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domenica 7 ottobre 2007

THE MONOLITH MONSTERS- LA METEORA INFERNALE


Davvero una gran bella sorpresa.
Avete presente quei film da cui non vi aspettate nulla e tutto ad un tratto vi ritrovate a pensare a quanto siete stati sciocchi a non avere avuto fiducia in loro prima?
Bene.
Questo è uno di quei film e per me è stato tutto quello che “Il quinto elemento” non è stato: una gran bella sorpresa (certo lo era stato anche il film di Besson, ma in negativo).
“La meteora infernale” nasce da una storia di Jack Arnold e Robert Fresco (come "Tarantola") nel 1957 (anno in cui Arnold girò il più famoso “Radiazioni bx distruzione uomo”) e viene portato sullo schermo da John Sherwood, suo assistente in molti altri film e regista nel 1956 del terzo episodio con protagonista il gillman (“Il terrore sul mondo”).
Il mio dubbio era nato appunto dalla regia di Sherwood: la sua prova non troppo brillante nel terzo seguito de “Il mostro della laguna nera” mi stava dissuadendo dalla visione di quello che si può considerare a tutti gli effetti parte dell’ opera di Jack Arnold.
E che parte!
Prima di “The Blob” e “I figli dello Spazio” (entrambi del 1958, il secondo firmato da Arnold), “La meteora infernale” mette in campo uno degli alieni più atipici mai apparsi sullo schermo fino a quel momento: un minerale.
No.
Non vi sto prendendo in giro.
E neanche Arnold voleva farlo.
Una meteora si avvicina alla telecamera dopo una veduta della Terra dallo spazio e si assiste a uno spettacolare impatto direttamente ripescato da quel gioiellino di “Destinazione Terra” (per il parere di Carpenter su questa immagine leggete fino alla fine la recensione!): così ha inizio la storia del minerale più minaccioso mai apparso sullo schermo.
Un uomo scende dalla sua vettura e mette una pietra nera sotto la ruota per non far indietreggiare l’ auto. Una volta esaminato il luogo Ben (un geologo della zona) raccoglie incuriosito il sasso nero usato come cuneo e lo porta in laboratorio per analizzarlo.
È l’ inizio dell’ invasione.
Nello studio una boccetta cade accidentalmente sulla pietra che inizia a fumare; il giorno seguente il collega di lavoro trova Ben ritto come un sasso (è il caso di dirlo) e inequivocabilmente morto mentre tutt’ attorno sono sparsi centinaia di piccole pietroline nere identiche a quella trovata dal malcapitato (chiedo perdono per le infinite ripetizioni!).
Entra in scena Dave interpretato dal buon Grant Williams (fresco del successo di “Radiazioni bx distruzione uomo”), anche lui geologo, che inizia ad esaminare la pietra dopo un altro caso simile a quello di Ben con protagonista una bambina e la sua famiglia.
La scoperta è tanto eccezionale quanto orribile: lo strano minerale a contatto con l’ acqua cresce a dismisura fino a formare veri e propri monoliti neri che, raggiunta un’ altezza impressionante, crollano a terra sbriciolandosi in migliaia di pezzi procurando la distruzione di tutto l’ ambiente circostante.
La spiegazione pseudo scientifica tipica dei film di Arnold non si fa attendere: il monolite assorbe il silicio dal terreno e con l’ acqua fermenta mentre la pietrificazione degli umani è dovuta anch’ essa all’ assorbimento del silice che, a quanto sembra, serve a mantenere la pelle umana flessibile (sarà davvero così? Chissà perché ho seri dubbi!).
Quel che accade di qui in poi è pura azione da sci-fi anni ‘50: mentre Dave scopre che l’ acqua salata può fermare la crescita del minerale un meteorologo annuncia in maniera quantomeno bizzarra (in uno dei rari momenti comici volontari nei film fantascientifici di Arnold) che di li a poco un violento temporale investirà l’ intera zona.
Come si salveranno i nostri eroi?
Questo non posso dirvelo ma vi assicuro che il finale del film mantiene le promesse, con un’ inondazione straordinaria e una tensione che riesce a mantenersi su livelli più che buoni.
Che dire?
Innanzitutto un applauso (e non solo uno se si considera il budget risibile di cui godette la pellicola) va agli effetti speciali; oltre alla sopraccitata inondazione finale, da notare è la crescita dei sassi ottenuta con un trucco tanto banale quanto geniale: uno zoom (usato anche nel contemporaneo “Radiazioni bx distruzione uomo”) e un piccolo movimento di camera bastano a farci apparire dei minuscoli modellini statici come degli spaventosi monoliti in grado di crescere a dismisura.
Da notare poi il grande trucco marmoreo degli attori utilizzato anche dal contemporaneo “Prigionieri dell’ eternità” e il deserto.
Già.
Sempre lui. Il deserto.
Ancora una volta protagonista di una pellicola di Arnold.
Quel deserto che ha visto atterrare gli alieni di “Destinazione Terra” e camminare sulla sua superficie la gigantesca tarantola questa volta è protagonista di una pellicola in cui una parte di esso (per quanto alieno, il monolite è comunque un minerale) si rivolta all’ uomo e al suo sfruttamento.
Un deserto che, come ci spiega Dave (e qui sembra davvero di sentir parlare Jack Arnold), “è miniera di cose misteriose” anche se “ci sono cose che ancora non abbiamo capito, ma dubito ci sia qualcosa di nuovo”.
Sarebbe facile ricondurre “La meteora infernale” al clima politico di quegli anni, paragonare la meteora alla minaccia incombente di una guerra fredda che sembra ormai pronta per scoppiare ma per questa volta voglio farne a meno: godetevi questo film in tutta la sua tensione, in tutti i suoi effetti speciali, in tutti i suoi interpreti più o meno macchiettistici e chiedetevi se un film come Tremors non deve a questa pellicola almeno la metà del suo successo.
Godetevelo perché John Sherwood morirà nel 1959 per una banalissima polmonite dopo una lunga carriera di aiuto regista e la direzione di soli 3 film incluso questo (gli altri due sono “Il terrore sul mondo” e “Il marchio del bruto”) mentre Arnold nel 1958 metterà la parola fine alla sua carriera nel mondo della fantascienza.
Godetevi l' inizio della pellicola, il trailer è irrecuperabile su internet, ma John Carpenter definì così l' impatto della meteora che vide per la prima volta in "Destinazione Terra" e che fu ripresa pari pari qui:
"La prima inquadratura che io ricordo è un campo lungo di un panorama desertico. La macchina da presa sta panoramicando orizzontalmente su una meteora che dal cielo precipita verso la Terra. La seconda inquadratura è della meteora che sta venendo dritta verso la telecamera ed esplode. Nel 1953 quella meteora uscì fuori dall schermo ed esplose sulla mia faccia. Abbandonai mia madre e schizzai fuori nel corridoio per la paura. Ma quella volta... io mi innamorai del cinema"
REGIA: John Sherwood
ANNO: 1957
GENERE: Fantascienza, Horror
VOTO: 7
CONSIGLIATO A CHI: vuol divertirsi davanti a un film di sci-fi senza troppe pretese.
QUANTO PUò ESSERE PARAGONATO A "TARANTOLA", ANCH’ ESSO SCRITTO DA ARNOLD: 9

lunedì 17 settembre 2007

THE CREATURE WALKS AMONG US- IL TERRORE SUL MONDO


Questo è un atto d’amore.
E come tutti gli atti d’amore non può essere compreso da nessuno che non sia innamorato della stessa persona.
Per questo quasi nessuno riuscirà a leggere questa recensione fino in fondo.
E me ne scuso.
Ma chi ci arriverà forse capirà, forse.
Nel 1956 William Alland produttore del primo storico “Il mostro della Laguna Nera” e scrittore del soggetto del seguito richiama alla sua corte Jack Arnold per la produzione di un ideale terzo episodio sul mostro, ma il maestro della sci-fi anni ’50 non convinto e forse con un indigestione di sci-fi (nel 1955 girò ben 3 pellicole di genere) rifiuta la regia che passa al semisconosciuto John Sherwood (già assistente di Arnold).
Anche il cast, esattamente come nel passaggio tra il primo e il secondo capitolo, viene completamente rivoluzionato con la sola conferma di Ricou Browning all’ interno dell’ amato costume di gomma del mostro per le scene acquatiche.
Già, il costume di gomma.
Vittima in questa pellicola di un brutale cambiamento dovuto a esigenze di sceneggiatura.
Ma andiamo con ordine.
Il film inizia esattamente come gli altri due con la ripresa di una barca dall’ alto.
Questa volta però non si tratta della solita carretta spersa nell’ Amazzonia con a bordo quel matto del capitano Lucas e il solito equipaggio sparuto.
Ci si trova davanti a un gran barcone, con tanto di capitano ben vestito, assistente, guida e 3 dottori specializzati in genetica, radiologia e biochimica più il dottor Barton a capo della spedizione e l’ affascinante moglie Marcia.
Levata l’ ancora il gruppo parte alla ricerca del mostro dotato di un sonar (dispositivo allora assai innovativo) e dell’ ormai classica attrezzatura subacquea con veleni, sonniferi e fucile.
Giunti nel luogo dove è stata segnalata l’ ultima apparizione della creatura il dottor Morgan (genetica) e la guida Grant decidono di immergersi seguiti da Marcia che riesce a spuntarla contro il marito padrone che tende a tenerla quasi nascosta al resto dell’ equipaggio per una gelosia decisamente maniacale.
L’ immersione conferma l’ idea che ci si può fare di questa pellicola fin dall’ inizio: se il secondo ma soprattutto il primo episodio rappresentavano un mondo selvaggio dove si muovevano uomini duri ma con un cuore, questa volta ci si trova davanti a uomini di scienza all’ interno di un mondo quasi perfetto che non ha più nulla di quell’ aria incontaminata e inquietante che permeava l’ ambiente nei capitoli precedenti (basti vedere l’ ambiente marino assolutamente perfetto di questo episodio contro le acque torbide e piene di alghe della palude ne “Il mostro della laguna nera”).
La prima apparizione del mostro con l’ ormai classico tema musicale avviene proprio qui ma la cattura viene rimandata per la “malattia del palombaro” occorsa a Marcia (ancora una volta si tratta di narcosi da azoto, già descritta in “Le grand Bleu”).
Ci si sposta così nelle Everglades dove finalmente, dopo una rocambolesca lotta, avviene la cattura del mostro dopo ben 35 minuti di pellicola (in “La vendetta del mostro” erano stati dedicati solo 15 minuti a questa parte).
La creatura viene così operata d’ urgenza in seguito alle ustioni riportate durante la lotta e il dottor Barton decide di mettere in atto il suo piano: sfruttare i polmoni già esistenti nel gill man per trasformarlo in un mammifero a tutti gli effetti e creare una nuova specie.
L’ operazione avviene senza problemi e al momento della sbendatura degli occhi si comprende subito cosa sta succedendo: il mostro si sta trasformando pian piano in una sorta di essere umano.
Ed eccoci ritornati al costume finalmente.
La creatura completamente sbendata perde molte delle caratteristiche che l’ avevano resa famosa: gli occhi non sono più due semplici buchi neri ma sono praticamente identici ai nostri, la bocca subisce lo stesso effetto così come mani e piedi che sono ancora palmati ma hanno dita ben definite, infine la testa non ha più la famosa cresta che aveva reso così riconoscibile il gill man e le squame sono sostituite da una pelle quasi umana.
La pellicola prosegue poi con il ritorno dei nostri alla base, l’ imprigionamento del mostro all’ interno di una gabbia e il progressivo aumento della gelosia e dell’ odio di Barton nei confronti della moglie che viaggia in parallelo con il disprezzo che egli ha della creatura ormai inoffensiva fino ad un finale tutto da gustare con una fantastica scena conclusiva che ripaga un film troppo privo di idee ma a cui manca soprattutto una regia esperta come quella di Arnold capace di donare tensione (in questo episodio anche le poche scene di lotta sembrano troppo costruite, artefatte) e profondità.
Il tema dell’ uomo come vero mostro è ripreso ovviamente da Sherwood ma reso in maniera fin troppo palese e aiutato da un costume che favorisce la resa delle emozioni della creatura (già sembra una colpa in un film del genere per me!) mentre a volte sembra fin troppo di vedere Frankestein, con l’ essere creato dall’ uomo e poi abbandonato al suo destino fino ad essere incolpato di delitti non suoi (capirete, capirete).
La parte che riguarda l’ attrazione del mostro per la donna viene invece completamente abbandonata a favore del buon parallelismo da me prima citato e dal tema fortissimo della gelosia di Barton per la moglie che praticamente da solo tenta di reggere in piedi un’ intera sceneggiatura.
Sul lato degli attori Jeff Morrow nei panni del dottor Barton si perde tra espressioni irriconoscibili che dovrebbero essere di rabbia ma sembrano di simpatia e viceversa anche se la parte del matto non gli riesce male mentre Leigh Snowden se la cava egregiamente nel ruolo della bellona urlatrice e riesce a dare anche un minimo di spessore al personaggio solitamente più bistrattato; per finire Gregg Palmer (la guida Greg) e Rex Reason (dr Morgan) entrambi corteggiatori della bella Marcia fanno la loro bella figura usando rispettivamente i muscoli e la dialettica per il loro scopo.
Insomma che dire?
Di fronte a una recensione del genere:
“Assurda storia di un mostro marino che uccide lo scienziato da cui è stato catturato”
Letta su uno dei più famosi dizionari di recensioni cinematografiche qui in Italia mi ero assai spaventato, convinto com’ ero che questo terzo episodio avrebbe affossato del tutto il mio amato mostro dopo il non esaltante secondo capitolo.
E invece.
E invece bisogna sempre guardare con i propri occhi e soprattutto non fidarsi di quei saccentoni capaci nella loro suprema intelligenza di mettere a confronto pellicole come questa con “2001 Odissea nello spazio” per poi tirarne fuori recensioni come quella da me riportata qui sopra.
La pellicola non è certo al livello dell’ originale, ma senza dubbio rimane almeno sul livello del secondo capitolo poiché, anche se perde molto a livello di significati riguadagna qualche punto sul piano della produzione, davvero ottima a mio parere, e della storia che, seppur troppo simile a Frankenstein, è senza dubbio più riuscita di quella de “La vendetta del mostro”.
Negli anni ’80 fino alla morte di Arnold nel 1992 un certo John Landis (Animal House tanto per dirne uno) e un certo Tim Burton (qui non dico niente) provano in tutti i modi a convincere il maestro per un remake del suo mostro più amato ma il regista forse lontano dalla macchina da presa da troppo tempo (il suo ultimo film dietro la macchina da presa è “Marylin- Una vita una storia” del 1980 mentre la sua ultima pellicola di fantascienza è addirittura del 1958) rifiuta categoricamente accettando solo un cameo come omaggio in “Tutto in una notte” di John Landis.
L’ idea di un remake passa poi anche nella testa di quel genio di Carpenter con una sceneggiatura già scritta da Landis e Niger Kneale ma il progetto è ancora una volta rimandato fino al 1995 quando la Universal chiede a tale Peter Jackson di scegliere uno tra King Kong e il mostro della laguna nera per un eventuale remake.
La scelta cade su King Kong per il decantato amore del Signore degli anelli per questa pellicola ma la storia non finisce qui.
Qualche anno fa (dal successo del remake de “La Mummia”) si ricomincia a parlare per l’ ennesima volta di un rifacimento del classico di Arnold e si sente addirittura il nome di Guillermo Del Toro per la regia anche se la notizia vien smentita dopo poco.
È notizia straordinaria di quest’ anno ripresa da questo fantastico sito addirittura a cura di Ben Chapman (l’ originale mostro della laguna nera nelle scene fuori dall’ acqua) che il remake de “Il mostro della Laguna Nera” è finalmente in pre-produzione con un budget di 90 milioni di dollari che potrebbe salire ancora, la regia di Breck Eisner (il recente “Sahara” con M. Mc Conaughey) e un certo Brian Steel già apparso in “Hellboy” all’ interno del mitico costume.
Insomma la leggenda del mostro continua e io, come spero Filippo, Simone, Luciano e tutti i suoi fan, incrocio le dita di fronte alle prime dichiarazioni di Eisner di voler rendere la storia del mostro più moderna e adatta ai nostri giorni.
Lo so lo so, i remake di certe cose oggi risultano per lo più delle tremende prese per il culo ma chissà, forse il mostro ci saprà stupire ancora una volta, forse la sua mano palmata che esce dall’ acqua riuscirà ancora a prendermi la caviglia e a farmi cadere nuovamente innamorato ai suoi piedi.
Forse.
Qui sotto il raro trailer di “The Creature Walks Among Us".
REGIA: John Sherwood
ANNO: 1956
GENERE: Fantascienza
VOTO: 6 (voto revisionato dopo aver visto l' intera filmografia disponibile di Arnold: 6,5)
QUANTO ASPETTO IL REMAKE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Non vuole perdersi l’ ultimo appuntamento con il mostro ormai risalente a più di 50 anni fa.