lunedì 10 gennaio 2011

THE WALKING DEAD

Una versione estesa della recensione del nuovo fenomeno horror pubblicata su PERSINSALA



Sono tornati gli zombie, altro che vampiri, gli zombie sono il nuovo trend, vedrete che adesso gli scaffali delle librerie si riempiranno di zombie-book e via agli zombie-movie e agli zombie-telefilm e poi ci sono i diari con gli zombie, i telefoni a forma di zombie, le adolescenti che vogliono uno zombie per ragazzo, gli emo che si truccano da zombie, gli svedesi che fanno un film con lo zombie adolescente malinconico e il blu è il nuovo rosso: prendete e mangiatene tutti, questi sono gli zombie, offerti in sacrificio per voi.
Il fenomeno del futuro, casomai qualcuno rimasto chiuso in un castello transilvano negli ultimi 6 mesi non se ne fosse accorto, sono gli zombie.
Neanche il tempo di riciclare tutta quella cartaccia sporca d’inchiostro sui vampiri apparsa in libreria, nemmeno la possibilità di rivedere per la miliocentesima volta in replica in ordine casuale Vampire Diaries su Italia 1 ed ecco che questi qua tirano fuori gli zombie.
E tutti a sbavare come zombie inseguendo gli zombie, che Danny Boyle, Zack Snyder, Edgar Wright l’avevano già detto qualche anno fa, ma allora erano tutti dietro ad Achille, Baliano, Arturo e Alessandro, tutti figli di quel Massimo Decimo Meridio di cui il recente Robinho Hood (attaccante del Milan) ha decretato la definitiva morte.
Ma i morti viventi, per il nome che portano, non muoiono mai se non centrati alla testa e così rieccoli spuntare decennalmente con l’intento di conquistare il mondo, capitanati da un George A. Romero se possibile più stanco di Dario Argento, capace di inanellare una serie di orridi film che ormai nemmeno il nome del regista padre degli Zombie riesce a salvare dal fallimento.
Certo, Romero è Romero e non si può toccare, così il Darione nazionale e una serie di altri registi che preferisco non nominare per nome come Burton e Stone che, nonostante le critiche a oscenità come Alice In Wonderland e Wall Street: il denaro non dorme mai, si ritrovano circondati da strenui difensori del proprio (brutto) lavoro.
La critica va avanti per blocchi compatti ed il mare non democratico di internet, con il gruppone dopato a forza di maiuscole e punti esclamativi a far la voce grossa, contribuisce spingendo idee che si fanno sempre più imponenti, convinte e macilente con l’andar del tempo.
The Walking Dead come trasposizione di un fumetto sugli zombie? La prima puntata di The Walking Dead è bella. The Walking Dead è bello! The Walking Dead rilancia la moda degli zombie!!! Zombie!!! ZOMBIE ZOMBIE ZOMBIE!!!
E così ci si ritrova a parlare del fenomeno Walking Dead (che il The dopo un po’ stanca), capace di rovesciare l’attenzione di una vasta fetta di pubblico affamata di buon horror (dico horror, non storie di vampiri-umani-adolescenti-arrapati-innamorati) su di una serie tv prodotta e sceneggiata da Frank Darabont: uno dei pochissimi autori capaci di portare le storie di Stephen King sullo schermo senza creare pasticci allucinanti (tanto per dirne uno: Pet Semetary) che nel 2007 con The Mist ha girato uno degli horror americani più sottovalutati e più riusciti degli ultimi anni.
Il regista c’è, il fumetto di successo è già stampato, il formato chic da miniserie in 6 puntate è trovato e gli zombie, come da titolo, sono già in marcia: la critica è pronta a lanciare il nuovo fenomeno dell’anno.
Abboccano quasi tutti: Walking Dead è spettacolare, fantastico, mai visto, ben fatto, ottimo, curato, ventata d’aria fresca e una serie di sinonimi improponibili che forse nemmeno lo Zanichelli contempla.
Ma perché?
Come mai nessuno si rende conto che Walking Dead appare come un prodotto “banalotto” e mal sceneggiato, con personaggi a dir poco stereotipati che in 240 minuti riescono a malapena a far quello che in un classico film zombiesco accade in un’ora e mezza?
Le risposte, ovvie ed assai abusate anche se ancora poco diffuse (dato che pochissimi si permettono di criticarlo), sono principalmente cinque:
1. La serie tv è tratta da un fumetto (cult!) quindi i personaggi sono fantasticamente “fumettistici” e si muovono in un meraviglioso scenario da “storia banale” (sinonimo di fumetto nel thesaurus di Word...Un plauso ai suoi pensatori dell’Ottocento);
2. La sceneggiatura è scritta da Frank Darabont con l’aiuto del fumettista originale Robert Kirkman, apprezzato regista di film fantastici uno, e amato scrittore di fumetti horror (e non) l’altro;
3. Agli effetti speciali per il make-up c’è, tanto per citarne uno, Greg Nicotero, esperto del settore ed in particolare di zombie avendo lavorato agli ultimi 4 (brutti) film di Romero oltre ad un infinità di altre pellicole horror;
4. La miniserie racconta l’apocalisse zombie del mondo ed è la prima a farlo;
5. Ho letto il cartellone pubblicitario in città, anche se un pazzo signore biondo con gli occhiali da sole continuava a dirmi che c’era scritto OBEY e non The Walking Dead.
Ad ognuna di queste risposte segue, nella mente di ogni estimatore di Walking Dead il complesso del: “quindi è bello per forza”.
Così nessuno sembra rendersi conto che spostare la storia di un fumetto sullo schermo televisivo richiede un lavoro molto più complesso del semplice traslocamento di personaggi e storie dalla carta al tubo catodico (che tra l'altro non c’è più) con qualche aggiuntina succosa qui e lì: il fumetto è un mezzo di comunicazione, la tv un altro e il personaggio bidimensionale proprio del fumetto scomparirà nella profondità dello schermo televisivo, proprio come la velina Kate Moss in una puntata dei Griffin.
Spiccano così per piattezza il supereroe risolvo-tutto-io (simile per certi versi al protagonista di un’altra orrida serie tv finita male di nome Jericho), il buzzurro violento che obbedisce solo ai suoi istinti animaleschi (e il fratello ancor più cattivo, ai limiti della barzelletta), il vecchio saggio e il coreano scemo-simpatico: allegra combriccola a cui manca solo il nero Yo-fratello…(Non è vero, c’è pure lui).
Si salvano dalla nomination e arrivano quindi in finale, Shane Walsh, vicesceriffo amico del protagonista e Andrea, i cui nomi non vengono citati a caso essendo gli unici personaggi in grado di evolversi (proprio come un Pokemon) durante l’intera vicenda.
Per ritornare a parlare degli estimatori della serie tv, ancor più convinti dei “fumettari” sembrano i vari ammiratori di Darabont e Kirkman che ragionano esattamente come gli strenui difensori di Burton e Stone, i fan degli effetti speciali a cui verrebbe voglia di proporre un film senza storia colmo di esplosioni di corpi putrefatti e di chi vede nell’apocalisse di zombie qualcosa di originale nel 2010, il che sarebbe un po’ come trovare Natale in Sud Africa una piacevole novità.
In ogni caso l’alta marea internettiana trasporta tutti sulla stessa corrente e chi prova a nuotarci contro viene seppellito da commenti indignati che si trasformano talvolta in lapidari “Capra, capra, capra!” degni del miglior salotto televisivo che nessuno vede ma che tutti conoscono... (Magia di Amy!).
Ovviamente ogni zombofilo che si rispetti si rende conto dell'incipit palesemente scopiazzato da 28 giorni dopo ma qualcuno sussurra “non poteva essere altrimenti” e quindi al grido del “NON POTEVA ESSERE ALTRIMENTI” nessuno nota le assurdità legate alla sopravvivenza di un uomo in coma, abbandonato per almeno un mese su di un letto, attaccato a macchinari non funzionanti per la mancanza di elettricità, senza nemmeno un catetere necessario a non trasformare la stanza, mi si perdoni la raffinatezza, in un pozzo di urina.
E come fa lo stesso individuo appena uscito dal coma a raggiungere casa sua e a trasformarsi nel giro di due giorni (con l’aiuto del suo costume da supereroe con la stelletta) in un leader carismatico che non chiede nemmeno una volta cosa diavolo sia successo per trasformare il mondo in una landa desolata abitata da esseri ciondolanti e puzzolenti?
Ma soprattutto (e qui chi non ha ancora visto la quarta puntata è invitato a non leggere), perché mai dei bruti messicani decidono di tenere aperto un ospizio in mezzo alla città e hanno la finezza psicologica di un cattivo nella serie animata de L’uomo Tigre (i buoni che fingono di essere duri per salvarsi da un mondo duro, cose che nemmeno Ken Shiro avrebbe accettato)?
Ogni pellicola horror o di fantascienza che si rispetti ha le sue incongruenze, nessuno lo può negare, ma è anche vero che solitamente sono dovute al tempo limitato in cui si vuole raccontare una storia mentre Walking Dead, avendone in abbondanza, sceglie di scialacquarlo nel peggiore dei modi: con puntate inutili in cui non accade assolutamente nulla (la terza) ed altre che sembrano una via di mezzo tra un videogioco e un mashup di Zombie e L’alba dei morti dementi (la seconda, con la trovata stucchevole di Kirkman della camminata “impuzzati” da zombie, mancava solo che camminassero ciondolando come in Shaun of The Dead).
The Walking Dead, in definitiva, propone una storia vecchia, con personaggi tratti in gran parte da un film di Steven Seagal, che si snoda su 6 puntate abbastanza disomogenee per quantità d’azione e qualità visto che il succo è concentrato nel primo promettente Days Gone Bye e negli ultimi due (fin troppo aperti) episodi: si può concludere una stagione dimenticando ben 3 personaggi al loro destino e abbandonandone uno appena trovato e uno per niente approfondito in mezzo ad un’esplosione?
Tralasciando l’attenta regia da molti assegnata a Darabont, che si è occupato in realtà solo del primo episodio abbandonando i restanti al lavoro mediocre di registi di serie tv e videoclip, la realizzazione tecnica del serial è sicuramente buona, ma la cosa avrebbe potuto stupire una decina di anni fa, non dopo l’esplosione di perle come Lost, CSI, True Blood e chi più ne ha più ne metta, senza tener conto del livello medio-basso degli attori.
Un’ultima nota stonata riguarda il senso del telefilm in generale: può un serial tv di nome The Walking Dead, i cui protagonisti veri dovrebbero essere degli zombie, non spaventare e nemmeno impressionare?
Ci sono sbudellamenti di cavalli e di persone, zombie marci e putrefatti che si trascinano senza la parte inferiore del corpo, bambine zombie uccise con un colpo di pistola (niente a che vedere con una scena come quella di Distretto 13: le brigate della morte) e tanto sangue, ma Walking Dead non fa paura, si concentra sui rapporti tra i vivi, ma non si avvicina minimamente allo spessore di un capolavoro come La notte del morti viventi capace di spaventare e di far riflettere.
Saranno capaci i nostri eroi, in una già annunciata e strombazzata seconda stagione, almeno a spaventarci o la strada intrapresa sarà quella dello zombie ridicolmente intelligente di un’oscenità indescrivibile come ne Il giorno dei morti viventi del maestro Romero?
Al 2011 l’ardua sentenza, sicuro di provare puro terrore alla prossima scena di chiave persa al rallenty sul tetto di un palazzo e non molto speranzoso per quanto riguarda il morbo Romeriano che sta per infettare il mondo: già mi vedo la ragazzina post-emo a dichiarare amore per il suo Edward Cullen Zombie, senza ricordarsi quale parte del corpo perse per prima un Tarantino marcescente in Planet Terror.

VOTO: 5-

VERSIONE ESTESA DELLA RECENSIONE PUBBLICATA SU PERSINSALA

9 commenti:

Leo ha detto...

Ero stanco di sentire piovere commenti gioiosi su questo prodotto che francamente non mi attirava granché. Deneil, per fortuna, ha finalmente messo le cose in chiaro.
In mancanza di nuova linfa (ammesso che se ne possa trarre ancora) gli zombies sono ormai come i dinosauri del brand "Jurassic Park" (in attesa perenne di reinfestare le sale con un 4° episodio): cinematograficamente estinti.
Resta l'idea del reboot dall'originale romeriano, come stanno per fare con una nuova trilogia dedicata a "Spider-Man"; eppure se l'idea sembra tuttora appetibile per "J.P.4", con gli zombies romeriani ciò è già stato fatto (almeno in parte). Eccoci condannati a trangugiare ore metaforiche di pellicola (ormai digitali) con idee annacquate e confuse, spacciate con clamore dalla critica specializzata o giornalistica come "merce rara".
Forse la traccia di Max Brooks in "Manuale per sopravvivere agli zombies" (Einaudi 2006) era appena un filo più originale, anche se anch'essa galleggiava sul mare del già scritto - e che francamente mi dà noia ancora prima di cominciare una ipotetica lettura (esiste anche una versione a fumetti che traspone l'epilogo storico del "romanzo" in graphic novel: "Manuale per sopravvivere agli zombies. Attacchi documentati", Panini Comics 2010).

Splendida recensione - come al solito - di un Deneil (giustamente) iconoclasta!

Leo

Vaniglia ha detto...

Weillà...Ti han recensito la recensione. :-)

Deneil ha detto...

@Leo:il reboot di Romero...oddio..almeno quello no...e poi il primo night of the living dead ebbe un remake nel 90 mi pare..da qualche parte qui nel blog c'è la recensione..un remake voluto da romero per prendersi un po' di soldi di diritti che con l'originale per un motivo o per l'altro non aveva avuto...comunque era il classico remake fotocopia orrendo, poi c'è stato l'alba dei morti viventi: remake moderno del classico "zombie" di romero:forse è stato l'ultimo film di zombie davvero ben fatto, gli zombie correvano e questo non va giù a molti ma come popcorn-horror movie è uno dei prodotti meglio riusciti degli ultimi (azzarderei)15 anni.Ora non rimane che un remake de "il giorno dei morti viventi"...te lo ricordi??Dio ce ne scampi!in più romero sembra non essersi ancora stancato delle sue creature, continua a sfornare solo film zombieschi da "la terra dei morti viventi" (altra mezza porcata) così da evitare un reboot....si son viste tra l'altro le prime immagini del nuovo spiderman..mah!Si parlava di una trasposizione su schermo del libro di max brooks ma non mi sembra che la cosa abbia molto senso considerando che l'unica particolarità stava appunto nella forma...del fumetto non sapevo nulla penso valga lo stesso discorso della trasposizione cinematografica!Leo ti è arrivata poi la mail con listone su gmail???
@vaniglia: ciao!Si certo e io ho risposto con un controcommento ancor più lungo! :D

Leo ha detto...

@Deneil: sì ho ricevuto la mitologica lista filmografica! Grazie mille...ora sto scrivendoti un .doc da inviarti in allegato via mail con altri commenti filmici (ma mi sta prendendo un po' + di tempo del previsto)...ti scrivo questa settimana!

Leo

alicesu ha detto...

E' sempre più raro che io commenti qualche blog ma, questa volta, devo. Devo perché è la prima recensione sensata che leggo su questa opera inutile,che io non sono riuscita nemmeno a concludere (al terzo episodio l'ho abbandonato, e non sono pentita nemmeno un po').
Niente da aggiungere.
Se non forse questo: Dead set è una splendida miniserie sugli zombi, inglese, passata in sordina ma che merita davvero.
Ancora una volta ciò che è americano è strombazzato e quello che arriva in un paese come l'Inghilterra (non l'ultimo tra gli ultimi, insomma) che però tenta di battere strade nuove, viene completamente ignorato. Forse perché non fa figo?
Te lo consiglio ma sicuramente lo avrai già visto.

A me Diary of the dead è piaciuto. Sono una persona problematica?

Deneil ha detto...

@alicesu:ciao, io ti faccio compagnia nel non commentare i blog..anche perchè almeno la metà di quelli nati (o che seguivo) quando curavo meglio il blog sono morti..ricordo però i tuoi duelli multifilm con Morandini (non mi sbaglio vero??)
Ho sentito parlare di questo dead set ma ancora non l'ho visto...vedo di procurarmelo alla svelta se mi dici così..è che questa moda zombieiola, se non si è capito, da buon appassionato di zombie non mi va molto giù!
Per quanto riguarda Diary of the dead non ti ritengo comunque una persona problematica!Molti l'hanno considerato la seconda giovinezza di Romero..a me è sembrato il film di un regista sicuramente bravo (un maestro) che nonostante le buone idee riesce raramente a fare un film completo..ogni volta manca qualcosa: se in un film come "The Crazies" mancavano i soldi e dei buoni attori, in Land of the dead ci sono entrambi ma son sprecati...qui invece, sempre secondo me, mancano gli attori sicuramente (che non sembrano ne naturali come si vorrebbe, ne buoni attori)e manca anche una regia di spessore..l'espediente della camera a mano mi ha irritato non poco, anche perchè Romero la usa come se non fosse una camera a mano creando una via di mezzo che non mi è piaciuta...la riflessione sulla spettacolarizzazione, sulla necessità "Video" di questa società è buona, ma Romero (come spesso fa) calca troppo la mano trasformando le sue metafore in brutti "è come se"..non so se mi son spiegato bene...comunque detto questo, non ti ritengo comunque problematica!

Carlotta ha detto...

Sìsì, sono io quella dei duelli con Morandini... Nel frattempo i miei gusti sono cresciuti (e si discostano sempre più dalla critica ufficiale, il che mi fa anche un po' piacere) e cambiati e probabilmente litigherei pure con quell'alice lì, oltre che col vecchio "vate" cinefilo...
Tornando al discorso, capisco il tuo punto di vista su Diary e, nonostante mi sia piaciuto, sono sostanzialmente d'accordo con la tua critica. Forse mi è piaciuto molto per via dei "nonostante": nonostante la camera a mano, nonostante delle scivolate più o meno credibili etc è riuscito a coinvolgermi e a muoversi in uno spazio ormai abusato (ed anche a me la moda zombie sta martoriando, a dire la verità) mi ha comunicato qualcosa di nuovo.
Meriterebbe una seconda visione.

Fammi sapere cosa pensi di Dead set, curiosa di conoscere le tue impressioni.

Carlotta ha detto...

Non so perché mi sta firmando con "Carlotta"... Comunque sono Alicesu, frodata del proprio profilo per oscuri motivi.

Nutella ha detto...

Ciao. Arrivo direttamente da anobii (gruppo post-apocalittico). Ti faccio i miei complimenti per la splendida recensione. Di Walking dead non posso dire nulla, non perchè mi sia piaciuto, ma perchè ne ho visto una puntata sola, ma dalla tua recensione vedo che non mi sono persa granchè, la solita americanata che come direbbe il buon Guzzanti fa tanto 'zombie di menare'