Questa è la classica recensione- follia mastodontica che nessuno leggerà mai me ne rendo conto e lo capisco, il motivo che mi spinge a scrivere e pubblicare certe cose ancora non mi è chiaro, per un mio ordine mentale forse, o forse no, sono semplicemente matto.
WHO GOES THERE- LA COSA DA UN ALTRO MONDO
THE THING FROM ANOTHER WORLD- LA COSA DA UN ALTRO MONDO
THE THING- LA COSA
Ci sono due leggi che dominano il cinema da sempre:
- La trasposizione su pellicola di un libro letto, al 99% è una delusione;
- Il remake di un film visto, al 99% è una delusione.
Non si scappa.
Non è importante l’anno, il genere, il regista o l’autore del libro, la delusione vi attende, sempre pronta a colpirvi girato l’angolo, appena vi scorderete di una delle due regole.
Io non le dimentico mai, anzi, mi piace prenderle di petto: le mie sole risorse nell’affrontarle sono la pazienza e la voglia di farmi stupire mentre loro continuano a colpire basso, con trucchetti di bassa lega (attori di grande richiamo per il pubblico più giovane) e artiglieria pesante (effetti speciali strabordanti).
Il 99% delle volte vengo sconfitto brutalmente da trasposizioni orride e remake senza motivo di esistere, al punto da chiedermi in ogni occasione perché..ma soprattutto peeerchè?
Effettivamente non ho ancora trovato una risposta, se non quell’1% di probabilità di successo, capace di darmi immense soddisfazioni.
In questi giorni ho riportato due grandi vittorie e una sconfitta cocente.
Non voglio aggiungere nulla riguardo quest’ultima, vi basti quel che ho scritto alcuni post fa riguardo “La notte dei morti viventi” di Tom savini.
Mi soffermo piuttosto sulle due vittorie, ancor più clamorose se penso che vengono entrambe da un'unica pellicola, remake di una vecchia trasposizione.
Ciò da cui tutto ha avuto inizio è il romanzo breve (o racconto lungo, un giorno qualcuno mi spiegherà la differenza) di John W. Campbell Junior, “Who goes there”, trovato (mi riferisco ovviamente alla mia esperienza) in un libro pubblicato nel 1977 dalla Fanucci dal titolo omonimo, che raccoglie alcuni dei suoi racconti migliori (qui sopra la copertina).
Considerato uno dei padri della fantascienza moderna per aver diretto per anni una delle riviste americane di fantascienza più famose e aver scoperto gente del calibro di Asimov o Heinlein, Campbell è oggi poco considerato in Italia per i suoi scritti.
Vi basti una breve ricerca su internet alla ricerca di qualche ristampa recente delle sue opere: vi troverete di fronte al nulla.
Sicuramente scorgerete qualcosa che riguarda la sua “Cosa da un altro mondo”, ma per il resto dovrete rivolgervi ai buoni vecchi Urania usati, abbondanti su bancarelle o Libracci vari.
é un peccato.
Mentre fioriscono ristampe su ristampe di autori come Asimov (nulla da dire sull’opera, ma i libri della Fondazione si trovano in trilogia, quadrilogia o separati in tre edizioni diverse) o Heinlein (l’unico libro letto, Starship Troopers, non è niente di eccezionale), Campbell viene abbandonato alle edizioni degli anni ’60 e ’70, considerato antiquato per il pubblico di oggi.
Ingiustamente.
Sto andando fuori tema, lo so, (il giovane Holden ne sarebbe entusiasta) ora cercherò di rientrare sui binari prestabiliti, ma se vi piace la fantascienza e non avete letto ancora nulla di questo autore procuratevi almeno racconti come “Crepuscolo”, “Notte”, o “Il pianeta del silenzio”, pensate agli anni in cui furono scritti, e domandatevi quanti geniali idee contenevano questi brevi e densi racconti.
Dunque “Who goes There” o, come è meglio conosciuto, “La cosa da un altro mondo”.
Mi sembra onesto mettere subito in chiaro che non si tratta del migliore racconto presente nella raccolta anche se, senza dubbio, è quello con una più forte componente horror, e quindi quello più appetibile per il pubblico adolescenziale dei drive-in degli anni ’50, lo stesso che seguirà, pochi anni più tardi, le storie incredibili raccontate, tra gli altri, da Jack Arnold.
Il cinema sci-fi ha bisogno (un tempo per forza di cose e oggi ormai solo per abitudine) di tensione e di una storia piena di azione. “La cosa” di Campbell si prestava bene al gioco della trasposizione, certamente più di un racconto come “Crepuscolo” che oggi, con i mezzi tecnici a disposizione, potrebbe essere messo su schermo ma che non interesserà mai, probabilmente, a nessuno per la mancanza dell’ormai onnipresente azione (a meno di adottare la soluzione “I robot”, come fatto per Asimov).
Senza stare a perdersi in una trama più che conosciuta, passo al film di Niby, o, più precisamente, di Hawks come risultava già assodato pochi anni dopo la sua uscita: la mano esperta e il fatto che Niby, dopo un film notevole come questo, sia sparito praticamente nel nulla, la dice lunga sull’intervento pesante del regista di “Un dollaro d’onore”, qui ufficialmente solo produttore.
Il film “La cosa da un altro mondo”, uscito nel 1951, è un film importante.
È uno dei primi sci-fi degli anni ‘50, come vengono definiti oggi, e quindi costruisce topoi che verranno riutilizzati in seguito milioni di volte, ma è allo stesso tempo in grado di distruggerli non essendone imprigionato.
Un esempio ne è il confronto uomini di scienza- militari, sempre presente in questo genere di film: lo scienziato (biologo, etologo, geologo e quanti ologhi vi vengono in mente) è sempre chi rimane affascinato dall’evento che accade (alieno invasore, torri che si alzano dal nulla, formiche giganti) e vuole capirlo, mentre il militare è chi, per il bene della popolazione, risolve il problema distruggendo l’ imprevisto.
In “La cosa da un altro mondo” non accade diversamente, se non che lo scienziato (solitamente nel giusto, dato che la minaccia diventa tale solo dopo l’attacco dei soldati) è qui tanto dedito alla scienza da passare noncurante sopra le vite degli uomini, mentre i militari si vedono costretti a ricorrere alle armi per fermare il pericolo imminente.
Il film di Hawks, come molti nel suo genere, viene accusato oggi di essere un’ allegoria del pericolo d’oltrecortina in cui la Cosa rappresenta il nemico Rosso infiltrato ma, a dir la verità, il paragone sembra forzato rispetto a film come “Assalto alla terra”.
Il mostro del film, a differenza di quello del libro di cui parlerò a breve, è, secondo gli stessi protagonisti, un carotone intelligente ad un livello che l’uomo non può comprendere.
La Cosa ha sembianze umane, è vero, ma è tanto disumano quanto quel Michael Myers a cui John Carpenter pensò parecchi anni più tardi nel suo “Halloween” ispirandosi (almeno per quanto riguarda l’immagine esterna) a questo indistruttibile gigante senza volto.
Carpenter con il suo “The thing”, nel 1982, da vita al remake di una vita.
Il regista devoto di Hawks (“Distretto 13: le brigate della morte” si rifa a "Un dollaro d’onore") e del suo “The thing from outer space” (numerose le citazioni in Halloween ma non solo) nel suo periodo di maggior successo commerciale, con un budget di tutto rispetto, ha il via libera per un remake di cui si parlava ormai fin dalla metà degli anni ’60 (già nel ’62 si vociferava di un remake ad opera di George Pal che poi non si fece per mancanza di fondi).
“La cosa” di Carpenter non è la stanca riproposizione del film di Hawks con una spruzzata di effetti speciali e una bella fotografia patinata, perché il regista di “Halloween” e “1997 fuga da New York” decide di usare le nuove tecnologie per ridare finalmente a chi di proprietà quell’opera: John W. Campbell.
Qualche anno più tardi gli U2 in " Rattle and Hum" compiranno un’ operazione simile, riportando, con un interpretazione fantastica di Bono, Helter Skelter nelle mani dei Beatles dopo decenni in cui era divenuta semplicemente LA canzone di Charles Manson e della sua…
Ma sto vagando per campi fin troppo aperti.
Cominciamo a riannodare i fili di tutto il discorso.
“The thing” è infedele al film di Niby e Hawks tanto quanto quest’ultimo lo era nei confronti del racconto da cui tutto è nato.
Quello che Campbell descriveva come un mostro in grado di prendere sembianze umane e canine a suo piacimento, venne trasformato da Hawks nel gigante invincibile di cui si è parlato prima, così come i protagonisti del libro vennero sostituiti da personaggi più consoni al genere di film che si voleva creare: spuntò una fanciulla dal nulla, il bel capitano a proteggerla e uno scienziato talmente folle da voler letteralmente coltivare la creatura scesa dal cielo.
Carpenter, grazie a effetti speciali davvero ben riusciti, ricreò, invece, la creatura multiforme e i protagonisti originali, riportando alla luce le vicende raccontate nel libro.
“The thing” però, nella sua infedeltà al film di Hawks, non vuole essere critico: Carpenter, anzi, omaggia continuamente la pellicola del ’51 e, a ben vedere, sembra quasi crearne un seguito; il cane che raggiunge la base americana è sfuggito ad una base in cui “La cosa” ha già mietuto le sue vittime e quando i protagonisti riguardano i filmati delle telecamere di sorveglianza per farsi un’idea di quel che è accaduto si rivede sullo schermo la famosa scena del ritrovamento del disco volante nel primo film in cui gli scienziati si mettono in cerchio per delimitare il perimetro dell’oggetto caduto dal cielo.
Il cane, a voler guardare bene, potrebbe essere uno di quelli infettati nel primo film di cui nessuno si era più accorto e il blocco ghiacciato, ritrovato nella base attaccata, ha esattamente la forma che aveva quello nel primo film.
Insomma Carpenter riesce a omaggiare Hawks pur essendogli infedele e a rendere moderno un racconto del 1938 pur essendogli fedele.
In tutto questo rimandare e rifarsi ad altri, il regista riesce comunque a fare de “La cosa” un film marchiato a fuoco con il suo nome: Kurt Russel, al massimo della sua forma, è splendente nell’interpretazione dell’eroe solitario carpenteriano e le citazioni che Carpenter sparge per tutto il film (una su tutte quella, ancora dopo Dark Star, da “2001: odissea nello spazio” in cui i due protagonisti si rifugiano sullo spazzaneve come gli astronauti facevano sul modulo di salvataggio) sono, come al solito, Carpenter 100%.
Una regia attenta al minimo dettaglio (da manuale l’incipit con il cane che fugge nella landa desolata ripresa dall’alto) e un finale tanto epocale quanto lo era stato quello del film di Hawks (“Tutti voi che ascoltate la mia voce, dite al mondo, ditelo a tutti dovunque si trovino: attenzione al cielo, dovunque, scrutate il cielo!”) rendono “La cosa” il remake-trasposizione perfetto.
Quello che, una volta su cento, mi fa gridare alla vittoria.
L’insuccesso economico a cui andò incontro la pellicola, dovuto forse a una differenza troppo abissale con il film di Hawks, preso come modello a discapito del racconto di Campbell, la dice lunga sull’ incomprensione della grandezza di un regista come Carpenter che, dopo questo film, si vide nuovamente costretto a lavorare con budget ridicoli per creare, comunque, ancora grandi cult.
Verrà il giorno, ne sono cosciente oggi più che mai, in cui qualcuno penserà ad un bel remake del film di Carpenter, un ottimo remake di un remake (“La cosa”), di una trasposizione (il film di Hawks), con qualche bell’attorucolo tirato fuori da qualche serie tv (vedi remake di “The Fog”) e qualche regista incapace accompagnato da uno sceneggiatore della stessa risma (vedi remake di “Distretto 13”).
Sarà il giorno in cui, ancora una volta, perderò la mia battaglia personale.
Non la guerra.
Quella è ancora molto lunga.
“E allora Mac?”
“Allora niente”.
GENERE: Fantascienza
VOTO RACCONTO DI CAMPBELL "WHO GOES THERE" DEL 1938: 6,5
VOTO FILM "THE THING FROM ANOTHER WORLD" DI NIBY DEL 1951: 7
VOTO FILM "THE THING" DI CARPENTER DEL 1982: 9
Recensioni semiserie di ogni tipo: cinema, telefilm, libri, musica e tutto quel che mi passa per le mani
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sabato 15 maggio 2010
UN LIBRO UN FILM & ORIGINAL AND REMAKE
Di che si parla
Carpenter John,
Fantascienza,
Film,
original and remake
mercoledì 13 febbraio 2008
ORIGINAL AND REMAKE_ PSYCHO- PSYCO
Era pronta da tempo ed è stata fortemente voluta da quello stroncatore pazzo di Mario (almeno in questa modalità doppia).
Signore e signori la recensione di Psycho!


Inutile.
Inutile, pretenzioso, falso e senza senso di esistere.
A volte mi chiedo come possa venire anche solo in mente ad una persona di girare certe pellicole.
Di mettersi li a buttare dei soldi in allegria nel cesso come se fossero foglietti con scritto sopra delle cifre insignificanti.
Ma soprattutto.
Perché buttare via del tempo che non tornerà più nella vita?
E perché far perdere due ore a milioni di spettatori che potevano prendere una sana boccata d’ aria in quel tempo ormai andato perso?
Mi riferisco al remake di Van Sant ovviamente.
Il remake di Psyco di Alfred Hitchcock.
Uno dei capolavori del grande maestro che meriterebbe pagine e pagine di analisi filmica e sociologica reinterpretato da uno dei più apprezzati cineasti degli anni 90 (mi riferisco all’ opinione comune e non alla mia che è ancora molto indecisa sulla questione).
Reinterpretato.
Che parolone.
Diciamo pure copiato con la carta carbone.
Diciamo pure fotocopiato a colori con qualche errore di stampa qua e là.
La domanda che mi sono posto subito dopo aver visto l’ originale Psyco è stata: “Perché girare un remake di una pellicola così tremendamente moderna?”
Non c’ è una risposta a una domanda del genere.
O perlomeno io non l’ ho trovata.
Il gioco di Hitchcock con lo spettatore, quello fatto di personaggi inesistenti, di giochi di camera, di piccoli particolari da interpretare, di doppiatori diversi per uno stesso personaggio nella distruzione di una delle regole base della cinematografia classica (Norman Bates nei panni della madre non è doppiato dallo stesso Anthony Perkins) diventa nelle mani di Van Sant segatura al vento.
Diventa una sterile copia fatta di dialoghi, inquadrature, personaggi e ambientazioni il più possibile identici all’ originale.
E così mentre Hitchcock si diverte a prendere in giro lo spettatore, mentre lo fa girare da una parte per rubargli il portafoglio dall’ altra, mentre gli fa morire il protagonista a metà pellicola lasciandolo senza un punto di riferimento fisso, Van Sant con fare serioso tenta di fare l’ Hitchcock in modo maldestro.
Tenta di distrarre lo spettatore e non fa altro che annoiarlo, tenta di mettere in scena un nuovo Anthony Perkins e si trova con un Vince Vaughn rigido come un tronco, tenta di fare il giocoliere e gli cadono tutte le palline dalle mani.
E Hitchcock se la ride.
Mentre mescola la società moderna al gotico ottocentesco (la casa di Norman) e mette in scena come se nulla fosse uno dei grandi mali nascosti dell’ America moderna (i tranquillanti- psicofarmaci che la collega di Marion prende in ufficio) si diverte a vedere come Van Sant annaspi sulle sue orme cadendo con la faccia nel fango per un passo troppo lungo della gamba.
Che Van Sant non sia Hitchcock lo si capisce fin dal nome, ma che Van Sant abbia in comune con il maestro una sola lettera nel cognome lo si capisce solo guardando attentamente.
Lo Psycho del 1998 è privo di ispirazione e di inventiva come molti remake ma quel che spaventa è la mancanza di personalità: basta un Norman Bates che si masturba a far capire che si tratta di un film di Gus Van Sant?
Basta omaggiare un grande maestro del cinema per essere accostati a lui?
Basta ripetere ogni sua inquadratura, gesto (c’ è perfino uno che assomiglia a Hitchcock sul marciapiede fuori dall’ ufficio) e mania per far dire allo spettatore: “Guarda com’è diligente questo alunno di Alfred!”
No.
Non basta.
È anzi offensivo credere che tutto ciò sia un omaggio a una pellicola che non aveva bisogno di nessun omaggio, di nessun rifacimento perché è ancora troppo nuova e splendente così com’è.
Nel suo bianco e nero inquietante, nel suo Anthony Perkins eccezionale, nella sua bellissima Janet Leigh ma soprattutto nella sua regia.
I colori, Viggo Mortensen (straordinariamente simile l’ abbigliamento che usa qui e in “A history of violence”), Anne Heche (sensuale più o meno come un muro di cartongesso) e Van Sant non possono far nulla per omaggiare Hitchcock.
Anzi si.
Una cosa la potevano fare tutti insieme.
Sedersi su un divano e rivedersi ancora una volta l’ originale.
Per prostrarsi ai piedi del televisore di fronte a tanta arguzia.
Per evitare di rovinare un bel ricordo a tanti spettatori e schifarne altrettanti che non hanno visto l’ originale.
Per non perdere tempo prezioso nella propria effimera vita.
Il film più brutto che io abbia mai visto?
No, assolutamente.
Ma quello più inutile senza dubbio.
PSYCHO- PSYCO
REGIA: Alfred Hitchcock
ANNO: 1960
VOTO: 10
PSYCHO
REGIA: Gus Van Sant
ANNO: 1998
VOTO: 3,5
GENERE: Thriller
QUANTO CONTRIBUISCE LA SPLENDIDA COLONNA SONORA DI BERNARD HERRMANN AL RISULTATO FINALE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Nel caso di Hitchcock a tutti, nel caso di Van Sant vuole vedere un remake uguale e più brutto dell’ originale (tanto per cambiare!)
Signore e signori la recensione di Psycho!


Inutile.
Inutile, pretenzioso, falso e senza senso di esistere.
A volte mi chiedo come possa venire anche solo in mente ad una persona di girare certe pellicole.
Di mettersi li a buttare dei soldi in allegria nel cesso come se fossero foglietti con scritto sopra delle cifre insignificanti.
Ma soprattutto.
Perché buttare via del tempo che non tornerà più nella vita?
E perché far perdere due ore a milioni di spettatori che potevano prendere una sana boccata d’ aria in quel tempo ormai andato perso?
Mi riferisco al remake di Van Sant ovviamente.
Il remake di Psyco di Alfred Hitchcock.
Uno dei capolavori del grande maestro che meriterebbe pagine e pagine di analisi filmica e sociologica reinterpretato da uno dei più apprezzati cineasti degli anni 90 (mi riferisco all’ opinione comune e non alla mia che è ancora molto indecisa sulla questione).
Reinterpretato.
Che parolone.
Diciamo pure copiato con la carta carbone.
Diciamo pure fotocopiato a colori con qualche errore di stampa qua e là.
La domanda che mi sono posto subito dopo aver visto l’ originale Psyco è stata: “Perché girare un remake di una pellicola così tremendamente moderna?”
Non c’ è una risposta a una domanda del genere.
O perlomeno io non l’ ho trovata.
Il gioco di Hitchcock con lo spettatore, quello fatto di personaggi inesistenti, di giochi di camera, di piccoli particolari da interpretare, di doppiatori diversi per uno stesso personaggio nella distruzione di una delle regole base della cinematografia classica (Norman Bates nei panni della madre non è doppiato dallo stesso Anthony Perkins) diventa nelle mani di Van Sant segatura al vento.
Diventa una sterile copia fatta di dialoghi, inquadrature, personaggi e ambientazioni il più possibile identici all’ originale.
E così mentre Hitchcock si diverte a prendere in giro lo spettatore, mentre lo fa girare da una parte per rubargli il portafoglio dall’ altra, mentre gli fa morire il protagonista a metà pellicola lasciandolo senza un punto di riferimento fisso, Van Sant con fare serioso tenta di fare l’ Hitchcock in modo maldestro.
Tenta di distrarre lo spettatore e non fa altro che annoiarlo, tenta di mettere in scena un nuovo Anthony Perkins e si trova con un Vince Vaughn rigido come un tronco, tenta di fare il giocoliere e gli cadono tutte le palline dalle mani.
E Hitchcock se la ride.
Mentre mescola la società moderna al gotico ottocentesco (la casa di Norman) e mette in scena come se nulla fosse uno dei grandi mali nascosti dell’ America moderna (i tranquillanti- psicofarmaci che la collega di Marion prende in ufficio) si diverte a vedere come Van Sant annaspi sulle sue orme cadendo con la faccia nel fango per un passo troppo lungo della gamba.
Che Van Sant non sia Hitchcock lo si capisce fin dal nome, ma che Van Sant abbia in comune con il maestro una sola lettera nel cognome lo si capisce solo guardando attentamente.
Lo Psycho del 1998 è privo di ispirazione e di inventiva come molti remake ma quel che spaventa è la mancanza di personalità: basta un Norman Bates che si masturba a far capire che si tratta di un film di Gus Van Sant?
Basta omaggiare un grande maestro del cinema per essere accostati a lui?
Basta ripetere ogni sua inquadratura, gesto (c’ è perfino uno che assomiglia a Hitchcock sul marciapiede fuori dall’ ufficio) e mania per far dire allo spettatore: “Guarda com’è diligente questo alunno di Alfred!”
No.
Non basta.
È anzi offensivo credere che tutto ciò sia un omaggio a una pellicola che non aveva bisogno di nessun omaggio, di nessun rifacimento perché è ancora troppo nuova e splendente così com’è.
Nel suo bianco e nero inquietante, nel suo Anthony Perkins eccezionale, nella sua bellissima Janet Leigh ma soprattutto nella sua regia.
I colori, Viggo Mortensen (straordinariamente simile l’ abbigliamento che usa qui e in “A history of violence”), Anne Heche (sensuale più o meno come un muro di cartongesso) e Van Sant non possono far nulla per omaggiare Hitchcock.
Anzi si.
Una cosa la potevano fare tutti insieme.
Sedersi su un divano e rivedersi ancora una volta l’ originale.
Per prostrarsi ai piedi del televisore di fronte a tanta arguzia.
Per evitare di rovinare un bel ricordo a tanti spettatori e schifarne altrettanti che non hanno visto l’ originale.
Per non perdere tempo prezioso nella propria effimera vita.
Il film più brutto che io abbia mai visto?
No, assolutamente.
Ma quello più inutile senza dubbio.
PSYCHO- PSYCO
REGIA: Alfred Hitchcock
ANNO: 1960
VOTO: 10
PSYCHO
REGIA: Gus Van Sant
ANNO: 1998
VOTO: 3,5
GENERE: Thriller
QUANTO CONTRIBUISCE LA SPLENDIDA COLONNA SONORA DI BERNARD HERRMANN AL RISULTATO FINALE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Nel caso di Hitchcock a tutti, nel caso di Van Sant vuole vedere un remake uguale e più brutto dell’ originale (tanto per cambiare!)
Di che si parla
Film,
Hitchcock Alfred,
Horror,
original and remake,
Thriller,
Van Sant Gus
mercoledì 9 gennaio 2008
ORIGINAL AND REMAKE_ IL PIANETA DELLE SCIMMIE
PLANET OF THE APES- IL PIANETA DELLE SCIMMIE- REMAKE (2001)
E finalmente si torna alle recensioni!
Dopo una grande pausa natalizia a cui si sono aggiunti alcuni giorni per l' elaborazione di classifiche varie ritorno alla mia grande passione riprendendo il discorso la dove si era interrotto ma portandolo più avanti nel tempo.
Il titolo riporta la recensione all' "Original and remake" semplicemente perche all' inizio avevo pensato ad un unico post per entrambi i film ma poi mi è sembrato conveniente dividere le due parti per la mole di pensieri che ognuna di esse conteneva.
Fine dei preamboli e delle seriosità.
Se volete leggere del film originale cliccate pure qui mentre per la recensione del libro scendete fino a qui!
Buona lettura!

Tim Burton è intoccabile.
Mi è capitato ultimamente di girare su molti forum, blog e siti di cinema e sono giunto alla conclusione che ci sono personaggi intoccabili per il pubblico.
Tim Burton, Nicole Kidman e Johnny Depp sono tra questi.
Francis Ford Coppola, Martin Scorsese o Jack Nicholson non lo sono.
Gli ultimi tre sono degli Dei per la critica ufficiale (o quasi), ma al pubblico poco importa.
E di questo sono felice.
Mi fa piacere vedere un film di Coppola criticato al di là del suo nome, al di là della sua carriera, al di là di tutto quanto può comportare un nome del genere.
Peccato che poi lo stesso non si faccia con Tim Burton.
“Tutti i film di Tim Burton sono capolavori!”
“Tim Burton è un genio!”
“Tim Burton non ha mai sbagliato una pellicola!”
“Tim Burton è Dio!”
E via dicendo.
Credetemi non sto delirando, ma ho letto tante di queste frasi girovagando in rete che ne ho davvero la nausea.
Ne ho lette talmente tante che un po’ ho cominciato ad odiarlo.
“Eresia!” afferma qualcuno.
Eppure credetemi che non c’ è davvero nulla di eretico nell’ affermare che “Il pianeta delle scimmie” è una schifezza bella e buona.
Avevo già visto molti spezzoni alla tv del film in questione e già allora, da buon amante di Burton (lo confesso), mi ero chiesto che diavolo fosse quella roba.
Scimmie giovani con giubbotti di pelle che si spaventano al passaggio di un uomo, scimmioni che si profumano con petali di non so che, bimbe scimmie che danno la buonanotte al loro umano domestico chiuso in gabbia.
Non avevo ancora letto il libro di Boulle.
Non avevo ancora visto la pellicola originale di Schaffner.
Non mi ero ancora innamorato de “Il pianeta delle scimmie”.
Ora lo posso ridire ad alta voce senza vergognarmene: “Il pianeta delle scimmie” diretto da Tim Burton nel 2001 è una schifezza bella e buona, senza nessuna scusante.
Durante la visione ho avuto più volte la tentazione di spegnere tutto e usare il dvd come disco per il flessibile, ma ho resistito nonostante tutto.
Nonostante la visione favolistica Burtoniana del mondo delle scimmie che si aggira tra il patetico, il ridicolo ed il pietoso ho resistito.
Nonostante le scene d’ azione siano qualcosa di allucinantemente brutto e noioso sono rimasto davanti allo schermo.
Nonostante Mark Wahlberg ad un certo punto affermi “A volte anche pochi possono fare la differenza!” non sono scoppiato a ridere.
“Planet Of The Apes” diretto da Tim Burton diventa qualcosa di veramente sconclusionato: tra personaggi completamente inventati e una storia sostanzialmente differente sia da quella del libro sia da quella del film originale del ’68 Tim Burton ci propone (nonostante molte critiche non siano d’ accordo con questo) l’ ennesimo mondo Burtoniano.
Personaggi marchiati e rifiutati dalla loro società che non sanno bene da che parte stare ma che alla fine hanno un cuore d’ oro (Ria, la scimmia che aiuta Leo a salvarsi), viscidi vermi che fanno di tutto per farsi odiare ma che fanno anche un po’ ridere (Limbo, il mercante di umani) e due concezioni molto diverse di vita (quella delle scimmie e quella degli umani).
Tra villaggi molto scuri, paesaggi molto scuri, costumi molto scuri, e cieli molto scuri Tim Burton fa muovere i suoi personaggi come se fossero in una delle sue belle favole gotiche perdendo così il messaggio di Boulle riguardo il progresso e le caste della società qui appena accennate e quello del film originale riguardo il bisogno di saggi.
Tim Burton perde tutto.
Nel suo voler far apparire “Il pianeta delle scimmie” come qualcosa di totalmente nuovo (lui non parla di remake infatti, ma di reimmaginazione di questo mondo) crea un ibrido che non convince davvero nessuno.
Ne l’ appassionato del libro di Boulle, ne l’ amante del film originale e neppure il bisognoso di un buon film di fantascienza.
Il film di Burton perde in epicità, in metafora, in musiche (seppur buone le musiche di Elfman non sono paragonabili a quelle meravigliose di Jerry Goldsmith nell’ originale) e ovviamente in recitazione: Mark Wahlberg è pari a un sacco di patate a confronto con Charlton Heston (ma anche non a confronto) che nei suoi 2 minuti di riapparizione nei panni dello scimmione Zaius fa tremare tutti ripetendo la mitica frase “Maledetti, maledetti! Siano tutti maledetti!” (ingiustissimo il Razzie award per peggior attore non protagonista in questo caso!)
Per il resto non c’ è davvero nulla da dire.
Tim Burton incontra la sua Helena Bonham Carter sul set e di li a breve se la scarrozzerà in ogni film e forse questo è uno dei maggiori pregi di una pellicola inutile e persino dannosa per chi non ha visto l’ originale che non sarà certo invogliato dopo questa schifezzina.
Insomma Tim Burton è intoccabile?
Direi di no.
REGIA: Tim Burton
ANNO: 2001
GENERE: Fantascienza
VOTO: 3,5
QUANTO TIM ROTH NEI PANNI DELL’ ODIOSO GENERALE THADE È L’ UNICO A SALVARSI IN MEZZO A QUESTO PANTANO: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere l’ ennesimo prodotto fantascientifico scadente di questo nuovo millennio. Ci immaginavano tutti su auto volanti e razzi supersonici e non siamo neanche in grado di fare un buon film di fantascienza. Che vergogna!
E finalmente si torna alle recensioni!
Dopo una grande pausa natalizia a cui si sono aggiunti alcuni giorni per l' elaborazione di classifiche varie ritorno alla mia grande passione riprendendo il discorso la dove si era interrotto ma portandolo più avanti nel tempo.
Il titolo riporta la recensione all' "Original and remake" semplicemente perche all' inizio avevo pensato ad un unico post per entrambi i film ma poi mi è sembrato conveniente dividere le due parti per la mole di pensieri che ognuna di esse conteneva.
Fine dei preamboli e delle seriosità.
Se volete leggere del film originale cliccate pure qui mentre per la recensione del libro scendete fino a qui!
Buona lettura!

Tim Burton è intoccabile.
Mi è capitato ultimamente di girare su molti forum, blog e siti di cinema e sono giunto alla conclusione che ci sono personaggi intoccabili per il pubblico.
Tim Burton, Nicole Kidman e Johnny Depp sono tra questi.
Francis Ford Coppola, Martin Scorsese o Jack Nicholson non lo sono.
Gli ultimi tre sono degli Dei per la critica ufficiale (o quasi), ma al pubblico poco importa.
E di questo sono felice.
Mi fa piacere vedere un film di Coppola criticato al di là del suo nome, al di là della sua carriera, al di là di tutto quanto può comportare un nome del genere.
Peccato che poi lo stesso non si faccia con Tim Burton.
“Tutti i film di Tim Burton sono capolavori!”
“Tim Burton è un genio!”
“Tim Burton non ha mai sbagliato una pellicola!”
“Tim Burton è Dio!”
E via dicendo.
Credetemi non sto delirando, ma ho letto tante di queste frasi girovagando in rete che ne ho davvero la nausea.
Ne ho lette talmente tante che un po’ ho cominciato ad odiarlo.
“Eresia!” afferma qualcuno.
Eppure credetemi che non c’ è davvero nulla di eretico nell’ affermare che “Il pianeta delle scimmie” è una schifezza bella e buona.
Avevo già visto molti spezzoni alla tv del film in questione e già allora, da buon amante di Burton (lo confesso), mi ero chiesto che diavolo fosse quella roba.
Scimmie giovani con giubbotti di pelle che si spaventano al passaggio di un uomo, scimmioni che si profumano con petali di non so che, bimbe scimmie che danno la buonanotte al loro umano domestico chiuso in gabbia.
Non avevo ancora letto il libro di Boulle.
Non avevo ancora visto la pellicola originale di Schaffner.
Non mi ero ancora innamorato de “Il pianeta delle scimmie”.
Ora lo posso ridire ad alta voce senza vergognarmene: “Il pianeta delle scimmie” diretto da Tim Burton nel 2001 è una schifezza bella e buona, senza nessuna scusante.
Durante la visione ho avuto più volte la tentazione di spegnere tutto e usare il dvd come disco per il flessibile, ma ho resistito nonostante tutto.
Nonostante la visione favolistica Burtoniana del mondo delle scimmie che si aggira tra il patetico, il ridicolo ed il pietoso ho resistito.
Nonostante le scene d’ azione siano qualcosa di allucinantemente brutto e noioso sono rimasto davanti allo schermo.
Nonostante Mark Wahlberg ad un certo punto affermi “A volte anche pochi possono fare la differenza!” non sono scoppiato a ridere.
“Planet Of The Apes” diretto da Tim Burton diventa qualcosa di veramente sconclusionato: tra personaggi completamente inventati e una storia sostanzialmente differente sia da quella del libro sia da quella del film originale del ’68 Tim Burton ci propone (nonostante molte critiche non siano d’ accordo con questo) l’ ennesimo mondo Burtoniano.
Personaggi marchiati e rifiutati dalla loro società che non sanno bene da che parte stare ma che alla fine hanno un cuore d’ oro (Ria, la scimmia che aiuta Leo a salvarsi), viscidi vermi che fanno di tutto per farsi odiare ma che fanno anche un po’ ridere (Limbo, il mercante di umani) e due concezioni molto diverse di vita (quella delle scimmie e quella degli umani).
Tra villaggi molto scuri, paesaggi molto scuri, costumi molto scuri, e cieli molto scuri Tim Burton fa muovere i suoi personaggi come se fossero in una delle sue belle favole gotiche perdendo così il messaggio di Boulle riguardo il progresso e le caste della società qui appena accennate e quello del film originale riguardo il bisogno di saggi.
Tim Burton perde tutto.
Nel suo voler far apparire “Il pianeta delle scimmie” come qualcosa di totalmente nuovo (lui non parla di remake infatti, ma di reimmaginazione di questo mondo) crea un ibrido che non convince davvero nessuno.
Ne l’ appassionato del libro di Boulle, ne l’ amante del film originale e neppure il bisognoso di un buon film di fantascienza.
Il film di Burton perde in epicità, in metafora, in musiche (seppur buone le musiche di Elfman non sono paragonabili a quelle meravigliose di Jerry Goldsmith nell’ originale) e ovviamente in recitazione: Mark Wahlberg è pari a un sacco di patate a confronto con Charlton Heston (ma anche non a confronto) che nei suoi 2 minuti di riapparizione nei panni dello scimmione Zaius fa tremare tutti ripetendo la mitica frase “Maledetti, maledetti! Siano tutti maledetti!” (ingiustissimo il Razzie award per peggior attore non protagonista in questo caso!)
Per il resto non c’ è davvero nulla da dire.
Tim Burton incontra la sua Helena Bonham Carter sul set e di li a breve se la scarrozzerà in ogni film e forse questo è uno dei maggiori pregi di una pellicola inutile e persino dannosa per chi non ha visto l’ originale che non sarà certo invogliato dopo questa schifezzina.
Insomma Tim Burton è intoccabile?
Direi di no.
REGIA: Tim Burton
ANNO: 2001
GENERE: Fantascienza
VOTO: 3,5
QUANTO TIM ROTH NEI PANNI DELL’ ODIOSO GENERALE THADE È L’ UNICO A SALVARSI IN MEZZO A QUESTO PANTANO: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere l’ ennesimo prodotto fantascientifico scadente di questo nuovo millennio. Ci immaginavano tutti su auto volanti e razzi supersonici e non siamo neanche in grado di fare un buon film di fantascienza. Che vergogna!
Di che si parla
Burton Tim,
Fantascienza,
Film,
original and remake,
Pianeta delle scimmie
giovedì 27 dicembre 2007
ORIGINAL AND REMAKE_ CAT PEOPLE- IL BACIO DELLA PANTERA
- CAT PEOPLE- IL BACIO DELLA PANTERA (1943)
- CAT PEOPLE- IL BACIO DELLA PANTERA (1982)


Non avevo nessuna voglia di vedere questi due film.
Ve lo dico subito.
In modo che nessuno poi mi venga a dire di essere stato troppo freddo o cattivo.
Non ne avevo nessuna voglia eppure li ho visti comunque perché si ricollegano al prossimo regista che mi accingo ad analizzare.
E sia chiaro che non si tratta ne di Jacques Tourneaur (magari più avanti nel tempo) ne di Paul Schrader (magari in un’ altra vita data l’ esperienza…).
Ma non importa chi sarà la mia prossima vittima.
Quello che importa qui sono questi due film: l’ originale del 1943 diretto dal grande Jacques Tourneaur e prima produzione per la Rko dell’ ancor più grande Val Lewton e il remake datato 1982 con regia di Paul Schrader, un signore autore dello script di pellicole come “Taxi Driver”, “Toro scatenato” e “L’ ultima tentazione di Cristo”.
Premesse importanti quindi.
Nel primo caso si parla di un produttore che ha fatto la storia dell’ horror psicologico degli anni ’40, nel secondo caso si tratta semplicemente dello scrittore di due film che hanno fatto la storia del cinema moderno.
Due capolavori quindi queste due pellicole?
Andiamo con calma.
Nel primo caso ci troviamo di fronte a quello che viene indicato da molti come il primo horror psicologico di rilievo.
Horror psicologico.
Che belle le definizioni.
Tu dici horror psicologico e tutti capiscono cosa intendi senza che stai li tanto a scervellarti per trovare le parole.
E se non lo capiscono proprio tutti vi riassumo io brutalmente cosa significa: film di impostazione horror in cui semplicemente deve sempre accadere qualcosa ma non accade mai nulla. E se accade, state sicuri che voi non vedrete (quasi) niente.
Perché la filosofia di Val Lewton (“una storia d’ amore, tre scene di atmosfera orrorifica e una scena carica di violenza”) in questa sua prima produzione a capo dell’ unità horror della Rko diventa regola ferrea a cui Tourneaur deve rigidamente attenersi.
Budget ristretto (134000 dollari), durata inferiore ai 75 minuti e supervisione di Lewton sul titolo.
Le regole imposte dalla Rko al produttore sono tutte rispettate.
Cosa ne è venuto fuori?
“Il bacio della pantera” racconta la storia di una donna tanto attraente quanto inquietante di nome Irena che si innamora e si sposa con Kent Reed dopo averlo conosciuto per caso allo zoo.
La vita dei due procede in modo strano: se da una parte lui è terribilmente attratto dalla donna misteriosa che si trova a fianco quasi per caso, dall’ altro ne è evidentemente spaventato, soprattutto per le parole di Irena che si convince sempre più di essere maledetta e di appartenere addirittura ad una razza “mutante” maledetta della Serbia, capace di trasformarsi in una pericolosa pantera se farà sesso con il suo amato.
La pellicola si muove così interamente sull’ ambiguità del personaggio di Irena: è maledetta? Si può trasformare realmente? Sono suoi i passi che seguono quelli di Alice (che rivelerà il suo segreto amore per l’ amico del cuore Kent solo sul finale)? Sono suoi i ruggiti che terrorizzano Alice in piscina? Ma soprattutto: chi ha scritto la sceneggiatura di questo film?
Se da una parte la mia voglia di vederlo era già abbastanza bassa dall’ altra lo sceneggiatore ce la mette tutta per confondere le idee e stancare (o stupire, secondo il suo punto di vista) lo spettatore con idee balzane che spuntano all’ improvviso senza il minimo preavviso e buchi di sceneggiatura enormi.
Mentre Tourneaur si impegna al massimo in una regia davvero magnifica con almeno tre momenti storici da ricordare (l’ inseguimento, la scena in piscina poi omaggiata da Dario Argento in “Suspiria” e quella del sogno psichedelico di Irena) lo sceneggiatore ingaggia una battaglia con se stesso: sta benedetta Irena è o non è una pantera?
Bella domanda!
Peccato che persino alla fine si hanno dei dubbi!
Certo: geniale, precorre i tempi, è un horror psicologico! È una grande metafora della paura del sesso e di una società castigata.
Però io alla fine lo vorrei dare un senso al tutto e invece non ci riesco.
Fino ad un attimo prima sono convinto di una cosa e poi mi crolla tutto addosso in un finale che sembra messo li giusto per fissarti il punto di domanda sulla fronte.
Purtroppo se questo dire- non dire poteva anche essere apprezzato in un momento meno svogliato quello che fa davvero più infuriare sono i buchi enormi nella sceneggiatura e le banalità che il film non prova nemmeno ad evitare.
Irena e Kent si conoscono al parco in modo insensato (tipo lui la vede, le dice due parole, la invita a casa sua e lei accetta!) e nella scena dopo si stanno sposando!
Come se non bastasse al matrimonio spunta un personaggio assurdo mai visto (e che mai si rivedrà) di nero vestito che accusa Irena chiamandola sorella.
Le incongruenze (se vogliamo chiamarle in modo gentile) non si fermano qui eppure non mi va di insistere.
Certo “è cinema” dirà qualcuno, è la fantasia al potere.
Però non esageriamo. Il problema qui è che si vuole dare un’ aria di realismo a qualcosa che di realistico non ha nemmeno l’ ombra.
“Il bacio della pantera” è una pellicola a basso budget che ottenne un successo strepitoso nel 1943 e dopo più di 60 anni ci sta il suo invecchiamento (anche se moltissimi critici non sono assolutamente d’ accordo con questa mia idea dell’ invecchiamento).
Lo perdono quindi perché, nonostante tutto, un suo senso come anticipatore di un nuovo modo di girare horror senza mettere mostri e mostricciatoli davanti a tutto ce l’ ha.
Ma quello che davvero non comprendo è il suo remake datato 1982.
Voluto fortemente dalla Universal che aveva visto nel fantastico “Un lupo mannaro americano a Londra” una sorta di rinascita di quell’ horror mostruoso che aveva segnato il suo successo tra gli anni 30 e gli anni 50, il remake de “Il bacio della pantera” viene affidato a Paul Schrader alla sua seconda regia dopo quel simbolo degli anni ’80 che è “American Gigolò”.
Premesso il fatto che a me “American Gigolò” non è mai sembrato davvero nulla di che nonostante tutto il suo successo, quello che più mi infastidisce è la stupidità dei dirigenti della Universal.
Perché mai tra tutti i film remakabili hanno scelto “Il bacio della pantera”? Un film che si dichiarava in aperto contrasto con la concezione di horror che la Universal ha sempre avuto: mostri in primo piano, scene di terrore ogni 3x2 e un’ ironia di fondo che permea ogni suo film.
Cosa aveva “Il bacio della pantera” di tutto questo?
Assolutamente nulla.
Ma nessuno ferma un produttore in cerca di remake fortunato e quindi.
E quindi eccolo “Il bacio della pantera” degli anni ’80.
Un film che riprende la storiella dei “mutanti” serbi per trasformarla in qualcosa di terribilmente anni ’80.
Viene aggiunto il fratello di Irena, una colonna sonora di sintetizzatori all’ ennesima potenza e il classico mostro anni ’80.
Perché quello che la Universal (e Paul Schrader) fa con questo remake è trasformarlo in un suo horror di concezione anni ’80 (si era per caso capito? Ho detto anni ’80 per tre volte in tre fasi, quattro!)
Mostri in primo piano, scene di terrore (o di schifo) ogni 3x2 e nessuna ironia.
Qui tutti si prendono terribilmente sul serio e il risultato è davvero qualcosa di grottesco.
Tra incesti tra fratello e sorella (come potevano mancare nei favolosi anni ‘80?), braccia strappate a morsi e trasformazioni da filmaccio di serie c, “Il bacio della pantera” diviene in questa verione ottantina qualcosa di davvero mostruoso.
In tutti i sensi.
Mentre nell’ originale alla bella Simone Simon nei panni di Irena bastava uno sguardo per incantare tutta la platea, Nastassja Kinski (figlia di Klaus Kinski che oggi si diletta tra filmetti tv di serie z) deve mostrare le tette ogni quarto d’ ora per non farci assopire con i suoi fintissimi pianti e il suo (pur incantevole) sorriso con la bocca storta che ricorda molto una certa Katie Holmes.
Mentre Jane Randolph nei panni di Alice è solo un po’ odiosetta nell’ originale, Annette O’ Toole (la mamma di Clark Kent in “Smallville”) risulta semplicemente detestabile.
Ma il massimo è raggiunto da Malcolm Mc Dowell.
Si.
Quello di “Arancia meccanica”.
Sappiamo più o meno tutti del decadimento fisico, morale e filmico che subì quest’ uomo dalla fine degli anni ’70 circa fino al recente “Evilenko” ma sinceramente io ci speravo un pochettino in questo film.
Macchè!
Malcolm nei panni del fratello di Irena si aggira tra il ridicolo e il demenziale e tutte le sue smorfie e i suoi occhi strabuzzati per farci capire quanto è pazzo non possono che farci ridere dopo 5 minuti, quando capisci che non ci crede nemmeno lui a quello che sta facendo.
Un uomo pantera.
Certo.
Come no.
Ma per carità!
Ma l’ orrore non finisce qui.
Perché se un cast sbagliato può anche essere sopportato con molta fatica quello che infastidisce più di tutto è quell’ aria ottantina (o ottantiana, fate voi!) che Paul Schrader vuol far trasparire fin dalle primissime immagini.
Quel vago senso di plasticoso, finto, esagerato, irreale si respira persino nelle scene di terrore puro (quelle che vorrebbero esserlo): un braccio umano che esce da una pantera tagliata in due per un’ autopsia, un braccio staccato non si sa come da una pantera ad un guardiano incauto che fischiettava allegramente (ovviamente come ogni horror anni ’80 che si rispetti se fischietti vieni ucciso brutalmente due minuti dopo!) e infine una trasformazione pessima in pantera con tanto di quel silicone e trucco per alterare i lineamenti che sembra di trovarsi nel più infimo degli horror anni ’50.
Paul Schrader non fa nulla e anzi contribuisce a questo circo degli orrori con una regia praticamente nulla mentre David Bowie prova con la sua canzone nella colonna sonora “puro sound eighties” di Giorgio Moroder (premiata con un Golden Globes) a risollevare le sorti di una pellicola che cade ogni secondo più in basso fino all’ ultima mezz’ ora in cui sembra di star di fronte ad uno di quei soft porno da rete regionale con tutte quelle tette e quelle scene a letto.
Insomma “Il bacio della pantera” dell’ ‘82 riesce in qualche modo a nobilitare l’ originale che viene così ricordato con gran piacere dal sottoscritto.
Almeno è servito a qualcosa.
Più in basso il trailer dell' originale e i primi 5 minuti della pellicola di Schrader che potrebbero farvi venire 2 pensieri: "Mio dio quanto è anni 80?" e "Magari lo guardo, non sembra brutto". Non seguite il secondo consiglio. é brutterrimo!
IL BACIO DELLA PANTERA (1943)
REGIA: Jacques Tourneaur
ANNO: 1943
VOTO: 6,5
GENERE: Horror psicologico!
IL BACIO DELLA PANTERA (1982)
REGIA: Paul Schrader
ANNO: 1982
VOTO: 3,5
GENERE: horror anni ’80, soft porno
QUANTO MI è VENUTO IN MENTE PAUL HAGGIS E IL SUO PASSAGGIO DALLA SCENEGGIATURA (ANCHE SE ANCORA NON HA SCRITTO QUALCOSA CHE SI AVVICINI MINIMAMENTE A QUEL CAPOLAVORO DI “TAXI DRIVER”) ALLA REGIA PENSANDO A PAUL SCHRADER: 10
QUANTE VOLTE HO RIPETUTO ANNI ’80 E AFFINI: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere, nel primo caso uno dei primi “horror” giocati sulle atmosfere più che sugli effetti, nel secondo caso una schifezza di rara bruttezza ottantina (11).
- CAT PEOPLE- IL BACIO DELLA PANTERA (1982)


Non avevo nessuna voglia di vedere questi due film.
Ve lo dico subito.
In modo che nessuno poi mi venga a dire di essere stato troppo freddo o cattivo.
Non ne avevo nessuna voglia eppure li ho visti comunque perché si ricollegano al prossimo regista che mi accingo ad analizzare.
E sia chiaro che non si tratta ne di Jacques Tourneaur (magari più avanti nel tempo) ne di Paul Schrader (magari in un’ altra vita data l’ esperienza…).
Ma non importa chi sarà la mia prossima vittima.
Quello che importa qui sono questi due film: l’ originale del 1943 diretto dal grande Jacques Tourneaur e prima produzione per la Rko dell’ ancor più grande Val Lewton e il remake datato 1982 con regia di Paul Schrader, un signore autore dello script di pellicole come “Taxi Driver”, “Toro scatenato” e “L’ ultima tentazione di Cristo”.
Premesse importanti quindi.
Nel primo caso si parla di un produttore che ha fatto la storia dell’ horror psicologico degli anni ’40, nel secondo caso si tratta semplicemente dello scrittore di due film che hanno fatto la storia del cinema moderno.
Due capolavori quindi queste due pellicole?
Andiamo con calma.
Nel primo caso ci troviamo di fronte a quello che viene indicato da molti come il primo horror psicologico di rilievo.
Horror psicologico.
Che belle le definizioni.
Tu dici horror psicologico e tutti capiscono cosa intendi senza che stai li tanto a scervellarti per trovare le parole.
E se non lo capiscono proprio tutti vi riassumo io brutalmente cosa significa: film di impostazione horror in cui semplicemente deve sempre accadere qualcosa ma non accade mai nulla. E se accade, state sicuri che voi non vedrete (quasi) niente.
Perché la filosofia di Val Lewton (“una storia d’ amore, tre scene di atmosfera orrorifica e una scena carica di violenza”) in questa sua prima produzione a capo dell’ unità horror della Rko diventa regola ferrea a cui Tourneaur deve rigidamente attenersi.
Budget ristretto (134000 dollari), durata inferiore ai 75 minuti e supervisione di Lewton sul titolo.
Le regole imposte dalla Rko al produttore sono tutte rispettate.
Cosa ne è venuto fuori?
“Il bacio della pantera” racconta la storia di una donna tanto attraente quanto inquietante di nome Irena che si innamora e si sposa con Kent Reed dopo averlo conosciuto per caso allo zoo.
La vita dei due procede in modo strano: se da una parte lui è terribilmente attratto dalla donna misteriosa che si trova a fianco quasi per caso, dall’ altro ne è evidentemente spaventato, soprattutto per le parole di Irena che si convince sempre più di essere maledetta e di appartenere addirittura ad una razza “mutante” maledetta della Serbia, capace di trasformarsi in una pericolosa pantera se farà sesso con il suo amato.
La pellicola si muove così interamente sull’ ambiguità del personaggio di Irena: è maledetta? Si può trasformare realmente? Sono suoi i passi che seguono quelli di Alice (che rivelerà il suo segreto amore per l’ amico del cuore Kent solo sul finale)? Sono suoi i ruggiti che terrorizzano Alice in piscina? Ma soprattutto: chi ha scritto la sceneggiatura di questo film?
Se da una parte la mia voglia di vederlo era già abbastanza bassa dall’ altra lo sceneggiatore ce la mette tutta per confondere le idee e stancare (o stupire, secondo il suo punto di vista) lo spettatore con idee balzane che spuntano all’ improvviso senza il minimo preavviso e buchi di sceneggiatura enormi.
Mentre Tourneaur si impegna al massimo in una regia davvero magnifica con almeno tre momenti storici da ricordare (l’ inseguimento, la scena in piscina poi omaggiata da Dario Argento in “Suspiria” e quella del sogno psichedelico di Irena) lo sceneggiatore ingaggia una battaglia con se stesso: sta benedetta Irena è o non è una pantera?
Bella domanda!
Peccato che persino alla fine si hanno dei dubbi!
Certo: geniale, precorre i tempi, è un horror psicologico! È una grande metafora della paura del sesso e di una società castigata.
Però io alla fine lo vorrei dare un senso al tutto e invece non ci riesco.
Fino ad un attimo prima sono convinto di una cosa e poi mi crolla tutto addosso in un finale che sembra messo li giusto per fissarti il punto di domanda sulla fronte.
Purtroppo se questo dire- non dire poteva anche essere apprezzato in un momento meno svogliato quello che fa davvero più infuriare sono i buchi enormi nella sceneggiatura e le banalità che il film non prova nemmeno ad evitare.
Irena e Kent si conoscono al parco in modo insensato (tipo lui la vede, le dice due parole, la invita a casa sua e lei accetta!) e nella scena dopo si stanno sposando!
Come se non bastasse al matrimonio spunta un personaggio assurdo mai visto (e che mai si rivedrà) di nero vestito che accusa Irena chiamandola sorella.
Le incongruenze (se vogliamo chiamarle in modo gentile) non si fermano qui eppure non mi va di insistere.
Certo “è cinema” dirà qualcuno, è la fantasia al potere.
Però non esageriamo. Il problema qui è che si vuole dare un’ aria di realismo a qualcosa che di realistico non ha nemmeno l’ ombra.
“Il bacio della pantera” è una pellicola a basso budget che ottenne un successo strepitoso nel 1943 e dopo più di 60 anni ci sta il suo invecchiamento (anche se moltissimi critici non sono assolutamente d’ accordo con questa mia idea dell’ invecchiamento).
Lo perdono quindi perché, nonostante tutto, un suo senso come anticipatore di un nuovo modo di girare horror senza mettere mostri e mostricciatoli davanti a tutto ce l’ ha.
Ma quello che davvero non comprendo è il suo remake datato 1982.
Voluto fortemente dalla Universal che aveva visto nel fantastico “Un lupo mannaro americano a Londra” una sorta di rinascita di quell’ horror mostruoso che aveva segnato il suo successo tra gli anni 30 e gli anni 50, il remake de “Il bacio della pantera” viene affidato a Paul Schrader alla sua seconda regia dopo quel simbolo degli anni ’80 che è “American Gigolò”.
Premesso il fatto che a me “American Gigolò” non è mai sembrato davvero nulla di che nonostante tutto il suo successo, quello che più mi infastidisce è la stupidità dei dirigenti della Universal.
Perché mai tra tutti i film remakabili hanno scelto “Il bacio della pantera”? Un film che si dichiarava in aperto contrasto con la concezione di horror che la Universal ha sempre avuto: mostri in primo piano, scene di terrore ogni 3x2 e un’ ironia di fondo che permea ogni suo film.
Cosa aveva “Il bacio della pantera” di tutto questo?
Assolutamente nulla.
Ma nessuno ferma un produttore in cerca di remake fortunato e quindi.
E quindi eccolo “Il bacio della pantera” degli anni ’80.
Un film che riprende la storiella dei “mutanti” serbi per trasformarla in qualcosa di terribilmente anni ’80.
Viene aggiunto il fratello di Irena, una colonna sonora di sintetizzatori all’ ennesima potenza e il classico mostro anni ’80.
Perché quello che la Universal (e Paul Schrader) fa con questo remake è trasformarlo in un suo horror di concezione anni ’80 (si era per caso capito? Ho detto anni ’80 per tre volte in tre fasi, quattro!)
Mostri in primo piano, scene di terrore (o di schifo) ogni 3x2 e nessuna ironia.
Qui tutti si prendono terribilmente sul serio e il risultato è davvero qualcosa di grottesco.
Tra incesti tra fratello e sorella (come potevano mancare nei favolosi anni ‘80?), braccia strappate a morsi e trasformazioni da filmaccio di serie c, “Il bacio della pantera” diviene in questa verione ottantina qualcosa di davvero mostruoso.
In tutti i sensi.
Mentre nell’ originale alla bella Simone Simon nei panni di Irena bastava uno sguardo per incantare tutta la platea, Nastassja Kinski (figlia di Klaus Kinski che oggi si diletta tra filmetti tv di serie z) deve mostrare le tette ogni quarto d’ ora per non farci assopire con i suoi fintissimi pianti e il suo (pur incantevole) sorriso con la bocca storta che ricorda molto una certa Katie Holmes.
Mentre Jane Randolph nei panni di Alice è solo un po’ odiosetta nell’ originale, Annette O’ Toole (la mamma di Clark Kent in “Smallville”) risulta semplicemente detestabile.
Ma il massimo è raggiunto da Malcolm Mc Dowell.
Si.
Quello di “Arancia meccanica”.
Sappiamo più o meno tutti del decadimento fisico, morale e filmico che subì quest’ uomo dalla fine degli anni ’70 circa fino al recente “Evilenko” ma sinceramente io ci speravo un pochettino in questo film.
Macchè!
Malcolm nei panni del fratello di Irena si aggira tra il ridicolo e il demenziale e tutte le sue smorfie e i suoi occhi strabuzzati per farci capire quanto è pazzo non possono che farci ridere dopo 5 minuti, quando capisci che non ci crede nemmeno lui a quello che sta facendo.
Un uomo pantera.
Certo.
Come no.
Ma per carità!
Ma l’ orrore non finisce qui.
Perché se un cast sbagliato può anche essere sopportato con molta fatica quello che infastidisce più di tutto è quell’ aria ottantina (o ottantiana, fate voi!) che Paul Schrader vuol far trasparire fin dalle primissime immagini.
Quel vago senso di plasticoso, finto, esagerato, irreale si respira persino nelle scene di terrore puro (quelle che vorrebbero esserlo): un braccio umano che esce da una pantera tagliata in due per un’ autopsia, un braccio staccato non si sa come da una pantera ad un guardiano incauto che fischiettava allegramente (ovviamente come ogni horror anni ’80 che si rispetti se fischietti vieni ucciso brutalmente due minuti dopo!) e infine una trasformazione pessima in pantera con tanto di quel silicone e trucco per alterare i lineamenti che sembra di trovarsi nel più infimo degli horror anni ’50.
Paul Schrader non fa nulla e anzi contribuisce a questo circo degli orrori con una regia praticamente nulla mentre David Bowie prova con la sua canzone nella colonna sonora “puro sound eighties” di Giorgio Moroder (premiata con un Golden Globes) a risollevare le sorti di una pellicola che cade ogni secondo più in basso fino all’ ultima mezz’ ora in cui sembra di star di fronte ad uno di quei soft porno da rete regionale con tutte quelle tette e quelle scene a letto.
Insomma “Il bacio della pantera” dell’ ‘82 riesce in qualche modo a nobilitare l’ originale che viene così ricordato con gran piacere dal sottoscritto.
Almeno è servito a qualcosa.
Più in basso il trailer dell' originale e i primi 5 minuti della pellicola di Schrader che potrebbero farvi venire 2 pensieri: "Mio dio quanto è anni 80?" e "Magari lo guardo, non sembra brutto". Non seguite il secondo consiglio. é brutterrimo!
IL BACIO DELLA PANTERA (1943)
REGIA: Jacques Tourneaur
ANNO: 1943
VOTO: 6,5
GENERE: Horror psicologico!
IL BACIO DELLA PANTERA (1982)
REGIA: Paul Schrader
ANNO: 1982
VOTO: 3,5
GENERE: horror anni ’80, soft porno
QUANTO MI è VENUTO IN MENTE PAUL HAGGIS E IL SUO PASSAGGIO DALLA SCENEGGIATURA (ANCHE SE ANCORA NON HA SCRITTO QUALCOSA CHE SI AVVICINI MINIMAMENTE A QUEL CAPOLAVORO DI “TAXI DRIVER”) ALLA REGIA PENSANDO A PAUL SCHRADER: 10
QUANTE VOLTE HO RIPETUTO ANNI ’80 E AFFINI: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere, nel primo caso uno dei primi “horror” giocati sulle atmosfere più che sugli effetti, nel secondo caso una schifezza di rara bruttezza ottantina (11).
Di che si parla
Film,
Horror,
Lewton Val,
original and remake,
Schrader Paul,
Tourneaur Jacques
venerdì 21 dicembre 2007
UN LIBRO UN FILM_ PLANET OF THE APES- IL PIANETA DELLE SCIMMIE
Sono abbastanza arrogante da credere davvero di poter scrivere qualcosa di interessante su questa straordinaria pellicola?
Si lo sono.
La recensione che segue è la seconda sul ciclo de "Il pianeta delle scimmie", la prima riguarda il libro omonimo di Boulle da cui è nato tutto, la trovate più in basso, o semplicemente cliccando qui.
Ne seguiranno altre ovviamente, sono già pronte, ma prima mi prenderò una piccola pausa dal pianeta e pubblicherò qualcos' altro.
Questa la dovevo a Weltall e Chimi.

Riprendiamo dalla fine della scorsa recensione sul libro di Pierre Boulle da cui è stata tratta questa pellicola.
Sconvolto dopo 173 pagine mi ero detto.
Bene.
Ora vi posso tranquillamente dire che sto per accasciarmi al suolo.
Il pianeta delle scimmie è un capolavoro.
CAPOLAVORO.
Voglio che sia chiaro a tutti quello che penso perché sarà su questa linea che proseguirà la mia recensione.
Ora potete pure proseguire.
Non mi soffermerò sugli aspetti tecnici e sulle vicende sapute e risapute riguardo la sceneggiatura, il budget, il cast, il regista, il cugino del regista e quante volte in un giorno andava in bagno il produttore.
Sinceramente credo sia troppo facile cavarsela così.
Per un film come “Il pianeta delle scimmie” vorrebbe dire spulciare un secondo su google per trovare migliaia di informazioni di questo genere e sinceramente lo trovo ingiusto sia nei miei (mi sentirei abbastanza inutile) sia nei vostri confronti (cosa vi serve un blog di recensioni se vi dice le stesse cose che vi dicono milioni di altri siti più specializzati e meglio informati?)
Se capiterà di citare qualcuna delle suddette informazioni inutili sarà solo perché hanno una loro utilità ai fini dello scritto e della sua comprensione (o semplicemente perché non ho resistito alla terribile tentazione di svelarvi qualche curioso particolare).
Una volta, non molto tempo fa, lessi su un sito di recensioni l’ opinione di un ragazzo abbastanza saccente (e per abbastanza intendo tantissimo) che proclamava l’ assoluta superiorità di alcuni film senza alcuna storia al loro interno come 8 ½ di Fellini (o almeno questo è quello che credeva lui) e della tecnica sulle pellicole più classiche che si muovono con il classico sistema di narrazione (lineare o meno)e che non introducono nulla di nuovo a livello tecnico.
Voglio che lo sappiate tutti: io non sono assolutamente di quel parere.
“Il pianeta delle scimmie” è semplicemente una grande e bellissima storia.
Non è raccontata con nessuno stravagante artificio (mettere la fine all’ inizio o spargere pezzettini qua e la), non ha assolutamente nulla di così innovativo a livello superficiale (non è sicuramente la prima storia che racconta di un umano sbarcato su un pianeta abitato!) e non è nemmeno straordinaria dal punto di vista visivo (niente skateboard volanti o palazzi immensi sullo sfondo) o tecnico (la regia di Schaffner è si molto buona ma non ha spunti grandiosi da gran maestro del cinema (o almeno questa è l’ impressione che si ha ad una prima visione).
Eppure “Il pianeta delle scimmie” rimane una storia grandiosa.
In tutti i sensi possibili e immaginabili.
Non è mia intenzione mettermi qui a raccontarvi la maestosa vicenda che avrete già letto in decine di siti (o libri, o tazzine del caffè, dove volete!): la storia di Terry che, atterrato su un pianeta alieno, si ritrova a dover far i conti con una popolazione di scimmioni intelligenti e di umani regrediti allo stato scimmiesco e che dovrà avanzare dal suo stato di prigionia animale a quello di uomo libero.
“Il pianeta delle scimmie” è un film straordinario.
Se il libro di Boulle si fa strada nella nostra mente con improvvisi colpi di scena e straordinarie provocazioni intellettuali, quello che il film diretto da Franklin J. Schaffner fa è colpire al cuore con tutti i mezzi possibili e immaginabili.
E in questo senso il risultato è l’ opposto dell’ altro caposaldo della fantascienza firmato nel 1968 dal signor Kubrick: un certo “2001: odissea nello spazio” che con la sua glacialità si proponeva di farci ragionare a fondo, lavoro di mente dunque.
“Il pianeta delle scimmie” è una valanga.
Di emozioni, di immagini, di personaggi, di parole, di motti ma soprattutto di storia.
Una storia a valanga.
“Voi che mi state ascoltando adesso siete una razza diversa!”
È questa una delle primissime affermazioni di Terry (il protagonista che nel libro di Boulle si chiamava più simbolicamente Ulisse).
A Rod Serling (l’ ideatore della straordinaria serie “Ai confini della realtà” a cui la fantascienza odierna deve molto se non tutto e primo sceneggiatore del film) e Michael Wilson (sostituto di Serling alla sceneggiatura per le idee troppo costose riguardo la società avanzata secondo le esigenze scimmiesche immaginata da Serling) interessa fino ad un certo punto il colpo di scena, o perlomeno non interessa il primo colpo di scena che Boulle aveva posto al centro della sua storia.
D’ altronde esisteva già un libro e il titolo era chiaro al riguardo.
Quale colpo di scena poteva essere la comparsa di scimmie pensanti a metà pellicola?
Per questo dopo il brusco atterraggio non c’ è bisogno di molto tempo per vedere le scimmie intelligenti catturare (o uccidere nel caso del compagno nero poi imbalsamato in un museo a metà pellicola) i nostri.
La storia procede.
Come una valanga.
A differenza del libro in cui Ulisse si sofferma attentamente e per lungo tempo sulle capacità umane delle scimmie (sorridere e addirittura parlare!) Schaffner risolve tutto con una sola fantastica sequenza: gli scimmioni in piedi trionfanti sulle loro prede e il fotografio che esclama: “Sorridete!”
Rod Serling, Michael Wilson o chi per loro si muovono in modo diverso rispetto a Boulle eppure riescono a creare qualcosa di altrettanto straordinario.
Mentre il libro dello scrittore francese insisteva pesantemente sugli esperimenti da animale domestico a cui è sottoposto Taylor (o Ulisse, chiamatelo un po’ come volete!), il film di Schaffner si disinteressa quasi completamente dell’ argomento per rivolgersi alla cocciutaggine degli eminenti scienziati scimmioni biondi.
Zaius in particolare è reso talmente sgradevole, detestabile e viscido che non stupisce per nulla che la pellicola sia datata 1968.
Anzi.
Quel semplice numero, quella data, oggi, a distanza di anni, si può anche leggere come rivoluzione.
Tentata, fallita, misera, inutile, farlocca.
Potete attribuirgli l’ aggettivo che volete.
Si tratta comunque di rivoluzione.
E “Il pianeta delle scimmie” è senza alcun dubbio un figlio di quel numero, di quella data.
Con disprezzo oggi qualcuno direbbe che “Il pianeta delle scimmie” è indiscutibilmente figlio del suo tempo.
Che poi chi pronunci questa frase non sappia nemmeno dargli un significato ben preciso poco importa perché è l’ effetto che conta.
Perché dire che questa pellicola è figlia del suo tempo non è difficile.
Lo si comprende dalle casupole del pianeta scimmiesco fatte di cartapesta (o qualcosa di simile!) per il limitato budget, lo si comprende dal trucco delle scimmie stesse (seppur straordinario e costosissimo tanto da far vincere un oscar speciale per il make up a John Chambers oggi risulta comunque leggermente datato), ma soprattutto è la storia a dirlo.
“Nel tempo che è passato l’uomo fa ancora la guerra con i suoi fratelli?”
Non è una frase figlia del suo tempo questa?
Certo!
Ma sapete una cosa?
Non me ne importa nulla.
Perché “Il pianeta delle scimmie”, proprio come il libro da cui è tratto, è una lezione morale e in questo caso cinematografica come ne esistono poche.
Mentre nel libro di Boulle, Zaius non sapeva della civiltà terrestre ed era poco incline a crederci, lo Zaius cinematografico è qualcosa che va al di la della nostra comprensione: lui sa molte più cose di quello che vuol far credere ma non vuole farle conoscere al resto del popolo scimmiesco.
Lucius, il nipotino di Cornelius e Zira, le due scimmie che aiutano Taylor nella fuga, chiede perché mai tenere tutti all’ oscuro, perché continuare a vivere in quel modo se si può progredire e la risposta di Zaius è simbolica dell’ intera pellicola e di quel che si vedrà subito dopo.
Perché in questo modo forse ci salveremo.
È questo in sostanza il messaggio dell’ eminente saggio.
Quel saggio che tutti odiano durante la visione della pellicola, che tutti sperano muoia da un momento all’ altro o che comprenda finalmente la vera natura di Taylor si trasforma, a differenza del libro di Boulle, nel salvatore della sua gente.
La dove il libro nel finale lanciava un messaggio a proposito di politici e pensatori legati alle auctoritas incapaci di farci progredire in un mondo sano, il film si trasforma in qualcosa di assolutamente differente.
A dispetto del suo tempo, “Il pianeta delle scimmie” ci dice che in qualche modo abbiamo bisogno anche di saggi pensatori legati alle tradizioni.
Forse Zaius non è l’ esempio più giusto da seguire ma è indubbio che il personaggio di Cornelius (interpretato da Roddy Mc Dowell, unico a comparire in tutti i seguiti) tanto legato alle sue teorie quanto intimorito nel trasmetterle alla fine risulta forse più disgustoso del saggio stesso.
E Taylor?
L’ uomo che nel romanzo di Boulle dopo molte peripezie riesce ad essere trattato come uno del popolo e vivere per un intero anno al pari del resto delle scimmie non è forse qualcosa di profondamente diverso?
Solitario, sprezzante, ribelle e incapace di accettare la dura realtà: il Taylor interpretato dallo straordinario Charlton Heston (forse nella sua interpretazione più convincente insieme a quella di Ben Hur) è più cocciuto di Zaius stesso.
Mentre quest’ ultimo finge solamente di non sapere, Taylor si ostina a insultare i gorilla senza comprendere la loro superiorità in questo mondo (“Toglimi quelle zampacce di dosso maledetto sporco gorilla!”) e a non accettare la sua sconfitta fino all’ ultima straordinaria e straziante visione.
Schaffner (regista consigliato da Heston) dirige bene e costruisce pregevoli momenti come quello di Taylor seguito da una macchina disorientata mentre viene colpito da oggetti lanciati da tutto il popolo ma quello che crea insieme all’ immaginazione di Rod Serling sul finale è qualcosa di immenso.
Capace di ribaltare ogni buon lieto fine possibile, di sorprendere per la sua immensa crudeltà e per la sostanziale differenza con il libro (li Terry sul finale riusciva a riprendere l’ astronave e a dirigersi sulla Terra dominata ormai da scimmioni), di colpire come un terremoto tutti i nostri cuori.
“Sono a casa, la Terra, voi uomini l’avete distrutta! Maledetti! Maledetti per l’eternità! Tutti!”
La camera si gira su una statua della libertà spezzata in due e per metà immersa nella sabbia.
Fine.
CAPOLAVORO.
REGIA: Franklin J. Schaffner
ANNO: 1968
GENERE: Fantascienza
VOTO: 10+
QUANTO SONO GRANDI LA SCENA SUL CANYON CON TAYLOR (UOMO) DA UNA PARTE E CORNELIUS (SCIMMIA) DALL’ ALTRA E LA MERAVIGLIOSA COLONNA SONORA DI JERRY GOLDSMITH: 10
CONSIGLIATO A CHI: A chiunque voglia vedere uno dei più grandi film di fantascienza mai prodotti.
Godetevi il trailer!
Si lo sono.
La recensione che segue è la seconda sul ciclo de "Il pianeta delle scimmie", la prima riguarda il libro omonimo di Boulle da cui è nato tutto, la trovate più in basso, o semplicemente cliccando qui.
Ne seguiranno altre ovviamente, sono già pronte, ma prima mi prenderò una piccola pausa dal pianeta e pubblicherò qualcos' altro.
Questa la dovevo a Weltall e Chimi.

Riprendiamo dalla fine della scorsa recensione sul libro di Pierre Boulle da cui è stata tratta questa pellicola.
Sconvolto dopo 173 pagine mi ero detto.
Bene.
Ora vi posso tranquillamente dire che sto per accasciarmi al suolo.
Il pianeta delle scimmie è un capolavoro.
CAPOLAVORO.
Voglio che sia chiaro a tutti quello che penso perché sarà su questa linea che proseguirà la mia recensione.
Ora potete pure proseguire.
Non mi soffermerò sugli aspetti tecnici e sulle vicende sapute e risapute riguardo la sceneggiatura, il budget, il cast, il regista, il cugino del regista e quante volte in un giorno andava in bagno il produttore.
Sinceramente credo sia troppo facile cavarsela così.
Per un film come “Il pianeta delle scimmie” vorrebbe dire spulciare un secondo su google per trovare migliaia di informazioni di questo genere e sinceramente lo trovo ingiusto sia nei miei (mi sentirei abbastanza inutile) sia nei vostri confronti (cosa vi serve un blog di recensioni se vi dice le stesse cose che vi dicono milioni di altri siti più specializzati e meglio informati?)
Se capiterà di citare qualcuna delle suddette informazioni inutili sarà solo perché hanno una loro utilità ai fini dello scritto e della sua comprensione (o semplicemente perché non ho resistito alla terribile tentazione di svelarvi qualche curioso particolare).
Una volta, non molto tempo fa, lessi su un sito di recensioni l’ opinione di un ragazzo abbastanza saccente (e per abbastanza intendo tantissimo) che proclamava l’ assoluta superiorità di alcuni film senza alcuna storia al loro interno come 8 ½ di Fellini (o almeno questo è quello che credeva lui) e della tecnica sulle pellicole più classiche che si muovono con il classico sistema di narrazione (lineare o meno)e che non introducono nulla di nuovo a livello tecnico.
Voglio che lo sappiate tutti: io non sono assolutamente di quel parere.
“Il pianeta delle scimmie” è semplicemente una grande e bellissima storia.
Non è raccontata con nessuno stravagante artificio (mettere la fine all’ inizio o spargere pezzettini qua e la), non ha assolutamente nulla di così innovativo a livello superficiale (non è sicuramente la prima storia che racconta di un umano sbarcato su un pianeta abitato!) e non è nemmeno straordinaria dal punto di vista visivo (niente skateboard volanti o palazzi immensi sullo sfondo) o tecnico (la regia di Schaffner è si molto buona ma non ha spunti grandiosi da gran maestro del cinema (o almeno questa è l’ impressione che si ha ad una prima visione).
Eppure “Il pianeta delle scimmie” rimane una storia grandiosa.
In tutti i sensi possibili e immaginabili.
Non è mia intenzione mettermi qui a raccontarvi la maestosa vicenda che avrete già letto in decine di siti (o libri, o tazzine del caffè, dove volete!): la storia di Terry che, atterrato su un pianeta alieno, si ritrova a dover far i conti con una popolazione di scimmioni intelligenti e di umani regrediti allo stato scimmiesco e che dovrà avanzare dal suo stato di prigionia animale a quello di uomo libero.
“Il pianeta delle scimmie” è un film straordinario.
Se il libro di Boulle si fa strada nella nostra mente con improvvisi colpi di scena e straordinarie provocazioni intellettuali, quello che il film diretto da Franklin J. Schaffner fa è colpire al cuore con tutti i mezzi possibili e immaginabili.
E in questo senso il risultato è l’ opposto dell’ altro caposaldo della fantascienza firmato nel 1968 dal signor Kubrick: un certo “2001: odissea nello spazio” che con la sua glacialità si proponeva di farci ragionare a fondo, lavoro di mente dunque.
“Il pianeta delle scimmie” è una valanga.
Di emozioni, di immagini, di personaggi, di parole, di motti ma soprattutto di storia.
Una storia a valanga.
“Voi che mi state ascoltando adesso siete una razza diversa!”
È questa una delle primissime affermazioni di Terry (il protagonista che nel libro di Boulle si chiamava più simbolicamente Ulisse).
A Rod Serling (l’ ideatore della straordinaria serie “Ai confini della realtà” a cui la fantascienza odierna deve molto se non tutto e primo sceneggiatore del film) e Michael Wilson (sostituto di Serling alla sceneggiatura per le idee troppo costose riguardo la società avanzata secondo le esigenze scimmiesche immaginata da Serling) interessa fino ad un certo punto il colpo di scena, o perlomeno non interessa il primo colpo di scena che Boulle aveva posto al centro della sua storia.
D’ altronde esisteva già un libro e il titolo era chiaro al riguardo.
Quale colpo di scena poteva essere la comparsa di scimmie pensanti a metà pellicola?
Per questo dopo il brusco atterraggio non c’ è bisogno di molto tempo per vedere le scimmie intelligenti catturare (o uccidere nel caso del compagno nero poi imbalsamato in un museo a metà pellicola) i nostri.
La storia procede.
Come una valanga.
A differenza del libro in cui Ulisse si sofferma attentamente e per lungo tempo sulle capacità umane delle scimmie (sorridere e addirittura parlare!) Schaffner risolve tutto con una sola fantastica sequenza: gli scimmioni in piedi trionfanti sulle loro prede e il fotografio che esclama: “Sorridete!”
Rod Serling, Michael Wilson o chi per loro si muovono in modo diverso rispetto a Boulle eppure riescono a creare qualcosa di altrettanto straordinario.
Mentre il libro dello scrittore francese insisteva pesantemente sugli esperimenti da animale domestico a cui è sottoposto Taylor (o Ulisse, chiamatelo un po’ come volete!), il film di Schaffner si disinteressa quasi completamente dell’ argomento per rivolgersi alla cocciutaggine degli eminenti scienziati scimmioni biondi.
Zaius in particolare è reso talmente sgradevole, detestabile e viscido che non stupisce per nulla che la pellicola sia datata 1968.
Anzi.
Quel semplice numero, quella data, oggi, a distanza di anni, si può anche leggere come rivoluzione.
Tentata, fallita, misera, inutile, farlocca.
Potete attribuirgli l’ aggettivo che volete.
Si tratta comunque di rivoluzione.
E “Il pianeta delle scimmie” è senza alcun dubbio un figlio di quel numero, di quella data.
Con disprezzo oggi qualcuno direbbe che “Il pianeta delle scimmie” è indiscutibilmente figlio del suo tempo.
Che poi chi pronunci questa frase non sappia nemmeno dargli un significato ben preciso poco importa perché è l’ effetto che conta.
Perché dire che questa pellicola è figlia del suo tempo non è difficile.
Lo si comprende dalle casupole del pianeta scimmiesco fatte di cartapesta (o qualcosa di simile!) per il limitato budget, lo si comprende dal trucco delle scimmie stesse (seppur straordinario e costosissimo tanto da far vincere un oscar speciale per il make up a John Chambers oggi risulta comunque leggermente datato), ma soprattutto è la storia a dirlo.
“Nel tempo che è passato l’uomo fa ancora la guerra con i suoi fratelli?”
Non è una frase figlia del suo tempo questa?
Certo!
Ma sapete una cosa?
Non me ne importa nulla.
Perché “Il pianeta delle scimmie”, proprio come il libro da cui è tratto, è una lezione morale e in questo caso cinematografica come ne esistono poche.
Mentre nel libro di Boulle, Zaius non sapeva della civiltà terrestre ed era poco incline a crederci, lo Zaius cinematografico è qualcosa che va al di la della nostra comprensione: lui sa molte più cose di quello che vuol far credere ma non vuole farle conoscere al resto del popolo scimmiesco.
Lucius, il nipotino di Cornelius e Zira, le due scimmie che aiutano Taylor nella fuga, chiede perché mai tenere tutti all’ oscuro, perché continuare a vivere in quel modo se si può progredire e la risposta di Zaius è simbolica dell’ intera pellicola e di quel che si vedrà subito dopo.
Perché in questo modo forse ci salveremo.
È questo in sostanza il messaggio dell’ eminente saggio.
Quel saggio che tutti odiano durante la visione della pellicola, che tutti sperano muoia da un momento all’ altro o che comprenda finalmente la vera natura di Taylor si trasforma, a differenza del libro di Boulle, nel salvatore della sua gente.
La dove il libro nel finale lanciava un messaggio a proposito di politici e pensatori legati alle auctoritas incapaci di farci progredire in un mondo sano, il film si trasforma in qualcosa di assolutamente differente.
A dispetto del suo tempo, “Il pianeta delle scimmie” ci dice che in qualche modo abbiamo bisogno anche di saggi pensatori legati alle tradizioni.
Forse Zaius non è l’ esempio più giusto da seguire ma è indubbio che il personaggio di Cornelius (interpretato da Roddy Mc Dowell, unico a comparire in tutti i seguiti) tanto legato alle sue teorie quanto intimorito nel trasmetterle alla fine risulta forse più disgustoso del saggio stesso.
E Taylor?
L’ uomo che nel romanzo di Boulle dopo molte peripezie riesce ad essere trattato come uno del popolo e vivere per un intero anno al pari del resto delle scimmie non è forse qualcosa di profondamente diverso?
Solitario, sprezzante, ribelle e incapace di accettare la dura realtà: il Taylor interpretato dallo straordinario Charlton Heston (forse nella sua interpretazione più convincente insieme a quella di Ben Hur) è più cocciuto di Zaius stesso.
Mentre quest’ ultimo finge solamente di non sapere, Taylor si ostina a insultare i gorilla senza comprendere la loro superiorità in questo mondo (“Toglimi quelle zampacce di dosso maledetto sporco gorilla!”) e a non accettare la sua sconfitta fino all’ ultima straordinaria e straziante visione.
Schaffner (regista consigliato da Heston) dirige bene e costruisce pregevoli momenti come quello di Taylor seguito da una macchina disorientata mentre viene colpito da oggetti lanciati da tutto il popolo ma quello che crea insieme all’ immaginazione di Rod Serling sul finale è qualcosa di immenso.
Capace di ribaltare ogni buon lieto fine possibile, di sorprendere per la sua immensa crudeltà e per la sostanziale differenza con il libro (li Terry sul finale riusciva a riprendere l’ astronave e a dirigersi sulla Terra dominata ormai da scimmioni), di colpire come un terremoto tutti i nostri cuori.
“Sono a casa, la Terra, voi uomini l’avete distrutta! Maledetti! Maledetti per l’eternità! Tutti!”
La camera si gira su una statua della libertà spezzata in due e per metà immersa nella sabbia.
Fine.
CAPOLAVORO.
REGIA: Franklin J. Schaffner
ANNO: 1968
GENERE: Fantascienza
VOTO: 10+
QUANTO SONO GRANDI LA SCENA SUL CANYON CON TAYLOR (UOMO) DA UNA PARTE E CORNELIUS (SCIMMIA) DALL’ ALTRA E LA MERAVIGLIOSA COLONNA SONORA DI JERRY GOLDSMITH: 10
CONSIGLIATO A CHI: A chiunque voglia vedere uno dei più grandi film di fantascienza mai prodotti.
Godetevi il trailer!
Di che si parla
Fantascienza,
Film,
original and remake,
Pianeta delle scimmie,
Schaffner Franklin,
un libro un film
lunedì 19 novembre 2007
ORIGINAL AND REMAKE_ TRAVOLTI DAL DESTINO
-TRAVOLTI DA UN INSOLITO DESTINO NELL' AZZURRO MARE D' AGOSTO
-SWEPT AWAY- TRAVOLTI DAL DESTINO


È stata una decisione difficile.
Di fronte al mio porta dvd ieri sera ci ho pensato un quarto d’ ora prima di scegliere questo film (e quindi il più temibile remake da vedere subito dopo).
Dopo settimane di stagionatura (la prima volta che mi venne in mente di vederlo fu all’ epoca della mia prima recensione di questo blog, non a caso “Lock e Stock” di Guy Ritchie, regista del remake con la moglie Madonna) mi sono deciso.
Ho preso il dvd, l’ ho messo dentro al mio computerino e ho detto: “Basta! Ora lo vedo!”
Vibra il telefono, tempo di rispondere ad un messaggio e sono già indeciso.
Mi chiedo se ne valga la pena.
Un film italiano del 1974 di Lina Wertmuller dove senza alcun dubbio ci sarà un aspetto di critica sociale (il 90% dei film dell’ epoca che conosco lo hanno, non vedo perché questo doveva fare eccezione!) e una storia strappalacrime.
“Ne sei così sicuro? Davvero poi avrai il coraggio di vederti il remake criticatissimo che passa almeno 3 volte all’ anno in tv su rete 4 o canale 5 quando hanno dei buchi nel palinsesto? Ti ricordi che una volta ne hai visti 10 minuti e sei scappato al campo sportivo a giocare da solo con la porta?”
“Si, me lo ricordo. Ma questa volta sono deciso.”
“E poi almeno l’ originale non può essere così brutto!”
Infatti.
Mi decido finalmente a premere play e via, verso nuove avventure.
Ci troviamo su una barca a vela affittata da un ricco uomo e da una ricca donna che intendono fare una bella crociera con i ricchi amici negli splendidi mari dell’ Italia del Sud (ricchi di pesce, tanto per non sbagliarsi!)
Oltre ai ricconi sulla barca sono presenti degli inservienti tra cui tale Gennarino, siciliano barbuto che non fa altro che borbottare ad ogni assurda lamentela della riccona viziata Raffaella: “E la pasta è scotta e il caffè è riscaldato e le vostre magliette puzzano” e Gennarino è sempre li li per esplodere trattenuto dal capitano che gli ricorda come siano pagati bene per quello sporco lavoro.
Ma l’ imprevisto è in agguato.
Per uno stupido capriccio la viziata Raffaella decide di andare in mare con il gommone accompagnata da Gennarino e capita che, nel bel mezzo del nulla, il gommone si fermi.
“E fai qualcosa e sei incapace e che marinaio sei? E se fossi venuta con il capitano non sarebbe successo” e Gennarino si trattiene mentre esplode la tempesta dopo giorni di vagheggiare senza meta e in men che non si dica si ritrovano sulla terraferma.
Sembra la fine di un incubo per Raffaella e invece si tratta ancora più drasticamente della fine di una vita.
Della sua vita precedente.
“Trattasi di isolotto deserto, senza nessuno” urla dalla cima di una rupe Gennarino con il suo incredibile accento siciliano ma lei no.
“E figurati se non c’è nessuno e ti pare che possa esistere un luogo senza l’ uomo e” e basta.
Perché Gennarino questa volta esplode: “Ora mi hai rotto davvero la menghia, io faccio quello che stracazzo mi pare, vaffanculo, bottana industriale, troia, zoccola, sottana, maiala, meretrice, sgualdrina, fetusa gran mignotta! Uno poverazzo deve sopportare e poi arriva un momento che se caga u cazzo o no? Ora per tia sono cazzi da cagare! Bagascia, sgualdrina, prostituta!” E via di questo passo, di insulto in insulto.
Ma come si fa a sopravvivere su un’ isola deserta? Mentre Gennarino si da da fare per costruire una rete per i pesci e cercare un riparo, Raffaella (non più tanto ricca) si lamenta, trascina i piedi, si lamenta, cammina a vuoto, si lamenta, piange e si lamenta e quando vede il compagno di naufragio mangiare un pesce cotto sul fuoco lo insulta dicendogli che bisognerebbe mandarlo in galera perché mangia da solo senza dar nulla a lei che, povera, non è riuscita a procurarsi nulla.
Ma qui non siamo più sulla barca, Gennarino è libero di dire quello che pensa finalmente: “Se c’ era una legge del genere tutti i ricchi sarebbero in galera”
La pellicola si trasforma, lo vedi nel volto di Gennarino che si incattivisce, lo vedi nel volto di Raffaella che lascia finalmente la sua arroganza dopo una notte passata all’ addiaccio per colpa di un insulto di troppo.
“Ora tu stai sotto e io sto sopra!” dichiara Gennarino.
E così è.
Dopo botte in faccia che ti senti bruciare le guance persino tu che la stai guardando sullo schermo Raffaella cede in toto e si trasforma letteralmente nella schiava di Gennarino.
Gli lava le mutande, cucina, lo serve e infine dopo essere stata quasi stuprata sulla spiaggia dopo un lungo inseguimento lo vuole.
Ma lui vuole una schiava d’ amore, non una donna che semplicemente lo ami e così via ad altri mille servigi fino alla sottomissione totale: mentre Gennarino infilza un coniglio per cuocerlo sul fuoco lei si prostra davanti a lui, gli dice di sentirsi come quel povero animale infilzato e gli bacia i piedi.
Inizia una nuova vita fatto di un amore quasi normale dove la donna deve però sottostare alle leggi dell’ uomo fino ai dubbi di Gennarino: lui vuole una prova.
Esisterebbero loro due fuori di li?
E mentre lei dice che non c’ è bisogno di pensarci, che non gliene frega più niente del mondo di fuori, lui vede una barca e riesce a richiamarne l’ attenzione.
Sono salvi, la moglie di Gennarino in porto lo abbraccia, lo bacia, lo adora ma lui non ci pensa.
Con i soldi donatigli dal marito di Raffaella le compra un anello e la aspetta al peschereccio in fondo al porto pronto a ripartire con lei.
Non arriverà mai e mentre Gennarino lancia l’ ultimo ricordo della sua avventura (un orecchino di lei) contro l’ elicottero di Raffaella in partenza si avvia mesto dietro la moglie infuriata fino a raggiungerla, come se un giorno potesse di nuovo ritornare a capo della coppia.
The End?
Già “The end” se nel 2002 Guy Richie non avesse avuto la brillante idea di farne un remake e Lina Wertmuller non avesse deciso di lasciare i diritti a Madonna per l’ammirazione nei suoi confronti.
Madonna?
Si Madonna, moglie di Guy Richie, interprete protagonista della nuova pellicola al posto della tanto odiosa quanto fantastica Mariangela Melato nei panni di Raffaella.
E Gennarino- Giancarlo Giannini con chi lo sostituiamo?
Facciamo una cosa cool!
Prendiamo il bel figlio Adriano Giannini e facciamogli fare il ruolo del padre!
Ganzissimo!
Già me lo vedo Richie tutto esaltato all’ idea del figlio di Giannini, come se fosse l’ idea più geniale di questo mondo.
Già.
Geniale.
Peccato che non ci sia nulla di geniale in questo remake.
La storia è praticamente identica a parte il finale leggermente meno amaro che vede Madonna abbandonare Giannini non per scelta sua ma per colpa del marito un po’ stronzo (ma neanche tanto alla fine è sua moglie!) ma tutto cambia.
Là dove la pellicola della Wertmuller si basava su una forte critica sociale che metteva in contrapposizione i democratici (nel senso che votavano Democrazia Cristiana) contro i comunisti la pellicola di Richie decide bene di sorvolare sull’ argomento facendo solo un leggero accenno al capitalismo.
Là dove l’ originale sceglieva di rappresentare un’ Italia spezzata in due con i milanesi ricchi e democratici (o di destra) da una parte e i siciliani poveri e comunisti dall’ altra Richie riduce l’ ambientazione italiana a stupide musichette tipicamente italiane, di quelle che senti nel classico ristorante “italiano” all’ estero, tutte mandolini e melodie (italiane! Provate piuttosto a sentirvi la splendida colonna sonora dell’ originale vincitrice di un David di Donatello a cura di Piero Piccioni).
Là dove Giancarlo Giannini era la perfetta incarnazione del siciliano che sovrastava la donna con tutta la sua forza, Adriano Giannini sembra arrancare dietro la scia del padre. Ne imita l’ accento ma non è neanche paragonabile. Ne imita la forza ma non è credibile (guardate uno schiaffo tirato da Giancarlo alla Melato e uno tirato dal figlio a Madonna, sembra una carezza in confronto!). Ne imita la bellezza e forse almeno in questo riesce (ma non tocca a me giudicare!). Ne imita la barba ed è meglio lasciar perdere perché sembra un quindicenne spelacchiato!
Là dove la Melato la volevi prendere a schiaffi per la prima ora e poi riusciva a farti pena dopo tante botte e supplicavi Giannini di smetterla con quegli schiaffi, Madonna ti viene voglia solo di urlargli “Basta! Smettila! Stop! Non sai recitare ti prego basta!”
Là dove la regia sobria della Wertmuller risultava adatta ad un film di questo tipo (non per niente se lo è anche scritto!), quella di Richie cerca sempre il colpo ad effetto anche quando non ce n’ è alcun bisogno. E così via a scene veloci in parallelo dei due protagonisti che dicono cose opposte (dovrebbe far ridere? Dimmelo tu Guy!), via a scenette nella cambusa della nave che sembra il classico sobborgo da città inglese così ben rappresentato da Richie in “Lock e Stock” (con annessi classici personaggi a la Richie!), via a inquadrature che inseguono l’ anello lanciato in aria da Giannini.
Via al niente.
Già perché Richie non è in grado.
Adriano non è in grado (per quanto sia il migliore del lotto!)
Madonna non è in grado (mamma mia se non è in grado!)
Nessuno è in grado in questo filmaccio ma allora perché rovinare una pellicola del genere?
Certo anche quella della Wertmuller aveva i suoi difetti (in primis una voglia di mostrare il proprio punto di vista politico troppo sfacciato) e metafore nascoste come un elefante potrebbe fare dietro un palo della luce ma nel complesso risultava un film più che buono.
Senza dubbio nel 2002 appariva un po’ invecchiato come film con tutti quei riferimenti alla Democrazia Cristiana e al “Partito” ma perché Richie?
Non lo si poteva lasciar in Inghilterra a dirigere le sue belle pellicole pulp- noir (perché male non sono come potete vedere dalle mie precedenti recensoni si “Lock e Stock” e “Snatch”)?
E Madonna non poteva rimanere a cantare le sue belle canzoncine (beh oddio anche qui ci sarebbe da dirne ma almeno un disco davvero bello nel pop glielo concedo.. magari un giorno lo recensirò pure!) ?
“Perchèèè? Ma soprattutto perchèèèèè?” si domandava un giorno un personaggio a “Mai dire gol”.
Me lo chiedo anch’ io.. e nel frattempo cerco di recuperare la memoria di un mitico Giannini che urla a Raffaella sull’ elicottero “Bottana industriale” !
TRAVOLTI DA UN INSOLITO DESTINO NELL’ AZZURRO MARE D’ AGOSTO
REGIA: Lina Wertmuller
ANNO: 1974
VOTO: 7/8
TRAVOLTI DAL DESTINO
REGIA: Guy Ritchie
ANNO: 2002
VOTO: 3—
GENERE: Drammatico (e di critica sociale l' originale)
CONSIGLIATI A CHI: Vuole vedere come non si fa un remake
QUANTO FA RIDERE GIANNINI CON TUTTI I SUOI BRONTOLII IN SICILIANO NELLA PRIMA PARTE DELL’ ORIGINALE: 10
QUANTO NON è IN GRADO SUO FIGLIO DI PARLARE SICILIANO: 10
-SWEPT AWAY- TRAVOLTI DAL DESTINO


È stata una decisione difficile.
Di fronte al mio porta dvd ieri sera ci ho pensato un quarto d’ ora prima di scegliere questo film (e quindi il più temibile remake da vedere subito dopo).
Dopo settimane di stagionatura (la prima volta che mi venne in mente di vederlo fu all’ epoca della mia prima recensione di questo blog, non a caso “Lock e Stock” di Guy Ritchie, regista del remake con la moglie Madonna) mi sono deciso.
Ho preso il dvd, l’ ho messo dentro al mio computerino e ho detto: “Basta! Ora lo vedo!”
Vibra il telefono, tempo di rispondere ad un messaggio e sono già indeciso.
Mi chiedo se ne valga la pena.
Un film italiano del 1974 di Lina Wertmuller dove senza alcun dubbio ci sarà un aspetto di critica sociale (il 90% dei film dell’ epoca che conosco lo hanno, non vedo perché questo doveva fare eccezione!) e una storia strappalacrime.
“Ne sei così sicuro? Davvero poi avrai il coraggio di vederti il remake criticatissimo che passa almeno 3 volte all’ anno in tv su rete 4 o canale 5 quando hanno dei buchi nel palinsesto? Ti ricordi che una volta ne hai visti 10 minuti e sei scappato al campo sportivo a giocare da solo con la porta?”
“Si, me lo ricordo. Ma questa volta sono deciso.”
“E poi almeno l’ originale non può essere così brutto!”
Infatti.
Mi decido finalmente a premere play e via, verso nuove avventure.
Ci troviamo su una barca a vela affittata da un ricco uomo e da una ricca donna che intendono fare una bella crociera con i ricchi amici negli splendidi mari dell’ Italia del Sud (ricchi di pesce, tanto per non sbagliarsi!)
Oltre ai ricconi sulla barca sono presenti degli inservienti tra cui tale Gennarino, siciliano barbuto che non fa altro che borbottare ad ogni assurda lamentela della riccona viziata Raffaella: “E la pasta è scotta e il caffè è riscaldato e le vostre magliette puzzano” e Gennarino è sempre li li per esplodere trattenuto dal capitano che gli ricorda come siano pagati bene per quello sporco lavoro.
Ma l’ imprevisto è in agguato.
Per uno stupido capriccio la viziata Raffaella decide di andare in mare con il gommone accompagnata da Gennarino e capita che, nel bel mezzo del nulla, il gommone si fermi.
“E fai qualcosa e sei incapace e che marinaio sei? E se fossi venuta con il capitano non sarebbe successo” e Gennarino si trattiene mentre esplode la tempesta dopo giorni di vagheggiare senza meta e in men che non si dica si ritrovano sulla terraferma.
Sembra la fine di un incubo per Raffaella e invece si tratta ancora più drasticamente della fine di una vita.
Della sua vita precedente.
“Trattasi di isolotto deserto, senza nessuno” urla dalla cima di una rupe Gennarino con il suo incredibile accento siciliano ma lei no.
“E figurati se non c’è nessuno e ti pare che possa esistere un luogo senza l’ uomo e” e basta.
Perché Gennarino questa volta esplode: “Ora mi hai rotto davvero la menghia, io faccio quello che stracazzo mi pare, vaffanculo, bottana industriale, troia, zoccola, sottana, maiala, meretrice, sgualdrina, fetusa gran mignotta! Uno poverazzo deve sopportare e poi arriva un momento che se caga u cazzo o no? Ora per tia sono cazzi da cagare! Bagascia, sgualdrina, prostituta!” E via di questo passo, di insulto in insulto.
Ma come si fa a sopravvivere su un’ isola deserta? Mentre Gennarino si da da fare per costruire una rete per i pesci e cercare un riparo, Raffaella (non più tanto ricca) si lamenta, trascina i piedi, si lamenta, cammina a vuoto, si lamenta, piange e si lamenta e quando vede il compagno di naufragio mangiare un pesce cotto sul fuoco lo insulta dicendogli che bisognerebbe mandarlo in galera perché mangia da solo senza dar nulla a lei che, povera, non è riuscita a procurarsi nulla.
Ma qui non siamo più sulla barca, Gennarino è libero di dire quello che pensa finalmente: “Se c’ era una legge del genere tutti i ricchi sarebbero in galera”
La pellicola si trasforma, lo vedi nel volto di Gennarino che si incattivisce, lo vedi nel volto di Raffaella che lascia finalmente la sua arroganza dopo una notte passata all’ addiaccio per colpa di un insulto di troppo.
“Ora tu stai sotto e io sto sopra!” dichiara Gennarino.
E così è.
Dopo botte in faccia che ti senti bruciare le guance persino tu che la stai guardando sullo schermo Raffaella cede in toto e si trasforma letteralmente nella schiava di Gennarino.
Gli lava le mutande, cucina, lo serve e infine dopo essere stata quasi stuprata sulla spiaggia dopo un lungo inseguimento lo vuole.
Ma lui vuole una schiava d’ amore, non una donna che semplicemente lo ami e così via ad altri mille servigi fino alla sottomissione totale: mentre Gennarino infilza un coniglio per cuocerlo sul fuoco lei si prostra davanti a lui, gli dice di sentirsi come quel povero animale infilzato e gli bacia i piedi.
Inizia una nuova vita fatto di un amore quasi normale dove la donna deve però sottostare alle leggi dell’ uomo fino ai dubbi di Gennarino: lui vuole una prova.
Esisterebbero loro due fuori di li?
E mentre lei dice che non c’ è bisogno di pensarci, che non gliene frega più niente del mondo di fuori, lui vede una barca e riesce a richiamarne l’ attenzione.
Sono salvi, la moglie di Gennarino in porto lo abbraccia, lo bacia, lo adora ma lui non ci pensa.
Con i soldi donatigli dal marito di Raffaella le compra un anello e la aspetta al peschereccio in fondo al porto pronto a ripartire con lei.
Non arriverà mai e mentre Gennarino lancia l’ ultimo ricordo della sua avventura (un orecchino di lei) contro l’ elicottero di Raffaella in partenza si avvia mesto dietro la moglie infuriata fino a raggiungerla, come se un giorno potesse di nuovo ritornare a capo della coppia.
The End?
Già “The end” se nel 2002 Guy Richie non avesse avuto la brillante idea di farne un remake e Lina Wertmuller non avesse deciso di lasciare i diritti a Madonna per l’ammirazione nei suoi confronti.
Madonna?
Si Madonna, moglie di Guy Richie, interprete protagonista della nuova pellicola al posto della tanto odiosa quanto fantastica Mariangela Melato nei panni di Raffaella.
E Gennarino- Giancarlo Giannini con chi lo sostituiamo?
Facciamo una cosa cool!
Prendiamo il bel figlio Adriano Giannini e facciamogli fare il ruolo del padre!
Ganzissimo!
Già me lo vedo Richie tutto esaltato all’ idea del figlio di Giannini, come se fosse l’ idea più geniale di questo mondo.
Già.
Geniale.
Peccato che non ci sia nulla di geniale in questo remake.
La storia è praticamente identica a parte il finale leggermente meno amaro che vede Madonna abbandonare Giannini non per scelta sua ma per colpa del marito un po’ stronzo (ma neanche tanto alla fine è sua moglie!) ma tutto cambia.
Là dove la pellicola della Wertmuller si basava su una forte critica sociale che metteva in contrapposizione i democratici (nel senso che votavano Democrazia Cristiana) contro i comunisti la pellicola di Richie decide bene di sorvolare sull’ argomento facendo solo un leggero accenno al capitalismo.
Là dove l’ originale sceglieva di rappresentare un’ Italia spezzata in due con i milanesi ricchi e democratici (o di destra) da una parte e i siciliani poveri e comunisti dall’ altra Richie riduce l’ ambientazione italiana a stupide musichette tipicamente italiane, di quelle che senti nel classico ristorante “italiano” all’ estero, tutte mandolini e melodie (italiane! Provate piuttosto a sentirvi la splendida colonna sonora dell’ originale vincitrice di un David di Donatello a cura di Piero Piccioni).
Là dove Giancarlo Giannini era la perfetta incarnazione del siciliano che sovrastava la donna con tutta la sua forza, Adriano Giannini sembra arrancare dietro la scia del padre. Ne imita l’ accento ma non è neanche paragonabile. Ne imita la forza ma non è credibile (guardate uno schiaffo tirato da Giancarlo alla Melato e uno tirato dal figlio a Madonna, sembra una carezza in confronto!). Ne imita la bellezza e forse almeno in questo riesce (ma non tocca a me giudicare!). Ne imita la barba ed è meglio lasciar perdere perché sembra un quindicenne spelacchiato!
Là dove la Melato la volevi prendere a schiaffi per la prima ora e poi riusciva a farti pena dopo tante botte e supplicavi Giannini di smetterla con quegli schiaffi, Madonna ti viene voglia solo di urlargli “Basta! Smettila! Stop! Non sai recitare ti prego basta!”
Là dove la regia sobria della Wertmuller risultava adatta ad un film di questo tipo (non per niente se lo è anche scritto!), quella di Richie cerca sempre il colpo ad effetto anche quando non ce n’ è alcun bisogno. E così via a scene veloci in parallelo dei due protagonisti che dicono cose opposte (dovrebbe far ridere? Dimmelo tu Guy!), via a scenette nella cambusa della nave che sembra il classico sobborgo da città inglese così ben rappresentato da Richie in “Lock e Stock” (con annessi classici personaggi a la Richie!), via a inquadrature che inseguono l’ anello lanciato in aria da Giannini.
Via al niente.
Già perché Richie non è in grado.
Adriano non è in grado (per quanto sia il migliore del lotto!)
Madonna non è in grado (mamma mia se non è in grado!)
Nessuno è in grado in questo filmaccio ma allora perché rovinare una pellicola del genere?
Certo anche quella della Wertmuller aveva i suoi difetti (in primis una voglia di mostrare il proprio punto di vista politico troppo sfacciato) e metafore nascoste come un elefante potrebbe fare dietro un palo della luce ma nel complesso risultava un film più che buono.
Senza dubbio nel 2002 appariva un po’ invecchiato come film con tutti quei riferimenti alla Democrazia Cristiana e al “Partito” ma perché Richie?
Non lo si poteva lasciar in Inghilterra a dirigere le sue belle pellicole pulp- noir (perché male non sono come potete vedere dalle mie precedenti recensoni si “Lock e Stock” e “Snatch”)?
E Madonna non poteva rimanere a cantare le sue belle canzoncine (beh oddio anche qui ci sarebbe da dirne ma almeno un disco davvero bello nel pop glielo concedo.. magari un giorno lo recensirò pure!) ?
“Perchèèè? Ma soprattutto perchèèèèè?” si domandava un giorno un personaggio a “Mai dire gol”.
Me lo chiedo anch’ io.. e nel frattempo cerco di recuperare la memoria di un mitico Giannini che urla a Raffaella sull’ elicottero “Bottana industriale” !
TRAVOLTI DA UN INSOLITO DESTINO NELL’ AZZURRO MARE D’ AGOSTO
REGIA: Lina Wertmuller
ANNO: 1974
VOTO: 7/8
TRAVOLTI DAL DESTINO
REGIA: Guy Ritchie
ANNO: 2002
VOTO: 3—
GENERE: Drammatico (e di critica sociale l' originale)
CONSIGLIATI A CHI: Vuole vedere come non si fa un remake
QUANTO FA RIDERE GIANNINI CON TUTTI I SUOI BRONTOLII IN SICILIANO NELLA PRIMA PARTE DELL’ ORIGINALE: 10
QUANTO NON è IN GRADO SUO FIGLIO DI PARLARE SICILIANO: 10
Di che si parla
Drammatico,
Film,
original and remake,
Ritchie Guy,
Sociale,
Wertmuller Lina
giovedì 8 novembre 2007
TRE CLASSICI UN MITO PT I: IL VAMPIRO
BY LEO
-NOSFERATU EINE SYMPHONIE DES GRAUENS- NOSFERATU IL VAMPIRO
-NOSFERATU: PHANTOM DER NACHT- NOSFERATU IL PRINCIPE DELLE TENEBRE
-BRAM STOKER' S DRACULA- DRACULA DI BRAM STOKER



NOTA INTRODUTTIVA: Devo dare per scontato che un minimo di accenni al personaggio letterario di Dracula li sappiate…altrimenti non mi basterebbero dei papiri interi…non posso farne un Bignamino, e comunque, come ama dire il collega Deneil, “c’è sempre Wikipedia a disposizione!”.
Atto Primo; Scena Prima: DEFINIZIONI
STRIGÓI (fem. STRIGOÁIE): Sostantivo maschile romeno che, derivo dalla stessa radice latina che in italiano darà “strega” (con tutti i composti e derivati possibili, cfr. veneto striga, it. strega, stregone/stregoneria/stregare” etc.), viene così definito sul DEX [“Dicţionarul explicativ al limbii române”, Academia Româna Institutul de Lingvistica “Iorgu Iordan”, Bucureşti, 1998, II ed., p. 1029]: “(nella superstizione popolare) Anima di un uomo (morto o vivo) che subirebbe una trasformazione nottetempo in un animale o in un apparizione sotto forma di fantasma, provocando disgrazie in coloro i quali incontra; per estensione, un uomo nato sotto un segno zodiacale infausto, il quale si verrebbe a trovare – in virtù di ciò – in legame col diavolo e che si occuperebbe di incantesimi e malefici. Epiteto dato ad un uomo cattivo, asociale, oppure ad un anziano con comportamenti viziosi e fuori moda.
E’ questa la parola che in situ designa il vampiro.
Atto Primo; Scena Seconda: ESEMPI
In un’opera del 1645, il metropolita della Moldavia, tale Varlaam, nell’opera intitolata “I sette sacramenti della Chiesa”, lascia alcuni appunti sulle credenze popolari riguardo i non-morti e le persone che credono che, essendo i non-morti seppelliti ma agenti in maniera negativa nei confronti delle persone vive, si debba provvedere dando loro un trattamento post-mortem (ossia, bruciarli su un rogo). Poco dopo, nel 1652, un codice valacco riporta l’estensione delle credenze locali, e ci dice che gli uomini levatisi dalla tomba, che tornano e uccidono i vivi, sono solo una bestemmia nei confronti della cristianità, vittima della superstizione popolare, e del buon senso venuto meno: solo Cristo il Redentore ha da ultimo vinto sulla Morte.
Altre storie di cadaveri dissotterrati, a volte trafitti con un paletto, tagliati, fatti a pezzi, si susseguono dal 1927 al 2002, riportate localmente dai giornali.
P.S. : Nulla del folklore romeno e balcanico lega la figura dello strigoi/vampiro a quella del personaggio reale Vlad III Ţepeş, voivoda di Valacchia, astuto politico quanto feroce e crudele combattente, nato tra 1429/1430 e il 1436 e morto nel 1476, [nota. pronun.: “tzepésh”], personaggio storico reale sul quale, post-mortem, si accanì la propaganda più becera da parte delle bieche macchinazioni/operazioni politiche dell’Ungheria e della parte germanica dell’Impero asburgico. Insomma, a posteriori venne ricucito il folklore sull’immagine del personaggio storico per screditarlo il più possibile agli occhi dell’opinione pubblica. Nonostante fossero veri gli impalamenti durante le campagne contro i Turchi (ma anche contro i locali delinquenti, parrebbe), di certo non s’alzava la notte per trasformarsi in pipistrello e succhiarne il sangue!
P.S.2 : Nella tanto civilizzata Inghilterra vennero praticati gli impalamenti per i malfattori, poco tempo dopo e per brevissimo periodo, mentre i Turchi solevano scorticare la pelle del viso del vinto (meglio se voivoda o generale); inoltre costruivano con le teste mozzate ai nemici piramidi alte nel cielo sul campo di battaglia.
Giusto per riabilitare un poco il povero Vlad, tanto ingiustamente accusato di ogni nefandezza possibile. Non giustificare, ma capire e situare nel giusto quadro del suo tempo.
...Ma, allora, chi è stato in tempi recenti ad incollare definitivamente lo strigoi/vampiro al nome di Vlad III?
Bram Stoker con il celeberrimo romanzo ottocentesco “Dracula”, del quale parleremo più avanti.
[Notizie tratte principalmente dall’ottima opera di storia del folklore ed evenemenziale di Matei Cazacu, Dracula, Mondatori, 2006]
Atto Secondo; Scena Prima: L’OMBRA DI MURNAU, IL REMAKE DI HERZOG E IL CAPOLAVORO DI COPPOLA
Una definizione iniziale e un paio di esempi non possono dare più di quanto esse non ci comunichino, per quanto vivide possano essere: sterilità da dizionario ufficiale, comunicazione non immaginifica.
Allora, come trattare in modo corretto e in poche parole il concetto di vampiro a cavallo tra letteratura e filmografia nel ‘900, avendo solo fatto notare che i pochissimi estratti precedenti non sono che una infima parte degli aspetti da trattare?
Semplice, iniziando dal fatto che il titolo del film di Murnau del ’22 è scorretto. Già, perché la parola Nosferatu non si trova in nessun dizionario etimologico romeno, ed è spiegabile solo per analogia attraverso la parola nefârtatu (all’incirca ”falso fratello”), indicante il demonio (ma esistono tante altre teorie per spiegarne l’origine, da parole greche corrotte a neologismi romeni). Presa da Bram Stoker, venne utilizzata in precedenza in un resoconto folklorico transilvano di una inglese, moglie di un comandante di cavalleria austroungarico, edito nel 1888.
Il film, tanto osannato dalla critica, è stato probabilmente la più geniale iniziazione al mondo dell’occulto e del paranormale della storia del cinema, nonché la più immaginifica del cinema tedesco degli anni ’20, insieme all’altro capolavoro espressionistico esoterico/misteriosofico di Lang, “Metropolis” (1927), nuova incarnazione del mito rabbinico del golem e della vita creata dall’uomo, traslata ed adattata all’epoca della tecnica industriale e della meccanica.
L’immagine dell’ombra del Conte Orlock sul muro (interpretato da un alienato ed alienante Max Schreck) è stata persino ripresa in una pagina del nuovo libro di Umberto Eco, “Storia della bruttezza”, destinata ormai a entrare di diritto nella storia delle consacrate icone del mondo moderno.
Problema numero due: i nomi e i luoghi, per non parlare di parte della trama, sono invariabilmente inesatti e/o completamente mutati, la qual cosa depone a sfavore di un completo avvicinamento al “Dracula” (1897) di Bram Stoker che l’avrebbe reso certamente più attraente, e tutto solo per meri problemi di pagamenti mancati dei diritti del libro.
Evito la storia del ripescaggio delle copie scampate alla condanna per il misfatto accennato, e passo ad altro (non siamo il Morandini!)... nel film purtroppo i cambiamenti apportati sono tali e tanti da creare una sorta di doppione del romanzo a cui si ispira: un esempio su tutti, il conte Orlock (alias Dracula) non abusa nel rendere vampiri gli altri personaggi (eccetto qualche sporadico intervento sul collo di qualche malcapitato) ma porta con sé una sorta di peste, di malattia che contagia la città.
Personalmente ritengo che, nonostante tutto, il film accusi il segno evidente del passaggio del tempo e che il gioco allora stupefacente del grande cinema muto sia ormai arrugginito, perdendo in immediatezza e scorrevolezza, essenziali per il rapporto film-fruitore. Dico questo ben sapendo che altri film hanno retto maggiormente l’impatto del tempo (cfr. “Metropolis, nonostante la lunghezza, e gli altri film dell’età del muto recensiti sul blog): avrebbe retto certamente di più se non fosse arrivato Francis Ford Coppola nel 1992 a ri-creare il nuovo paradigma interpretativo del “vampiro da film”, rendendo obsoleto e stantio il prototipo – pur affascinate – di Murnau, e a dirigere quello che può essere considerato un vero capolavoro di tutti i tempi, “Dracula di Bram Stoker” (nonostante il finale sia un poco stravolto rispetto al libro di Stoker, è uno dei pochi casi in cui la versione filmica supera di gran lunga l’originale letterario, insieme al semi-dimenticato “L’uomo che volle farsi re” del 1975, regia di J. Houston, con Michael Caine e Sean Connery, tratto da un racconto di Kipling. Non vi basta?!? Spero di farne quanto prima una recensione).
Perché ho saltato il remake di Herzog del ’78? Perché tutto il suo film è semplicemente un atto d’amore sviscerato da parte del regista, che si è cimentato in un’operazione di “trucco e messa in piega”, secondo il gusto e la moda nuova dei suoi tempi, dell’originale di Murnau.
Risolta la penosa questione dei diritti cinematografici , e ridati i nomi originali della novella di Stoker (quasi tutti!), il film (con uno strepitoso Klaus Kinski nel ruolo del conte) è una fotocopia dell’originale, se non il suo perfezionamento: Bruno Ganz (tra l’altro presente nel recente film di Coppola nel ruolo del medico Stanciulescu) è perfetto con il suo faccione da teutone nel ruolo di Harker, e Isabelle Adjani è semplicemente fantastica nella svampita e bella Lucy Harker (ma perché nei film di Dracula cambiano sempre i nomi dei protagonisti dell’originale di Stoker??? Il suo vero nome è Mina Harker!!!!)...cade un po’ nel ridicolo il faccione di Bruno Ganz vampirizzato e con i dentoni davanti, ma tant’è, il film procede comunque bene verso la meta.
E ritorniamo al nostro Coppola.
Essendomi dilungato abbastanza nella precedente recensione dedicata al suo ultimo “Youth without Youth – Un’altra giovinezza”, mi limito qui a dire che il film è semplicemente quanto di meglio fosse possibile trarre dal libro: finalmente abbiamo ciò che avrebbero dipinto nei loro racconti Stoker e, prima di lui, John William Polidori (il segretario di Lord Byron, figlio del segretario Gaetano Polidori di Vittorio Alfieri) nel racconto “The Vampire”, prode assassino delle sue amanti, apparso nel 1819 e scritto nel 1816, sulle rive del lago di Ginevra, assieme a Lord Byron, P. B. Shelley e Mary Shelley (la quale nello stesso tempo scrisse “Frankestein”).
Giorni memorabili.
Ecco quello che volevano rendere: un aristocratico, un vero aristocratico, già decadente à la D’Annunzio, o meglio sul genere di Huysmans (“A ritroso”), che sensualmente, carnalmente seduce, porta a sé, le donne che mortalmente finiscono tra le sue braccia. Perché perdendo l’amore “vero”, resta solo lo sbandamento animale del sesso conturbante, per perdersi ancora. Il sesso è una chiave di volta del vampiro: strumento di potere per il Conte, sottomissione, nonché appagamento, per le sue compagne. Ma tutto come un eroe romantico, un Satana miltoniano che ha perso ogni speranza, un Achab dietro la balena bianca che sa che non vale la pena di lottare, ma che è tanto più grande perché lotta lo stesso, con la disillusione amara dell’essere uomo, in una terra desolata in cui esiste solo il vento che soffia, la sua fame che cancella lenta i ricordi e gli amori, un Prometeo che incatenato ai ceppi della sua condizione cede all’amore puro, ancora una volta (nel film di Coppola), nel volto della rediviva sua principessa Elisabeta, riapparsa sotto le sembianze della giovane Mina compagna di un Jonathan Harker un po’ imbelle ma ben recitato (un Keanu Reeves che raramente eguaglierà questa giovane interpretazione).
Gary Oldman, il nemico di Jean Reno nell’ottimo “Léon” di Besson, qui non interpreta Dracula.
E’ Dracula.
Sembra che quel ruolo non avesse apettato altri che lui, e che mai più potrà essere toccato da comuni mortali in cerca di glorie filmiche. Quel posto spetta solo a lui. Semplicemente spettacolare.
E che dire agli altri artisti? Anthony Hopkins pazzo e ottuso Van Helsing (ottuso perché lui HA la Verità, perché lui è dalla parte della Ragione, con le maiuscole, nuovo mostro intransigente e fondamentalista paladino della scienza contro il folklore: ovvio, non può avere i dubbi dell’umanissimo Dracula), una bellissima quanto inutile Monica Bellucci nel ruolo di una nuda moglie vampirizzata di Dracula (ma perfetta perché bella come le scenografie iper-sontuose del film), una strepitosa Winona Ryder nei panni della smunta Mina Harker (finalmente col nome corretto!), uno strabiliante Tom Waits nel ruolo di Reinfield, il precedente agente immobiliare tornato folle dall’ultimo viaggio nelle lande romene.
Si perdona persino a Coppola l’errore più vistoso: i protagonisti parlano romeno anche se nell’originale di Stoker il Conte è uno Szekély, un nobile magiaro-ungherese...Ma Vlad III era romeno, per l’appunto della Valacchia! Comunque l’ordine del Dragone fu effettivamente concesso ad un antenato storico di Vlad III dall’imperatore di Germania, e quindi un 1-1 in fatto di bilancia tra verità ed errori storici pareggia i conti, e siamo tutti più contenti!
Dopo anni e anni di film e di errori accumulati, la matassa dell’identità del Conte era contorta, confusa ed ingarbugliata da morire e quindi ode a Coppola che ha saputo districarla e renderla al massimo delle sue potenzialità (e oltre!).
Atto Terzo; Scena Unica ed Exeunt: DRACULA STORIA D’AMORE E DI MORTE?
Il mostro è più umano dell’uomo (scontato in un film horror?! Forse, ma mai realizzato così bene) e le diaboliche trasformazioni animalesche di Gary Oldman/Dracula sono quanto di più umano possiate vedere nel mondo dell’horror tout court: informe pipistrello-uomo ritto sul letto, grida che lui solo ha conosciuto Dio, lui che ne è stato ripagato con la morte della compagna, lui che ha diretto eserciti contro gli infedeli, lui che è destinato ad una triste eternità di Nulla. Poiché Vlad, nel film, fu creduto morto dalla sua amata Elisabeta a causa di un dispaccio proveniente dai turchi che lo indicava come morto sul campo di battaglia (mentre il buon Vlad non vedeva, vivo e vegeto, l’ora di tornarsene a casa dalla bella Elisabeta), e lei si suicidò. Non poteva vivere senza di lui. Vlad impazzì dal dolore, e abiurò Iddio e la fede che aveva fino ad allora difeso dagli attacchi degli infedeli: guardate mille volte la scena in cui trafigge la croce con la spada e la statuettina piange sangue, mentre un imbecille pope-Hopkins simbolo di una religione lontana dal dolore umano e dalla comprensione le dice che tanto lei è condannata agli inferi perché suicidatasi).
Un uomo solo.
Morto dentro come la sua amata.
Prinţul meu e mort, il mio principe è morto. E noi non facciamo altro che aspettare il finale che, come recitava una delle locandine d’allora del film, ci ripete solo questo: LOVE NEVER DIES.
E ci commuoviamo come bambini di fronte al miracolo di chi ha ceduto, e ha saputo cedere, all’amore puro. Quello che può riscattare ancora la Vita, che può fare credere ancora.
Quello forse non “vero” da pubblicità del Mulino Bianco e “purissimo” come un litro d’acqua in bottiglia, ma semplicemente quello più umano e reale possibile.
NOSFERATU, IL VAMPIRO
REGIA: Friedrich Wilhelm Murnau
ANNO: 1921-uscito nel 1922
VOTO: 6 [purtroppo non posso dare di più, ma è solo un’opinione personale: il conte Orlock deve cedere il posto al Dracula di Oldman]
NOSFERATU, IL PRINCIPE DELLE TENEBRE
REGIA: Werner Herzog
ANNO: 1979
VOTO: 7+
DRACULA DI BRAM STOKER
REGIA: Francis Ford Coppola
ANNO: 1992
VOTO: 10+
GENERE: Horror, sentimentale, mistica
CONSIGLIATO A CHI: vorrebbe scandagliare le origini e le evoluzioni del mito del vampiro nella filmografia che attraversa il ‘900, e a chi –ovvio- ama il cinema di Coppola
QUANTO E’ UN TOPO GIGIO DEFORME BRUNO “FAMMI CRESCERE I DENTI DAVANTI” GANZ VAMPIRIZZATO NEL DRACULA DI HERZOG (E ANCHE UN PO’ TRUCCATO MALACCIO): 10
-NOSFERATU EINE SYMPHONIE DES GRAUENS- NOSFERATU IL VAMPIRO
-NOSFERATU: PHANTOM DER NACHT- NOSFERATU IL PRINCIPE DELLE TENEBRE
-BRAM STOKER' S DRACULA- DRACULA DI BRAM STOKER



NOTA INTRODUTTIVA: Devo dare per scontato che un minimo di accenni al personaggio letterario di Dracula li sappiate…altrimenti non mi basterebbero dei papiri interi…non posso farne un Bignamino, e comunque, come ama dire il collega Deneil, “c’è sempre Wikipedia a disposizione!”.
Atto Primo; Scena Prima: DEFINIZIONI
STRIGÓI (fem. STRIGOÁIE): Sostantivo maschile romeno che, derivo dalla stessa radice latina che in italiano darà “strega” (con tutti i composti e derivati possibili, cfr. veneto striga, it. strega, stregone/stregoneria/stregare” etc.), viene così definito sul DEX [“Dicţionarul explicativ al limbii române”, Academia Româna Institutul de Lingvistica “Iorgu Iordan”, Bucureşti, 1998, II ed., p. 1029]: “(nella superstizione popolare) Anima di un uomo (morto o vivo) che subirebbe una trasformazione nottetempo in un animale o in un apparizione sotto forma di fantasma, provocando disgrazie in coloro i quali incontra; per estensione, un uomo nato sotto un segno zodiacale infausto, il quale si verrebbe a trovare – in virtù di ciò – in legame col diavolo e che si occuperebbe di incantesimi e malefici. Epiteto dato ad un uomo cattivo, asociale, oppure ad un anziano con comportamenti viziosi e fuori moda.
E’ questa la parola che in situ designa il vampiro.
Atto Primo; Scena Seconda: ESEMPI
In un’opera del 1645, il metropolita della Moldavia, tale Varlaam, nell’opera intitolata “I sette sacramenti della Chiesa”, lascia alcuni appunti sulle credenze popolari riguardo i non-morti e le persone che credono che, essendo i non-morti seppelliti ma agenti in maniera negativa nei confronti delle persone vive, si debba provvedere dando loro un trattamento post-mortem (ossia, bruciarli su un rogo). Poco dopo, nel 1652, un codice valacco riporta l’estensione delle credenze locali, e ci dice che gli uomini levatisi dalla tomba, che tornano e uccidono i vivi, sono solo una bestemmia nei confronti della cristianità, vittima della superstizione popolare, e del buon senso venuto meno: solo Cristo il Redentore ha da ultimo vinto sulla Morte.
Altre storie di cadaveri dissotterrati, a volte trafitti con un paletto, tagliati, fatti a pezzi, si susseguono dal 1927 al 2002, riportate localmente dai giornali.
P.S. : Nulla del folklore romeno e balcanico lega la figura dello strigoi/vampiro a quella del personaggio reale Vlad III Ţepeş, voivoda di Valacchia, astuto politico quanto feroce e crudele combattente, nato tra 1429/1430 e il 1436 e morto nel 1476, [nota. pronun.: “tzepésh”], personaggio storico reale sul quale, post-mortem, si accanì la propaganda più becera da parte delle bieche macchinazioni/operazioni politiche dell’Ungheria e della parte germanica dell’Impero asburgico. Insomma, a posteriori venne ricucito il folklore sull’immagine del personaggio storico per screditarlo il più possibile agli occhi dell’opinione pubblica. Nonostante fossero veri gli impalamenti durante le campagne contro i Turchi (ma anche contro i locali delinquenti, parrebbe), di certo non s’alzava la notte per trasformarsi in pipistrello e succhiarne il sangue!
P.S.2 : Nella tanto civilizzata Inghilterra vennero praticati gli impalamenti per i malfattori, poco tempo dopo e per brevissimo periodo, mentre i Turchi solevano scorticare la pelle del viso del vinto (meglio se voivoda o generale); inoltre costruivano con le teste mozzate ai nemici piramidi alte nel cielo sul campo di battaglia.
Giusto per riabilitare un poco il povero Vlad, tanto ingiustamente accusato di ogni nefandezza possibile. Non giustificare, ma capire e situare nel giusto quadro del suo tempo.
...Ma, allora, chi è stato in tempi recenti ad incollare definitivamente lo strigoi/vampiro al nome di Vlad III?
Bram Stoker con il celeberrimo romanzo ottocentesco “Dracula”, del quale parleremo più avanti.
[Notizie tratte principalmente dall’ottima opera di storia del folklore ed evenemenziale di Matei Cazacu, Dracula, Mondatori, 2006]
Atto Secondo; Scena Prima: L’OMBRA DI MURNAU, IL REMAKE DI HERZOG E IL CAPOLAVORO DI COPPOLA
Una definizione iniziale e un paio di esempi non possono dare più di quanto esse non ci comunichino, per quanto vivide possano essere: sterilità da dizionario ufficiale, comunicazione non immaginifica.
Allora, come trattare in modo corretto e in poche parole il concetto di vampiro a cavallo tra letteratura e filmografia nel ‘900, avendo solo fatto notare che i pochissimi estratti precedenti non sono che una infima parte degli aspetti da trattare?
Semplice, iniziando dal fatto che il titolo del film di Murnau del ’22 è scorretto. Già, perché la parola Nosferatu non si trova in nessun dizionario etimologico romeno, ed è spiegabile solo per analogia attraverso la parola nefârtatu (all’incirca ”falso fratello”), indicante il demonio (ma esistono tante altre teorie per spiegarne l’origine, da parole greche corrotte a neologismi romeni). Presa da Bram Stoker, venne utilizzata in precedenza in un resoconto folklorico transilvano di una inglese, moglie di un comandante di cavalleria austroungarico, edito nel 1888.
Il film, tanto osannato dalla critica, è stato probabilmente la più geniale iniziazione al mondo dell’occulto e del paranormale della storia del cinema, nonché la più immaginifica del cinema tedesco degli anni ’20, insieme all’altro capolavoro espressionistico esoterico/misteriosofico di Lang, “Metropolis” (1927), nuova incarnazione del mito rabbinico del golem e della vita creata dall’uomo, traslata ed adattata all’epoca della tecnica industriale e della meccanica.
L’immagine dell’ombra del Conte Orlock sul muro (interpretato da un alienato ed alienante Max Schreck) è stata persino ripresa in una pagina del nuovo libro di Umberto Eco, “Storia della bruttezza”, destinata ormai a entrare di diritto nella storia delle consacrate icone del mondo moderno.
Problema numero due: i nomi e i luoghi, per non parlare di parte della trama, sono invariabilmente inesatti e/o completamente mutati, la qual cosa depone a sfavore di un completo avvicinamento al “Dracula” (1897) di Bram Stoker che l’avrebbe reso certamente più attraente, e tutto solo per meri problemi di pagamenti mancati dei diritti del libro.
Evito la storia del ripescaggio delle copie scampate alla condanna per il misfatto accennato, e passo ad altro (non siamo il Morandini!)... nel film purtroppo i cambiamenti apportati sono tali e tanti da creare una sorta di doppione del romanzo a cui si ispira: un esempio su tutti, il conte Orlock (alias Dracula) non abusa nel rendere vampiri gli altri personaggi (eccetto qualche sporadico intervento sul collo di qualche malcapitato) ma porta con sé una sorta di peste, di malattia che contagia la città.
Personalmente ritengo che, nonostante tutto, il film accusi il segno evidente del passaggio del tempo e che il gioco allora stupefacente del grande cinema muto sia ormai arrugginito, perdendo in immediatezza e scorrevolezza, essenziali per il rapporto film-fruitore. Dico questo ben sapendo che altri film hanno retto maggiormente l’impatto del tempo (cfr. “Metropolis, nonostante la lunghezza, e gli altri film dell’età del muto recensiti sul blog): avrebbe retto certamente di più se non fosse arrivato Francis Ford Coppola nel 1992 a ri-creare il nuovo paradigma interpretativo del “vampiro da film”, rendendo obsoleto e stantio il prototipo – pur affascinate – di Murnau, e a dirigere quello che può essere considerato un vero capolavoro di tutti i tempi, “Dracula di Bram Stoker” (nonostante il finale sia un poco stravolto rispetto al libro di Stoker, è uno dei pochi casi in cui la versione filmica supera di gran lunga l’originale letterario, insieme al semi-dimenticato “L’uomo che volle farsi re” del 1975, regia di J. Houston, con Michael Caine e Sean Connery, tratto da un racconto di Kipling. Non vi basta?!? Spero di farne quanto prima una recensione).
Perché ho saltato il remake di Herzog del ’78? Perché tutto il suo film è semplicemente un atto d’amore sviscerato da parte del regista, che si è cimentato in un’operazione di “trucco e messa in piega”, secondo il gusto e la moda nuova dei suoi tempi, dell’originale di Murnau.
Risolta la penosa questione dei diritti cinematografici , e ridati i nomi originali della novella di Stoker (quasi tutti!), il film (con uno strepitoso Klaus Kinski nel ruolo del conte) è una fotocopia dell’originale, se non il suo perfezionamento: Bruno Ganz (tra l’altro presente nel recente film di Coppola nel ruolo del medico Stanciulescu) è perfetto con il suo faccione da teutone nel ruolo di Harker, e Isabelle Adjani è semplicemente fantastica nella svampita e bella Lucy Harker (ma perché nei film di Dracula cambiano sempre i nomi dei protagonisti dell’originale di Stoker??? Il suo vero nome è Mina Harker!!!!)...cade un po’ nel ridicolo il faccione di Bruno Ganz vampirizzato e con i dentoni davanti, ma tant’è, il film procede comunque bene verso la meta.
E ritorniamo al nostro Coppola.
Essendomi dilungato abbastanza nella precedente recensione dedicata al suo ultimo “Youth without Youth – Un’altra giovinezza”, mi limito qui a dire che il film è semplicemente quanto di meglio fosse possibile trarre dal libro: finalmente abbiamo ciò che avrebbero dipinto nei loro racconti Stoker e, prima di lui, John William Polidori (il segretario di Lord Byron, figlio del segretario Gaetano Polidori di Vittorio Alfieri) nel racconto “The Vampire”, prode assassino delle sue amanti, apparso nel 1819 e scritto nel 1816, sulle rive del lago di Ginevra, assieme a Lord Byron, P. B. Shelley e Mary Shelley (la quale nello stesso tempo scrisse “Frankestein”).
Giorni memorabili.
Ecco quello che volevano rendere: un aristocratico, un vero aristocratico, già decadente à la D’Annunzio, o meglio sul genere di Huysmans (“A ritroso”), che sensualmente, carnalmente seduce, porta a sé, le donne che mortalmente finiscono tra le sue braccia. Perché perdendo l’amore “vero”, resta solo lo sbandamento animale del sesso conturbante, per perdersi ancora. Il sesso è una chiave di volta del vampiro: strumento di potere per il Conte, sottomissione, nonché appagamento, per le sue compagne. Ma tutto come un eroe romantico, un Satana miltoniano che ha perso ogni speranza, un Achab dietro la balena bianca che sa che non vale la pena di lottare, ma che è tanto più grande perché lotta lo stesso, con la disillusione amara dell’essere uomo, in una terra desolata in cui esiste solo il vento che soffia, la sua fame che cancella lenta i ricordi e gli amori, un Prometeo che incatenato ai ceppi della sua condizione cede all’amore puro, ancora una volta (nel film di Coppola), nel volto della rediviva sua principessa Elisabeta, riapparsa sotto le sembianze della giovane Mina compagna di un Jonathan Harker un po’ imbelle ma ben recitato (un Keanu Reeves che raramente eguaglierà questa giovane interpretazione).
Gary Oldman, il nemico di Jean Reno nell’ottimo “Léon” di Besson, qui non interpreta Dracula.
E’ Dracula.
Sembra che quel ruolo non avesse apettato altri che lui, e che mai più potrà essere toccato da comuni mortali in cerca di glorie filmiche. Quel posto spetta solo a lui. Semplicemente spettacolare.
E che dire agli altri artisti? Anthony Hopkins pazzo e ottuso Van Helsing (ottuso perché lui HA la Verità, perché lui è dalla parte della Ragione, con le maiuscole, nuovo mostro intransigente e fondamentalista paladino della scienza contro il folklore: ovvio, non può avere i dubbi dell’umanissimo Dracula), una bellissima quanto inutile Monica Bellucci nel ruolo di una nuda moglie vampirizzata di Dracula (ma perfetta perché bella come le scenografie iper-sontuose del film), una strepitosa Winona Ryder nei panni della smunta Mina Harker (finalmente col nome corretto!), uno strabiliante Tom Waits nel ruolo di Reinfield, il precedente agente immobiliare tornato folle dall’ultimo viaggio nelle lande romene.
Si perdona persino a Coppola l’errore più vistoso: i protagonisti parlano romeno anche se nell’originale di Stoker il Conte è uno Szekély, un nobile magiaro-ungherese...Ma Vlad III era romeno, per l’appunto della Valacchia! Comunque l’ordine del Dragone fu effettivamente concesso ad un antenato storico di Vlad III dall’imperatore di Germania, e quindi un 1-1 in fatto di bilancia tra verità ed errori storici pareggia i conti, e siamo tutti più contenti!
Dopo anni e anni di film e di errori accumulati, la matassa dell’identità del Conte era contorta, confusa ed ingarbugliata da morire e quindi ode a Coppola che ha saputo districarla e renderla al massimo delle sue potenzialità (e oltre!).
Atto Terzo; Scena Unica ed Exeunt: DRACULA STORIA D’AMORE E DI MORTE?
Il mostro è più umano dell’uomo (scontato in un film horror?! Forse, ma mai realizzato così bene) e le diaboliche trasformazioni animalesche di Gary Oldman/Dracula sono quanto di più umano possiate vedere nel mondo dell’horror tout court: informe pipistrello-uomo ritto sul letto, grida che lui solo ha conosciuto Dio, lui che ne è stato ripagato con la morte della compagna, lui che ha diretto eserciti contro gli infedeli, lui che è destinato ad una triste eternità di Nulla. Poiché Vlad, nel film, fu creduto morto dalla sua amata Elisabeta a causa di un dispaccio proveniente dai turchi che lo indicava come morto sul campo di battaglia (mentre il buon Vlad non vedeva, vivo e vegeto, l’ora di tornarsene a casa dalla bella Elisabeta), e lei si suicidò. Non poteva vivere senza di lui. Vlad impazzì dal dolore, e abiurò Iddio e la fede che aveva fino ad allora difeso dagli attacchi degli infedeli: guardate mille volte la scena in cui trafigge la croce con la spada e la statuettina piange sangue, mentre un imbecille pope-Hopkins simbolo di una religione lontana dal dolore umano e dalla comprensione le dice che tanto lei è condannata agli inferi perché suicidatasi).
Un uomo solo.
Morto dentro come la sua amata.
Prinţul meu e mort, il mio principe è morto. E noi non facciamo altro che aspettare il finale che, come recitava una delle locandine d’allora del film, ci ripete solo questo: LOVE NEVER DIES.
E ci commuoviamo come bambini di fronte al miracolo di chi ha ceduto, e ha saputo cedere, all’amore puro. Quello che può riscattare ancora la Vita, che può fare credere ancora.
Quello forse non “vero” da pubblicità del Mulino Bianco e “purissimo” come un litro d’acqua in bottiglia, ma semplicemente quello più umano e reale possibile.
NOSFERATU, IL VAMPIRO
REGIA: Friedrich Wilhelm Murnau
ANNO: 1921-uscito nel 1922
VOTO: 6 [purtroppo non posso dare di più, ma è solo un’opinione personale: il conte Orlock deve cedere il posto al Dracula di Oldman]
NOSFERATU, IL PRINCIPE DELLE TENEBRE
REGIA: Werner Herzog
ANNO: 1979
VOTO: 7+
DRACULA DI BRAM STOKER
REGIA: Francis Ford Coppola
ANNO: 1992
VOTO: 10+
GENERE: Horror, sentimentale, mistica
CONSIGLIATO A CHI: vorrebbe scandagliare le origini e le evoluzioni del mito del vampiro nella filmografia che attraversa il ‘900, e a chi –ovvio- ama il cinema di Coppola
QUANTO E’ UN TOPO GIGIO DEFORME BRUNO “FAMMI CRESCERE I DENTI DAVANTI” GANZ VAMPIRIZZATO NEL DRACULA DI HERZOG (E ANCHE UN PO’ TRUCCATO MALACCIO): 10
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tre classici un mito
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