O quasi.
Fermiamoci a una quarantina d'anni fa.
Fermiamoci ai "favolosi" anni '60.
Fermiamoci agli anni '60.
Fermiamoci.

Sui titoli di coda ero immobile.
Silenzioso e con lo sguardo fisso sullo schermo su cui passavano le testimonianze delle persone reali che hanno conosciuto la vera Edie.
Cosa dire di un film del genere?
Ci sono poche pellicole che mi lasciano senza parole: i capolavori per cui vorrei un traduttore in parole delle mie emozioni, i film brutterrimi che appena finiti non capisco se era una presa per il culo o cosa e i lungometraggi come questo.
Pellicole per cui non so trovare le parole.
Non perché mi abbiano colpito particolarmente, emozionato, schifato, abbattuto.
Semplicemente perché non so davvero che dire.
Di Andy Warhol e Edie Sedgwick conosco ben poco per cui eviterò sapientemente un’ analisi sulla veridicità di “Factroy Girl”, anche perché sinceramente non credo che nessun biopic possa realmente rispettare il personaggio rappresentato.
In fondo si tratta di cinema.
E un po’ meno in fondo si tratta di biopic.
E, come mi raccontò un mio professore una volta, in fondo da un gangster movie non ci si aspetta la rappresentazione della realtà cittadina americana degli anni ‘30.
Ci si aspetta piuttosto il rispetto delle regole del gangster movie che se tradite faranno storcere il naso a molti.
Potrebbe forse non essere così per un genere come il biopic che oggi risulta essere molto più rigido di tanto altro cinema?
Al di là delle vicende personali di ogni grande personaggio portato sullo schermo che possono essere le più disparate si richiede al genere in questione un certo buonismo di fondo che cerca di convincerci dell’ innocenza del personaggio in ogni suon guaio, un grande e tragico amore, un attore/ attrice un po’ somigliante all’ originale che faccia un gran lavoro di imitazione anche nei gesti e nei movimenti e una storia che metta in risalto l’ importanza dei traumi giovanili sulla vicenda seguente.
Insomma in questo caso si tratta di una ragazza ricca con gravi traumi infantili (il padre amante e il conseguente “soggiorno” in un manicomio chiamato benevolmente casa di cura) che realizza il suo sogno divenendo un icona pop del “cinema” di Andy Warhol e del suo successivo decadimento dovuto all’ abuso di alcool e droga (e ovviamente all’ amore tragico) fino alla ripresa finale e alla conseguente morte che però ci viene solo raccontata.
A differenza di altri film del genere, però, la storia di Edie si intreccia con quella di Andy Warhol, interpretato da Guy Pierce, che si mostra in tutta la sua anima fanciullesca: ancora accudito dalla mamma e incapace di instaurare un’ amicizia adulta con Edie che viene abbandonata alla prima visione di lei con un altro uomo, proprio come farebbe un bambino con la sua amica del cuore.
Due storie quindi.
Quasi due film intrecciati tra loro che trovano nella particolare regia di Hickenlooper la sua particolarità.
Scene in un bel bianconero che rimandano molto alla prima idea del regista sul progetto documentario che aveva in mente per questa storia, fotografia leggermente sporca da film anni ’60 e alcuni momenti un po’ sfocati e ballerini da effetto droga abbinate ad una colonna sonora non troppo invadente ma molto adatta ai tempi completa il tutto.
Già, il tutto.
Ma come risulta questo tutto?
Ecco, è questo il punto in cui mi blocco: non lo so!
La pellicola tanto pubblicizzata per la presenza di Andy Warhol non fa che analizzarne un brevissimo periodo artistico e un una minima sfaccettatura del carattere, non riesce a colpire particolarmente sul piano delle emozioni e su quello scandaloso (se cercate scandalosi nudi o chissà quale scena di droga rimarrete delusi) e anche tecnicamente, nonostante gli sforzi del regista, non si fa poi così ricordare.
Il film è ni.
Non è ne carne ne pesce.
E se vi viene in mente qualsiasi altro modo di dire che ci assomigli potete applicarlo a “Factory Girl”.
La sufficienza più che piena viene raggiunta grazie a Sienna Miller e Guy Pierce che ce la mettono davvero tutta nel compito gravoso e, a mio parere, se la cavano egregiamente senza risultare grotteschi o esagerati nelle loro personificazioni.
In conclusione io dico comunque un film da vedere anche se senza troppe pretese: il cinema non è fatto solo di capolavori o brutture.
Queste vie di mezzo sono forse le pellicole migliori da cui costruire i veri capolavori: comprenderne le mancanze, carpirne l’ essenza e trasformarli in qualcos’ altro in grado di colpire veramente lo spettatore per lasciarlo questa volta senza parole per le troppe emozioni.
REGIA: George Hickenlooper
ANNO: 2007
GENERE: Biopic, drammatico
VOTO: 6, 5
QUANTO FA RIDERE IL FATTO CHE IL MUSICISTA AMANTE DI EDIE COSì SIMILE A BOB DYLAN NON VENGA MAI CHIAMATO PER NOME PER VOLONTà DELLO STESSO CANTAUTORE:10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un biopic che vorrebbe essere diverso ma che ricade comunque all’ interno del genere.
