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lunedì 18 aprile 2016

FUORI DAL TEMPO


Ci sono tre particolarità che mi rendono un ragazzo fuori da questo tempo:
  • Non ho uno smartphone;
  • Non ho Whatsapp;
  • Non amo le serie tv.
Ah si, vi vedo già li a puntare il dito, a dire che "prima o poi tanto..", a sospirare pensando che anche voi dicevate così e invece, ad ammonirmi di voler fare l'alternativo ad ogni costo o di essere semplicemente cretino perché lo smartphone è una comodità, Whatsapp ti fa risparmiare e le serie tv sono la narrativa degli anni '10.
Vi rispondo subito che non me ne frega nulla, che il mio cellulare lo carico una volta la settimana, che per i 20 messaggi mandati in un mese non andrò in fallimento e che preferisco di gran lunga il cinema, quello più fine e quello più fracassone, alle lungaggini dei serial.
"Ma è un'altra cosa!"
Siamo tutti d'accordo, e io preferisco il cinema, fatevene una ragione.
Detto ciò.
Se qualcuno mi conosce, sa benissimo che uno dei miei autori preferiti è Stephen King.
Con gli anni si sono aggiunte letture diverse e autori molto più stimati dalla critica o da chi per loro, ho provato strade alternative nel mondo horror e fantasy e a volte le ho pure trovate molto interessanti, ma alla fine sono sempre tornato lì, alla sua logorroicità, ai suoi adolescenti, alle sue storie di paura più o meno riuscite e a quell'America così lontana eppure così vicina, al Re.
Di Stephen King ho letto quasi tutto (e al “quasi” lavoro incessantemente).
Ma soprattutto di Stephen King ho visto quasi tutto.
Ovvio che non stiamo parlando dello Stephen King regista, autore di una sola orrenda pellicola ripudiata persino da egli stesso (se vi capita vi prego di guardare quel capolavoro di "Brivido"), ma di tutto quello che è stato tratto dalle sue opere, una quantità imbarazzante di film per il cinema, filmetti per la televisione, miniserie e oggi, finalmente direbbe qualcuno, serie tv.
Mi perdonerete il termine se, pensando all'immensa mole di pellicole tratte dai suoi lavori, mi viene in mente solo una montagna di merda in cui si scorgono qua e là, alcuni gioielli di inestimabile valore.


 "Unico indizio la luna piena", la paura fatta film...

Shining (quello di Kubrick e non quella follia voluta da King e Mick Garris), Carrie (l'originale, non il blando remake), La zona morta, Misery, Il miglio verde, Stand By Me, Le ali della libertà, The Mist e L'allievo giocano ad una nascondino insano con lungometraggi e miniserie tv che solo l'alcool e tanti amici burloni possono aiutare ad affrontare. Penso a Cujo, Grano Rosso Sangue, The Mangler, Unico indizio la luna piena, Cimitero vivente, L'acchiappasogni, Riding The Bullet, Il Tagliaerbe, Creepshow, L'ombra dello scorpione fino ad arrivare a quello scandalo di It (che rivisto oggi è veramente imbarazzante).
Se seguite il blog da qualche tempo saprete che lessi 22/11/63 alla sua uscita in libreria (qui la mia recensione rivista e corretta pochi mesi or sono) e, nonostante alcuni palesi difetti, me ne innamorai.
Dopo pochi anni di attesa ne è stata tratta una serie tv autoconclusiva di sole 8 puntate con JJ Abrams a produrre e pubblicizzare il prodotto insieme al solito grande nome prestato alla tv dal cinema, in questo caso James Franco.
Amo James Franco.
Forse non avrò visto tutti i suoi film (anzi), ma tra le "quasi" nuove generazioni (38 anni) è uno dei miei preferiti con buone interpretazioni in Planet of the apes, 127 ore, Facciamola finita, Urlo, Strafumati e i tre Spiderman di Raimi.
Si, si porta sempre dietro quella faccia da schiaffi e a volte sembra quasi voler fare il verso a James Dean, ma mi piace, cosa ci posso fare? C'è gente a cui piace Tobey Maguire! Li inseguiamo col forcone? E vogliamo parlare degli ultimi 15 anni di Johnny Depp? No, non vogliamo parlarne perché non centra un assoluto mazzo con quel che stavo dicendo e io ho già perso il filo del discorso.


Johnny Depp Mortdecai  in "faccio le solite 4 facce del cazzo e mi pagano milioni"

Quindi?
Quindi 22/11/63, il telefilm, un termine che quasi nessuno usa più per non far venire subito in mente al lettore grandi perle del passato come Chips, Hazzard, Supercar, Baywatch e chi più ne ha più ne metta.
Otto puntate, qualcosa di fattibile persino per me, avverso ai bassi budget e ai tempi di sviluppo pachidermici delle storie sul piccolo schermo.
Io che ho visto qualche puntata di Fringe e non me ne frega nulla di come va a finire, io che mi sono appassionato alla prima stagione di Lost, ma alla fine della seconda volevo morire, io che mi son sorbito due serie di Dexter e l'ho lasciato lì che continuava a uccidere e dissezionare cattivi puntata dopo puntata dopo puntata, io che amo i libri de Le Cronache del ghiaccio e del fuoco, ma non sono riuscito nemmeno a concludere la prima stagione tv e soprattutto io che mi sono addormentato due volte su due provando a vedere la prima puntata di Breaking Bad.
Ecco, proprio io, per amore di King sia chiaro, mi sono messo di buzzo buono e con una superfan delle serie tv (che quindi ha gusti molto più fini dei miei dopo aver visto tonnellate di cose più o meno buone prodotte per il piccolo schermo) ho deciso che questa volta ce l'avrei fatta, avrei visto 22/11/63 per intero.
E, incredibilmente, ce l'ho fatta.
Ho avuto dei cedimenti sia chiaro, ci ho messo qualcosa come un mese per vedere 8 miserrime puntate da 40-50 minuti, ma ce l'ho fatta.
E ora posso dirvi che ne è valsa (quasi) la pena, la più recente delle serie televisive tratte dai libri di King è un buon prodotto.
Ben girato (tra i registi spiccano il Kevin MacDonald de L'ultimo Re di Scozia e Black Sea e lo stesso James Franco), ben scritto e ben interpretato, 22/11/63, come ogni buona trasposizione da un libro del Re, non ne segue fedelmente ogni passo.
Erano troppi gli elementi del romanzo per poter essere riproposti fedelmente in sole 8 puntate e di quei troppi molti erano inutili ai fini dello svolgimento (sono i soliti ricami di King sulla storia) e altri erano semplicemente noia pura.
Si è optato per una riduzione della parte di storia riguardante le indagini di Epping a favore della storia d'amore con Sadie Dunhill e di un po' di azione in più.
Il taglio non è bastato, purtroppo, a rendere interessanti tutte e otto le puntate con un calo nella quarta e nella settima e un assurdo salto temporale che, per forza di cose, fa perdere molto di quella degustazione degli anni '60 che aveva il libro.
L'agrodolce messaggio finale è rimasto comunque lo stesso e l'aggiunta di un personaggio (quasi) completamente inesistente sulle pagine non ha influito molto sulle vicende, anche se la svolta narrativa finale fa sorridere per l'ingenuità mostrata dagli sceneggiatori in un mondo di folli appassionati di serie tv attenti ad ogni minimo dettaglio.
Forse un James Franco meno piacione del solito sarebbe stato meglio, ma la splendida Sarah Gadon nei panni di Sadie e i due comprimari Chris Cooper (Al) e Leon Rippy (Harry Dunning), oltre al complessato Daniel Webber (Lee Harvey Oswald), sono scelte azzeccate, anche per chi, come me, ha amato il libro e magari si era immaginato attori e facce differenti per i suoi protagonisti.


James Franco in pieno piacioneggiamento

22/11/63 è un bel telefilm.
Non sarà forse ricordato come Shining o Carrie negli annali del cinema, ma finalmente si potrà dire che anche da King è stata tratta una bella serie tv.
E io finalmente posso tornarmene nel mio eremo e abbandonarvi al vostro piccolo, piccolissimo, infinitesimale schermo.

Non posso fare tutto quello che voglio
non posso dire tutto quello che penso
non posso esaudire i miei desideri
la condizione in cui mi trovo è proprio
fuori dal tempo
                                         Bluvertigo

11/22/62- 22/11/63
PRODUZIONE: J.J. Abrams, Stephen King, Bridget Carpenter, Bryan Burk
ANNO: 2016
GENERE: Fantascienza, drammatico
VOTO: 7


giovedì 31 marzo 2016

TRIP


 
É un libro strano questo.
Un libro strano scritto in modo strano da un personaggio strano.
Pubblicato nel pieno degli anni '60, L'aborto sembra riflettere quella vaga libertà floreal-mentale da tutto e tutti che finora avevo trovato solo nella musica degli stessi anni con Doors, Pink Floyd, Grateful Dead, Love e chi più ne ha più ne metta.
Le parole di Brautigan (alcolista cronico, finì a soli 19 anni in un istituto psichiatrico) sembrano letteralmente lasciate libere sul foglio di fare quel che vogliono, sospese come sono tra una trama fin troppo realistica e un tono che non smette neanche per un secondo di essere vagamente sognante e vagamente qualcos'altro.
É difficile descrivere un libro del genere.
Non basta un riassuntino della trama che potete facilmente leggere in 15 secondi sulla quarta di copertina e non basta nemmeno la descrizione dello strano stile da buon trip acido di Brautigan, perché L'aborto è decisamente di più della somma delle sue parti.
Quel che potete fare è prendere questo libro e, abbandonati sul vostro letto o sulla vostra poltrona o sul vostro tappeto o su di un campo pieno di fiori e insettini o sul...insomma abbandonati da qualche parte, lasciarvi trasportare dall'autore nel suo cammino fatto di nude verità raccontate nel modo più sognante-surreale-ironico che possiate immaginare.
E sorridere, riflettere, viaggiare.
E pensare che nel mondo di oggi una libreria del genere non può esistere, ma è stato bello finché è durato.

THE ABORTION- AN HISTORICAL ROMANCE_ L'ABORTO- UNA STORIA ROMANTICA
ANNO: 1966
AUTORE: Richard Brautigan
GENERE: Drammatico
VOTO: 7,5






martedì 27 ottobre 2015

SULLA (PRESUNTA) FORZA DEL CAMBIAMENTO

 
Quando a 16 anni mi avvicinai lentamente al rock degli anni '90 mi colpirono due gruppi in particolare: Oasis e Blur.
Non che fosse una cosa strana, all'epoca il mondo, l'Italia, la provincia si divideva (abbastanza assurdamente a pensarci ora) tra i fan dei fratelli Gallagher e quelli di Damon Albarn e Co. (sisi Graham Coxon è importante e blablabla, chissenefrega, un giorno ne parleremo).
Lo dico subito: io parteggiavo per i Blur.
Mi sembravano più freschi e innovativi e, al di là delle varie scopiazzature dei Gallagher (all'epoca era un miracolo se conoscevo i Beatles), mi sembrava soprattutto che Damon Albarn avesse il coraggio di cambiare.
Insomma, per quanto non ne capissi veramente un cazzo, 13 pareva un album di un gruppo completamente diverso da quello di The Great Escape (che all'epoca adoravo) e in Think Tank il mutamento era ancora più accentuato.
Amavo i gruppi che non si ripetevano mai (quel pazzo di Neil Young è ancora oggi uno dei miei idoli) e gli Oasis erano l'esatto opposto.
Ascoltato il primo incredibile Definitely Maybe mi sembrava di sentire sempre le stesse 10-12 canzoni: voce strascicata, chitarroni, ballatoni...due palle che in Be Here Now duravano più di 70 minuti, decisamente troppo.
Poi crebbi (ah il passato remoto che torna a galla quando leggi autori toscani...), la faida Blur-Oasis si spense abbastanza velocemente così come era stata montata dalla stampa britannica e io cominciai ad ascoltare tutt'altro, fregandomene altamente dello scioglimento o quasi di entrambi i gruppi, ma sempre attento a chi riusciva a non ripetersi.
Oggi, passati più di 10 anni, mi ritrovo a sentire per radio o nei miei raccoltoni di mp3 qualche canzone di Blur e Oasis e, pur con fastidio, devo ammettere che i classici degli Oasis sono invecchiati meglio di quelli dei Blur.
Si, il cambiamento, si, il coraggio di affrontare nuove sfide e la forza di ripresentarsi con un nuovo album in un'epoca che non è più la loro (l'ultimo The Magic Whip datato aprile 2015), ma Wonderwall rimarrà un classico senza tempo mentre Beetlebum può essere solo una canzone figlia degli anni '90.
Tutto questo sproloquio musicale-nostalgico per dire cosa?
Che forse Fabio Genovesi qualche limite come scrittore ce l'ha.
I suoi personaggi dalla parlata fin troppo semplice (in Esche vive era Fiorenzo, qui è Mario), quelli troppo attaccati al Rock (ancora Fiorenzo confrontato a Nello), quelli che finita l'università hanno perso completamente la bussola (là Tiziana, qui Renato) e quelli che, nonostante tutto l'autocontrollo imposto, vengono presi da passioni troppo forti (nuovamente Tiziana confrontata a Roberta). Gli incipit nostalgici ambientati in un passato che non è più e i finali non finali con i personaggi lasciati a correre da soli.
Ma io non ho più 16 anni e se tu scrittore hai uno stile immutato che ti permette di scrivere una nuova storia dove, cambiando l'ordine degli addendi, il risultato fantastico non cambia, beh, a me piaci comunque.
Basta che alla prossima non mi presenti un Be Here Now.

VERSILIA ROCK CITY
ANNO: 2008
AUTORE: Fabio Genovesi
GENERE: Romanzo di formazione (senza adolescenti)
VOTO: 8,5


lunedì 8 giugno 2015

È LA STORIA, NON COLUI CHE LA RACCONTA.




Dimentico spesso quanto King possa essere avvinghiante.
Anche dopo aver letto qualcosa come una trentina di romanzi e un paio di raccolte di racconti, ogni volta che prendo in mano un suo libro il pensiero è sempre lo stesso: questa volta non ci riuscirai.
Non riuscirai a tenermi sveglio la notte come feci con It a 16 anni, sette ore a leggere col lumicino pur di levarmi di dosso gli incubi che mi assalivano ogni volta che chiudevo occhio o andavo in cantina a prendere una bottiglia di vino per mio padre.
Non riuscirai a farmi portare in giro nei posti più improbabili e scomodi (sul tram, in spiaggia, a casa della fidanzatina) un libro della mole de L'ombra dello scorpione in versione integrale (per chi non lo sapesse più di 1000 pagine scritte in caratteri simpaticamente microscopici nella sua versione """tascabile""") pur di non lasciare da soli i miei eroi durante la fine del mondo.
Non riuscirai a tenermi un giorno intero inchiodato a letto credendo di essere nel Miglio Verde nella speranza che John Coffey si salvi.
E non riuscirai nemmeno a farmi leggere un racconto dietro l'altro ripetendomi continuamente "Ancora uno piccolo e poi la smetto..."
E invece no.
A 68 anni King, in piena crisi bulimica da scrittore compulsivo (ormai pubblica almeno due romanzi l'anno più una raccolta di racconti, qualcosa che a ben pensarci dovrebbe ispirare uno dei suoi horror), è ancora capace di prendermi di peso e portarmi in un altro mondo senza nemmeno tanti sforzi. Gli bastano due capitoli nostalgici sull'ennesima infanzia passata nel Maine, questa volta all'interno di una felice e numerosa famigliola religiosa, ed eccomi li a portarmi a spasso Revival dappertutto. In edizione rigida. Con 470 pagine. Al lavoro, in macchina, nel tascone dei pantaloni corti mentre vado in giro. Insomma, di nuovo.
Non dirò che Revival è un capolavoro.
Sono anni che, pur non leggendo tutto quel che King pubblica (per stargli dietro dovrei leggere solo più lui, e non mi va ancora di diventare pazzo), il Re dell'horror non scrive un vero e proprio capolavoro; forse i tempi di It, L'ombra dello scorpione, Pet Sematary, Cuori in Atlantide, Stagioni diverse e Il miglio verde sono passati per sempre o forse semplicemente sono io ad essere diventato troppo esigente.
Niente capolavori quindi, ma libri più o meno buoni a seconda delle stagioni.
Duma Key, tanto per dirne uno recente, ma non recentissimo, era una mezza ciofeca nonostante la buona idea di partenza. Pareva il libro di uno scrittore anziano che vive su un'isola scema del Pacifico, col cappellino di paglia in testa e poche gioiose idee che gli rimbalzano nel cervello rugoso senza saper dove andare. Non il massimo, ecco.
22/11/63 invece era un buon romanzo. Con una parte centrale decisamente inferiore all'incipit e al finale (uno dei pochi riusciti nella lungherrima carriera e quindi già solo da ricordare per quello), ma comunque molto buono.
E poi c'è Revival.
Che è meglio di 22/11/63 e quasi allo stesso livello di quel Cuori in Atlantide che metto tranquillamente tra i migliori.
Perché c'è un'ottima idea di partenza, ma soprattutto perché c'è uno sviluppo degno del King degli anni migliori. Si parte da uno dei pezzi forti del nostro (l'infanzia, un'età magica che solo lui sa descrivere così meravigliosamente), per attraversare poi la vita intera del protagonista per spizzichi e bocconi. Un assaggio di adolescenza, un salto nei 40, un ritorno ai 30 e poi via via lentamente verso i 50 e infine i 60. Revival pare più una biografia che un romanzo qualsiasi e arriva al succo soltanto nelle ultimissime pagine, prendendosela con calma sugli aspetti della vita più reali e accelerando su quelli più soprannaturali, quasi a voler far sembrare questi ultimi lampi e tuoni che irrompono nella nostra esistenza di sole e nubi.
Con gli anni King sembra aver abbandonato ormai del tutto ogni orpello che non abbia a che fare con la vera e propria storia che sta raccontando e quindi la narrazione prosegue ancora più spedita del solito, fino ad arrivare al finale burrascoso che tutti attendono.
Che non è un brutto finale.
Mi piace scrivere recensioni e, di conseguenza, mi piace leggerne. Sarei un coglione a non farlo. E sarei anche un pirla che pretende di essere letto senza leggere niente di quel che gli altri scrivono. Questo per dire che ho letto ben più di una recensione che parlava di una seconda metà del libro deludente e soprattutto del solito finale imbarazzante a là King. E per una volta, o forse per l'ennesima, non sono d'accordo.
Il finale soprannaturale di Revival, esattamente come quello di 22/11/63, è fatto di poche pagine. Pochi brevi accenni ad un orrore che l'occhio umano non può sopportare e che lo scrittore del Maine, a quasi 70 anni, riesce ancora a descrivere incutendo terrore. É vero che il romanzo sembra accumulare dettagli su dettagli per poi smontarsi in poche semplici righe, ma è anche vero che qui, come in 22/11/63 e come nel 90% dei romanzi del Nostro, quello che davvero conta è il finale che viene dopo, quello che riguarda la vita vera. Quella di un uomo dell'età di Stephen stesso che è passato non casualmente attraverso la droga, la musica rock e la morte di molti dei suoi cari (e indirettamente anche attraverso un incidente automobilistico, cosa che King non dimentica mai di inserire nei suoi romanzi da 15 anni a questa parte), per arrivare ad un'anzianità fatta di tanti ricordi.
Stupendi, brutti, belli e orrendi.
Ma tutti profondamente Kinghiani.
E quindi urliamolo ancora una volta.
W il Re.
W colui che la racconta.

REVIVAL
AUTORE: Stephen King
ANNO: 2014
GENERE: Horror, Drammatico
VOTO: 8

domenica 31 maggio 2015

HORROR IPERREALISTA

Questa recensione è stata scritta l'11 ottobre 2011 e rivista completamente il 31 maggio 2015


 
Se fossi un ragazzo che rilegge i libri, in questo momento sarei di nuovo a pagina 1 di Revolutionary Road.
Mi farei riavvolgere dal lento e agile fluire di parole di Yates, mi reimmergerei nel sobborgo americano da “Edward mani di forbice” in cui si trasferiscono i suoi protagonisti, mi intrufolerei di nuovo tra le vite piatte dei Wheeler per trovarvi indizi per niente nascosti della tragedia imminente.
Revolutionary Road è il libro che consiglieresti a tutti, ma finisci per non consigliare a nessuno.
Mi spaventerebbe sentir di persone che ne parlano come di un libro in cui non accade nulla, di altre che proprio non lo capiscono, di altre ancora schierate dalla parte di April, di Frank o dei Campbell.
Mi terrorizzerebbe pensare di essere l’unico a spaventarsi per un libro simile, a inquietarsi al punto da domandarsi quanto Frank o quanta April c’è dentro di me.
Voglio rimanere in un paesello di periferia a svolgere “il lavoro più cretino che ci sia?”
Voglio fuggire in Europa senza nessuna sicurezza sul futuro, ma con tanta potenziale libertà?
Ed è un Givings quel mio amico incapace di non mascherare tutto sotto un sorriso idiota? O è un Campbell che si costringe a lavorare come un mulo e ad essere efficiente per illudersi di essere ancora abile a qualcosa? O ancora è un Givings Junior, pazzo ma in grado di squarciare il velo di una realtà illusa ed illusoria?
Revolutionary Road, pur con tutti i suoi 50 anni sulle spalle, è talmente iperrealistico da essere spaventoso, come quelle foto di famiglia in cui tutti i parenti sorridono, ma tu sai che di li ad un mese uno di loro sarà morto, consumato da un orribile cancro o trovato appeso ad un cappio nella vasca da bagno.

PS: Avendo visto il film tratto dall’opera cinque anni fa, ed avendo provato le stesse sensazioni che mi ha dato Yates, posso tranquillamente dire che la trasposizione di Mendes con Di Caprio e la Winslet (perfetti) è a dir poco stupenda. La scrittura di Yates è cinematografica con tutti i suoi cambi di piano, le sue zoomate e i suoi piani lunghi, ma solo un regista e uno sceneggiatore con una gran sensibilità e due grandi attori a disposizione (oltre ad ottimi comprimari come Kathy Bathes) poteva mettere su schermo in modo così credibile e vero un’opera simile.

PPS: ancora una volta un plauso all’edizione Minimum Fax, collana: I quindici. Dopo “L’opera galleggiante” di Barth è questo il secondo libro della stessa collana che possiedo e oltre ad avere un formato oggettivamente bello (cosa che ho imparato ad apprezzare dopo anni e anni di tascabili stampati su carta igienica) contiene all’interno 4 o 5 speciali davvero gustosi sull’opera e sull’autore.

REVOLUTIONARY ROAD
AUTORE: Richard Yates
ANNO: 1961
GENERE: Drammatico, Letteratura americana
VOTO: 10


mercoledì 14 gennaio 2015

NOIOSA VITA


 
 
Io non lo farei mai un film sulla mia noiosa vita.
Intendiamoci, non è che mi voglia lamentare di qualcosa: ho passato un'infanzia spensierata e felice in campagna, ho avuto decine di amici tutti più o meno simpatici o pazzi, i miei genitori mi hanno sempre dato tutto quel che era giusto avere, a scuola ho studiato e cazzeggiato il giusto senza mai faticare più di tanto, sono stato un bullo con qualcuno e da qualcun altro me le son prese, ho praticato tutti gli sport che mi piacevano, mi son preso le mie sbronze colossali e ho combinato delle cazzate, mi sono innamorato e ho fatto l'amore con chi volevo, sono stato stronzo e son stato trattato da stronzo, sono stato buono e mi è stato riconosciuto, ho avuto i miei interessi e me li son curati al meglio e insomma si, posso tranquillamente dire che non mi pento praticamente di nulla di tutto quel che ho fatto (col termine licenza poetica si intende un errore voluto dal poeta, funzionale a rendere il suo componimento più incisivo).
Però un film sulla mia vita non lo farei lo stesso.
Insomma ci sono tante di quelle storie interessanti da raccontare nel mondo, di giovani che hanno sfidato il proprio Paese, di gente che è sopravvissuta alla fame e alla sete, di ragazzi che a 25 anni avevano già fatto scoperte che avrebbero cambiato il mondo per sempre, di uomini il cui destino grandioso sembrava scritto fin da quando erano nella culla, di donne talmente avanti rispetto alla loro epoca da essere ancora d'esempio oggi e tanto altro blablabla che sprecare della pellicola per una vita insignificante ai fini del destino del mondo come la mia mi sembrerebbe, appunto, uno spreco.
E si, lo so che in ogni vita c'è qualcosa degno di essere raccontato e io sono il primo a divorare tonnellate di romanzi/film di formazione sulla vita più o meno avventurosa di ragazzini che perdono la loro innocenza, con tutti gli insegnamenti che ne seguono, però, non raccontiamocela tanto, sono tutte storie più o meno romanzate. Non starei mai e leggere/guardare (vabbè ci siamo capiti che intendo sempre un film o un romanzo quindi la smetto con questa odiosa barretta, immaginatevela pure voi!) la vita di tutti i giorni di un bimbo normalissimo che diventa un normalissimo adolescente problematico. Non mi fregherebbe niente, ma proprio niente, vedere lui che si alza tutti i giorni sullo stesso lettino, si lava i denti, fa colazione (magari nell'ordine inverso che è una cosa un poco più normale...), va a scuola, litiga per la merenda, torna a casa, pranza con mamma e papà, va ai giardinetti e si sbuccia un ginocchio, torna a casa la sera a giocare col cane e poi dopo cena va nel suo lettino a dormire dopo aver visto i cartoni animati.
500 pagine su un bambino che fa tutte le cose che fanno i bambini fino a diventare un adolescente che fa tutte le cose che fanno gli adolescenti.
O tre ore di film.
Ecco pensate esattamente a 165 minuti così.
Un film che racconta tutto quel che vi ho detto senza mai alzare il tono nemmeno per sbaglio e anzi facendo in modo che i pochi momenti importanti nella vita di quel ragazzo siano minimizzati rispetto alla sua quotidianità
La vita è fatta al 99% di quotidianita e all'1% da eventi straordinari? Certo.
É affascinante vedere al cinema un bimbetto che diventa un adolescente sempre nello stesso ruolo? Mmm, boh si, comunque se guardate l'intera filmografia di Tom Cruise dai suoi 19 anni a oggi non è che ci andate tanto lontano.
É piacevole accorgersi di tutti gli anni che sono passati durante le riprese attraverso le canzoni più conosciute dei diversi periodi? Può anche esserlo, anche se la chiavetta che tengo in macchina con tutto il meglio selezionato durante gli ultimi 15 anni di ascolti è decisamente più esaustiva.
É bello vedere Ethan Hawke che si imbolsisce e la Arquette che cambia pettinatura? Anche no...
É un esperimento incredibilmente difficile da compiersi e ancor più da ripetersi quello di Richard Linklater? Si lo è, ne sono conscio. Ma questo non significa automaticamente attribuire al risultato dell'esperimento una grandezza spropositata, andando ad incensarlo non tanto come esperimento (e anche qui avrei comunque qualcosa da ridire) quanto come film.
Perché Boyhood non ha niente (e sottolineo niente) del film capolavoro: non ha interpretazioni magistrali, non ha scenografie da urlo, non ha una regia così degna di nota e soprattutto non ha una sceneggiatura che possa rimanere nella memoria.
Che film è quel film che ti racconta tutto quel che avviene in una vita normalissima senza un guizzo, una scintilla, un motivo qualsiasi per essere raccontata?
“Eh ma la madre sul finale in due parole da un senso alla vita che blablablablablabla...”
Ma smettiamola, che sembra una frase scritta dal sosia malriuscito di Fabio Volo!
Dacché il cinema è diventato adulto ha sempre cercato di raccontare storie con un perché. A volte sembra sbagliarsi e regala un perché anche a racconti che assolutamente non ne hanno, ma lo fa per rendere, appunto, cinematografico un qualcosa che raccontato nella sua normalità non avrebbe motivo di finire sul grande schermo.
Celebrare come capolavoro assoluto un film come Boyhood, lodarne l'epicità (boh) o la suspense (boh al quadrato) pare davvero l'elogio di un cinema che invece di andare avanti torna al treno che si fionda sugli spettatori (e in ogni caso persino quello non era la ripresa di una quotidianità, a meno che qualcuno in quel cinema non stesse a farsi asfaltare dai treni ogni tre per due), incapace di trasmettere quella magia e quell'incanto che per cui è diventato tanto famoso.
Boyhood mi sembra solo uno strano e faticoso esperimento (di questo gliene devo dare atto) che fa fare al cinema un passo verso quei reality/non reality di cui è impestata la televisione contemporanea.
Siamo sicuri di voler andare in quella direzione?
 
BOYHOOD
REGIA: Richard Linklater
GENERE: Drammatico
VOTO: 6
 

sabato 8 marzo 2008

THERE WILL BE BLOOD- IL PETROLIERE

E con "Il petroliere" concludo la triloga delle grandi aspettative (vedere "Sweeney Todd" e "Non è un paese per vecchi").
E posso dire di concluderla con quello che a mio parere è il film migliore del lotto.
Ora tra qualche buona uscita (mi aspetta ancora "Persepolis") e magari qualche sorpresa si proseguirà durante l'anno con anche un po' più di spazio alle visioni casalinghe di classici e non.
Buona lettura!


“Il petroliere” è il classico del 2008.
È quel film che quando inizia e per un quarto d’ora non senti pronunciare una parola dici: qui o si va sul capolavoro o si muore di intellettualismi tanto alti quanto inutili.
Ma subito vedi le scintille del piccone di Daniel che batte sulla nuda roccia all’ interno di un pozzo e cominci ad avere una vaga idea del film che ti attende.
Capisci subito, dopo quel quarto d’ora, che “Il petroliere” sarà il suo film.
Di quell’uomo baffuto così solo e duro con la madre Terra (guardate la violenza che ci mette nello sradicare l'argento e poi il petrolio dal suo elemento naturale) che è Daniel Plainview.
Per un momento pensi a tutte quelle discussioni sul titolo italiano, sul fatto “che non si può, che non è accettabile, che “Il petroliere” fa ridere, che allora il film di Burton chiamiamolo “Il barbiere”, che i titolisti italiani son pazzi, che se ci fossi io vedi che roba, che il doppiaggio deve essere eliminato, che viva viva l’olio d’oliva” e dici: “Il petroliere, perché no?"
In fondo si tratta del suo film.
Sceneggiato e girato da Paul Thomas Anderson ma essenzialmente costruito su Daniel Day Lewis.
Il petroliere.
Non “Un petroliere”.
Forse con quell’articolo avrei anche avuto da ridire qualcosa ma quel “Il” riassume tutta la pellicola.
Daniel Plainview (addirittura il nome omonimo sembra richiamare lo stesso attore anche se capisco si tratti di pura coincidenza dato che il tutto è tratto da un romanzo) è Il Petroliere.
L’unico sulla Terra.
Poco importa delle compagnie petrolifere rivali rappresentate da personaggi tratteggiati con uno scalpello mal fatto, qui l’unico che conta è lui.
Non state a guardare se il personaggio del predicatore poteva essere approfondito o se si poteva guardare con più attenzione al rapporto padre- figlio.
Ad Anderson interessa solo di Daniel.
Tutti gli altri non sono nessuno.
Esiste Daniel e il petrolio, il petrolio e Daniel.
E la scena in cui Il petroliere guarda estasiato la colonna di oro nero fiammeggiante mentre il figlio diventa sordo a causa dell'esplosione del gas è la dichiarazione d’intenti più forte del regista.

Non guardatevi attorno, guardate Daniel che lavora in prima persona, guardate Daniel che prende il potere, guardate Daniel che sfida il potere, guardate Daniel salire, salire, salire e ancora salire e poi guardatelo crollare nel suo delirio di onnipotenza.
Ma mentre lo osservate crollare, proprio come in “The aviator” di Scorsese guardate ancora cosa è capace di fare.
L’ astuzia, l’ingegno, la forza fisica.
Di petroliere c’è n’è solo uno e ha la faccia di Daniel Day Lewis.
Ha le sue movenze, il suo accento, i suoi baffi, i suoi tic.
Daniel Day Lewis come e forse addirittura meglio di Leonardo Di Caprio in “The Aviator” prende la storia (del film e la storia in senso generale) e la stringe tra le mani.
La stritola e ne fa uscire il petrolio per cui vive.
Daniel Day Lewis diventa il petroliere.
Daniel Day Lewis coperto di petrolio mentre lo osserva infuocato nell’ aria è il petrolio.
E le musiche che accompagnano ogni epica immagine di Anderson sono parte di Daniel.
Non sono i rumori del paesaggio che interessano così come avviene in “Non è un paese per vecchi” ma quelli più profondi dell’anima di Daniel.
Quell’anima così grande, così abnorme che sembra sempre uscirgli dagli occhi.
Sgorgargli dagli occhi come il petrolio che ama.
Mentre viene schiaffeggiato beffardamente durante il suo battesimo ti aspetti da un momento all’ altro che si alzi e si rivolti contro quel finto predicatore, lo vedi nei suoi occhi che sta per esplodere eppure come Jack Torrance in “Shining” lo senti trattenersi fino all’esplosione finale.
La senti fisicamente quella sensazione di un uomo incapace di rimanere dentro il suo vile corpo.
Lui vorrebbe essere di più.
Vorrebbe essere come il petrolio che raccoglie: denso, viscoso, brutto da vedersi eppure irresistibilmente attraente.
E ci riesce.
Quello stronzo di Daniel non può non attirare chiunque.
Con quella strafottenza, quella rabbia covata, quella follia sempre sull’orlo del baratro nessuno spettatore è capace di rimanergli impassibile come nessun cercatore di petrolio rimarrebbe indifferente di fronte alla scoperta di un nuovo pozzo.
“Il petroliere” è il migliore della triade delle aspettative.
Tre film diversissimi che non devono essere paragonati.
Ma “Il petroliere” è il migliore.
REGIA: Paul Thomas Anderson
ANNO: 2008
GENERE: Drammatico
VOTO: 9
QUANTO è GRANDE L’ULTIMA SCENA: 10
CONSIGLIATO A CHI: A chiunque sappia resistere due ore e mezza di fronte all’ epicità di una storia magistralmente raccontata.

sabato 1 marzo 2008

NO COUNTRY FOR OLD MEN- NON è UN PAESE PER VECCHI

AVVISO:CON QUESTA MIA DOPPIA RECENSIONE SU UN SOLO FILM ANNUNCIO CHE SONO UNO SQUILIBRATO MENTALE DIFFICILMENTE CAPACE DI INTENDERE E DI VOLERE.
ORA SE VOLETE CONTINUARE A SEGUIRMI SONO CAVOLI VOSTRI.
PER LA CRONACA PRIMA TROVATE LA RECENSIONE A CALDO DOPO UNA PRIMA VISIONE E SUCCESSIVAMENTE QUELLA SCRITTA MENO DI 24 ORE DOPO, IN SEGUITO A UNA SECONDA VISIONE (E RINGRAZIO LA PERSONA CHE HA VOLUTO QUESTA SECONDA VISIONE E A CUI HO RUBATO SIMPATICAMENTE QUALCHE IDEUZZA).
SCEGLIETE VOI QUELLA CHE PIù VI AGGRADA, SONO LEGGIBILI SEPARATAMENTE.


A volte basta la persona giusta al momento giusto, un discorso, una parola... e tu sei di nuovo li chinato sulla tastiera a ore improbabili della notte a scrivere.
Magari male, magari senza troppe idee.
Ma almeno le dita vanno ancora, quella è già un gran cosa.



8000 premi oscar.
Il film migliore dell’ anno.
Il grande ritorno dei Coen.
Il massimo dei massimi.
Il non plus ultra del cinema del mondo del sistema solare dell’universo.
O più semplicemente “No country for old men”.
Ora io non so nemmeno da dove iniziare.
Partirei dalla fine.
Dal momento in cui appaiono i primi titoli di coda e tu sei li sulla poltroncina…le luci si accendono e tu dici “Ma io veramente… no guarda che ci deve esser ancora un pezzo, avete dimenticato il finale!”
Ma le persone cominciano ad alzarsi, i seggiolini scattano e tu non riesci a dire niente, senti il pubblico ammutolito e non puoi far altro che tappar la bocca anche tu.
Anzi, fai anche a meno di tappartela.
Perchè sinceramente non esce niente.
Esci dal cinema e senti un coro di: “Ma che cazzo era?”
Già, che cavolo ho visto?


Un parruccone che se ne va in giro a zonzo per il deserto a uccidere gente con un pistolotto ad aria compressa e una faccia tra il marmoreo e il tonto?
Un Josh Brolin baffuto e muscoloso che si prende delle pallottole e robe varie ovunque e continua a correre e trascinarsi comunque come un dannato?
Una ruga vivente con le orecchie enormi che cammina imperterrito alla ricerca del parruccone?
Un saggio di regia dei fratelli Coen che all’ inizio fan vedere come si gira e dopo metà film son capaci di farti esclamare “Bello bello, però basta! Quante volte volete farci vedere ancora il riflesso della pistola sullo spioncino della porta riflessa al buio che la luce poi entra ma guarda come abbiam messo la luce che mica tutti son capaci e poi il rugone è il rugone!”?
Esci dal cinema e ti suggeriscono gentilmente di pensarci ancora un attimo per il giusto parere.
Sali in macchina e dopo 30 secondi di silenzio senti di nuovo un duetto di voci che fa: “Ma baaastaaa!”
Ci pensi, ci ripensi, ti fai aiutare a pensare e non riesci a giungere a una conclusione: un film sulla perdita della speranza in America, un Paese che ormai non è più per i vecchi cavalieri del West (ma nemmeno per i giovani prestatori di camicie) impersonati da quel rugone di Tommy Lee Jones.
È l’unica che viene in mente.
Ci bevi una birra su e provi a riformulare i pensieri ma l’ impressione rimane quella, cosa abbiam visto?
Non abbiam le competenze per giudicarlo?
Non riusciam ad arrivare più in là del nostro naso?
Siamo degli imbecilli?
Perché alla fine l’ impressione è quella.
Vedi un film così acclamato e ti aspetti fuoco e fiamme e scoppi e scintille e il cuore che si infiamma e chissà che altro.
E ti ritrovi con un cubetto di ghiaccio in mano.
Bello, perfetto, ammirevole, eppur rimane un cubetto di ghiaccio.
Con i suoi dialoghi cartoon- teatrali, i suoi personaggi da western classico trasportato di peso nel 2000 (anche se la vicenda è ambientata nel 1980 è ovvio che l ‘impronta di questi anni 2000 è fortissima nella violenza sovraesposta e nella caratterizzazione di Bardem) e le sue meravigliose scenografie rese ancor più suggestive da una fotografia perfetta, “Non è un paese per vecchi” rimane un bel pezzettino di ghiaccio.
Lo ammiri, lo rigiri nella mano, lo vedi pian piano sciogliersi e ti rendi conto che c’è un cuore in mezzo.
Ma è talmente piccolo in quella marea di “Ti faccio vedere io come si gira un film da Oscar” che sembra quasi non battere.
E ricominci a vedere “Il miglior film dell’ anno” su ogni cartellone.
Ti chiedi che effetto avrebbe fatto senza quell’ enorme scritta e non sai rispondere neanche a quello.
Ti rendi conto in realtà di non capirci un cazzo di cinema.
Questo è il miglior film dell’ anno?
Del 2008 forse, non avendo ancora visto “Sweeney Todd” e “Il petroliere”, ma del 2007 no!
“Io non ci sto” disse una volta Scalfaro.
Io mi associo.
REGIA: Joel e Ethan Coen
ANNO: 2008
GENERE:Western, Thriller
VOTO: 6,5
QUANTO FA RIDERE IL PARRUCCONE LA PRIMA VOLTA CHE LO VEDI: 10
CONSIGLIATO A CHI:sinceramente non saprei, certo ai fan dei fratelli Coen e a qualcuno che non parta con l'idea di vedere il miglior film dell' anno, sicuramente gli farà un altro effetto.

SECONDA VISIONE


Si può vedere un film per due volte nel giro di 24 ore perché senti e ti senti dire che in realtà non hai capito nulla.
Si può pensare di cercare a tutti i costi quel guizzo, quel genio che tutti hanno visto in una pellicola che tu alla prima visione ti sei perso tra pettinature ridicole e rughe senza fine?
Si può far qualcosa per farsi piacere un film che di primo acchito non è riuscito a colpire come doveva?
Farsi piacere.
Che brutta espressione.
Odio farmi piacere le cose.
Non sono il tipo.
Se un qualcosa mi piace bene altrimenti non sto li per secoli a rimuginare su quello che in realtà mi son perso.
Eppure questa volta il tutto non ha funzionato.
Tutte quei “Miglior film dell’ anno” e voci esterne molto convincenti mi hanno convinto che avevo bisogno della benedetta seconda visione.
Un po’ spaventato da quel che poteva venirne fuori (capita rarissimamente che un film alla seconda mi piaccia come la prima volta) mi sono riavvicinato a “No country for old men”, in lingua originale eccezionalmente, tanto per non perdermi proprio nulla.
A questo punto dovrei dire: “Scusatemi, son stato un coglione, non capivo niente quando ho scritto la recensione qui sopra, non ero in me, il diavolo mi possedeva, il fantasma Formaggino mi spaventava…”
Niente di tutto questo.
O meglio.
Non sento di dovermi inginocchiare sulle spine per quel che ho detto.
Certo son stato un po’ sgarbato verso Bardem e il rugone eppure…eppure non sono riuscito a gridare al miracolo.
Non ho visto la Madonnina piangere o cose simili, solo un buon film ammantato da un aura di capolavoro dell’ anno che ancora non riesco a mandar giu.
So che sembro insistente su questo punto eppure sono convinto che vederlo senza tutte quelle aspettative sarebbe stato diverso, tremendamente diverso.
Non posso non ammettere ad una seconda visione la bravura di Bardem e di Tommy Lee Jones (anche se devo ammettere che Tommy più che recitare bene viene scelto (o sceglie) i ruoli adatti alla sua faccia scolpita dalle rughe) che si apprezzano ancor di più in lingua originale e non riesco nemmeno a dimenticare il buon Josh Brolin che in certi momenti (quello in cui sta per attraversare la frontiera) sembra davvero calare con ogni singolo pigmento nel personaggio.
Non starò a criticare la regia dei Coen che, come già detto, fa di tutto per farsi notare anche se alla lunga sembra diventare un mero esercizio di stile accompagnata da quella fotografia così perfetta e lucente che sembra di vedere un film ammantato d’ oro.
Viene poi la sceneggiatura: e qui ancora non riesco a decidermi.
Cosa c’è che non mi convince appieno in tutto questo conclamato ben di Dio?
Sono i personaggi? No.
Sono le vicende che li toccano? No.
È il modo in cui si muovono sullo schermo? Direi che ci siamo.
I Coen avvolgono un cuore pulsante in un telone di plastica fatto di personaggi da fumetto (molto Tarantiniani in un certo senso) e ce lo mettono in mostra senza mai aprire troppo il telo.
Tommy Lee Jones prova ogni tanto a farci dare una sbirciata attraverso i suoi racconti eppure senti che i Coen sono contrari.
Non vogliono mostrare il cuore pulsante.
Vogliono farci vedere il telo di plastica che Tarantino ormai non si preoccupa neanche di riempire e dirci: “Guardate: qui, una volta, c’era l’ America”.
L’America del western.
Quella fatta di sceriffi solitari e silenziosi, di criminali incalliti e personaggi ambigui e furbi come il buon Josh Brolin.
L’America che oggi, già nel 1980, non è più un Paese per vecchi.
Non è più il luogo dei racconti mitici dello sceriffo e nemmeno quello di un immortale eroe tuttofare come Josh Brolin.
È il Paese del ragazzo che si fa pagare per una camicia utile a salvare un criminale.
È il Paese in cui all’ improvviso ti ritrovi senza sedia sotto il culo e caschi goffamente cercando di capire che diavolo sia successo.
Cos’è quel finale?
Dove va Bardem?
Cosa farà?
I Coen han già tolto la sedia e nessuno se ne è accorto.
VOTO: 7++

giovedì 14 febbraio 2008

E.T. THE EXTRA-TERRESTRIAL-- E.T. L' EXTRATERRESTRE

Da Psyco a "E.T." in un solo passo.
Senza nessun pudore.
Perdonate la recensione frammentaria ma sono ancora abbastanza sconvolto dalla visione e volevo sapere cosa poteva venirne fuori, il risultato lo trovate qui sotto!
A voi il giudizio!
Buona lettura!
PS:un ringraziamento speciale a chi me ne ha imposto la visione! Grazie!



“Ah ma ti piace Spielberg? Ma allora non capisci un cazzo di cinema!”
Ma certo!
È così che si ragiona!
Cosa sono tutti questi effetti speciali, queste gran produzioni, queste storie fiabesche?
Il grande cinema, quello vero, non ne ha bisogno!
Bastano inquadrature strambe e simbolismi sparsi un po’ ovunque (o letti un po’ ovunque che è anche peggio!) per fare un gran film!
Altro che Spielberg e le sue favole da bambocci!
Cosa potrà mai darti uno Spielberg che un film di Caio Sempronio gran regista sotterraneo della nuova scuola realista dell’ Uzbekistan non è in grado di darti?
“Ti piace Spielberg perché sei nato con il mito dell’ America e Steven ne è un simbolo quindi è da abbattere perché tanto non è capace a dirigere!”
“Ma l’ hai visto E.T.?”
“Ma certo che si, ma una cosa del genere può piacere solo quando sei bambino! È una cazzata immane! Gli alieni, i bambini… ma dov’è il significato, dov’è la camera nascosta in un pacchetto di patatine, dov’ è il grande attore sconosciuto da lodare? Ma guarda che davvero non ne capisci un cazzo di niente di cinema!”



Eccoli li.
I critici seriosi del cinema.
O perlomeno quelli che si credono tali.
Gente che ha visto una manciata di film in più rispetto a qualcun altro e ora crede di poter passare sopra a tutto come un carro armato perché loro sono esperti.
Non sono più appassionati di cinema.
Sono grandi conoscitori della settima arte, ne conoscono trucchi, segreti e difetti.
E non si stancheranno mai di screditare i film di Spielberg.
“Perché Spielberg ha prodotto qualcosa di buono fino al 1977 poi più nulla”
Vi diranno.
Diffidate.
Diffidate di persone che non riescono ad emozionarsi con un film come E.T. perché non sono persone.
Sono “Emilio è il meglio” che tentano di passare per umanoidi esperti di cinema.
E molte volte ci riescono.
Non avevo mai visto “E.T.”
Lo ammetto candidamente.
Avevo visto spezzoni alla tv, immagini, giocattoli, figurine ma mai il film di Spielberg per intero.
Non perché fossi pazzo.
Semplicemente perché da bambino non me ne capitò mai l’occasione e quando divenni leggermente più grande ormai mi dicevo troppo cresciuto per questo genere di pellicole.
A 15 anni ci si beve il cervello.
Ci si dice: “Ormai sono grande, cosa cazzo guardo E.T.? Ma figurarsi guardo Van Damme che tira i calci che è molto più figo! E.T. lo lascio ai bambocci!”
Povero me.
Un povero quindicenne paragonabile a quegli esperti di cinema privi di emozioni che credono di camminare sulla testa delle genti.
Beati i bambini che possono vedere un film come questo da piccini.
Spielberg fa sognare.
È inutile che io stia tanto qui a parlarvi dei suoi temi ricorrenti come il padre mancante e il netto strappo tra il mondo degli adulti e dei bambini che può essere ricucito solo grazie all’ intervento di un elemento esterno.
Forse ne parlerà un giorno Leo in una recensione dato che è molto più bravo di me in queste cose.
Io volevo parlarvi dello Spielberg sognatore.
Quello che ti fa sedere di fronte allo schermo e ti avvolge in un caldo abbraccio fino alla fine della pellicola.
Che siano dinosauri, archeologi o extraterrestri poco importa: Spielberg è li con te.
Ti è a fianco mentre dall’ astronave esce un cosino con una forma stranissima che scappa nel bosco.
Ti abbraccia mentre quel cosino dalla forma di aspirapolvere si nasconde tra i pupazzi impaurito.
Ti fa confidare con lui mentre il piccolo E.T. comincia a parlare.
E infine ti fa appoggiare sulla sua spalla mentre sei li con i lacrimoni agli occhi a vedere ET risvegliarsi e ripetere “Casa, casa, casa, casa, Elliott” e poi in partenza mentre abbraccia il suo bambino preferito (uno straordinario Henry Thomas).
Vedere un film del genere da piccino vuol dire crederci.
Non so in cosa o a chi ma crederci.
Credere che un extraterrestre possa davvero entrare in casa tua e diventare il tuo migliore amico, credere che tua mamma davvero non capisca nulla di quel che vedi tu (che è vero!) e credere che la tua bici possa volare vicino alla Luna fin quasi a toccarla.
Vedere ET da adulti significa tornare bambini: significa ripensare a quell’ epoca in cui ti era permesso credere che la tua bici davvero poteva volare e perdersi in ricordi meravigliosi di amici fraterni con cui passare interi pomeriggi a giocare.
Vedere ET per la prima volta a 22 anni è come dare un bacio a una ragazza che si ama davvero: ti stordisce, ti ubriaca, ti fa cadere per terra e allo stesso tempo ti fa volare (le metafore son finite a casa di Deneil…)
Tifo per il cinema delle grandi storie.
Puoi essere anche Dio ma se non hai un grande storia alle spalle io non verrò a vedere la tua camera muoversi a destra e sinistra alla ricerca della mia attenzione.
Magari ci saranno i critici seriosi che ti faranno tanti applausi e si esalteranno un sacco nell’ interpretazione di quella sigaretta messa in alto a destra sullo schermo invece che sulla sinistra ma io non ci sarò.
Il mio cuore non ci sarà come anche quelli dei grandi critici che sono andati in pensione nel momento in cui hanno deciso di ripudiare Spielberg.
“ET” è una meraviglia per gli occhi ma lo è anche per cuore e mente.
La mente vola a ricordi fanciulleschi, gli occhi osservano il lavoro di ombre e immagini sognanti di Spielberg e il cuore è impegnato nella ricerca di qualcosa che si può sentire solo davanti a un film.
Diverso da quel che si prova con una canzone, diverso da quel che si prova con una ragazza.
Diverso.
Citazioni di camera in soggettiva da sci-fi degli anni ’50 (“Destinazione Terra” di Jack Arnold docet), suspence (le prime scene), commedia (vedere ET ubriaco o sbattuto a Terra dallo sportello del frigo mi ha fatto sorridere il cuore), dramma.
Spielberg è questo e molto altro.
Spielberg è il cinema che tutti i bambini dovrebbero vedere.
Io mi sento e mi sentirò sempre un po’ bambino.
Spielberg è il mio cinema.

REGIA: Steven Spielberg
ANNO: 1982
GENERE: fantascienza, commedia, drammatico, tutto!
VOTO: 10 assolutamente! Il finale da solo basta per un voto del genere.
QUANTO è SOGNANTE ANCHE LA COLONNA SONORA DI JOHN WILLIAMS: 10
CONSIGLIATO A CHI: A chiunque ha un cuore.

domenica 3 febbraio 2008

CASSANDRA' S DREAM- SOGNI E DELITTI

E così mi ci ritrovo di nuovo.
A pubblicare una recensione ad un' ora in cui vorrei essere già a letto (mi son già addormentato sul tavolo), lasciando poco spazio al precedente "Factory girl" (di cui comunque lascio il template in bella vista, sperando che qualcuno se ne ricordi) per parlare di una pellicola che non dovevo neanche vedere.



Non è che io ce l’abbia con Woody Allen.
Non mi ha fatto nulla di male.
E come al solito sarò sincero con voi: mi mancano molti dei suoi capolavori passati nel curriculum.
Forse questo fa di me un cattivo cinefilo, un cattivo predicatore nel deserto, un cattivo spettatore di Woody.
Eppure credo di essere in questo modo anche leggermente più obiettivo di tante persone che entrano in sala considerando Allen un genio.
Sia chiaro: non lo dico per vantarmi (non c’è nulla da vantarsi se non conosco la sua opera maggiore) ne per criticare qualcuno; io stesso con altri autori faccio la stessa cosa, ricerco spunti geniali anche all’ interno di pellicole meno riuscite.
Pellicole meno riuscite che comunque non ammetterò mai di essere brutte.
Sono meno riuscite, tutto qui.
“Sogni e delitti”, o come meglio preferiranno chiamarlo quei battaglieri di Chimi e Para (andatevi a vedere la loro nuova battaglia contro la distribuzione) “Cassandra’s Dream”, è una pellicola meno riuscita.
Pur essendo fin troppo oggettivo, fin troppo distaccato direi, quasi contro al Woody di questi ultimi anni non riesco a dire che il film in questione è un brutto film.
Non lo è.
Nemmeno per me.
O almeno non totalmente.
È semplicemente un po’ come dire: scivoloso.
Capiamoci: io tra un anno non ricorderò neanche più di cosa parla “Sogni e delitti”.
Mi ricorderò di Colin Farrell nel ruolo nevrotico ansioso da Woody, mi ricorderò del neo sulla fronte di Ewan Mc Gregor inquadrato talmente tante volte in primo piano da far venir la nausea, mi ricorderò forse della bella fidanzatina di Ian (Mc Gregor) e dell’ insopportabile doppiatrice italiana di Kate (la donna di Terry, Farrell).
Le pur belle musiche di Philip Glass pian piano stanno già scomparendo mentre la regia di Woody che continua a girare letteralmente intorno ai suoi protagonisti con la camera è già un quasi ricordo.
Ricorderò forse meno piacevolmente (ma lo ricorderò, le cose spiacevoli si ricordano più facilmente) quel tocco di teatrale, di finzione, di estrema plasticosità che permea tutta la pellicola.
E non intendo plasticosità come bruttezza ma proprio come falsità, come involucro esterno che ricopre tutto e tutti.
Dalle ambientazioni alla regia di Allen alle interpretazioni dei protagonisti che seppur bravi (in particolare Farrell mostra finalmente qualcosa che non siano i muscoli o i baffi) sembrano sempre troppo calcolati, troppo studiati.
Persino quei tic, quei movimenti di sopracciglia (ma quanto sono grandi?) di Colin, gli sguardi di Mc Gregor che si vorrebbero più naturali sembrano troppo imposti.
La storia non sto nemmeno a raccontarvela perché sinceramente di perdere tempo a scrivere di cose che potete leggere ovunque non mi sembra il caso, soprattutto per pellicole come queste di cui potete trovare un sunto persino sui giornalini che danno al supermercato.
“Sogni e delitti” lascia poco o niente.
Sta a voi scegliere: a mio parere 6, 50 euro per pellicole come questa sono soldi persi in scommesse.
Uno ci prova ogni tanto ma sa già che al 90% gli andrà a buca.
E quindi perché uscirsene delusi o arrabbiati dal cinema pensando a quante volte mi ero detto di non andarlo a vedere, di aspettarlo in dvd, di non meritarmi una seconda fila sotto lo schermo?
Perché uscirsene delusi se già si sapeva che non ci sarebbe stato molto?
Semplicemente perché vorrei che Woody la smettesse di produrre una pellicola all’ anno anche quando le idee sono sottozero.
Forse è per curare le sue mille nevrosi, forse è per i soldi (non credo), forse è perché lui crede siano comunque buoni film.
Sta di fatto che io tra un anno mi vedo già a ripensare al dubbio se andare a vedere il nuovo film di Allen ambientato a Barcellona.
“Den andiamo a vedere il nuovo film di Allen?”
“Aspetta c’era un motivo per cui non volevo vederlo, com’ era quel “Sogni e delitti” dell’anno scorso? Non me lo ricordo molto bene… c’ era Mc Gregor con lo sguardo di ghiaccio e poi? Ah ma c’è la Johansson in quello nuovo? Bene bene, divertitevi pure che io vado a vedermi il nuovo Scott, sulla locandina c’è scritto “Epico ai livelli di “Apocalypse Now”!”
REGIA: Woody Allen
ANNO: 2008
GENERE: Drammatico, Thriller (?!?)
VOTO: 5
QUANTO MI PIACE NON VEDERE LA JOHANSSON: 10
CONSIGLIATO A CHI: Ama Woody Allen e pochi altri

venerdì 1 febbraio 2008

FACTORY GIRL

E dopo l' entusiasmante viaggio tra i dinosauri di Leo torniamo al presente.
O quasi.
Fermiamoci a una quarantina d'anni fa.
Fermiamoci ai "favolosi" anni '60.
Fermiamoci agli anni '60.
Fermiamoci.



Sui titoli di coda ero immobile.
Silenzioso e con lo sguardo fisso sullo schermo su cui passavano le testimonianze delle persone reali che hanno conosciuto la vera Edie.
Cosa dire di un film del genere?
Ci sono poche pellicole che mi lasciano senza parole: i capolavori per cui vorrei un traduttore in parole delle mie emozioni, i film brutterrimi che appena finiti non capisco se era una presa per il culo o cosa e i lungometraggi come questo.
Pellicole per cui non so trovare le parole.
Non perché mi abbiano colpito particolarmente, emozionato, schifato, abbattuto.
Semplicemente perché non so davvero che dire.
Di Andy Warhol e Edie Sedgwick conosco ben poco per cui eviterò sapientemente un’ analisi sulla veridicità di “Factroy Girl”, anche perché sinceramente non credo che nessun biopic possa realmente rispettare il personaggio rappresentato.
In fondo si tratta di cinema.
E un po’ meno in fondo si tratta di biopic.
E, come mi raccontò un mio professore una volta, in fondo da un gangster movie non ci si aspetta la rappresentazione della realtà cittadina americana degli anni ‘30.
Ci si aspetta piuttosto il rispetto delle regole del gangster movie che se tradite faranno storcere il naso a molti.
Potrebbe forse non essere così per un genere come il biopic che oggi risulta essere molto più rigido di tanto altro cinema?
Al di là delle vicende personali di ogni grande personaggio portato sullo schermo che possono essere le più disparate si richiede al genere in questione un certo buonismo di fondo che cerca di convincerci dell’ innocenza del personaggio in ogni suon guaio, un grande e tragico amore, un attore/ attrice un po’ somigliante all’ originale che faccia un gran lavoro di imitazione anche nei gesti e nei movimenti e una storia che metta in risalto l’ importanza dei traumi giovanili sulla vicenda seguente.
Insomma in questo caso si tratta di una ragazza ricca con gravi traumi infantili (il padre amante e il conseguente “soggiorno” in un manicomio chiamato benevolmente casa di cura) che realizza il suo sogno divenendo un icona pop del “cinema” di Andy Warhol e del suo successivo decadimento dovuto all’ abuso di alcool e droga (e ovviamente all’ amore tragico) fino alla ripresa finale e alla conseguente morte che però ci viene solo raccontata.
A differenza di altri film del genere, però, la storia di Edie si intreccia con quella di Andy Warhol, interpretato da Guy Pierce, che si mostra in tutta la sua anima fanciullesca: ancora accudito dalla mamma e incapace di instaurare un’ amicizia adulta con Edie che viene abbandonata alla prima visione di lei con un altro uomo, proprio come farebbe un bambino con la sua amica del cuore.
Due storie quindi.
Quasi due film intrecciati tra loro che trovano nella particolare regia di Hickenlooper la sua particolarità.
Scene in un bel bianconero che rimandano molto alla prima idea del regista sul progetto documentario che aveva in mente per questa storia, fotografia leggermente sporca da film anni ’60 e alcuni momenti un po’ sfocati e ballerini da effetto droga abbinate ad una colonna sonora non troppo invadente ma molto adatta ai tempi completa il tutto.
Già, il tutto.
Ma come risulta questo tutto?
Ecco, è questo il punto in cui mi blocco: non lo so!
La pellicola tanto pubblicizzata per la presenza di Andy Warhol non fa che analizzarne un brevissimo periodo artistico e un una minima sfaccettatura del carattere, non riesce a colpire particolarmente sul piano delle emozioni e su quello scandaloso (se cercate scandalosi nudi o chissà quale scena di droga rimarrete delusi) e anche tecnicamente, nonostante gli sforzi del regista, non si fa poi così ricordare.
Il film è ni.
Non è ne carne ne pesce.
E se vi viene in mente qualsiasi altro modo di dire che ci assomigli potete applicarlo a “Factory Girl”.
La sufficienza più che piena viene raggiunta grazie a Sienna Miller e Guy Pierce che ce la mettono davvero tutta nel compito gravoso e, a mio parere, se la cavano egregiamente senza risultare grotteschi o esagerati nelle loro personificazioni.
In conclusione io dico comunque un film da vedere anche se senza troppe pretese: il cinema non è fatto solo di capolavori o brutture.
Queste vie di mezzo sono forse le pellicole migliori da cui costruire i veri capolavori: comprenderne le mancanze, carpirne l’ essenza e trasformarli in qualcos’ altro in grado di colpire veramente lo spettatore per lasciarlo questa volta senza parole per le troppe emozioni.
REGIA: George Hickenlooper
ANNO: 2007
GENERE: Biopic, drammatico
VOTO: 6, 5
QUANTO FA RIDERE IL FATTO CHE IL MUSICISTA AMANTE DI EDIE COSì SIMILE A BOB DYLAN NON VENGA MAI CHIAMATO PER NOME PER VOLONTà DELLO STESSO CANTAUTORE:10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un biopic che vorrebbe essere diverso ma che ricade comunque all’ interno del genere.

venerdì 25 gennaio 2008

AMERICAN HISTORY X

La mia intenzione era di pubblicare una nuova recensione doppia che ho già pronta e che sto tenendo nascosta fin da troppo tempo.
Chi mi segue potrebbe anche intuire di che si tratta dato che in qualche commento ne ho anche parlato ma non preoccupatevi.
Ho deciso che 3 recensioni gigantesche una di seguito all' altra avrebbero potuto nuocervi gravemente alla salute così ho optato per questa.
A voi il giudizio!



Un bel pugno nello stomaco per risvegliarsi dal torpore quotidiano ogni tanto ci vuole.
Certo sono belli i film fantasy dove il bell’ eroe alla fine sconfigge tutti e diventa il Re del mondo, amo i thriller incasinati dove comunque a vincere (con un prezzo da pagare) è comunque il buon poliziotto, apprezzo le animazioni caustiche della Dreamworks e quelle più leggere della Disney, sopporto le commedie romantiche dove nel 90% dei casi alla fine regna l’ amore, ma ogni tanto un bel pugno nello stomaco in mezzo a tutta questa paradisiaca morfina ci vuole.
L’ ho provata la morfina.
Sono stato in ospedale per un mese non molti anni fa e nel post- operazione durato circa una decina di giorni sono stato imbottito di quella robaccia.
Era come non esserci.
Ti svegliavi, dicevi due parole a quelli che vedevi a fianco e quasi subito ti addormentavi, senza nemmeno rendertene conto.
Poi ti risvegliavi credendo di non esserti nemmeno addormentato e continuavi un discorso che tu credevi non avesse mai avuto un’ interruzione.
Non era bello, non era paradisiaco, non era nemmeno lontanamente piacevole se te ne rendevi conto eppure c’ era quel non so che di “dammene ancora” dovuto al dolore che ti attanagliava per le ferite che si cicatrizzavano quando l’ effetto finiva.
Era come vivere senza vivere veramente.
Non mi perderò nei meandri di una similitudine tra quel tipo di esperienza e quella che tutti noi al giorno d’ oggi abbiamo nel mondo reale.
Avrete letto da qualche parte di come la cultura di massa (se ne parla come se fosse il diavolo senza nemmeno rendersi conto che nessuno ne sta fuori) tenti ogni giorno di imbottirci di morfina per evitare un mondo ormai saturo di violenza.
Ma certo c’ è il tg con le sue immagini scioccanti, con i sue due- tre omicidi familiari al giorno eppure subito dopo c’ è “La ruota della fortuna”, “Striscia la notizia”, “Affari tuoi” e chi più ne ha più ne metta.
È quella la morfina, quella che ci permette di sopravvivere in un mondo permeato da violenza che non viene nemmeno più tagliata con qualcos’ altro: è violenza pura, senza nessuna imperfezione.
Non mi perderò nei meandri della similitudine perché troppi lo fanno e spesso nelle loro parole si sente quello snobismo che li vorrebbe fuori dalla cultura di massa che tanto odiano.
Li senti imprecare contro la tv spazzatura, il videogioco spazzatura, l’ internet spazzatura e poi un attimo dopo sono li con il telefonino in mano a leggere un messaggio sulle previsioni del tempo.
Non se ne rendono nemmeno conto di esserci dentro anche loro e così predicano.
Predicano dall’ alto di un cazzo di niente.
Io non voglio predicare.
Mi rendo conto di esserci dentro fino al collo, mi rendo conto di essere per troppo tempo davanti allo schermo del mio pc, mi rendo conto che Iacchetti non fa ridere, mi rendo conto che lo zio Jerry conduce da 10 anni la stessa trasmissione e non mi interessa predicare.
Mi rendo conto che mi stanno imbottendo di morfina e sapete una cosa? Credo che continuerò.
Non potrei vivere senza in un mondo come questo.
Non oggi, non io.
E così si ritorna ad “American History X” che in quanto prodotto cinematografico dovrebbe far parte anch’ esso della morfina che ci donano ma che, come altri prodotti è in realtà anche qualcos’ altro.
È una sorta di anti- morfina.
È quel qualcosa che una volta assunto potrebbe farti risvegliare dal torpore più dell’ ennesimo servizio sul delitto di Cogne e farti esclamare: “ma in che mondo viviamo?”
“American History x” fa il suo debutto nelle sale nel 1999 con regia di Tony Kaye (ennesimo regista proveniente dai videoclip alla sua prima e unica regia) e Edward Norton protagonista.
Essenzialmente si tratta della storia di Derek (Norton) che, uscito dal carcere per aver ucciso in modo brutale tre neri che tentavano di rubargli l’ auto tenta di ricostruirsi una vita e di riportare sulla retta via il fratello Danny (Edward Furlong) che durante la sua detenzione ne aveva preso il posto tentando di imitarlo nel suo estremo filo- nazismo.
La storia, raccontata in questo modo, potrebbe anche sembrare abbastanza banalotta e forse in fin dei conti lo sarebbe se non fosse per lo spinoso problema toccato.
Bande di neri che ammazzano chiunque, stupratori, la povertà nelle baraccopoli alle periferie delle città, ragazzi che sparano ad altri coetanei nelle scuole.
Il cinema americano ha portato sullo schermo praticamente ogni tarlo della sua società eppure il problema delle bande giovanili filo- naziste sembra quasi messo da parte.
Dimenticato, oscurato da questioni più importanti, messo a tacere.
Decidete voi quello che più vi aggrada ma è un fatto che nessuno (o quasi) ne parli mai.
L’ unica spiegazione che riesco a darmi è che qualcuno di fronte a certi orrori (perché orrori sono) chiuda gli occhi e, come i bambini, speri in una scomparsa del male.
Tanto per essere chiari: non funziona così.
Ma “American History x” è un film.
E in quanto tale va giudicato.
Al di la delle questioni che porta a galla di cui mi piacerebbe discutere a lungo, la pellicola è un prodotto buono ma non eccellente.
Diciamolo: Tony Kaye alla regia non è un genio.
Alterna il bianco e nero per i ricordi passati (la fantasia al potere!) al colore delle avventure presenti e anche in questo sbaglia qualcosa: il bianco e nero sembra troppo perfetto, troppo lucido, troppo videoclip per raccontare le sconvolgenti esperienze di Derek in un mondo dominato dalla violenza più pura.
L’ uso di musiche classiche per le scene più sconvolgenti (almeno due, di cui una quasi da voltastomaco) è abbastanza particolare e un Norton muscolosissimo e ipertatuato contribuisce con un’ interpretazione quasi perfetta a dare quel tocco in più ad una pellicola che avrebbe benissimo potuto perdersi in un fiacco drammone.
Insomma “American History x” è si un pugno allo stomaco ma non troppo forte.
Ti avverte che sei sotto morfina ma non ti fa risvegliare completamente e finisce che quasi sicuramente dopo un’ esclamazione del tipo: “Azzo che schifo di mondo, ma quelli non si fanno schifo quando vedono queste cose?” ricadrai sotto il suo effetto senza tante proteste.
In fondo fa comodo.
Non senti niente, non vedi niente, chiudi gli occhi e tutti i problemi spariscono.
O no?
REGIA: Tony Kaye
ANNO: 1999
GENERE: Drammatico
VOTO: 7
QUANTO PREGHI CHE NORTON NON FACCIA QUEL CHE FA CON IL NERO SULLO SCALINO: 10
CONSIGLIATO A CHI: Ha lo stomaco forte e vuole vedere Norton nel suo anno d’oro (non che dopo sia peggiorato, anzi se possibile è migliorato ancora! Ma nel 1999 uscì anche “Fight Club”!)

domenica 20 gennaio 2008

BIANCO E NERO

Il film qui sotto recensito doveva essere un altro nei miei programmi, di ben altra caratura! Ma per questa volta accontentiamoci, tra poco arriverà comunque una recensione a dir poco mitologica di Leo!



Vedo pochi film italiani.
E quei pochi che vedo solitamente sono tra quelli definiti più commerciali.
È un difetto, me ne rendo conto.
Ogni volta mentre passano i trailer e passa l’ italiano mi giro verso l’ amico dopo un secondo e gli dico: questo è italiano!
La fotografia leggermente più sporca, le musiche italiane (o comunque riconducibili a qualcosa che ricorda il nostro Bel Paese), gli attori, la regia… c’ è sempre un qualcosa per cui li riconosco al primo colpo d’ occhio.
E a quella prima affermazione solitamente ne segue un’ altra: lo evito volentieri.
Non c’ è un motivo particolare (a meno che il film sia tratto da un romanzo di Moccia, allora si che c’è un motivo!), semplicemente non mi viene voglia di vederli.
Non voglio sentire la Buy urlacchiare a destra e a manca come un ossesso, non voglio la storia della solita famiglia disastrata, non voglio il solito pirla che si innamora della ragazza sbagliata… insomma non ne ho voglia!
E non avrei fatto eccezione neanche questa sera se non fosse stato per un amico che aveva già visto il film in programma da vedere... e non ci vuole molto a immaginare qual era se si hanno in mente le uscite della settimana.
Alla fine si sceglie questo “Bianco e nero”, storia di un amore impossibile tra un bianco (Fabio Volo) e una nera (Aissa Maiga).
Si, ancora una volta ad eccezione de “L’ allenatore nel pallone 2” che con quella locandina non si può vedere, ho scelto quello più commerciale dei film italiani.
E ancora una volta ho avuto la conferma che potevo benissimo vederlo a casa un film del genere, senza spendere 6, 50 euro.
Mi spiego.
“Bianco e nero” non è un brutto film: c’è Fabio Volo nei panni di Fabio Volo (praticamente interpreta se stesso dato che si comporta esattamente come in radio e in tv!), Ambra nei panni di Ambra (mezza sclerotica, un po’ rompipalle, un po’ con la puzza sotto il naso, un po’ stordita), Aissa Maiga nei panni di Nadine (che poi è la ragazza di colore come tutti se la immaginano) e Eriq Ebouaney nei panni del collega di Ambra che è un po’ il nero intelligente, altruista e accusatore (dei razzisti) che tutti pensano possa essere con quella faccia.
Poi c’ è la Comencini che si occupa di regia (regia… che parolone! Quando vedrò qualcosa che mi farà riconoscere la mano di un vero regista dietro questi film italiani vi faccio un fischio!), soggetto e sceneggiatura.
E veniamo a questo benedetto soggetto, che in conclusione è quello che interessa di più questo cinema italiano un po’ commerciale.
Cosa ci offre di nuovo la Comencini con questo “Bianco e nero”?
Nulla.
Assolutamente nulla!
Il film parte facendoci vedere quanto è difficile ancora oggi la convivenza di bianchi e neri fianco a fianco e prosegue per circa un ora e mezza sbattendoci il messaggio in faccia senza alcun ritegno con tutte le metafore scontate e le immagini esplicite possibili.
Non c’ è possibilità di fraintendimento quando vedi Fabio Volo camminare tra persone di colore sospettose e lo paragoni a Aissa che poco prima entrava ad una festa di compleanno di bambini bianchi e faceva lo stesso effetto.
La Comencini infarcisce il film di immagini e messaggi fino all’ inevitabile esplosione: perché dopo un’ ora di persone fuori posto e amori impossibili io sinceramente mi sono anche un po’ scocciato.
Con tutto il mio amore per il cinema, con tutta la simpatia che provo per il buon Fabio Volo (sento già le bordate di fischi!) che alla fine mi fa sempre ridere…anche solo per l’ ostinazione a tenere i capelli quando è evidente che non ne ha più, con tutto il mio impegno nel tentare di seguire un pochetto di cinema italiano non ne potevo più!
La Comencini riesce a tenere in sala tutti fino alla fine ma poi quel che resta è poco a mio parere: si parla di razzismo, di razzismo al contrario (cioè di quelle persone che difendono i neri ad ogni costo come se avessero bisogno di una difesa perché inferiori), di amore (e quando mai non se ne parla?), di sesso, di coppie che scoppiano (altra costante) ma io sinceramente mi sento abbastanza vuoto.
La prima cosa che ho chiesto uscendo dal cinema al mio amico è stata: “Ma scusa com’è che si chiamava Fabio Volo nel film? No perché a me pareva che interpretasse se stesso!”
Ecco.
Domandatevi se vale la pena spendere 6,50 euro per un’ affermazione del genere.
REGIA: Cristina Comencini
ANNO: 2008
GENERE: Drammatico, Italiano, Commedia, Sentimentale
VOTO: 6,5 (alla fine il film si fa guardare anche piacevolmente, anche se non merita il cinema!)
QUANTI STEREOTIPI: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere qualche scenetta di coppia molto realistica. Ma siccome di un film non si giudica la bontà sulla base del suo realismo (neppure di un film come questo che comunque punta ad essere realista) non saprei a chi altro.
Aspettatelo in tv.

venerdì 18 gennaio 2008

THE PRESTIGE

Dato che la mia incursione nel western più classico non è stata così apprezzata e dato che non vi voglio far svenire con un altro carico di tre western (tanti saranno gli analizzati in una delle prossime recensioni!), eccovi un buon film dei giorni nostri rivisto a Capodanno.
In attesa di Leo e di altre magie di un altra Terra di mezzo...



Un film andrebbe visto almeno due volte per essere davvero compreso e apprezzato (o disprezzato).
Ne sono sempre più sicuro.
Regola valida per i thriller moderni con sorpresona finale (del tipo l’ assassino è il fratello gemello mai conosciuto o il colpevole è il protagonista buono che in realtà è cattivo perché alla fine era tutto un sogno del protagonista che era davvero buono ma poi è diventato crudele in seguito ad un trauma infantile che nessuno conosceva ma che noi potevamo comprendere dal fatto che... e via dicendo) così come per l’ ultimo film d’ animazione della Disney o ancora di più per il classicone di Stanley Kubrick dai milioni di significati.
Potrebbe forse non valere un principio del genere per una pellicola come “The Prestige” che si basa almeno per un buon 60% sul finale?
Lo dico subito per non essere accusato ingiustamente di cose che non penso: “The Prestige” ha molto altro.
Ha buonissimi interpreti, o meglio ha interpreti molto adatti ai ruoli: a partire Da Chistian Bale capace di crescere di pellicola in pellicola nonostante il faccione bonario, passando per Hugh Jackman che finalmente mostra a tutti di saperci fare anche senza artigli di adamantio e pettinature fumettose fino ad arrivare alla (a mio parere sopravvalutatissima) Scarlett Johansonn che nel ruolo della femme fatale un po’ traditrice, un po’ amante, un po’ vipera si cala alla perfezione senza dimenticare Michael Caine (che a dir la verità il ruolo assomiglia un po’ troppo a quello del maggiordomo di “Batman Begins” con a fianco Bale, tanto che mi aspettavo da un momento all’ altro un riflettore puntato sulle nuvole) e la tormentata Rebecca Hall.
Ha la regia perfezionista del buon Nolan che con “The Prestige” sembra essersi lasciato ormai alle spalle i timidi (ma coraggiosi) esordi per lanciarsi in grandi produzioni che puntano quasi sul sicuro.
Quasi.
Perché il suo “Batman Begins” nonostante l’ innegabile popolarità del personaggio andava incontro alla pessima fama dello stesso personaggio dovuta ai due filmaccioni di Schumacher e questo “The Prestige” sembrava quasi una scommessa: nonostante il grande cast e il grande budget chi avrebbe mai scommesso su una storia di maghi di fine ‘800.
E invece Nolan ci riesce.
Fotografia patinatissima e colori molto dark (anche questo mi ricorda senza troppi sforzi “Batman Begins”) insieme a scenografie grandiose mostrate con gran dovizia di particolari (mi ricorda un po’… “Batman Begins”!) fanno di “The Prestige” un classico del new Nolan style.
E poi c’ è la storia.
E qui viene la seconda visione.
Ad una seconda visione il film sembra si molto curato ma non eccezionale come mi era parso la prima volta.
I personaggi sono si ben approfonditi ma non troppo ma soprattutto è la storia a perdere colpi.
Certo è curioso notare come il regista (anche sceneggiatore, ma non creatore della storia tratta da un romanzo) riesca a mantenere il segreto (che già si conosce dalla prima visione e che eviterò di svelare a chi non ha ancora visto) fino ai due- tre finali e il gioco delle due storie ricavate dalle lettere che si incastrano alla perfezione eppure Nolan sembra voler accontentare un po’ tutti.
Sembra non spingere troppo sull’ acceleratore.
Crea un ottimo blockbuster insomma.
Non troppo autoriale ma comunque riconoscibile, non troppo complicato ma comunque intrigante, non troppo lungo ma comunque lunghino.
Non troppo ma comunque.
Insomma “The prestige” è un buonissimo prodotto da non confondere con un capolavoro come è stato urlato ai quattro venti in molte occasioni.
E Nolan in questo momento non è eccezionale ma comunque è un buon regista.
O semplicemente è un gran virtuoso.
E qui sta il prestigio: nel non essersi ancora fatto scoprire totalmente.
REGIA: Christopher Nolan
ANNO: 2006
GENERE: Drammatico, maghesco
VOTO: 7,5
QUANTO SE LA CAVA DAVID BOWIE IN UN RUOLO CHE SEMBRA FATTO APPOSTA PER LUI: 9
CONSIGLIATO A CHI: Vuole tentare di indovinare i finaloni a sorpresa.

domenica 2 dicembre 2007

IN THE VALLEY OF ELAH- NELLA VALLE DI ELAH

Deve essere una regola: il giorno dopo aver recensito un film d' animazione in 3d vado sempre incontro ad una pellicola con una locandina che già dice tutto e che si dimostra invariabilmente brutta (il caso precedente è rappresentato da "I Robinson" - "Lo Spaccacuori".

Quando ho visto quella bandiera americana rovesciata dopo pochi minuti dall’ inizio mi sono subito venuti dei dubbi.
Ho pensato: eccolo qui.
Me lo sono beccato il filmone americano pieno di retorica e patriottismo e di “guarda la guerra come distrugge i buoni” e “guarda i cattivi come sono cattivi”.
Ho pensato alla scarsa scelta che ho avuto (ancora Boldi dopo tre settimane oltre a “Winx”, “Diario di una tata” più un paio di film di cui non ricordo nemmeno il titolo) e mi sono convinto che poi tanto male non poteva essere.
Ho osservato con attenzione la faccia rugosa di Tommy Lee Jones nei primi piani estenuanti di Paul Haggis e ho provato a convincermi di aver fatto la scelta giusta.
Sono rimasto in sala, un po’ scocciato dalla lentezza imperante che si fa strada fin dalla prima immagine, ma sono rimasto in sala.
Ho assistito all’ ennesima storia di un ex militare che ha convinto i due figli ad entrare nell’ esercito (“perché se non fossero entrati non si sarebbero mai sentiti degni di questa famiglia!” quante volte avete sentito questa frase?) e li ha visti morire entrambi ma sono rimasto in sala.
Ho visto l’ orologio che il padre ha donato al figlio minore prima che questi partisse per la guerra (e mi sono immaginato Pulp Fiction con tutte le conseguenza del caso) ma sono rimasto in sala.
Ho sopportato la solita scenetta dell’ americano che pesta il messicano dopo uno degli inseguimenti più lenti della storia del cinema e alla fine della pellicola si scusa per il suo errore, ma sono rimasto in sala.
Ho guardato per due ore circa un thriller-drammatico (esiste?) lento in maniera quasi imbarazzante e sono rimasto in sala.
E mentre osservavo le due espressioni di Tommy Lee Jones, la Theron che cercava di dare un senso al suo personaggio con un interpretazione discreta e la Sarandon piangere per i ¾ del film mi chiedevo se ne valeva davvero la pena.
Se davvero Paul Haggis con una storia del genere (quest’ uomo ha scritto “Million Dollar Baby”! Da dove gli è uscita questa cosa?) e una regia così scarna pretende qualcosa (Oscar alla tristezza?) o lo ha fatto solo per sfizio personale.
Ho letto da qualche parte che Tommy Lee Jones in questa pellicola recita per sottrazione.
Fosse solo lui! È il film ad andare avanti per sottrazione.
Sottrazione di una colonna sonora (no musica = più realismo toccante avranno pensato).
Sottrazione di ambientazioni: si gira praticamente tra quattro mura adattate a seconda della scena a caserma, motel, ufficio di polizia e due esterni.
Sottrazione di regia (si può dire?) che diventa un semplice susseguirsi di scene immobili alternate a primi piani glaciali, come se questo potesse in qualche modo convincere lo spettatore della veridicità della vicenda.
Insomma a forza di sottrazioni al film non rimane davvero nulla se non un rigurgito di nazionalismo e di antimilitarismo (come potrebbe sostenerlo un bambino) talmente inverosimile e ridondante che potrebbe darvi alla testa.
Certo, non dubito che a qualche americano convinto questo “In The Valley Of Elah” potrebbe anche piacere ma io mentre Tommy Lee Jones si impegna a fine pellicola ad issare nuovamente la bandiera degli Usa rovesciata mi stavo già alzando e al primo titolo di cosa sono scappato dalla sala.
E ho pensato che forse le Winx non erano poi una brutta idea.
Ma anche no.
REGIA: Paul Haggis
ANNO: 2007
GENERE: Thriller-drammatico
VOTO: 5 (se proprio dovete scegliere tra questo e World Trade Center guardate questo.. ma se potete evitate entrambi!)
QUANTO è INVECCHIATO MALE TOMMY LEE JONES: 10 (ha 61 anni e ne dimostra 80!)
CONSIGLIATO A CHI: Vuole riflettere sulla situazione americana oggi come farebbe un mulo.