martedì 28 luglio 2015

DI PROMESSE CHE CADONO A PEZZI



C'è qualcosa che non va in Vernon God Little.
Non è l'incipit. Dbc Pierre parte come un Ciao truccato degli anni '90 e nel giro di 50 pagine ha già bruciato tutti i posti di blocco: famiglia, coetanei, comunità, polizia e stato del Texas, niente viene risparmiato dalla sua penna giovane e caustica.
Vernon God Little sopravvive all'interno di una società talmente annoiata e decadente da rendere un massacro a là "Columbine High School" un motivo di arricchimento per tutti gli abitanti del piccolo paese e l'autore inglese, attraverso gli occhi dell'emarginato adolescente, ci fa comprendere tutta la follia di un mondo occidentale completamente alla deriva.
Quando la spinta iniziale sembra esaurirsi, l'autore, come in un qualsiasi episodio di Fast & Furious, svela i serbatoi con il Nos e si sposta a velocità doppia in un Messico fatto di luoghi comuni, ma anche di tanta speranza per un ragazzo la cui confusa innocenza continua a far sorridere anche dopo 200 pagine, nonostante qualche esagerazione di troppo.
A questo punto Pierre sembra perdere contatto con il romanzo di formazione inizialmente promesso: ci si sposta prima in ambito giudiziario e poi definitivamente nel dramma più puro: la scrittura perde mordente (per quanto la cosa sia giustificata a livello narrativo, non la si comprende) e il Ciao perde velocità fino a smontarsi in mille pezzi, troppo usurato per poter fare anche solo un metro in più.
Siamo all'epilogo e nonostante le aspettative tradite quasi ci si adatta ad un finale del genere: forse è giusto che vada così, in un mondo così sbagliato non potrebbe finire altrimenti e il tocco di reality infilato a forza sembra quasi voler infastidire e allungare il brodo involontariamente.
E quando ormai ti stai già bevendo le tue lacrime amare lo vedi arrivare di corsa da lontano, grosso, muscoloso e mai stanco, il Deus Ex Machina prende al volo il Ciao e lo lancia oltre la linea d'arrivo sfasciandolo del tutto, facendogli perdere anche quell'ultimo guizzo di bellezza nostalgica pur di fargli vincere una gara ormai persa.
La disonestà, ecco che cosa non va.

VERNON GOD LITTLE
AUTORE: Dbc Pierre
ANNO: 2003
GENERE: Romanzo di formazione
VOTO: 5

giovedì 16 luglio 2015

LACIO DROM


 
Era il primo o il secondo anno di università quello in cui, al milionesimo viaggio in treno tra Alessandria e Torino, vidi per la prima volta una stradina che costeggiava il 90% dei binari tra la cittadina in cui tutti vorrebbero essere milanesi e quella che i milanesi li piglia per il culo.
Decisi che dovevo percorrerla a piedi.
Non che avessi qualche motivo in particolare per farlo o la mia vita stesse andando particolarmente male (a quale ragazzo sano di mente potrebbe andar male la vita al primo anno di università?), semplicemente mi andava.
Passò un'estate, due, tre, quattrocinqueseisette e anche otto e alla nona (no, facciamo alla decima) finalmente e vergognosamente mi decisi: misi lo zaino in spalla e arrivai a metà percorso prima di abbandonarmi allo sconforto e tornare a casa con un risentimento verso me stesso che faticai a mandare giù per mesi interi.
Averci messo un'eternità a decidermi e aver abbandonato a metà strada un percorso di soli 90 km mi fa incazzare, vergognare e anche un po' ridere a dire la verità. Ma davvero poco a dirla tutta.
Passa un altro anno e la camminata non è dimenticata, ma messa in un angolino nascosto, al buio, dove posso dimenticarla con piacere, quasi senza accorgermene.
Poi pochi giorni fa in libreria, insieme all'unico vero grande amico rimasto dai tempi dell'università, quello che anche se non lo vedi per due anni sei capace di parlare ancora per 3 ore come se non fosse passato un giorno dai tempi in cui la musica, il cinema, gli USA e i grandi sogni erano tutto, andiamo verso lo scaffale della narrativa di viaggio. Ne siamo appassionati entrambi e il grande on the road negli Stati Uniti di cui entrambi vaneggiavamo all'università alla fine lui è riuscito a farlo. Beato lui, coglione io.
L'uomo che fece il giro del mondo a piedi è il libro che attira la nostra attenzione quasi subito: in fondo siamo ancora gli stessi pirla sognatori di allora, con un lavoro che ci fa più o meno schifo ma ci consente di vivere e una voglia di andarsene da questo stato farlocco che ancora adesso conteniamo senza sapere bene il perché.
Passano due, tre giorni, il tempo di finire lo Stephen King più recente e mi butto sul racconto di Dave Kunst e del suo giro intorno al mondo iniziato nel 1970 con il fratello John.
Ed è subito voglia di rimettersi in viaggio.
Il libro di Kunst non è assolutamente un libro perfetto, risente della visione USAcentrica del suo autore (sul finale si parla addirittura di una classifica immaginaria stilata dai sue fratelli su quanto fossero arretrati gli stati attraversati rispetto alla loro nazione d'origine) e del passaggio di ben 45 anni dall'impresa che entrò direttamente nel guinness dei primati (ad oggi non sono nemmeno dieci le persone ad aver circumnavigato il mondo a piedi, ma ai tempi Dave fu il primo e solo), ma è uno dei pochi resoconti di viaggio letti nella mia vita capace di tenerti incollato alla pagina senza troppe iperboli e grandi insegnamenti di vita.
Kunst (insieme al giornalista e scrittore Clinton Trowbridge) non segue una linea retta fatta di date e avvenimenti, ma sembra lasciarsi andare ad un flusso di ricordi che riempiono le pagine con naturalezza, senza annoiare e senza nemmeno accelerare troppo quel viaggio che ha occupato quattro lunghissimi anni della sua vita.
Si sente nelle sue parole quella sorta di nostalgia e orgoglio che traspare solo dalle voci di chi è riuscito a compiere il proprio sogno nella vita: quello del camminatore del Minnesota, arrivato quasi all'improvviso in un giorno qualunque di una normalissima vita di provincia, era di compiere il giro del mondo a piedi e, nonostante una serie di imprevisti a dir poco spaventosi (compresa la morte del fratello a metà percorso raccontata nel primo capitolo) e un'attrezzatura che oggi farebbe ridere letteralmente i polli (scordatevi scarpe da ginnastica, abbigliamento tecnico, tende iperleggere, bevande iperenergetiche o chissà che altro, qui si parla di scarpe da passeggio, un cappello a tesa larga, camicia da Indiana Jones, Coca Cola e un carro trainato da un mulo), lui ci è riuscito.
E io ancora non ho percorso quei 90 km.

PS: Il libro è edito da Edizioni dei cammini, una casa editrice fondata piuttosto recentemente che, come da nome, si dedica al camminare. Fatti i complimenti per l'idea, le splendide copertine e l'impaginazione (non scontati), mi rimane solo un piccolo rimprovero per alcuni refusi letteralmente da urlo: un "havrebbe" da manicomio è quello che mi è rimasto più impresso, ma l'augurio è quello di avere tanti lunghissimi anni in cui migliorare anche in queste piccole cose. Si meritano tutta la fortuna possibile, per l'idea sicuramente, ma anche per il coraggio avuto nel metterla in pratica in questi tempi bui per l'Italia libraria e non solo.

THE MAN WHO WALKED AROUND THE WORLD: A TRUE STORY- L'UOMO CHE FECE IL GIRO DEL MONDO A PIEDI
AUTORE: Dave Kunst
ANNO:2015
GENERE: Biografia
VOTO: 7,5


domenica 14 giugno 2015

RIGURGITI GIURASSICI


 
Avrei voluto scrivere una recensione nostalgica che iniziava con la prima volta in cui vidi Jurassic Park. Era il 1993, io avevo 7 anni e la gente in coda al cinema era talmente tanta da sfociare fuori dalle porte e allargarsi sulla strada adiacente fino a bloccarla completamente.
Ci ho provato e riprovato almeno quattro volte, ma la cosa non ha funzionato: una volta non c'è abbastanza effetto nostalgia e un'altra sembra di leggere l'incipit di un romanzetto rosa dell' '800, alla quinta comprendo che non è quello il punto.
Sto pensando a quanto mi ha fatto incazzare Jurassic World.
Vorrei pensare a Jurassic Park, all'infanzia, ai cinema di città di un tempo con 700 poltrone tutte follemente occupate e alla gente seduta sui gradini al centro, ma sinceramente non ci riesco.
Penso a Jurassic World.
Rivedo davanti ai miei occhi i commenti positivi sul film letti in rete e le videorecensioni entusiastiche che spuntano come funghi e mi chiedo se per caso non hanno sbagliato sala.
Magari credono di essere andati a vedere Jurassic World e sono finiti nella sala di Mad Max a sbavare su deserti apocalittici e chitarristi indemoniati.
O forse avevano bisogno di far prendere aria alle corde vocali e han pensato di parlare bene dell'ultimo film giurassico senza saper esattamente cosa stavano dicendo. Consiglio dei gargarismi in bagno col colluttorio se proprio non avete di meglio da fare.
Perché la verità è che non voglio credere che a qualcuno sia piaciuto questo obbrobrio.
Jurassic World (e non Jurassik World, come ho visto scritto da più parti...) è il trionfo degli sceneggiatori idioti di Hollywood.
Quelli che riprendono in mano un'idea di 20 anni fa perché hanno buchi neri al posto del cervello.
Quelli che fanno correre le donne sui tacchi per chilometri perché vuoi mica metter le scarpe da ginnastica ad una fica come Bryce Dallas Howard.
Quelli che scrivono di cattivi dallo spessore pari ad un foglio di carta carbone e, non contenti, li fanno morire appena diventano un filo più interessanti perché tanto sono cattivi e i cattivi devono morire (mica come i bambini, i bambini sono buoni e si salvano. SEMPRE).
Quelli che scrivono trame viste, riviste e straviste e se per caso qualcuno glielo fa notare rispondono che sono omaggi, citazioni, richiami.
Cazzate.
La verità è che Jurassic World è un film senza idee se non quella grandiosa (e vecchia di 25 anni) di avere un parco pieno zeppo di dinosauri. E, per una volta, di visitatori.
Non è un caso che le scene migliori siano proprio quelle che riguardano le attrazioni. Fa sorridere vedere bambini in groppa a piccoli triceratopi e i vaghi accenni alle escursioni in canoa in mezzo alla palude giurassica o le tanto spoilerate girosfere fanno effettivamente sognare come se si fosse ancora nel 1993.
Solo che siamo nel 2015 e Colin Trevorrow e Derek Connolly non sono Steven Spielberg, David Koepp e Michael Crichton.
Vorrebbero esserlo certo, ci mettono i bambini, le inquadrature-meraviglia e tanta tanta tanta cgi fatta talmente tanto bene da non riconoscere gli animatronics dagli effetti computerizzati, solo che non lo sono.
E si vede.
C'era davvero bisogno di disegnare un dinosauro nuovo di pacca (giustificato persino con uno spiegone che neanche i cattivi peggiori di 007) per stupire un pubblico ormai abituato ai dinosauri “classici”? Con le centinaia (se non migliaia) di specie ormai scientificamente riconosciute era il caso di creare un mostro tipicamente Hollywoodiano che si comporta come l'imitazione pacchiana del Predator che lottava contro Schwarzenegger negli anni '80? Si, pacchiana. Perché almeno Predator era un alieno e aveva tutti le sue ragioni per essere brutto e invisibile, ma che ragione ha l'Indominous di avere questi unghioni ridicoli? Per lasciare i segni sui muri? Ma che è? Un graffitaro?
E dell'innamoramento stratelefonato e wozzappato dei protagonisti dopo cinque minuti di film ne vogliamo parlare?
E la colonna sonora di Michael Giacchino che nei momenti più sbagliati si diverte a riprendere il tema originale come farebbe il peggior dj paraculo di provincia? Per tanto così chiamiamo un vocalist e facciamogli urlare: “LA VOGLIAMO LASCIARE UNA LACRIMUCCIA QUI? ILLUMINAAAAAA!”
Jurassic World vorrebbe essere un seguito vero e proprio del primo e unico meraviglioso film di Spielberg e non è che una pallida imitazione che non ha capito nulla di quel che funzionava in quel film.
Non gli scontri Godzilleschi tra T-Rex e Indominous che si tirano testate e morsi manco fossimo davanti alla tv con Giacomo Ciccio Valenti che commenta il wrestling, non i raptor più o meno addomesticati che fanno le faccine e collaborano con gli altri dinosauri (no comment su questo che mi vien voglia di urlare) e nemmeno le corse in moto a capo di un branco di velociraptor (e hanno avuto pure il coraggio di metterlo in un trailer...).
Jurassic Park era pura meraviglia.
Quella delle attrazioni di cui ho parlato precedentemente, quella che poteva esserci nella prima scena del mosasauro se non fosse stata spoilerata selvaggiamente dai trailer o quella che può farti risvegliare alla fine del film con protagonista il T-Rex.
Meraviglia.
Spielberg pensaci tu.

JURASSIC WORLD
REGIA: Colin Trevorrow
GENERE: Fantascienza
VOTO: 5

lunedì 8 giugno 2015

È LA STORIA, NON COLUI CHE LA RACCONTA.




Dimentico spesso quanto King possa essere avvinghiante.
Anche dopo aver letto qualcosa come una trentina di romanzi e un paio di raccolte di racconti, ogni volta che prendo in mano un suo libro il pensiero è sempre lo stesso: questa volta non ci riuscirai.
Non riuscirai a tenermi sveglio la notte come feci con It a 16 anni, sette ore a leggere col lumicino pur di levarmi di dosso gli incubi che mi assalivano ogni volta che chiudevo occhio o andavo in cantina a prendere una bottiglia di vino per mio padre.
Non riuscirai a farmi portare in giro nei posti più improbabili e scomodi (sul tram, in spiaggia, a casa della fidanzatina) un libro della mole de L'ombra dello scorpione in versione integrale (per chi non lo sapesse più di 1000 pagine scritte in caratteri simpaticamente microscopici nella sua versione """tascabile""") pur di non lasciare da soli i miei eroi durante la fine del mondo.
Non riuscirai a tenermi un giorno intero inchiodato a letto credendo di essere nel Miglio Verde nella speranza che John Coffey si salvi.
E non riuscirai nemmeno a farmi leggere un racconto dietro l'altro ripetendomi continuamente "Ancora uno piccolo e poi la smetto..."
E invece no.
A 68 anni King, in piena crisi bulimica da scrittore compulsivo (ormai pubblica almeno due romanzi l'anno più una raccolta di racconti, qualcosa che a ben pensarci dovrebbe ispirare uno dei suoi horror), è ancora capace di prendermi di peso e portarmi in un altro mondo senza nemmeno tanti sforzi. Gli bastano due capitoli nostalgici sull'ennesima infanzia passata nel Maine, questa volta all'interno di una felice e numerosa famigliola religiosa, ed eccomi li a portarmi a spasso Revival dappertutto. In edizione rigida. Con 470 pagine. Al lavoro, in macchina, nel tascone dei pantaloni corti mentre vado in giro. Insomma, di nuovo.
Non dirò che Revival è un capolavoro.
Sono anni che, pur non leggendo tutto quel che King pubblica (per stargli dietro dovrei leggere solo più lui, e non mi va ancora di diventare pazzo), il Re dell'horror non scrive un vero e proprio capolavoro; forse i tempi di It, L'ombra dello scorpione, Pet Sematary, Cuori in Atlantide, Stagioni diverse e Il miglio verde sono passati per sempre o forse semplicemente sono io ad essere diventato troppo esigente.
Niente capolavori quindi, ma libri più o meno buoni a seconda delle stagioni.
Duma Key, tanto per dirne uno recente, ma non recentissimo, era una mezza ciofeca nonostante la buona idea di partenza. Pareva il libro di uno scrittore anziano che vive su un'isola scema del Pacifico, col cappellino di paglia in testa e poche gioiose idee che gli rimbalzano nel cervello rugoso senza saper dove andare. Non il massimo, ecco.
22/11/63 invece era un buon romanzo. Con una parte centrale decisamente inferiore all'incipit e al finale (uno dei pochi riusciti nella lungherrima carriera e quindi già solo da ricordare per quello), ma comunque molto buono.
E poi c'è Revival.
Che è meglio di 22/11/63 e quasi allo stesso livello di quel Cuori in Atlantide che metto tranquillamente tra i migliori.
Perché c'è un'ottima idea di partenza, ma soprattutto perché c'è uno sviluppo degno del King degli anni migliori. Si parte da uno dei pezzi forti del nostro (l'infanzia, un'età magica che solo lui sa descrivere così meravigliosamente), per attraversare poi la vita intera del protagonista per spizzichi e bocconi. Un assaggio di adolescenza, un salto nei 40, un ritorno ai 30 e poi via via lentamente verso i 50 e infine i 60. Revival pare più una biografia che un romanzo qualsiasi e arriva al succo soltanto nelle ultimissime pagine, prendendosela con calma sugli aspetti della vita più reali e accelerando su quelli più soprannaturali, quasi a voler far sembrare questi ultimi lampi e tuoni che irrompono nella nostra esistenza di sole e nubi.
Con gli anni King sembra aver abbandonato ormai del tutto ogni orpello che non abbia a che fare con la vera e propria storia che sta raccontando e quindi la narrazione prosegue ancora più spedita del solito, fino ad arrivare al finale burrascoso che tutti attendono.
Che non è un brutto finale.
Mi piace scrivere recensioni e, di conseguenza, mi piace leggerne. Sarei un coglione a non farlo. E sarei anche un pirla che pretende di essere letto senza leggere niente di quel che gli altri scrivono. Questo per dire che ho letto ben più di una recensione che parlava di una seconda metà del libro deludente e soprattutto del solito finale imbarazzante a là King. E per una volta, o forse per l'ennesima, non sono d'accordo.
Il finale soprannaturale di Revival, esattamente come quello di 22/11/63, è fatto di poche pagine. Pochi brevi accenni ad un orrore che l'occhio umano non può sopportare e che lo scrittore del Maine, a quasi 70 anni, riesce ancora a descrivere incutendo terrore. É vero che il romanzo sembra accumulare dettagli su dettagli per poi smontarsi in poche semplici righe, ma è anche vero che qui, come in 22/11/63 e come nel 90% dei romanzi del Nostro, quello che davvero conta è il finale che viene dopo, quello che riguarda la vita vera. Quella di un uomo dell'età di Stephen stesso che è passato non casualmente attraverso la droga, la musica rock e la morte di molti dei suoi cari (e indirettamente anche attraverso un incidente automobilistico, cosa che King non dimentica mai di inserire nei suoi romanzi da 15 anni a questa parte), per arrivare ad un'anzianità fatta di tanti ricordi.
Stupendi, brutti, belli e orrendi.
Ma tutti profondamente Kinghiani.
E quindi urliamolo ancora una volta.
W il Re.
W colui che la racconta.

REVIVAL
AUTORE: Stephen King
ANNO: 2014
GENERE: Horror, Drammatico
VOTO: 8

domenica 31 maggio 2015

HORROR IPERREALISTA

Questa recensione è stata scritta l'11 ottobre 2011 e rivista completamente il 31 maggio 2015


Se fossi un ragazzo che rilegge i libri, in questo momento sarei di nuovo a pagina 1 di Revolutionary Road.
Mi farei riavvolgere dal lento e agile fluire di parole di Yates, mi reimmergerei nel sobborgo americano da “Edward mani di forbice” in cui si trasferiscono i suoi protagonisti, mi intrufolerei di nuovo tra le vite piatte dei Wheeler per trovarvi indizi per niente nascosti della tragedia imminente.
Revolutionary Road è il libro che consiglieresti a tutti, ma finisci per non consigliare a nessuno.
Mi spaventerebbe sentir di persone che ne parlano come di un libro in cui non accade nulla, di altre che proprio non lo capiscono, di altre ancora schierate dalla parte di April, di Frank o dei Campbell.
Mi terrorizzerebbe pensare di essere l’unico a spaventarsi per un libro simile, a inquietarsi al punto da domandarsi quanto Frank o quanta April c’è dentro di me.
Voglio rimanere in un paesello di periferia a svolgere “il lavoro più cretino che ci sia?”
Voglio fuggire in Europa senza nessuna sicurezza sul futuro, ma con tanta potenziale libertà?
Ed è un Givings quel mio amico incapace di non mascherare tutto sotto un sorriso idiota? O è un Campbell che si costringe a lavorare come un mulo e ad essere efficiente per illudersi di essere ancora abile a qualcosa? O ancora è un Givings Junior, pazzo ma in grado di squarciare il velo di una realtà illusa ed illusoria?
Revolutionary Road, pur con tutti i suoi 50 anni sulle spalle, è talmente iperrealistico da essere spaventoso, come quelle foto di famiglia in cui tutti i parenti sorridono, ma tu sai che di li ad un mese uno di loro sarà morto, consumato da un orribile cancro o trovato appeso ad un cappio nella vasca da bagno.

PS: Avendo visto il film tratto dall’opera cinque anni fa, ed avendo provato le stesse sensazioni che mi ha dato Yates, posso tranquillamente dire che la trasposizione di Mendes con Di Caprio e la Winslet (perfetti) è a dir poco stupenda. La scrittura di Yates è cinematografica con tutti i suoi cambi di piano, le sue zoomate e i suoi piani lunghi, ma solo un regista e uno sceneggiatore con una gran sensibilità e due grandi attori a disposizione (oltre ad ottimi comprimari come Kathy Bathes) poteva mettere su schermo in modo così credibile e vero un’opera simile.

PPS: ancora una volta un plauso all’edizione Minimum Fax, collana: I quindici. Dopo “L’opera galleggiante” di Barth è questo il secondo libro della stessa collana che possiedo e oltre ad avere un formato oggettivamente bello (cosa che ho imparato ad apprezzare dopo anni e anni di tascabili stampati su carta igienica) contiene all’interno 4 o 5 speciali davvero gustosi sull’opera e sull’autore.

REVOLUTIONARY ROAD
AUTORE: Richard Yates
ANNO: 1961
GENERE: Drammatico, Letteratura americana
VOTO: 10


giovedì 21 maggio 2015

WILL FERRELL NON FA RIDERE


 
Cose che mi fanno ridere: i Griffin, Seth Rogen, Edgar Wright, i Fucktotum.
Cose che non mi fanno ridere: Big Bang Theory, Will Ferrell, Zelig, Douglas Adams.
Ora che sapete tutto ciò siete pronti a leggere.
Un attimo, no, se Will Ferrell ti ha fatto ridere, ti fa ridere o pensi che ti potrà far ridere in futuro puoi anche fermarti qui. Io e te, te che ridi per quest'uomo qui sotto, non andremo mai d'accordo, quindi tanto vale che la smetti pure di leggere, di seguirmi e, se vogliamo proprio dirla tutta, anche di andare al cinema. Sei una brutta persona, è ora che qualcuno te lo dica.


Eccoci, possiamo cominciare.
Venere sulla conchiglia è considerato dai più come uno dei libri fondamentali da leggere per chi è appassionato di fantascienza. Non che il romanzetto di Philip Jose Farmer (nella mia edizione Urania del 1720 rilegato in cartaculo ancora sotto pseudonimo Kilgore Trout) sia stato una pedina fondamentale per la creazione di nuovi mondi (Dune), per le visioni future (Asimov) o per la quantità di idee messe giù in fretta, furia e droga e poi scopiazzate da tutti (Philip K. Dick), è che semplicemente è considerato un punto di svolta.
Si ma riguardo a cosa per Dio?
Un attimo di calma.
Prendete un superclassico della fantascienza come Dune e andate a leggervi le parti che riguardano la religione o il sesso: vi ritroverete sotto gli occhi tanti e tali giri di parole da farvi venire il mal di testa, la nausea e anche un po' di mal di pancia. Siamo sicuri che Herbert vivesse sul nostro mondo per pensare anche solo alla metà delle follie che va descrivendo per tutto il romanzo e i suoi seguiti riguardo i due argomenti citati?
E avete mai trovato una scena d'amore che non sia una fregnaccia da romanzetto rosa fatta di sguardi e candide carezze in Asimov?
E in Whyndam non vi sembra che manchi solo una donnina che dice “Mio eroe!!!” cadendo fra le braccia del suo amato? (Si, lo so, i suoi libri femministi e blablabla, ma non sto parlando di quello).
Ecco qual è la svolta di Philip Jose Farmer nel 1974: introdurre il sesso e la religione nella fantascienza e senza nessuna remora fare del grasso e grosso umorismo su di essi, fregandosene del lettore medio del genere (ancora legato all'immaginario lucido e muscoloso di Conan) e anche del buon costume dell'epoca.
Solo che c'è un problema: Venere sulla conchiglia non fa ridere, per niente direi.
E vorrebbe farlo purtroppo.
Lo scrittore americano assomiglia molto di più a Douglas Adams che ai Griffin e fa di tutto per pasticciare una storia che, sulla carta, potrebbe anche sembrare interessante.
Non starò a parlarvi dei viaggi del Vagabondo Spaziale e dei suoi incontri con alieni a forma di piramide e dirigibile (sigh) o della volta in cui si è fatto piantare una coda sul sedere per poi ritrovarsi a far sesso in modi bizzarri con la Regina del pianeta (ehm...) perché il riassunto potrebbe essere più lungo del romanzo stesso. Vi basti sapere che Venere sulla conchiglia è un pasticcio di miniavventure che non si accontenta di volervi far ridere nei modi più beceri (a volte sembra di leggere le freddure che andavano tanto di moda in quegli anni), ma vuole anche farvi riflettere sui problemi della società di allora (che poi, a dirla tutta, sono gli stessi di quella attuale). Ci saranno chiari riferimenti alla stupidità degli uomini rispetto alle donne e monarchi idioti, Dei che vanno a prendersi il caffè e non tornano più indietro e razze che puliscono l'universo dai loro microbi. E ovviamente ci sarà sesso per tutti i gusti.
Solo che non riderete.
A meno che non vi piaccia Will Ferrell.

 
VENERE SULLA CONCHIGLIA
AUTORE: Philip Jose Farmer
ANNO: 1974
GENERE: Fantascienza
VOTO: 4,5

martedì 28 aprile 2015

PAPÀ CASTORO RACCONTACI UNA STORIA!

Questa recensione è stata scritta originariamente il 28 ottobre 2011 e rivista completamente il 27 marzo 2015
 
Mi avvicino a Corona con entusiasmo: quel montanaro visto qualche volta in tv mi ispira simpatia e saggezza, mi racconta una vita di altri tempi e di altri luoghi, mi suggerisce natura e libertà.
Trovato un suo libretto usato ad un prezzo ridicolo, lo prendo al volo e lo metto a decantare in libreria per qualche mese fino al giorno in cui decido che è venuto il suo momento.
Sarà ancora capace il mio intuito librario (mi suggeriscono acquisto compulsivo) di stupirmi?
Da Mauro Corona scrittore mi aspetto uno stile asciutto ma incantatore, voglio consigli e strigliate sull’abuso della natura, pretendo grandi insegnamenti.
Quel che mi ritrovo nelle prime 100 pagine sono raccontini di quinta elementare scritti da un uomo che sembra aver vissuto per 100 anni nella sua valle: ci sono personaggi che appaiono e scompaiono nel giro di mezza paginetta, tanti accenni ad una gioventù da bimbo di montagna e soprattutto punti, virgole e “e” come se piovesse. Dove sono scomparsi i “punti e virgola” e i due punti e le subordinate? E i grandi insegnamenti?
Proseguo a singhiozzi; per una persona che odia i romanzi a episodi e le grandi raccolte di racconti, queste storielle da 1 pagina e mezza sono una tortura infinita: “C’è Tizio, c’è Caio, Tizio e Caio hanno fatto questo e quello”.
Poi pian piano lo scrittore ertano sembra finalmente ingranare la marcia, i racconti si fanno più lunghi, le storie più vicine, più reali, più sagge e più “Papàcastoresche”.
Le ultime 100 pagine scorrono via come l’olio tra racconti di scalate fallite e cave di marmo abitate da dannati di pietra.
L’impressione finale è quella di un oratore straordinario limitato dalla sua stessa concezione dello scrivere: “Scrivere è come scolpire, occorre togliere, tirare via il di più, per vedere dentro”.
Saggezza, alcool, umiltà, natura, ingenuità, montagna e giovinezza.
Vorrei solo più sostanza.
Ci proverò ancora, Corona sa farsi voler bene.

NEL LEGNO E NELLA PIETRA
AUTORE: Mauro Corona
ANNO: 2003
GENERE: Racconti, autobiografico
VOTO: 6