervento dello scalatore russo i morti sarebbero stati molti di più. Detto questo è vero che lo scrittore americano, non potendo prendersela più di tanto con le guide morte e i relativi clienti, trova in Anatolij uno dei pochi veri responsabili sopravvissuti.
E in cosa consiste la colpa? Essenzialmente nel non aver voluto scalare l'Everest con l'ossigeno, scelta che ha portato di conseguenza la veloce ascesa e discesa di Bukreev dalla cima e quindi il non aver seguito da vicino i clienti della sua spedizione (tra cui, bisogna ricordare, non c'è stato un solo morto ad eccezione della guida Scott Fischer).
Ma la domanda è sempre la stessa: com'è Everest 1996?
Detto in una parola è noioso.
Il libro di Anatolij è una continua, imperterrita, infinita risposta al libro di Krakauer, una giustificazione qui e una giustificazione là, un “Mi dissero di far così” e “Mi dissero di far cosà” che alla centesima pagina comincia a diventare a dir poco ripetitivo.
Incredibilmente (o forse giustamente) anche la parte più attesa, quella del “salvataggio impossibile”, è resa dallo scalatore sovietico come un “andava fatto così”, che ci svela per un secondo la pasta di cui era fatto questo incredibile uomo delle montagne (andatevi pure a leggere le biografie su internet se volete sapere quanto era considerato come alpinista a livello internazionale).
A differenza di Into Thin Air, Everest 1996 manca della ricerca giornalistica esaustiva di Krakauer e il libro sembra risentirne nel momento in cui Bukreev cerca di difendersi dalle accuse riportando le conversazioni avute con Scott Fischer di cui egli è il solo e unico testimone.
A partire da questo libro si scatenò una diatriba tra Krakauer e Gary Weston DeWalt (Bukreev morì nel dicembre 1997 durante una scalata sull'Annapurna, pochi mesi dopo l'uscita di “Everest 1996”) che continua assurdamente ancora oggi. Ai due saggi sono stati aggiunti negli anni, con sprezzo del ridicolo, postfazioni e postpostfazioni in cui gli autori si rispondono a colpi di “Io ho le prove” e “Io ne ho di più” e la cosa sembra aver avuto una nuova sferzata di energia con l'uscita del film Everest per cui Krakauer ha deciso bene di commentare con il solo: “Non è andata così, Anatolij non ha fatto questo e quello blablabla”.
Della serie: non sappiamo quando fermarci.

PREGI: Fornisce un punto di vista diverso sull'intera vicenda, quello di uno scalatore professionista che vede il mestiere della guida non come un babysitter capace di portare il cliente sulla cima della montagna passo passo, ma come un allenatore in grado di spronare e aiutare nei momenti di vero bisogno, facendo capire che se non ce la si fa da soli, non si è adatti. L'intera vicenda ha anche un lato sentimentale molto più sentito dato che la disperazione e il senso di colpa per la morte dell'amico Scott Fischer da parte di Anatolij traspare da ogni pagina.

DIFETTI: Rispetto al libro di Krakauer è scritto in modo approssimativo e ripetitivo.

THE CLIMB: TRAGIC AMBITIONS ON EVEREST- EVEREST 1996: CRONACA DI UN SALVATAGGIO IMPOSSIBILE
ANNO: 1997
AUTORE: Anatolij Bukreev; Gary Weston DeWalt
GENERE: Saggio
VOTO: 5,5



A UN SOFFIO DALLA FINE
 
 
 
Il libro di Beck Weathers, scritto insieme a Stephen G. Michaud, è sicuramente quello che si differenzia maggiormente da tutti gli altri per quello di cui si parla.
Nonostante il titolo (quello italiano, che quello inglese è ovviamente diverso) “A un soffio dalla fine” parla ben poco della tragedia sull'Everest del 1996: sono scarse le pagine dedicate alla “resurrezione” di Beck e le uniche inedite riguardano la notte d'inferno successiva al suo salvataggio, abbandonato, nuovamente, come un morto all'interno di una tenda nel bel mezzo della tempesta.
Per il resto Beck Weathers ci presenta qui la sua sincera autobiografia, con alcuni interventi scritti della moglie e un ottimismo sul futuro che sembra tanto dettato da una forte processo di psicoanalisi.
La depressione, il tentativo di sconfiggerla con la montagna e con prove fisiche sempre più azzardate, l'allontanamento dalla famiglia, il dramma dell'Everest e il ritorno ad una sorta di normalità senza un braccio, il naso e gran parte delle dita dell'altra mano.
La parte più interessante è sicuramente quella riguardante le avventure di Beck precedenti all'Everest: è l'unico libro che ci presenta le grandi escursioni guidate (tanto disprezzate da Krakauer, Bukreev e più recentemente anche dal famoso alpinista Simone Moro che le ha accusate di trasformare l'Everest in un'immensa Gardaland) dal punto di vista di un cliente “normale”, come potremmo essere noi un domani.
Beck Weathers nel corso di non troppe pagine ammette le sue fragilità, i suoi errori e il ruolo fondamentale della moglie Peach in tutta la sua vita e nella sua "seconda nascita" (così la definisce egli stesso), senza dimenticare un ringraziamento infinito al pilota colonnello Madan K.C. che all'epoca effettuò il salvataggio in elicottero alla più alta quota mai raggiunta.
Insomma una buona autobiografia di una persona piuttosto media sconvolta da un unico grande evento troppo grande per essere raccontato.

PREGI: Brevità e punto di vista di un cliente delle grandi spedizioni commerciali.

DIFETTI: Non c'è quasi nulla sulla vicenda dell'Everest nel 1996

LEFT FOR DEAD. MY JOURNEY HOME FROM EVEREST- A UN SOFFIO DALLA FINE
ANNO: 2000
AUTORE: Beck Weathers & Stephen G. Michaud
GENERE: Autobiografia
VOTO: 6


EVEREST, IO C'ERO o IL MIO EVEREST

 

Mentre leggevo “Everest, io c'ero” riuscivo a chiedermi solo una cosa: questa donna fa la motivatrice?
E se si, che cazzo sto leggendo in questo momento? Un resoconto della tragedia dell'Everest nel 1996 o un libro su come affrontare le avversità secondo un suo metodo personale (uguale a quello di millemila altri, ma che poi sicuramente lei ti dirà che solo il suo blablablabla).
Il libro di Lene Gammelgaard non è scritto male sia chiaro.
E, tra le altre cose, racconta nel dettaglio come sia riuscito a sopravvivere il numeroso gruppo disperso per un'intera notte durante la discesa dalla vetta.
Si parla di persone abbracciate durante la tormenta per tenersi calde, di tentativi più o meno riusciti per rimanere svegli e non crollare in un sonno fatale e di una tormenta di neve e gelo che in nessun libro letto è resa così bene.
E prima di tutto ciò Lene Gammelgaard è una delle pochissime a parlarci degli sherpa (l'altro è proprio uno sherpa, ma lo vedremo più avanti) del loro enorme valore per gli scalatori, delle loro pratiche religiose e dell'uomo bianco che, per la prima volta, viene qui rappresentato con tutti i suoi difetti di arroganza e supponenza.
Scritto come un diario, “Everest, io c'ero”, non è giornalisticamente preciso come Aria Sottile e nemmeno religioso come lo sarà Lo Sherpa, ma mette al centro della vicenda una donna forte che sembra riuscire a dar forza a tutti quelli che la circondano.
E la risposta è che si, oggi Lene Gammelgaard fa la motivatrice (oltre che la psicoterapeuta).

PREGI: Il punto di vista della vicenda rispetto a Krakauer è molto più umano, capace di mostrare le debolezze dell'uomo bianco e tutte le sue arroganti imprudenze.

DIFETTI: Lene Gammelgaard scrive come una mental coach della peggior specie (Roberto Re docet). Ci parla dei suoi mantra per affrontare la montagna e vincere e, non contenta, si dipinge come una sorta di fricchettona che si diverte a girare per il mondo in cerca di avventure. Insomma va bene tutto, ma sembra di leggere di un'universitaria torinese con la frangetta in gita in Nepal.

CLIMBING HIGH. A WOMAN'S ACCOUNT ON SURVIVING THE EVEREST TRAGEDY- EVEREST IO C'ERO
ANNO: 1999
AUTORE: Lene Gammelgaard
GENERE: Saggio
VOTO: 6



MOUNTAIN MADNESS

 

Se ci fosse un premio “miglior sorpresa del blocco Everest 1996” (cosa che evidentemente non c'è ed esiste solo nella mia mente bacata), andrebbe sicuramente a Mountain Madness.
Trovato per puro caso nello scaffale sportivo di una nota catena di librerie a metà del suo prezzo, Mountain Madness è la biografia di Scott Fischer, una delle due guide principali per le spedizioni di cui si parla ormai da troppe righe in questa megarecensione.
Scritta in modo piacevole e suddivisa per grandi episodi nella vita dello scalatore statunitense, è la biografia che ognuno vorrebbe vedere scritta per sé alla propria morte (ma anche prima, che se no fai la fine di Niccolò Fabi in "Rosso").
La penna è quella di un amico che senza dubbio tende a lodare troppo vizi e virtù di un Ammericano con la A maiuscola (energia, voglia di arrivare, spregiudicatezza blablabla), ma capace di trasmettere davvero quella voglia di vivere e di coinvolgere tutti che Scott Fischer possedeva.
É vero, come si legge da più parti su internet, che la morte di Scott può essere presa solo come una diretta conseguenza della sua incoscienza che l'ha portato più di una volta a rischiare la vita, ma come scrive anche Lene Gammelgaard nel suo libro, era ovvio che Fischer morisse in montagna, sfortuna vuole che fosse proprio durante quella spedizione.
La biografia di Scott è di quelle da raccontare ai propri figli, completamente diversa da quella di un uomo medio come Beck Weathers (quale lui stesso si definisce), piena di avventura, di azzardi, di rischi non sempre completamente ripagati e in definitiva piena.
L'uomo che appare dipinto in tutti gli altri libri come un coglione pieno di sé (tranne che da Lene Gammelgaard che ne fa un ritratto da innamorata), è qui un avventuriero capace di sorridere di fronte ad ogni avversità, un esperto alpinista che è diventato tale grazie ad una serie di cadute e infortuni che avrebbero steso a terra anche un elefante e soprattutto un uomo nato per scalare le montagne che non ha fatto altro nella vita che seguire il suo istinto e non arrendersi di fronte a nulla.

PREGI: La biografia è scritta incredibilmente bene e l'edizione italiana merita anche solo per l'impaginazione elegante e la cura nei piccoli dettagli. É anche l'unico libro dei sei ad essere realmente emozionante.

DIFETTI: Birkby a volte si fa prendere la mano e sorvola su alcuni difetti di Scott, etichettandoli come semplici lati del suo carattere. Un unico capitolo è dedicato alla tragedia del 1996 e vive, per forza di cose, di ricordi e documentazioni altrui, non essendo l'autore presente al momento della scalata.

MOUNTAIN MADNESS, SCOTT FISCHER, MONT EVEREST & A LIFE LIVED ON HIGH- MOUNTAIN MADNESS
ANNO: 2009
AUTORE: Robert Birkby
GENERE: Biografia
VOTO: 8


LO SHERPA



“Lo sherpa” è l'ultimo libro di cui sono venuto in possesso (ne ho trovata una copia usata dopo estenuanti ricerche dato che è fuori catalogo) ed è anche il più particolare del lotto.
Nonostante in Italia venga presentato come il racconto del capo degli Sherpa della spedizione del 1996, il saggio di Norgay ha poco a vedere con la stessa, dato che lo sherpa non è stato coinvolto direttamente nella tragedia. Semplicemente, senza andare a scomodare la solita storia che potete trovare riassunta nell'incipit, Tenzing si trovava sull'Everest con una terza spedizione nello stesso momento in cui i gruppi di Rob Hall e Scott Fischer decisero di attaccare la vetta. Questo portò inevitabilmente al coinvolgimento del gruppo di Tenzing, sulla montagna per filmare un documentario per la IMAX, che si diede da fare in ogni modo per le operazioni di salvataggio.
La realtà, quella non scritta sulla copertina strillante de Lo Sherpa, è che il libro parla di tutt'altro.
Racconta la storia di Jamling Tenzing Norgay, figlio del famoso Tenzing Norgay che nel 1953 scalò per primo la vetta dell'Everest con lo scalatore Edmund Hillary, della sua voglia di ripetere le gesta del padre, della sua prima e unica avventura sul Sagaramatha (il nome nepalese dell'Everest) e del suo riavvicinamento alla religione buddista.
Nato in Nepal, ma laureato negli Stati Uniti, Norgay si presenta all'inizio del libro come un orientale che ha perso molto dei suoi usi e costumi e che, durante la vicenda, cercherà di riappropriarsene poco alla volta, anche senza volerlo.
“Lo Sherpa” parla molto di religione buddista, cosa di cui ammetto sapevo ben poco e molto poco degli aspetti tecnici della scalata a cui si preferiscono brevi racconti su momenti religiosamente fondamentali.
Ci sono le profezie infauste, i comportamenti blasfemi dell'uomo bianco sulla montagna sacra (qui vengono a galla atteggiamenti a dir poco discutibili delle compagnie di Rob Hall e Scott Fischer a cui stranamente nessun altro fa riferimento) e il lento riavvicinarsi di Norgay allo spirito di suo padre e alla sua religione d'origine.
I capitoli sono sempre divisi a metà con un interessante parallelo tra la scalata di Jamling e quella, molto più difficoltosa e interessante, del padre.
Non è un libro avventuroso e nemmeno un preciso reportage giornalistico, nel mezzo si impantana in una serie di descrizioni e precisazioni buddiste di cui si potrebbe fare anche a meno (anche perché ci sono non poche ripetizioni degli stessi concetti), ma “Lo sherpa” fornisce un punto di vista più sincero e meno occidentale di quello che significavano le spedizioni commerciali nel 1996 e di quella che fu una delle più grandi imprese nel 1953, quella scalata del monte Everest che ad oggi, dopo 50 anni di scalate e su 7 miliardi di persone, è riuscita solo a 4000 superumani.

TOUCHING MY FATHER'S SOUL: A SHERPA'S JOURNEY TO THE TOP OF EVEREST- LO SHERPA
ANNO: 2001
AUTORE: Jamling Tenzing Norgay & Broughton Coburn
GENERE: saggio
VOTO: 6,5


SULLA CIMA DELL'EVEREST



Sulla cima dell'Everest è il classico raccoltone Newton Compton con dentro di tutto un po'.
In realtà mi sono limitato a leggere la lunga introduzione e le parti riguardanti il disastro del 1996 tra cui i due racconti di Anatoli Boukreev e Beck Weathers (niente di nuovo che non avessi visto nei loro libri) e l'inedito “Incubo” di Matt Dickinson.
Per tutto il resto ci sarà tempo e modo (ho già un'idea di quando leggerlo e come accorparlo ad un altro libro sull'Everest).
Di Matt Dickinson esiste un libro non tradotto in italiano che racconta per intero la sua vicenda e che ho disperatamente cercato di recuperare fino a che non ho compreso, grazie al racconto in questione, che il suo saggio riguarda la facciata Nord dell'Everest, quella in cui, nello stesso tragico giorno della scomparsa di Fischer e di altre 5 persone, morirono 3 scalatori.
Altra facciata, altro disastro. Sarà per un altra volta.
In ogni caso il breve racconto di Dickinson racconta uno dei momenti di estrema difficoltà durante la scalata e non è affatto male per come rende la tensione della situazione.

THE MAMMOTH BOOK OF EVEREST- SULLA CIMA DELL'EVEREST
ANNO: 2015
AUTORE: Curato da Jon E. Lewis
GENERE: saggio
VOTO: n.d.

                                                                                                                                  Continua...

domenica 24 gennaio 2016

LEZIONI DI VITA

Questa recensione è stata scritta il 2 aprile 2013 e rivista completamente il 24 gennaio 2016


Erano le 10.30 di sera e io stavo girovagando nella libreria da 2 ore.
Avevo visto tutti i titoli Feltrinelli, i Mondadori, gli Einaudi e i Garzanti. Ero passato alle biografie e avevo gettato un occhio ai libri di storia. Mi ero avvicinato allo scaffale della fantascienza senza dimenticarmi dei libri musicali, di quelli cinematografici e pure delle raccolte di poesie che tanto non comprerò mai. Ero andato a vedere cosa c'era nella saletta per i bambini (non sia mai, che magari mi perdo un capolavoro nascosto tra gli attacca-stacca..) e avevo pure fatto finta di osservare i thriller prima di aggirarmi con lo sguardo perso nell'immenso settore dedicato ai libri fotografici e d'arte di cui non capisco un emerito cazzo.
Non avevo trovato niente. Niente di niente.
Capitano, rarissimamente ma capitano, quei giorni in cui non sono ispirato e tra centinaia di titoli tra cui solitamente non saprei scegliere se comprare quei 5 libri o quegli altri 5 (finendo poi per comprarli tutti e 10, ma in due giorni diversi così mi sento meno in colpa), non trovo nulla.
Erano le 10.30 di sera di un mercoledì qualsiasi di un mese qualsiasi quando decisi che, essendo l’unico cliente fino a quel momento, non potevo uscire a mani vuote facendo finta di nulla come al solito.
Va bene girare e rigirare e ririgirare e sfogliare e risfogliare e ririsfogliare, ma dopo due lunghissime ore (peraltro notturne) vuoi dirmi che non hai trovato assolutamente nulla da comprare in una libreria di 5 stanze con gli scaffali alti fino al soffitto? Un thriller, un classico, un libro di fotografie, un manuale di cose da fare al mercoledì sera alle 10.30, qualcosa ci deve essere.
Io quella sera me ne uscii con Boom.
Un altro giorno, si parla di 12 anni fa, feci lo stesso ragionamento in un negozio di dischi e me ne andai con un disco dei Killswitch Engage in borsa perché, cito (mie) testuali parole riferite all’amico, “Mi piace la copertina”. “Ma non li conosci!!!” “Si, ma la copertina è bella quindi…”.
Quindi niente. Al tempo ascoltavo New Metal (o new rock come lo chiamarono di li a breve o crossover come lo chiamavano prima o merda secca di fine anni ’90 come lo chiamano ora) e i Killswitch Engage non sapevo assolutamente chi fossero. Venne fuori che, per purissimo caso, i Killswitch Engage erano new metal, o qualcosa di simile, ma alla seconda canzone si scoprì anche la cosa più importante: quell’album pagato 40.000 lire (a scriverlo già mi fa innervosire) era una completa, totale, incredibile merda.
Non imparai la lezione, questo dovrebbe esservi ormai chiaro, ma decisi che di lì in poi, se proprio dovevo comprare qualcosa per non sentirmi in colpa delle mie interminabili ore passate a girovagare per negozi di musica-libri-film, l’avrei pagato poco e sarei stato moooolto attento nella scelta.
E quindi ho scelto Boom: un libricino di 150 pagine scritto largo, pagato 8 euro, che parla di due ragazzini invischiati in un’avventura fantascientifica con professori alieni, ragni parlanti e passaggi spazio temporali.
Insomma, non ho imparato veramente una beneamata ceppa, ma ho avuto perlomeno un buonissimo assaggio di simpatica fantascienza per i più piccoli (altro che Killswitch Engage...)
 
BOOM!- BOOM! OVVERO: LA STRANA AVVENTURA SUL PIANETA PLONK
ANNO: 2009
AUTORE: Mark Haddon
GENERE: Fantascienza
VOTO: 7,5

lunedì 11 gennaio 2016

UNA CLASSIFICA DAL 2015

Da quando il blog è ripartito tra mille difficoltà e poco, pochissimo, pocherrimo tempo da dedicargli, è apparsa una sola recensione cinematografica (per quel "capolavoro" di The Martian per cui Matt Damon chiede un Oscar a Ridley Scott...) e la cosa fa abbastanza ridere a pensarci bene. Chi mi conosce bene sa (e ora lo sapranno anche gli altri) che leggo in media 3-4 libri al mese, ma vedo almeno il doppio dei film nello stesso lasso di tempo.
Perché quindi così tante recensioni librarie e così poca celluloide? Sinceramente non ho idea. Sarà che la celluloide non la usano più per le pellicole dal 1954, ma io non trovavo un altro sinonimo, sarà che la metà dei film visti sono opere senza arte né parte, sarà che scrivere male di ogni film brutto mi porterebbe via troppo tempo (e credetemi spesso me li vado proprio a cercare), sarà che in questi ultimi 2-3 anni non ho nessuna voglia di scrivere di cinema dopo altrettanti passati a scrivere solo di quello, sarà sarà, sarà quel che sarà.
Rimane il fatto che vedo troppi film e non farne una classifica a fine anno (ma anche all'inizio di quello seguente) mi sembrerebbe uno spreco enorme.
Ecco quindi tra i 75 film visti, i miei 10 film preferiti (più uno) e i miei dieci orrori (più uno) usciti nel 2015 al cinema in Italia, con un brevissimissimo commento a lato.
Da notare che, ovviamente, mancano alcune pellicole che mi incuriosivano, ma non sono ancora riuscito a recuperare come The Lobster, Il ponte delle spie e Masha & Orso.

PS: I titoli sono riportati in lingua originale solo nel caso in cui differiscano dall'italiano. Il nome che vedete a lato è ovviamente il regista.

I MIGLIORI (Dal meno bello)

+1) PAN: VIAGGIO SULL'ISOLA CHE NON C'È Di Joe Wright
Fresco e per una volta davvero Peterpanesco. E poi ci sono i Ramones e i Nirvana.

10)STILL ALICE Di Richard Glatzer e Wash Westmoreland
Per Julianne Moore

9)FURY Di David Ayer
Se persino Shia Labeouf e Michael Pena sembrano bravi dev'esserci un motivo.

8)PAS SON GENRE- SARÀ IL MIO TIPO? Di Lucas Belvaux
Perchè i francesi sono gli unici a produrre "commedie" romantiche ben fatte.

7)THE HUNGER GAMES: MOCKINGJAY PT II- HUNGER GAMES: IL CANTO DELLA RIVOLTA PT II Di Francis Lawrence
Jennifer Lawrence vale sempre il biglietto e questo è il miglior capitolo insieme al primo.

6)THE BABADOOK- BABADOOK Di Jennifer Kent
Un horror che non è un horror davvero bello. Praticamente un miracolo.

5)EX MACHINA Di Alex Garland
Se non esistesse George Miller il miglior film di fantascienza dell'anno.

4)HRÙTAR- RAMS: STORIA DI DUE FRATELLI E OTTO PECORE Di Grìmur Hàkonarsonl
Con il titolo più spoileroso dell'anno riesce ad essere comunque incredibilmente toccante.

3)OMOIDE NO MANI- QUANDO C'ERA MARNIE Di Hiromasa Yonebayashi
Ah, i cartoni giappu che fanno piangere.

2)WHIPLASH Di Damien Chazelle
Oscar meritatissimi.

1)MAD MAX: FURY ROAD DI George Miller
Forse il migliore film di fantascienza degli ultimi 10 anni.



I PEGGIORI (Dal meno brutto)

+1) AVENGERS: AGE OF ULTRON Di Joss Whedon
Che bordello, il troppo stroppia.

10)INHERENT VICE- VIZIO DI FORMA Di Paul Thomas Anderson
Amo Anderson e Phoenix eppure qui c'è troppo di entrambi.

9)IRRATIONAL MAN DI Woody Allen
Ti prego smettila Woody.

8)ANT MAN Di Peyton Reed
Alla morte della formica volante volevo morire.

7)BLACK MASS: L'ULTIMO GANGSTER Di Scott Cooper
Ti prego smettila anche tu Johnny Depp.

6)SOPRAVVISSUTO: THE MARTIAN Di Ridley Scott
Il nerd che ci spiega con l'aeroplanino di carta il suo strabiliante piano.

5)EXODUS: GODS AND KINGS- EXODUS: DEI E RE Di Ridley Scott
Ridley Scott for president. Qui siamo ai livelli di Emmerich.

4)SAN ANDREAS Di Brad Peyton
Bentornati fine anni '90, inizio 2000.

3)THE AGE OF ADALINE- ADALINE: L'ETERNA GIOVINEZZA Di Lee Toland Krieger
Scritto da una scimmia.

2)WOLF TOTEM- L'ULTIMO LUPO Di Jean Jacques Annaud
Unisce lentezza e sconclusionatezza, non è facile.

1)LEFT BEHIND: LA PROFEZIA Di Vic Armstrong
Qui siamo ai livelli di film action per la domenica pomeriggio di Italia 1 negli anni '90 (che su Cielo adesso son persino più belli). Sceneggiatura ridicola, scenografie orrende, girato letteralmente con le chiappe e colonna sonora a cazzo di cane che neanche Beautiful. E poi c'è Nicolas Cage.




martedì 29 dicembre 2015

QUER PASTICCIACCIO (BRUTTO) DE BRIAN W. ALDISS

Questa recensione è stata scritta il 28 settembre 2011 e rivista completamente il 29 dicembre 2015


Avete presente quei pasticci disegnati dai bimbi troppo piccoli pieni di righe, pastelli, pennarelli, macchie, buchi e caccole?
C’è un fico d’india immenso che ha conquistato la Terra.
Gli umani sono alti 35 cm.
I vulcani ipnotizzano gli esseri viventi e li mangiano.
Enormi vegetali viaggiano per lo spazio su ancor più grandi ragnatele.
Le piante sono tutte assassine.
La spiaggia è Terra di Nessuno.
Nella Terra del Crepuscolo un pesce gigante è il più grande saggio del mondo.
Esistono uomini pescatori collegati con una coda a palme imponenti.
I vegetali hanno forma di volatili.
La luna è piena d’ossigeno.
Le megatermiti sono amiche degli umani.
Ci sono fiori giganteschi che si uniscono e attraversano i mari per migrare.
I gatti vivono con le megatermiti in un tunnel sotto un castello in rovina.
È abbastanza per stimolare la vostra curiosità?
Sinceramente sono ancora un po’ stordito da questo “Il lungo meriggio della Terra”, Brian W. Aldiss ci è o ci fa?
E Asimov con tutta la sua psicostoria, i suoi imperi galattici, le sue città super evolute e i robot che fine ha fatto?
Tutto buttato nel cesso.
Tra 4 miliardi e mezzo d’anni (tanto ci impiegherà ancora il sole ad avvicinarsi alla sua fine) saremo solo inutili cacchette (quasi) senza cervello alte qualche pollice destinate a farci comandare da un fungo.
Che tristezza.
O no?
Mah.

PS: Al di là dei vari esseri giganteschi, enormi, imponenti ed immensi, il libro risente della sua originale pubblicazione in 5 puntate con diverse ripetizioni e altrettante contraddizioni da parte di Aldiss, che ci mette pure del suo con una prosa a dir poco discutibile e diversi interventi in prima persona per provare a spiegare ciò che sta raccontando.
La copertina dell'edizione in possesso è tra le più ignoranti e meno sensate che io abbia mai visto (e si che compro Urania): non centra assolutamente nulla con ciò che viene raccontato, ma proprio niente niente. NIENTE.

HOTHOUSE o THE LONG AFTERNOON OF EARTH- IL LUNGO MERIGGIO DELLA TERRA
ANNO:1962
AUTORE: Brian W. Aldiss
GENERE: Fantascienza
VOTO: 5

venerdì 18 dicembre 2015

FIGLI D'ARTE



Non penso sia semplice essere figlio d'arte.
Si è vero, le strade sono spalancate, conosci la gente giusta , il lancio nel mondo editoriale-musicale-filmografico è già praticamente fatto senza il minimo sforzo e il tuo primo libro-cd-film venderà comunque un sacco sull'onda della curiosità della gente, ma poi?
Quanto credete possa essere facile vivere da figlio di Bob Dylan, De Sica, Camus? Giudicati non in base alle proprie qualità come chiunque altro, ma rispetto alla bravura dei propri genitori e parenti che sono stati mostri sacri nel proprio campo, vincitori di tonnellate di premi che la stampa solitamente non confronta con nessuno per troppa inarrivabilità.
Epperò tu sei il figlio, vorrai mica evitarti un: “Il dono della scrittura evidentemente non si trasmette da padre a figlio”, “Negli anni '60 suo padre rivoluzionò la musica, oggi lui a malapena la comprende”, “Sarebbe un grande regista se si riuscisse a non pensare per un attimo a tutto ciò che fece suo padre nell'epoca del blablablablabla”.
In un mondo ideale anche questa recensione non inizierebbe con tutta questa premessa, si parlerebbe del romanzo di Joe Hill, autore trentacinquenne alle prese con la sua prima opera e della sua somiglianza con certe cose di Stephen King degli anni '80, anzi meglio, di Richard Bachman.
La scatola a forma di cuore non è un capolavoro, ma è il classico libro che si fa divorare in quattro giorni assillati dalla domanda che tutti i libri del genere dovrebbero inculcare nella testa di ogni lettore: come andrà a finire?
Si, i protagonisti sono macchiette (il Jude Ozzyosbournesco su tutti), la maledizione sa di un po' troppo sentita e anche sullo stile scorrevole a volte verrebbe voglia di discutere: manca di profondità, ma anche dell'asciuttezza necessaria a creare tensione (quella presente in Bachman per intenderci) e quindi?
E quindi il primo romanzo del figlio di Stephen King (eddai fatemelo dire almeno una volta!) è semplicemente e solamente uno scritto sufficiente, niente di memorabile, ma neanche qualcosa per cui lo si possa accusare di chissà quali raccomandazioni.
D'altronde, se proprio vogliamo dirla tutta, il padre sfondò veramente il mercato solo dal secondo romanzo in poi e lo stupendo film di De Palma (Carrie) lo aiutò non poco a farsi conoscere dal grandissimo pubblico quindi aspettiamo fiduciosi, convinti che il mezzo flop di un Harry Potter con le corna sia solo un dimenticabile incidente di percorso.

HEART-SHAPED BOX- LA SCATOLA A FORMA DI CUORE
ANNO: 2007
AUTORE: Joe Hill
GENERE: Horror
VOTO: 6



lunedì 23 novembre 2015

IL GENIO, LE IDEE

Questa recensione è stata scritta il 16 aprile 2012 e completamente rivista il 23 novembre 2015


Non smetterò mai di declamare il mio odio per i racconti.
Certo nella mia (pur breve) carriera di lettore ci sono stati racconti che mi hanno affascinato, spaventato, emozionato e divertito, ma un libro di racconti, in particolare una raccolta assolutamente eterogenea di questi (ovvero non legati da un filo conduttore), mi ha sempre lasciato un po’ con l’amaro in bocca.
Storie bellissime bruciate in quattro pagine, trame ridicole non adatte ad un romanzo riciclate malamente per riempire poco spazio, avventure inutili usate da tappabuchi.
E così pian piano le raccolte presenti in libreria, comprate perché ritenute assolutamente straordinarie o semplicemente scritte da un autore amato, hanno cominciato ad assumere la medesima funzione delle avventure inutili. Non ho voglia di scervellarmi sul romanzo da 600 pagine che sto leggendo? Racconto. Sono in macchina e ho cinque minuti liberi in cui aspetto qualcuno? Racconto. Ho appena finito un romanzo, non ho ancora stranamente sonno e non sono in vena di iniziarne un altro all’una di notte? Racconto.
La mia libreria di Anobii (il social più morto che vivo che comunque mi piace sempre più di tutte le altre vaccate del momento) dice che Sessanta racconti di Dino Buzzati l’ho iniziato il 6 gennaio e terminato a marzo inoltrato: 3 mesi di lettura a spizzichi e bocconi per un totale di 500 e passa pagine sono tanti, se ne renderebbe conto anche il gorilla del Crodino, ma non sono troppi se si considera che il libro in questione raccoglie insieme una quantità folle di capolavori e semicapolavori che meriterebbero di esser letti nell’arco di una vita.
Perché si, Sessanta racconti diventa oggi (ma molto probabilmente lo era già diventato il 6 gennaio con la lettura de “I sette messaggeri”) la mia raccolta preferita e uno dei libri più belli che io abbia mai letto.
Il libro di Buzzati (summa da lui composta di altre tre raccolte più un’altra ventina di scritti) è sorpresa, spavento, meraviglia, terrore, fascino, stile, idee, idee, idee.
Se un buon scrittore di fantascienza (lasciam perdere i mediocri) avesse oggi la metà delle idee e dello stile di Buzzati (il libro è del 1958, ci tengo a dirlo) sarebbe considerato un genio senza se e senza ma.
Non voglio star qui a elencare racconti su racconti su racconti perché molto probabilmente finirei per citarne 57-58 su 60 se non tutti quanti, ma una semplice sbirciatina al primo (I sette messaggeri) e all’ultimo (La corazzata Tod) dovrebbero bastare ad un lettore medio di fantasy, fantascienza, Poe, Lovecraft ed affini a leccarsi le dita fino a consumarsele, altro che Fonzies.
Sessanta racconti è un capolavoro.
E io amo Dino Buzzati.
 
SESSANTA RACCONTI
ANNO: 1958
AUTORE: Dino Buzzati
GENERE: Racconti
VOTO: 10
 

giovedì 12 novembre 2015

GIOCHIAMO A CHI CE L'HA PIÙ LUNGO


 
Nel 1990 R.A. Salvatore, l'autore statunitense de il Dilemma di Drizzt, aveva 31 anni e scriveva come un ragazzino di 16 che non si è dimenticato dei battibecchi con gli amichetti della sua infanzia.
GIANFILIPPO: La mia mamma fa un lavoro bellissimo!
SALVATORE: La mia uno ancora più bello.
GIANFILIPPO: La mia lavora alla NASA.
SALVATORE: La mia fa l'astronauta.
GIANFILIPPO: Allora la mia è andata su Marte.
SALVATORE: La mia ha visto gli alieni.
GIANFILIPPO: La mia li ha visti due volte e ci ha anche parlato.
SALVATORE (tutto rosso in viso e arrabbiatissimo): Allora la mia ci ha parlato e poi ne ha uccisi 4 e poi con il suo cannone spaziale ha distrutto tutto il pianeta ed è tornata volando senza l'astronave perché lei vola e poi ha anche catturato un cane alieno e adesso lo tengo in casa ed è verde e viola e mangia il ferro!
GIANFILIPPO:...............
Ecco immaginatevi un uomo del genere a scrivere un fantasy.
Pensatelo seduto lì alla sua scrivania che si fa venire una, due, tre, cento, mille idee e decide che il suo dev'essere un fantasy assolutamente diverso da tutto e da tutti.
Gli elfi sono buoni e pacifici e vivono nei boschi?
Bene, io li faccio cattivi, scuri, infidi, traditori e sotterranei.
Gli elfi hanno una vista eccezionale?
I miei hanno gli infrarossi quindi vedono anche al buio e comunicano per lo più a gesti.
Gli elfi sono eccellenti combattenti?
I miei sono i migliori tra i migliori, temutissimi da tutti e il mio protagonista è il non plus ultra degli Elfi Oscuri, nessuno può sconfiggere le sue eccezionali scimitarre (e io vi tedierò con le loro descrizioni imbarazzanti per tutta la durata del libro) e ha gli occhi color lavanda!
Si, COLOR LAVANDA! E adesso provate a scrivere qualcosa di meglio!
Il dilemma di Drizzt è il fantasy per eccellenza, come tutti quelli che non apprezzano il genere senza averlo mai letto se lo immaginano e come ogni appassionato di elfi, orchi, maghi e nani che ami la bella scrittura teme che possa essere: grandi idee (talvolta al limite dell'assurdo) gettate in cespugli di ortiche pieni di cacche di cane.
Il primo libro della Trilogia degli Elfi Oscuri (un'altra trilogia iniziata, voglio morire...) è talmente denso di particolari, nuove razze, nuovi mondi e storie parallele appena accennate che nelle prime 50 pagine viene davvero voglia di lanciarlo in quei cespugli, frastornato dall'incapacità di comprendere tre parole su quattro di quel che viene raccontato.
La vicenda comincia ad essere davvero chiara intorno a pagina 60 e nel giro di altre 40 pagine si è già arrivati a comprendere il finale-non finale di questa prima parte, cosa assolutamente deprecabile per qualsiasi genere ma a cui gli amanti di Brooks, Goodkind, Jordan & co. dovrebbero essere avvezzi.
Tra l'illuminazione e il finale rimangono un 200 pagine di battaglie descritte in malo modo, ripetizioni disturbanti (tanto per dire, il nome Zak viene ripetuto 20 volte in due pagine) e tanta tanta fantasia che permette al romanzo di arrivare ad una risicata sufficienza, o forse no.
Certo, se a sentire le altre recensioni questo è il migliore del lotto c'è da mettersi le mani nei capelli.
La speranza è che Salvatore (autore tra il '90 e oggi di un'altra cinquantina di libri ambientati più o meno nello stesso universo fantastico) abbia imparato qualcosa negli anni e si sa, chi vive sperando, muore nelle ortiche.

HOMELAND
ANNO: 1990
AUTORE: R.A. Salvatore
GENERE: Fantasy
VOTO: 5+

PS:  Rivedendo la copertina in questo momento mi dovrei fare due domande sulla mia salute mentale il giorno in cui decisi di iniziarlo...