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venerdì 16 novembre 2007

GRASS: A NATION' S BATTLE FOR LIFE


BY DEN

“ Ma volevo citarti un altro film di Schoedsack (sempre in collaborazione con Cooper), che forse conosci già; è un bellissimo documentario del 1925 "Grass: A Nation's Battle for Life" ”
Da un commento su “La pericolosa partita" di Luciano.

Sono partito da qui per la scoperta di questo documentario.
Il mio progetto di analisi (la posso chiamare così o risulta troppo altezzoso?) delle opere di Merian Cooper e di Ernest Schoedsack e dei personaggi legati in qualche modo a “King Kong” prosegue quindi.
Dopo ”Il mondo perduto” , “La Pericolosa partita” , “King Kong” e “Il figlio di King Kong” eccomi qui.
A parlare dell’ opera prima di questi due fantastici matti che sono Cooper e Schoedsack.
Siamo nel 1925 e si tratta di un documentario questa volta: “Grass- A Nation’s Battle For Life” nella versione recuperata e restaurata nel 1991 dalla Milestone Film & Video.
Ora vi chiedo: “Secondo voi sono normale?”
Molti amici in questo periodo mi credono matto, vado a recuperare film assurdi e passi “King Kong” ma quando gli vado a dire che ho visto un film muto russo di fantascienza del 1924 (Aelita) li vedo.
Mi guardano strano, come a cercare quella scintilla di pazzia che tutti i matti hanno negli occhi.
E io da buon personaggio matto di Edgar Allan Poe vi dico che non sono assolutamente matto, solo i miei sensi sono troppo sviluppati.
No.
Semplicemente non resisto alla tentazione di andare sempre indietro.
Così come ho fatto con la musica mi interessa scoprire da dove è nato quel film, quel genere, quell’ effetto e finisco poi per concentrarmi su certi personaggi come Schoedsack e Cooper di cui cerco di scoprire di tutto e di più.
È inutile che fate quella faccia!
Ve l’ ho detto che non sono pazzo!
Se non ci credete sentite qui cosa sono andato a recuperare.
Grass- A nation’s battle for life (facciamo che d’ ora in poi lo chiamo solo Grass ok?) è, come detto, un documentario.
Anzi, “Grass” è IL documentario.
Datato 1925 e posteriore solo a “Nanuk l’ eschimese” (1922) da quanto ne so io (purtroppo non sono riuscito a recuperare questa pellicola, se voi ne sapete qualcosa ditemi pure!), il documentario realizzato da Schoedsack e Cooper con la partecipazione “attoriale” di Marguerite Harrison può essere diviso in due parti fondamentali.
La prima vede la ricerca da parte dei Nostri della cosiddetta “Forgotten people”, una tribù persiana che viene raggiunta grazie all’ aiuto di alcuni locali (la partenza è fissata ad Angora, in Turchia) attraverso villaggi caratteristici, deserti infiniti con annesse tempeste di sabbia e montagne nevose attraversate con cammelli arabi.
Cooper e Schoedsack (ci viene spiegato all’ inizio che il primo ha avuto l’ idea e il secondo l’ ha attuata) mettono subito in chiaro le loro intenzioni con le divertenti immagini di presentazione: non si tratta di un documentario alla Piero Angela per intenderci (contro cui non ho nulla, anzi).
Certo siamo nel 1925, i mezzi sono diversi e blablabla ma quello che vi voglio dire è un’ altra cosa: io da un documentario del 1925 mi aspettavo un certo rigore, una certa serietà.
Niente di tutto questo.
Quei due pazzi (e poi capirete perché continuo a indicarli come folli) non si prendono per niente sul serio.
O almeno, se lo fanno, non lo fanno pesare a nessuno.
Intervallano scene maestose di attraversamenti montani a piccole battute come quella sui poliziotti arabi nel deserto: si inquadra la stazione di polizia e si spiega che qui si combattono i predoni del deserto e subito dopo la scritta ci dice che comunque si tratta di una stazione di polizia qualunque dove si fanno le cose che la polizia fa in tutto il resto del mondo.
L’ inquadratura successiva vede due poliziotti seduti a terra a giocare a uno strano gioco da tavola!
I Nostri ci mostrano con poche immagini uno stile di vita che nessuno (credo) si immagina neanche nell’ America del 1925.
Ci fanno vedere un uomo del loro gruppo che, dotato di un fucile anteguerra (di quelli che si caricano con un solo pallino e la polvere da sparo per intenderci) si nasconde dietro a una sorta di aquilone (un pezzo di stoffa romboidale) per avvicinarsi sempre più a un camoscio sulla cima di un dirupo per poi sparagli.
Schoedsack e Cooper sembrano quasi scusarsi con gli spettatori quando ci dicono che quell’ uccisione non è per sport (in qualche modo criticano la nostra società) ma per sopravvivere.
Ma la parte davvero interessante deve ancora venire.
Dopo 20 minuti circa i nostri riescono finalmente a raggiungere il popolo dimenticato e mentre ci spiegano come sia possibile ritornare alle nostre origini proseguendo verso Est come se si stesse sfogliano un libro al contrario partendo dall’ ultimo capitolo (la nostra società), la seconda parte ha inizio.
La seconda parte mette in scena il viaggio di 48 giorni effettuato dai nostri insieme alla tribù dei Baktyari (ma questo nome ci viene svelato solo alla fine).
Dapprima ci vengono presentati i componenti della tribù durante la loro vita quotidiana: si tratta di una popolazione nomade che vive ancora grazie alla caccia e agli allevamenti di mucche, cavalli, capre, pecore e chi più ne ha più ne metta.
Il capo è Haidar Khan mentre suo figlio Lufta rappresenta in sostanza il suo aiuto e il suo diretto successore.
L’ addio al pascolo che ha ormai esaurito le sue risorse è praticamente immediato (avviene la mattina successiva all’ arrivo di Cooper e Schoedsack) e se ci si è stupiti vedendo cosa hanno dovuto affrontare i nostri per raggiungere la gente dimenticata, ora ci sarà da spaventarsi.
Ore di cammino portano al primo dei tre grandi ostacoli che i nostri dovranno superare per raggiungere le fertili terre dell’ Iran.
Il fiume Karun.
Un corso d’ acqua molto largo e profondo e dalle forti correnti.
“Il rumore di 50000 esseri viventi in movimento” ci avvertono Schoedsack e Cooper e vediamo arrivare una marea nera sulle sponde del fiume.
Senza barche, canotti o qualsiasi cosa vi possa venire in mente utile ad attraversare un fiume vediamo queste persone costruire con le pelli di capra delle zattere per portare gli animali sulla sponda opposta.
Ma se questo può sembrare quasi possibile, quello che viene dopo è tanto reale quanto spaventoso : migliaia di persone si gettano nel fiume dalle acque gelate e a nuoto contro corrente trasportando pecore e capre sulle spalle, con bambini legati in vita con cibarie in mano lottano fino al raggiungimento della meta prestabilita.
15-20 minuti di pellicola sono utilizzati per raccontarci del maestoso attraversamento e proprio mentre sei li che tiri il fiato per loro dopo aver visto centinaia di persona trasportate dalla corrente per centinaia di metri stai già osservando una montagna dalle pareti quasi lisce e li vedi rimettersi capretti in spalla, li vedi spingere a mano i cavalli, li vedi prendere i tori per le corna per farli salire e pensi che finalmente dietro la cima vedranno la loro terra promessa.
Niente di tutto questo.
Il viaggio prosegue senza soste e ci troviamo all’ ultimo immenso ostacolo, “Il nemico più grande”: il monte Zardeh Kuh, 12000 piedi di neve e ghiaccio.
E mentre pensi che ora si girano e tornano indietro perché nessuna popolazione di 50000 esseri umani e mezzo milione di animali può attraversare un luogo del genere li vedi togliersi le scarpe (delle semplici fasciature di tela) e incamminarsi sulla neve.
Scalzi.
Provi freddo persino tu a vederli li e quando poi noti che hanno delle piccole vanghe in mano ti chiedi cosa vogliano farci.
Scavano.
I primi del gruppo scavano un passaggio a zig zag che tutta la tribù seguirà.
50000 persone che salgono una montagna ghiacciata e la discendono come se fosse la cosa più normale del mondo.
Le terre promesse li aspettano e tu pensi a quei due pazzi di Cooper e Schoedsack.
Te li immagini con le loro telecamere abnormi (siamo nel 1925 non dimentichiamolo) ad attraversare il fiume ghiacciato, a salire le ripide pareti della montagna, ad attraversare chilometri di neve.
Te li immagini mentre salgono sul punto più alto per filmare i 50000 esseri viventi che si muovono, te li immagini mentre discutono sul dove posizionare la telecamera per dare quell’ idea di grandezza, maestosità ed epicità che contraddistingue un viaggio quanto mai straordinario.
Te li immagini in sala montaggio mentre aggiungono le parole alle loro riprese.
Quei “beeeee, beeeee, beee” che ci sbattono sul muso inquadrando una pecora legata che attraversa il Karun.
Quel “Brrrrr” tremolante che accompagna la prima visione degli uomini scalzi sulla neve.
Te li immagini mentre 8 anni dopo pensano e realizzano "King Kong" e pensi che dopotutto nel 1933 non si sforzarono poi molto in confronto al lontano 1925, pensi a Fay Wray e ti viene in mente Marguerite Harrison, pensi alle popolazioni indigene dell’ isola di Kong e ti viene in mente la tribù dei Baktyari, pensi alla montagna in cui Kong porta la sua bella e ti viene in mente Zardeh Kuh
Va bene io sarò pazzo se volete, ma Schoedsack e Cooper sono da manicomio!

((Un grazie particolare a Luciano che mi ha fatto scoprire una perla che mi stavo per perdere)

REGIA: Ernest Schoedsack, Merian Cooper
ANNO: 1925
GENERE: documentario
VOTO: 10 (e non è un 10 regalato credetemi)
QUANTO DOVEVANO ESSERE FOLLI ALL’ EPOCA SCHOEDSACK E COOPER PER AVERE UN’ IDEA DEL GENERE: 10
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedere un documentario davvero favoloso in tutti i sensi possibili

giovedì 1 novembre 2007

KING KONG

BY DEN




Cosa si può dire su uno dei film più famosi e idolatrati al mondo?
Me lo son chiesto e richiesto per giorni prima di scrivere una recensione, il pericolo è di scrivere banalità terribili che tutti possono leggere ovunque e questo è quello che cerco di evitare sempre, fin dall’ inizio di questa avventura nella blogosfera.
E quindi?
Quindi inizio col dirvi che la trama non la scrivo per principio!
Nonostante mi sia imposto fin dall’ inizio di non dare per scontato nulla mi rifiuto di credere che qualcuno non sappia di cosa parla King Kong!
Non pretendo che tutti abbiano visto l’ originale (anche se bisognerebbe!) ma almeno quello di Peter Jackson l’ avrete visto!
Bene la trama è quella!
Uguale identica!
Dura un’ ora e mezza di meno del kolossal del Signore degli anelli ma tant’ è, si sa che Jackson ama esagerare!
Non avete visto neanche quello di Jackson?
Allora sicuramente non vi siete persi il remake del ’76! Nemmeno quello?
Un documentario in tv! No?
Non è colpa mia se vivete sulla Luna! Io non vi racconto nulla!
Dunque via la trama.
Potrei parlare dei significati nascosti (psicologici e politici) che molti cercano persino in “Giovannona coscialunga” ma mi sembra una pratica inutile e dannosa.
Una volta Umberto Eco ha detto che non bisognerebbe usare il testo a proprio piacimento ma semplicemente trovare quello che realmente l’ autore ci vuole comunicare attraverso vari indizi (ovviamente Eco l’ ha detto meglio e più chiaramente!): io sono sostanzialmente d’ accordo (anche se a volte il giochino può risultare divertente da come potete vedere nelle mie analisi dei film di Jack Arnold!).
Penso che King Kong non abbia significati sottintesi o chissà che altro: esattamente come “Il mondo perduto” lo considero uno spettacolone che solo Hollywood avrebbe potuto produrre al tempo (e ancor di più oggi!) capace come pochi altri di stupire lo spettatore fino a farlo rimanere a bocca aperta di fronte alla distruzione della città da parte del gorillone!
Via anche i significati!
Cosa rimane quindi?
Rimane un sapiente intreccio della pellicola che noi vediamo con il film che Denham sta girando davanti ai nostri occhi. Esemplari sono le parole di Denham che annuncia la sua volontà di produrre il film più grande in assoluto (sembra che a parlare siano gli stessi Schoedsack e Cooper rivolgendosi a noi!).
Rimangono splendidi fotogrammi passati alla storia: Fay Wray strillante prima legata ad un palo e poi nella mano chiusa di (Dio) Kong, la lotta mitologica con il t-rex e poi con il serpentone (diavolo), il faccione del gorilla che osserva da vicino la sua bella, la scalata dell’ Empire State Building (davvero magnifica!), la lotta con gli aerei da guerra con le soggettive alternate dello scimmione e degli aeroplani (piccola curiosità: alla guida ci sono Schoedsack e Cooper), l’ espressione triste di Kong ferito mentre posa Anna e la carezza per l’ ultima volta e la caduta finale della bestia.
Rimane persino una scena che nessuno ha mai visto in cui gli uomini fatti cadere da Kong in un precipizio vengono mangiati da ragni giganti (Cooper decise di eliminarla dopo le urla alla prima proiezione e solo Jackson saprà restituirci la scena più di mezzo secolo più tardi).
Rimangono stralci di dialoghi ripresi milioni di volte:
“Se la bellezza vi strega”, sostiene Denham prima di incontrare Kong, “La bestia diventa docile”.
“Kong, l’ ottava meraviglia del mondo!” annuncia ancora il regista presentando il gorilla imprigionato al mondo intero.
“Allora Denham gli aeroplani ce l’ hanno fatta eh?” Chiede infine un amico al regista dopo la caduta di Kong dal grattacielo ricevendo una delle risposte più famose di ogni tempo: “Oh no, non sono stati loro. È stata la bella che ha sconfitto la bestia!”
Rimane un ruggito che ha fatto storia ottenuto registrando al contrario una fusione di quello di un leone e di una tigre abbassato di un’ ottava.
Rimane la tecnica della stop- motion di Willis O’ Brien utilizzata qui per la seconda volta dopo “Il mondo perduto” in grande stile.
Rimane un film straordinario che rubacchia qualche idea a “Il mondo perduto” (in particolare il fatto che si decida di trasportare Kong in città e la successiva furia dello scimmione) e che condivide il set (oltre al regista Schoedsack e a buona parte del cast) con il contemporaneo “La pericolosa partita” (in particolare si ricorda il tronco sdraiato su cui Kong cattura e uccide alcuni uomini) ma che sa regalare momenti davvero straordinari e indimenticabili che entrano di diritto nella storia del cinema mondiale.
Rimane King Kong.
REGIA: Ernest B. Schoedsack, Merian C. Cooper
ANNO: 1933
GENERE: Fantastico, avventura
VOTO: 9, 5 (per l’ idea non proprio originalissima dato che l’ influenza de “Il mondo perduto” si sente molto).
CONSIGLIATO A CHI: vuole poter dire di aver visto un classico immortale
QUANTO POTREBBERO FARVI RIDERE I MODELLINI DI KING KONG SE NON CI SIETE ABITUATI: 10. Se poi però tra 100 anni i vostri nipoti rideranno degli effetti digitali del Kong di Jackson (cosa che molto probabilmente avverrà) non lamentatevi!