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domenica 29 agosto 2010

LAW ABIDING CITIZEN- GIUSTIZIA PRIVATA



Ci sono film peggiori dei film semplicemente brutti.
Solitamente metto in questa prestigiosa categoria quelle cose immonde chiamate film inutili: pago il biglietto, entro in sala, lo vedo, dico "carino...", mi siedo a prendere una Coca Cola, ricordo cosa diceva la Pimpa nel libretto che leggevo a 5 anni ma non cosa succedeva 10 minuti prima sullo schermo.
Alzheimer? Potrebbe anche essere.
Eppure esiste qualcosa che sta ancora più in basso dell'inutile.
Sono i film con il finale buttato nel cesso.
Ho un idea buona per un lungometraggio,cerco un produttore senza trovarlo (e qualche dubbio dovrebbe venirmi data la quantità di porcate prodotte in America), cerco un regista e un cast ma mentre finisco di scrivere la sceneggiatura vengo colto da diarrea fulminante, per cui scrivo il finale da 10 pagine in tre righe fitte fitte su un pezzo di carta igienica.
Praticamente: ci sono Jamie Foxx con la sua attaccatura disegnata col righello e le squadrette e Gerard Butler che fa, al solito, lo Stallone de noartri con gli occhioni lucidi o duri a seconda della necessità e un po' di bocca storta- sogghigno- sorriso che non fa mai male.
A Gerardo Buttero uccidono la moglie e la bimba e lui non la prende tanto bene perchè la giustizia fa schifo e la Volpe che fa l'avvocato permette il patteggiamento a uno dei due assassini.
Tale Kurt Wimmer (sceneggiatore e regista di capolavori quali Equilibrium e Ultraviolet) sembra un genio della scopiazzatura senza citazione di fonti, così mette giù l'ennesima storia di vendetta  personale vista e stravista che neanche le pubblicità della Findus.
Ma Kurt per un'ora e mezza sa farsi voler bene, non risparmia nessuno e anzi sembra provare un certo sadismo e far morire gente che effettivamente non centra un cazzo nella faccenda e magari sa anche recitare a differenza di moglie e figlia di Foxx, reduci da "L'albero azzurro, posto felice, l'albero azzurro posto di amici".
Poi il dramma.
Lo sceneggiatore-  produttore (che se ci fosse stato un vero produttore qualche calcio nel culo glielo avrebbe dato almeno) viene attaccato dal misterioso virus intestinale.
"Succederà qualcosa di biblico", è l'ultima frase nella sceneggiatura scritta da un uomo ancora sano di mente.
E tu ti aspetti qualcosa di veramente mai visto, qualcosa di eccezionale.
Certo, alcuni segnali c'erano già: il sindaco si comporta come un demente mettendo il coprifuoco all'intera città perchè sono morti sei avvocati e la famiglia di Ray Charles pare quella del mulino Bianco ma per il resto tutto scorre quasi alla perfezione.
Ultimi 10 minuti: per gli ultimi 600 secondi il buon Kurt mette su carta qualcosa che osceno è dir poco.
Vorrei poter scrivere cosa succede ma per quel poco buon gusto che mi è rimasto non lo farò.
Confido che chi, come me, ha visto tutto ciò per davvero su uno schermo del cinema lo dimentichi al più presto e lo sostituisca con il finale che tutti, e dico veramente tutti, avrebbero voluto.
Quindi voi, che ancora non avete visto tale scempio fate una cosa.
Andate a vedere "giustizia privata" e all'ora e 35 uscite dalla sala e immaginatevi il vostro finale perfetto: state tranquilli non sarà sicuramente quello scarabocchiato sulla carta igienica da Kurt Wimmer.
Lui e il suo violoncello.
Io un idea per dove metterglielo in una scena dopo i titoli di coda ce l'ho.
Che anch'io voglio la mia giustizia privata.

REGIA: F. Gary Gray
GENERE: triller
ANNO: 2010
VOTO: 4

sabato 1 marzo 2008

NO COUNTRY FOR OLD MEN- NON è UN PAESE PER VECCHI

AVVISO:CON QUESTA MIA DOPPIA RECENSIONE SU UN SOLO FILM ANNUNCIO CHE SONO UNO SQUILIBRATO MENTALE DIFFICILMENTE CAPACE DI INTENDERE E DI VOLERE.
ORA SE VOLETE CONTINUARE A SEGUIRMI SONO CAVOLI VOSTRI.
PER LA CRONACA PRIMA TROVATE LA RECENSIONE A CALDO DOPO UNA PRIMA VISIONE E SUCCESSIVAMENTE QUELLA SCRITTA MENO DI 24 ORE DOPO, IN SEGUITO A UNA SECONDA VISIONE (E RINGRAZIO LA PERSONA CHE HA VOLUTO QUESTA SECONDA VISIONE E A CUI HO RUBATO SIMPATICAMENTE QUALCHE IDEUZZA).
SCEGLIETE VOI QUELLA CHE PIù VI AGGRADA, SONO LEGGIBILI SEPARATAMENTE.


A volte basta la persona giusta al momento giusto, un discorso, una parola... e tu sei di nuovo li chinato sulla tastiera a ore improbabili della notte a scrivere.
Magari male, magari senza troppe idee.
Ma almeno le dita vanno ancora, quella è già un gran cosa.



8000 premi oscar.
Il film migliore dell’ anno.
Il grande ritorno dei Coen.
Il massimo dei massimi.
Il non plus ultra del cinema del mondo del sistema solare dell’universo.
O più semplicemente “No country for old men”.
Ora io non so nemmeno da dove iniziare.
Partirei dalla fine.
Dal momento in cui appaiono i primi titoli di coda e tu sei li sulla poltroncina…le luci si accendono e tu dici “Ma io veramente… no guarda che ci deve esser ancora un pezzo, avete dimenticato il finale!”
Ma le persone cominciano ad alzarsi, i seggiolini scattano e tu non riesci a dire niente, senti il pubblico ammutolito e non puoi far altro che tappar la bocca anche tu.
Anzi, fai anche a meno di tappartela.
Perchè sinceramente non esce niente.
Esci dal cinema e senti un coro di: “Ma che cazzo era?”
Già, che cavolo ho visto?


Un parruccone che se ne va in giro a zonzo per il deserto a uccidere gente con un pistolotto ad aria compressa e una faccia tra il marmoreo e il tonto?
Un Josh Brolin baffuto e muscoloso che si prende delle pallottole e robe varie ovunque e continua a correre e trascinarsi comunque come un dannato?
Una ruga vivente con le orecchie enormi che cammina imperterrito alla ricerca del parruccone?
Un saggio di regia dei fratelli Coen che all’ inizio fan vedere come si gira e dopo metà film son capaci di farti esclamare “Bello bello, però basta! Quante volte volete farci vedere ancora il riflesso della pistola sullo spioncino della porta riflessa al buio che la luce poi entra ma guarda come abbiam messo la luce che mica tutti son capaci e poi il rugone è il rugone!”?
Esci dal cinema e ti suggeriscono gentilmente di pensarci ancora un attimo per il giusto parere.
Sali in macchina e dopo 30 secondi di silenzio senti di nuovo un duetto di voci che fa: “Ma baaastaaa!”
Ci pensi, ci ripensi, ti fai aiutare a pensare e non riesci a giungere a una conclusione: un film sulla perdita della speranza in America, un Paese che ormai non è più per i vecchi cavalieri del West (ma nemmeno per i giovani prestatori di camicie) impersonati da quel rugone di Tommy Lee Jones.
È l’unica che viene in mente.
Ci bevi una birra su e provi a riformulare i pensieri ma l’ impressione rimane quella, cosa abbiam visto?
Non abbiam le competenze per giudicarlo?
Non riusciam ad arrivare più in là del nostro naso?
Siamo degli imbecilli?
Perché alla fine l’ impressione è quella.
Vedi un film così acclamato e ti aspetti fuoco e fiamme e scoppi e scintille e il cuore che si infiamma e chissà che altro.
E ti ritrovi con un cubetto di ghiaccio in mano.
Bello, perfetto, ammirevole, eppur rimane un cubetto di ghiaccio.
Con i suoi dialoghi cartoon- teatrali, i suoi personaggi da western classico trasportato di peso nel 2000 (anche se la vicenda è ambientata nel 1980 è ovvio che l ‘impronta di questi anni 2000 è fortissima nella violenza sovraesposta e nella caratterizzazione di Bardem) e le sue meravigliose scenografie rese ancor più suggestive da una fotografia perfetta, “Non è un paese per vecchi” rimane un bel pezzettino di ghiaccio.
Lo ammiri, lo rigiri nella mano, lo vedi pian piano sciogliersi e ti rendi conto che c’è un cuore in mezzo.
Ma è talmente piccolo in quella marea di “Ti faccio vedere io come si gira un film da Oscar” che sembra quasi non battere.
E ricominci a vedere “Il miglior film dell’ anno” su ogni cartellone.
Ti chiedi che effetto avrebbe fatto senza quell’ enorme scritta e non sai rispondere neanche a quello.
Ti rendi conto in realtà di non capirci un cazzo di cinema.
Questo è il miglior film dell’ anno?
Del 2008 forse, non avendo ancora visto “Sweeney Todd” e “Il petroliere”, ma del 2007 no!
“Io non ci sto” disse una volta Scalfaro.
Io mi associo.
REGIA: Joel e Ethan Coen
ANNO: 2008
GENERE:Western, Thriller
VOTO: 6,5
QUANTO FA RIDERE IL PARRUCCONE LA PRIMA VOLTA CHE LO VEDI: 10
CONSIGLIATO A CHI:sinceramente non saprei, certo ai fan dei fratelli Coen e a qualcuno che non parta con l'idea di vedere il miglior film dell' anno, sicuramente gli farà un altro effetto.

SECONDA VISIONE


Si può vedere un film per due volte nel giro di 24 ore perché senti e ti senti dire che in realtà non hai capito nulla.
Si può pensare di cercare a tutti i costi quel guizzo, quel genio che tutti hanno visto in una pellicola che tu alla prima visione ti sei perso tra pettinature ridicole e rughe senza fine?
Si può far qualcosa per farsi piacere un film che di primo acchito non è riuscito a colpire come doveva?
Farsi piacere.
Che brutta espressione.
Odio farmi piacere le cose.
Non sono il tipo.
Se un qualcosa mi piace bene altrimenti non sto li per secoli a rimuginare su quello che in realtà mi son perso.
Eppure questa volta il tutto non ha funzionato.
Tutte quei “Miglior film dell’ anno” e voci esterne molto convincenti mi hanno convinto che avevo bisogno della benedetta seconda visione.
Un po’ spaventato da quel che poteva venirne fuori (capita rarissimamente che un film alla seconda mi piaccia come la prima volta) mi sono riavvicinato a “No country for old men”, in lingua originale eccezionalmente, tanto per non perdermi proprio nulla.
A questo punto dovrei dire: “Scusatemi, son stato un coglione, non capivo niente quando ho scritto la recensione qui sopra, non ero in me, il diavolo mi possedeva, il fantasma Formaggino mi spaventava…”
Niente di tutto questo.
O meglio.
Non sento di dovermi inginocchiare sulle spine per quel che ho detto.
Certo son stato un po’ sgarbato verso Bardem e il rugone eppure…eppure non sono riuscito a gridare al miracolo.
Non ho visto la Madonnina piangere o cose simili, solo un buon film ammantato da un aura di capolavoro dell’ anno che ancora non riesco a mandar giu.
So che sembro insistente su questo punto eppure sono convinto che vederlo senza tutte quelle aspettative sarebbe stato diverso, tremendamente diverso.
Non posso non ammettere ad una seconda visione la bravura di Bardem e di Tommy Lee Jones (anche se devo ammettere che Tommy più che recitare bene viene scelto (o sceglie) i ruoli adatti alla sua faccia scolpita dalle rughe) che si apprezzano ancor di più in lingua originale e non riesco nemmeno a dimenticare il buon Josh Brolin che in certi momenti (quello in cui sta per attraversare la frontiera) sembra davvero calare con ogni singolo pigmento nel personaggio.
Non starò a criticare la regia dei Coen che, come già detto, fa di tutto per farsi notare anche se alla lunga sembra diventare un mero esercizio di stile accompagnata da quella fotografia così perfetta e lucente che sembra di vedere un film ammantato d’ oro.
Viene poi la sceneggiatura: e qui ancora non riesco a decidermi.
Cosa c’è che non mi convince appieno in tutto questo conclamato ben di Dio?
Sono i personaggi? No.
Sono le vicende che li toccano? No.
È il modo in cui si muovono sullo schermo? Direi che ci siamo.
I Coen avvolgono un cuore pulsante in un telone di plastica fatto di personaggi da fumetto (molto Tarantiniani in un certo senso) e ce lo mettono in mostra senza mai aprire troppo il telo.
Tommy Lee Jones prova ogni tanto a farci dare una sbirciata attraverso i suoi racconti eppure senti che i Coen sono contrari.
Non vogliono mostrare il cuore pulsante.
Vogliono farci vedere il telo di plastica che Tarantino ormai non si preoccupa neanche di riempire e dirci: “Guardate: qui, una volta, c’era l’ America”.
L’America del western.
Quella fatta di sceriffi solitari e silenziosi, di criminali incalliti e personaggi ambigui e furbi come il buon Josh Brolin.
L’America che oggi, già nel 1980, non è più un Paese per vecchi.
Non è più il luogo dei racconti mitici dello sceriffo e nemmeno quello di un immortale eroe tuttofare come Josh Brolin.
È il Paese del ragazzo che si fa pagare per una camicia utile a salvare un criminale.
È il Paese in cui all’ improvviso ti ritrovi senza sedia sotto il culo e caschi goffamente cercando di capire che diavolo sia successo.
Cos’è quel finale?
Dove va Bardem?
Cosa farà?
I Coen han già tolto la sedia e nessuno se ne è accorto.
VOTO: 7++

mercoledì 13 febbraio 2008

ORIGINAL AND REMAKE_ PSYCHO- PSYCO

Era pronta da tempo ed è stata fortemente voluta da quello stroncatore pazzo di Mario (almeno in questa modalità doppia).
Signore e signori la recensione di Psycho!




Inutile.
Inutile, pretenzioso, falso e senza senso di esistere.
A volte mi chiedo come possa venire anche solo in mente ad una persona di girare certe pellicole.
Di mettersi li a buttare dei soldi in allegria nel cesso come se fossero foglietti con scritto sopra delle cifre insignificanti.
Ma soprattutto.
Perché buttare via del tempo che non tornerà più nella vita?
E perché far perdere due ore a milioni di spettatori che potevano prendere una sana boccata d’ aria in quel tempo ormai andato perso?
Mi riferisco al remake di Van Sant ovviamente.
Il remake di Psyco di Alfred Hitchcock.
Uno dei capolavori del grande maestro che meriterebbe pagine e pagine di analisi filmica e sociologica reinterpretato da uno dei più apprezzati cineasti degli anni 90 (mi riferisco all’ opinione comune e non alla mia che è ancora molto indecisa sulla questione).
Reinterpretato.
Che parolone.
Diciamo pure copiato con la carta carbone.
Diciamo pure fotocopiato a colori con qualche errore di stampa qua e là.
La domanda che mi sono posto subito dopo aver visto l’ originale Psyco è stata: “Perché girare un remake di una pellicola così tremendamente moderna?”
Non c’ è una risposta a una domanda del genere.
O perlomeno io non l’ ho trovata.
Il gioco di Hitchcock con lo spettatore, quello fatto di personaggi inesistenti, di giochi di camera, di piccoli particolari da interpretare, di doppiatori diversi per uno stesso personaggio nella distruzione di una delle regole base della cinematografia classica (Norman Bates nei panni della madre non è doppiato dallo stesso Anthony Perkins) diventa nelle mani di Van Sant segatura al vento.
Diventa una sterile copia fatta di dialoghi, inquadrature, personaggi e ambientazioni il più possibile identici all’ originale.
E così mentre Hitchcock si diverte a prendere in giro lo spettatore, mentre lo fa girare da una parte per rubargli il portafoglio dall’ altra, mentre gli fa morire il protagonista a metà pellicola lasciandolo senza un punto di riferimento fisso, Van Sant con fare serioso tenta di fare l’ Hitchcock in modo maldestro.
Tenta di distrarre lo spettatore e non fa altro che annoiarlo, tenta di mettere in scena un nuovo Anthony Perkins e si trova con un Vince Vaughn rigido come un tronco, tenta di fare il giocoliere e gli cadono tutte le palline dalle mani.
E Hitchcock se la ride.
Mentre mescola la società moderna al gotico ottocentesco (la casa di Norman) e mette in scena come se nulla fosse uno dei grandi mali nascosti dell’ America moderna (i tranquillanti- psicofarmaci che la collega di Marion prende in ufficio) si diverte a vedere come Van Sant annaspi sulle sue orme cadendo con la faccia nel fango per un passo troppo lungo della gamba.
Che Van Sant non sia Hitchcock lo si capisce fin dal nome, ma che Van Sant abbia in comune con il maestro una sola lettera nel cognome lo si capisce solo guardando attentamente.
Lo Psycho del 1998 è privo di ispirazione e di inventiva come molti remake ma quel che spaventa è la mancanza di personalità: basta un Norman Bates che si masturba a far capire che si tratta di un film di Gus Van Sant?
Basta omaggiare un grande maestro del cinema per essere accostati a lui?
Basta ripetere ogni sua inquadratura, gesto (c’ è perfino uno che assomiglia a Hitchcock sul marciapiede fuori dall’ ufficio) e mania per far dire allo spettatore: “Guarda com’è diligente questo alunno di Alfred!”
No.
Non basta.
È anzi offensivo credere che tutto ciò sia un omaggio a una pellicola che non aveva bisogno di nessun omaggio, di nessun rifacimento perché è ancora troppo nuova e splendente così com’è.
Nel suo bianco e nero inquietante, nel suo Anthony Perkins eccezionale, nella sua bellissima Janet Leigh ma soprattutto nella sua regia.
I colori, Viggo Mortensen (straordinariamente simile l’ abbigliamento che usa qui e in “A history of violence”), Anne Heche (sensuale più o meno come un muro di cartongesso) e Van Sant non possono far nulla per omaggiare Hitchcock.
Anzi si.
Una cosa la potevano fare tutti insieme.
Sedersi su un divano e rivedersi ancora una volta l’ originale.
Per prostrarsi ai piedi del televisore di fronte a tanta arguzia.
Per evitare di rovinare un bel ricordo a tanti spettatori e schifarne altrettanti che non hanno visto l’ originale.
Per non perdere tempo prezioso nella propria effimera vita.
Il film più brutto che io abbia mai visto?
No, assolutamente.
Ma quello più inutile senza dubbio.

PSYCHO- PSYCO
REGIA: Alfred Hitchcock
ANNO: 1960
VOTO: 10

PSYCHO
REGIA: Gus Van Sant
ANNO: 1998
VOTO: 3,5

GENERE: Thriller
QUANTO CONTRIBUISCE LA SPLENDIDA COLONNA SONORA DI BERNARD HERRMANN AL RISULTATO FINALE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Nel caso di Hitchcock a tutti, nel caso di Van Sant vuole vedere un remake uguale e più brutto dell’ originale (tanto per cambiare!)

venerdì 8 febbraio 2008

DEXTER- STAGIONE 1

DEXTER 1 STAGIONE
Eccola la prima serie che recensisco sul blog.
L’ avevo promesso all’ inizio di questa avventura che avrei recensito anche le serie tv e avevo bene in mente quale sarebbe dovuta essere la prima.
Poi il fulmine a ciel sereno
Dexter.
Ringrazio GianMario di Xinematica che è stato il primo da cui ho letto di questo fenomenale serial!



Maschere.
Alla fine si tratta solo di quello.
Ricordo quando bambino andavo al carnevale del paese e mi mascheravo da Sbirulino e poi da Zorro..infine pirata.
Maschere diverse, ma io ero sempre lo stesso sotto.
E ricordo di quella mia amica un po’ maschiaccio che si vestiva sempre da principessina a Carnevale ma si comportava comunque da maschiaccio malmenando tutti gli altri piccoli maschietti indifesi.
Maschere che si mettono in viso credendo che nessuno riesca a riconoscerti.
Credendo che quella maschera basti a farti cambiare agli occhi di tutti.
È questo che fa Dexter.
Si maschera.
Solo che lui il Carnevale lo festeggia tutti i giorni dell’ anno.
Lui vive mascherato da persona normale ogni giorno dell’ anno, anzi, vive mascherato da ottimo poliziotto della scientifica.
Lo dico senza fronzoli: “Dexter” è la serie meglio riuscita che io abbia visto in questi ultimi 10 anni.
Facciamo 7.
Facciamo dall’ uscita di “Csi” .
Perché da quel che ricordo io è stata quella serie a rivoluzionare un po’ tutto.
Soprattutto in ambito televisivo poliziesco investigativo.
Ma certo anche prima c’ erano i vari commissari Scali, la squadra speciale cobra 11, Miami Vice, il commissario Colombo e la signora porta sfiga in giallo.
Ma non c’ era nessuno come gli agenti di della scientifica di Las Vegas: precisi, perfetti, puliti, sicuri, infallibili ma non troppo, con problemi personali e minuziosi fino alla nausea.
Provate a guardare una serie poliziesca o investigativa nata dopo “Csi”.
Provateci e ditemi se ne trovate una che non si basa su quella pulizia di immagini e di azione che è Csi.
Certo c’è “The shield”: la serie violentissima e sporchissima con protagonista Michael “La cosa commissario Scali” Chiklis ma non vi sembra che alla fine anche quella si basi sulla serie con Grissom protagonista?
“The Shield” non è forse “Csi” rovesciato come un calzino?
“Dexter” nasce anch’ essa sull’ onda di “Csi” .
Si tratta di una serie investigativa con protagonista un uomo della scientifica che si occupa minuziosamente delle tracce lasciate dai killer con il sangue: “cosa c’ è di più simile a “Csi” di questo?” mi chiesi durante i primi 5 minuti della prima puntata.
Niente e tutto.
Perché Dexter è altro.
Dexter è Grissom che indossa la maschera e va di notte a uccidere i criminali con lo stesso fare preciso e minuzioso che un agente della squadra scientifica di Las Vegas impiegherebbe per risolvere un caso.
“Dexter” si maschera da serie tv investigativo- poliziesca ma è un thriller dalle dimensioni cinematografiche.
Uno di quei thriller che con “7even” di David Fincher sono diventati tanto di moda.
Ma “Dexter” non è solo quello.
Dexter si maschera da thriller perché sotto sotto in realtà è un uomo come noi.
Di quelli che si alzano al mattino e si preparano la loro colazione abitudinariamente e minuziosamente e che la sera davanti al tg con l’ ennesima notizia dello stronzo che ha ammazzato un vecchiettino indifeso nella sua casa dicono: “Altro che carcere!”
Già.
Altro che carcere.
Dexter ha trattamenti speciali per chi persevera nel crimine.
Trattamenti che nasconde sotto la sua bella maschera e che poco gli serviranno di fronte ad un uomo che la maschera ha deciso di non indossarla.
Capirete intorno a metà della serie chi è il killer del camion frigo eppure vi stupirete di come “Dexter” sappia giocare con questa vostra consapevolezza, vi stupirete perché Dexter è una delle migliori serie investigativo- poliziesche- thriller uscire negli ultimi anni.
Vi stupirete perché Dexter sa mascherarsi bene.
Vi stupirete perché alla fine Dexter è già dentro tutti noi.
E nessuno se ne è accorto.
CREATORE: James Manos Jr
ANNO: 2006
GENERE: Serial poliziesco, investigativo, thriller
VOTO: 10- (capirete quel meno leggendo la recensione della seconda serie)
QUANTO è AL SUO POSTO MICHAEL C. HALL NEI PANNI DI DEXTER: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un serial che farebbe un figurone al cinema per produzione, regia, sceneggiatura e interpretazioni.

martedì 5 febbraio 2008

ORIGINAL AND REMAKE_ ASSAULT ON PRECINT 13

Finalmente dopo una almeno una decina di rimandi dovuti a varie recensioni multiple e a film recentemente usciti nelle sale ecco il nuovo capitolo del mio percorso Carpenteriano, più precisamente il secondo.
Vi ricordo, tanto per far un po' di pubblicità che il primo capitolo è quello rappresentato da "Dark Star" e che questo "Distretto 13" segue una scia portata avanti da "Mezzogiorno di fuoco" e "Tre classici due miti: Howard Hawks e John Wayne".
Ma tutto questo intrico di recensioni lo potete trovare comunque su quel link in testa alla pagina intitolato "percorsi".
Buona lettura!

- ASSAULT ON PRECINT 13- DISTRETTO 13: LE BRIGATE DELLA MORTE (1976)
- ASSAULT ON PRECINT 13 (2005)



Una volta avrei voluto essere l’Howard Hawks degli anni settanta e ottanta

By John Carpenter

Non doveva essere così.
Io avevo scritto una recensione tutta per quel capolavoro che è l’ originale di Carpenter ma il remake non mi ha lasciato scelta.
Lo dico chiaramente: come cazzo faccio a scrivere una recensione di un film così inutile?
Inutile.
È l’ aggettivo giusto per una pellicola del genere.
Ma partiamo da Carpenter.
“Distretto 13: le brigate della morte” fa la sua comparsa nelle sale nel 1976 e si tratta di quello che viene indicato da molti (giustamente o meno tocca a voi giudicarlo) come il primo vero lungometraggio di John Carpenter.
È la prima pellicola in cui il regista lavora con Debra Hill (futura collaboratrice per molti film), la prima in cui ha a disposizione un budget decente (se 300000 dollari possono essere considerati un budget decente…), la prima in cui ci mostra una storia a la Carpenter e la prima in cui i personaggi sono decisamente Carpenteriani.
Distretto 13 è la prima opera che molti vorrebbero poter creare.
È un western.
Ma è un western ambientato in città.
È un horror.
Ma è un horror in cui non accade nulla di veramente orrorifico.
È anche una mezza tamarrata.
Ma è una mezza tamarrata in cui si ride amaramente.
Insomma è Carpenter al 100%.
In sostanza Distretto 13 nasce come remake di “Un dollaro d’ onore” di Howard Hawks e si trasforma in qualcosa di completamente diverso.
Ambientato in una città deserta a cui mancano solo le classiche balle di paglia sospinte dal vento (mai capito cosa sono!) per diventare un villaggio abitato da John Wayne, la pellicola racconta le avventure del tenente Ethan Bishop che, appena nominato tenente, viene mandato a sorvegliare una stazione di polizia in disarmo per l’ ultima notte in funzione.
Il suo dovrebbe essere un lavoro semplice semplice se non fosse per l’ arrivo inaspettato di un camion della polizia con a bordo un condannato a morte e altri due detenuti e quello di un uomo evidentemente sconvolto da qualcosa che nessuno riesce a comprendere.
Quel qualcosa è la follia.
Provocata dall’ uccisione davanti ai suoi occhi della figlioletta innocente da parte di una banda giovanile armata di tutto punto e dal suo conseguente omicidio a sangue freddo ai danni dell’ uccisore, la follia di quest’ uomo non è sola.
È accompagnata dalla rabbia dei compagni del giovane bandito ucciso che decidono di attaccare la stazione di polizia di fatto chiudendo in un assedio estenuante i nostri.
Ethan Bishop, messo alle strette, decide di liberare i due detenuti rimasti vivi (uno nel frattempo è stato ucciso dagli assedianti) ed è convinto a non arrendersi a nessun costo.
Ecco: fermiamoci.
Ora prendete questa trama e adattatela ad un poliziesco dei giorni nostri con le dovute variazioni per richiamare l’ originale ma non troppo.
Innanzitutto il tenente ha una storia tormentata alle spalle: in una missione per un suo errore i suoi due compagni sono stati uccisi dai banditi che stavano per catturare e lui ne è rimasto irrimediabilmente sconvolto tanto che ancora adesso è insicuro e prende delle pastiglie di chissà che cosa per andare avanti.
Per seconda cosa i prigionieri che arrivano alla stazione di polizia nella notte sono dei coglioni che devono far ridere lo spettatore imberbe e devono fargli anche esclamare: “Guarda quello nero è Ja Rule! Yo Yo!” ad eccezione del condannato a morte che ovviamente è serissimo e ha la voce profondissima (vi sconvolgerò più tardi con il nome dell’ attore che lo interpreta!).
Infine, proprio per non farsi mancare nulla, la segretaria della stazione di polizia che nell’ originale era una donna abbastanza normale, è un puttanone con una minigonna lunga tre dita a cui piace stare con i ragazzacci e mentre parla con il condannato a morte accarezza la canna di una pistola in una delle metafore meglio riuscite del cinema del nuovo millennio… per favore!
Ma ritorniamo al maestro.
Carpenter parte da Hawks, passa per Romero e prosegue.
È Romeriano e zombiesco l’ assalto alla stazione di polizia dei banditi, è Romeriana la loro non identità (provate a ricordarvi un viso degli assedianti e vi renderete conto che è quasi impossibile. Per quanto diversi sono tutti uguali!), è Romeriana la loro immortalità (esplicativo in questo senso il primo colpo del padre della bambina al bandito in pieno stomaco che non sembra fargli nessun effetto) ed è fin troppo Romeriana la colonna sonora che Carpenter crea per l’ occasione.
Ma a Carpenter non basta.
Lui prosegue.
Mescola la rivolta sessantottina di Romero ad una violenza tipica da cinema anni ’70, una violenza così esplicita e brutale che difficilmente Hollywood (e non) proverà a riportare sugli schermi finito quel decennio.
Una violenza che disturba.
Persino me.
Cresciuto a pane, Stallone, Schwarzenegger e omicidi consumati nei tg ogni tre per due non credevo che qualcosa al cinema potesse ancora disturbarmi.
E invece Carpenter ci riesce: fa uccidere una bambina con una pistola lunga 30 centimetri a sangue freddo.
Come se nulla fosse.
Stop!
Secondo voi cosa rimane di tutto ciò nel remake del nuovo millennio?
Ma è ovvio!
Nulla.
Il film perde la carica eversiva dell’ originale e si trasforma in un banalissimo poliziesco dove gli assediati devono difendersi dagli assedianti nei modi più disparati senza fermarsi un attimo a pensare.
Ma il peggio deve ancora venire.
“Assault on precint 13” non si limita a distruggere le intenzioni del film originale fracassando personaggi (ad eccezione del condannato a morte sono tutti invariabilmente ridicoli!), dialoghi (per carità! Spero che Carpenter non li abbia mai sentiti perché a differenza dell’ eccessivo realismo della sua pellicola qui sembra di sentir parlare delle marionette) e messaggi socio- politici.
No.
“Assault on precint 13” diventa una specie di thriller fatto male!
Si scopre ad un certo punto (neanche tanto in là nella pellicola) che gli assedianti sono poliziotti corrotti che collaboravano con il condannato a morte (un gangster della città) che ora vogliono la sua morte a tutti i costi perché non parli.
E poi la perla finale: c’ è un traditore all’ interno della staione che verrà svelato solo nell’ insipido finale!
Direi che si può proseguire con Carpenter: certe cose non vanno neppure commentate.
Il carpentiere riprende Hawks e il western e lo mescola a Romero in un mare di citazioni più o meno riconoscibili.
Il montaggio è firmato da John T. Chance, pseudonimo di Carpenter utilizzato perché così si chiamava lo sceriffo interpretato da John Wayne in “Un dollaro d’ onore”.
La scena del fucile lanciato da Ethan a Napoleone è identica a una scena dello stesso film e ancora sul finale i poliziotti all’ esterno della caserma riconoscono l’ assedio grazie a delle gocce di sangue che cadono dall’ alto sulla loro macchina (scena che segnai come memorabile in “Un dollaro d’ onore”).
Ma Carpenter non si ferma mai.
A Romero e Hawks il regista aggiunge se stesso: personaggi come Napoleone Wilson con frasi come “Io sono nato fuori tempo!” e il perfezionismo di alcune riprese (da citare almeno quella sul fanale dell’ automobile in corsa!) diventeranno un marchio di fabbrica per tutta l’ opera di questo fantastico artigiano del cinema.
Insomma Carpenter si diverte e ci fa divertire con un sorriso amaro sulle labbra.
Non mi va neanche di dirvi che ovviamente “Assault on precint 13” non mantiene nessuna di queste citazioni perché credo abbiate capito di fronte a che prodotto vi trovate davanti.
Il remake di “Distretto 13: le brigate della morte” è l’ ennesima pellicola costruita ad uso e consumo di un pubblico giovane in cerca di un filmetto con cui passare due ore tra sparatorie e qualche colpo di scena annunciato ovvero l’ esatto contrario del film di Carpenter che necessita di una vera conoscenza delle basi culturali del regista per essere realmente compreso.
Molto probabilmente se riguarderò Distretto 13 tra qualche tempo, quando la mia cultura cinematografica sarà ancora più vasta, riuscirò a scorgere nuovi significati e nuove citazioni del maestro mentre già penso a cosa succederebbe ad una mia seconda visione del remake.
Già mi vedo bello addormentato sul divano.

Piccola curiosità sul remake: Il film di Carpenter nasce come remake di “Un dollaro d’ onore” il quale a sua volta nasceva come remake di “Mezzogiorno di fuoco” (di cui comunque è già stato fatto un remake per la tv via cavo in America nel 2000). “El Dorado” e “Rio Lobo” dello stesso Hawks altro non erano che remake di “Un dollaro d’ onore”.
Ora, mi chiedo io, c’ era davvero bisogno del remake (il film del 2005) di un remake (“Distretto 13”) di un remake (“Un dollaro d’ onore”) di un capolavoro (“Mezzogiorno di fuoco”).
Rispondetevi da soli.

ASSAULT ON PRECINT 13- DISTRETTO 13: LE BRIGATE DELLA MORTE (1976)
REGIA: John Carpenter
ANNO: 1976
GENERE: Carpenter!
VOTO: 10- (a parte il 10 che ho dato a Dark Star perchè si tratta di qualcosa di completamente differente c'è almeno ancora un Carpenter migliore di questo!)
QUANTO è SIMILE LA SCENA IN CUI I NOSTRI FANNO ESPLODERE LA NITROGLICERINA A QUELLA DI UN DOLLARO D’ ONORE DOVE JOHN WAYNE E SOCI FAN SALTARE LA DINAMITE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Ama il Carpenter più polemico con la società ma anche quello fracassone.

ASSAULT ON PRECINT 13
ANNO: 2005
REGIA: Jean Francois Richet
GENERE: Thriller, action
VOTO:4
QUANTO è L’ UNICO CHE SI SALVA MORPHEUS (EHM LAURENCE FISHBURNE) NEI PANNI DEL CONDANNATO A MORTE: 8
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere come si distrugge pezzo per pezzo un capolavoro.

domenica 3 febbraio 2008

CASSANDRA' S DREAM- SOGNI E DELITTI

E così mi ci ritrovo di nuovo.
A pubblicare una recensione ad un' ora in cui vorrei essere già a letto (mi son già addormentato sul tavolo), lasciando poco spazio al precedente "Factory girl" (di cui comunque lascio il template in bella vista, sperando che qualcuno se ne ricordi) per parlare di una pellicola che non dovevo neanche vedere.



Non è che io ce l’abbia con Woody Allen.
Non mi ha fatto nulla di male.
E come al solito sarò sincero con voi: mi mancano molti dei suoi capolavori passati nel curriculum.
Forse questo fa di me un cattivo cinefilo, un cattivo predicatore nel deserto, un cattivo spettatore di Woody.
Eppure credo di essere in questo modo anche leggermente più obiettivo di tante persone che entrano in sala considerando Allen un genio.
Sia chiaro: non lo dico per vantarmi (non c’è nulla da vantarsi se non conosco la sua opera maggiore) ne per criticare qualcuno; io stesso con altri autori faccio la stessa cosa, ricerco spunti geniali anche all’ interno di pellicole meno riuscite.
Pellicole meno riuscite che comunque non ammetterò mai di essere brutte.
Sono meno riuscite, tutto qui.
“Sogni e delitti”, o come meglio preferiranno chiamarlo quei battaglieri di Chimi e Para (andatevi a vedere la loro nuova battaglia contro la distribuzione) “Cassandra’s Dream”, è una pellicola meno riuscita.
Pur essendo fin troppo oggettivo, fin troppo distaccato direi, quasi contro al Woody di questi ultimi anni non riesco a dire che il film in questione è un brutto film.
Non lo è.
Nemmeno per me.
O almeno non totalmente.
È semplicemente un po’ come dire: scivoloso.
Capiamoci: io tra un anno non ricorderò neanche più di cosa parla “Sogni e delitti”.
Mi ricorderò di Colin Farrell nel ruolo nevrotico ansioso da Woody, mi ricorderò del neo sulla fronte di Ewan Mc Gregor inquadrato talmente tante volte in primo piano da far venir la nausea, mi ricorderò forse della bella fidanzatina di Ian (Mc Gregor) e dell’ insopportabile doppiatrice italiana di Kate (la donna di Terry, Farrell).
Le pur belle musiche di Philip Glass pian piano stanno già scomparendo mentre la regia di Woody che continua a girare letteralmente intorno ai suoi protagonisti con la camera è già un quasi ricordo.
Ricorderò forse meno piacevolmente (ma lo ricorderò, le cose spiacevoli si ricordano più facilmente) quel tocco di teatrale, di finzione, di estrema plasticosità che permea tutta la pellicola.
E non intendo plasticosità come bruttezza ma proprio come falsità, come involucro esterno che ricopre tutto e tutti.
Dalle ambientazioni alla regia di Allen alle interpretazioni dei protagonisti che seppur bravi (in particolare Farrell mostra finalmente qualcosa che non siano i muscoli o i baffi) sembrano sempre troppo calcolati, troppo studiati.
Persino quei tic, quei movimenti di sopracciglia (ma quanto sono grandi?) di Colin, gli sguardi di Mc Gregor che si vorrebbero più naturali sembrano troppo imposti.
La storia non sto nemmeno a raccontarvela perché sinceramente di perdere tempo a scrivere di cose che potete leggere ovunque non mi sembra il caso, soprattutto per pellicole come queste di cui potete trovare un sunto persino sui giornalini che danno al supermercato.
“Sogni e delitti” lascia poco o niente.
Sta a voi scegliere: a mio parere 6, 50 euro per pellicole come questa sono soldi persi in scommesse.
Uno ci prova ogni tanto ma sa già che al 90% gli andrà a buca.
E quindi perché uscirsene delusi o arrabbiati dal cinema pensando a quante volte mi ero detto di non andarlo a vedere, di aspettarlo in dvd, di non meritarmi una seconda fila sotto lo schermo?
Perché uscirsene delusi se già si sapeva che non ci sarebbe stato molto?
Semplicemente perché vorrei che Woody la smettesse di produrre una pellicola all’ anno anche quando le idee sono sottozero.
Forse è per curare le sue mille nevrosi, forse è per i soldi (non credo), forse è perché lui crede siano comunque buoni film.
Sta di fatto che io tra un anno mi vedo già a ripensare al dubbio se andare a vedere il nuovo film di Allen ambientato a Barcellona.
“Den andiamo a vedere il nuovo film di Allen?”
“Aspetta c’era un motivo per cui non volevo vederlo, com’ era quel “Sogni e delitti” dell’anno scorso? Non me lo ricordo molto bene… c’ era Mc Gregor con lo sguardo di ghiaccio e poi? Ah ma c’è la Johansson in quello nuovo? Bene bene, divertitevi pure che io vado a vedermi il nuovo Scott, sulla locandina c’è scritto “Epico ai livelli di “Apocalypse Now”!”
REGIA: Woody Allen
ANNO: 2008
GENERE: Drammatico, Thriller (?!?)
VOTO: 5
QUANTO MI PIACE NON VEDERE LA JOHANSSON: 10
CONSIGLIATO A CHI: Ama Woody Allen e pochi altri

domenica 2 dicembre 2007

IN THE VALLEY OF ELAH- NELLA VALLE DI ELAH

Deve essere una regola: il giorno dopo aver recensito un film d' animazione in 3d vado sempre incontro ad una pellicola con una locandina che già dice tutto e che si dimostra invariabilmente brutta (il caso precedente è rappresentato da "I Robinson" - "Lo Spaccacuori".

Quando ho visto quella bandiera americana rovesciata dopo pochi minuti dall’ inizio mi sono subito venuti dei dubbi.
Ho pensato: eccolo qui.
Me lo sono beccato il filmone americano pieno di retorica e patriottismo e di “guarda la guerra come distrugge i buoni” e “guarda i cattivi come sono cattivi”.
Ho pensato alla scarsa scelta che ho avuto (ancora Boldi dopo tre settimane oltre a “Winx”, “Diario di una tata” più un paio di film di cui non ricordo nemmeno il titolo) e mi sono convinto che poi tanto male non poteva essere.
Ho osservato con attenzione la faccia rugosa di Tommy Lee Jones nei primi piani estenuanti di Paul Haggis e ho provato a convincermi di aver fatto la scelta giusta.
Sono rimasto in sala, un po’ scocciato dalla lentezza imperante che si fa strada fin dalla prima immagine, ma sono rimasto in sala.
Ho assistito all’ ennesima storia di un ex militare che ha convinto i due figli ad entrare nell’ esercito (“perché se non fossero entrati non si sarebbero mai sentiti degni di questa famiglia!” quante volte avete sentito questa frase?) e li ha visti morire entrambi ma sono rimasto in sala.
Ho visto l’ orologio che il padre ha donato al figlio minore prima che questi partisse per la guerra (e mi sono immaginato Pulp Fiction con tutte le conseguenza del caso) ma sono rimasto in sala.
Ho sopportato la solita scenetta dell’ americano che pesta il messicano dopo uno degli inseguimenti più lenti della storia del cinema e alla fine della pellicola si scusa per il suo errore, ma sono rimasto in sala.
Ho guardato per due ore circa un thriller-drammatico (esiste?) lento in maniera quasi imbarazzante e sono rimasto in sala.
E mentre osservavo le due espressioni di Tommy Lee Jones, la Theron che cercava di dare un senso al suo personaggio con un interpretazione discreta e la Sarandon piangere per i ¾ del film mi chiedevo se ne valeva davvero la pena.
Se davvero Paul Haggis con una storia del genere (quest’ uomo ha scritto “Million Dollar Baby”! Da dove gli è uscita questa cosa?) e una regia così scarna pretende qualcosa (Oscar alla tristezza?) o lo ha fatto solo per sfizio personale.
Ho letto da qualche parte che Tommy Lee Jones in questa pellicola recita per sottrazione.
Fosse solo lui! È il film ad andare avanti per sottrazione.
Sottrazione di una colonna sonora (no musica = più realismo toccante avranno pensato).
Sottrazione di ambientazioni: si gira praticamente tra quattro mura adattate a seconda della scena a caserma, motel, ufficio di polizia e due esterni.
Sottrazione di regia (si può dire?) che diventa un semplice susseguirsi di scene immobili alternate a primi piani glaciali, come se questo potesse in qualche modo convincere lo spettatore della veridicità della vicenda.
Insomma a forza di sottrazioni al film non rimane davvero nulla se non un rigurgito di nazionalismo e di antimilitarismo (come potrebbe sostenerlo un bambino) talmente inverosimile e ridondante che potrebbe darvi alla testa.
Certo, non dubito che a qualche americano convinto questo “In The Valley Of Elah” potrebbe anche piacere ma io mentre Tommy Lee Jones si impegna a fine pellicola ad issare nuovamente la bandiera degli Usa rovesciata mi stavo già alzando e al primo titolo di cosa sono scappato dalla sala.
E ho pensato che forse le Winx non erano poi una brutta idea.
Ma anche no.
REGIA: Paul Haggis
ANNO: 2007
GENERE: Thriller-drammatico
VOTO: 5 (se proprio dovete scegliere tra questo e World Trade Center guardate questo.. ma se potete evitate entrambi!)
QUANTO è INVECCHIATO MALE TOMMY LEE JONES: 10 (ha 61 anni e ne dimostra 80!)
CONSIGLIATO A CHI: Vuole riflettere sulla situazione americana oggi come farebbe un mulo.

sabato 22 settembre 2007

MARATHON MAN- IL MARATONETA


Babe corre.
Corre per diletto Babe.
Corre per allenarsi alla maratona, pur non avendone mai corsa una.
Ma lui spera di parteciparvi e vincere.
Babe corre in un incantevole parco sulla riva del fiume, tiene il tempo, cerca di migliorarsi, evita cani che lo vogliono mordere ed incrocia altri corridori.
Babe corre all’ università.
La sua mente corre, è più svelto degli altri, non risponde alle domande, lui è già alla tappa successiva.
Babe corre nel suo passato, si rivede innocente sull’ altalena, si rivede colpevole un attimo più tardi di fronte al suicidio del padre.
Babe ha un fratello, Henry.
Anch’ egli corre.
Per Babe, Henry “sta negli affari”, nel petrolio più che altro.
Henry invece corre in tutt’ altra direzione.
Henry fa il lavoro sporco per il governo, fa il doppiogiochista per cavarsela, ma non sempre riesce ad arrivare al traguardo.
Henry raggiunge per l’ ultima volta il traguardo di fronte a Babe, poi crolla esanime al suolo, troppo sforzo per un corpo comunque più forte di quello del padre.
Babe osserva, mentre la sua mente cerca di correre lontano, la traccia del gessetto che segnala l’ ex presenza del corpo del fratello nel suo appartamento.
Babe corre e brucia le tappe nel corteggiamento di Elsa che lo avverte subito che il loro amore non può avere un seguito, ma Babe è testardo, lui quando corre non pensa ad altro.
Babe non riesce a correre per la prima volta imprigionato nel suo bagno, mentre misteriosi rapinatori cercano di entrare distruggendo i cardini della porta, le sue urla di disperazione corrono fuori dalla finestra rotta ma non bastano.
Babe non è sicuro.
Non è sicuro di quel che sta accadendo.
Non è sicuro di chi sia quell’ anziano signore di fronte a lui dall’espressione glaciale.
Anzi “Si è sicuro, molto sicuro, sicurissimo, ci può giurare!”
O forse “No, non è sicuro, è pericoloso, bisogna che stia attento”.
Babe è sicuro solo di una cosa: correre lo salverà perché, come disse il suo eroe etiope Abebe Bikila, vuol far sapere che il suo Paese ha sempre vinto con determinazione ed eroismo e non con doppigiochi e torture come credono di fare l’ amico del fratello e il nazista Christian Seltz.
Non ci avete capito nulla?
Bene. Certe cose si capiscono solo dopo aver visto “Il maratoneta” e non prima.
“Marathon Man” nasce da un romanzo di Goldman adattato da lui stesso per il grande schermo con la regia di John Schlesinger, classico regista che ti chiedi sempre chi è ma poi scopri essere uno di quelli con le palle, capace di girare in meno di dieci anni tra il 1969 e il 1976 di questa pellicola tre capolavori come “Un uomo da marciapiede” (3 oscar a regia, film e sceneggiatura), “Domenica, maledetta domenica” e il film qui recensito.
“Il maratoneta” è un thriller.
No, non è “Seven”, ne “Il silenzio degli innocenti” ne qualsiasi cosa si intenda per thriller oggi.
“Il maratoneta” è un thriller di quelli come si facevano una volta, magari abbastanza prevedibile per lo spettatore di oggi ma capace di farlo rimanere incollato alla poltrona per il grado di realismo talvolta disturbante che raggiunge.
Come si fa a non farsi prendere dal panico con Babe chiuso in bagno in preda alla disperazione più totale nel tentativo di trovare una via di fuga?
Come comportarsi di fronte a due folli in macchina che corrono parallelamente sulla stessa strada strettissima insultandosi come pochi fino a schiantarsi?
Cosa pensare durante l’ infinita fuga a piedi di Babe sulla superstrada inseguito da una macchina piena di pazzi furiosi?
E soprattutto: come cazzo si fa a non farsi venire i brividi mentre quel pazzoide di Szell collega la spina alla corrente e decide che è ora di trapanare un dente sano del povero Babe fino al nervo per farlo confessare (la scena era in realtà molto più lunga ma venne abbreviata dal regista di fronte alle reazioni scomposte della sala alla prima proiezione)?
“Marathon man” si può vedere quindi come un insieme di splendide fotografie in movimento: ogni inquadratura è ben studiata per far entrare lo spettatore all’ interno di quel bagno angusto o di quella sala spoglia con una sola poltroncina in mezzo e se ancora non bastasse ci pensano uno straordinario Babe Dustin Hoffman e il vincitore del golden globe come miglior attore non protagonista Laurence Olivier nei panni del freddo Szell a farci sentire la tensione che permea tutte le scene.
La critica al sistema americano si esprime tutta nel suicidio del padre di Babe, arrivato ad un punto in cui era impossibile per lui dividere ciò che era bene da ciò che era male impegnato com’ era ad infrangere la legge per servire il suo Paese mentre quella al nazismo risulta assai meno velata e senza dubbio più cruda anche se Schlesinger tenta di dare una spiegazione alla follia nazista con le parole di Szell che sostiene: “Anche noi ci credevamo al nostro Paese”.
Babe corre, fino al traguardo, fino alla vittoria.
Per dimostrare la sua forza, per slegarsi dal confronto con il padre, per superarlo finalmente, Babe corre.
((Per Leo che non smette mai di dare buoni consigli))
REGIA: John Schlesinger
ANNO: 1976
GENERE: Thriller
VOTO: 8
QUANTO FA VENIR VOGLIA DI ANDARE DAL DENTISTA: 0
CONSIGLIATO A CHI: Non vuole perdersi una scena di fuga a piedi straordinaria oltre alla scena del dentista senza dubbio tra le più angoscianti mai viste al cinema.

giovedì 23 agosto 2007

DISTURBIA


Eccomi al mare.
Nessuna voglia di uscire per rintanarmi nel solito pub a bere il mio vodka lemon, confesso agli amici la tremenda verità:
“Stasera non c’ ho proprio voglia!”
Mi giro e faccio per andarmene stanco dalla spiaggia quando sento una voce lontana che propone il cinema come ultima possibilità.
Il cinema d’ estate in Italia: un incubo.
Film horror al 90%, il restante 10% sono filmacci di serie c distribuiti anni fa nelle sale americane e poi caduti nel dimenticatoio finchè qualche pazzoide distributore italiano decide che si, quel film aveva un’ attrice che ora è famosa per qualche serial e quindi va assolutamente distribuito.
Ma la disquisizione sul cinema estivo la lascio ad altri tempi.
Mi giro incuriosito e accenno al fatto che i film in sala facciano tutti a dir poco pena quando un “genio” di Dolce&Gabbana vestito (ma che vai a fare in spiaggia con i jeans e i medaglioni al collo mi chiedo io?) tira fuori la storia che lui a Milano ha visto un gran film, tale Disturbia di cui io mi sono beccato il trailer in tv almeno 10 volte (considerando che avrò visto 2 ore di tv in 15 giorni è una buona media!).
“Dani tu vieni se andiamo al cine?”
“Ma sai.. sono stanco, non ho voglia, è tardi, non ci sono più le mezze stagioni..”
“Daiiiii”
“Va beeene andiamo, d’ altronde peggio di quella schifezza di Hulk che vidi l’ ultima volta qui al mare non può essere! (era inverno se non ricordo male quella volta però).
Corro a casa, ceno in fretta, mi metto un pantalone da sporcare con la maionese dei nachos e corro al cinema.
Biglietto (7euro, maledetti multisala) e scena spassosa di una ragazza amica che riesce a prendere 2 pupazzetti orribili con una sola moneta in quelle scatole con braccio meccanico che di solito non acchiappi neanche il pupazzo de l’ orso bruno gigante.
Il divertimento finisce qui.
Si entra in sala, i soliti 2 imbecilli hanno occupato i nostri posti già prenotati (e fingono di non sentire quando io urlo che odio quelli che non si mettono al loro posto dopo aver pagato 7 euro) ma non ci va di litigare così ci si mette dietro.
Il film ha inizio dopo 10 interminabili minuti di pubblicità fuffa dei vari idraulici-piastrellisti-mobilifici della zona (come se io andassi al cinema per conoscere i nuovi idraulici della zona!).
I primi minuti promettono male: il dialogo tra il ragazzo protagonista e il padre è irreale e quasi ridicolo e già si sa che di li a poco succederà qualcosa di sconvolgente (per la serie non siamo prevedibili!).
I secondi minuti con il terribile incidente occorso ai due in macchina è la parte più angosciante dell’ intera pellicola: tutta la scena è realizzata con maestria e risulta incredibilmente verosimile con una bella inquadratura finale del viso di Kale che chiama il padre.
Da qui: il nulla.
I terzi minuti (se posso chiamarli così) vedono il ragazzo in questione sprofondare nella più classica delle crisi adolescenziali post perdita del genitore da cinema americano che si sia mai vista: Kale va male a scuola e diventa irascibile al punto da tirare un pugno al professore finendo così agli arresti domiciliari.
Rinchiuso in casa senza x-box ne internet che gli vengono inspiegabilmente tolti dalla madre in modo ridicolo (per staccare la tv la madre taglia i fili!), Kale diventa un guardone e si innamora della classica ragazza appena trasferitasi nella villa a fianco con i classici problemi famigliari.
Ma la banalità non finisce qui.
Se già è poco credibile il fatto che una bella ragazza ti si trasferisca a fianco e ti provochi dandoti certe occhiate prima di tuffarsi in acqua, cosa ne dite se l’ altro vicino è un serial killer che porta ragazze nella sua casa per ucciderle?
Perchè fa tutto ciò?
Ovviamente non viene spiegato! È un serial killer non vi basta come spiegazione?
Ora mettete che la ragazza si innamori di Kale dopo un suo discorso a dir poco imbarazzante (io mi tiravo un giornaletto in faccia durante la scena dal disgusto!), mettete che l’ amico del protagonista sia un emerito pirla che non fa ridere nessuno, mettete che l’ assassino ha tante porte e botole segrete nella sua casa quante non ne ha nemmeno un castello nelle favole più incredibili e capirete perché io a metà della pellicola abbia detto per la prima volta da 2-3 anni a questa parte:
“Ora me ne vado”
Ovviamente non me ne sono andato, mi sono sorbito la prima ora di film in cui sembra di vedere American Pie+ Oc e la seconda che potrebbe mettere paura a una gallina infreddolita.
Di fronte a una seppur buona prova del lanciatissimo Shia Labeouf e del killer David Morse (anche se si fa fatica a crederlo cattivo con quella faccia), a una regia piattissima ma soprattutto a una trama risibile con dei personaggi sottili come un foglio di carta come si fa a non uscire incazzati neri dal cinema con una tremenda voglia di prendere a sberle quel pirla di Dolce&Gabbana vestito che ha avuto il coraggio di dire che era un buon film?
Morale: non fidatevi mai dei consigli di chi va vestito in spiaggia come un modello a là 50 Cent, molto probabilmente ha visto 5 film nella sua vita di cui 4 sono Rambo, Rocky, Die Hard (anch’ io li ho visti e non mi vergogno a dire che mi piacciono ma grazie a Dio ho visto anche qualcos’ altro!) e altri due per il ciclo alta tensione mentre limonava con la ragazza. Se siete come lui andate a vedere Disturbia: è bellissimo! Confido nella vostra intelligenza.
Questo filmaccio è stato campione d’ incassi in America: mi immagino già sale piene di 50 Cent.
REGIA: D. J. Caruso
ANNO: 2007
GENERE : Thriller (?!)
VOTO: 4
QUANTO è MEGLIO DI HULK : 3
CONSIGLIATO A CHI: Ha visto 5 film nella sua vita.