
Babe corre.
Corre per diletto Babe.
Corre per allenarsi alla maratona, pur non avendone mai corsa una.
Ma lui spera di parteciparvi e vincere.
Babe corre in un incantevole parco sulla riva del fiume, tiene il tempo, cerca di migliorarsi, evita cani che lo vogliono mordere ed incrocia altri corridori.
Babe corre all’ università.
La sua mente corre, è più svelto degli altri, non risponde alle domande, lui è già alla tappa successiva.
Babe corre nel suo passato, si rivede innocente sull’ altalena, si rivede colpevole un attimo più tardi di fronte al suicidio del padre.
Babe ha un fratello, Henry.
Anch’ egli corre.
Per Babe, Henry “sta negli affari”, nel petrolio più che altro.
Henry invece corre in tutt’ altra direzione.
Henry fa il lavoro sporco per il governo, fa il doppiogiochista per cavarsela, ma non sempre riesce ad arrivare al traguardo.
Henry raggiunge per l’ ultima volta il traguardo di fronte a Babe, poi crolla esanime al suolo, troppo sforzo per un corpo comunque più forte di quello del padre.
Babe osserva, mentre la sua mente cerca di correre lontano, la traccia del gessetto che segnala l’ ex presenza del corpo del fratello nel suo appartamento.
Babe corre e brucia le tappe nel corteggiamento di Elsa che lo avverte subito che il loro amore non può avere un seguito, ma Babe è testardo, lui quando corre non pensa ad altro.
Babe non riesce a correre per la prima volta imprigionato nel suo bagno, mentre misteriosi rapinatori cercano di entrare distruggendo i cardini della porta, le sue urla di disperazione corrono fuori dalla finestra rotta ma non bastano.
Babe non è sicuro.
Non è sicuro di quel che sta accadendo.
Non è sicuro di chi sia quell’ anziano signore di fronte a lui dall’espressione glaciale.
Anzi “Si è sicuro, molto sicuro, sicurissimo, ci può giurare!”
O forse “No, non è sicuro, è pericoloso, bisogna che stia attento”.
Babe è sicuro solo di una cosa: correre lo salverà perché, come disse il suo eroe etiope Abebe Bikila, vuol far sapere che il suo Paese ha sempre vinto con determinazione ed eroismo e non con doppigiochi e torture come credono di fare l’ amico del fratello e il nazista Christian Seltz.
Non ci avete capito nulla?
Bene. Certe cose si capiscono solo dopo aver visto “Il maratoneta” e non prima.
“Marathon Man” nasce da un romanzo di Goldman adattato da lui stesso per il grande schermo con la regia di John Schlesinger, classico regista che ti chiedi sempre chi è ma poi scopri essere uno di quelli con le palle, capace di girare in meno di dieci anni tra il 1969 e il 1976 di questa pellicola tre capolavori come “Un uomo da marciapiede” (3 oscar a regia, film e sceneggiatura), “Domenica, maledetta domenica” e il film qui recensito.
“Il maratoneta” è un thriller.
No, non è “Seven”, ne “Il silenzio degli innocenti” ne qualsiasi cosa si intenda per thriller oggi.
“Il maratoneta” è un thriller di quelli come si facevano una volta, magari abbastanza prevedibile per lo spettatore di oggi ma capace di farlo rimanere incollato alla poltrona per il grado di realismo talvolta disturbante che raggiunge.
Come si fa a non farsi prendere dal panico con Babe chiuso in bagno in preda alla disperazione più totale nel tentativo di trovare una via di fuga?
Come comportarsi di fronte a due folli in macchina che corrono parallelamente sulla stessa strada strettissima insultandosi come pochi fino a schiantarsi?
Cosa pensare durante l’ infinita fuga a piedi di Babe sulla superstrada inseguito da una macchina piena di pazzi furiosi?
E soprattutto: come cazzo si fa a non farsi venire i brividi mentre quel pazzoide di Szell collega la spina alla corrente e decide che è ora di trapanare un dente sano del povero Babe fino al nervo per farlo confessare (la scena era in realtà molto più lunga ma venne abbreviata dal regista di fronte alle reazioni scomposte della sala alla prima proiezione)?
“Marathon man” si può vedere quindi come un insieme di splendide fotografie in movimento: ogni inquadratura è ben studiata per far entrare lo spettatore all’ interno di quel bagno angusto o di quella sala spoglia con una sola poltroncina in mezzo e se ancora non bastasse ci pensano uno straordinario Babe Dustin Hoffman e il vincitore del golden globe come miglior attore non protagonista Laurence Olivier nei panni del freddo Szell a farci sentire la tensione che permea tutte le scene.
La critica al sistema americano si esprime tutta nel suicidio del padre di Babe, arrivato ad un punto in cui era impossibile per lui dividere ciò che era bene da ciò che era male impegnato com’ era ad infrangere la legge per servire il suo Paese mentre quella al nazismo risulta assai meno velata e senza dubbio più cruda anche se Schlesinger tenta di dare una spiegazione alla follia nazista con le parole di Szell che sostiene: “Anche noi ci credevamo al nostro Paese”.
Babe corre, fino al traguardo, fino alla vittoria.
Per dimostrare la sua forza, per slegarsi dal confronto con il padre, per superarlo finalmente, Babe corre.
((Per Leo che non smette mai di dare buoni consigli))
REGIA: John Schlesinger
ANNO: 1976
GENERE: Thriller
VOTO: 8
QUANTO FA VENIR VOGLIA DI ANDARE DAL DENTISTA: 0
CONSIGLIATO A CHI: Non vuole perdersi una scena di fuga a piedi straordinaria oltre alla scena del dentista senza dubbio tra le più angoscianti mai viste al cinema.