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giovedì 31 luglio 2008

INDIANA JONES AND THE KINGDOM OF THE CRYSTAL SKULLS- INDIANA JONES E IL REGNO DEL TESCHI DI CRISTALLO



ATTENZIONE: siccome sono un pazzo e questa recensione tento di scriverla dall’uscita del film nelle sale, ho postato insieme alla recensione definitiva (che non mi lascia comunque pienamente soddisfatto) un altro abbozzo di recensione mai conclusa (e con un tono molto più polemico).
In saccoccia ne tengo un’altra ancora non conclusa ma per quella aspetterei ancora un poco dato che riguarda l’intera saga.
Sicuro della loro inutilità e del peso infinito di una lettura del genere, vi invito a leggere solo questa cosa qui sotto se non volete seguir la mia mente malata mai soddisfatta!
Per quanto riguarda la prossima recensione invece, è già pronta e si tratterà molto probabilmente di una recensione doppia del cavaliere oscuro (vedrò se la mia parte mi soddisfa altrimenti tutto è già nelle mani di Leo!)

Le promesse sono promesse.
“Come quella volta che il mio ragazzo scrisse la recensione di Indiana Jones”


Ora la febbre è passata.
Quella che voleva gli infiniti fan accalcati davanti allo schermo del proprio pc alla ricerca della più piccola notiziola riguardante il loro eroe archeologo dal momento in cui si annunciò l’effettiva realizzazione del sequel dei sequel è scemata.
Finalmente.
E finalmente con il calo delle attenzioni fanatiche se ne può parlare quasi con calma.
No.
Parlare dell’ ultimo Indiana non sarà mai come parlare di un film qualunque.
Ci sarà sempre chi, deluso rispetto ad aspettative verso l’infinito e oltre, verrà a dirmi che poteva essere fatto tutto in modo migliore.
Ci sarà ancora chi si lamenterà della trama ripresa dal videogioco, chi mi ricorderà che gli alieni non possono starci in Indiana Jones, chi se la prenderà con le marmottine e le scimmiette in Computer Graphic, chi avrà da ridire su Shia Le Boeuf, chi ce l’avrà con la fotografia irreale, chi si incazzerà perché Indiana usa la frusta tre volte in tutto il film, chi inveirà contro il doppiaggio di Cate Blachett, chi puntualmente si lamenterà di Spielberg che secondo lui non ne azzecca una da anni, chi senza nessun ritegno si lamenterà di tutto perché tanto fa tutto schifo e adesso torno a vedermi i primi tre capolavori che sono intoccabili e poi magari tra 10 anni quando uscirà un nuovo capitolo tornerò a vedermi questo e dirò che quello nuovo non è minimamente paragonabile ai primi 4.
Ci saranno ancora tutti.
Ma forse tutti la prenderanno con più calma.
Non si butteranno come avvoltoi alla ricerca della recensione capace di dire che questo rimane un ottimo film per distruggerla pezzettino per pezzettino.
Indiana Jones e me.
Cresciuto senza aver mai visto interamente uno dei primi tre capitoli della saga fino a pochissimo tempo fa non capirò mai quel che si prova, almeno in questo caso.
Nell’entrare al cinema e riveder l’ombra del proprio eroe rimettersi il cappello impolverato dopo essere stato spinto a terra dai nemici in uno degli incipit più carichi di attesa di sempre.

La camera scorre dalla testa ai piedi e il rientro in scena di Indiana porta nella sala sussurri di approvazione o più sane esclamazioni di giubilo.
È ancora lui.
Nonostante tutti gli anni passati nel limbo del non cinema , Ford indossa cappello e frusta e riporta in vita un mito.

Non un semplice personaggio cinematografico come potrebbe esserlo un qualunque Jack Sparrow (anche se c’è quasi da scommetterci che tra 20 anni diventerà mito anche lui) ma un vero e proprio mito intramontabile che porta sulle spalle trent’anni di imprese eroiche tra film, libri, fumetti, serie tv e imitazioni più o meno (meno, sempre meno) riuscite.
Un mito cinematografico degli anni 80.
E questo ci tengo a ribadirlo perché molte delle lamentele hanno inizio e fine proprio in questo.
Nella semplice quanto inutile disquisizione sul fatto che il nuovo Indiana non è come il vecchio.
Quasi per niente.
Là dove il primo archeologo iniziava le sue vicissitudini come un semplice avventuriero dotato di pistola (poi sapientemente abolita nei capitoli successivi) e frusta memore dei film d’avventura degli anni ’50 per poi trasformarsi in modo graduale in una sorta di eroe pop-quasi fumettistico degli anni ‘80 (con tutte quelle botole, passaggi segreti e personaggi tipicamente ottantiani come lo sciamano che strappa i cuori a mani nude o il cavaliere immortale), il nuovo Indiana diventa qualcosa di più di un eroe da fumetto.
Diventa un mito.
Ovvero compie la trasformazione sullo schermo che la mente dei bambini dell’epoca ha già attuato da 20 anni a questa parte.
Il nuovo Indiana è diverso quindi.
Ovviamente si potrebbe dire, se non fosse per l’attaccamento ossessivo e ingiusto che i vecchi bambini hanno per il vecchio Indiana.
Loro vorrebbero semplicemente il vecchio Jones riportato sullo schermo come un tempo.
Loro vorrebbero semplicemente che il cinema non fosse cresciuto con loro.
Vorrebbero ancora quelle caverne con pareti di cartongesso (per quanto Spielberg già allora si impegnò a non farcele vedere, ma di questo parlerò in seguito), quegli effetti così spartani eppure tanto affascinanti, quelle riprese che facevano dei primi tre Indiana un cult del cinema anni ’80.
Non c’era computer graphica in quegli anni.
E così ecco tutti a scagliarsi contro qualsiasi intervento in CG a prescindere dal risultato finale.
Non importa che questo sia minimo e ben curato, il fatto che ci sia, che si sia fatto ricorso al femputer (chi vuole cogliere la saggia citazione la colga) toglie fascino.
O almeno toglie fascino a quegli occhi che non vogliono andare oltre.
Che volevano per una volta (e solo per quella volta dato che in altri film dello stesso genere le osservazioni su una CG ben fatta sono ormai insignificanti) tornare indietro.
Il nuovo Indiana è quindi diverso perché si, nonostante tutto quel che uno può pensare, siamo nel 2008 e perché Indiana in quanto mito compie imprese mitiche.
Non più avventure fantastiche entro cui tutti possono immaginarsi (chi non avrebbe voluto saltellare tra un trabocchetto e l’altro all’interno di un tempio maledetto?) ma semplicemente mitiche.
E così le cascate da affrontare si moltiplicano e i luoghi segreti sono praticamente inaccessibili se non inesistenti.
E così Indiana salta per aria all’interno di un frigorifero in seguito all’esplosione di un ordigno atomico senza farsi assolutamente nulla e i vecchi fan li riconosci al cinema per un fastidiosa ondata di “Eeeeehh, ma vaaaaa, ma daaaaiii, ma smettiamola!!!”
I vecchi fan che tanto volevano ritornare bambini rientrando in sala con il loro mito non si rendono nemmeno conto di tradire con le loro esclamazioni le loro stesse intenzioni.
Nessuno di loro negli anni ’80 avrebbe aperto bocca di fronte a Indiana e company che volano giù da una cascata con un canotto rimanendo praticamente illesi ma oggi, nel 2008, ormai cresciuti si sprecano nuovamente gli “eeehhh, ma vaaa!!!” che mostrano una realtà dei fatti innegabile.
Non sono più bambini.
E tristemente molti di loro non riescono nemmeno ad esserlo per 2 ore.
Molti.
Non tutti.
Perché c’è chi ancora vuole farsi prendere per mano da Spielberg.
C’è chi ancora si fida di quel vecchietto barbuto che ormai da 30 anni è capace con una camera e tanta tanta magia di trasportarci aldilà dello schermo.
Aldilà di fotografia, montaggio, computer Graphica, pareti di cartongesso, doppiaggi, interpretazioni e chi più ne ha più ne metta, Spielberg ancora riesce a portare qualcuno di quei vecchi bambini di là con Indiana, nella sua avventura più fantascientifica e, se vogliamo, mitologica là dove il mito è ormai il consumato archeologo e non più l’oggetto ricercato.
Li riconosci dalla bocca aperta, lo sguardo fisso e orecchie solo per lui quei bambini dentro.
Li riconosci perché loro ancora ci credono.
Potrei parlare di una fotografia forse fin troppo perfetta, di un Shia Le Boeuf ormai inarrestabile, di una Karen Allen di cui sono sempre stato innamorato da bimbo e che quindi ritengo intoccabile, di una Cate Blachett che ritengo al contrario di molti un personaggio non troppo riuscito ne particolarmente ben interpretato (non ne posso più di quella straabusata espressione di ghiaccio!), di una colonna sonora ancora perfetta, di un ritmo ma così sostenuto (rispetto agli altri capitoli i momenti di riflessione sono ben pochi, ma anche questo deriva dall’anno in cui è stato prodotto) e di un Indiana Ford per me mai così affascinate.
Potrei dirvi che gli alieni in quanto pellicola ambientata negli anni ’50 e girata da un certo signor Spielberg ci stanno.
Eccome.
Potrei raccontarvi di una seconda visione che invece di smorzare l’entusiasmo mi ha fatto ricredere persino su marmottine, scimmiette e frighi vari.
Potrei parlare di una scena di chiusura tanto affascinante e esplicativa quanto quella di apertura.
Indiana Jones è un mito.
Ed è una sola persona come ci insegna il finale.
La vita, in definitiva, è solo una questione di aspettative non siete d’accordo?
Forse 20 anni sono troppi persino per Indiana.
REGIA: Steven Spielberg
GENERE: Avventura
ANNO: 2008
VOTO: 7/8



ALTRO ABBOZZO DI RECENSIONE:
Ma si.
Critichiamolo.
E la storia è scopiazzata dal videogioco.
E Karen allen sembra in bambola per tutto il film.
E Shia Le Boeuf mi sta sulle palle e cosa c’entra?
E Harrison Ford è vecchio.
E Sean Connery dov’è?(se Ford è vecchio Connery è già in putrefazione…)
E si vabbè ma quando la usa la frusta?
E il teschio sembra che abbia del cellophane dentro.
E dai, gli alieni, ma per favore.
E il frigo che schifo.
E le marmotte e le scimmiotte in computer graphica, maledetterrimo Lucas.
E la fotografia rende tutto più finto.
E io mi aspettavo di più.
E io mi aspettavo di meno.
E io mi aspettavo quel che c’era sullo schermo ma non va bene lo stesso che se non mi lamento non sono felice e il mio ego rimane insoddisfatto.
Eccheppalle.
Ne ho lette, sentite, viste, odorate (e non dico cosa) talmente tante che alla fine mi era quasi passata la voglia di scriverne.
No.
Non che non sapessi cosa scrivere, semplicemente me ne era passata la voglia.
A sentir gente che si lamentava di tutto.
Tutto.
E tutto nel modo più detestabile che ci sia: quello del lamentarsi per il gusto di lamentarsi.
Perché alla fine si tratta solo di quello.
Il cercare ad ogni costo, in ogni cosa, in ogni momento qualcosa che non va.
Gente evidentemente convinta di andar a vedere il nuovo capolavoro postumo di Kubrick dopo quella chiavica mondiale di “Eyes Wide Shut”.
Ma si.
L’ho detto.
A me Eyes Wide Shut fa cagare.
Ma non poco.
Tanto.
Ma tanto di quel tanto che alla terza volta che l’ho rivisto convinto di capirne ancora qualcosa di cinema mi sono detto: “Non ne capisco un cazzo e sto film fa cagare. Tanto cagare.”
Tanto che alla fine della terza visione giacevo addormentato felice di essermi perso per la terza volta due tra le interpretazioni più imbarazzanti di Nano Cruise e Bambola di cera Kidman.
Tanto che quando mi sento dire non per la prima volta che Indiana Jones non poteva sopravvivere a una bomba H o quel che è solo chiudendosi in un frigo mi chiedo se davanti ho una carota o sto davvero ancora parlando con un uomo.
“Eh ma gli alieni dai…in Indiana Jones!”
Ma gli alieni si.
Si si e ancora si.
Gente convinta di trovarsi davanti Piero, Alberto and family Angela all’entrata in sala dato che la metà dei lamenti alla fine si risolveva in un : “Non è possibile!!!” o semplici “Eeeeeeehh”
Ma “Eeeeehhh” le palle.
Ma quando bimbi guardavate un cuore strappato da un petto dicevate “Eeeehhh”?
“Eh ma sai i riti segreti ci potevano anche stare.. gli alieni no. Il frigo no.”
Così, per partito preso.
Senza una reale motivazione.
Perché gli alieni no.
Punto e basta.
E perché i personaggi nuovi no.
Shia Le Boeuf fa un signor lavoro ma no.
Vuoi mettere Sean Connery?
Vuoi mettere il primo Indiana Jones.
Vuoi mettere che siamo nel 2008.
Ma nessuno sembra volersene rendere conto.
A sentir tanti il nuovo Indiana Jones doveva essere semplicemente un nuovo Indiana Jones degli anni 80.
Voi vi immaginate un ragazzino di 13 anni che entra in sala oggi e si trova davanti di nuovo quelle care vecchie rocce di polistirolo (e attenzione non sto criticando, sto solo dicendo che erano di evidente polistirolo) e quei bei fotomontaggi tanto cari a quegli anni?
“Eh ma noi che siamo fan di Indiana l’avremmo capito…”
I fan di Indiana.
Che io ne conosco solo uno e quell’uno in sala aveva la bocca spalancata e gli occhi sognanti.
C’erano solo lei e Indiana in quella sala.
Non il pirla che diceva “Eeeeehhh” e nemmeno il tredicenne che purtroppo a fine pellicola urlò “Andiamo a casa a giocare alla Play!”
I finti fan di Indiana che si lamentano di ogni cosa.
Di uno Spielberg capace di riportare sullo schermo il vecchio Indiana Ford come solo lui avrebbe potuto fare.
Prendete qualsiasi nuovo film sulla falsariga di Indiana e provate a dargli un occhio, 10 minuti vi possono bastare.
Guardate quel pasticcio tecno-silicon-avventuroso di Tomb Raider, l’ironicissimo “La mummia”, quel pelatone di Cage perso nei suoi misteri folli e guardate quanto polistirolo.
Quanto schermo impenetrabile avete davanti a voi.
Prendete un qualsiasi Indiana compreso l’ultimo e perdetevi dentro.
Niente camera che segue Ford nei panni di Indiana nelle sue avventure.
Siete voi e il professor Jones nel tempio più nascosto, di fronte all’Arca dell’Alleanza, con il Sacro Graal davanti agli occhi, alla ricerca di un teschio di cristallo appartenente a chissà quale popolazione.
Spielberg la camera ce la mette dentro agli occhi.
O almeno.
Lui vorrebbe portarci con lui nei suoi sogni.
Basta lasciarsi prendere per mano da quell’adorabile vecchietto e perdersi con lui senza far tante storie.
Senza star li a tirare dalla parte opposta e dire: “Ma no, non è possibile, perché, per come, per quando???”
..........................................INCAPACE DI DARGLI UN SEGUITO.

mercoledì 9 luglio 2008

THE INCREDIBLE HULK- L'INCREDIBILE HULK

Magari quando un giorno la smetterò di scrivere e cestinare decine di recensioni vedrete che scrivo ancora.
Più del solito.
Forse pretendo solo troppo.
Grazie Leo!

PSICANALISI E SUPEREROI: HULK E IL COMPLESSO DI EDIPO


BY LEO
Tecniche di respirazione. Yoga. Controllo del respiro.
Pranayama.
Inspira, espira.
Abolire gli stadi della coscienza; regolare il flusso della respirazione, scendendo e salendo come onde, per rifiutare il prezzo della vacuità umana, per ottenere una concentrazione totalizzante, l’ekagrata.
Allora, solo quando l’asana –la posizione yogica– sarà non più uno sforzo ma normalità, comincerà la lunga strada verso il samadhi, l’ “enstasi”.
Perché? Perché tutta questa fatica?
Per rifiutare il mondo, per ingabbiare pensiero e corpo, immobilizzarli in un unicum senza più spazio né tempo, per rifiutare l’agitazione del respiro che non viene mai controllato, per –alla fine- superare persino la condizione degli dèi e raggiungere la liberazione in vita: niente più flussi disordinati di sogni, di latenze del subconscio, di pensieri che inondano le strade dell’Io, di illusioni e dolore, di speranza. Solo catalessi.
Inspira, espira.
La vita è “maya” potente, illusione, e squarciarne il velo è priorità per chi è giunto a sapere.
Perché è il respiro il punto da cui partire, il senso della calma e dell’agitazione, della rabbia e del soffio, dell’amore e dell’odio. Al respiro i battiti del cuore sono legati da un doppio filo. Controlla uno, controllerai tutto il resto.
Aria dentro, aria fuori.
Inspira, trattieni l’aria, espira.

Bruce Banner deve imparare a controllare il respiro.
Deve mantenere la calma, deve imparare a controllare “l’Altro” che è in lui.
Perché tutti abbiamo un “altro” chiuso e serrato nella gabbia dell’odio.
L’umanità ha imparato a relegare Prometeo nell’abisso del Tartaro, chiudendo la porta in faccia all’inconscio più animale, bestiale, istintuale, seme un tempo utile della collettività in-umana e ancestrale dei nostri antenati.
Sbattendogli la porta contro, gli è stato impedito di venire a patti, lentamente, con la nostra coscienza.
A quest’ultima abbiamo dato le chiavi della totalità, unica guida capace di guidarci nel mondo. Basta istinti, basta rapimenti estatici, possessioni violente, o anche solo intuizioni primordiali senza analisi.
Non è più tempo di sciamani o di Delfi.
Ordine, rigore, metodo le parole d’ordine più adatte.
Eppure, proprio perché è stato lasciato a marcire nella muffa dei bassifondi, laggiù, non ci si è accorti che la base della casa da edificare sono le fondamenta intere su cui impostare la partenza.
La base è solida, la casa sta su come costruita sulla roccia.
La base è labile, la casa è costruita sulla sabbia.
Quale secondo voi resisterà al primo temporale?
E l’inconscio collettivo è solido, forte come solo il vento sa essere, resistente come la pietra, vivo come fuoco. Da qui angosce moderne che scivolano nelle nevrosi, fobie, da qui drammi familiari, conflitti con padre/madre, problemi uomo/donna, relazioni con l’Altro/gli Altri, e nei casi peggiori, follia irrecuperabile. I pazzi, si sa, sono eterni: un pazzo è più vicino ad un’umanità primordiale di migliaia di anni fa che ad un uomo di oggi. Le fobie sono semi diacronici di paure eterne. Vive.
E la differenza tra nevrotico e psicotico è sottile come un foglio di carta: il nevrotico costruisce le sue manie, il suo castello/mondo di carta; lo psicotico lo abita.
Oggigiorno, con il nostro lifestyle assurdo, chi non è nevrotico? Il passo verso la follia è di pochi millimetri.

Perché l’Altro, a cui non è dato diritto di esistere alla luce del Sole, ce l’abbiamo dentro.
E a volte capita che magari non lo riusciamo a percepire se non proiettato nella persona che odiamo/amiamo. A pelle, ad istinto.

Bruce Banner queste cose le sa.
La rabbia frustrata dell’evirazione immaginaria che il ragazzo subisce secondo la legge inesorabile della pubertà da parte del padre, il ruolo ossessivo e morboso della madre, il “controllo” imposto o lasciato andare sui sentieri beceri del laissez faire, “il ragazzo si farà da sé”, “imparerà cos’è il mondo”.
I genitori credono che si debba imparare da loro anche se “predicano bene ma razzolano male”. Sbagliato; mai insegnamento popolare fu più sbagliato. Le persone sono ciò che fanno. Se il padre è un alcolizzato, inutili saranno parole di sobrietà nella vita civile. Se tradisce la moglie, futili i richiami alla fedeltà coniugale. Se la madre appare troppo acerba, aspra e severa, senza senso i suggerimenti per vivere serenamente un amore adolescenziale.
E il mostro dentro cresce. Lentamente, inesorabilmente.
E vorrebbe prendere il controllo sotto quella cravatta da impiegato, spaccare l’ufficio e i tavolini ordinati. Vorrebbe devastare, distruggere la vita di chi s’impone perché baldanzosamente ancorato ad un gradino della scala sociale più in alto di te. E gridare come solo gli animali possono fare. Liberi.
Perché se non c’è stato rispetto per la vita del bambino in età puberale, in fondo un bambino divenuto adulto non potrà mai conoscere il rispetto per gli altri. Schiacciato da genitori troppo o troppo poco ingombranti (gli estremi sono la stessa cosa), conoscerà il disprezzo per la vita, secondo le declinazioni dell’odio ossessivo esteriorizzato o l’interiorizzazione depressiva del dramma.

Bruce Banner non ha mai avuto una vita facile.

“La psicanalisi di Hulk”, 1991 – Storia: Peter David / disegni: Dale Kweon & Bob McLeod

- Ma dove credete di andare? [Padre di Bruce]
- Andiamo via Brian, non sopporto più la tua follia, i tuoi sfoghi su Bruce. È finita. [madre]
- Non è finita finchè non lo dico io! [p.]
- Mi stai facendo male! Brian…! [m.]
- Fermo! Sta’ lontano da lei! Farò il bravo! [Bruce]
- Smettila stai spaventando Bruce…AGKKHHH [m. presa per il collo dal padre]
- Tu, donna! Te lo faccio vedere io cosa vuol dire lasciarmi!... [p.]

Così muore nei ricordi del bambino la madre di Bruce, rievocata durante una seduta di psicanalisi.
Il bambino dirà solo “Le emozioni fanno male”. Nessuna lacrima. Chiuso dentro il mostro.
Poco oltre Bruce dirà del padre, rievocato come mostro demoniaco nella psiche: “Eri tu il mostro, papà! Eri pazzo […] e hai ucciso mia madre e io avevo tanta paura…ti arrabbiasti tanto che io vidi cosa provocano le emozioni e… avevo tanta paura d-di essere come te. Così…nessuna emozione, e io…sarei stato al sicuro…e protetto…un tale imbelle...e tanto cattivo, mi dispiace, mamma…”
A tali rivelazioni che dalla coscienza scuotono l’inconscio profondo, il padre da demone torna umano. Come tutti. Spogliato di ogni potere, detronizzato dal regno della paura.
Un essere come tutti gli altri, carne e sangue, ricordo tra i tanti. E come tutti gli umani inutili, anch’egli può essere assimilato, compreso e finalmente dimenticato, per poter riprendere a vivere. Farsi una ragione del conflitto paterno/edipico è la lotta col drago del mondo moderno.

Il film è tutto questo.
Non prendete il pre-quel di Ang Lee. Non ne vale la pena.
Noti i problemi che Norton/Banner ebbe con il regista, ci si poteva attendere il peggio. Non è stato così. Norton voleva più introspezione. La casa di produzione, conscia dell’ultimo flop “psicologico” (?!) con Hulk, voleva andare sul sicuro con più azione. Stallo, parità e palla al centro.

Questo Hulk non è un capolavoro, ma Edward Norton è perfetto, Tim Roth nella parte di Abominio-Emil Blonsky splendido (anche se gigioneggia sulla falsariga di “Un’altra giovinezza”, già recensito in illo tempore: qui e là stesso tema del ringiovanimento). Forse Betty a.k.a. elfo di “The Lord Of the Rings” (anche questo già recensito eoni fa!)+”Io ballo da sola” nonché “mrs. Aerosmith” Liv Tyler appare troppo ingrassata e superflua. Nel ruolo era di gran lunga migliore e assai più credibile Jennifer Connelly nel precedente Hulk, unica cosa salvabile da quell’atroce lungometraggio (anche si deve ammettere che Eric Bana non era pessimo; gli è andata male con il regista).
Tralascio i riferimenti incrociati, il solito cameo di Stan “Excelsior!” Lee, l’apparizione fugace di Lou Ferrigno (sempre uguale; grosso e muscoloso più del magerrimo ed agile Norton), e nell’ultimo pugno di secondi (non andatevene dal cinema! Non spegnete il dvd!) persino Tony Stark alias “Iron Man” ergo Robert Downey Jr. Stanno mettendo su una squadra governativa.
“The Avengers”.
Iron Man, Hulk, Thor, Captain America, Hawkeye, Scarlet, Nick Fury…chi vivrà vedrà…
Il nuovo corso della Marvel al cinema è cominciato. I vecchi film di supereroi sono morti. Lunga vita al nuovo Re!

Scena da appuntarsi (che vale il biglietto): Hulk e Betty, inseguiti dal padre di lei, il generale Ross (un altro conflitto familiare*) rifugiati in un anfratto roccioso durante un temporale. Scoppia un tuono e Hulk, bestia dell’inconscio animale, grida contro il cielo come una divinità greca sconfitta, un titano bestiale, perdente ed imponente. Lei lo vuole calmare, gli parla (può capire la bestia?), lo lenisce con una carezza, alla fine lo convince a stare accanto a lei. L’inconscio è stato lenito nella grotta, utero materno e simbolo di rinascita eterno, dallo spaeleum mitraico alla grotta del Redentore, dall’uscita dei tauroboliati iniziati dei culti misterici ai sogni che nella notte, eterna come solo l’alba dei tempi e il nostro inconscio possono essere, sogniamo credendo di vivere.

*= Un'altra linea-guida per l’analisi del film può essere il puer-senex, il “giovane-vecchio”, non nel senso (più o meno positivo) alchemico o psicanalitico, ma nell’accezione di un genitore, un padre, che non vuole rinunciare alla vita-giovane ed essere superato (spodestato) dal figlio.
Il generale Ross dà la caccia al ragazzo della figlia (Banner), ed Emil Blonsky, che si sente vecchio e inoperoso, vuole superare Banner per dimostrarsi di essere ancora un uomo. La sostituzione del padre al figlio è dannosa per l’uno e per l’altro, ma in particolare per il più anziano dei due. C’è un tempo ed un luogo per ogni cosa, come ci dicevano le protagoniste di “ Pic-nic ad Hanging Rock” (capolavoro micidiale). Sovvertire i termini del Tempo e della Natura provoca scompensi psichici irrimediabili ed irrecuperabili. Di questi tempi, in cui definirsi “vecchio” o “anziano” è un insulto perché significa essere tagliato fuori dal mondo mass-mediatico di eterne figure da pubblicità, in cui essere “giovani” per sempre è l’unico valore possibile (e via lifting, plastiche facciali, palestre, etc…), in cui la carriera inizia a 40 anni e l’università termina a 30/33 anni, in cui il divorzio dei 50 anni sfascia una famiglia –e la vita dei figli, dimenticati in un cassetto– per ricominciare dietro una ragazzina di 25 anni, sentirsi “esperti” di esperienza, saggi e “vecchi” normali nell’animo è un insulto dei più crudeli.
Comunque, foss’anche solo per motivi anagrafici, il figlio è “un nano sulle spalle dei giganti”. Secondo per tempo cronologico, non formato ed inesperto, è già superiore al padre perché piccolo e futuro adulto, che saprà vedere un metro più in là della generazione precedente.
Quello che questi padri-personaggi da film, spesso personaggi reali, dimenticano è che anche loro sono stati giovani, e che il figlio sarà a sua volta anziano. Rispettare i tempi e capire il proprio ruolo in tempo significa rispettare la propria umanità, quella degli altri e il rispetto per il figlio.
I capelli bianchi sono un segno, le rughe il nostro calendario. Accettiamo i giorni e le stagioni: ci accetteremo meglio. La vita non inizia né tantomeno finisce a 50 anni, è solo un altro cambio di età.

C’è abbastanza da pensarci bene e fermarsi un secondo a riflettere.
Hulk è molto più di un fumetto o di un film.


REGIA: Louis Leterrier
ANNO: 2008
GENERE: Avventura; Fumetti
VOTO: 8-
QUANTO SI E’ SFORZATO TIM ROTH PER FAR RENDERE DIFFERENTE EMIL BLONSKY DA DOMINIC MATEI DI “UN’ALTRA GIOVINEZZA”: 4--
CONSIGLIATO A CHI: vuole cancellare “Hulk” di Ang Lee del 2003 [voto: N. C. oppure 2--]

lunedì 5 novembre 2007

SON OF KONG- IL FIGLIO DI KING KONG


Ora ditemi voi come si fa a prendere sul serio una pellicola con questo nome nata pochi mesi dopo "King Kong" per volere di una Hollywood intenzionata (come al solito) a cavalcare il successo strepitoso del primo episodio!
“Son Of Kong” nasce, proprio come "King Kong", nel 1933 ed è opera, ancora una volta, del regista Ernest Schoedsack che questa volta fa tutto da solo mentre Merian Cooper si dedica alla sola produzione esecutiva.
Se provate a fare un viaggetto su internet a caccia di qualche commento su questa pellicola vi accorgerete subito di esclamazioni del tipo: “Si vede che Cooper era la mente del primo e unico capitolo!” oppure “Tentativo non riuscito di cavalcare il successo di Kong con una pellicola che assume talvolta i toni di una stupida commedia”.
Bene.
Ora prendete tutti quei commenti e buttateli fuori dalla finestra.
Spero ci sia vento da voi che almeno se li porta via lontani.
“Son Of Kong” NON è un brutto film!
Certo è diverso, certo è prodotto essenzialmente per scopi di lucro, certo hanno riutilizzato delle sequenze tagliate del primo (fosse poi un delitto, all’ epoca si faceva molto più che spesso ma ai grandi critici piace farlo notare solo in certi casi), certo è un altro film!
Non è difficile da capire: uno produce “King Kong”, film epico e maestoso con effetti speciali incredibili e scenografie da urlo e poi cosa fa per un seguito?
Oggi sicuramente si cercherebbe di ripetere il successo con altrettanta maestosità e magniloquenza (e anche di più se possibile) cadendo molto probabilmente nella scopiazzatura (brutta) di un classico.
Nel 1933 Schoedsack decise di far tutt’ altro.
Non si inventò incredibili storie su una possibile rinascita di Kong (qualcuno da quanto mi ha detto il grande Filippo ci ha provato trapiantandogli un nuovo cuore) ne ci pensò mai, semplicemente prese la storia originale e la shakerò ben bene per trovare un’ altra via per raccontarla.
“Via della commedia avventurosa che non si prende troppo sul serio” trovò scritto su un cartello all’ incrocio e decise di seguire l’ indicazione.
Il film inizia con Carl Denham (il regista che in “King Kong” ha portato l’ ottava meraviglia del mondo in città) assediato in un hotel da giornalisti e avvocati di ogni tipo che pretendono il risarcimento dei danni causati da Kong alla città e mette subito in chiaro le sue intenzioni alla prima scena: la testa di Carl esce dalla porta della sua stanza per controllare che non ci sia nessuno e un motivetto allegro stile “commedia muta” accompagna le sue occhiate sospettose.
Dopo essere riuscito a sfuggire alle insistenti domande di Hilda (una giornalista) ritroviamo il regista intento a convincere il capitano della nave che lo aveva portato sull’ isola a forma di teschio della necessità di un viaggio intorno al mondo nel tentativo di far calmare le acque a New York.
Il viaggio ricomincia con un nuovo equipaggio (ad eccezione del simpatico cuoco cinese, unico sopravvissuto della missione precedente) ma senza un nuovo obiettivo.
Il primo villaggio a cui approdano i nostri è un paesello sperso ai confini del mondo in cui Denham ritrova il losco individuo (solo nominato nel primo capitolo) che gli aveva fornito la mappa per raggiungere Kong e incontra una graziosa ragazza (Helen) a cui promette di ritornare entro breve tempo.
Helstrom (il losco individuo), inguaiato fino al collo, confessa a un Denham in cerca di soldi l’ esistenza di un tesoro sull’ isola di Kong e lo convince così a ripartire ma il pericolo è nell’ aria: con l’ inganno il nuovo arrivato mette la ciurma contro il suo comandante provocando l’ ammutinamento e l’ allontanamento in una piccola scialuppa dei quattro sfortunati (a Denham e il capitano si aggiungono il cuoco cinese ed Helen che si era nascosta nella stiva per seguire il suo innamorato).
Giustizia è fatta quando l’ equipaggio decide di buttare a mare anche il Giuda, raccolto prontamente dai buoni ammutinati.
La storia prosegue con l’ arrivo dei Nostri sull’ isola, la rabbia degli indigeni nei loro confronti e quindi una nuova ripartenza e un nuovo approdo tra le alte scogliere sull’ altro lato dell’ isola.
Denham, deciso a ritrovare il tesoro, divide il gruppo in due parti tenendo con se solo la bella Helen e si avventura sopra le scogliere dove vede qualcosa di stupefacente: un nuovo Kong in miniatura (SOLO 10 metri) dal pelo bianco intrappolato in una pozza di fango.
Sentendosi in colpa per l’ uccisione di quello che comprende essere il padre del gorillino che ha di fronte Denham decide di aiutarlo ricevendo come ricompensa una dolce occhiata di quello che sembra essere il nuovo re dell’ isola e la sua successiva fuga.
Il viaggio in cerca del tesoro ricomincia e Carl e Helen si trovano davanti ad una sorta di porta scavata nella roccia che comprendono essere il luogo tanto ricercato.
Da questo momento il film si concentra sul figlio di Kong che si piazza davanti ai Nostri e, dopo aver combattuto contro un orso gigante (!!) nel tentativo di ricambiare la sua precedente liberazione dal fango, si fa curare un dito ferito durante la battaglia e li aiuta a sfondare la porta misteriosa.
Il tesoro è finalmente nelle mani di Denham e, dopo una nuova lotta del gorillino contro un minaccioso dinosauro, finalmente i Nostri riescono a ricongiungersi con l’ altro gruppo che nel frattempo si era dovuto rifugiare in un anfratto tra le rocce per sfuggire all’ attacco di un triceratopo.
Tutto sembra andare per il meglio ma l’ isola comincia a dare segni di cedimento e ben presto la sua superficie inizia ad affondare mentre il gruppo raggiunge la barchetta senza Helstrom (che aveva tentato la fuga solitaria ed era finito tra le fauci di un mostro marino).
Mentre ci si chiede che fine farà il ritardatario Denham, i Nostri si allontanano e sull’ultimo pezzetto di roccia rimasto in mare si vede il gorillino bianco tenere in una mano il regista mentre con l’ altra tenta di liberare il piede incastrato.
Il finale senza pietà (mi dispiace ma questa volta mi tocca raccontarvelo perché è il punto più in alto in assoluto dell’ intera pellicola e poi so che pochi purtroppo recupereranno questo film!) mostra la bestia sofferente ancora intrappolata affondare insieme a quello che era stato il regno di suo padre e che aveva fatto suo da poco.
Immagine finale (oltre allo scontato bacio appassionato tra i protagonisti!): la mano pelosa bianca spunta ormai sola dal mare e tiene in alto Denham che viene finalmente recuperato dai compagni, la mano si apre per un ultima volta, quasi in un saluto, dopo di che si chiude a pugno e finisce sott’ acqua.
La domanda che mi sono posto alla conclusione della pellicola (poco più di un’ ora) e che continuo a ripetermi è: perché questo film è stato così sottovalutato, disprezzato (si veda la maggior parte dei voti sui mitici dizionari della critica ufficiale!) e quindi dimenticato?
Certo non si tratta di "King Kong", non ne possiede l’ epicità ne l’ originalità ma siamo sicuri che sia un prodotto così basso come si vuol far credere?
Gli attori ci sono (Robert Armstrong nei panni di Denham fa ancora la sua bella figura così come il nuovo arrivato Marston in quelli di Helstrom), gli effetti speciali ci sono e, anzi, sono superiori a quelli del primo capitolo (la stop- motion di Willis O’ Brien è notevolmente migliorata, il pupazzone nei panni del figlio di Kong possiede una mimica che il padre non si sognava neanche da lontano e l’ interazione tra personaggi reali e non è decisamente superiore a quella del primo capitolo) e soprattutto la storia e la regia ci sono.
Si può essere critici quanto si vuole sulla volontà di trarre il massimo profitto da un fenomeno quale quello di Kong nel ’33 ma Schoedsack non fa affatto un brutto lavoro: evita il tranello dell’ autocelebrazione e si butta in un’ opera che cerca di sfatare il mito di Kong con ironia. Non più un mostro feroce padrone di un’ isola e in grado di distruggere una città in due minuti ma un gorillino bianco (inizialmente doveva chiamarsi Kiko come abbreviazione di KIng KOng ma si decise poi di non utilizzare il nomignolo) che fa tanta tenerezza mentre si ferisce un dito e cerca di ciucciarselo proprio come un bambino.
La regia di Schoedsack si mantiene su un buon livello per tutto il film e ha un picco nella scena finale prima descritta che vuol mettere ancora più in luce la crudeltà dell’ uomo in grado, non solo di rapire un essere dal suo ambiente naturale per portarlo a morte certa, ma addirittura di provocare la totale distruzione di un regno non suo.
Insomma che vi devo dire ancora?
La pellicola è molto difficile da scovare (a occhio direi che in dvd sia introvabile in italiano) ma merita sicuramente di essere recuperata a fronte dei pessimi utilizzi che verranno fatti del nome di King Kong negli anni (il peggiore a naso credo sia quello ricordatomi da Filippo in cui si trapianta un nuovo cuore a Kong ma lo devo ancora vedere!).
Salvate Kiko dal dimenticatoio!
Qui sotto la mitica lotta con l' orsone gigante!
REGIA: Ernest B. Schoedsack
ANNO: 1933
GENERE: Fantastico, avventura
VOTO: 7, 5
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedersi un sequel abbastanza originale e non troppo serioso di "King Kong" .
QUANTO è DOLCE KIKO: 10

sabato 27 ottobre 2007

THE LOST WORLD- IL MONDO PERDUTO


Piccolo esempio di un mondo senza idee.
Nel 1912 Sir Arthur Conan Doyle (provate a dirmi che non avete mai letto una storia di Sherlock Holmes e giuro che vengo a casa vostra seduta stante a ridervi in faccia per la battuta!) scrive “The Lost World”, breve romanzo di fanta- avventura sulla scia del grandioso Verne, che racconta la storia di una spedizione su un altopiano sperduto dell’ Amazzonia in cui incredibilmente sopravvivono dei dinosauri.
Nel 1925 tale Harry Hoyt (non mi pervengono altre opere famose a suo nome) decide che è ora di trasformare in immagini tutto quello che migliaia di lettori avevano immaginato per anni: un altopiano da favola sperduto in una foresta intricatissima e una spedizione di personaggi bizzarri impegnati nella ricerca di qualcosa a cui nessuno crede: i dinosauri.
Già. E come si fa a mettere sullo schermo un dinosauro nel 1925 quando a malapena c’ era la pellicola che girava e non esisteva neanche il sonoro?
Forse Hoyt pensò anche di andare a farsi un giro in Amazzonia alla ricerca delle creature descritte da Doyle per semplificarsi un po’ la vita ma alla fine si optò per Willis O’ Brien e una serie di modellini da spostare centinaia di volte per registrare un minuto di pellicola.
Willis O’ Brien sperimenta qui per la prima volta in assoluto in un lungometraggio quella stop-motion che darà vita nel 1933 alla più famosa delle sue creature: King Kong.
Il risultato di tanta fatica è quello che si può definire il più classico dei prodotti Holliwoodiani: un opera grandiosa in ogni suo elemento.
Nella scenografia innanzitutto (la prima immagine dell’ altopiano visto dal basso dagli esploratori è davvero meravigliosa e la foresta risulta ben fatta), nell’ impegno di O’ Brien per rendere realistico qualcosa che fino ad allora era stato solo immaginato e in definitiva nel gran dispiego di mezzi che solo Hollywood può permettersi.
Anche se alcuni difetti come la troppa “teatralità” della foresta (in alcune scene lo sfondo teatrale è fin troppo visibile!) e un t-rex che mangia con le mani (questa non ve la so spiegare!) non mancano la pellicola si mostra come un’ ottima opera d’ intrattenimento (assolutamente nulla di più!) che certo oggi non stupisce più di tanto ma che allora deve aver meravigliato non poche persone (il successo fu talmente grande da prevederne subito una versione sonorizzata mai realizzata) prima dell’ arrivo di King Kong.
Lo scimmione.
Oltre al curatore degli effetti speciali che cosa mai avrà a che fare con questa pellicola?
Forse la trama?
Certo quella di King Kong non era una spedizione di ricerca, certo i dinosauri non rapiscono nessuna Fay Wray ma andiamo un po’ più avanti.. ve lo ricordate lo scontro del gorillone con il t-rex? Qui ci sono cinque o sei di quegli scontri tra dinosauri che tanto dovevano piacere a O’ Brien.
Solo?
No. Non solo.
Il fatto è che ad un certo punto i Nostri riescono a scendere dall’ altopiano dopo mille disavventure e si ritrovano un brontosauro ferito intrappolato nel fango; a questo punto il professore capo della spedizione dice una cosa tipo: “Se lo portassimo in città certo diventerebbe uno spettacolo per cui tutti pagherebbero!”
Certo!
Peccato che anche Carl Denham (il regista protagonista di "King Kong") avrà la stessa idea 8 anni dopo e casualmente anche il suo scimmione, come il dinosauro, sfuggirà al controllo umano seminando terrore e distruzione nell’ intera città fino alla scalata dell’ Empire State Building e alla sua fine che il dinosauro, impossibilitato a scalare per evidenti limiti fisici, preferirà attuare crollando nel mezzo del Tower Bridge.
E ora non vi viene in mente qualcosa?
Non vi viene in mente il romanzo di Michael Crichton “Jurassic Park” del 1990 in cui l’ autore semplicemente aggiornerà la storia di Doyle ai giorni nostri (dna, dinosauro creato dall’ uomo, luogo per la sua evoluzione scelto dall’ uomo…)?
Non vi viene in mente la trasposizione di Spielberg per lo schermo del 1993?
Non vi viene in mente che “Il Mondo perduto” di Spielberg (pessimo rispetto al primo) non sia altro che la riproposizione in grande della seconda parte della storia originale?
E provate a guardare un qualsiasi dizionario di cinema: esisterà per caso un remake de “Il mondo perduto”? Guardalo li! È datato 1960!
E poi scusate… ma “Alla ricerca della Valle incantata” non era un po’ la stessa storia ma con dei dinosaurini protagonisti?
Oh si.
Quante idee!
Mi raccomando quando ne trovate una originale fatemi uno squillo!
Di seguito il trailer (bellissimo!) e il film originale versione da 70 minuti in streaming qui gratuitamente!
Vi aggiungo anche una chicca che mi è stata segnalata da Filippo (potete raggiungerlo grazie al faccione di Frankenstein in alto!), si tratta di "R.F.D. 100000 B.C." primo cortometraggio interamente realizzato in stopmotion dal grande Willis O' Brien, purtroppo le immagini sono molto rovinate ma la mia simpatia per quel dinosaurino trasporta carrozza e per l' omino che si spacca in due è già grande!
Grazie Filippo!
REGIA: Harry Hoyt
ANNO: 1925
GENERE: Avventura, Fantasy
VOTO: 7, 5
CONSIGLIATO A CHI: riesce a sopportare un film in bianco e nero muto del ’25 di 50 minuti (ne esiste una versione da 90 minuti ma io non l’ ho trovata!) con effetti che oggi, purtroppo, paiono troppo antiquati.
QUANTO è STATO SFRUTTATO IL ROMANZO DI DOYLE: 10

sabato 15 settembre 2007

LE GRAND BLEU


Oggi ho visto un film per caso.
Alla ricerca di documentari sul mare e le immersioni subacquee per cercare di capirci qualcosa di più insieme alla mia ragazza di quell’ immenso e meraviglioso altro mondo che è l’ oceano, mi sono imbattuto in questo “Le Grand Bleu”, opera terza di quell’ americanaccio francese che è Luc Besson.
Giovane appassionato dal mare a tal punto da voler diventare biologo marino Luc Besson dovette abbandonare il suo sogno a causa di un tragico incidente che lo costrinse a dirigersi verso altri orizzonti quale quello cinematografico, che decise di intraprendere intorno ai 20 anni trasferendosi in America per studiare al meglio le più avanzate tecniche di ripresa per poi far ritorno in Francia al momento del suo debutto.
Regista criticato dai più proprio per quel suo vizietto di voler fare cinema all’ “Americana” in un’ Europa dedita per lo più a film d’ autore, di Luc Besson in Italia si conoscono per lo più le tre grandi pellicole girate tra il 1990 e il 1997: “Nikita”, “Leon” e “Il quinto elemento”.
Appunto, in Italia.
Se si vuole dare uno sguardo al di fuori dei nostri ristretti confini (che non fa mai male) si scoprirà così che nel 1988 Luc Besson, dopo due film di culto in Francia come “Le dernier Combat” e “Subway”, presentò al festival di Cannes un certo “Le Grand Bleu”, il quale finalmente acquisì tutte la classiche caratteristiche di un film a la Besson: grandi immagini, grandi attori, grandi budget (per l’ Europa si intende) e soprattutto giudizi negativi dalla critica specializzata (mi fa sempre un po’ ribrezzo questa parola..) e grande successo tra i comuni mortali (che sono quelli che non hanno l’ adesivo con scritto “critica cinematografica” sulla fronte) e tra i giovani.
Attenzione: 1988.
Dopo aver effettuato il doppiaggio e ormai pronto all’ uscita nelle sale italiane “Le grand Bleu” viene bloccato dal signor Enzo Maiorca, “semplicemente” uno dei più grandi apneisti al mondo, capace di battere record su record negli anni ’60, che si ritiene offeso per la rappresentazione che Jean Reno da di lui (anche se nella pellicola si chiama Enzo Molinari) all’ interno della pellicola.
Stop!
Quale rappresentazione? Di chi? Ma di cosa parla questa pellicola? Perché? Come? Dove? Quando? In che modo? L’ assassino è il maggiordomo?
Andiamo con ordine.
La pellicola può essere divisa facilmente in tre parti.
La prima racconta la storia dei giovanissimi Enzo Molinari e Jacques Mayol, due amici-rivali amanti del mare e dediti alle nuotate in apnea fin da piccoli, nella loro minuscola e splendida isola greca e si conclude con la tragica morte del padre di Jacques per un fatale incidente occorsogli proprio in mare, durante una rischiosa pesca subacquea con attrezzature a dir poco cadenti.
Questo primo frammento è girato interamente sul blu: il mare, le persone, i paesaggi non presentano alcun colore che non sia un blu leggermente sfocato che ci fa comprendere fin dai primi minuti l’ amore di Besson per l’ oceano: così come Luc dovette abbandonare la patria per dimenticare il dolore di un sogno infranto, così anche Jacques decide di abbandonare l’ isola (anche se quando a noi spettatori non è dato saperlo).
La seconda parte ci presenta i nostri due protagonisti ormai divenuti adulti: l’ italianissimo Enzo, con quel fare da “ci penso io, non c’ è problema, il mio mestiere è arrangiarmi! ” che gli americani (e anche qui si vede la formazione cinematografica di Besson) sono soliti appiccicare al classico italo americano un po’ sbruffone (ed è questo il motivo della rabbia di Maiorca) e il freddo e distaccato francese Jacques che si diletta in immersioni da professionista al di sotto dei ghiacciai sulle Ande.
Se la storia di Enzo è raccontata in modo sgargiante, colorato, musicale e un po’ esagerato, quella di Jacques è totalmente l’ opposto: la neve e il ghiaccio delle Ande con i loro colori asettici rappresentano la freddezza di un ragazzo ormai diventato adulto che non ha perso il suo spirito bonario ma che sembra perso in un mondo suo, fatto di acqua, acqua e ancora acqua e a cui manca qualcosa che cerca in tutti i modi di recuperare nel contatto con essa.
La terza parte, infine, riguarda l’ eterno rapporto di competizione e amore che si instaura tra i due dopo l’ invito di Enzo a Jacques a partecipare ai campionati mondiali di apnea, dopo anni di distacco, e il conclusivo ritorno all’ isola greca per dimostrare ancora una volta al giovane rivale la propria superiorità e contemporaneamente il proprio amore nei confronti di un ragazzo che sente come suo indiscusso successore a cui insegnare ancora molto. Allo stesso tempo in questa ultima parte ci viene mostrato il modo completamente differente in cui i due campioni si preparano ad affrontare l’ elemento acquatico: Molinari sfida l’ acqua per dimostrare la sua forza, Mayol entra invece in simbiosi con essa, fino al suo totale smarrimento (che altro non è, detto in parole povere, che una semplice narcosi da azoto che può capitare ai subacquei in acque profonde e risulta molto simile ad una forte sbornia).
In questo terzo frammento rientra in gioco il parallelismo con la vita di Besson che, dopo aver studiato all’ estero, rientra in patria per la vera sfida con quello che sente come il suo vero elemento.
Ora c’ è un problema.
Se concludessi qui la mia recensione, come molti hanno fatto, potrei benissimo mettere un bel 9 a questa pellicola, per un’ ottima realizzazione tecnica e una regia capace di trasmettere con pochi elementi (i colori, i paesaggi, le inquadrature) una vita intera dedicata al mare.
Ma sinceramente non me la sento.
Prima di tutto vorrei far notare come tutto sia completamente irreale: certo non pretendo di vedere in un film di Luc Besson qualcosa che non sia semplicemente esagerato ma arrivare al punto in cui uno in apnea va a salvare un subacqueo con le bombole dentro una nave stando sotto per secoli e un altro si immerge a chissà quanti gradi sottozero sotto un ghiacciaio sulle Ande con una muta che va bene appena appena per la Liguria a settembre… beh questo mi sembra persino TROPPO esagerato.
Come secondo punto mi verrebbe da dire che quella espressione da pesce lesso che Jean Marc Barr nei panni di Jacques Mayol si porta a spasso per tutta la durata della pellicola è a dir poco snervante e fuori luogo ma i francesi (e non solo loro) lo adorano quindi molto probabilmente sono io che non capisco.
Terza e ultima critica: in un film che racconta la storia di due dei più grandi apneisti al mondo (Jacques Mayol fu uno dei più grandi rivali di Enzo Maiorca anche nella realtà) perché mai inserire una storia d' amore terribilmente melensa tra Barr e l' odiosa Arquette che centra poco o nulla con tutto il resto? Certo, Luc Besson ci vuole far vedere come nel cuore di Mayol non ci sia posto nemmeno per l' amore, come egli appartenga in toto all' acqua, ma c' era davvero bisogno di vedere la solita giornalista Newyorkese che si innamora del classico solitario misterioso? A mio parere no anche se rimango dubbioso sul fatto che questa donna sia un personaggio completamente irreale, piuttosto che un altro elemento fondamentale nella ricostruzione della vita del regista.
Insomma nonostante “Le grand Bleu” non possa non essere definito come un grande film per tutto l’ apparato di simboli e significati che si porta dietro, nonostante quella comicità burbera che Jean Reno trasporta in ogni suo personaggio che mi fa personalmente impazzire, nonostante Sergio Castelletto sia eccezionale nel ruolo di uno spassoso giudice di gara, nonostante una scena finale di Jacques solo sul suo letto a dir poco da brividi che ci fa capire come l' acqua sia la vera protagonista di questo film, nonostante tutto ciò il voto rimane relativamente basso quasi a confermare la mia idea di pellicola nata come sfogo personale per Besson e molto probabilmente contenente riferimenti ai suoi sogni e alle sue speranze che io (e noi tutti credo) non riesco neanche a immaginare.
2002.
La pellicola esce finalmente in Italia, dopo 14 anni di attesa infinita, dopo la morte del vero Jacques Mayol nel 2001 suicidatosi per depressione e il consenso di Besson a tagliare alcune scene sotto richiesta di Maiorca le quali vengono incluse, insieme ad altre, in una versione estesa della pellicola: un Jean Reno stranamente giovane e con una muta spassosa con i colori della bandiera italiana attende l’ appassionato di cinema italiano davanti alla tv, no Jean Reno non è ringiovanito, semplicemente la distribuzione italiana ha fatto pena ancora una volta.
E no: l’ assassino non è il maggiordomo.
A voi il Trailer!
REGIA: Luc Besson
ANNO: 1988
GENERE: Avventura, drammatico
VOTO: 7
QUANTO è ODIOSA ROSANNA ARQUETTE NEI PANNI DELLA FIDANZATA DI BARR: 8
CONSIGLIATO A CHI: vuole sbizzarrirsi in interpretazioni di colori, immagini, paesaggi, scene, espressioni e chi più ne ha più ne metta (Leo….).