venerdì 27 febbraio 2015

NOSTALGIA PORTAMI VIA

Questa recensione è stata scritta originariamente il 31 gennaio 2012 e rivista completamente il 27 febbraio 2015


22/11/63 è pieno di incongruenze, difetti e ripetizioni.
Ci sono le incongruenze legate al viaggio nel tempo. Quello di King è di un tipo abbastanza particolare: si può tornare indietro nel tempo attraverso una "bollicina temporale" (termine orrendo usato sul finale), far tutto quel che si vuole per il tempo che si vuole e tornare in un presente in cui sono passati solo due minuti dalla partenza, ma su cui l’effetto farfalla ha avuto i suoi esiti (nefasti o meno). E perché si possono portare oggetti di qua e di là nel tempo senza nessuna conseguenza? Boh. E come ha fatto Al ad avere i suoi primi vecchi dollari del ’58 da spendere nel passato? Boh. E perché, nonostante venga ribadito una cinquantina di volte che il "buco temporale" è fragile poichè frutto di una serie di coincidenze, la buca del coniglio rimane sempre al suo posto qualsiasi cosa Jake combini nel ’58? Boh.
E via dicendo.
Ci sono i difetti nel corpo (parecchio grasso) del romanzo. Era necessario autocitarsi così palesemente nelle prime 200 pagine? Una volta esaurito il suo compito di “causa primaria della follia di Lee Oswald” a cosa serve tirare in ballo per la milionesima volta la madre di Oswald facendola apparire come una sorta di mostro Kinghiano capace di ringiovanire nutrendosi del pianto di una bimba per poi non nominarla più? E del sonaglino rosso di June Oswald cosa dovremmo pensare dopo tutte quelle punzecchiature? E soprattutto: se scrivi un romanzo sulla possibilità di salvare Kennedy, perché le conseguenze del gesto sono riassunte in 5 e dico 5, pur goduriosissime, pagine stiracchiate?
E ancora via dicendo.
Ci sono le ripetizioni. “Il gradino rotto di casa Oswald”. Ok… “Il gradino rotto di casa Oswald”. Ok… “Il gradino rotto di casa Oswald”. Ok… “Il gradino rotto di..” ma baaasta! “L’effetto farfalla”. Oh certo.. “L’effetto farfalla”. Si beh l’hai detto due pagine fa.. “L’effetto farfalla”. Mi prendi per il culo? “L’effetto farfalla”. Dio questo ha l’Alzheimer…
E via stradicendo.
Dunque 22/11/63 è un libro perfetto? No, per niente.
Può essere paragonato a tre capolavori Kinghiani (con l'h o senza h?) come “Stagioni diverse”, “Il miglio verde” o "Cuori in Atlantide"? Nemmeno per sogno.
Ma 22/11/63 rimane un buonissimo romanzo.
Messo su carta da un uomo a cui negli ultimi anni sembrano mancare un po’ le idee (un interquel, che brutta parola, de La torre nera, un sequel di Shining, o, come in questo caso o in quello di The Dome e Blaze, un’idea ripresa dal passato remoto), ma il cui mestiere e la volontà non si discutono.
Scritto da un King che forse considera i suoi lettori abbastanza rincoglioniti da dovergli ripetere 10 volte anche l'informazione più elementare, ma che sicuramente non gli manca di rispetto con lavori mastodontici di scrittura e di ricerca (si veda la postfazione) come in questo caso.
È un Re autocitazionista quasi fin alla nausea quello di 22/11/63 (anche se la mia idea rimane quella di un autore che, arrivato ad una certa età, stia tentando di dare un senso di unità alla sua vastissima opera), capace di accettare i consigli del figlio scrittore (e il finale ne guadagna, se avete letto la prima bozza del finale di King sul suo sito) e ormai sempre più nostalgicamente legato ad un passato pieno di difetti, ma comunque migliore. Una nostalgia che, per una volta, non riguarda l’età preadolescenziale e il suo seguito, ma quell’età adulta che King molte volte ha faticato a descrivere (si veda la parte “adulta” di It, nettamente inferiore a quella fanciullesca). Che il segreto risieda nel lento allontanamento da quegli anni vissuti in prima persona?
Niente più insegnamenti, prediche, morali: lo Stephen King del 2011 è pura storia, perché in fondo il fedele lettore lo sa che è la storia che conta, solo quella.
E che sia pure d’amore, in fondo uno scrittore multimilionario sposato da 41 anni con la stessa donna ne saprà qualcosa più di me no?
E che sia pure d'amore, in fondo uno scrittore multimilionario...ops scusate, pensavo di essere Stephen King...

11/22/63- 22/11/63
AUTORE: King Stephen
ANNO: 2011
GENERE: Fantastico
VOTO: 7,5




martedì 17 febbraio 2015

DI DROGHE, AMICIZIA E ROCK'N ROLL


Così va scritta.
Non una barbosa sequela di date e dati, avvenimenti e nomi, elenchi e tabelle.
Non una sconclusionata sequela di idee e fissazioni ripetuta all'ossesso.
Non una corretta e puntigliosa descrizione degli episodi più curiosi che hanno segnato la propria carriera.
Non uno studio storico, non un diario e nemmeno un compitino scolastico, Life si presenta piuttosto come una mastodontica storia raccontata da Papà Castoro, Mr Keith Richards, capace con le sue parole di affascinare, emozionare, incuriosire e persino un po' incazzare.
Mi sembra di vederlo mentre si siede con l'amata bottiglia di Jack Daniel's nella veranda di una delle sue case in Jamaica o alle Barbados al tramonto e comincia a raccontare di quella volta che nonno Gus per la prima volta gli diede in mano una chitarra a 8-9 anni, “Se sai suonare Malagueña, sai suonare qualsiasi cosa”, inconsapevole di quanta strada avrebbe fatto quel bambino con la faccia da furfante in un mondo che allora neanche esisteva.
Si è vero, c'erano Elvis, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis e poco prima del suo successo vennero fuori pure i Beatles, ma furono i Rolling Stones a rivoluzionare per sempre il senso della parola rock agli occhi di tutto il mondo: brutti, sporchi e cattivi e niente sarà più come prima.
Keef mi guarda con quel suo sorriso tagliente, di traverso, e prosegue a raccontare dei primi successi, delle ragazze che letteralmente se la facevano addosso ai loro concerti mai finiti per il troppo caos, delle fughe sui tetti e dei guai con l'odiata legge.
Della grande amicizia con Mick Jagger, dei giovani amori, dei dischi fondamentali, dei primissimi soldi.
Della grande amicizia con Bobby Keys, dei riff leggendari, della tecnologia sbilenca, della marijuana, di Anita Pallenberg.
Della grande amicizia con Charlie Watts, delle dosi sempre più alte di eroina, dei primi amici morti, dei figli sballottati qua e là.
Della grande amicizia con praticamente chiunque abbia lavorato nel rock tra gli anni '50 e '80, delle astinenze, degli screzi con Jagger.
Di tutto, ma soprattutto di amicizia, droghe e musica.
Keith parla di tutto quel che si ricorda e anche di quel che non si ricorda per le troppe sostanze assunte tramite le parole di qualcuno a lui vicino in quel periodo e lo fa con una disinvoltura e un fascino che difficilmente si trova persino su quelle fantomatiche biografie in cui un po' tutto è inventato o passato attraverso 10 mani prima di arrivare ad essere scritto.
Il pirata sembra avvertirmi che lui ha corso troppi pericoli, che più di una volta si è salvato miracolosamente, che non è assolutamente bello essere eroinomani, acidomani, cocainomani e alcolizzati, ma sembra sempre ridere sotto i baffi: “Certo non farlo, io però mi son divertito, 9 giorni in piedi senza dormire...”
Verso l'alba Keith comincia a parlare finalmente degli anni '90 e 2000, della sua numerosa famiglia, dei grandi amici scomparsi, dei suoi ultimi tour mastodontici e delle piccole disavventure della vecchiaia: cadute dagli alberi o dalle librerie con conseguente rottura del cranio o perforazione di un polmone, ceneri del padre sniffate quasi per caso per farne parte di sé e insomma si, tutte quelle cose che fanno le persone della sua età.
Poi mentre il sole sorge, Keef si alza dalla sedia, va in casa a recuperare la chitarra e non faccio neanche tempo a chiedermi se finalmente è andato a riposarsi che lui è già di ritorno suonando Malagueña.
In fondo “Due accordi di Malagueña ed è fatta”.


mercoledì 14 gennaio 2015

NOIOSA VITA


 
 
Io non lo farei mai un film sulla mia noiosa vita.
Intendiamoci, non è che mi voglia lamentare di qualcosa: ho passato un'infanzia spensierata e felice in campagna, ho avuto decine di amici tutti più o meno simpatici o pazzi, i miei genitori mi hanno sempre dato tutto quel che era giusto avere, a scuola ho studiato e cazzeggiato il giusto senza mai faticare più di tanto, sono stato un bullo con qualcuno e da qualcun altro me le son prese, ho praticato tutti gli sport che mi piacevano, mi son preso le mie sbronze colossali e ho combinato delle cazzate, mi sono innamorato e ho fatto l'amore con chi volevo, sono stato stronzo e son stato trattato da stronzo, sono stato buono e mi è stato riconosciuto, ho avuto i miei interessi e me li son curati al meglio e insomma si, posso tranquillamente dire che non mi pento praticamente di nulla di tutto quel che ho fatto (col termine licenza poetica si intende un errore voluto dal poeta, funzionale a rendere il suo componimento più incisivo).
Però un film sulla mia vita non lo farei lo stesso.
Insomma ci sono tante di quelle storie interessanti da raccontare nel mondo, di giovani che hanno sfidato il proprio Paese, di gente che è sopravvissuta alla fame e alla sete, di ragazzi che a 25 anni avevano già fatto scoperte che avrebbero cambiato il mondo per sempre, di uomini il cui destino grandioso sembrava scritto fin da quando erano nella culla, di donne talmente avanti rispetto alla loro epoca da essere ancora d'esempio oggi e tanto altro blablabla che sprecare della pellicola per una vita insignificante ai fini del destino del mondo come la mia mi sembrerebbe, appunto, uno spreco.
E si, lo so che in ogni vita c'è qualcosa degno di essere raccontato e io sono il primo a divorare tonnellate di romanzi/film di formazione sulla vita più o meno avventurosa di ragazzini che perdono la loro innocenza, con tutti gli insegnamenti che ne seguono, però, non raccontiamocela tanto, sono tutte storie più o meno romanzate. Non starei mai e leggere/guardare (vabbè ci siamo capiti che intendo sempre un film o un romanzo quindi la smetto con questa odiosa barretta, immaginatevela pure voi!) la vita di tutti i giorni di un bimbo normalissimo che diventa un normalissimo adolescente problematico. Non mi fregherebbe niente, ma proprio niente, vedere lui che si alza tutti i giorni sullo stesso lettino, si lava i denti, fa colazione (magari nell'ordine inverso che è una cosa un poco più normale...), va a scuola, litiga per la merenda, torna a casa, pranza con mamma e papà, va ai giardinetti e si sbuccia un ginocchio, torna a casa la sera a giocare col cane e poi dopo cena va nel suo lettino a dormire dopo aver visto i cartoni animati.
500 pagine su un bambino che fa tutte le cose che fanno i bambini fino a diventare un adolescente che fa tutte le cose che fanno gli adolescenti.
O tre ore di film.
Ecco pensate esattamente a 165 minuti così.
Un film che racconta tutto quel che vi ho detto senza mai alzare il tono nemmeno per sbaglio e anzi facendo in modo che i pochi momenti importanti nella vita di quel ragazzo siano minimizzati rispetto alla sua quotidianità
La vita è fatta al 99% di quotidianita e all'1% da eventi straordinari? Certo.
É affascinante vedere al cinema un bimbetto che diventa un adolescente sempre nello stesso ruolo? Mmm, boh si, comunque se guardate l'intera filmografia di Tom Cruise dai suoi 19 anni a oggi non è che ci andate tanto lontano.
É piacevole accorgersi di tutti gli anni che sono passati durante le riprese attraverso le canzoni più conosciute dei diversi periodi? Può anche esserlo, anche se la chiavetta che tengo in macchina con tutto il meglio selezionato durante gli ultimi 15 anni di ascolti è decisamente più esaustiva.
É bello vedere Ethan Hawke che si imbolsisce e la Arquette che cambia pettinatura? Anche no...
É un esperimento incredibilmente difficile da compiersi e ancor più da ripetersi quello di Richard Linklater? Si lo è, ne sono conscio. Ma questo non significa automaticamente attribuire al risultato dell'esperimento una grandezza spropositata, andando ad incensarlo non tanto come esperimento (e anche qui avrei comunque qualcosa da ridire) quanto come film.
Perché Boyhood non ha niente (e sottolineo niente) del film capolavoro: non ha interpretazioni magistrali, non ha scenografie da urlo, non ha una regia così degna di nota e soprattutto non ha una sceneggiatura che possa rimanere nella memoria.
Che film è quel film che ti racconta tutto quel che avviene in una vita normalissima senza un guizzo, una scintilla, un motivo qualsiasi per essere raccontata?
“Eh ma la madre sul finale in due parole da un senso alla vita che blablablablablabla...”
Ma smettiamola, che sembra una frase scritta dal sosia malriuscito di Fabio Volo!
Dacché il cinema è diventato adulto ha sempre cercato di raccontare storie con un perché. A volte sembra sbagliarsi e regala un perché anche a racconti che assolutamente non ne hanno, ma lo fa per rendere, appunto, cinematografico un qualcosa che raccontato nella sua normalità non avrebbe motivo di finire sul grande schermo.
Celebrare come capolavoro assoluto un film come Boyhood, lodarne l'epicità (boh) o la suspense (boh al quadrato) pare davvero l'elogio di un cinema che invece di andare avanti torna al treno che si fionda sugli spettatori (e in ogni caso persino quello non era la ripresa di una quotidianità, a meno che qualcuno in quel cinema non stesse a farsi asfaltare dai treni ogni tre per due), incapace di trasmettere quella magia e quell'incanto che per cui è diventato tanto famoso.
Boyhood mi sembra solo uno strano e faticoso esperimento (di questo gliene devo dare atto) che fa fare al cinema un passo verso quei reality/non reality di cui è impestata la televisione contemporanea.
Siamo sicuri di voler andare in quella direzione?
 
BOYHOOD
REGIA: Richard Linklater
GENERE: Drammatico
VOTO: 6
 

martedì 6 gennaio 2015

NERD, CHE PASSIONE!

Questa recensione è stata scritta originariamente il 1 giugno 2011 e rivista completamente il 5 gennaio 2014.

 


Prima i vampiri.
Innamorati, vegetariani, ninfomani, innamorati, cattivi, buoni, innamorati, di città, di campagna, innamorati...
Poi gli zombie.
Barcollanti, rabbiosi, ghettizzati, innamorati (si, pure loro), barcollanti, amici, reietti, barcollanti, intelligenti, stupidi, barcollanti...
In mezzo i nerd.
Chi di voi, tra centinaia di promessi vampiri e zombie alla ribalta, non si è accorto della Rivoluzione Nerd?
Non una bolla di sapone nata dall'ingenuo soffio di un appassionato, spinta in alto da un mercato che sa in quale direzione sbuffare, ma uno strano aeroplanino di carta che, dopo un progetto studiato per anni, è stato finalmente realizzato ed affidato ad una brezza leggera e imprevedibile.
La Rivoluzione Nerd affonda radici in terreni che non oso smuovere: fanatici Trekker potrebbero risvegliarsi dagli abissi cosmici, appassionati Marvelliani sarebbero capaci di perseguitarmi per infondermi la loro continuity, fantasiosi Tolkeniani mi maledirebbero in nome di Mordor, infervorati Warhammeriani mi lancerebbero dietro centinaia di statuine (pardon, miniature) dipinte a mano nel corso di giorni e mesi e anni e brufoli.
Se il terreno neo-vampiresco è dominato da ragazzini che possono essere abbattuti a forza di classici succhiasangue che non hanno mai sentito nominare e il neo-zombie maniaco non è capace di apprezzare la lentezza della massa Romero-zombiesca, il popolo geek non è così facile da affrontare.
Ci sono persone (personaggi) di ogni età e di ogni nazione, Otaku giapponesi, Uraniani Italiani, Dungeoniani americani e chi più ne ha (di nerditudine), più ne metta.
E ora guardatevi intorno.
Se siete nerd di lunga data ve ne sarete già accorti, o forse no e la mia affermazione vi farà vedere cose che voi umani non potete neanche immaginare: i nerd sono di moda.
La moda è nerd (guardate quella ragazza con i capelli biondi e gli occhi azzurri con su un paio d'occhiali dalla montatura spessa e un golfino che neanche Ugly Betty), i film sono nerd (immergetevi in qualsiasi lungometraggio di Zack Snyder), le serie tv sono nerd (vi dice qualcosa Big Bang Theory?) e i libri?
"La breve favolosa vita di Oscar Wao" è la storia di un nerd.
Premio Pulitzer per questo romanzo (il bollino rosso pulsante in copertina non può non farmelo notare), Junot Dìaz si diverte a spulciare un'immaginaria Wikinerd per raccontarci la vita di questa strana contraddizione vivente: un dominicano (il più classico dei dongiovanni, come ci tiene a sottolineare più volte l'autore) nerd (esattamente l'antitesi del rubacuori).
Dìaz senza dubbio ci sa fare: trasformando il proprio stile di scrittura a seconda del punto di vista adottato ci racconta della Repubblica Dominicana stuprata da Trujillo e sprofondata all'inferno sotto Balaguer, trasponendo la vita di Oscar in quella di un Paese contradditorio: favoloso ma crudele, paradisiaco ma infernale, libero ma profondamente e inesplicabilmente ammanettato alle sue tradizioni.
Così come il protagonista vorrebbe essere un ragazzo normale ma è incapace di abbandonare i suoi vizi geek, così la Repubblica Dominicana vorrebbe assomigliare ai liberi invasori statunitensi, ma non riesce a scrollarsi di dosso i suoi stereotipi (gli uomini devono essere tutti virili!) e le sue tradizioni (il fukù, la maledizione, non è una leggenda!).
Nonostante la promessa iniziale di una vera e propria full immersion nella vita di un nerd, Dìaz sembra incapace di andare al di là di una serie di citazioni a volte fin troppo costruite, anche se il passaggio successivo, quello della trasformazione dell'ostinata passione per il fantasy in qualcosa di molto più profondo e radicato nella realtà è decisamente riuscito.
Se, come immagino, la moda nerd andrà a spegnersi come tutte le mode di questo breve favoloso mondo, il romanzo vincitore del Pulitzer 2008 rimarrà come testimonianza di questo periodo, vagamente più in alto dei vari “Bazinga” e Scott Pilgrim.
O forse mi sto sbagliando. I nerd conquisteranno il mondo e noi tutti saremo loro schiavi.
Cominciate a tirar fuori le statuine da colorare e i manuali da 400 pagine l'uno per il movimento degli eserciti. Warhammer ci attende.
Sarai un “pittore” o un “giocatore”?
                               https://www.youtube.com/watch?v=1iAGHbZ8pqg

Nota: per mia comodità (e per evitare una vostra sfuriata nei confronti delle ripetizioni comunque volute e cercate) ho deciso di usare un paio di volte il termine “geek” al posto di “nerd”, fregandomene altamente di quelle differenze che nemmeno wikipedia sa ben definire.

THE BRIEF WONDROUS LIFE OF OSCAR WAO – LA BREVE FAVOLOSA VITA DI OSCAR WAO
AUTORE: Junot Dìaz
ANNO: 2007
GENERE: Drammatico, realismo magico.
VOTO: 7,5

lunedì 5 gennaio 2015

SE QUESTO FOSSE UN BLOG SERIO

Se questo fosse un blog serio, uno di quelli da milioni di visualizzazioni, con grafica creata da Parinpappero e attente analisi di mercato, inizierebbe ora, con una bella introduzione degna di nota e un neonato 2015 come data di creazione.
Non ci sarebbero post giurassici datati 2007 e nemmeno recensioni di cui non ricordo il contenuto né tanto meno la strana e seriosa forma, non ci sarebbero addii prolungati e ripartenze più o meno riuscite (più meno che più), insomma non ci sarebbe nulla se non una gran benvenuto a tutti i nuovi lettori.
Invece no.
Dopo svariate riflessioni e rimuginamenti da un minuto o due ho deciso che perdere il titolo, la storia, i commenti, le cazzate e le collaborazioni presenti qui dentro era davvero un peccato oltre ad essere una menzogna bella e buona: alla fine ero io anche quello che si prendeva troppo sul serio scrivendo di Carpenter o chissà quale altro film spazzatura quindi perché cestinarlo?
Magari col tempo, se avrò per una volta la costanza di mantenere fede al progetto blog, rimetterò a posto (anche solo grammaticalmente) le recensioni contenute nell'antico vaso (“le nostre ricerche in mare erano durate mesi”) e cercherò di far ripartire questa enorme e complicatissima macchina (“ora quell'antico vaso andava portato in salvo”), ma per ora direi che l'importante è ricominciare a pubblicare qualcosa (“sembrava impossibile, ma ce l'avevamo fatta”).
                               https://www.youtube.com/watch?v=aVinOrHwUdk
Nonostante l'ultimo post presente sul blog risalga addirittura al 2011 in questi tre anni non ho smesso di vivere (qualche mio vecchio lettore si era posto il dubbio) né  di scrivere, semplicemente ho cambiato luogo, forma e soprattutto oggetto, concentrandomi principalmente sui libri, anche se cinema e musica riempiono sempre gran parte della mia fantasmagorica esistenza.
L'idea è quella di scribacchiare qualcosa di nuovo e affiancarlo alle cose migliori non approdate su Recensioni Libere per arrivare a pubblicare almeno 2-3 recensioni al mese, obiettivo più che fattibile se io non fossi l'uomo più scostante dell'universo in queste cose.
L'ora è venuta.
Si riparte dal 2015.

lunedì 10 gennaio 2011

THE WALKING DEAD

Una versione estesa della recensione del nuovo fenomeno horror pubblicata su PERSINSALA



Sono tornati gli zombie, altro che vampiri, gli zombie sono il nuovo trend, vedrete che adesso gli scaffali delle librerie si riempiranno di zombie-book e via agli zombie-movie e agli zombie-telefilm e poi ci sono i diari con gli zombie, i telefoni a forma di zombie, le adolescenti che vogliono uno zombie per ragazzo, gli emo che si truccano da zombie, gli svedesi che fanno un film con lo zombie adolescente malinconico e il blu è il nuovo rosso: prendete e mangiatene tutti, questi sono gli zombie, offerti in sacrificio per voi.
Il fenomeno del futuro, casomai qualcuno rimasto chiuso in un castello transilvano negli ultimi 6 mesi non se ne fosse accorto, sono gli zombie.
Neanche il tempo di riciclare tutta quella cartaccia sporca d’inchiostro sui vampiri apparsa in libreria, nemmeno la possibilità di rivedere per la miliocentesima volta in replica in ordine casuale Vampire Diaries su Italia 1 ed ecco che questi qua tirano fuori gli zombie.
E tutti a sbavare come zombie inseguendo gli zombie, che Danny Boyle, Zack Snyder, Edgar Wright l’avevano già detto qualche anno fa, ma allora erano tutti dietro ad Achille, Baliano, Arturo e Alessandro, tutti figli di quel Massimo Decimo Meridio di cui il recente Robinho Hood (attaccante del Milan) ha decretato la definitiva morte.
Ma i morti viventi, per il nome che portano, non muoiono mai se non centrati alla testa e così rieccoli spuntare decennalmente con l’intento di conquistare il mondo, capitanati da un George A. Romero se possibile più stanco di Dario Argento, capace di inanellare una serie di orridi film che ormai nemmeno il nome del regista padre degli Zombie riesce a salvare dal fallimento.
Certo, Romero è Romero e non si può toccare, così il Darione nazionale e una serie di altri registi che preferisco non nominare per nome come Burton e Stone che, nonostante le critiche a oscenità come Alice In Wonderland e Wall Street: il denaro non dorme mai, si ritrovano circondati da strenui difensori del proprio (brutto) lavoro.
La critica va avanti per blocchi compatti ed il mare non democratico di internet, con il gruppone dopato a forza di maiuscole e punti esclamativi a far la voce grossa, contribuisce spingendo idee che si fanno sempre più imponenti, convinte e macilente con l’andar del tempo.
The Walking Dead come trasposizione di un fumetto sugli zombie? La prima puntata di The Walking Dead è bella. The Walking Dead è bello! The Walking Dead rilancia la moda degli zombie!!! Zombie!!! ZOMBIE ZOMBIE ZOMBIE!!!
E così ci si ritrova a parlare del fenomeno Walking Dead (che il The dopo un po’ stanca), capace di rovesciare l’attenzione di una vasta fetta di pubblico affamata di buon horror (dico horror, non storie di vampiri-umani-adolescenti-arrapati-innamorati) su di una serie tv prodotta e sceneggiata da Frank Darabont: uno dei pochissimi autori capaci di portare le storie di Stephen King sullo schermo senza creare pasticci allucinanti (tanto per dirne uno: Pet Semetary) che nel 2007 con The Mist ha girato uno degli horror americani più sottovalutati e più riusciti degli ultimi anni.
Il regista c’è, il fumetto di successo è già stampato, il formato chic da miniserie in 6 puntate è trovato e gli zombie, come da titolo, sono già in marcia: la critica è pronta a lanciare il nuovo fenomeno dell’anno.
Abboccano quasi tutti: Walking Dead è spettacolare, fantastico, mai visto, ben fatto, ottimo, curato, ventata d’aria fresca e una serie di sinonimi improponibili che forse nemmeno lo Zanichelli contempla.
Ma perché?
Come mai nessuno si rende conto che Walking Dead appare come un prodotto “banalotto” e mal sceneggiato, con personaggi a dir poco stereotipati che in 240 minuti riescono a malapena a far quello che in un classico film zombiesco accade in un’ora e mezza?
Le risposte, ovvie ed assai abusate anche se ancora poco diffuse (dato che pochissimi si permettono di criticarlo), sono principalmente cinque:
1. La serie tv è tratta da un fumetto (cult!) quindi i personaggi sono fantasticamente “fumettistici” e si muovono in un meraviglioso scenario da “storia banale” (sinonimo di fumetto nel thesaurus di Word...Un plauso ai suoi pensatori dell’Ottocento);
2. La sceneggiatura è scritta da Frank Darabont con l’aiuto del fumettista originale Robert Kirkman, apprezzato regista di film fantastici uno, e amato scrittore di fumetti horror (e non) l’altro;
3. Agli effetti speciali per il make-up c’è, tanto per citarne uno, Greg Nicotero, esperto del settore ed in particolare di zombie avendo lavorato agli ultimi 4 (brutti) film di Romero oltre ad un infinità di altre pellicole horror;
4. La miniserie racconta l’apocalisse zombie del mondo ed è la prima a farlo;
5. Ho letto il cartellone pubblicitario in città, anche se un pazzo signore biondo con gli occhiali da sole continuava a dirmi che c’era scritto OBEY e non The Walking Dead.
Ad ognuna di queste risposte segue, nella mente di ogni estimatore di Walking Dead il complesso del: “quindi è bello per forza”.
Così nessuno sembra rendersi conto che spostare la storia di un fumetto sullo schermo televisivo richiede un lavoro molto più complesso del semplice traslocamento di personaggi e storie dalla carta al tubo catodico (che tra l'altro non c’è più) con qualche aggiuntina succosa qui e lì: il fumetto è un mezzo di comunicazione, la tv un altro e il personaggio bidimensionale proprio del fumetto scomparirà nella profondità dello schermo televisivo, proprio come la velina Kate Moss in una puntata dei Griffin.
Spiccano così per piattezza il supereroe risolvo-tutto-io (simile per certi versi al protagonista di un’altra orrida serie tv finita male di nome Jericho), il buzzurro violento che obbedisce solo ai suoi istinti animaleschi (e il fratello ancor più cattivo, ai limiti della barzelletta), il vecchio saggio e il coreano scemo-simpatico: allegra combriccola a cui manca solo il nero Yo-fratello…(Non è vero, c’è pure lui).
Si salvano dalla nomination e arrivano quindi in finale, Shane Walsh, vicesceriffo amico del protagonista e Andrea, i cui nomi non vengono citati a caso essendo gli unici personaggi in grado di evolversi (proprio come un Pokemon) durante l’intera vicenda.
Per ritornare a parlare degli estimatori della serie tv, ancor più convinti dei “fumettari” sembrano i vari ammiratori di Darabont e Kirkman che ragionano esattamente come gli strenui difensori di Burton e Stone, i fan degli effetti speciali a cui verrebbe voglia di proporre un film senza storia colmo di esplosioni di corpi putrefatti e di chi vede nell’apocalisse di zombie qualcosa di originale nel 2010, il che sarebbe un po’ come trovare Natale in Sud Africa una piacevole novità.
In ogni caso l’alta marea internettiana trasporta tutti sulla stessa corrente e chi prova a nuotarci contro viene seppellito da commenti indignati che si trasformano talvolta in lapidari “Capra, capra, capra!” degni del miglior salotto televisivo che nessuno vede ma che tutti conoscono... (Magia di Amy!).
Ovviamente ogni zombofilo che si rispetti si rende conto dell'incipit palesemente scopiazzato da 28 giorni dopo ma qualcuno sussurra “non poteva essere altrimenti” e quindi al grido del “NON POTEVA ESSERE ALTRIMENTI” nessuno nota le assurdità legate alla sopravvivenza di un uomo in coma, abbandonato per almeno un mese su di un letto, attaccato a macchinari non funzionanti per la mancanza di elettricità, senza nemmeno un catetere necessario a non trasformare la stanza, mi si perdoni la raffinatezza, in un pozzo di urina.
E come fa lo stesso individuo appena uscito dal coma a raggiungere casa sua e a trasformarsi nel giro di due giorni (con l’aiuto del suo costume da supereroe con la stelletta) in un leader carismatico che non chiede nemmeno una volta cosa diavolo sia successo per trasformare il mondo in una landa desolata abitata da esseri ciondolanti e puzzolenti?
Ma soprattutto (e qui chi non ha ancora visto la quarta puntata è invitato a non leggere), perché mai dei bruti messicani decidono di tenere aperto un ospizio in mezzo alla città e hanno la finezza psicologica di un cattivo nella serie animata de L’uomo Tigre (i buoni che fingono di essere duri per salvarsi da un mondo duro, cose che nemmeno Ken Shiro avrebbe accettato)?
Ogni pellicola horror o di fantascienza che si rispetti ha le sue incongruenze, nessuno lo può negare, ma è anche vero che solitamente sono dovute al tempo limitato in cui si vuole raccontare una storia mentre Walking Dead, avendone in abbondanza, sceglie di scialacquarlo nel peggiore dei modi: con puntate inutili in cui non accade assolutamente nulla (la terza) ed altre che sembrano una via di mezzo tra un videogioco e un mashup di Zombie e L’alba dei morti dementi (la seconda, con la trovata stucchevole di Kirkman della camminata “impuzzati” da zombie, mancava solo che camminassero ciondolando come in Shaun of The Dead).
The Walking Dead, in definitiva, propone una storia vecchia, con personaggi tratti in gran parte da un film di Steven Seagal, che si snoda su 6 puntate abbastanza disomogenee per quantità d’azione e qualità visto che il succo è concentrato nel primo promettente Days Gone Bye e negli ultimi due (fin troppo aperti) episodi: si può concludere una stagione dimenticando ben 3 personaggi al loro destino e abbandonandone uno appena trovato e uno per niente approfondito in mezzo ad un’esplosione?
Tralasciando l’attenta regia da molti assegnata a Darabont, che si è occupato in realtà solo del primo episodio abbandonando i restanti al lavoro mediocre di registi di serie tv e videoclip, la realizzazione tecnica del serial è sicuramente buona, ma la cosa avrebbe potuto stupire una decina di anni fa, non dopo l’esplosione di perle come Lost, CSI, True Blood e chi più ne ha più ne metta, senza tener conto del livello medio-basso degli attori.
Un’ultima nota stonata riguarda il senso del telefilm in generale: può un serial tv di nome The Walking Dead, i cui protagonisti veri dovrebbero essere degli zombie, non spaventare e nemmeno impressionare?
Ci sono sbudellamenti di cavalli e di persone, zombie marci e putrefatti che si trascinano senza la parte inferiore del corpo, bambine zombie uccise con un colpo di pistola (niente a che vedere con una scena come quella di Distretto 13: le brigate della morte) e tanto sangue, ma Walking Dead non fa paura, si concentra sui rapporti tra i vivi, ma non si avvicina minimamente allo spessore di un capolavoro come La notte del morti viventi capace di spaventare e di far riflettere.
Saranno capaci i nostri eroi, in una già annunciata e strombazzata seconda stagione, almeno a spaventarci o la strada intrapresa sarà quella dello zombie ridicolmente intelligente di un’oscenità indescrivibile come ne Il giorno dei morti viventi del maestro Romero?
Al 2011 l’ardua sentenza, sicuro di provare puro terrore alla prossima scena di chiave persa al rallenty sul tetto di un palazzo e non molto speranzoso per quanto riguarda il morbo Romeriano che sta per infettare il mondo: già mi vedo la ragazzina post-emo a dichiarare amore per il suo Edward Cullen Zombie, senza ricordarsi quale parte del corpo perse per prima un Tarantino marcescente in Planet Terror.

VOTO: 5-

VERSIONE ESTESA DELLA RECENSIONE PUBBLICATA SU PERSINSALA

mercoledì 3 novembre 2010

EAT, PRAY, LOVE- MANGIA PREGA AMA

Con questa recensione ho iniziato (ormai un mese e mezzo fa) la collaborazione con il sito persinsala per cui scrivo recensioni cinematografiche e seguo qualche festival.
Qui potete trovare la medesima recensione sul sito e cliccando sul mio nome in alto a destra (daniele bellavia, casomai qualcuno cercasse di cliccare su 21 settembre 2010...) tutto ciò che scriverò per il sito!
Ogni tanto pubblicherò anche qui le recensioni, ma per averle..diciamo in anteprima..sarà meglio seguire persinsala.
Sperando che qualcuno mi segua in questa nuova avventura eccola qui la recensione del nuovo film con la donna dai 76 denti: Juuuuulia Roberts!
A voi!

PUBBLICATO SU PERSINSALA


Ci sono film in cui tutto è perfetto: il soggetto è qualcosa di eccezionalmente valido ed originale, la sceneggiatura è scritta in modo invidiabile, il regista e la sua troupe non sbagliano un inquadratura e gli attori sembrano nati per recitare quella parte.
Mangia, prega, ama NON fa parte di questa categoria tanto quanto Hot Movie non fa ridere, It non fa paura e Australia non emoziona.
Il nuovo film con la superdiva Roberts è la più classica delle opere buttate al vento, come solo gli americani sanno fare.
Prendono un soggetto, qualsiasi esso sia, e dopo averlo girato e rigirato in padella, impanato e pastellato lo servono sul piatto crudo, ma con un sacco di condimenti.
Ci mettono lo sceneggiatore-regista promessa che ha fatto il botto con le serie tv (Nip/Tuck e Glee), gli attoroni Hollywoodiani con cachet stellari e Oscar in tasca e le location più affascinanti al mondo.
Il film, quello vero, quello fatto di attori che recitano una sceneggiatura ben scritta, ripresi da un regista che non usa la telecamera per girare uno spot tv è poi lasciato lì, in attesa che il vento se lo porti via.
Ad un’introduzione che sembra promettere bene, nonostante l’ex Pretty Woman sfoggi una bocca se possibile ancor più grande del solito (siamo ormai al 60% del viso occupato dalle sue labbra e dai 56 denti), seguono tre parti assolutamente non convincenti.
Liz (Julia Roberts appunto), alla ricerca di un suo equilibrio interiore, divorzia dal marito e, dopo una breve storia con un giovanotto meditativo (moralina sui baby fidanzati tanto di moda oggi), parte alla ricerca di se stessa in un giro per il mondo di un anno, prima tappa: Italia.
Spaghetti, case fatiscenti, romanacci che sparlano, frasi latine da scrivere sul diario delle medie, traffico, bar intasati di folle impazzite che urlano per un caffè, napoletani, pizze margherite, panni appesi tra le vie, gente che gesticola manco fosse sordomuta, famiglie della Mulino bianco riunite a mangiare la pasta, suore che si gustano un gelato in piazza davanti ad una fontana, monumenti grandiosi e dulcis in fundo una bella partita di calcio al bar con persone che si abbracciano e baciano al goal della squadra di casa.
Siamo al culmine dello stereotipo e Ryan Murphy (regista e sceneggiatore) me lo vedo a disperarsi per non essere riuscito ad infilarci un mafiosetto con lo stuzzicadenti in bocca.
In compenso le scenette sul cibo sono tante e sempre più esasperate con primi piani abbacinanti di formaggio grattato che cade come neve sugli spaghetti (??) e olio che scivola leggiadro sugli asparagi (???) fino ad arrivare alla tavola illuminata dai raggi del sole obliqui, come se dovesse scendervi Cristo da un momento all’altro.
Altro che Barilla.
Giusto il tempo di vedere la Roberts che ingrassa (ovvero non gli entrano i pantaloni anche se nessuno la può vedere ingrassata con il teschio che si ritrova al posto del viso) e siamo in India.
Il mio collega recensore indiano, a questo punto, metterà giù la lista degli stereotipi sul suo paese, che io non sto neanche a fare, mentre l’americano si vedrà dipinto come il solito texano sgrezzo (e in cerca di redenzione) che da consigli fondamentali ad una persona in difficoltà.
La seconda parte, quella del “prega”, del perdono di se stessi, è la peggio riuscita: tra tagli senza motivo e personaggi-macchiette che parlano come fumetti (sempre l’americano che continua a chiamare Liz “mandibola” come se facesse ridere per 20 minuti) ci si ritrova ormai senza speranza pronti all’ultima parte.
L’ “ama”, ambientato a Bali, riesce fortunatamente a risollevare un poco il giudizio generale.
È vero che lo sciamano sembra il maestro del primo Karate Kid ma Javier Bardem, nel ruolo di un brasiliano che parla genovese, non se la cava male e la sceneggiatura sembra concedergli qualcosa in più rispetto a tutti gli altri personaggi appena abbozzati che popolano questo film buttato al vento.
Ovviamente, senza star a rivelare un finale che diventa scontato fin dalla seconda parte, l’equilibrio interiore di Liz verrà trovato nell’ammore, nonostante i primi 20 minuti vogliano convincerci che la protagonista cerchi qualcosa di molto più profondo di una simpatica storia con un compagno più simile a lei.
Lasciando perdere un doppiaggio italiano imbarazzante (la ragazza indiana parla come una sdentata, lo sciamano come un cinese nei film degli anni ’80 e di Bardem ho già detto), ringrazio il cielo che i titolisti non si siano sbizzarriti un’altra volta con qualche titolo delirante del tipo: “Un piatto di spaghetti, l’India e l’ammmore”, non mi sarei stupito comunque, ci tengo a dirlo.
Insomma, non si fosse capito, Mangia, prega, ama non è un bel film.
In mezzo a tanti difetti di sceneggiatura, regia (a tratti davvero fastidiosa e senza nessuna sensibilità) e attori sbagliati (la Roberts con quel sorrisone non centra nulla con il personaggio oltre a sembrare fintamente naturale per tutta la pellicola e Bardem, per quanto bravo, sembra un’imitazione di se stesso nelle ultime pellicole) ci sono anche buone cose come la colonna sonora con brani di Eddie Vedder e Neil Young e certi discorsi che Liz esprime con voce fuori campo ma, senza nemmeno aver letto il libro, si ha l’impressione che questi siano semplici brani estrapolati dallo scritto.
Rimane poco se non pochissimo: una buona idea scarabocchiata su un foglio di carta, pasticciata fino a renderla abbastanza lunga da sembrare un film e poi buttata in mano a persone che, non sapendo che farsene, l’hanno fatta diventare la solita commedia sentimentale americana.
Brutta.

REGIA: Ryan Murphy
GENERE: commedia romantica
ANNO: 2010
VOTO: 5- 

PUBBLICATO SU PERSINSALA