Mi è difficile pensare ad
un libro più brutto di questo.
Intendiamoci, ho letto
tomi da 1000 pagine ben più noiosi e racconti brevi al limite del
ridicolo, ho affrontato stili (postquesto e postquell'altro) che non
mi sono andati giù nemmeno per cinque righe e ho pure abbandonato,
seppure rarissimamente e con dispiacere, autori che proprio non
riuscivo a digerire, però un libro così brutto non lo ricordo.
E lo dico sinceramente,
con in testa immagini di marsuini parlanti alla conquista del mondo e bambine sperdute nei boschi che si credono inseguite da chissà
quale mostro per poi scoprirsi semplicemente delle Masha qualsiasi
(chi lo ha letto capirà).
Per assurdo non è nemmeno
facile raccontare tanta bruttezza.
Prendete una qualsiasi
delle decine di trasposizioni cinematografiche orrende tratte da
Stephen King, un Ed Wood qualunque, uno Stuart Gordon tra i tanti e
vi sarà facile descrivere con poche parole cosa non va in quelle
pellicole: scene ai limiti del ridicolo, scenografie di cartapesta,
attorucoli pescati per strada e sceneggiature scritte dal primo
scimpanzè che passava di lì; avrete solo l'imbarazzo della scelta
per far ridere il vostro interlocutore.
Prendete invece La torre
sull'orlo del tempo di Lin Carter e provate a parlarne con qualcuno:
c'è un uomo muscoloso dalla lunga chioma rossa vestito come uno
Zardoz qualsiasi che se ne va in giro per lo spazio e
viene ingaggiato per trovare una mitica Torre sull'orlo del tempo
all'interno del quale sono contenuti inestimabili tesori. Lungo il
percorso incontra una fanciulla indifesa, un mercenario brutale ma
leale, un principe albino, uno stregone piccolo e viscido e un
gladiatore mentale (boh).
Altro che James Bond, per me Sean Connery sarà sempre e solo Zardoz
Si è vero, c'è già da
ridere non poco, ma provate a fare lo stesso gioco con un fantasy
qualunque, Il signore degli anelli, tanto per dirne uno.
C'è un omino basso coi
piedoni pelosi (facente parte di una comunità di omini bassi coi
piedoni pelosi) che viene ingaggiato da uno stregone fumato per
un'avventura pericolosissima insieme ad un nano belligerante, un elfo
perfettino e un uomo misterioso. Sulla sua strada incontrerà ragni
giganti, essere spelacchiati che ripetono in continuazione “Il mio
tessssoro” e alberi parlanti. Ah già l'omino coi piedoni pelosi ha
un anello che lo rende invisibile.
Qualsiasi (o quasi) libro
sci-fi se raccontato risulta abbastanza ridicolo, quel che fa la
differenza in molti casi è come la storia viene raccontata, quale
tono usa l'autore per parlarci dei suoi beniamini di carta, in che
modo riesce a portarci nel suo mondo fittizio.
Questo passo è tratto da
pagina 1 di La torre sull'orlo del tempo:
“ Arrivò a grandi
falcate a Zotheera ricca di templi, nell'ora che i Daikoona chiamano
la Morte dei Soli. Mentre varcava la Porta del Drago, i Tre Soli
scendevano uno dopo l'altro verso l'orizzonte in una vampata di
fiamma d'oro.
Era alto, e cupo in viso;
nudo a eccezione di un perizoma di seta scarlatta, una giacchetta,
specie di bandoliera di cuoio adorna di borchie di bronzo, e un ampio
mantello azzurro che pendeva dalla larghe spalle. I capelli si
riversavano sulle spalle possenti come una cascata vermiglia. Rossi,
non color ruggine o bronzo o oro, ma rossi, d'un vermiglio color
sangue dall'abbagliante scintillio metallico.” E blablabla “il
corpo era quello di un gladiatore, o di un Dio”, “la pelle aveva
il colore del bronzo dorato”, “l'arcigna durezza della mascella
glabra” e via di seguito.
Ecco, immaginatevi 100
pagine di tutto ciò.
Pensate a Lin Carter come
un novello Robert E. Howard degli anni '60 (non a caso Carter ha
ripreso più volte in mano personaggi storici come Conan e Kull
proprio di Howard), incapace di scrivere 10 righe senza parlare di
muscoli, spade, virilità, donne indifese e assurdi nomi inventati di
pianeti remotissimi con tre soli, notti perenni, giungle fittissime,
animali bizzarri e un'aria da finto medioevo virile che neanche nei
peggiori incubi.
La torre sull'orlo del
tempo è un fantasy travestito da fantascienza scritto come il
peggior libro di Howard (e Howard è già indigesto di suo sia
chiaro) in un'epoca in cui erano già stati scritti capolavori come
Solaris, 2001 Odissea nello spazio e i capisaldi di Asimov.
Non vi basta?
La Torre sull'orlo del
tempo è un libro orrendo.
E a dirla tutta non fa
neanche ridere.
TOWER AT THE EDGE OF TIME- LA TORRE SULL'ORLO DEL TEMPO
Questa recensione è stata scritta il 16 aprile 2012 e completamente rivista il 23 novembre 2015
Non smetterò mai di declamare
il mio odio per i racconti.
Certo nella mia (pur breve) carriera
di lettore ci sono stati racconti che mi hanno affascinato,
spaventato, emozionato e divertito, ma un libro di racconti, in
particolare una raccolta assolutamente eterogenea di questi (ovvero
non legati da un filo conduttore), mi ha sempre lasciato un po’ con
l’amaro in bocca.
Storie bellissime bruciate in quattro pagine,
trame ridicole non adatte ad un romanzo riciclate malamente per
riempire poco spazio, avventure inutili usate da tappabuchi.
E
così pian piano le raccolte presenti in libreria, comprate perché
ritenute assolutamente straordinarie o semplicemente scritte da un
autore amato, hanno cominciato ad assumere la medesima funzione delle
avventure inutili. Non ho voglia di scervellarmi sul romanzo da 600
pagine che sto leggendo? Racconto. Sono in macchina e ho cinque
minuti liberi in cui aspetto qualcuno? Racconto. Ho appena finito un
romanzo, non ho ancora stranamente sonno e non sono in vena di
iniziarne un altro all’una di notte? Racconto.
La mia libreria
di Anobii (il social più morto che vivo che comunque mi piace sempre più di tutte le altre vaccate del momento) dice che Sessanta racconti di Dino Buzzati l’ho iniziato
il 6 gennaio e terminato a marzo inoltrato: 3 mesi di lettura a spizzichi e bocconi per un totale
di 500 e passa pagine sono tanti, se ne
renderebbe conto anche il gorilla del Crodino, ma non sono troppi se
si considera che il libro in questione raccoglie insieme una quantità
folle di capolavori e semicapolavori che meriterebbero di esser letti
nell’arco di una vita.
Perché si, Sessanta racconti diventa
oggi (ma molto probabilmente lo era già diventato il 6 gennaio con
la lettura de “I sette messaggeri”) la mia raccolta preferita e
uno dei libri più belli che io abbia mai letto.
Il libro di
Buzzati (summa da lui composta di altre tre raccolte più un’altra
ventina di scritti) è sorpresa, spavento, meraviglia, terrore,
fascino, stile, idee, idee, idee.
Se un buon scrittore di fantascienza (lasciam perdere i mediocri) avesse oggi la metà
delle idee e dello stile di Buzzati (il libro è del 1958, ci tengo a
dirlo) sarebbe considerato un genio senza se e senza ma.
Non
voglio star qui a elencare racconti su racconti su racconti perché
molto probabilmente finirei per citarne 57-58 su 60 se non tutti
quanti, ma una semplice sbirciatina al primo (I sette messaggeri) e
all’ultimo (La corazzata Tod) dovrebbero bastare ad un lettore
medio di fantasy, fantascienza, Poe, Lovecraft ed affini a leccarsi
le dita fino a consumarsele, altro che Fonzies.
C'è poco da dire.
3Damente parlando (così Cameron quando legge è contento se lo metto al primo posto) siamo a livelli improponibili rispetto al presente.
È come se 18 anni fa qualcuno avesse reso credibile un personaggio che si scioglieva e si ricreava come se nulla fosse.
Come se con 4 milioni di dollari e 36 giorni a disposizione sul finire degli anni ’80 potessi fare un film di fantascienza credibile.
Come se nel ’97 uno potesse ricreare un transatlantico in scala 1 a 1 spendendo 200 milioni di dollari e andare ancora in attivo di centinaia e centinaia di milioni dollari.
Ecco è un po’ una cosa così..
Non siamo al luna park, Cameron se ne sbatte di oggetti che ti vengono addosso e corse folli su carrellini da minatori, ti prende la testa e te la immerge in una vasca da cui non vorresti mai riemergere.
Si, graficamente parlando è una rivoluzione.
Storicamente parlando siamo sui livelli di un “Pocahontas”, “Battaglia per la terra”, “Braveheart” e chi più ne ha più ne metta.
Leggasi: uomo del popolo X che entra nel popolo Y per studiarlo e distruggerlo ma infine se ne innamora e comprende che il popolo bastardo è X, non Y.
No Cameron, non è assolutamente niente di nuovo, nemmeno il fatto che noi umani siamo alieni è innovativo (tanto per dirne uno recente “Placet 51”).
Si Cameron, è sempre una storia esaltante non posso darti torto.
Personaggisticamente parlando siamo dalle parti delle accette.
La dove i personaggi son tratteggiati col machete e persino il protagonista viene trascurato per far spazio a Pandora.
Pandoristicamente parlando: Sbav (Si veda Ratman per traduzione di sbav).
Fantascientificamente parlando: luce dei miei occhi.
Un “District 9” avrà una storia molto più innovativa, un “Terminator Salvation” sarà molto più apocalittico, Un “Il mondo dei replicanti” avrà un protagonista molto meglio tratteggiato ma un fan di fantascienza, fantasy e fantasia in generale non può che inginocchiarsi e sbavare ettolitri di bava fumante per tanto spettacolo chiuso in 2 e 40.
E ne vorresti ancora di più.
Vorresti vedere come vive il popolo del mare.
E quello delle pianure.
E scoprire ancora di più le montagne fluttuanti.
E esplorare tutta Pandora.
E cosa mangiano i Na’vi.
E qual è la loro storia.
E chi sono i loro antenati.
E com’è strutturata la loro famiglia.
E come vanno in bagno.
Ti prego Cameron.
Ancora.
REGIA: James Cameron
GENERE: fantascienza, fantasy.
ANNO: 2010
UNA PAROLA: portatevi un bavagliolo per la bava.
VOTO: 10-
Della serie: "Tiriamo fuori recensioni scritte secoli fa per aggiornare il blog" Ma una nuova recensione è in cantiere. E chi mi segue (vedi Filippo) ha già capito tutto. Io ho una sorta di feticismo per gli insetti, i meccanismi ad orologeria, i mostri, i luoghi oscuri by Guillermo Del Toro
Horror e poesia. Inutile star qui a discutere sul fatto che Del Toro ha realizzato Cronos con 2 milioni di dollari e che sarà questa pellicola a portarlo all’ attenzione della Hollywood più caciarona affidandogli uno dei suoi progetti meno riusciti: Mimic. Non mi importa per ora analizzare quel che farà in seguito Del Toro, delle sue pellicole più commerciali e di quelle dove davvero si può respirare la sua anima. Occupiamoci solo di questo “Cronos”. Realizzato con gran fatica e dispendio di risparmi altrui (mezzo milione di dollari furono prestati al regista per completare la pellicola ), “Cronos” semplicemente dimostra che il cinema italiano si lamenta tanto quanto è ormai privo di grandi registi di genere. Si lo so. Guillermo Del Toro è messicano, la produzione di questa pellicola è messicana e in Italia nascosti bene tra i vari Moccia (vi siete mai chiesti se sotto il cappellino c’è davvero una testa o semplicemente il vuoto cosmico?) e Muccino ci sono anche grandi registi (buoni registi è meglio). I DUE NEURONI DI MOCCIA PRONTI A DARSI BATTAGLIA: NE RIMARRà SOLTANTO UNO.
Eppure vedere un film del genere realizzato praticamente dal nulla da un uomo con alle spalle due soli lungometraggi (praticamente introvabili) con un budget risicatissimo fa venire grandi dubbi su tutte le lamentele degli artisti italiani del cinema. “Non ci sono soldi!” “Nessuno va al cinema!” “Il cinema di genere non lo produce nessuno!” “Mamma, mamma Pierino mi ha rubato il Lecca Lecca!” Guardate e imparate. Dovrei dire solo questo. Del Toro con 2 milioni di dollari realizza una signora pellicola. Idee prima di tutto. Sono quelle che mancano al cinema italiano: storie di coppie distrutte, storie di amori distrutti, storie di amici distrutti, storie di ragazzi distrutti, storie di palle distrutte (quelle degli spettatori)… non se ne può più! Certo ci sono buonissime pellicole all’ interno del genere ma è come se a tavola vostra ogni giorno portassero pasta al sugo. Magari un giorno è anche più buona del solito ma dopo un mese non ne avete la nausea? Ci saranno poi ovviamente quelli che si lamenteranno del fatto che ogni tanto qualche buona pellicola di genere esce anche qui ma non sono pubblicizzate a dovere. Ma siamo poi così sicuri che siano questi grandi capolavori? Il 99% delle volte il cinema di genere italiano (e con cinema di genere intendo ora gialli, thriller, horror, fantascienza (anche se non esiste più in Italia ormai)) è rappresentato da film con un’ idea scontata realizzata in maniera buona (non ottima… e molte volte capita che non sia nemmeno buona!) Siamo sicuri che ci si possa davvero lamentare così tanto se non si ha un’ idea originale che sia una? Non chiedo “Metropolis” e nemmeno “Distretto 13: le brigate della morte”. Chiedo solo una mezza ideucola leggermente diversa. Anche un quartino andrebbe bene. Prendete “Cronos”. L’ idea di un congegno inventato da un alchimista italiano in grado di rendere immortali (attraverso il vampirismo) chi lo utilizza non è certo il massimo dell’ originalità. Eppure Del Toro sa far nascere su un impianto molto classico qualcosa di completamente differente, qualcosa di originale! Il regista prende una storia sostanzialmente raccontata mille volte e la trasforma in qualcosa di estremamente personale. Certo: c’è il riccone malato che vuole assolutamente il congegno, la persona sbagliata che se lo ritrova in mano e il nipote del riccone (l’ attore feticcio di Del Toro Ron Perlman) che fa di tutto per sottrarlo a quest’ ultimo. Ma la classicità del racconto finisce qui. Su questa base Del Toro (anche autore del soggetto) crea un qualcosa di veramente nuovo. La storia di un uomo comune, di un antiquario, che utilizza per sbaglio il congegno maledetto e si ritrova a bramare il sangue senza saperne le reali motivazioni potrebbe essere ancora racchiusa in un impianto classico ma Guillermo non si accontenta. A creare un buon horror son capaci tutti. E a donare poesia? Del Toro affianca all’ antiquario una nipotina molto silenziosa che seguirà il nonno in tutta la sua trasformazione fino alla morte e alla successiva resurrezione. Una nipotina che non si chiede mai che cosa sta succedendo al suo nonno: lei gli vuole bene. E tanto basta. Il percorso che porta il caro nonno ad allontanarsi da lei in seguito al primo utilizzo del congegno (che lo riavvicina alla moglie poiché in un certo modo ringiovanisce) e il riavvicinamento dovuto alla morte del nonno che questa volta ha bisogno di essere protetto è seguito da una mano che sembra davvero troppo esperta per non essere quella di un grande maestro. IL NONNO IN FORMA SMAGLIANTE IL NONNO UN PO' MENO IN FORMA...
Certo Del Toro ogni tanto mostra la corda (le scene d’azione sono abbastanza mediocri e talvolta addirittura noiose) ma ha talmente tante idee da mettere sul piatto che a fine visione molto gli viene perdonato. Perché Del Toro non si accontenta di horror e poesia. Un umorismo nerissimo di fondo fa capolino qui e là (esemplare la scena dell’ autopsia con il becchino che si vanta delle belle cuciture e poi manda tutto al diavolo quando viene a sapere che il corpo sarà cremato!) e non si può non notare come la storia tenda infine al dramma classico (l’ immagine finale che non svelo è esemplare!) Lo ammetto. “Cronos” è anche troppo. Mi basterebbero un quarto delle idee contenute qui per un film di genere italiano. Ce la si può fare? REGIA: Guillermo Del Toro ANNO: 1993 GENERE: Horror, Drammatico, Commedia VOTO: 7 perché comunque la realizzazione tecnica è molto buona (ottima la fotografia molto tenebrosa) ma mostra i limiti di un budget davvero troppo ristretto. QUANTO TI IMMAGINI HELLBOY QUANDO VEDI RON PERLMAN: 8 CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un horror che non è un horror.
Ora ditemi voi come si fa a prendere sul serio una pellicola con questo nome nata pochi mesi dopo "King Kong" per volere di una Hollywood intenzionata (come al solito) a cavalcare il successo strepitoso del primo episodio! “Son Of Kong” nasce, proprio come "King Kong", nel 1933 ed è opera, ancora una volta, del regista Ernest Schoedsack che questa volta fa tutto da solo mentre Merian Cooper si dedica alla sola produzione esecutiva. Se provate a fare un viaggetto su internet a caccia di qualche commento su questa pellicola vi accorgerete subito di esclamazioni del tipo: “Si vede che Cooper era la mente del primo e unico capitolo!” oppure “Tentativo non riuscito di cavalcare il successo di Kong con una pellicola che assume talvolta i toni di una stupida commedia”. Bene. Ora prendete tutti quei commenti e buttateli fuori dalla finestra. Spero ci sia vento da voi che almeno se li porta via lontani. “Son Of Kong” NON è un brutto film! Certo è diverso, certo è prodotto essenzialmente per scopi di lucro, certo hanno riutilizzato delle sequenze tagliate del primo (fosse poi un delitto, all’ epoca si faceva molto più che spesso ma ai grandi critici piace farlo notare solo in certi casi), certo è un altro film! Non è difficile da capire: uno produce “King Kong”, film epico e maestoso con effetti speciali incredibili e scenografie da urlo e poi cosa fa per un seguito? Oggi sicuramente si cercherebbe di ripetere il successo con altrettanta maestosità e magniloquenza (e anche di più se possibile) cadendo molto probabilmente nella scopiazzatura (brutta) di un classico. Nel 1933 Schoedsack decise di far tutt’ altro. Non si inventò incredibili storie su una possibile rinascita di Kong (qualcuno da quanto mi ha detto il grande Filippo ci ha provato trapiantandogli un nuovo cuore) ne ci pensò mai, semplicemente prese la storia originale e la shakerò ben bene per trovare un’ altra via per raccontarla. “Via della commedia avventurosa che non si prende troppo sul serio” trovò scritto su un cartello all’ incrocio e decise di seguire l’ indicazione. Il film inizia con Carl Denham (il regista che in “King Kong” ha portato l’ ottava meraviglia del mondo in città) assediato in un hotel da giornalisti e avvocati di ogni tipo che pretendono il risarcimento dei danni causati da Kong alla città e mette subito in chiaro le sue intenzioni alla prima scena: la testa di Carl esce dalla porta della sua stanza per controllare che non ci sia nessuno e un motivetto allegro stile “commedia muta” accompagna le sue occhiate sospettose. Dopo essere riuscito a sfuggire alle insistenti domande di Hilda (una giornalista) ritroviamo il regista intento a convincere il capitano della nave che lo aveva portato sull’ isola a forma di teschio della necessità di un viaggio intorno al mondo nel tentativo di far calmare le acque a New York. Il viaggio ricomincia con un nuovo equipaggio (ad eccezione del simpatico cuoco cinese, unico sopravvissuto della missione precedente) ma senza un nuovo obiettivo. Il primo villaggio a cui approdano i nostri è un paesello sperso ai confini del mondo in cui Denham ritrova il losco individuo (solo nominato nel primo capitolo) che gli aveva fornito la mappa per raggiungere Kong e incontra una graziosa ragazza (Helen) a cui promette di ritornare entro breve tempo. Helstrom (il losco individuo), inguaiato fino al collo, confessa a un Denham in cerca di soldi l’ esistenza di un tesoro sull’ isola di Kong e lo convince così a ripartire ma il pericolo è nell’ aria: con l’ inganno il nuovo arrivato mette la ciurma contro il suo comandante provocando l’ ammutinamento e l’ allontanamento in una piccola scialuppa dei quattro sfortunati (a Denham e il capitano si aggiungono il cuoco cinese ed Helen che si era nascosta nella stiva per seguire il suo innamorato). Giustizia è fatta quando l’ equipaggio decide di buttare a mare anche il Giuda, raccolto prontamente dai buoni ammutinati. La storia prosegue con l’ arrivo dei Nostri sull’ isola, la rabbia degli indigeni nei loro confronti e quindi una nuova ripartenza e un nuovo approdo tra le alte scogliere sull’ altro lato dell’ isola. Denham, deciso a ritrovare il tesoro, divide il gruppo in due parti tenendo con se solo la bella Helen e si avventura sopra le scogliere dove vede qualcosa di stupefacente: un nuovo Kong in miniatura (SOLO 10 metri) dal pelo bianco intrappolato in una pozza di fango. Sentendosi in colpa per l’ uccisione di quello che comprende essere il padre del gorillino che ha di fronte Denham decide di aiutarlo ricevendo come ricompensa una dolce occhiata di quello che sembra essere il nuovo re dell’ isola e la sua successiva fuga. Il viaggio in cerca del tesoro ricomincia e Carl e Helen si trovano davanti ad una sorta di porta scavata nella roccia che comprendono essere il luogo tanto ricercato. Da questo momento il film si concentra sul figlio di Kong che si piazza davanti ai Nostri e, dopo aver combattuto contro un orso gigante (!!) nel tentativo di ricambiare la sua precedente liberazione dal fango, si fa curare un dito ferito durante la battaglia e li aiuta a sfondare la porta misteriosa. Il tesoro è finalmente nelle mani di Denham e, dopo una nuova lotta del gorillino contro un minaccioso dinosauro, finalmente i Nostri riescono a ricongiungersi con l’ altro gruppo che nel frattempo si era dovuto rifugiare in un anfratto tra le rocce per sfuggire all’ attacco di un triceratopo. Tutto sembra andare per il meglio ma l’ isola comincia a dare segni di cedimento e ben presto la sua superficie inizia ad affondare mentre il gruppo raggiunge la barchetta senza Helstrom (che aveva tentato la fuga solitaria ed era finito tra le fauci di un mostro marino). Mentre ci si chiede che fine farà il ritardatario Denham, i Nostri si allontanano e sull’ultimo pezzetto di roccia rimasto in mare si vede il gorillino bianco tenere in una mano il regista mentre con l’ altra tenta di liberare il piede incastrato. Il finale senza pietà (mi dispiace ma questa volta mi tocca raccontarvelo perché è il punto più in alto in assoluto dell’ intera pellicola e poi so che pochi purtroppo recupereranno questo film!) mostra la bestia sofferente ancora intrappolata affondare insieme a quello che era stato il regno di suo padre e che aveva fatto suo da poco. Immagine finale (oltre allo scontato bacio appassionato tra i protagonisti!): la mano pelosa bianca spunta ormai sola dal mare e tiene in alto Denham che viene finalmente recuperato dai compagni, la mano si apre per un ultima volta, quasi in un saluto, dopo di che si chiude a pugno e finisce sott’ acqua. La domanda che mi sono posto alla conclusione della pellicola (poco più di un’ ora) e che continuo a ripetermi è: perché questo film è stato così sottovalutato, disprezzato (si veda la maggior parte dei voti sui mitici dizionari della critica ufficiale!) e quindi dimenticato? Certo non si tratta di "King Kong", non ne possiede l’ epicità ne l’ originalità ma siamo sicuri che sia un prodotto così basso come si vuol far credere? Gli attori ci sono (Robert Armstrong nei panni di Denham fa ancora la sua bella figura così come il nuovo arrivato Marston in quelli di Helstrom), gli effetti speciali ci sono e, anzi, sono superiori a quelli del primo capitolo (la stop- motion di Willis O’ Brien è notevolmente migliorata, il pupazzone nei panni del figlio di Kong possiede una mimica che il padre non si sognava neanche da lontano e l’ interazione tra personaggi reali e non è decisamente superiore a quella del primo capitolo) e soprattutto la storia e la regia ci sono. Si può essere critici quanto si vuole sulla volontà di trarre il massimo profitto da un fenomeno quale quello di Kong nel ’33 ma Schoedsack non fa affatto un brutto lavoro: evita il tranello dell’ autocelebrazione e si butta in un’ opera che cerca di sfatare il mito di Kong con ironia. Non più un mostro feroce padrone di un’ isola e in grado di distruggere una città in due minuti ma un gorillino bianco (inizialmente doveva chiamarsi Kiko come abbreviazione di KIng KOng ma si decise poi di non utilizzare il nomignolo) che fa tanta tenerezza mentre si ferisce un dito e cerca di ciucciarselo proprio come un bambino. La regia di Schoedsack si mantiene su un buon livello per tutto il film e ha un picco nella scena finale prima descritta che vuol mettere ancora più in luce la crudeltà dell’ uomo in grado, non solo di rapire un essere dal suo ambiente naturale per portarlo a morte certa, ma addirittura di provocare la totale distruzione di un regno non suo. Insomma che vi devo dire ancora? La pellicola è molto difficile da scovare (a occhio direi che in dvd sia introvabile in italiano) ma merita sicuramente di essere recuperata a fronte dei pessimi utilizzi che verranno fatti del nome di King Kong negli anni (il peggiore a naso credo sia quello ricordatomi da Filippo in cui si trapianta un nuovo cuore a Kong ma lo devo ancora vedere!). Salvate Kiko dal dimenticatoio! Qui sotto la mitica lotta con l' orsone gigante! REGIA: Ernest B. Schoedsack ANNO: 1933 GENERE: Fantastico, avventura VOTO: 7, 5 CONSIGLIATO A CHI: vuole vedersi un sequel abbastanza originale e non troppo serioso di "King Kong" . QUANTO è DOLCE KIKO: 10
Cosa si può dire su uno dei film più famosi e idolatrati al mondo? Me lo son chiesto e richiesto per giorni prima di scrivere una recensione, il pericolo è di scrivere banalità terribili che tutti possono leggere ovunque e questo è quello che cerco di evitare sempre, fin dall’ inizio di questa avventura nella blogosfera. E quindi? Quindi inizio col dirvi che la trama non la scrivo per principio! Nonostante mi sia imposto fin dall’ inizio di non dare per scontato nulla mi rifiuto di credere che qualcuno non sappia di cosa parla King Kong! Non pretendo che tutti abbiano visto l’ originale (anche se bisognerebbe!) ma almeno quello di Peter Jackson l’ avrete visto! Bene la trama è quella! Uguale identica! Dura un’ ora e mezza di meno del kolossal del Signore degli anelli ma tant’ è, si sa che Jackson ama esagerare! Non avete visto neanche quello di Jackson? Allora sicuramente non vi siete persi il remake del ’76! Nemmeno quello? Un documentario in tv! No? Non è colpa mia se vivete sulla Luna! Io non vi racconto nulla! Dunque via la trama. Potrei parlare dei significati nascosti (psicologici e politici) che molti cercano persino in “Giovannona coscialunga” ma mi sembra una pratica inutile e dannosa. Una volta Umberto Eco ha detto che non bisognerebbe usare il testo a proprio piacimento ma semplicemente trovare quello che realmente l’ autore ci vuole comunicare attraverso vari indizi (ovviamente Eco l’ ha detto meglio e più chiaramente!): io sono sostanzialmente d’ accordo (anche se a volte il giochino può risultare divertente da come potete vedere nelle mie analisi dei film di Jack Arnold!). Penso che King Kong non abbia significati sottintesi o chissà che altro: esattamente come “Il mondo perduto” lo considero uno spettacolone che solo Hollywood avrebbe potuto produrre al tempo (e ancor di più oggi!) capace come pochi altri di stupire lo spettatore fino a farlo rimanere a bocca aperta di fronte alla distruzione della città da parte del gorillone! Via anche i significati! Cosa rimane quindi? Rimane un sapiente intreccio della pellicola che noi vediamo con il film che Denham sta girando davanti ai nostri occhi. Esemplari sono le parole di Denham che annuncia la sua volontà di produrre il film più grande in assoluto (sembra che a parlare siano gli stessi Schoedsack e Cooper rivolgendosi a noi!). Rimangono splendidi fotogrammi passati alla storia: Fay Wray strillante prima legata ad un palo e poi nella mano chiusa di (Dio) Kong, la lotta mitologica con il t-rex e poi con il serpentone (diavolo), il faccione del gorilla che osserva da vicino la sua bella, la scalata dell’ Empire State Building (davvero magnifica!), la lotta con gli aerei da guerra con le soggettive alternate dello scimmione e degli aeroplani (piccola curiosità: alla guida ci sono Schoedsack e Cooper), l’ espressione triste di Kong ferito mentre posa Anna e la carezza per l’ ultima volta e la caduta finale della bestia. Rimane persino una scena che nessuno ha mai visto in cui gli uomini fatti cadere da Kong in un precipizio vengono mangiati da ragni giganti (Cooper decise di eliminarla dopo le urla alla prima proiezione e solo Jackson saprà restituirci la scena più di mezzo secolo più tardi). Rimangono stralci di dialoghi ripresi milioni di volte: “Se la bellezza vi strega”, sostiene Denham prima di incontrare Kong, “La bestia diventa docile”. “Kong, l’ ottava meraviglia del mondo!” annuncia ancora il regista presentando il gorilla imprigionato al mondo intero. “Allora Denham gli aeroplani ce l’ hanno fatta eh?” Chiede infine un amico al regista dopo la caduta di Kong dal grattacielo ricevendo una delle risposte più famose di ogni tempo: “Oh no, non sono stati loro. È stata la bella che ha sconfitto la bestia!” Rimane un ruggito che ha fatto storia ottenuto registrando al contrario una fusione di quello di un leone e di una tigre abbassato di un’ ottava. Rimane la tecnica della stop- motion di Willis O’ Brien utilizzata qui per la seconda volta dopo “Il mondo perduto” in grande stile. Rimane un film straordinario che rubacchia qualche idea a “Il mondo perduto” (in particolare il fatto che si decida di trasportare Kong in città e la successiva furia dello scimmione) e che condivide il set (oltre al regista Schoedsack e a buona parte del cast) con il contemporaneo “La pericolosa partita” (in particolare si ricorda il tronco sdraiato su cui Kong cattura e uccide alcuni uomini) ma che sa regalare momenti davvero straordinari e indimenticabili che entrano di diritto nella storia del cinema mondiale. Rimane King Kong. REGIA: Ernest B. Schoedsack, Merian C. Cooper ANNO: 1933 GENERE: Fantastico, avventura VOTO: 9, 5 (per l’ idea non proprio originalissima dato che l’ influenza de “Il mondo perduto” si sente molto). CONSIGLIATO A CHI: vuole poter dire di aver visto un classico immortale QUANTO POTREBBERO FARVI RIDERE I MODELLINI DI KING KONG SE NON CI SIETE ABITUATI: 10. Se poi però tra 100 anni i vostri nipoti rideranno degli effetti digitali del Kong di Jackson (cosa che molto probabilmente avverrà) non lamentatevi!
Francamente me ne infischio! Me ne infischio di tutta quella pubblicità negativa arrivata dagli Usa su questa pellicola, me ne infischio dei pareri dei grandi critici che dicono che Stardust sia un’ accozzaglia di fantasy già visto (qualcuno gli dica che è una trasposizione cinematografica di un romanzo illustrato del 1998 di Neil Gaiman) e me ne infischio anche degli scarsi incassi. A me “Stardust” è piaciuto! Ditemi quello che volete. Ma a me è piaciuto! Certo la storia è più classica di un classico: un ragazzo deve attraversare un muro che porta in un'altra dimensione magica per recuperare una stella caduta da portare alla sua amata per sposarla e sulla sua strada incontrerà streghe malvagie, pirati frivoli e la madre perduta. Certo gli effetti speciali sono quelli che sono: si è fatto ricorso ad una computer graphica di molto inferiore a quella solitamente usata nelle grandi produzioni come “Il signore degli Anelli” o “Harry Potter” per problemi di budget (soli 70 milioni) che non è bastato a coprire il cachet di certi attori (De Niro e la Pfeiffer in particolare) e il resto della produzione. Certo ogni tanto c’ è da mettersi le mani nei capelli per l’ ennesimo dialogo stucchevole (nel senso che nessuno nella realtà parla come un libro stampato come fanno i due giovani protagonisti!) o per l’ ennesimo brillio dei capelli di lei. Ma sapete cosa vi dico? A me Stardust è piaciuto comunque! Dopo tanti fantasy grandiosi e pieni di pretese, dopo imponenti film storici che pretendono di essere presi sul serio quando non sono altro che emerite buffonate mi ci voleva un film del genere! Un fantasy tipicamente anni ’80. In che cosa? Ma in tutto! Nella trama molto lineare, negli effetti molto semplici, nella netta divisione di buoni e cattivi e persino nella scelta degli attori (Michelle Pfeiffer era la protagonista del grande “Ladyhawke” nel 1985). Qualcuno, ne sono sicuro, storcerà il naso. Potete anche dirmi che tutti quelli che io ho elencato come pregi non sono che brutti difetti da eliminare in un film che andava bene giusto 20 anni fa. Eppure a me è piaciuto lo stesso questo film! Sarà la presenza della bellissima e bravissima Pfeiffer (ha 49 anni! Vi rendete conto? Altro che Sharon Stone, Monica Bellucci e Sabrina Ferilli o chi altro volete!). Sarà il ruolo interpretato da De Niro con tutti quei vestitini rosa e tutte quelle smorfie pazzesche quasi cartoonesche! Sarà che ogni tanto un bel filmetto senza tanto impegno ci vuole! Ma io l’ ho davvero apprezzata questa pellicola! Se ve lo consiglio? Non lo so! Fate voi. Se in quello che ho detto avete trovato almeno tre punti che meritino la vostra visione andate pure felici: non rimarrete delusi! Se invece non amate “Willow” e tutto quel fantasy un po’ anni ’80 (ehm..Leo) non avvicinatevi, potreste scottarvi.. e tanto. REGIA: Matthew Vaughn ANNO: 2007 GENERE: Fantasy VOTO: 7, 5 CONSIGLIATO A CHI: Ama il fantasy senza troppe pretese
Piccolo esempio di un mondo senza idee. Nel 1912 Sir Arthur Conan Doyle (provate a dirmi che non avete mai letto una storia di Sherlock Holmes e giuro che vengo a casa vostra seduta stante a ridervi in faccia per la battuta!) scrive “The Lost World”, breve romanzo di fanta- avventura sulla scia del grandioso Verne, che racconta la storia di una spedizione su un altopiano sperduto dell’ Amazzonia in cui incredibilmente sopravvivono dei dinosauri. Nel 1925 tale Harry Hoyt (non mi pervengono altre opere famose a suo nome) decide che è ora di trasformare in immagini tutto quello che migliaia di lettori avevano immaginato per anni: un altopiano da favola sperduto in una foresta intricatissima e una spedizione di personaggi bizzarri impegnati nella ricerca di qualcosa a cui nessuno crede: i dinosauri. Già. E come si fa a mettere sullo schermo un dinosauro nel 1925 quando a malapena c’ era la pellicola che girava e non esisteva neanche il sonoro? Forse Hoyt pensò anche di andare a farsi un giro in Amazzonia alla ricerca delle creature descritte da Doyle per semplificarsi un po’ la vita ma alla fine si optò per Willis O’ Brien e una serie di modellini da spostare centinaia di volte per registrare un minuto di pellicola. Willis O’ Brien sperimenta qui per la prima volta in assoluto in un lungometraggio quella stop-motion che darà vita nel 1933 alla più famosa delle sue creature: King Kong. Il risultato di tanta fatica è quello che si può definire il più classico dei prodotti Holliwoodiani: un opera grandiosa in ogni suo elemento. Nella scenografia innanzitutto (la prima immagine dell’ altopiano visto dal basso dagli esploratori è davvero meravigliosa e la foresta risulta ben fatta), nell’ impegno di O’ Brien per rendere realistico qualcosa che fino ad allora era stato solo immaginato e in definitiva nel gran dispiego di mezzi che solo Hollywood può permettersi. Anche se alcuni difetti come la troppa “teatralità” della foresta (in alcune scene lo sfondo teatrale è fin troppo visibile!) e un t-rex che mangia con le mani (questa non ve la so spiegare!) non mancano la pellicola si mostra come un’ ottima opera d’ intrattenimento (assolutamente nulla di più!) che certo oggi non stupisce più di tanto ma che allora deve aver meravigliato non poche persone (il successo fu talmente grande da prevederne subito una versione sonorizzata mai realizzata) prima dell’ arrivo di King Kong. Lo scimmione. Oltre al curatore degli effetti speciali che cosa mai avrà a che fare con questa pellicola? Forse la trama? Certo quella di King Kong non era una spedizione di ricerca, certo i dinosauri non rapiscono nessuna Fay Wray ma andiamo un po’ più avanti.. ve lo ricordate lo scontro del gorillone con il t-rex? Qui ci sono cinque o sei di quegli scontri tra dinosauri che tanto dovevano piacere a O’ Brien. Solo? No. Non solo. Il fatto è che ad un certo punto i Nostri riescono a scendere dall’ altopiano dopo mille disavventure e si ritrovano un brontosauro ferito intrappolato nel fango; a questo punto il professore capo della spedizione dice una cosa tipo: “Se lo portassimo in città certo diventerebbe uno spettacolo per cui tutti pagherebbero!” Certo! Peccato che anche Carl Denham (il regista protagonista di "King Kong") avrà la stessa idea 8 anni dopo e casualmente anche il suo scimmione, come il dinosauro, sfuggirà al controllo umano seminando terrore e distruzione nell’ intera città fino alla scalata dell’ Empire State Building e alla sua fine che il dinosauro, impossibilitato a scalare per evidenti limiti fisici, preferirà attuare crollando nel mezzo del Tower Bridge. E ora non vi viene in mente qualcosa? Non vi viene in mente il romanzo di Michael Crichton “Jurassic Park” del 1990 in cui l’ autore semplicemente aggiornerà la storia di Doyle ai giorni nostri (dna, dinosauro creato dall’ uomo, luogo per la sua evoluzione scelto dall’ uomo…)? Non vi viene in mente la trasposizione di Spielberg per lo schermo del 1993? Non vi viene in mente che “Il Mondo perduto” di Spielberg (pessimo rispetto al primo) non sia altro che la riproposizione in grande della seconda parte della storia originale? E provate a guardare un qualsiasi dizionario di cinema: esisterà per caso un remake de “Il mondo perduto”? Guardalo li! È datato 1960! E poi scusate… ma “Alla ricerca della Valle incantata” non era un po’ la stessa storia ma con dei dinosaurini protagonisti? Oh si. Quante idee! Mi raccomando quando ne trovate una originale fatemi uno squillo! Di seguito il trailer (bellissimo!) e il film originale versione da 70 minuti in streaming qui gratuitamente! Vi aggiungo anche una chicca che mi è stata segnalata da Filippo (potete raggiungerlo grazie al faccione di Frankenstein in alto!), si tratta di "R.F.D. 100000 B.C." primo cortometraggio interamente realizzato in stopmotion dal grande Willis O' Brien, purtroppo le immagini sono molto rovinate ma la mia simpatia per quel dinosaurino trasporta carrozza e per l' omino che si spacca in due è già grande! Grazie Filippo! REGIA: Harry Hoyt ANNO: 1925 GENERE: Avventura, Fantasy VOTO: 7, 5 CONSIGLIATO A CHI: riesce a sopportare un film in bianco e nero muto del ’25 di 50 minuti (ne esiste una versione da 90 minuti ma io non l’ ho trovata!) con effetti che oggi, purtroppo, paiono troppo antiquati. QUANTO è STATO SFRUTTATO IL ROMANZO DI DOYLE: 10