venerdì 20 marzo 2015

NUOVE ADOLESCENZE


Un romanzo di formazione, più di un libro di fantascienza, più di una biografia, più di una saga familiare, è come viene scritto.
Insomma, diciamoci la verità, il passaggio dall'adolescenza alla vita adulta di un ragazzo (o di un gruppo di ragazzi) avviene nel 99% dei casi librari con la morte di un amico. Si, d'accordo, non sono tutti così e c'è chi parla della fuga dalla società e c'è chi parla del rapporto coi parenti e c'è anche chi racconta semplicemente della vita di tutti i giorni di un sedicenne, ma in generale c'è la morte di mezzo, perché la morte fa crescere e chiunque non se ne sia ancora accorto molto probabilmente non ha ancora superato i 16 anni.
E quindi, una volta che conosco in anticipo ciò che sto per leggere, per quale motivo dovrei riprendere in mano un altro libro simile?
Perché un romanzo di formazione ti può riportare a comprendere cose che ti sono sfuggite a quell'età o che ti sono passate davanti senza che nemmeno te ne accorgessi e soprattutto perché un ottimo romanzo di questo genere è capace di riportarti davvero indietro nel tempo, nella tua testa di cazzo da sedicenne con i tuoi vestiti brutti, la parlata gggiovane e il comportamento del peggior minchione che tu abbia mai conosciuto: te stesso a 16 anni.
Se sei adulto.
Se sei adolescente invece può farti sentire a casa e meno solo al mondo e farti comprendere ciò che alla tua età non puoi capire da solo e che nessun adulto verrà a dirti in faccia. Cosa esattamente? Non chiedetelo a me.
Solo che è difficile trovare un buon romanzo di formazione.
Avendone letti tanti posso tranquillamente dire che troppi sono romanzi adulti per adulti con insegnamenti da adulti che si mascherano da formazione con la stessa scaltrezza con cui tu da bambino ti vestivi da pirata: ti mettevi la bandana e il copriocchio e sotto avevi i jeans e le Nike. Potevi anche far credere ad un bambino della tua età che eri un vero pirata così come lui era un buon Batman coi suoi pettorali di plastica da uomo pipistrello, però dai, siamo seri, eri anche un bel bimbetto, ma non eri un pirata. E men che meno lui era Batman, con quegli occhialetti tondi dalle lenti spesse tre dita e il caschetto che neanche Nino D'Angelo ai tempi d'oro.
Invece Esche vive è un vero pirata, pardon un vero libro di formazione.
Scritto da una persona che sa come si sente e si esprime un diciannovenne del 2015, pur con tutti i regionalismi del caso, ma soprattutto da un uomo che è consapevole di cosa sono i trent'anni oggi, una sorta di adolescenza tirata troppo per le lunghe, incapaci di dare le stesse emozioni dei sedici anni eppure ancora troppo lontani da quella vita adulta che spaventa con il suo gretto materialismo e i suoi sogni infranti.
Forse Genovesi non riesce ad entrare nella testa di tre generazioni diverse (Mirko il Campioncino, ancora in fase preadolescenziale, spesso sembra un personaggio fin troppo forzato), ma la scrittura ingenua di un diciannovenne e quella brillante e ancora piena di speranza di una trentenne bastano per mettere Esche vive tra i migliori romanzi di formazione che io abbia letto.
Genovesi parla di quella provincialità che sicuramente piacerà di più a chi il paesino di campagna l'ha vissuto, ma che non può non colpire tutti quei sedicenni (ed ex sedicenni) che in fondo si sentono soli e incompresi anche all'interno della grande città.
Delusioni, personaggi da paese, amori adolescenziali, traumi infantili, adulti ossessionati, vecchi con la testa dura, band di metallo duro, amori intergenerazionali, ma soprattutto tanta, tanta, tantissima speranza.
Perché in fondo il romanzo di formazione è come viene scritto, ma se non sai cosa raccontare puoi anche smettere subito.

ESCHE VIVE
AUTORE: Fabio Genovesi
ANNO: 2013
GENERE: Romanzo di formazione
VOTO: 8,5

mercoledì 11 marzo 2015

LA CASERMA IN CUCINA


In mezzo a chef stellati ridotti a far la pubblicità delle patatine, napoletani grandi e grossi che rimettono in sesto ristoranti che il giorno dopo ci vai e sono uguali a prima, inglesi che cucinano un bel piatto di pasta al sugo "all'italiana" piazzandoci sopra le due temutissime polpette e altri inglesi che sbraitano e gesticolano manco fossero a Little Italy, c'è Anthony Bourdain, un cuoco americano non proprio qualsiasi, ma quasi, che ha passato metà della sua vita a bere e a drogarsi e l'altra metà a bere e cucinare.
Bourdain è il classico cuoco che non vorresti vedere in cucina a cucinare la tua bistecca: te lo immagini lì con la sigaretta in bocca, più impegnato a controllare quanto whisky gli rimane nella bottiglia che ad osservare la giusta cottura del tuo manzo.
E lui in Kitchen Confidential lo ammette: le cucine, quelle vere, quelle dei ristoranti di fascia medio-alta (per quelle basse guardatevi qualche puntata farlocca di Cucine da incubo USA) in pieno centro a New York con 300 coperti e prezzi non proprio alla mano sono un vero e proprio macello. Ci sono insulti, sguatteri sudamericani mal pagati, sangue, fumo, alcool, risse e persino sesso.
Dimenticatevi dell'ordine e della pulizia del banco di lavoro imposto dai grandi talent culinari o dei falsi ordini brutali sbraitati da quell'ex giocatore di calcio pluristellato, il mondo descritto da Bourdain è qualcosa di più simile ad una caserma in cui il bullismo e il nonnismo sono la regola a cui non si può sfuggire.
La vita dell'ex chef del Les Halles (ora completamente impegnato in tv e nella scrittura di libri) è un sogno americano un po' distorto che passa dall'essere un figlio di papà e quindi un ribelle al fallimento, dal fallimento alla risalita e quindi di nuovo al fallimento, all'alcool, alla droga, ad un nuovo fallimento e ad un altra risalita fino a questo libro.
Kitchen Confidential è breve, ma intenso e ha il merito di essere stato scritto nel 2000, poco prima dell'esplosione della cucina in tv, sui libri, sui fumetti e ovunque voi possiate posare lo sguardo.
Forse non è esattamente il genere di libro che invoglia a voler fare il cuoco e sicuramente non è il manuale che vi insegnerà come cucinare il tuorlo d'uovo marinato a là Cracco, ma il romanzo-biografia di Bourdain è un libro genuino, scritto da un sanguigno col sangue.
E io sinceramente non chiedo altro.
 
KITCHEN CONFIDENTIAL
AUTORE: Anthony Bourdain
ANNO: 2000
GENERE: Biografia, Cucina
VOTO: 8

venerdì 27 febbraio 2015

NOSTALGIA PORTAMI VIA

Questa recensione è stata scritta originariamente il 31 gennaio 2012 e rivista completamente il 27 febbraio 2015

 

22/11/63 è pieno di incongruenze, difetti e ripetizioni.
Ci sono le incongruenze legate al viaggio nel tempo. Quello di King è di un tipo abbastanza particolare: si può tornare indietro nel tempo attraverso una "bollicina temporale" (termine orrendo usato sul finale), far tutto quel che si vuole per il tempo che si vuole e tornare in un presente in cui sono passati solo due minuti dalla partenza, ma su cui l’effetto farfalla ha avuto i suoi esiti (nefasti o meno). E perché si possono portare oggetti di qua e di là nel tempo senza nessuna conseguenza? Boh. E come ha fatto Al ad avere i suoi primi vecchi dollari del ’58 da spendere nel passato? Boh. E perché, nonostante venga ribadito una cinquantina di volte che il "buco temporale" è fragile poichè frutto di una serie di coincidenze, la buca del coniglio rimane sempre al suo posto qualsiasi cosa Jake combini nel ’58? Boh.
E via dicendo.
Ci sono i difetti nel corpo (parecchio grasso) del romanzo. Era necessario autocitarsi così palesemente nelle prime 200 pagine? Una volta esaurito il suo compito di “causa primaria della follia di Lee Oswald” a cosa serve tirare in ballo per la milionesima volta la madre di Oswald facendola apparire come una sorta di mostro Kinghiano capace di ringiovanire nutrendosi del pianto di una bimba per poi non nominarla più? E del sonaglino rosso di June Oswald cosa dovremmo pensare dopo tutte quelle punzecchiature? E soprattutto: se scrivi un romanzo sulla possibilità di salvare Kennedy, perché le conseguenze del gesto sono riassunte in 5 e dico 5, pur goduriosissime, pagine stiracchiate?
E ancora via dicendo.
Ci sono le ripetizioni. “Il gradino rotto di casa Oswald”. Ok… “Il gradino rotto di casa Oswald”. Ok… “Il gradino rotto di casa Oswald”. Ok… “Il gradino rotto di..” ma baaasta! “L’effetto farfalla”. Oh certo.. “L’effetto farfalla”. Si beh l’hai detto due pagine fa.. “L’effetto farfalla”. Mi prendi per il culo? “L’effetto farfalla”. Dio questo ha l’Alzheimer…
E via stradicendo.
Dunque 22/11/63 è un libro perfetto? No, per niente.
Può essere paragonato a tre capolavori Kinghiani (con l'h o senza h?) come “Stagioni diverse”, “Il miglio verde” o "Cuori in Atlantide"? Nemmeno per sogno.
Ma 22/11/63 rimane un buonissimo romanzo.
Messo su carta da un uomo a cui negli ultimi anni sembrano mancare un po’ le idee (un interquel, che brutta parola, de La torre nera, un sequel di Shining, o, come in questo caso o in quello di The Dome e Blaze, un’idea ripresa dal passato remoto), ma il cui mestiere e la volontà non si discutono.
Scritto da un King che forse considera i suoi lettori abbastanza rincoglioniti da dovergli ripetere 10 volte anche l'informazione più elementare, ma che sicuramente non gli manca di rispetto con lavori mastodontici di scrittura e di ricerca (si veda la postfazione) come in questo caso.
È un Re autocitazionista quasi fin alla nausea quello di 22/11/63 (anche se la mia idea rimane quella di un autore che, arrivato ad una certa età, stia tentando di dare un senso di unità alla sua vastissima opera), capace di accettare i consigli del figlio scrittore (e il finale ne guadagna, se avete letto la prima bozza del finale di King sul suo sito) e ormai sempre più nostalgicamente legato ad un passato pieno di difetti, ma comunque migliore. Una nostalgia che, per una volta, non riguarda l’età preadolescenziale e il suo seguito, ma quell’età adulta che King molte volte ha faticato a descrivere (si veda la parte “adulta” di It, nettamente inferiore a quella fanciullesca). Che il segreto risieda nel lento allontanamento da quegli anni vissuti in prima persona?
Niente più insegnamenti, prediche, morali: lo Stephen King del 2011 è pura storia, perché in fondo il fedele lettore lo sa che è la storia che conta, solo quella.
E che sia pure d’amore, in fondo uno scrittore multimilionario sposato da 41 anni con la stessa donna ne saprà qualcosa più di me no?
E che sia pure d'amore, in fondo uno scrittore multimilionario...ops scusate, pensavo di essere Stephen King...

11/22/63- 22/11/63
AUTORE: Stephen King
ANNO: 2011
GENERE: Fantastico
VOTO: 7,5




martedì 17 febbraio 2015

DI DROGHE, AMICIZIA E ROCK'N ROLL


Così va scritta.
Non una barbosa sequela di date e dati, avvenimenti e nomi, elenchi e tabelle.
Non una sconclusionata sequela di idee e fissazioni ripetuta all'ossesso.
Non una corretta e puntigliosa descrizione degli episodi più curiosi che hanno segnato la propria carriera.
Non uno studio storico, non un diario e nemmeno un compitino scolastico, Life si presenta piuttosto come una mastodontica storia raccontata da Papà Castoro, Mr Keith Richards, capace con le sue parole di affascinare, emozionare, incuriosire e persino un po' incazzare.
Mi sembra di vederlo mentre si siede con l'amata bottiglia di Jack Daniel's nella veranda di una delle sue case in Jamaica o alle Barbados al tramonto e comincia a raccontare di quella volta che nonno Gus per la prima volta gli diede in mano una chitarra a 8-9 anni, “Se sai suonare Malagueña, sai suonare qualsiasi cosa”, inconsapevole di quanta strada avrebbe fatto quel bambino con la faccia da furfante in un mondo che allora neanche esisteva.
Si è vero, c'erano Elvis, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis e poco prima del suo successo vennero fuori pure i Beatles, ma furono i Rolling Stones a rivoluzionare per sempre il senso della parola rock agli occhi di tutto il mondo: brutti, sporchi e cattivi e niente sarà più come prima.
Keef mi guarda con quel suo sorriso tagliente, di traverso, e prosegue a raccontare dei primi successi, delle ragazze che letteralmente se la facevano addosso ai loro concerti mai finiti per il troppo caos, delle fughe sui tetti e dei guai con l'odiata legge.
Della grande amicizia con Mick Jagger, dei giovani amori, dei dischi fondamentali, dei primissimi soldi.
Della grande amicizia con Bobby Keys, dei riff leggendari, della tecnologia sbilenca, della marijuana, di Anita Pallenberg.
Della grande amicizia con Charlie Watts, delle dosi sempre più alte di eroina, dei primi amici morti, dei figli sballottati qua e là.
Della grande amicizia con praticamente chiunque abbia lavorato nel rock tra gli anni '50 e '80, delle astinenze, degli screzi con Jagger.
Di tutto, ma soprattutto di amicizia, droghe e musica.
Keith parla di tutto quel che si ricorda e anche di quel che non si ricorda per le troppe sostanze assunte tramite le parole di qualcuno a lui vicino in quel periodo e lo fa con una disinvoltura e un fascino che difficilmente si trova persino su quelle fantomatiche biografie in cui un po' tutto è inventato o passato attraverso 10 mani prima di arrivare ad essere scritto.
Il pirata sembra avvertirmi che lui ha corso troppi pericoli, che più di una volta si è salvato miracolosamente, che non è assolutamente bello essere eroinomani, acidomani, cocainomani e alcolizzati, ma sembra sempre ridere sotto i baffi: “Certo non farlo, io però mi son divertito, 9 giorni in piedi senza dormire...”
Verso l'alba Keith comincia a parlare finalmente degli anni '90 e 2000, della sua numerosa famiglia, dei grandi amici scomparsi, dei suoi ultimi tour mastodontici e delle piccole disavventure della vecchiaia: cadute dagli alberi o dalle librerie con conseguente rottura del cranio o perforazione di un polmone, ceneri del padre sniffate quasi per caso per farne parte di sé e insomma si, tutte quelle cose che fanno le persone della sua età.
Poi mentre il sole sorge, Keef si alza dalla sedia, va in casa a recuperare la chitarra e non faccio neanche tempo a chiedermi se finalmente è andato a riposarsi che lui è già di ritorno suonando Malagueña.
In fondo “Due accordi di Malagueña ed è fatta”.

LIFE
AUTORE: Keith RIchards
ANNO: 2010
GENERE: Biografia
VOTO: 9

mercoledì 14 gennaio 2015

NOIOSA VITA


 
 
Io non lo farei mai un film sulla mia noiosa vita.
Intendiamoci, non è che mi voglia lamentare di qualcosa: ho passato un'infanzia spensierata e felice in campagna, ho avuto decine di amici tutti più o meno simpatici o pazzi, i miei genitori mi hanno sempre dato tutto quel che era giusto avere, a scuola ho studiato e cazzeggiato il giusto senza mai faticare più di tanto, sono stato un bullo con qualcuno e da qualcun altro me le son prese, ho praticato tutti gli sport che mi piacevano, mi son preso le mie sbronze colossali e ho combinato delle cazzate, mi sono innamorato e ho fatto l'amore con chi volevo, sono stato stronzo e son stato trattato da stronzo, sono stato buono e mi è stato riconosciuto, ho avuto i miei interessi e me li son curati al meglio e insomma si, posso tranquillamente dire che non mi pento praticamente di nulla di tutto quel che ho fatto (col termine licenza poetica si intende un errore voluto dal poeta, funzionale a rendere il suo componimento più incisivo).
Però un film sulla mia vita non lo farei lo stesso.
Insomma ci sono tante di quelle storie interessanti da raccontare nel mondo, di giovani che hanno sfidato il proprio Paese, di gente che è sopravvissuta alla fame e alla sete, di ragazzi che a 25 anni avevano già fatto scoperte che avrebbero cambiato il mondo per sempre, di uomini il cui destino grandioso sembrava scritto fin da quando erano nella culla, di donne talmente avanti rispetto alla loro epoca da essere ancora d'esempio oggi e tanto altro blablabla che sprecare della pellicola per una vita insignificante ai fini del destino del mondo come la mia mi sembrerebbe, appunto, uno spreco.
E si, lo so che in ogni vita c'è qualcosa degno di essere raccontato e io sono il primo a divorare tonnellate di romanzi/film di formazione sulla vita più o meno avventurosa di ragazzini che perdono la loro innocenza, con tutti gli insegnamenti che ne seguono, però, non raccontiamocela tanto, sono tutte storie più o meno romanzate. Non starei mai e leggere/guardare (vabbè ci siamo capiti che intendo sempre un film o un romanzo quindi la smetto con questa odiosa barretta, immaginatevela pure voi!) la vita di tutti i giorni di un bimbo normalissimo che diventa un normalissimo adolescente problematico. Non mi fregherebbe niente, ma proprio niente, vedere lui che si alza tutti i giorni sullo stesso lettino, si lava i denti, fa colazione (magari nell'ordine inverso che è una cosa un poco più normale...), va a scuola, litiga per la merenda, torna a casa, pranza con mamma e papà, va ai giardinetti e si sbuccia un ginocchio, torna a casa la sera a giocare col cane e poi dopo cena va nel suo lettino a dormire dopo aver visto i cartoni animati.
500 pagine su un bambino che fa tutte le cose che fanno i bambini fino a diventare un adolescente che fa tutte le cose che fanno gli adolescenti.
O tre ore di film.
Ecco pensate esattamente a 165 minuti così.
Un film che racconta tutto quel che vi ho detto senza mai alzare il tono nemmeno per sbaglio e anzi facendo in modo che i pochi momenti importanti nella vita di quel ragazzo siano minimizzati rispetto alla sua quotidianità
La vita è fatta al 99% di quotidianita e all'1% da eventi straordinari? Certo.
É affascinante vedere al cinema un bimbetto che diventa un adolescente sempre nello stesso ruolo? Mmm, boh si, comunque se guardate l'intera filmografia di Tom Cruise dai suoi 19 anni a oggi non è che ci andate tanto lontano.
É piacevole accorgersi di tutti gli anni che sono passati durante le riprese attraverso le canzoni più conosciute dei diversi periodi? Può anche esserlo, anche se la chiavetta che tengo in macchina con tutto il meglio selezionato durante gli ultimi 15 anni di ascolti è decisamente più esaustiva.
É bello vedere Ethan Hawke che si imbolsisce e la Arquette che cambia pettinatura? Anche no...
É un esperimento incredibilmente difficile da compiersi e ancor più da ripetersi quello di Richard Linklater? Si lo è, ne sono conscio. Ma questo non significa automaticamente attribuire al risultato dell'esperimento una grandezza spropositata, andando ad incensarlo non tanto come esperimento (e anche qui avrei comunque qualcosa da ridire) quanto come film.
Perché Boyhood non ha niente (e sottolineo niente) del film capolavoro: non ha interpretazioni magistrali, non ha scenografie da urlo, non ha una regia così degna di nota e soprattutto non ha una sceneggiatura che possa rimanere nella memoria.
Che film è quel film che ti racconta tutto quel che avviene in una vita normalissima senza un guizzo, una scintilla, un motivo qualsiasi per essere raccontata?
“Eh ma la madre sul finale in due parole da un senso alla vita che blablablablablabla...”
Ma smettiamola, che sembra una frase scritta dal sosia malriuscito di Fabio Volo!
Dacché il cinema è diventato adulto ha sempre cercato di raccontare storie con un perché. A volte sembra sbagliarsi e regala un perché anche a racconti che assolutamente non ne hanno, ma lo fa per rendere, appunto, cinematografico un qualcosa che raccontato nella sua normalità non avrebbe motivo di finire sul grande schermo.
Celebrare come capolavoro assoluto un film come Boyhood, lodarne l'epicità (boh) o la suspense (boh al quadrato) pare davvero l'elogio di un cinema che invece di andare avanti torna al treno che si fionda sugli spettatori (e in ogni caso persino quello non era la ripresa di una quotidianità, a meno che qualcuno in quel cinema non stesse a farsi asfaltare dai treni ogni tre per due), incapace di trasmettere quella magia e quell'incanto che per cui è diventato tanto famoso.
Boyhood mi sembra solo uno strano e faticoso esperimento (di questo gliene devo dare atto) che fa fare al cinema un passo verso quei reality/non reality di cui è impestata la televisione contemporanea.
Siamo sicuri di voler andare in quella direzione?
 
BOYHOOD
REGIA: Richard Linklater
GENERE: Drammatico
VOTO: 6
 

martedì 6 gennaio 2015

NERD, CHE PASSIONE!

Questa recensione è stata scritta originariamente il 1 giugno 2011 e rivista completamente il 5 gennaio 2014.

 


Prima i vampiri.
Innamorati, vegetariani, ninfomani, innamorati, cattivi, buoni, innamorati, di città, di campagna, innamorati...
Poi gli zombie.
Barcollanti, rabbiosi, ghettizzati, innamorati (si, pure loro), barcollanti, amici, reietti, barcollanti, intelligenti, stupidi, barcollanti...
In mezzo i nerd.
Chi di voi, tra centinaia di promessi vampiri e zombie alla ribalta, non si è accorto della Rivoluzione Nerd?
Non una bolla di sapone nata dall'ingenuo soffio di un appassionato, spinta in alto da un mercato che sa in quale direzione sbuffare, ma uno strano aeroplanino di carta che, dopo un progetto studiato per anni, è stato finalmente realizzato ed affidato ad una brezza leggera e imprevedibile.
La Rivoluzione Nerd affonda radici in terreni che non oso smuovere: fanatici Trekker potrebbero risvegliarsi dagli abissi cosmici, appassionati Marvelliani sarebbero capaci di perseguitarmi per infondermi la loro continuity, fantasiosi Tolkeniani mi maledirebbero in nome di Mordor, infervorati Warhammeriani mi lancerebbero dietro centinaia di statuine (pardon, miniature) dipinte a mano nel corso di giorni e mesi e anni e brufoli.
Se il terreno neo-vampiresco è dominato da ragazzini che possono essere abbattuti a forza di classici succhiasangue che non hanno mai sentito nominare e il neo-zombie maniaco non è capace di apprezzare la lentezza della massa Romero-zombiesca, il popolo geek non è così facile da affrontare.
Ci sono persone (personaggi) di ogni età e di ogni nazione, Otaku giapponesi, Uraniani Italiani, Dungeoniani americani e chi più ne ha (di nerditudine), più ne metta.
E ora guardatevi intorno.
Se siete nerd di lunga data ve ne sarete già accorti, o forse no e la mia affermazione vi farà vedere cose che voi umani non potete neanche immaginare: i nerd sono di moda.
La moda è nerd (guardate quella ragazza con i capelli biondi e gli occhi azzurri con su un paio d'occhiali dalla montatura spessa e un golfino che neanche Ugly Betty), i film sono nerd (immergetevi in qualsiasi lungometraggio di Zack Snyder), le serie tv sono nerd (vi dice qualcosa Big Bang Theory?) e i libri?
"La breve favolosa vita di Oscar Wao" è la storia di un nerd.
Premio Pulitzer per questo romanzo (il bollino rosso pulsante in copertina non può non farmelo notare), Junot Dìaz si diverte a spulciare un'immaginaria Wikinerd per raccontarci la vita di questa strana contraddizione vivente: un dominicano (il più classico dei dongiovanni, come ci tiene a sottolineare più volte l'autore) nerd (esattamente l'antitesi del rubacuori).
Dìaz senza dubbio ci sa fare: trasformando il proprio stile di scrittura a seconda del punto di vista adottato ci racconta della Repubblica Dominicana stuprata da Trujillo e sprofondata all'inferno sotto Balaguer, trasponendo la vita di Oscar in quella di un Paese contradditorio: favoloso ma crudele, paradisiaco ma infernale, libero ma profondamente e inesplicabilmente ammanettato alle sue tradizioni.
Così come il protagonista vorrebbe essere un ragazzo normale ma è incapace di abbandonare i suoi vizi geek, così la Repubblica Dominicana vorrebbe assomigliare ai liberi invasori statunitensi, ma non riesce a scrollarsi di dosso i suoi stereotipi (gli uomini devono essere tutti virili!) e le sue tradizioni (il fukù, la maledizione, non è una leggenda!).
Nonostante la promessa iniziale di una vera e propria full immersion nella vita di un nerd, Dìaz sembra incapace di andare al di là di una serie di citazioni a volte fin troppo costruite, anche se il passaggio successivo, quello della trasformazione dell'ostinata passione per il fantasy in qualcosa di molto più profondo e radicato nella realtà è decisamente riuscito.
Se, come immagino, la moda nerd andrà a spegnersi come tutte le mode di questo breve favoloso mondo, il romanzo vincitore del Pulitzer 2008 rimarrà come testimonianza di questo periodo, vagamente più in alto dei vari “Bazinga” e Scott Pilgrim.
O forse mi sto sbagliando. I nerd conquisteranno il mondo e noi tutti saremo loro schiavi.
Cominciate a tirar fuori le statuine da colorare e i manuali da 400 pagine l'uno per il movimento degli eserciti. Warhammer ci attende.
Sarai un “pittore” o un “giocatore”?
                               https://www.youtube.com/watch?v=1iAGHbZ8pqg

Nota: per mia comodità (e per evitare una vostra sfuriata nei confronti delle ripetizioni comunque volute e cercate) ho deciso di usare un paio di volte il termine “geek” al posto di “nerd”, fregandomene altamente di quelle differenze che nemmeno wikipedia sa ben definire.

THE BRIEF WONDROUS LIFE OF OSCAR WAO – LA BREVE FAVOLOSA VITA DI OSCAR WAO
AUTORE: Junot Dìaz
ANNO: 2007
GENERE: Drammatico, realismo magico.
VOTO: 7,5

lunedì 5 gennaio 2015

SE QUESTO FOSSE UN BLOG SERIO

Se questo fosse un blog serio, uno di quelli da milioni di visualizzazioni, con grafica creata da Parinpappero e attente analisi di mercato, inizierebbe ora, con una bella introduzione degna di nota e un neonato 2015 come data di creazione.
Non ci sarebbero post giurassici datati 2007 e nemmeno recensioni di cui non ricordo il contenuto né tanto meno la strana e seriosa forma, non ci sarebbero addii prolungati e ripartenze più o meno riuscite (più meno che più), insomma non ci sarebbe nulla se non una gran benvenuto a tutti i nuovi lettori.
Invece no.
Dopo svariate riflessioni e rimuginamenti da un minuto o due ho deciso che perdere il titolo, la storia, i commenti, le cazzate e le collaborazioni presenti qui dentro era davvero un peccato oltre ad essere una menzogna bella e buona: alla fine ero io anche quello che si prendeva troppo sul serio scrivendo di Carpenter o chissà quale altro film spazzatura quindi perché cestinarlo?
Magari col tempo, se avrò per una volta la costanza di mantenere fede al progetto blog, rimetterò a posto (anche solo grammaticalmente) le recensioni contenute nell'antico vaso (“le nostre ricerche in mare erano durate mesi”) e cercherò di far ripartire questa enorme e complicatissima macchina (“ora quell'antico vaso andava portato in salvo”), ma per ora direi che l'importante è ricominciare a pubblicare qualcosa (“sembrava impossibile, ma ce l'avevamo fatta”).
                               https://www.youtube.com/watch?v=aVinOrHwUdk
Nonostante l'ultimo post presente sul blog risalga addirittura al 2011 in questi tre anni non ho smesso di vivere (qualche mio vecchio lettore si era posto il dubbio) né  di scrivere, semplicemente ho cambiato luogo, forma e soprattutto oggetto, concentrandomi principalmente sui libri, anche se cinema e musica riempiono sempre gran parte della mia fantasmagorica esistenza.
L'idea è quella di scribacchiare qualcosa di nuovo e affiancarlo alle cose migliori non approdate su Recensioni Libere per arrivare a pubblicare almeno 2-3 recensioni al mese, obiettivo più che fattibile se io non fossi l'uomo più scostante dell'universo in queste cose.
L'ora è venuta.
Si riparte dal 2015.