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venerdì 7 dicembre 2007

PLATOON



Questo voto è falsato.
Molto probabilmente tra due o tre giorni quando la visione sarà un po’ più fredda aggiungerò quel voto che manca alla perfezione (o forse no).
Ma per ora stiamo qui.
Questo voto è falsato dalle mie altissime aspettative.
Così come quelle per “Darkstar” erano decisamente basse e mi hanno portato ad un voto forse eccessivo (ne riparlerò alla fine dell’ analisi Carpenteriana) quelle per Platoon erano decisamente alte.
Insomma si parla di un film additato come uno tra i migliori nel suo genere (primissimi posti) e tra i primi 100 posti in assoluto in un classificone fatto da chissà chi.
Come potevo avere basse aspettative?
Ve lo dico subito, tanto per scongiurare spiacevoli equivoci a chi magari leggerà solo le prime righe di questo post: il film mi è piaciuto. E parecchio.
Eppure oso non indicarlo come perfetto.
Come tutti voi saprete “Platoon” è un film sulla guerra in Vietnam (domanda d’ obbligo: ma quanti ne han fatti?), girato per la prima volta da un reduce della guerra stessa: un certo Oliver Stone.
Non starò qui a spiegarvi per filo e per segno la trama della pellicola perché qui oltre a wikipedia ci saranno milioni di fonti che possono fare al caso vostro (escludendo i libri perché altrimenti non tengo più il conto!) ma cercherò semplicemente di occuparmi dei motivi per cui, secondo me, il film ha avuto questo enorme successo.
Meritato.
Innanzitutto, tanto per iniziare con una banalità, “Platoon” non è un film sulla guerra.
È LA guerra.
Gli intricati e sporchi paesaggi, i rumori di una foresta mai immobile, i vestiti strappati, la fatica sul volto degli attori provati, oltre che dal regime di quasi terrore di Oliver Stone, da un campo militare durato quindici giorni in preparazione del vero e proprio girato.
Perché Oliver Stone, come mi piace sempre dire, è il Troppo fatto persona.
Se pensate poi che aveva in mente di girare questo film dal 1976 e ha dovuto attendere 10 anni perché il suo sogno si realizzasse, capirete anche voi che il troppo diventa davvero qualcosa di indefinibile.
La tensione che aleggia sul set durante le riprese a causa dei metodi brutali (voluti) di Stone e il fatto che buona parte degli attori si presentano sul set sempre un po’ fumati o fatti non contribuisce a rendere Luzon (l’ isola delle Filippine scelta come luogo per le riprese) un luogo tranquillo.
Sembra davvero tutto esagerato ma Oliver Stone riesce là dove tantissimi registi di film di guerra falliscono: lui ci da realmente l’ idea di che cosa può essere una guerra.
Non è il classico amico americano che ti aiuta sotto il fuoco nemico e neppure il solito salvataggio in extremis del buono di turno.
La guerra è sangue, pallottole, insulti, urla e follia.
Follia.
Follia in ogni angolo.
Nella testa dei soldati, nella popolazione locale, nei comportamenti dei comandanti, nell’ idea stessa di guerra c’ è follia.
In “Platoon” non esistono buoni o cattivi perché in guerra sono tutti folli.
E se non lo sono, come Chris, sono destinati a diventarlo.
Implacabilmente.
Perché senza una sana dose di pazzia in guerra non si sopravvive e lo sa bene il sergente immortale Barnes che non si ferma davanti a niente e nessuno.
Vecchi, bambini, donne e soldati con cui ha parlato la notte precedente.
Per lui sono tutti nemici.
Perché la guerra è follia e in questo caso (come in molti altri) questa follia non basta sfogarla sul nemico dichiarato.
Nemici, amici, compagni, superiori.
Non esiste nulla di tutto ciò nella guerra di Stone.
Chris Taylor interpretato da Charlie Sheen e alter ego del regista stesso, all’ arrivo in Vietnam crede ancora nei valori classici della società Americana, si lamenta della morte di Elias e dell’ ingiustizia di una guerra simile che pian piano lo accoglierà fra le sue braccia fino a farlo diventare come tutti gli altri folli.
“Che si fotta la giustizia americana!” urla Chris infuriato mentre nel finale uscirà allo scoperto nel pieno della battaglia sparando all’ impazzata e urlando “è bellissimooooo!”
Anche lui è diventato folle.
“Perché fumate quella roba? Per uscire dalla realtà? IO sono la realtà!”
Il sergente Barnes è la personificazione della guerra stessa, nella sua cicatrice, nei suoi occhi rossi mentre tenta di uccidere persino Chris, Stone ritrova la crudeltà e la pazzia di un Paese che combatte se stesso (Elias).
Ma allora se sono talmente esaltato da questa pellicola che non capisco nemmeno più io che cosa sto dicendo, perché mai 9 e non 10?
Per due semplici motivi: uno riguarda la prima parte del film che sembra non ingranare bene la marcia fino a 20-30 minuti dall’ inizio (ma vedo che la maggior parte delle critiche va verso la seconda parte… devo essere pazzo o non capirci davvero nulla!) e l’ altra riguarda la scelta di Charlie Sheen come protagonista.
Sarà che io l’ ho sempre visto come il protagonista di “Hot Shots”, sarà che con quella faccia da bonaccione io proprio non me lo vedo a lottare per la vita (anche se l’ intento di Stone era forse proprio quello di mettere una persona che non centrasse nulla con tutti gli altri) ma a me è davvero parso come l’ unica scelta non azzeccata di tutto il film.
E se considerate che si parla del protagonista e non dell’ ultima comparsa in ordine alfabetico capirete che non sto blaterando per una sciocchezzuola.
Tolti questi due minuscoli particolari (perché anche la scelta del protagonista è minuscola se poi è la guerra ad avere la parte principale), “Platoon” è, per ora, il film meglio riuscito che io abbia visto di Oliver Stone.
Il regista fa un gran lavoro con la camera e riesce a trasportare lo spettatore anche nel più stretto dei cunicoli sotterranei mentre all’ aperto da il meglio di se tra inquadrature che roteano nel vero senso della parola attorno ai protagonisti e scene epocali quali l’ espressione di Elias che muta attraverso un solo sguardo o quella dello scoppio della bomba vicino a Chris che rende il mondo tutto in bianco e nero fino al momento in cui il soldato riprende conoscenza (a tal proposito la scena mi ha un po’ ricordato quella rossa di “Alexander” quando il re macedone viene ferito).
E poi c’ è la scena della caduta di Elias riportata poi in uno scatto sulla copertina del dvd.
Non sto neanche a commentarla perché una scena del genere va vista con i propri occhi, va vissuta.
La caduta in ginocchio con le mani in cielo di Elias come caduta di un Paese che chiede perdono.
MEMORABILE.
Per il resto Stone per una volta non abusa della pazienza dello spettatore medio con una durata eccessiva (siamo sulle2 ore scarse) e non si perde in sproloqui e lunaggini inutili e lentizzanti portando sul vassoio un buonissimo arrosto senza fumo.
Decisamente meritati oscar al film, regia, montaggio e suono.
Curiosità: Cameo di Oliver Stone nella battaglia finale. Viene fatto saltare per aria!
Per filippo: non è Oliver Stone il regista di cui mi occuperò perchè più di un film al mese di questo regista non riesco a mandarlo giu. In un certo senso ho bisogno di tempo per digerire un suo film(one).
REGIA: Oliver Stone
ANNO: 1986
GENERE: Guerra
VOTO: 9
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere uno dei migliori film sulla guerra del Vietnam con una bellissima colonna sonora (tra le altre cose il tema principale “Adagio For Strings” di Samuel Barber è davvero molto bello)
QUANTO FA RIDERE JOHN MC GINLEY (IL DR PERRY COX DI SCRUBS) NEI PANNI DEL SERGENTE O’NEIL: 10

WILLEM DAFOE NEI PANNI DI ELIAS AL CENTRO DELLA FOTO IN UN INTERPRETAZIONE STRAORDINARIA INSIEME A TOM BERENGER IN QUELLI DI BARNES.

giovedì 29 novembre 2007

ALEXANDER

PREMESSONA: Siccome non mi piace starmene a far sempr le solite recensioni e questo è un film gigantesco (per mole, regista e tutto quel che volete) vi ho fatto aspettare qualche giorno in più per una recensione ma ora do il via a un megaesperimento che sarà difficile da replicare, si tratta di due recensioni completamente diverse di me e Leo (come modo di scrivere, come idee, come tutto!) più una sua piccola appendice su una serie animata (che si trova tra le due) sempre su Alessandro Magno.
Chiedo perdono a tutti voi se il tutto risulterà troppo pesante ma ho fatto in modo che le recensioni si possano leggere separatamente in modo che possiate scegliere voi la più adatta ai vostri gusti e di conseguenza commentare quella che vorrete alla fine di questo gigantesco post e chiedo perdono anche a Leo che non sapeva niente di questa cosa fino ad ora.
La prima recensione che trovate è la sua, seguita da quella sulla serie animata e infine dopo la terza locandina potrete trovare la mia.
E con questo ho finito.
Buona lettura, spero che apprezzerete lo sforzo e non sentitevi in obbligo di leggere tutto insieme!


BY LEO

168 minuti. Colore. Musica di Vangelis (per lui, solo nomi legati indissolubilmente alla musica: “Blade Runner”, “Chariots Of Fire”, “1492: La Conquista del Paradiso”...). Con Colin Farrell (Alessandro Magno). Anthony Hopkins (Tolomeo). Val Kilmer (Filippo il Macedone, padre di Alessandro). Angelina Jolie (Olimpiade, madre di Alessandro). Rosario Dawson (Moglie persiana di Alessandro). Regia di Oliver Stone.

Ecco il film. Aderenza o meno alla storia non importa. Questo racconto reggerà agli anni, alla consunzione della pellicola, ai tarli. In questo film c’è tutto l’umano. Passione, amore, ambizione, distruzione, psicologia, guerra... Homo sum, humani nihil a me alienum puto.
Questo è un film che amo.
Oliver Stone è riuscito là dove altri hanno sbagliato, fallendo.
Stone ci ha dato il respiro della sabbia, il sommesso pianto delle onde dell’ignoto inconscio che da sempre si agita sotto le coperte sicure della civiltà, ci ha restituito un Bildungsroman degno della più grande tradizione lirica. Ci ha concesso di prendere parte al banchetto degli dèi e ai problemi di rimozione e identificazione dell’uomo col padre e con la madre.
Questo è Alexander.
Due ultimi grandi dizionari del cinema appena usciti nella versione nuova di zecca 2008 – grandi per mole e per importanza – lo hanno o bocciato irreparabilmente (voto pari ad “Alien vs. Predator” , e non è un complimento come potete vedere dalla recensione di deneil!!!!], o giudicato un film in cui Oliver Stone è riuscito ad essere “noioso”.
Lasciate stare i dizionari. Fateveli voi stessi. Guardate e giudicate voi, ma non cedete mai alle lusinghe o alle stroncature dei critici. Consultateli ma non fatevi ingannare.
Questo è grande cinema.

Alessandro Magno è un mito.
E’ l’uomo che ha varcato le soglie del conoscibile per approdare là dove nessuno si avviò mai, vedendo cose mai viste e respirando i venti creatori qui mai aspirati nei polmoni. E’ l’uomo che ha fatto fluire il corso della storia aderendo al suo destino, fino alla morte, fino al sogno e oltre quest’ultimo.
Alessandro è un re.
Ancora oggi ci sono popolazioni afgane che hanno occhi azzurri, che si fanno chiamare discendenti di “Iskandar”, i figli dei macedoni di Alessandro. Alexandreia Eschate, l’ultima delle città da lui fondate, pendeva alle soglie del conosciuto, là dove nessun greco potè mai aspirare di arrivare. Il Cairo, l’Alessandria prima, la città delle meraviglie, del porto sul delta del fiume, faro dell’unione tra il mondo egizio e quello greco, saggezza platonica tra Oriente ed Occidente, che darà nuova linfa al regno eterno/etereo del Nilo.
Alessandro, il dio.
Colui al quale l’oracolo di Ammone decretò nell’oasi africana la futura reggenza dell’Asia, del mondo. E così lo ricordiamo nei Cantari di gesta medievali dell’Europa intera, trasfigurato e sospeso nel simbolo della sua stessa esistenza.
Alessandro, il sapiente.
Il discepolo di Aristotele, a sua volta edotto da Platone. La biblioteca di Alessandria, la più vasta raccolta di manoscritti del mondo antico, labirinto del quale solo Borges saprà ritrovare le chiavi.
Alessandro, il continuatore dell’opera del padre, Filippo, al quale fu legato a vita da un rapporto conflittuale; il ruolo della madre, l’Olimpiade cara al culto del serpe, misteriosofico simbolo lunare e della fecondità, ambigua sintesi di maschile e femminile. Ambigua come la splendida Angelina Jolie, finalmente grande in un ruolo che le si incolla addosso con una malizia da Afrodite classicheggiante.
Alessandro, colui che compie gli oracoli, il prescelto, colui che tagliò il nodo gordiano.
Precursore dei tempi, portatore dell’idea della fusione dei popoli, fece sposare donne persiane ai suoi macedoni, i soldati e i comandanti che lo seguirono fino alla fine, e che gli succedettero spartendosi il regno enorme in porzioni di regalità.
I diàdochi. E tra questi Tolomeo, quell’ Anthony Hopkins che alla fine del film, ci lascia con un explicit da antologia: i sognatori ci dissanguano, ci fanno morire letteralmente dentro. I sognatori sono un ostacolo alla vita normale. Loro, sono pazzi che danzano scalzi sulle note di un mare che soli vedono. Folli, che riescono a precorrere i tempi. Dementi, che soli possono portare fino alla fine i propri ideali.
Per questo i sognatori sono grandi. Per questo vedono al di là. Perché siamo noi i veri ciechi, le “normali persone di tutti i giorni”. E per questo devono spegnersi, per non consumarci la nostra mediocrità.
Per questo devono morire come hanno vissuto. Nel sogno, avvolti dalle nebbie fitte dei misteri della storia che, proprio per la loro natura, sono le verità più banali.
Colin Farrell interpreta Alessandro riuscendo a centrare in pieno la follia pacata, le braci del Sogno che infiammano di colpo la vista offuscata del Macedone, in squarci di lucida follia.
INTERMEZZO
Togliamoci subito un sassolino dalla scarpa trattando del protagonista Farrell e sia chiaro: le tinture dei capelli esistevano già da tempo immemore, e non è irreale che Alessandro avesse quel colore di capelli con la ricrescita. Le donne egizie conoscevano già la depilazione con la cera e le pinzette di metallo, tanto per fare un esempio stupido. Questo perché – all’uscita del film, anni fa, ormai – mi era capitato di leggere un attacco indebito circa l’acconciatura di Farrell, “così anni 80, ossigenato e metrosexual”!!! Assurdo.
Così anche il tema della bisessualità è stato di gran lunga bistrattato dai media, ma si deve considerare che all’epoca era cosa socialmente normale, nel mondo grecofono, e anche nella Persia asiatica. Tengo a precisare che questo tema ha un ruolo così minimo che la discussione è sterile a priori e nuoce al tema e allo svolgimento del film.
Concludo ricordando che comprendere non significa certo giustificare né fare delle sottili apologie; solo inquadrare il problema per capirlo. E certamente il film di Stone avrebbe meritato dai media un briciolo di attenzione in più.
FINE INTERMEZZO
Val Kilmer è perfetto nel ruolo di un padre autoritario e ambivalente nei confronti del figlio, Filippo, il re di Macedonia che ha già assoggettato la Grecia delle pòleis e che progetta di invadere la Persia, per liberare le città greche della costa anatolica-egea .
Ma, a sorpresa, la palma d’oro va alla perfida Jolie, credo mai brava come in questo film. Affascinante, la cui mente appare maledettamente infestata da culti ofidici e la cui figura ristagna attorniata da serpenti che pungono la mente del giovane Alessandro.
Perfida, nella lotta con il padre per il possesso, spesso al limite della carnalità incestuosa, del giovane Alessandro.
Magnifica, nell’abbandono voluttuoso di una giovane madre che ha definitivamente associato mentalmente al figlio il padre, confusione sessuale di ruoli che imperverserà nella psiche del futuro re di Macedonia.
A metà tra ricerca del confronto con la figura paterna e la sua approvazione, e spinto dalla sete ambiziosa di potere della madre, morbosa nel suo attaccamento disperato al figlio, Alessandro si muove fino ai limiti estremi della lucidità umana, fino ai confini del mondo.
Bisognerebbe dare a questo film la giusta dimensione; se non siete convinti non avvicinatelo; riprendetelo quando avrete tempo e voglia di viverlo. Altrimenti, aspettate. Ogni cosa ha il suo tempo e luogo giusto, come si diceva in quel di “Pic-nic at Hanging Rock” (altra pietra miliare).
E rimettiamo quella scena del confronto titanico di Alessandro a cavallo di Bucefalo, lanciato furioso e obnubilato dalle sue visioni di morte, contro un elefante indiano e le schiere di soldati nemici. Rallentatore sapiente. Filtro fotografico virato rosso. Suoni in sordina. Tutto è immerso in un’atmosfera incantata e terribile. Tutto appare come visto nel sangue della fine dell’apogeo, della discesa a terra dell’aquila conquistatrice macedone, uccello che tornerà in seguito a portare con sé Alessandro nell’oltretomba degli eroi, in un clima degno della regalità sciamanica d’altri tempi. Non per altro siamo nella Persia asiatica.
E riguardiamo ancora l’immagine trasognata di Alessandro avvolto dalla pesante porpora regale sui monti della catena himalayana: mai sullo schermo, almeno dalla seconda metà dei novanta, abbiamo assistito ad uno sguardo tanto romantico, tanto da riuscire a ricreare quell’ atmosfera del quadro di Friedrich, il Monaco sulla spiaggia del 1808 - 1810, esposto a Berlino. Sembra quasi che di fronte alle montagne che lo bloccano, tutta l’opposizione della Sensucht, del senso di limite e del suo attraversamento non possano nulla contro una natura che a guardarla per intera pare ti si strappino le palpebre tanto c’è da vedere, oltre le montagne e tutta quella eterna, dannata distesa di bianco neve che brucia gli occhi.
Ma andrà avanti.
E vincerà tutte le battaglie, arrivando ad oggi, nell’aura delle più grandi leggende dell’umanità. Alessandro il Grande.
Colui che porta in sé il germe della disperazione, dell’inutilità e della vacuità di tutte le cose, vanitas vanitatum.
Colui che solleverà il nome dell’Uomo accanto a quello degli dèi, novello Prometeo che concesse agli uomini il dono del fuoco.
Colui che possiede un occhio scuro come la morte, e un occhio azzurro come il cielo.
Colui che arrivando al Fine, all’Oceano, al Niente, ci lasciò il ricordo dell’impresa più grande.


“Fiumane che passai! Voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorìo, che resta.

Montagne che varcai! dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidiate.

Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era il miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:

il Sogno è l’infinita ombra del Vero.”

Giovanni Pascoli, “Alexandros”, 1895 (pubblicato nel 1904 in “Poemi Conviviali”)


[Oliver Stone s’avvalse della consulenza del maggior biografo vivente di Alessandro Magno, Robin Lane Fox, che ha assicurato al film una veridicità assoluta. Purtroppo il film è andato male ai botteghini, schiacciato dalle inutili e futili polemiche sul colore dei capelli di Alessandro e sulla sua bisessualità, in ogni caso componenti assolutamente minoritarie dell’impianto del film. Peccato.]

REGIA: Oliver Stone
ANNO: 2004
GENERE: Azione, Storia, Dramma
VOTO: 10+
CONSIGLIATO A CHI: sono piaciuti i film storici, ma anche a chi pensa che Colin Farrell non sia bravo a recitare [sì, lo so, era Bullseye nell’indecoroso “Daredevil”, ma a tutti capita di sbagliare le prime volte, no?!?]
QUANTO VORREMMO AVERE AVUTO LE TURBE ADOLESCENZIALI DI ALESSANDRO NEI CONFRONTI DI UNA MADRE COME ANGELINA JOLIE: 9 [!]


BY LEO

APPENDICE – “ALEXANDER: CRONACHE DI GUERRA”
Volevo dedicare una scheda anche all’ ”Alexander: Cornache di Guerra” prodotto dalla Madhouse, di Peter Chung e Rintaro, serie anime TV di 13 episodi, ma mi sono accorto che questa non toglie nulla né potrebbe essere introduzione più precisa, trattandosi della medesima storia e del medesimo impianto narrativo, tenendo conto – peraltro e giustamente – della dilatazione temporale della narrazione (ciascun episodio copre una ventina di minuti circa). Trasmessa in illo tempore da MTV in Italia.
Nonostante alcune scelte grafiche (si insiste troppo su atteggiamenti ambigui da parte dei protagonisti maschili, tutti efebici e oltremodo effeminati, fino alla noia per alcuni poco riusciti), il lotto risulta essere una serie splendida, il cui tasto dolente forse è il commento musicale, azzeccato ma poco sfruttato e spesso sottotono e pasticciato (sarà problema della sola versione italiana?).
Da citare le discussioni filosofiche-cybe- uturistiche stupende, l’ambientazione e la cura dei personaggi (Aristotele e i Pitagorici sono pazzeschi! Vedere per credere!).
La resa grafica dei culti misterici dei Cabiri di Samotracia mi ha fatto pensare che gli animatori abbiano perlomeno letto qualcosa di Jung (cfr. “La Libido”...possibile?!?).
Una chicca: il tema “persiano” ricorda da vicino le armonie di “Gates Of Babylon” dei Rainbow di Ritchie Blackmore, e i giardini pensili di Babilonia mi hanno fatto pensare alle copertine progressive degli Yes, con quelle atipiche architetture biologiche di Roger Dean. Se volete vedere qualcosa di insolito e sorprendente, non perdete altro tempo e guardatelo!
L’ultima puntata è da antologia, tra deus ex-machina universali, rivelazioni psicologiche e destini incrociati di universi, uomini e dèi. Una gioia pura per gli occhi, e un ottimo risultato per quest’adattamento nipponico.
Mi aspettavo molto di meno, ma la pazienza è stata premiata con un buon risultato.

VOTO: 7,5 (ma attenzione!!! Il cartone animato può non piacere!!! Discussioni filosofiche come se piovesse e un’atmosfera da Blade Runner!!! Comunque è un’esperienza folle. Dagli stessi produttori di Aeon Flux, la serie Tv, non il film con Charlize Theron).


BY DEN

Premessa: questa recensione è stata scritta dopo aver letto la recensione di Leo di cui sopra quindi è possibile che vi siano riferimenti ad essa. Detto questo mi riprometto di scrivere in modo che voi tutti possiate leggere questo scritto indipendentemente. Lasciatemi solo evitare lo strazio di trascrivere cast e dettagli tecnici presenti nell’ incipit della recensione di Leo e una trama che ripercorre essenzialmente in lungo e in largo la vita di Alessandro Magno (e poi c’ è sempre Wikipedia!)

Su Alexander di Oliver Stone ne ho sentite e lette davvero di tutti i colori.
Dalle accuse sui capelli biondi di Colin Farrell a quelle sulla presunta omosessualità di Alessandro Magno tanto blaterata dalla stampa, dalla noia che ha provocato in molti critici “esperti” (fino ad arrivare ad un tipo di cui non cito il nome che sostenne il suo parteggiare per gli elefanti nella battaglia finale perché non ne poteva più!) all’ accusa di essere un film troppo epico, troppo falso, troppo bello, troppo sopra gli altri, troppo avanti, troppo tutto.
Appunto, troppo tutto.
Il difetto o pregio o quel che volete dei film di Oliver Stone è sempre quello alla fine: il troppo.
Può piacere, non piacere, nauseare e stancare ma sembra che Stone non sia davvero in grado di dominare il suo volere (chiamatelo estro, strafottenza, mania di grandezza, genio o come diavolo vi pare) che straripa da ogni angolo.
E questo Alexander cosa fa infine?
Segue i suoi predecessori.
Il progetto imponente di Oliver Stone di portare sullo schermo la vera vita di Alessandro il grande basandosi sugli studi del suo più grande biografo Robin Lane Fox si concretizza nel 2004 con un grande cast, un grande budget (154 milioni di dollari), grandi ambientazioni (per lo più si gira in Marocco per tagliare i costi) e grandi collaboratori (tra cui la grandiosa colonna sonora di Vangelis, si veda incipit recensione di Leo).
Si concretizza nel 2004 e nello stesso anno crolla brutalmente sotto le pesanti accuse della critica americana (la tinta dei capelli e blablabla) con un misero incasso mondiale di 133 milioni (solo 34 milioni negli Usa).
Ma al di la di questi sterili dati tecnici cosa si può dire di questa pellicola?
Credo che il difetto più grande dei lungometraggi di Stone siano i giudizi che se ne fanno.
Ogni volta è una battaglia, tra chi è pronto a dar la vita per difenderlo definendo ogni sua opera un capolavoro (IL capolavoro!) e chi lo bistratta malamente senza sapere neanche quel che dice (a volte mi sembra che l’ odio nei suoi confronti sia dettato da una grande invidia, ma è un’ impressione!)
Io, stranamente, questa volta mi colloco in mezzo.
Credo di aver visto più o meno tutte le pellicole storiche che sono uscite in questi ultimi anni e sono quasi sicuro che l’ unico metro di giudizio per una pellicola di questo tipo sia di confinarla nel suo genere (ancor più che altri tipi di film, che comunque uso giudicare a seconda della categoria a cui appartengono).
Non parlerei di capolavori assoluti tra “Il gladiatore” (che comunque ho molto apprezzato), “Troy” (per carità…), “Le crociate” (ne carne ne pesce) o “King Arthur” (che rientra in questa categoria solo per la tanto proclamata “reale vita di Re Artù” ma che considero sufficiente solo come film fantasy) ma di più o meno grandi film che non sanno mai distaccarsi troppo da certi clichè straabusati.
Chiedete ai mega ralenty, alle scene di guerra gloriose con il comandante che incita i soldati (che adesso con la computer graphica si fa la gara a chi crea l’esercito più grande!), ai grandi attori nei panni di muscolosi eroi con la voce altisonante, alle regie piene di voli pindarici sugli eserciti e alle colonne sonore magniloquenti.
Chiedete ad Oliver Stone e vedrete che il risultato è sempre quello, più o meno.
Certo Colin Farrell biondo (soprattutto quando è sbarbato) fa un po’ ridere ma vi assicuro che se avete visto Pitt- Achille questo è niente!
Senza dubbio Angelina Jolie che nella realtà ha 1 anno in più di Colin nei panni di sua madre vi farà un po’ sorridere nonostante incarni quello che noi tutti ci aspettiamo da Angelina, la femme fatale con i serpenti e le occhiate maliziose e i baci al figlio come sostituto del padre e via dicendo (ma non mi sbilancerei a definirla migliore interpretazione, che rimane, a mio parere, quella in “Ragazze interrotte” , forse l’ unica sua vera interpretazione).
Sono sicuro che Val Kilmer nei panni di Filippo il macedone farà la vostra gioia perché sembra il più adatto a quel tipo di ruolo così come Anthony Hopkins vi convincerà finalmente che non è un pazzo omicida cannibale.
E che dire di Jared Leto nei panni di Efestione, l’amico caro di Alessandro, che sembra tanto fuori luogo quanto una zucca di Halloween a Natale?
Oliver ce la mette tutta con la sua camera, scenografie meravigliose, immagini che rimarranno negli annali (quella di Colin sulle montagne è davvero uno spettacolo per gli occhi!), voli pindarici sugli eserciti (quelli non ve li toglie nessuno!) e sequenze da “guardate adesso che vi tiro fuori con un cavallo e un elefante” che fanno rabbrividire, peccato che tutto sia sempre troppo.
Stone si diverte (perché si diverte, non c’è altro motivo per cui avrebbe dovuto farlo!) a mettere qua e là un aquila che vola sul campo di battaglia e che ogni tanto ricompare fino alla sua caduta di fronte agli occhi di Olimpiade come sottile e mai utilizzata (????) metafora della morte di Alessandro ed esagera nelle pur bellissime e crudissime battaglie quasi che ti viene da chiederti se stai guardando una battaglia o uno scontro tra insetti (ma forse è proprio questo che il regista ci vuole comunicare).
Insomma la lunga pellicola (2ore e 40 minuti, ma credetemi con tutto questo materiale Stone si è già limitato! ) non delude assolutamente se si sopporta il genere ma eviterei di consigliarlo a chi non apprezza questo storico sontuoso in voga negli ultimi anni perché Alexander è Lo storico Sontuoso in voga negli ultimi anni.
A mio parere si piazza tra il Gladiatore (in testa) e il non troppo acclamato “Le crociate”.
Vorrei chiudere solo citando il fatto che qualcuno è riuscito a dare una stellina e mezza a questo film (su quattro) e tre e mezzo a quello scempio di Troy.
Il mondo è bello perché è vario si dice.
Si ma a un certo punto che tappino la bocca a qualcuno!
REGIA: Oliver Stone
ANNO: 2004
GENERE: Storico
VOTO: 7/8
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere Colin Farrell biondo, Val Kilmer senza un occhio e Jared Leto che fa lo scemo
QUANTO è SUPERIORE A QUELL’ IGNOBILE PELLICOLA CHE è WORLD TRADE CENTER: 10

giovedì 30 agosto 2007

WORLD TRADE CENTER


Per parafrasare una nota pubblicità: chi non ha mai avuto pregiudizi alzi la mano.
Io ne alzo anche due.
Non adoro dirlo, non mi piace vantarmene ma è così, inutile negarlo.
Quando ho deciso di vedere “World Trade Center” di Oliver Stone con protagonista Nicolas Cage avevo più di un pregiudizio: non verrebbe anche a voi pensando a un regista quantomeno inaffidabile (non ci riescono tutti a produrre capolavori come “Platoon” e schifezze ignobili come “Alexander”) e a un attore che partecipa a produzioni a dir poco di dubbio gusto come “Il mistero dei templari”?
Poco prima di metter su il mio dvd, però, ho deciso di ignorarli, di far finta che questo fosse un film qualunque basato su quello che può essere definito come il più grande evento storico (finora) di questo nuovo millennio: l’ attacco terroristico dell’ 11 settembre 2001 alle Twin Towers.
E ce l’ ho fatta, ho atteso con pazienza le molteplici immagini iniziali di vita quotidiana a New York (davvero troppe però!), ho conosciuto i nostri protagonisti poliziotti tra cui uno stempiatissimo e baffuto Nicolas Cage (ma in Ghost Rider non aveva una folta chioma?), ho visto crollare sulla testa dei Nostri un’ intero edificio e sono riuscito a sopportare per più di mezz’ ora le urla e gli sproloqui del sergente Mc Loughlin, di Jimeno e Pezzullo rimasti imprigionati sotto le macerie.
Ma.
Ma all’ arrivo sullo schermo di un ex marine di nome Dave Karnes che ritiene di dover rientrare in azione per dare un aiuto perché quella è la sua Missione ho cominciato a vacillare.
Quando poi il nostro fantomatico eroe si reca dal barbiere per il taglio da marine (oddio!) e si dirige sul luogo della tragedia in divisa riuscendo ad entrare all’ interno dell’ area devastata e sorvegliata senza presentare alcun documento e dicendo solo di essere della marina USA sono sbottato.
Ma come può venire in mente una cosa del genere?
Uno si aspetta una storia seria (l’ intera pellicola si basa su fatti e persone reali) e si trova di fronte al solito trito e ritrito eroe da film per il ciclo “alta tensione” su Canale 5.
Davvero troppo.
Se si aggiunge che la seconda ora di film si muove tra primi piani dei due sopravvissuti al crollo con relativi dialoghi del tipo “Devo tornare dai miei figli, mia moglie mi aspetta, voglio bene al mio cane….” e immagini dei famigliari disperati potete immaginare perché a mezz’ ora dal termine sperassi in un incredibile accelerazione delle lancette dell’ orologio.
Ma, se possibile, le lancette si sono mosse in modo ancora più lento e non mi è rimasto che tirare un grandissimo sospiro di sollievo sul finale con una retorica immagine del disastro e di una bandiera americana immobile arrotolata sulla sua asta.
Stone, definito come uno dei registi più nazionalisti e allo stesso tempo come uno dei più grandi antiamericani, questa volta ha scelto la prima via per rendere omaggio (a suo dire) ai grandi eroi dell’ 11 settembre: grandi, magniloquenti e retoriche inquadrature e attori spronati a dare un senso di ansia e terrore (ma se Michael Pena nei panni di Jimeno se la cava ci si aspetta qualcosa di più da Cage che una faccia sporca e un tono di voce da morente)
Al di la di qualsiasi errore contestato alla presentazione della pellicola (accade sempre e comunque nei film tratti da vicende storiche) credo che il film rappresenti semplicemente una grande occasione perduta per cercare di dare realmente un senso a questa immane tragedia.
Non mi rimane quindi che consigliarvi l’ altra pellicola su questo disastro “United 93”, sicuramente meno curata e iperprodotta ma, a mio modesto parere, molto più vicina allo spirito che molti (compresi alcuni parenti dei famigliari coinvolti) avrebbero voluto in World Trade Center ma che Stone non ha saputo donare a un film con tante pretese e davvero poche frecce al suo arco.
REGIA: Oliver Stone
ANNO: 2006
GENERE: Drammatico
VOTO: 5
QUANTO FA CADERE LE PALLE QUESTA PELLICOLA: 8
CONSIGLIATO A CHI: Non ha mai visto un immagine del crollo delle Torri Gemelle (vivete sulla Luna?!). A tutti gli altri consiglio i 1000 documentari che sono passati e passeranno in tv sulla tragedia, sicuramente più interessanti e moooolto meno romanzati.