lunedì 15 marzo 2010

LA DOLCE VITA

A 24 anni vedo per la prima un film di Fellini e.
Mi vergogno.
Mi rendo conto di quanto sono indietro.
Mi prostro di fronte alla sua grandezza.
Mi rendo conto che non avrei nemmeno il diritto di scrivere queste due righe per quanto sono ignorante in materia.
Ma.
Mi piace l’idea di scrivere qualcosa su un Fellini che poco conosco, se non per qualche storiella sentita in qualche documentario sulla Rai.
Nessuna base su cui poggiare, nessuna conoscenza di stilemi vari ed eventuali del regista o dello sceneggiatore che ti fanno digerire un film per vie traverse, senza nemmeno volerlo.
Molto probabilmente un giorno, con maggior competenza in materia, mi stupirò delle castronerie che seguono ma, ora come ora, al massimo, sarete voi a stupirvi e insultarmi.
Suggerimento.
Sicuramente di fronte a film così grandi ognuno ha una propria visione dettata dalle proprie esperienze e dalle sue convinzioni.
Completamento.
E molto probabilmente ciò accade perché in tali opere sono contenuti più temi di quanti una persona sia disposta in un primo momento a percepire, senza tenere conto di visioni forzate che si allargano a macchia d’olio con il passare del tempo e l’accumularsi di conoscenze sullo specifico autore.
Via.
Senza dover stare a raccontare per filo e per segno ma nemmeno per solo filo la trama di “Una dolce vita” che ognuno può trovare sul sito che più gli aggrada, voglio concentrarmi su quello che mi ha trasmesso.
Una critica alla società, dura ma soprattutto profonda, come in pochi o forse nessun film mi è capitato di vedere.
Una critica di quella spettacolarizzazione lucrosa del nulla e del marcio che oggi regna incontrastata su tutto.
Quella che fa dei bambini visionari un evento mediatico di immensa portata, dove ognuno (padre, madre, zio, conoscente) interpreta il suo ruolo volente (“Quelli so’ i miei nipoti”) o nolente (“Si metta così, guardi di là”) solo per la gioia dei paparazzi (così chiamati da "La dolce vita" in poi persino da Lady Gaga) urlanti, scomposti e violenti e quindi della massa (urlante, scomposta e violenta).
Una spettacolarizzazione che butta nello stesso calderone attrici dalle forme prorompenti e dalla gioia di vivere incontenibile (se non con la violenza), a omicidi-suicidi tragici di personaggi illustri.
Una spettacolarizzazione così eccessiva, e in cui sguazza per comodità Marcello, che porta lo stesso a diventare, infine, oggetto di spettacolo triste e decadente in mezzo a povere piume lanciate dall’interno di un cuscino per l’uscita di scena.
E niente può salvarsi da una società così forte da trascinarsi in basso con le proprie mani.
Non importa che tu sia una diva del cinema al tuo massimo splendore, uno scrittore realizzato che vive "nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita" o un giornalista casanova che affascina e fa innamorare perdutamente.
È cemento fresco la società tutta.
E una volta dentro i piedi, il cemento si asciuga sopra ad un oceano senza fondo.
E si comincia a sprofondare sempre più giù, tanto più giù quanto più i piedi sono entrati a fondo in quel cemento fresco, fino al punto in cui non si vede più nulla.
Aristocratici tanto in basso da non riconoscersi più come tali, che non sanno dove dirigersi, dove sbattere la testa per riaccendere anche solo un piccolo lume che li guidi verso qualcosa o perlomeno li faccia divertire in quel nulla buio.
Il nulla.
Quello in cui Marcello, seguendo le orme del padre esperto di champagne e di donne ben prima di lui, entra con tutto se stesso al termine di un percorso inevitabile.
Dal Nord al centro del mondo.
Dallo scrittore in erba al paparazzo.
Dal paparazzo al centro del mondo al giornalista PER chi quel mondo lo dovrebbe guardare dall’alto e invece finisce per esserne completamente sommerso.
Esseri umani così sordi all’affetto vero di un'altra persona da baciarne una seconda mentre la prima dichiara il proprio amore, eppure incapaci di rinunciare alla prima abbandonandola e ritornandola a prendere continuamente su una strada in mezzo al niente in cui avrebbero paura di perdersi senza di questa.
Esseri umani che un tempo, quando erano bimbi, prendevano in giro tutti rincorrendo ridenti una visione della Madonna e salutavano con gioia quel signore una volta seduto alla sua macchina da scrivere e oggi arenato su una spiaggia come una manta ormai morta ma che insiste a rimanere con gli occhi aperti e a guardare.

REGIA: Federico fellini
GENERE: Commedia
ANNO: 1960
UNA PAROLA: Profondo
VOTO: 10

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