martedì 20 maggio 2008

CINQUE FILM, UN MITO: COORDINATE PER UNA TOPOGRAFIA DEL CAMBIAMENTO

Si lo so.
Dico che torno e poi sparisco.
Sparisco e poi torno.
Torno e poi sparisco ma in realtà son li che guardo il blog agonizzare nella sua ultima recensione non più aggiornata.
La verità è una sola: non sono capace di essere costante in certe cose.
Ci son stati mesi in cui aggiornavo il blog ogni 3 giorni e ora magari passa un mese prima di una nuova recensione.
Non ho niente da scrivere?
No.
Di scritti ne ho a bizzeffe già completati o lasciati a metà nei miei deliri di: ma che cazzo sto scrivendo?
Ma un giorno tornerò a pubblicare con costanza.
Ce la farò.
Tant'è vero che mi chiamo Brunilde.

PS:si tratta di Leo ovviamente quello che trovate qui sotto. Io non sono in grado di scrivere così, mi scuso per la segnalazione dimenticata!

BY LEO

“Lusinghe, perfidia, gloria, oro:
Via, via, via per sempre…
L’umana ottusità, tutto
Quello che un tempo ci tormentava,
E a volte ci divertiva…

E di nuovo perfidia, gloria,
Oro, adulazione, una conclusione per tutto:
La stupidità umana
È senza rimedio, maestosa,
infinita…E che cos’è la fine?”


Aleksandr Blok, ‘L’ultimo viatico’, 1914

Strano. Dopo tutto questo tempo passato a vivere, sprofondando nella più chiara disillusione, ancora trovo il coraggio di trovare qualcosa di sensato, qualcosa che riesca ad illuminare per un momento il cammino. Ma la luce che promana dalla sorgente ignota è scura. Ancora più scura di questo buio che ci accompagna: rischiara per contrasto.
Non, non credo che questi siano ‘tempi moderni’, né che gli anni in cui viviamo possano essere considerati l’apogeo, l’apice ed il culmine assoluto di quelle ‘umane sorti progressive’ cantate con amaro disincanto in quel di Recanati.
Il progresso? Non lo vedo. La tecnologia migliora l’esistenza? Non lo credo più. Il malaffare impera. A volte mi pare di veder realizzato lo zoo umano di De André al suo stato più bestiale. Non rifiuto né l’uno né l’altro, però m’impongo d’agire secondo critica coscienza. E agli occhi non posso nascondere il silenzio del cuore. Un esempio? La flessibilità lavorativa è stato il più grande vuoto a perdere inventato dalle menti geniali di chi dall’alto designa e legifera. Come verremo ricordati? Sotto quale distante ed effimera etichetta saranno catalogati questi tempi infausti di trentenni qualificati senza lavoro, di famiglie che non arrivano all’ultima settimana del mese, di ventenni consegnati all’oblio sociale dagli stessi adulti che li educano? Non voglio scambiare parole per frasi fatte, non mi accingo ad ipotizzare fatue rivendicazioni politiche. Credere ciecamente al bianco/nero sociale, chiaro/scuro, qui/là è una puerilità che non riesco più a concedermi. Ma, benché annebbiato dalle brume delle mani agitate che per prime lacerarono il velo di Maya, riconosco ancora che chi ha un forte appiglio, sia esso religioso, politico o familiare, comunque sia un ‘credo’, possa superare con discrezione quest’angolo meschino di tempo. Ma la concessione di tale privilegio pretende che dall’altra parte della bilancia si sacrifichi l’obiettività di giudizio.
In ogni caso, per la prima volta dopo la caduta del Muro di Berlino, ci avviciniamo ad una svolta epocale. Altro, per ora, né si può prevedere, né si può predire, come non si poté allora prevedere né il sostanziale fallimento della democrazia in salsa post-sovietica (cfr. la Polonia dei fratelli Kasczinsky, o le rivendicazione estremiste nazionaliste che animano lo spettro politico dal Baltico alla foce danubiana del Mar Nero) o l’emigrazione massiccia dai paesi dell’Est Europa verso i “paesi delle meraviglie” dell’Occidente europeo tra-sognato e ir-reale (tanto che in alcuni paesi s’è parlato di “diaspora” per la quantità di giovani che hanno lasciato i paesi; tale è il caso romeno. Per rimpinguare l’intera fascia sociale emigrata si ricorre ora laggiù –paradosso- alla manodopera dell’estremo Oriente).
Così non si previde la devastazione causata in Francia dopo la I Guerra Mondiale: una intera fascia di giovani, i soldati infangati nelle trincee, erano morti. Una leva, un’annata era stata decimata.
Solo le donne loro coetanee erano sopravvissute alla mietitura bellica.
E’ chiaro che non si possa prevedere tutto; ma questi esempi in negativo dovrebbero essere chiari quanto la loro relativa fotografia a colori. Solo l’analisi del passato rischiara e getta una luce, seppure ad uno sguardo più acuto si riveli solo l’essenza stessa del buio, una lama di luce scura.
Come le luci di Storaro sul volto di Kurtz-Brando in “Apocalypse Now”. “L’orrore…”
“Cambiare tutto per non cambiare niente”. E allora, eccomi qui capo chino, a tornare agli altari dovuti di chi già vide ed indagò “la bête humaine”. Il viaggio però non esiste, o meglio, lo si può iniziare solo incensando gli altari consumati dal tempo di una vecchia (?) pellicola.
Già ci occupammo del viscontiano “Senso”.
Aprendo la cartina del nostro ipotetico viaggio (via crucis?) la partenza è segnata dal monte “Il gattopardo”.

La perfezione formale del film è inenarrabile, e il salto di qualità rispetto al pur celebrato “Senso” è invidiabile. Subito un banale gioco di parole: la perdita del senso, eppure la vita che arrancando continua; l’inganno operato con insistenza su di sé, eppure scambiando le due parti della moltiplicazione il risultato non cambia. Il discorso del rappresentante torinese politico del Regno sabaudo, dall’esotico cognome francese, è talmente reale da essere imbarazzante come solo i discorsi che ricordi di aver vissuto possono essere. Burt Lancaster-principe Fabrizio Salina è l’araldo a venire d’un mondo nato già morto: eccezionale prova d’attore.
La difficoltà sta nella scelta del tema perfetto: il rifiuto di vivere vivendo, il rifiuto della realtà oggettiva. Ecco quella vaga sensazione perenne di stare ballando sul ponte del Titanic, mentre viene servito l’ultimo calice di champagne e la banda suona il bis del pezzo finale. Sorridiamo mentre affondiamo. In questo senso, la difficoltà è creatrice, conviene al poeta, al sacerdote, al cineasta: solo con il sudore sulla fronte possiamo erigere i castelli.
La cima va superata con difficoltà; ma una volta passato l’ultimo tornante della scena perfetta del ballo – anche se troppo lunga – possiamo tranquillamente svoltare a destra, lunga una bella e ridente vallata.
Qui inizia “The elephant man”.

Perché la vallata sarebbe splendida, se fossimo in primavera. Ma siamo in pieno inverno. La vallata sarebbe stupefacente rigoglìo di fiori, se fosse tempo di fioritura. Ma il freddo ha gelato le gemme del verde. Perché John C. Merrick (realmente esistito, 1862-1890) è un uomo, certo. Ha due braccia, due gambe, due occhi. Eppure la gente lo viene a vedere al circo degli orrori, al convitto dei freaks, celebri protagonisti dell’omonimo film del 1932 di Tod Browning (altro piccolo capolavoro oscuro). E pagano bene per sentirsi normali. Perché John Merrick è un mostro, un demone da incubo.
Non faccio facile teatrino dei sentimenti: siamo umani, non neghiamo la nostra crudeltà. Però ciò che ci differenzia dalla bestia dell’inconscio, sempre in agguato, è il venire a patti con la violenza, fronteggiarla, domarla.
Eppure di fronte a tanto orrore perverso [con un gusto del macabro che lo avvicina a quel contro-capolavoro dei pieni, edonistici, anni ’80 di Cronenberg che è “Inseparabili”, qui declinato e tratteggiato secondo il verbo della deformità paradossale dell’horror gotico], la vita lascia che si trovi uno sbocco, un explicit che non promette felicità, ma appena un approdo di morte felice: Merrick che si lascia morire per dormire come un uomo, morendo soffocato nel sonno.
Un happy dark end che fa di questo il vero masterpiece di Lynch che, a titolo personale, reputo essersi perso in lungaggini pseudo-intellettuali ed inutili. Ottima ed elegante recitazione vittoriana di Anthony Hopkins.
Dopo la valle occorre imboccare l’autostrada.
Siamo a metà dell’opera, del viaggio.
Quale biforcazione prendere? La statale, più lunga ma decisamente più panoramica, lontana dal grigio asfalto imperturbabile dell’autostrada, oppure la sicura solita coda al casello dopo le vacanze? Silenzio o rumore? Bianco o nero? Svoltate a sinistra. La via del femminile, dell’inconscio, della manifestazione archetipica dell’arte. Ma se per un momento, dopo aver operato la scelta, cade un ripensamento, un esaltarsi convinto di mormorii della parte destra, del maschile represso? Allora incidenti in automobile, violenza e litigi in macchina tra coniugi freschi di matrimonio, violenza e morte. Questo è il film di Scorsese. Questo è il vero, grande Willem Dafoe (per chi se lo ricorda solo come il Goblin del primo film della trilogia di Sam Raimi su “Spider-Man”). E un Harvey Keitel che fa la parte del Giuda dei vangeli gnostici, l’intelligente, acuto, primo degli apostoli e vero uomo delle Provvidenza.
“L’ultima tentazione di Cristo”.

Cristo che per un momento sulla croce, prima della lacerazione umano-divina gridata nel “Elì, Elì, lamà sabactani”, crolla e si appoggia sulle spalle del male, di satana,del diavolo, “dia-ballo”, il greco morfema di colui che divide. Chi? E da cosa? Divide il Sé dall’Altro che è in noi, il maschile dal femminile, L’Io della Persona dall’Inconscio dei Molti. E allora si perde la bussola nella nebbia. Cristo che rinuncia, che posa gli abiti consumati del messia per riappropriarsi dell’umanità vituperata, ma assai rassicurante. Tra mura domestiche, mogli, amore, figli. Insomma, l’autostrada rassicurante perché ovvia. Senza cambi al percorso in marcia. Ma verso dove? Routine? No, non è possibile andare contro il proprio destino interiore, reprimere la voce che grida nell’anima può solo essere un secondo: Gesù deve tornare ad essere il Messia, il Cristo, l’unto del Signore, riunificati il maschile ed il femminile, Aiòn (l’eterno) e Chronos (il tempo che scorre), tempo in divenire (=l’uomo che passa) e tempo in essere (=il Dio che resta). E respinta l’ultima tentazione la forza dell’uomo Gesù che ha resistito ci rende (noi spettatori) più vicino al Dio creatore e pantocratore. Statale, allora.
Più lunga. Magari ci fermiamo a sorpresa in un hotel sperduto tra le Langhe, magari nel modenese, o sulla via apula per le terre della Grecia italiana che fu.
Con la consapevolezza che si vive per il viaggio, non per la mèta. Lei arriverà, con calma. Tutti abbiamo una mèta, per colmare la metà dell’insignificanza. Per colmarci di significato, in vista del compimento della vita, junghianamente o pascalianamente intendendo la morte, occorre forgiarsi da sé il senso totalizzante. Tutto viene dall’Io: la forza per andare avanti e i suoi corollari.
E se poi dovesse mancare benzina?
Ultima tappa: il benzinaio. Non, non è una caduta di stile. In tutti i poemi epici la figura del coadiutore è ben presente. Colui che aiuta, l’ombra salvifera che sub-porta, sopporta ed aiuta a portare: Achille/Patroclo, Gilgamesh e Enkidu e tutti i loro epigoni da centinaia di poesie e racconti. Siano anche Dante con il suo Virgilio; persino l’uomo che aiuta il Cristo a portare la croce. Anche fidanzato/fidanzata, marito/moglie, amico/amica, o l’amicizia dello stesso sesso. C’è sempre un supporto per vivere. Ma a volte, se tu non fossi un eroe d’Omero e ti trovassi ad incontrare un dì, per caso, mettiamo a servire il vino ad uno di essi, come li vedresti? Sbruffoni, truffaldini? Inutili? Simpatici? Goliardici e volgari? Rozzi? Ecco, il benzinaio è la perfetta rappresentazione della reintegrazione degli opposti connessi a questa figura: senza, non potresti andare avanti, per cui è il bene assoluto in quel dato momento; eppure può apparire scialba, inutile, persino impertinente. Di nuovo bianco/nero. E’ solamente questione dei punti di vista. Ma questa volta inseriti nella dialettica d’un unico personaggio.
Ecco i personaggi di due film capodopera, monoliti irraggiungibili di vera e pura arte ispirata: gli attori Ulrich Mühe e Toni Servillo, “Le vite degli altri” e “Le conseguenze dell’amore”, rispettivamente.




Così, per noi stessi, prima di ripartire verso quell’ultima mèta/metà che ci aspetta, sia la vacanza al mare, sia il viaggio di una vita, possiamo sperare, anche solo per un momento, di aver fatto una sola azione che ci abbia dato il coraggio di essere, di esserci, il diritto dell’uomo di dire la vita vissuta. Poi, che quest’azione, questo fatto, la sappiano una o tre persone e non le 1.000.000.000 di persone che pendono dalla labbra usurate di patetici divi da quarta di copertina, allora vorrà dire che vivere sarà valsa la pena. Gli altri 999.999.999 di persone ci ricorderanno come quell’insignificante benzinaio, come un’ombra presto al macero dei ricordi, come Gerd Wiesler-HGW XX/7, agente della Stasi, per il bambino che incontra sull’ascensore, o per Titta di Girolamo che siede da anni al bar dell’hotel di fronte al lago. Uomini-tappezzeria, arredo e corredo di altri uomini che vanno e vengono nei loro occhi.

E allora il cambiamento è possibile? Concludo sulle note degli ultimi due film. Cambiare è l’unico senso. Cambiare per restare uomini. Cambiare perché nulla cambia. Cambiare perché siamo sempre gli stessi. Cambiare la pelle come serpenti per risorgere, le penne per volare di nuovo, la pelliccia per sopravvivere all’inverno. E poi, una volta allo specchio, distrutti per la scoperta e disperati per il silenzio nei nostri occhi, scoprire che siamo gli stessi identici, stupidi, futili, personaggi di prima. Qui sta il paradosso della nevrosi. Qui in nuce la calamità dell’essere uomini. Proviamoci. Questo, non altro, nelle mani: il silenzio sono sempre state le parole di Dio.

Una importante postilla finale: questa recensione-racconto è nata dallo stato d’animo di cui all’incipit. I film sono stati scelti - e, tengo a sottolineare, scelti appositamente - per rappresentare il senso del momento, la sensazione da descrivere. Cinque capolavori, comunque possano variare personalmente i gusti, che non si discutono, né si vogliono porre in stato di dibattito. Doveroso precisare. Non si tenga troppo conto delle ripetizioni e delle contraddizioni espresse, se vi sono.

Due appunti: Ulrich Mühe, l’attore de “Le vite degli altri”, pare sia morto nel luglio 2007. Forse il più grande attore degli ultimi 6-8 anni (azzarderei uno dei migliori attori europei in senso assoluto); l’impostazione e la formazione teatrale restano perenni nel film. Per Sorrentino, il film che seguì a ”Le conseguenze dell’amore”, valse cocenti delusioni per chi scrive (“L’amico di famiglia”, 2006). Non vale nemmeno un decimo del lungometraggio con Servillo, anch’egli attore teatrale. Che viva il teatro e gli attori che imparano a recitare secondo le eterne sue regole.

IL GATTOPARDO
REGIA: Luchino Visconti
VOTO: 8+
ANNO: 1963

THE LAST TEMPTATION OF CHRIST- L'ULTIMA TENTAZIONE DI CRISTO
REGIA:Martin Scorsese
VOTO: 9 ½
ANNO: 1988

THE ELEPHANT MAN
REGIA: David Lynch
VOTO: 8/9
ANNO: 1980

DAS LEBEN DER ANDEREN- LE VITE DEGLI ALTRI
REGIA: Florian Henckel von Donnersmark
VOTO: 10+
ANNO: 2006

LE CONSEGUENZE DELL'AMORE
REGIA: Paolo Sorrentino
VOTO: 10+
ANNO: 2004

sabato 3 maggio 2008

THE OTHER BOLEYN GIRL- L'ALTRA DONNA DEL RE

Dovrei scrivere qualcosa di Roma ma non ce la faccio in tre righe.
Troppe cose da dire, troppo troppo troppo.
Troppo meravigliosi quei tre giorni.
Ne parlerò più avanti.
O in un altro spazio.
Recensioni libere si allargherà molto probabilmente a nuovi orizzonti o ne nascerà una nuova costola.
Non so.
Fine dei deliri.
Ci sono ben due recensioni che aspettano solo di essere pubblicate: una mia e una di Leo.
Via alle danze!

Allora 3, 2, 1, ciak si gira!
Regista: Ma noooooo! Ma Scarlett ti ho detto mille volte che non puoi fare la ragazza sexy e conturbante in questo film come te lo devo dire?
(Scarlett con evidenti difetti di pronuncia dovuti alle sue labbra sproporzionate): Ma Justin come faccio? Io faccio solo film in cui sono una ragazza sexy e conturbante, non ho idea di cosa sia una ragazza normale!
Regista: Ma Scarlett tu non sei una ragazza normale! Tu sei innamorata del tuo Re! Conosci questa parola? Innamorata!
Scarlett: Cosa?
Regista: Innamorata! Sai quando due persone si trovano e si piacciono e senti il tuo cuore battere e dici: mamma mia questa è la persona giusta! E non ci vedi un difetto e sai che anche se ne avesse tu li ameresti perché lei è La persona giusta?
Scarlett con la faccia sbigottita: Che?
Regista con in mano due molliche di pane a forma di omino: Queste sono due persone….
Scarlett: mmmmhhhhh
Regista imbarazzato: Hai presente “The island”?
Scarlett: mmmhhh si, quello che c’era Ewan che correva per centinaia di chilometri senza fermarsi mai…che c’era di sicuro una scena al tramonto con due che si baciano che se no Michael Bay non è contento…si lo ricordo..
Regista: Ecco in quello in teoria tu dovevi essere innamorata di Ewan
Scarlett: Ah ecco….allora si ho capito!
Regista: Allora siamo pronti….3, 2, 1 ciak si gira!

Regista: Ma baaaaaaaaaaastaaaaaaaa

“L’altra donna del Re” non è un brutto film.
Ti appassiona, ti prende, ti angoscia nonostante tutti sappiano come andrà a finire e riguardo a costumi, scenografie e sceneggiatura non mostra punti deboli.
Ma.
Ma “L’altra donna del Re” purtroppo non è solo la storia romanzata (romanzatissima, romanzatona, megastraromanzata!) di quel trombone di Enrico VIII (evvai Dani, tu si che sai parlare di storia come un quindicenne…).
“L’altra donna del Re” è tre attori.
È Eric Bana.
Si quello che l’ ultimo film che mi ricordo c’era lui in un improbabile armatura che cercava di salvare dallo sfacelo più totale quella porcata mondiale che è Troy.
Quello che doveva rivaleggiare con Brad Pitt faccia di bronzo, polpacci d’oro e capelli bisunti e si faceva in quattro per salvare Orlando Bloom in versione “Il ragazzo più gracile e effeminato che l’epica di Omero abbia mai visto.
Quello che il penultimo film che mi ricordo non era nemmeno un film.
Era “Hulk”.
E io non so se qualcuno dei lettori ha visto “Hulk” ma io mi rifiuto di parlarne.
Con Ang Lee alla regia…. “Hulk”.
Che quando son uscito dal cinema mi chiedevo se ero andato a farmi prendere per il culo o semplicemente nel.
Che quando ho visto “Daredevil” ho potuto dire: “Io ho visto di peggio”.

Che quando ho visto che facevano il seguito che poi non è un seguito che se gli dici a Edward Norton che è un seguito da di matto e ti ammazza aprendoti la testa in due su un marciapiede, mi sono detto: “Ma peeeerchè? Ma soprattutto peeeeerchè?”
Ebbene si, Eric Bana è Enrico VIII.
È Scarlett Johannson.
Che si, ok, sei una femme fatale e hai le labbra enormi e rosse e tutti dicono che sei bellissima e bravissima e il fascino della diva e Scarlett di qui e Scarlett di là e chi la ferma più e “Vuoi mettere Scarlett Johannson? È il sogno di tutti” e se provi a dire che non ti piace prima controllano se sei uomo poi procedono tagliandoti la lingua.
Che si, sei una femme fatale e poi?
Prendete Scarlett Johannson e provate a metterla in una parte in cui debba mostrare un po’ di sentimento.
Ed ecco la faccia da porcello di Scarlett.

La Johannson gira TUTTO “L’altra donna del re” con questa faccia.
Senza esagerazioni, senza voler mettere il dito nella piaga, senza voler per forza trovare un difetto ma… non è possibile!
Ora provate a chiedervi come può essere un film girato da una ragazza che tiene costantemente questa faccia a metà tra il pesce lesso e il porcello intontito.
Cosa dovrebbe essere?
Amore?
Innamoramento?
Rincoglionimento precoce?
La Johannson diventa in “L’altra donna del re” un qualcosa ai limiti dell’ inguardabile che se dovresti in teoria parteggiare anche per lei, ti vien voglia dopo 1 ora di film di entrare dentro lo schermo e dire “Baaaaastaaaaa! Non se ne può più!” Svegliatela, tirategli uno sberlone, fate qualcosa ma vi prego toglietele l’espressione da pesce bollito!
Si, Scarlett Johannson è Mary Boleyn o come l’italiano insegna Maria Bolena.
È Natalie Portman.
Che rispetto alla Johannson parte in settima.
Sembra finalmente decisa a ritornare a recitare dopo essersi divertita a far la statua in Star Wars ed essersi rasata in “V per vendetta”.
Prendete un’ attrice di Hollywood, rasatela o fatela ingrassare e non ci sarà più bisogno che lei reciti.
“è ingrassata/rasata per un film!”
I giornali saranno tutti suoi, i servizi di Studio Aperto (quelli non dedicati al cane che ha battuto ogni record mangiando 10 salsicce in un giorno o alla famiglia distrutta del povero ragazzo Rumeno che blablablabla) e quelli di Cocuzza saranno tutti per lei!
Voi recitereste foste in lei?
Che bisogno c’è?
È ingrassata non vedi che è una grande attrice?
Che rispetto alla Johannson parte in settima per poi pian piano scalare fino alla seconda, alla prima e infine alla retromarcia.
Perché se la Portman almeno per la prima ora sembra decisa a riscattarsi, poi riesce a trovare anche lei la faccia giusta e via.
La Johannson porcello e la Portman Melita/Diavolita

La Portman si mette addosso una faccia da Lucignolo e chi la ferma più?
Regalatele un gioiello, confessate quanto la volete, sposatela, portatela a corte, fatela condannare a morte e si, lei avrà sempre e comunque quella faccia.
“L’altra donna del Re” è Eric Bana, Scarlett Johannson e Natalie Portman.
E una marea di comprimari tra i quali spiccano la prima regina e moglie di Enrico VIII e la madre delle due ragazze.
“L’altra donna del re” non è un brutto film.
Basterebbe non prendere dei lama della Mongolia orientale come suggeritori per il casting.
REGIA: Justin Chadwick
ANNO: 2008
GENERE: Storico (beh oddio…)
VOTO:7-
QUANTO ASSOMIGLIA ERIC BANA AL VERO ENRICO VIII: - 57
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un buon romanzo storico con almeno una protagonista non proprio nella sua parte ideale.

domenica 27 aprile 2008

ROMA 28-29-30 APRILE 2008

Nella città più bella del mondo per la prima volta con la persona più importante del mio mondo!

giovedì 24 aprile 2008

CLUBLAND- IL MATRIMONIO è UN AFFARE DI FAMIGLIA

Il sole quando sorge, sorge piano e poi
la luce si diffonde tutto intorno a noi
le ombre ed i fantasmi della notte sono alberi
e cespugli ancora in fiore
sono gli occhi di una donna
ancora piena d'amore.

Quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza!
Non ho altro in testa!


A volte capita che in Alessandria i film escano al cinema.
Capita che non si debba agonizzare per tre settimane come per l’ultima pellicola di Cronenberg per poi averla in una saletta da 30 posti come se fosse un “Toh, se proprio la volete vedere sta schifezzina….”
Capita che i film escano in Alessandria e non a Casale al mega iper ultra multisala che una sala ha le poltroncine che ti sdrai e poi puoi mangiare li se riesci a sopportare i ragazzi scazzati pagati tre lire all’ora che ci lavorano che se gli chiedi le patatine fritte ti dicono con gli occhi “Ma devi proprio??” e tu ovviamente a quel punto le vuoi ancora di più anche solo per vedere gli uomini scazzo ciondolare fino alla friggitrice.
Capita che mentre guardi senza speranze le locandine vicine alla rotonda (geniale metterle vicino alla rotonda…un giorno o l’altro son li che guardo e SBAM! Entrerò dritto dentro una macchina…) la vedi li un angolino la locandina di “Il matrimonio è un affare di famiglia”.
E in quel momento sei fiero di abitare in Alessandria.
Non allarghiamoci.
Sei fiero dei gestori del cinema di Alessandria.
Oh beh son gli stessi che non han dato un altro milione di film che ti interessavano…. Diciamo che sei fiero.
Non si sa di cosa.
Ma sei fiero.
E il sabato sera ti ritrovi finalmente dentro la minisaletta da 30 posti, quella che un giorno sogni di avere in casa e che ora stai praticamente pagando con minirate da 6,50 a volta.
Tre posti occupati: tu, lei e i giubbotti messi bene in ordine in modo che riescano a vedere comodamente anche loro e alla fine ti aiutino a tirar giù qualche idea (non sottovalutate mai i giubbotti!)
Niente trailer manco stessi guardando la versione da mezzo euro in dvx (6,50 euro, 6,50 euro, 6,50 euro!) e il film ha inizio.
“Il matrimonio è un affare di famiglia” racconta la storia di una donna dello spettacolo e di suo figlio che un giorno decidono…. Ronf ronf ronf ronf.
Scusate.
Sapete wikipedia (possibilmente inglese se non volete leggere di improbabili voci scritte da babbuini addestrati o semplicemente non trovare nulla), Mymovies, Comingsoon, un altro milione di siti….ecco, li ci trovate la storia.
“Il matrimonio è un affare di famiglia” è l’ ultimo spettacolo teatrale di una donna che non sa vivere senza i riflettori puntati addosso e l’applauso del pubblico.
Tutto inizia nei camerini (ovvero nella casa della donna abitata da lei e dai due figli) con la lunga preparazione allo spettacolo che consiste in un minishow per i figlioletti (quella che noi chiamiamo vita famigliare) e prosegue sui vari palchetti di Paese dove Jean Dwight vive veramente.
È il palcoscenico la sua vera casa.
Ed è il pubblico il suo vero grande figlio.
Quello da accudire eppure da tenere in riga, quello che va coccolato ma a cui bisogna far intendere chi comanda.
Jean è una madre autoritaria, rigida e a volte spaventevole ma è una mamma.
E i suoi figli naturali sono solo aiutanti nei camerini.
O nemmeno quello.
Il figlio handicappato è il segreto che l’attrice tiene nascosto alle telecamere.
È quello che tutti sanno ma di cui nessuno parla, nemmeno lei.
“Il matrimonio è un affare di famiglia” è la vita di una donna fatta opera teatrale.
Ha la sua parte preparatoria già descritta, ha un inizio scoppiettante capace di tenere ben sveglio il pubblico (a parte il decerebrato dietro che al decimo minuto esclama un “Che lessata di coglioni” che evidentemente il miglior film che ha visto ultimamente è 10000 AC), ha le sue pause tra i vari atti (in cui a volte si rischia di cadere, questo si, in qualche luogo comune o in qualche eccesso di troppo) e infine ha la sua scena madre.
E lo sceneggiatore della pellicola qui si dimostra degno di tal nome (non come in Italia che ogni volta c’è qualcuno che si alza al mattino e dice “Toh magari stamattina scrivo un film mentre faccio i miei bisogni all’ angolo della strada”): si muove tutto verso il provino della grande diva per ritornare a calcare palchi importanti e all’ultimo momento scarta facendoci andare tutti a sbattere con il muso sulla parete.
La scena madre che diventa anche uscita di scena Jean la gira in casa e raccoglie intorno a se il pubblico della sua vita così come Ed in Big Fish faceva per la sua discesa dal palco.
Ed è qualcosa di grandioso, unico, irripetibile, coinvolgente e totalmente suo quel che crea in quest’ultima occasione: esiste solo lei e il suo pubblico completamente annichilito, completamente ai suoi piedi come una diva degli anni ‘50 comanda.
E proprio mentre ti aspetti la definitiva chiusura del sipario e ti stai già per alzare aspettando che le luci finalmente si accendano Jean torna sul palco.
Non più Dea inavvicinabile e capricciosa ma madre finalmente.

Dei suoi figli e di quel che gli è mancato per tutta la vita: una figlia femmina.
O un pubblico capace di capirla e affrontarla veramente senza spaventarsi.
REGIA: Cherie Nowlan
ANNO: 2008
GENERE: Commedia
VOTO: 7
QUANTO VOGLIO SAPERE CHI SA SPIEGARMI IL TITOLO ITALIANO: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere una grande Brenda Blethyn, un fantastico Richard Wilson nei panni del figlio handicappato Mark (vi sfido a non sorridere ogni volta che entra in scena!) e sorridere amaramente di un mondo che vive sotto i riflettori (con un ultima scena tra le più significative viste in questi ultimi mesi al cinema).
NON CONSIGLIATO A CHI: A quel cretino che stava dietro la cui utilità al cinema è pari a quella di un popcorn ammuffito.

venerdì 18 aprile 2008

SHOOT' EM UP- SPARA O MUORI

Si lo so.
Potevate anche vivere senza di me.
Senza l'ennesimo blog di recensioni cinematografiche nato per caso un giorno per puro sfizio personale e diventato poi qualcosa di più.
Non so che cosa.
Ma sento che è qualcosa di più di puro sfizio personale.
E so anche che qualcuno di voi mi avrà creduto morto in questo periodo.
Recensioni che andavano diradandosi fino alla scomparsa per...2 settimane credo!
E invece eccomi di nuovo qui.
Che culo!
Eh già...di nuovo pronto a riempirvi la testa di...di qualcosa che esce dalla mia.
Siccome questa è solo una piccola premessa al mio ritorno rimando a qualche altro post tutto quel che riguarda appunto la mia sparizione e blablabla so che non ve ne frega niente!
Ringrazio quindi tutti quelle che son passati di qui anche credendomi morto, chiunque ha commentato, ringrazio Mario perchè è quello che credeva di più nella mia morte e ringrazio Alice perchè...lei sa perchè e lo saprete tra poco anche voi!
Vi ringrazio tutti indistintamente, senza distinzione tra neri, bianchi, gialli, verdi, uomini, donne o chiunque voi siate.
Perchè senza di voi io non sarei qui a scrivere.
O forse si.
Forse, in realtà, mi piace leggermi e voi non lo sapete.
Forse non so neanche che sto dicendo.
Forse è meglio che la smetta.
Buona lettura!

Avete presente quelle tamarrate action degli anni 80?
Quelle che quando le guardavi da bambino ti si spalancava la bocca che se avevi appena mangiato erano costretti a raccogliere tutto dal tappeto?
Quelle che c’era tua madre che diceva a tuo padre “Smettila di fargli guardare certe cose!” e tu guardavi tuo padre speranzoso che ovviamente di solito stavi sempre dalla parte della mamma ma per i film lei guardava “Nato il 4 luglio” e che palle la mamma, w il papà! E quando lo guardavi speranzoso ovviamente tuo padre non poteva che guardare la mamma e digli di andar a far altro che quella sera si guardava “Rambo 3” o ancora meglio uno di quegli action tedeschi con degli armadi al posto degli attori che avevano due espressioni: ante aperte e ante chiuse.
Uno di quegli action che adesso li trovi solo su telecity in settima serata o in qualche cassone del Mediaworld a 4,90 euro che ti chiedi se già su quello ci guadagnano, sui dvd da 20 euro cosa fanno?
Si costruiscono una barca per ogni dvd venduto??
Uno di quegli action che quando li guardavi da bambino il giorno dopo dovevi uscire per forza in giardino e urlare con un bastone in mano che avresti ucciso tutti e tutto e i fiori ti guardavano e tu scatenavi la tua ira contro i fili d’erba che dopo un po’ si rompevano anche le palle e finiva che entro un’ ora come minimo avevi un’ ammucchiata di schegge sulle mani o più semplicemente ti eri dato il bastone in testa.
Come non si sa.
Ma intanto ti ritrovavi con del gran dolore fisico!
E magari nella tua testa di bambino gommoso (che tanto non ti facevi mai realmente male) ti ripetevi anche che non avresti mai più giocato a fare l’armadio a quattro ante del film ma la volta dopo ti ritrovavi di nuovo li, magari con tuo fratello che “per sbaglio” ti tirava una mazzata sulle mani al posto che sul bastone.
E giù a piangere (che se mi succedesse adesso altro che piangere…) e mezz’ ora dopo eri di nuovo li a cercare di colpire tuo fratello.
Avete presente quegli action che la prima scena che mi viene in mente è un tizio alto biondo e muscoloso che accecato da non so più cosa si tirava giù da una finestra sfondandola con il corpo e mentre era in aria teneva due mitra e sparava all’impazzata verso il milione di nemici che circondavano la casa fino al tuffo in piscina (che ovviamente c’è sempre la piscina fuori dalla casa quando ti tuffi dalla finestra) e ovviamente poi riusciva a fuggire e nella scena dopo vedevi che si era leggermente graffiato sopra l’occhio?

Ecco.
Shootem up è peggio.
Shootem up è l’apoteosi della tamarria.
Quella voluta.
Quella che quando lo guardi dici: ma vaaaaaa Doc mi ha riportato indietro con la macchina del tempo agli anni 80 e non me ne sono accorto?
Quella che se riguardi 10000 AC puoi persino pensare che qualcosina di salvabile c’era ma poi ti guardi intorno e non ci credi nemmeno tu che c’era qualcosa di normale in quel film.
Quella che se guardi gli action di Stallone e di Schwarzenegger pensi che gli sceneggiatori di allora erano dei piccoli Dostoevskij: c’era una trama, c’erano dei personaggi, c’erano dei nomi e attenzione la storia in qualche modo andava da qualche parte.
Non c’era un tizio che non sai nemmeno come si chiama che spunta dallo schermo mangiando una carota e dopo 5 minuti è li che infilza uno con la stessa carota in un occhio e gli dice: “Mangia le verdurine!”
Non c’erano personaggi che non sapendo più che dire urlavano un bel “Fottetevi fottutti fottinculo!”
Non c’erano prostitute con la faccia della Bellucci che appena apre la bocca rimpiangi che non sia ancora nei panni di una muta come in “Dobermann” e ripensi con nostalgia alla cara vecchia Brigitte Nielsen.
Ma soprattutto non c’era Clive Owen.
L’uomo dalla faccia più di pietra che io abbia visto in questi ultimi 10 anni.
Lasciate perdere Vin Diesel o i vari tizi che ogni tanto cercano di risollevare invano il buon vecchio film d’azione.
Prendete Clive Owen e domandatevi se non ha un pietrone al posto della faccia.
Prendete un masso, della colla vinilica e provate ad incollare due occhi di ghiaccio sopra di esso.

È la faccia di Clive Owen.
E ve la ritroverete uguale identica sempre con la stessa espressione in King Arthur (gli avevan fatto crescere i capelli per farlo sembrare uno scoglio coi capelli), in “Closer” (gli facevano dire cose come “Fammi vedere la figa” per farlo sembrare uomo dotato di sentimenti), in Sin City (lo avevano messo in bianco-nero che magari qualcuno non lo riconosceva) e negli sponsor della serie “The Hire” della Bmw.
E proprio al personaggio senza nome che lo stesso Owen interpretava in questi ultimi (feci una recensione dello spot girato da Guy Ritchie qui) si rifà il protagonista di questo tamarraction.
Niente nome, niente espressioni, quasi niente parole se non sporadiche battute sulle carote di Bugs Bunny che tira fuori da chissà dove (non voglio immaginarlo) nei momenti più improbabili e una enorme dose di sboronaggine sono i compagni ideali del “nuovo” Clive Owen.
“Ma interpreta sempre lo stesso ruolo!” Si lamenterà qualcuno.
Ma certo!
Ma questa volta Owen è lasciato libero di sboroneggiare a destra e a manca come un pupazzo impazzito!
Si lancia in improbabili scivolate per terra sparando ovunque, comunque, semprumque (latinismo, grazie Liceo scientifico!) e a chiunque che tanto ricordano “The transporter” e mezz’ora dopo si lancia da una tromba delle scale roteando su se stesso mentre uccide una novantina di nemici.
Già.
I nemici.
Ovviamente senza nome e senza motivazione per uccidere.
E non venitemi a dire che lo fanno per difendere gli interessi del loro capo che ha pagato un senatore per blablablablabla…. Sappiam tutti benissimo che qualcuno ha costretto lo sceneggiatore (molto probabilmente un canguro pescato in qualche zoo) a mettere una motivazione farlocca a tutto quel bordello.
Fosse stato per lui il film sarebbe stato una cosa tipo: bang bang, muori, stronzo, bung bang bang, bem, mangia le verdurine, merda, fanculo, bim bum bam (con Marco Bellavia), sbadarabang, blem blem, sono una puttana e non so recitare, din din dum dum spatacrash!
E invece….. invece niente.
Shootem up è proprio così!
Shootem up è l’action più tamarro, casinaro e senza senso che io abbia visto in questi ultimi anni.
E sono consapevole di come tutto quel casino è più studiato a tavolino di una qualsiasi commediola da 4 soldi, e sono consapevole anche del fatto che spendere 6, 50 per vedere un film che esalterebbe forse un quindicenne non sono forse così ben spesi.
Eppure ci si diverte!
Certo se entri al cinema non sapendo cosa vai a vedere è logico che rimarrai impietrito sulla poltrona (ma non riuscirai mai ad essere come Clive!) ed è altrettanto logico che se non sai apprezzare gli action non devi nemmeno avvicinarti ad una locandina con Owen in primo piano che spara e la Bellucci dietro che non si sa alla fine che cazzo ci fa in tutto quel bordello.
Ed è quasi altrettanto logico che qui non si parla del buon vecchio action anni ’80.
Shootem up è il classico film casinaro patinatissimo anni 2000 e lo si nota ad ogni inquadratura: i dettagli sono tutti curatissimi, gli effetti sono tutti ben fatti (non ci sono giocattoloni plasticosi come nei film di Schwarzy e nemmeno terribili fotomontaggi come in Die Hard 2) e i dialoghi son studiati alla perfezione per creare sempre più casino di quel che si crede.
Eppur ci si diverte.
Tra doppi sensi da terza elementare (“Mi piace svuotare la canna”) e nemici grassi e unti che non muoiono mai e rispondono alla moglie al cellulare nei momenti più improbabili (Paul Giamatti da lezioni a tutti su come dev’essere un vero nemico sociopatico da action anni 80) ci si diverte e non poco.
Che poi al cinema si è ormai in 10 per sala (che tutti gli altri son al multisala con tutte le comodità di questo mondo) e quando ridi ti guardi intorno per vedere se hai disturbato il fantasma di fianco è un altro conto.
Che poi io sia un irriducibile tifoso di certe tamarrate…. Questo l’avrete capito.
REGIA:Michael Davis
GENERE: Action (ma va???)
ANNO: 2008
VOTO: 8,5
QUANTO PUOI GUARDARE UN FILM DEL GENERE ANCHE CON UN OCCHIO SOLO SENZA PERDERTI ASSOLUTAMENTE NULLA DELLA TRAMA (INESISTENTE): 10
CONSIGLIATO A CHI: agli amanti dell’action e basta se non volete venire a sputarmi in un occhio.

mercoledì 9 aprile 2008

NEIL YOUNG


Un sogno con un sogno a fianco: 22 giugno.

lunedì 31 marzo 2008

DOBERMANN



Il livello estetico del film è quello di un videogame, e nell'ostentazione della violenza risulta infantile, regressivo, irresponsabile, diretto a un pubblico tra i 15 e i 25 anni, di supposti vidioti di ambo i sessi, ubriachi di pubblicità, discoteche, pornofumetti violenti.

BY MORANDINI 2008
"È molto più etico mostrare queste cose che non mostrarle, è liberatorio" ecco la tesi di questi autori, psichicamente disturbati, che hanno invaso il cinema come brutte metastasi. Kounen ha fatto un suo calcolo: "Tarantino è trash, violento eccetera, ebbene io lo sarò più di lui. I miei cattivi saranno più cattivi, i miei cervelli schizzati saranno più schifosi, il mio mondo puzzerà più del suo. E poi io ti mostro anche un bimbo nella culla torturato e questa è un'esclusiva, nemmeno Quentin era arrivato a tanto". Dobermann è un rapinatore. Si accompagna alla Bellucci muta, a un paio di teppisti e a un travestito, tutti squisitamente (ripetiamo) tarantiniani. Vengono tallonati dal poliziotto (Karyo), che è peggiore di loro (è lui che tortura il bambino, per far parlare i genitori). Dopo tutto il trash possibile il gruppetto la fa franca e si allontana festosamente in macchina. La Bellucci: carina, ma forse si capisce perché deve emigrare per lavorare. Ecco un altro titolo che entra nel club dei "nessuna stella", come Bambola, Crash, Dal tramonto all'alba & compagnia

BY FARINOTTI 2007

Ma perché io devo leggere certe idiozie prima di vedere un film?
Perché poi devo leggerle sapendo che un sacco di gente dando un occhio a queste quattro righe molto probabilmente non prenderà neanche in considerazione la pellicola considerandola pari a una cacca?
Come si può vedere un film come “Dobermann” dopo aver letto recensioni del genere?
Non si può.
Ricordo benissimo come conobbi questo film: una sera al liceo accesi la tv sul tardi e mi trovai davanti a un pazzo che rideva che nel bel mezzo di una partita di tennis (di cui lui era un giocatore) tirava fuori una pistola lunga mezzo metro e sparava alla pallina perché credeva di essere stato fottuto.
Un ricordo particolare, senza dubbio.
Il mattino dopo ricordo anche che io e un compagno ci trovammo a discutere di questa pellicola che nessuno vide tranne noi: “Dobermann” divenne quasi un mito.
E i miti si sa, vivono nella memoria.
Fino a pochi giorni fa quando, incuriosito dal ricordo, decisi di recuperarlo.
Farinotti la definisce in sostanza una pellicola Tarantiniana da quattro soldi.
Vediamo cosa posso dirvi io.
“Dobermann” è molto Tarantiniano certo (non ci vuole Farinotti per capirlo) ma è anche un film molto Europeo.
Jan Kounen (regista fino ad allora di spot tv e qualche cortometraggio) dirige una di quelle pellicole che potrebbero essere chiamate benissimo: film- bordello.
In cui succede di tutto ma in realtà non accade nulla.
“Dobermann” mette in scena una banda di criminali uno più eccessivo dell’ altro (uno grande e grosso ama i cani e gioca a tennis con il gilet di pelle, uno è un pazzo furioso che spara per ogni cosa, uno si masturba ovunque, uno si traveste, uno è un prete fuso di testa e e via dicendo) comandati dal figaccione Dobermann (con relativa compagna sordomuta) contro una squadra di poliziotti comandati da un mezzo nazista pazzo sniffatore.
Ecco, ho detto tutto.
La pellicola ve la lascio immaginare: una serie di scorrettezza di ogni tipo (la “tortura” ai danni del bambino dettata dal Farinotti non è altro che un bambino che gioca con una bomba a mano che NON esplode) tra teste che saltano, esplosioni gigantesche, pistoloni spararazzi e chi più ne ha più ne metta nel nome dell’ eccesso più totale.
A tutto questo si aggiunga quell’ Europa di cui parlavo.
Perché Kounen, pur tarantinando qua e la, ci mette quel gusto per l’ inseguimento in macchina o per la scena violenta puramente europeo: pochi fronzoli, poche sottigliezze.
Se una testa deve esplodere facciamola esplodere dentro un casco in mezzo ad una strada, se una macchina deve andare a tutta velocità in mezzo al traffico facciamo sentire questo benedetto cambio impazzito, se dobbiamo prendere una ragazza sordomuta scegliamo la Bellucci.

E nei panni del figaccione? È ovvio: Vincent Cassel.

Jan Kounen scrive un soggetto all’ ordine dell’ eccesso e degli anni ’90: personaggi disadattati, pazzi, estremi in ogni senso che però devono essere simpatici al pubblico.
E così via alle strambaggini del prete che dice un passo della bibbia mentre fa esplodere un uomo (questo è eccessivamente tarantiniano!), a quelle del pazzo la cui moglie telefona ogni volta nel mezzo delle rapine e all’ estremo rigore (ovvio) del capo della banda Dobermann che risulta sempre bello, pettinato, occhialato e sbaciucchiato.
Il regista (sempre Kounen) dirige con un occhio a Tarantino e l’ altro pure anche se, come detto, l’ Europeizzazione è forte e alcune scene (come quella psichedelica sul finale) fanno pensare a qualcosina di più che ad un emulatore mal riuscito.
Nel 1998 Guy Ritchie con il suo “Lock e Stock- Pazzi scatenati” riuscirà a rendere meglio il verbo di Tarantino nella vecchia Europa ma è logico che lo stesso Ritchie passi anche da Kounen per certe visioni che poi diverrano suo marchio di fabbrica (mi riferisco ai primi piani velocissimi che entrambi utilizzano).
“Dobermann” dal mito che era cade nella mediocrità a dirla tutta: nella sua voglia di far godere lo spettatore Tarantiniano esagera.
Non nella violenza (sopportabilissima) o nel richiamo ai pornofumetti violenti che Morandini cita (ma cosa sono???) ma semplicemente nel suo voler far apparire così eccessiva una società che così eccessiva non è.
Non si tratta più del mafioso Travolta che ci fa sorridere mentre sta seduto sul cesso o di Samuel L. Jackson che recita un passo della Bibbia prima di uccidere: qui si tratta di veri e propri pagliacci in una società pagliaccesca.
Ho perso un altro mito.
REGIA Jan Kounen
ANNO: 1998
GENERE: Pulp, Tarantino
VOTO: 6 (perché comunque alcune cosette come lo scontro finale, la scena psichedelica e qualche battutina funzionano egregiamente per il genere)
QUANTO SEMBRA IN GRADO DI RECITARE LA BELLUCCI ZITTA: 7
CONSIGLIATO A CHI: agli amanti del pulp e di questo genere di pellicole esagerate
NON CONSIGLIATO: a Pino Farinotti.