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lunedì 18 aprile 2016

FUORI DAL TEMPO


Ci sono tre particolarità che mi rendono un ragazzo fuori da questo tempo:
  • Non ho uno smartphone;
  • Non ho Whatsapp;
  • Non amo le serie tv.
Ah si, vi vedo già li a puntare il dito, a dire che "prima o poi tanto..", a sospirare pensando che anche voi dicevate così e invece, ad ammonirmi di voler fare l'alternativo ad ogni costo o di essere semplicemente cretino perché lo smartphone è una comodità, Whatsapp ti fa risparmiare e le serie tv sono la narrativa degli anni '10.
Vi rispondo subito che non me ne frega nulla, che il mio cellulare lo carico una volta la settimana, che per i 20 messaggi mandati in un mese non andrò in fallimento e che preferisco di gran lunga il cinema, quello più fine e quello più fracassone, alle lungaggini dei serial.
"Ma è un'altra cosa!"
Siamo tutti d'accordo, e io preferisco il cinema, fatevene una ragione.
Detto ciò.
Se qualcuno mi conosce, sa benissimo che uno dei miei autori preferiti è Stephen King.
Con gli anni si sono aggiunte letture diverse e autori molto più stimati dalla critica o da chi per loro, ho provato strade alternative nel mondo horror e fantasy e a volte le ho pure trovate molto interessanti, ma alla fine sono sempre tornato lì, alla sua logorroicità, ai suoi adolescenti, alle sue storie di paura più o meno riuscite e a quell'America così lontana eppure così vicina, al Re.
Di Stephen King ho letto quasi tutto (e al “quasi” lavoro incessantemente).
Ma soprattutto di Stephen King ho visto quasi tutto.
Ovvio che non stiamo parlando dello Stephen King regista, autore di una sola orrenda pellicola ripudiata persino da egli stesso (se vi capita vi prego di guardare quel capolavoro di "Brivido"), ma di tutto quello che è stato tratto dalle sue opere, una quantità imbarazzante di film per il cinema, filmetti per la televisione, miniserie e oggi, finalmente direbbe qualcuno, serie tv.
Mi perdonerete il termine se, pensando all'immensa mole di pellicole tratte dai suoi lavori, mi viene in mente solo una montagna di merda in cui si scorgono qua e là, alcuni gioielli di inestimabile valore.


 "Unico indizio la luna piena", la paura fatta film...

Shining (quello di Kubrick e non quella follia voluta da King e Mick Garris), Carrie (l'originale, non il blando remake), La zona morta, Misery, Il miglio verde, Stand By Me, Le ali della libertà, The Mist e L'allievo giocano ad una nascondino insano con lungometraggi e miniserie tv che solo l'alcool e tanti amici burloni possono aiutare ad affrontare. Penso a Cujo, Grano Rosso Sangue, The Mangler, Unico indizio la luna piena, Cimitero vivente, L'acchiappasogni, Riding The Bullet, Il Tagliaerbe, Creepshow, L'ombra dello scorpione fino ad arrivare a quello scandalo di It (che rivisto oggi è veramente imbarazzante).
Se seguite il blog da qualche tempo saprete che lessi 22/11/63 alla sua uscita in libreria (qui la mia recensione rivista e corretta pochi mesi or sono) e, nonostante alcuni palesi difetti, me ne innamorai.
Dopo pochi anni di attesa ne è stata tratta una serie tv autoconclusiva di sole 8 puntate con JJ Abrams a produrre e pubblicizzare il prodotto insieme al solito grande nome prestato alla tv dal cinema, in questo caso James Franco.
Amo James Franco.
Forse non avrò visto tutti i suoi film (anzi), ma tra le "quasi" nuove generazioni (38 anni) è uno dei miei preferiti con buone interpretazioni in Planet of the apes, 127 ore, Facciamola finita, Urlo, Strafumati e i tre Spiderman di Raimi.
Si, si porta sempre dietro quella faccia da schiaffi e a volte sembra quasi voler fare il verso a James Dean, ma mi piace, cosa ci posso fare? C'è gente a cui piace Tobey Maguire! Li inseguiamo col forcone? E vogliamo parlare degli ultimi 15 anni di Johnny Depp? No, non vogliamo parlarne perché non centra un assoluto mazzo con quel che stavo dicendo e io ho già perso il filo del discorso.


Johnny Depp Mortdecai  in "faccio le solite 4 facce del cazzo e mi pagano milioni"

Quindi?
Quindi 22/11/63, il telefilm, un termine che quasi nessuno usa più per non far venire subito in mente al lettore grandi perle del passato come Chips, Hazzard, Supercar, Baywatch e chi più ne ha più ne metta.
Otto puntate, qualcosa di fattibile persino per me, avverso ai bassi budget e ai tempi di sviluppo pachidermici delle storie sul piccolo schermo.
Io che ho visto qualche puntata di Fringe e non me ne frega nulla di come va a finire, io che mi sono appassionato alla prima stagione di Lost, ma alla fine della seconda volevo morire, io che mi son sorbito due serie di Dexter e l'ho lasciato lì che continuava a uccidere e dissezionare cattivi puntata dopo puntata dopo puntata, io che amo i libri de Le Cronache del ghiaccio e del fuoco, ma non sono riuscito nemmeno a concludere la prima stagione tv e soprattutto io che mi sono addormentato due volte su due provando a vedere la prima puntata di Breaking Bad.
Ecco, proprio io, per amore di King sia chiaro, mi sono messo di buzzo buono e con una superfan delle serie tv (che quindi ha gusti molto più fini dei miei dopo aver visto tonnellate di cose più o meno buone prodotte per il piccolo schermo) ho deciso che questa volta ce l'avrei fatta, avrei visto 22/11/63 per intero.
E, incredibilmente, ce l'ho fatta.
Ho avuto dei cedimenti sia chiaro, ci ho messo qualcosa come un mese per vedere 8 miserrime puntate da 40-50 minuti, ma ce l'ho fatta.
E ora posso dirvi che ne è valsa (quasi) la pena, la più recente delle serie televisive tratte dai libri di King è un buon prodotto.
Ben girato (tra i registi spiccano il Kevin MacDonald de L'ultimo Re di Scozia e Black Sea e lo stesso James Franco), ben scritto e ben interpretato, 22/11/63, come ogni buona trasposizione da un libro del Re, non ne segue fedelmente ogni passo.
Erano troppi gli elementi del romanzo per poter essere riproposti fedelmente in sole 8 puntate e di quei troppi molti erano inutili ai fini dello svolgimento (sono i soliti ricami di King sulla storia) e altri erano semplicemente noia pura.
Si è optato per una riduzione della parte di storia riguardante le indagini di Epping a favore della storia d'amore con Sadie Dunhill e di un po' di azione in più.
Il taglio non è bastato, purtroppo, a rendere interessanti tutte e otto le puntate con un calo nella quarta e nella settima e un assurdo salto temporale che, per forza di cose, fa perdere molto di quella degustazione degli anni '60 che aveva il libro.
L'agrodolce messaggio finale è rimasto comunque lo stesso e l'aggiunta di un personaggio (quasi) completamente inesistente sulle pagine non ha influito molto sulle vicende, anche se la svolta narrativa finale fa sorridere per l'ingenuità mostrata dagli sceneggiatori in un mondo di folli appassionati di serie tv attenti ad ogni minimo dettaglio.
Forse un James Franco meno piacione del solito sarebbe stato meglio, ma la splendida Sarah Gadon nei panni di Sadie e i due comprimari Chris Cooper (Al) e Leon Rippy (Harry Dunning), oltre al complessato Daniel Webber (Lee Harvey Oswald), sono scelte azzeccate, anche per chi, come me, ha amato il libro e magari si era immaginato attori e facce differenti per i suoi protagonisti.


James Franco in pieno piacioneggiamento

22/11/63 è un bel telefilm.
Non sarà forse ricordato come Shining o Carrie negli annali del cinema, ma finalmente si potrà dire che anche da King è stata tratta una bella serie tv.
E io finalmente posso tornarmene nel mio eremo e abbandonarvi al vostro piccolo, piccolissimo, infinitesimale schermo.

Non posso fare tutto quello che voglio
non posso dire tutto quello che penso
non posso esaudire i miei desideri
la condizione in cui mi trovo è proprio
fuori dal tempo
                                         Bluvertigo

11/22/62- 22/11/63
PRODUZIONE: J.J. Abrams, Stephen King, Bridget Carpenter, Bryan Burk
ANNO: 2016
GENERE: Fantascienza, drammatico
VOTO: 7


lunedì 10 gennaio 2011

THE WALKING DEAD

Una versione estesa della recensione del nuovo fenomeno horror pubblicata su PERSINSALA



Sono tornati gli zombie, altro che vampiri, gli zombie sono il nuovo trend, vedrete che adesso gli scaffali delle librerie si riempiranno di zombie-book e via agli zombie-movie e agli zombie-telefilm e poi ci sono i diari con gli zombie, i telefoni a forma di zombie, le adolescenti che vogliono uno zombie per ragazzo, gli emo che si truccano da zombie, gli svedesi che fanno un film con lo zombie adolescente malinconico e il blu è il nuovo rosso: prendete e mangiatene tutti, questi sono gli zombie, offerti in sacrificio per voi.
Il fenomeno del futuro, casomai qualcuno rimasto chiuso in un castello transilvano negli ultimi 6 mesi non se ne fosse accorto, sono gli zombie.
Neanche il tempo di riciclare tutta quella cartaccia sporca d’inchiostro sui vampiri apparsa in libreria, nemmeno la possibilità di rivedere per la miliocentesima volta in replica in ordine casuale Vampire Diaries su Italia 1 ed ecco che questi qua tirano fuori gli zombie.
E tutti a sbavare come zombie inseguendo gli zombie, che Danny Boyle, Zack Snyder, Edgar Wright l’avevano già detto qualche anno fa, ma allora erano tutti dietro ad Achille, Baliano, Arturo e Alessandro, tutti figli di quel Massimo Decimo Meridio di cui il recente Robinho Hood (attaccante del Milan) ha decretato la definitiva morte.
Ma i morti viventi, per il nome che portano, non muoiono mai se non centrati alla testa e così rieccoli spuntare decennalmente con l’intento di conquistare il mondo, capitanati da un George A. Romero se possibile più stanco di Dario Argento, capace di inanellare una serie di orridi film che ormai nemmeno il nome del regista padre degli Zombie riesce a salvare dal fallimento.
Certo, Romero è Romero e non si può toccare, così il Darione nazionale e una serie di altri registi che preferisco non nominare per nome come Burton e Stone che, nonostante le critiche a oscenità come Alice In Wonderland e Wall Street: il denaro non dorme mai, si ritrovano circondati da strenui difensori del proprio (brutto) lavoro.
La critica va avanti per blocchi compatti ed il mare non democratico di internet, con il gruppone dopato a forza di maiuscole e punti esclamativi a far la voce grossa, contribuisce spingendo idee che si fanno sempre più imponenti, convinte e macilente con l’andar del tempo.
The Walking Dead come trasposizione di un fumetto sugli zombie? La prima puntata di The Walking Dead è bella. The Walking Dead è bello! The Walking Dead rilancia la moda degli zombie!!! Zombie!!! ZOMBIE ZOMBIE ZOMBIE!!!
E così ci si ritrova a parlare del fenomeno Walking Dead (che il The dopo un po’ stanca), capace di rovesciare l’attenzione di una vasta fetta di pubblico affamata di buon horror (dico horror, non storie di vampiri-umani-adolescenti-arrapati-innamorati) su di una serie tv prodotta e sceneggiata da Frank Darabont: uno dei pochissimi autori capaci di portare le storie di Stephen King sullo schermo senza creare pasticci allucinanti (tanto per dirne uno: Pet Semetary) che nel 2007 con The Mist ha girato uno degli horror americani più sottovalutati e più riusciti degli ultimi anni.
Il regista c’è, il fumetto di successo è già stampato, il formato chic da miniserie in 6 puntate è trovato e gli zombie, come da titolo, sono già in marcia: la critica è pronta a lanciare il nuovo fenomeno dell’anno.
Abboccano quasi tutti: Walking Dead è spettacolare, fantastico, mai visto, ben fatto, ottimo, curato, ventata d’aria fresca e una serie di sinonimi improponibili che forse nemmeno lo Zanichelli contempla.
Ma perché?
Come mai nessuno si rende conto che Walking Dead appare come un prodotto “banalotto” e mal sceneggiato, con personaggi a dir poco stereotipati che in 240 minuti riescono a malapena a far quello che in un classico film zombiesco accade in un’ora e mezza?
Le risposte, ovvie ed assai abusate anche se ancora poco diffuse (dato che pochissimi si permettono di criticarlo), sono principalmente cinque:
1. La serie tv è tratta da un fumetto (cult!) quindi i personaggi sono fantasticamente “fumettistici” e si muovono in un meraviglioso scenario da “storia banale” (sinonimo di fumetto nel thesaurus di Word...Un plauso ai suoi pensatori dell’Ottocento);
2. La sceneggiatura è scritta da Frank Darabont con l’aiuto del fumettista originale Robert Kirkman, apprezzato regista di film fantastici uno, e amato scrittore di fumetti horror (e non) l’altro;
3. Agli effetti speciali per il make-up c’è, tanto per citarne uno, Greg Nicotero, esperto del settore ed in particolare di zombie avendo lavorato agli ultimi 4 (brutti) film di Romero oltre ad un infinità di altre pellicole horror;
4. La miniserie racconta l’apocalisse zombie del mondo ed è la prima a farlo;
5. Ho letto il cartellone pubblicitario in città, anche se un pazzo signore biondo con gli occhiali da sole continuava a dirmi che c’era scritto OBEY e non The Walking Dead.
Ad ognuna di queste risposte segue, nella mente di ogni estimatore di Walking Dead il complesso del: “quindi è bello per forza”.
Così nessuno sembra rendersi conto che spostare la storia di un fumetto sullo schermo televisivo richiede un lavoro molto più complesso del semplice traslocamento di personaggi e storie dalla carta al tubo catodico (che tra l'altro non c’è più) con qualche aggiuntina succosa qui e lì: il fumetto è un mezzo di comunicazione, la tv un altro e il personaggio bidimensionale proprio del fumetto scomparirà nella profondità dello schermo televisivo, proprio come la velina Kate Moss in una puntata dei Griffin.
Spiccano così per piattezza il supereroe risolvo-tutto-io (simile per certi versi al protagonista di un’altra orrida serie tv finita male di nome Jericho), il buzzurro violento che obbedisce solo ai suoi istinti animaleschi (e il fratello ancor più cattivo, ai limiti della barzelletta), il vecchio saggio e il coreano scemo-simpatico: allegra combriccola a cui manca solo il nero Yo-fratello…(Non è vero, c’è pure lui).
Si salvano dalla nomination e arrivano quindi in finale, Shane Walsh, vicesceriffo amico del protagonista e Andrea, i cui nomi non vengono citati a caso essendo gli unici personaggi in grado di evolversi (proprio come un Pokemon) durante l’intera vicenda.
Per ritornare a parlare degli estimatori della serie tv, ancor più convinti dei “fumettari” sembrano i vari ammiratori di Darabont e Kirkman che ragionano esattamente come gli strenui difensori di Burton e Stone, i fan degli effetti speciali a cui verrebbe voglia di proporre un film senza storia colmo di esplosioni di corpi putrefatti e di chi vede nell’apocalisse di zombie qualcosa di originale nel 2010, il che sarebbe un po’ come trovare Natale in Sud Africa una piacevole novità.
In ogni caso l’alta marea internettiana trasporta tutti sulla stessa corrente e chi prova a nuotarci contro viene seppellito da commenti indignati che si trasformano talvolta in lapidari “Capra, capra, capra!” degni del miglior salotto televisivo che nessuno vede ma che tutti conoscono... (Magia di Amy!).
Ovviamente ogni zombofilo che si rispetti si rende conto dell'incipit palesemente scopiazzato da 28 giorni dopo ma qualcuno sussurra “non poteva essere altrimenti” e quindi al grido del “NON POTEVA ESSERE ALTRIMENTI” nessuno nota le assurdità legate alla sopravvivenza di un uomo in coma, abbandonato per almeno un mese su di un letto, attaccato a macchinari non funzionanti per la mancanza di elettricità, senza nemmeno un catetere necessario a non trasformare la stanza, mi si perdoni la raffinatezza, in un pozzo di urina.
E come fa lo stesso individuo appena uscito dal coma a raggiungere casa sua e a trasformarsi nel giro di due giorni (con l’aiuto del suo costume da supereroe con la stelletta) in un leader carismatico che non chiede nemmeno una volta cosa diavolo sia successo per trasformare il mondo in una landa desolata abitata da esseri ciondolanti e puzzolenti?
Ma soprattutto (e qui chi non ha ancora visto la quarta puntata è invitato a non leggere), perché mai dei bruti messicani decidono di tenere aperto un ospizio in mezzo alla città e hanno la finezza psicologica di un cattivo nella serie animata de L’uomo Tigre (i buoni che fingono di essere duri per salvarsi da un mondo duro, cose che nemmeno Ken Shiro avrebbe accettato)?
Ogni pellicola horror o di fantascienza che si rispetti ha le sue incongruenze, nessuno lo può negare, ma è anche vero che solitamente sono dovute al tempo limitato in cui si vuole raccontare una storia mentre Walking Dead, avendone in abbondanza, sceglie di scialacquarlo nel peggiore dei modi: con puntate inutili in cui non accade assolutamente nulla (la terza) ed altre che sembrano una via di mezzo tra un videogioco e un mashup di Zombie e L’alba dei morti dementi (la seconda, con la trovata stucchevole di Kirkman della camminata “impuzzati” da zombie, mancava solo che camminassero ciondolando come in Shaun of The Dead).
The Walking Dead, in definitiva, propone una storia vecchia, con personaggi tratti in gran parte da un film di Steven Seagal, che si snoda su 6 puntate abbastanza disomogenee per quantità d’azione e qualità visto che il succo è concentrato nel primo promettente Days Gone Bye e negli ultimi due (fin troppo aperti) episodi: si può concludere una stagione dimenticando ben 3 personaggi al loro destino e abbandonandone uno appena trovato e uno per niente approfondito in mezzo ad un’esplosione?
Tralasciando l’attenta regia da molti assegnata a Darabont, che si è occupato in realtà solo del primo episodio abbandonando i restanti al lavoro mediocre di registi di serie tv e videoclip, la realizzazione tecnica del serial è sicuramente buona, ma la cosa avrebbe potuto stupire una decina di anni fa, non dopo l’esplosione di perle come Lost, CSI, True Blood e chi più ne ha più ne metta, senza tener conto del livello medio-basso degli attori.
Un’ultima nota stonata riguarda il senso del telefilm in generale: può un serial tv di nome The Walking Dead, i cui protagonisti veri dovrebbero essere degli zombie, non spaventare e nemmeno impressionare?
Ci sono sbudellamenti di cavalli e di persone, zombie marci e putrefatti che si trascinano senza la parte inferiore del corpo, bambine zombie uccise con un colpo di pistola (niente a che vedere con una scena come quella di Distretto 13: le brigate della morte) e tanto sangue, ma Walking Dead non fa paura, si concentra sui rapporti tra i vivi, ma non si avvicina minimamente allo spessore di un capolavoro come La notte del morti viventi capace di spaventare e di far riflettere.
Saranno capaci i nostri eroi, in una già annunciata e strombazzata seconda stagione, almeno a spaventarci o la strada intrapresa sarà quella dello zombie ridicolmente intelligente di un’oscenità indescrivibile come ne Il giorno dei morti viventi del maestro Romero?
Al 2011 l’ardua sentenza, sicuro di provare puro terrore alla prossima scena di chiave persa al rallenty sul tetto di un palazzo e non molto speranzoso per quanto riguarda il morbo Romeriano che sta per infettare il mondo: già mi vedo la ragazzina post-emo a dichiarare amore per il suo Edward Cullen Zombie, senza ricordarsi quale parte del corpo perse per prima un Tarantino marcescente in Planet Terror.

VOTO: 5-

VERSIONE ESTESA DELLA RECENSIONE PUBBLICATA SU PERSINSALA

venerdì 8 febbraio 2008

DEXTER- STAGIONE 1

DEXTER 1 STAGIONE
Eccola la prima serie che recensisco sul blog.
L’ avevo promesso all’ inizio di questa avventura che avrei recensito anche le serie tv e avevo bene in mente quale sarebbe dovuta essere la prima.
Poi il fulmine a ciel sereno
Dexter.
Ringrazio GianMario di Xinematica che è stato il primo da cui ho letto di questo fenomenale serial!



Maschere.
Alla fine si tratta solo di quello.
Ricordo quando bambino andavo al carnevale del paese e mi mascheravo da Sbirulino e poi da Zorro..infine pirata.
Maschere diverse, ma io ero sempre lo stesso sotto.
E ricordo di quella mia amica un po’ maschiaccio che si vestiva sempre da principessina a Carnevale ma si comportava comunque da maschiaccio malmenando tutti gli altri piccoli maschietti indifesi.
Maschere che si mettono in viso credendo che nessuno riesca a riconoscerti.
Credendo che quella maschera basti a farti cambiare agli occhi di tutti.
È questo che fa Dexter.
Si maschera.
Solo che lui il Carnevale lo festeggia tutti i giorni dell’ anno.
Lui vive mascherato da persona normale ogni giorno dell’ anno, anzi, vive mascherato da ottimo poliziotto della scientifica.
Lo dico senza fronzoli: “Dexter” è la serie meglio riuscita che io abbia visto in questi ultimi 10 anni.
Facciamo 7.
Facciamo dall’ uscita di “Csi” .
Perché da quel che ricordo io è stata quella serie a rivoluzionare un po’ tutto.
Soprattutto in ambito televisivo poliziesco investigativo.
Ma certo anche prima c’ erano i vari commissari Scali, la squadra speciale cobra 11, Miami Vice, il commissario Colombo e la signora porta sfiga in giallo.
Ma non c’ era nessuno come gli agenti di della scientifica di Las Vegas: precisi, perfetti, puliti, sicuri, infallibili ma non troppo, con problemi personali e minuziosi fino alla nausea.
Provate a guardare una serie poliziesca o investigativa nata dopo “Csi”.
Provateci e ditemi se ne trovate una che non si basa su quella pulizia di immagini e di azione che è Csi.
Certo c’è “The shield”: la serie violentissima e sporchissima con protagonista Michael “La cosa commissario Scali” Chiklis ma non vi sembra che alla fine anche quella si basi sulla serie con Grissom protagonista?
“The Shield” non è forse “Csi” rovesciato come un calzino?
“Dexter” nasce anch’ essa sull’ onda di “Csi” .
Si tratta di una serie investigativa con protagonista un uomo della scientifica che si occupa minuziosamente delle tracce lasciate dai killer con il sangue: “cosa c’ è di più simile a “Csi” di questo?” mi chiesi durante i primi 5 minuti della prima puntata.
Niente e tutto.
Perché Dexter è altro.
Dexter è Grissom che indossa la maschera e va di notte a uccidere i criminali con lo stesso fare preciso e minuzioso che un agente della squadra scientifica di Las Vegas impiegherebbe per risolvere un caso.
“Dexter” si maschera da serie tv investigativo- poliziesca ma è un thriller dalle dimensioni cinematografiche.
Uno di quei thriller che con “7even” di David Fincher sono diventati tanto di moda.
Ma “Dexter” non è solo quello.
Dexter si maschera da thriller perché sotto sotto in realtà è un uomo come noi.
Di quelli che si alzano al mattino e si preparano la loro colazione abitudinariamente e minuziosamente e che la sera davanti al tg con l’ ennesima notizia dello stronzo che ha ammazzato un vecchiettino indifeso nella sua casa dicono: “Altro che carcere!”
Già.
Altro che carcere.
Dexter ha trattamenti speciali per chi persevera nel crimine.
Trattamenti che nasconde sotto la sua bella maschera e che poco gli serviranno di fronte ad un uomo che la maschera ha deciso di non indossarla.
Capirete intorno a metà della serie chi è il killer del camion frigo eppure vi stupirete di come “Dexter” sappia giocare con questa vostra consapevolezza, vi stupirete perché Dexter è una delle migliori serie investigativo- poliziesche- thriller uscire negli ultimi anni.
Vi stupirete perché Dexter sa mascherarsi bene.
Vi stupirete perché alla fine Dexter è già dentro tutti noi.
E nessuno se ne è accorto.
CREATORE: James Manos Jr
ANNO: 2006
GENERE: Serial poliziesco, investigativo, thriller
VOTO: 10- (capirete quel meno leggendo la recensione della seconda serie)
QUANTO è AL SUO POSTO MICHAEL C. HALL NEI PANNI DI DEXTER: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un serial che farebbe un figurone al cinema per produzione, regia, sceneggiatura e interpretazioni.