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martedì 27 ottobre 2015

SULLA (PRESUNTA) FORZA DEL CAMBIAMENTO

 
Quando a 16 anni mi avvicinai lentamente al rock degli anni '90 mi colpirono due gruppi in particolare: Oasis e Blur.
Non che fosse una cosa strana, all'epoca il mondo, l'Italia, la provincia si divideva (abbastanza assurdamente a pensarci ora) tra i fan dei fratelli Gallagher e quelli di Damon Albarn e Co. (sisi Graham Coxon è importante e blablabla, chissenefrega, un giorno ne parleremo).
Lo dico subito: io parteggiavo per i Blur.
Mi sembravano più freschi e innovativi e, al di là delle varie scopiazzature dei Gallagher (all'epoca era un miracolo se conoscevo i Beatles), mi sembrava soprattutto che Damon Albarn avesse il coraggio di cambiare.
Insomma, per quanto non ne capissi veramente un cazzo, 13 pareva un album di un gruppo completamente diverso da quello di The Great Escape (che all'epoca adoravo) e in Think Tank il mutamento era ancora più accentuato.
Amavo i gruppi che non si ripetevano mai (quel pazzo di Neil Young è ancora oggi uno dei miei idoli) e gli Oasis erano l'esatto opposto.
Ascoltato il primo incredibile Definitely Maybe mi sembrava di sentire sempre le stesse 10-12 canzoni: voce strascicata, chitarroni, ballatoni...due palle che in Be Here Now duravano più di 70 minuti, decisamente troppo.
Poi crebbi (ah il passato remoto che torna a galla quando leggi autori toscani...), la faida Blur-Oasis si spense abbastanza velocemente così come era stata montata dalla stampa britannica e io cominciai ad ascoltare tutt'altro, fregandomene altamente dello scioglimento o quasi di entrambi i gruppi, ma sempre attento a chi riusciva a non ripetersi.
Oggi, passati più di 10 anni, mi ritrovo a sentire per radio o nei miei raccoltoni di mp3 qualche canzone di Blur e Oasis e, pur con fastidio, devo ammettere che i classici degli Oasis sono invecchiati meglio di quelli dei Blur.
Si, il cambiamento, si, il coraggio di affrontare nuove sfide e la forza di ripresentarsi con un nuovo album in un'epoca che non è più la loro (l'ultimo The Magic Whip datato aprile 2015), ma Wonderwall rimarrà un classico senza tempo mentre Beetlebum può essere solo una canzone figlia degli anni '90.
Tutto questo sproloquio musicale-nostalgico per dire cosa?
Che forse Fabio Genovesi qualche limite come scrittore ce l'ha.
I suoi personaggi dalla parlata fin troppo semplice (in Esche vive era Fiorenzo, qui è Mario), quelli troppo attaccati al Rock (ancora Fiorenzo confrontato a Nello), quelli che finita l'università hanno perso completamente la bussola (là Tiziana, qui Renato) e quelli che, nonostante tutto l'autocontrollo imposto, vengono presi da passioni troppo forti (nuovamente Tiziana confrontata a Roberta). Gli incipit nostalgici ambientati in un passato che non è più e i finali non finali con i personaggi lasciati a correre da soli.
Ma io non ho più 16 anni e se tu scrittore hai uno stile immutato che ti permette di scrivere una nuova storia dove, cambiando l'ordine degli addendi, il risultato fantastico non cambia, beh, a me piaci comunque.
Basta che alla prossima non mi presenti un Be Here Now.

VERSILIA ROCK CITY
ANNO: 2008
AUTORE: Fabio Genovesi
GENERE: Romanzo di formazione (senza adolescenti)
VOTO: 8,5


giovedì 24 aprile 2008

CLUBLAND- IL MATRIMONIO è UN AFFARE DI FAMIGLIA

Il sole quando sorge, sorge piano e poi
la luce si diffonde tutto intorno a noi
le ombre ed i fantasmi della notte sono alberi
e cespugli ancora in fiore
sono gli occhi di una donna
ancora piena d'amore.

Quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza!
Non ho altro in testa!


A volte capita che in Alessandria i film escano al cinema.
Capita che non si debba agonizzare per tre settimane come per l’ultima pellicola di Cronenberg per poi averla in una saletta da 30 posti come se fosse un “Toh, se proprio la volete vedere sta schifezzina….”
Capita che i film escano in Alessandria e non a Casale al mega iper ultra multisala che una sala ha le poltroncine che ti sdrai e poi puoi mangiare li se riesci a sopportare i ragazzi scazzati pagati tre lire all’ora che ci lavorano che se gli chiedi le patatine fritte ti dicono con gli occhi “Ma devi proprio??” e tu ovviamente a quel punto le vuoi ancora di più anche solo per vedere gli uomini scazzo ciondolare fino alla friggitrice.
Capita che mentre guardi senza speranze le locandine vicine alla rotonda (geniale metterle vicino alla rotonda…un giorno o l’altro son li che guardo e SBAM! Entrerò dritto dentro una macchina…) la vedi li un angolino la locandina di “Il matrimonio è un affare di famiglia”.
E in quel momento sei fiero di abitare in Alessandria.
Non allarghiamoci.
Sei fiero dei gestori del cinema di Alessandria.
Oh beh son gli stessi che non han dato un altro milione di film che ti interessavano…. Diciamo che sei fiero.
Non si sa di cosa.
Ma sei fiero.
E il sabato sera ti ritrovi finalmente dentro la minisaletta da 30 posti, quella che un giorno sogni di avere in casa e che ora stai praticamente pagando con minirate da 6,50 a volta.
Tre posti occupati: tu, lei e i giubbotti messi bene in ordine in modo che riescano a vedere comodamente anche loro e alla fine ti aiutino a tirar giù qualche idea (non sottovalutate mai i giubbotti!)
Niente trailer manco stessi guardando la versione da mezzo euro in dvx (6,50 euro, 6,50 euro, 6,50 euro!) e il film ha inizio.
“Il matrimonio è un affare di famiglia” racconta la storia di una donna dello spettacolo e di suo figlio che un giorno decidono…. Ronf ronf ronf ronf.
Scusate.
Sapete wikipedia (possibilmente inglese se non volete leggere di improbabili voci scritte da babbuini addestrati o semplicemente non trovare nulla), Mymovies, Comingsoon, un altro milione di siti….ecco, li ci trovate la storia.
“Il matrimonio è un affare di famiglia” è l’ ultimo spettacolo teatrale di una donna che non sa vivere senza i riflettori puntati addosso e l’applauso del pubblico.
Tutto inizia nei camerini (ovvero nella casa della donna abitata da lei e dai due figli) con la lunga preparazione allo spettacolo che consiste in un minishow per i figlioletti (quella che noi chiamiamo vita famigliare) e prosegue sui vari palchetti di Paese dove Jean Dwight vive veramente.
È il palcoscenico la sua vera casa.
Ed è il pubblico il suo vero grande figlio.
Quello da accudire eppure da tenere in riga, quello che va coccolato ma a cui bisogna far intendere chi comanda.
Jean è una madre autoritaria, rigida e a volte spaventevole ma è una mamma.
E i suoi figli naturali sono solo aiutanti nei camerini.
O nemmeno quello.
Il figlio handicappato è il segreto che l’attrice tiene nascosto alle telecamere.
È quello che tutti sanno ma di cui nessuno parla, nemmeno lei.
“Il matrimonio è un affare di famiglia” è la vita di una donna fatta opera teatrale.
Ha la sua parte preparatoria già descritta, ha un inizio scoppiettante capace di tenere ben sveglio il pubblico (a parte il decerebrato dietro che al decimo minuto esclama un “Che lessata di coglioni” che evidentemente il miglior film che ha visto ultimamente è 10000 AC), ha le sue pause tra i vari atti (in cui a volte si rischia di cadere, questo si, in qualche luogo comune o in qualche eccesso di troppo) e infine ha la sua scena madre.
E lo sceneggiatore della pellicola qui si dimostra degno di tal nome (non come in Italia che ogni volta c’è qualcuno che si alza al mattino e dice “Toh magari stamattina scrivo un film mentre faccio i miei bisogni all’ angolo della strada”): si muove tutto verso il provino della grande diva per ritornare a calcare palchi importanti e all’ultimo momento scarta facendoci andare tutti a sbattere con il muso sulla parete.
La scena madre che diventa anche uscita di scena Jean la gira in casa e raccoglie intorno a se il pubblico della sua vita così come Ed in Big Fish faceva per la sua discesa dal palco.
Ed è qualcosa di grandioso, unico, irripetibile, coinvolgente e totalmente suo quel che crea in quest’ultima occasione: esiste solo lei e il suo pubblico completamente annichilito, completamente ai suoi piedi come una diva degli anni ‘50 comanda.
E proprio mentre ti aspetti la definitiva chiusura del sipario e ti stai già per alzare aspettando che le luci finalmente si accendano Jean torna sul palco.
Non più Dea inavvicinabile e capricciosa ma madre finalmente.

Dei suoi figli e di quel che gli è mancato per tutta la vita: una figlia femmina.
O un pubblico capace di capirla e affrontarla veramente senza spaventarsi.
REGIA: Cherie Nowlan
ANNO: 2008
GENERE: Commedia
VOTO: 7
QUANTO VOGLIO SAPERE CHI SA SPIEGARMI IL TITOLO ITALIANO: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere una grande Brenda Blethyn, un fantastico Richard Wilson nei panni del figlio handicappato Mark (vi sfido a non sorridere ogni volta che entra in scena!) e sorridere amaramente di un mondo che vive sotto i riflettori (con un ultima scena tra le più significative viste in questi ultimi mesi al cinema).
NON CONSIGLIATO A CHI: A quel cretino che stava dietro la cui utilità al cinema è pari a quella di un popcorn ammuffito.

sabato 22 marzo 2008

QUESTA NOTTE è ANCORA NOSTRA


Sento che non dovrei scriverne.
Sento che non dovrei scriverne perché scrivere di un film visto con lunghe pause di sonno non bisognerebbe scrivere.
Non dovrei scriverne perché perdersi mezz’ora su un’ora e mezza di pellicola e per di più al cinema addormentandosi come un sacco di patate accasciato sul seggiolino basterebbe a non essere credibile agli occhi di nessuno.
Non dovrei scriverne perché vedere un film del genere dopo una serata passata tra macchine bocciate e occhiali scassati certamente ti segna.
Ti fa dire: “Ma che bella serata di merda!”
Lo dici col sorriso sulle labbra, convinto che poi tanto ci sarà quella persona che saprà risollevarti con un sorriso.
Però lo dici.
Perché vedere un film del genere dopo una serata del genere è una merda.
E non piccola.
Direi abbastanza da vacca.
Una di quelle che quando vai in montagna e posi il tuo bel telo pulito sull’erba convinto che quello sia il miglior posto su un versante di centinaia di metri quadrati e poi lo alzi e vedi che eri posato su una delle 10 merde di tutto il prato ti rendi conto che poi tanto fortunato non sei.
Anzi.
Sei abbastanza sfigato.
E se quella merda è pure fresca.
Oh be, non c’è bisogno di dire che sei davvero un pirla.
Non dovrei scriverne perchè a scrivere di certe cose io quasi non ci riesco.
Mi aggiro tra l’ incazzato, l’imbarazzato e il semplicemente imbecille ad aver scelto di vederlo.
Questione di orari, questione di posti, questione di serate in cui non te ne va bene una che sia una.
Andiamo a vedere “Questa notte è ancora nostra”, tanto ormai siam abbonati a quella faccia da schiaffi di Vaporidis.
E si entra.
E la cassiera pretende pure di avere 6,50 per vederlo, come se fosse un film, come se l’ Euronics e l’ Algida non gli avessero dato già abbastanza soldi a Brizzi (sceneggiatore), Genovese e Miniero (registi???).
Come se davvero io dovessi pagare per vedere Vaporidis non recitare e non fosse lui che deve venire a pregarmi in ginocchio di andarlo a vedere che se no non sa davvero cosa fare nella vita.
Con quella faccia da schiaffi che si ritrova.
Che se riguardo “Che ne sarà di noi” dopo aver visto ormai 4 film con questo essere infido credo si tratti di cinema di alta classe francese.
E Muccino non è forse Marlon Brando?
Il trailer di Wall E prima della proiezione provoca un solo effetto: il rimpianto di non essere davvero alla prima del nuovo film Pixar.
Poi il calvario ha inizio.
Lo vedi dalle immagini che si fanno terribilmente “italiane” e da quelle due o tre facce che se non sono attori italiani quelli tu sei a vedere un film francese di alta classe.
Lo vedi che sta per iniziare e ti chiedi ancora cosa fai li.
Seduto su una poltroncina abbastanza comoda a sorbirti qualche buona gag in attesa che il Vaporidis show inizi veramente.
Perché tanto lo sai.
Lo senti dagli starnazzi della fila dietro che sei andato a vedere Vaporidis.
Non è che riesci a convincerti in extremis di esser di fronte al nuovo capolavoro di Spielberg.
Sei dentro Vaporidis.
E ci sei dentro fino al collo.
E ti senti stanco, terribilmente stanco di quella serata di merda e decidi che alla prima apparizione della protagonista ragazza di turno (cinese con accento romano che fa tanto ridere) non ne puoi più.
E lasci crollare la testa, il corpo, le gambe e tutto quello che ti porti appresso mentre il tuo cervello è già in vacanza da quando hai solcato le porte del cinema comunale e ti addormenti pesantemente.
Ogni tanto apri gli occhi e hai giusto il tempo per vedere banalità assortite con un contorno di Vaporidis.
Vaporidis che fa il figo mentre canta.
Vaporidis che fa il figo mentre parla.
Vaporidis che fa il figo mentre tenta di far la figura dello sfigato.
Vaporidis che fa il figo mentre si incazza.
Vaporidis che fa il figo mentre si innamora.
Vaporidis che fa il figo mentre cammina.
Vaporidis che fa il figo mentre fa il figo.
Vedi Mattioli tentare di tener su tutto il baraccone con qualche buona puntata qua e la ma i pali son marci.
E Califano non fa che tirarci delle accettate mentre tu tenti di capire che cazzo bisbiglia quella sorta di uomo senza dignità.

Ti risvegli e la prima frase che pronunci mentre il tuo amico capisce che no, non eri morto, è una cosa del tipo: “Ora si son innamorati, manca solo la parte in cui litigano e poi si riappacificano”
E va tutto come previsto.
In quel clima da “Notte prima degli esami” che permea tutto e tutti vedi i personaggi muoversi come delle marionette su un palco di cartone.
C’è il bagno nella fontana, c’è Vaporidis che si incazza, ci son le incomprensioni che dovrebbero far anche sorridere ma che ti fan venire la tristezza dentro, c’è la soluzione finale che è di una banalità quasi sconcertante.
C’è quella frase di quel mio amico al mare che rideva di gusto alla prima volta di una gag e dopo averla vista tre volte diceva: “Bello bello, però basta!”
Dovrebbero dirlo a Brizzi.
Che non è che puoi prendere Vaporidis, costruirgli un film intorno, metterci il profumo di Arbre Magique alla “Notte prima degli esami” e sperare che funzioni tutto come se fossimo tutti degli idioti.
O meglio.
Magari l’ oca giuliva della fila dietro (lungi da me criticare chi ride al cinema, ma per Vaporidis no! Per questo film proprio no!) se ne uscirà soddisfatta della sua visione culturale della settimana ma che Brizzi non pretenda da me di uscir contento.
Ho posato il telo esattamente sull’unica merda fresca del versante.
Me ne rendo conto e me ne vergogno.
Non c’è assolutamente bisogno che lo faccia qualcun altro.
REGIA: Paolo Genovese, Luca Miniero
GENERE: commedia
ANNO: 2008
VOTO: 4,5
QUANTO L’HAN PAGATO SILVESTRI PER COMPORRE LE CANZONI DEL FILM: 10 (non so cosa, ma 10 di sicuro!)
CONSIGLIATO A CHI: Non ha alcuna pretesa e vuole rivedere “Notte prima degli esami” senza rivederlo.

giovedì 14 febbraio 2008

E.T. THE EXTRA-TERRESTRIAL-- E.T. L' EXTRATERRESTRE

Da Psyco a "E.T." in un solo passo.
Senza nessun pudore.
Perdonate la recensione frammentaria ma sono ancora abbastanza sconvolto dalla visione e volevo sapere cosa poteva venirne fuori, il risultato lo trovate qui sotto!
A voi il giudizio!
Buona lettura!
PS:un ringraziamento speciale a chi me ne ha imposto la visione! Grazie!



“Ah ma ti piace Spielberg? Ma allora non capisci un cazzo di cinema!”
Ma certo!
È così che si ragiona!
Cosa sono tutti questi effetti speciali, queste gran produzioni, queste storie fiabesche?
Il grande cinema, quello vero, non ne ha bisogno!
Bastano inquadrature strambe e simbolismi sparsi un po’ ovunque (o letti un po’ ovunque che è anche peggio!) per fare un gran film!
Altro che Spielberg e le sue favole da bambocci!
Cosa potrà mai darti uno Spielberg che un film di Caio Sempronio gran regista sotterraneo della nuova scuola realista dell’ Uzbekistan non è in grado di darti?
“Ti piace Spielberg perché sei nato con il mito dell’ America e Steven ne è un simbolo quindi è da abbattere perché tanto non è capace a dirigere!”
“Ma l’ hai visto E.T.?”
“Ma certo che si, ma una cosa del genere può piacere solo quando sei bambino! È una cazzata immane! Gli alieni, i bambini… ma dov’è il significato, dov’è la camera nascosta in un pacchetto di patatine, dov’ è il grande attore sconosciuto da lodare? Ma guarda che davvero non ne capisci un cazzo di niente di cinema!”



Eccoli li.
I critici seriosi del cinema.
O perlomeno quelli che si credono tali.
Gente che ha visto una manciata di film in più rispetto a qualcun altro e ora crede di poter passare sopra a tutto come un carro armato perché loro sono esperti.
Non sono più appassionati di cinema.
Sono grandi conoscitori della settima arte, ne conoscono trucchi, segreti e difetti.
E non si stancheranno mai di screditare i film di Spielberg.
“Perché Spielberg ha prodotto qualcosa di buono fino al 1977 poi più nulla”
Vi diranno.
Diffidate.
Diffidate di persone che non riescono ad emozionarsi con un film come E.T. perché non sono persone.
Sono “Emilio è il meglio” che tentano di passare per umanoidi esperti di cinema.
E molte volte ci riescono.
Non avevo mai visto “E.T.”
Lo ammetto candidamente.
Avevo visto spezzoni alla tv, immagini, giocattoli, figurine ma mai il film di Spielberg per intero.
Non perché fossi pazzo.
Semplicemente perché da bambino non me ne capitò mai l’occasione e quando divenni leggermente più grande ormai mi dicevo troppo cresciuto per questo genere di pellicole.
A 15 anni ci si beve il cervello.
Ci si dice: “Ormai sono grande, cosa cazzo guardo E.T.? Ma figurarsi guardo Van Damme che tira i calci che è molto più figo! E.T. lo lascio ai bambocci!”
Povero me.
Un povero quindicenne paragonabile a quegli esperti di cinema privi di emozioni che credono di camminare sulla testa delle genti.
Beati i bambini che possono vedere un film come questo da piccini.
Spielberg fa sognare.
È inutile che io stia tanto qui a parlarvi dei suoi temi ricorrenti come il padre mancante e il netto strappo tra il mondo degli adulti e dei bambini che può essere ricucito solo grazie all’ intervento di un elemento esterno.
Forse ne parlerà un giorno Leo in una recensione dato che è molto più bravo di me in queste cose.
Io volevo parlarvi dello Spielberg sognatore.
Quello che ti fa sedere di fronte allo schermo e ti avvolge in un caldo abbraccio fino alla fine della pellicola.
Che siano dinosauri, archeologi o extraterrestri poco importa: Spielberg è li con te.
Ti è a fianco mentre dall’ astronave esce un cosino con una forma stranissima che scappa nel bosco.
Ti abbraccia mentre quel cosino dalla forma di aspirapolvere si nasconde tra i pupazzi impaurito.
Ti fa confidare con lui mentre il piccolo E.T. comincia a parlare.
E infine ti fa appoggiare sulla sua spalla mentre sei li con i lacrimoni agli occhi a vedere ET risvegliarsi e ripetere “Casa, casa, casa, casa, Elliott” e poi in partenza mentre abbraccia il suo bambino preferito (uno straordinario Henry Thomas).
Vedere un film del genere da piccino vuol dire crederci.
Non so in cosa o a chi ma crederci.
Credere che un extraterrestre possa davvero entrare in casa tua e diventare il tuo migliore amico, credere che tua mamma davvero non capisca nulla di quel che vedi tu (che è vero!) e credere che la tua bici possa volare vicino alla Luna fin quasi a toccarla.
Vedere ET da adulti significa tornare bambini: significa ripensare a quell’ epoca in cui ti era permesso credere che la tua bici davvero poteva volare e perdersi in ricordi meravigliosi di amici fraterni con cui passare interi pomeriggi a giocare.
Vedere ET per la prima volta a 22 anni è come dare un bacio a una ragazza che si ama davvero: ti stordisce, ti ubriaca, ti fa cadere per terra e allo stesso tempo ti fa volare (le metafore son finite a casa di Deneil…)
Tifo per il cinema delle grandi storie.
Puoi essere anche Dio ma se non hai un grande storia alle spalle io non verrò a vedere la tua camera muoversi a destra e sinistra alla ricerca della mia attenzione.
Magari ci saranno i critici seriosi che ti faranno tanti applausi e si esalteranno un sacco nell’ interpretazione di quella sigaretta messa in alto a destra sullo schermo invece che sulla sinistra ma io non ci sarò.
Il mio cuore non ci sarà come anche quelli dei grandi critici che sono andati in pensione nel momento in cui hanno deciso di ripudiare Spielberg.
“ET” è una meraviglia per gli occhi ma lo è anche per cuore e mente.
La mente vola a ricordi fanciulleschi, gli occhi osservano il lavoro di ombre e immagini sognanti di Spielberg e il cuore è impegnato nella ricerca di qualcosa che si può sentire solo davanti a un film.
Diverso da quel che si prova con una canzone, diverso da quel che si prova con una ragazza.
Diverso.
Citazioni di camera in soggettiva da sci-fi degli anni ’50 (“Destinazione Terra” di Jack Arnold docet), suspence (le prime scene), commedia (vedere ET ubriaco o sbattuto a Terra dallo sportello del frigo mi ha fatto sorridere il cuore), dramma.
Spielberg è questo e molto altro.
Spielberg è il cinema che tutti i bambini dovrebbero vedere.
Io mi sento e mi sentirò sempre un po’ bambino.
Spielberg è il mio cinema.

REGIA: Steven Spielberg
ANNO: 1982
GENERE: fantascienza, commedia, drammatico, tutto!
VOTO: 10 assolutamente! Il finale da solo basta per un voto del genere.
QUANTO è SOGNANTE ANCHE LA COLONNA SONORA DI JOHN WILLIAMS: 10
CONSIGLIATO A CHI: A chiunque ha un cuore.

domenica 20 gennaio 2008

BIANCO E NERO

Il film qui sotto recensito doveva essere un altro nei miei programmi, di ben altra caratura! Ma per questa volta accontentiamoci, tra poco arriverà comunque una recensione a dir poco mitologica di Leo!



Vedo pochi film italiani.
E quei pochi che vedo solitamente sono tra quelli definiti più commerciali.
È un difetto, me ne rendo conto.
Ogni volta mentre passano i trailer e passa l’ italiano mi giro verso l’ amico dopo un secondo e gli dico: questo è italiano!
La fotografia leggermente più sporca, le musiche italiane (o comunque riconducibili a qualcosa che ricorda il nostro Bel Paese), gli attori, la regia… c’ è sempre un qualcosa per cui li riconosco al primo colpo d’ occhio.
E a quella prima affermazione solitamente ne segue un’ altra: lo evito volentieri.
Non c’ è un motivo particolare (a meno che il film sia tratto da un romanzo di Moccia, allora si che c’è un motivo!), semplicemente non mi viene voglia di vederli.
Non voglio sentire la Buy urlacchiare a destra e a manca come un ossesso, non voglio la storia della solita famiglia disastrata, non voglio il solito pirla che si innamora della ragazza sbagliata… insomma non ne ho voglia!
E non avrei fatto eccezione neanche questa sera se non fosse stato per un amico che aveva già visto il film in programma da vedere... e non ci vuole molto a immaginare qual era se si hanno in mente le uscite della settimana.
Alla fine si sceglie questo “Bianco e nero”, storia di un amore impossibile tra un bianco (Fabio Volo) e una nera (Aissa Maiga).
Si, ancora una volta ad eccezione de “L’ allenatore nel pallone 2” che con quella locandina non si può vedere, ho scelto quello più commerciale dei film italiani.
E ancora una volta ho avuto la conferma che potevo benissimo vederlo a casa un film del genere, senza spendere 6, 50 euro.
Mi spiego.
“Bianco e nero” non è un brutto film: c’è Fabio Volo nei panni di Fabio Volo (praticamente interpreta se stesso dato che si comporta esattamente come in radio e in tv!), Ambra nei panni di Ambra (mezza sclerotica, un po’ rompipalle, un po’ con la puzza sotto il naso, un po’ stordita), Aissa Maiga nei panni di Nadine (che poi è la ragazza di colore come tutti se la immaginano) e Eriq Ebouaney nei panni del collega di Ambra che è un po’ il nero intelligente, altruista e accusatore (dei razzisti) che tutti pensano possa essere con quella faccia.
Poi c’ è la Comencini che si occupa di regia (regia… che parolone! Quando vedrò qualcosa che mi farà riconoscere la mano di un vero regista dietro questi film italiani vi faccio un fischio!), soggetto e sceneggiatura.
E veniamo a questo benedetto soggetto, che in conclusione è quello che interessa di più questo cinema italiano un po’ commerciale.
Cosa ci offre di nuovo la Comencini con questo “Bianco e nero”?
Nulla.
Assolutamente nulla!
Il film parte facendoci vedere quanto è difficile ancora oggi la convivenza di bianchi e neri fianco a fianco e prosegue per circa un ora e mezza sbattendoci il messaggio in faccia senza alcun ritegno con tutte le metafore scontate e le immagini esplicite possibili.
Non c’ è possibilità di fraintendimento quando vedi Fabio Volo camminare tra persone di colore sospettose e lo paragoni a Aissa che poco prima entrava ad una festa di compleanno di bambini bianchi e faceva lo stesso effetto.
La Comencini infarcisce il film di immagini e messaggi fino all’ inevitabile esplosione: perché dopo un’ ora di persone fuori posto e amori impossibili io sinceramente mi sono anche un po’ scocciato.
Con tutto il mio amore per il cinema, con tutta la simpatia che provo per il buon Fabio Volo (sento già le bordate di fischi!) che alla fine mi fa sempre ridere…anche solo per l’ ostinazione a tenere i capelli quando è evidente che non ne ha più, con tutto il mio impegno nel tentare di seguire un pochetto di cinema italiano non ne potevo più!
La Comencini riesce a tenere in sala tutti fino alla fine ma poi quel che resta è poco a mio parere: si parla di razzismo, di razzismo al contrario (cioè di quelle persone che difendono i neri ad ogni costo come se avessero bisogno di una difesa perché inferiori), di amore (e quando mai non se ne parla?), di sesso, di coppie che scoppiano (altra costante) ma io sinceramente mi sento abbastanza vuoto.
La prima cosa che ho chiesto uscendo dal cinema al mio amico è stata: “Ma scusa com’è che si chiamava Fabio Volo nel film? No perché a me pareva che interpretasse se stesso!”
Ecco.
Domandatevi se vale la pena spendere 6,50 euro per un’ affermazione del genere.
REGIA: Cristina Comencini
ANNO: 2008
GENERE: Drammatico, Italiano, Commedia, Sentimentale
VOTO: 6,5 (alla fine il film si fa guardare anche piacevolmente, anche se non merita il cinema!)
QUANTI STEREOTIPI: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere qualche scenetta di coppia molto realistica. Ma siccome di un film non si giudica la bontà sulla base del suo realismo (neppure di un film come questo che comunque punta ad essere realista) non saprei a chi altro.
Aspettatelo in tv.

domenica 16 dicembre 2007

ENCHANTED- COME D' INCANTO



Sono le aspettative che contano.
Credo che questo sarà il mio nuovo motto.
Mi aspettavo poco o nulla da questo “Enchanted”, nuovo prodotto della Disney per metà animato e per metà con attori “veri”.
Sono andato a vederlo un po’ obbligato dalle uscite di zona (ancora non mi è andata giù l’ esclusione di “Eastern Promises” da tutte le sale nel giro di 30 chilometri!) e un po’ perché ero davvero curioso di vedere cosa aveva tirato fuori dal cilindro la casa del topolino più famoso del mondo questa volta (non vi nascondo che potevo optare benissimo per “Irina Palm”).
E spero che nessuno strabuzzi gli occhi a mo’ di pesce lesso se vi dico che “Enchanted” è stata davvero una piacevole sorpresa!
Una piacevolissima sorpresa.
Per metà animato e per metà reale ho detto.
Le cose non stanno proprio così!
In realtà su un ora e mezza circa di proiezione solo i primi 20 minuti sono occupati interamente dall’ animazione mentre per il resto si vedono solo attori in carni e ossa (ad eccezione di qualche breve comparsata animata).
20 minuti di animazione.
Ma che animazione!
In quei pochi attimi la Disney concentra tutti i luoghi comuni (che brutta definizione!) delle sue produzioni classiche: dalla bella fanciulla canterina con seguito di animali aiutanti (non possono mancare le classiche caratterizzazioni Disney tra cui il gufo burbero e gli scoiattolini simpatici) al principe vanesio cattura orchi.
Senza contare il migliore di tutti i suoi luoghi comuni: disegni tondeggianti e coloratissimi rigorosamente in 2D, come non se ne vedevano da tempo.
20 minuti per tornare bambini.
Per rivedere la nostra bella fanciulla cantare insieme agli animali e sperare nell’ arrivo del principe nel momento più difficile.
Per spaventarsi di fronte alla strega cattiva che si trasforma in vecchina mentre il suo brutto e gobbo aiutante non riesce a colpire la bella.
20 minuti.
Poi la musica cambia.
Quasi senza preavviso.
E il colpo è forte.
Ci si trova in una classica città americana tutta traffico, urla e gente che si muove in massa.
E mentre ancora ti chiedi che fine ha fatto il gufo con il suo broncio ti vedi la bella fanciulla (Amy Adams) trasportata senza pietà da una massa informe.
Ma alla Disney non interessa colpire lo spettatore duramente e a lungo con forti contrasti.
Alla Disney interessa lo spettacolo.
E spettacolo sia.
Mentre la bella e ingenua fanciulla tenta di entrare in un castello di cartone dopo numerose gaffe viene notata dalla figlia di Robert (Patrick Dempsey, il dottore “Stranamore” di Grey’ s Anatomy nella sua prima incursione post- successo telefilmico al cinema in un ruolo tagliato apposta per i suoi sguardi dolci e sorpresi) che decide a malincuore di portarla a casa sua per aiutarla.
Di qui in poi il classic Disney riprende il sopravvento.
Ci saranno uomini duri che pian piano si scioglieranno, traditori che cercano di impedire il lieto fine, streghe cattivissime (azzeccatissima la scelta di Susan Sarandon) che entreranno in campo per un ultimo spettacolare scontro, lieto fine e morale (anche se quest’ ultima è forse l’ elemento meno marcato rispetto al solito).
E ovviamente non mancherà “il bacio del vero amore”.
Ma.
Ma “Enchanted” non è solo una bellissima favola Disney ambientata nel mondo reale.
“Enchanted” è al tempo stesso un classico e la parodia del Classico.
Una parodia che si muove tra vere e proprie copie (la strega cattiva prova ancora nel finale la carta vecchina con risultati davvero spaventevoli questa volta) e simpatiche prese in giro di tutto quello che un bambino cresciuto a pane e Disney credeva intoccabile.
Ma c’ è già Shrek!
No!
Shrek è tutt’ altra cosa.
Shrek (mi riferisco soprattutto al terzo episodio a cui abbasserò il voto ad un 7) è una presa in giro abbastanza pesante di tutta la classicità Disney tra rutti, scoregge e citazioni.
Enchanted è una leggera parodia della Disney stessa su se stessa.
E la differenza è grande.
Molto grande.
Mentre Shrek sembra muoversi come un tritatutto senza pietà, “Enchanted” sembra quasi sfiorare con un tocco leggero la sua vittima per muoversi subito verso altri lidi.
La differenza tra “Enchanted” e “Shrek” (due prodotti comunque diversi per un pubblico diverso, ci tengo a dirlo perché so che potreste criticare questo mio accostamento) sta nel fatto che la Disney conosce molto meglio della Dreamworks se stessa e i suoi cosiddetti difetti ed è in grado di affrontarli a testa alta, senza vergognarsi di nulla e, anzi, facendo entrare in testa anche all’ adulto più cocciuto, un nuovo motivetto da fischiettare sotto la doccia cantato in coro dai mille personaggi del parco.
E così, mentre io mi aspetto ancora il vero nuovo capolavoro della Dreamworks (l’ ultimo a mio parere è stato Shrek, il primo capitolo) la Disney sforna in un anno “Ratatouille” e questo “Enchanted” confermando ancora una volta (se ancora ce n’ era bisogno) che la casa di Topolino ha ancora idee da vendere.
Sono le aspettative che contano.
E le mie questa volta sono state abbondantemente e felicemente superate.
REGIA: Kevin Lima
ANNO: 2007
GENERE: Animazione, commedia
VOTO: 8
QUANTO è BRUTTO TIMOTHY SPALL NEL RUOLO DEL CLASSICO AIUTANTE DELLA STREGA: 10 (lo rivedremo a breve nell’ attesissimo “Sweeney Todd”)
CONSIGLIATO A CHI: è un po’ nostalgico della vecchia cara Disney 2D e vuole anche divertirsi.

venerdì 14 dicembre 2007

2061: UN ANNO ECCEZZIUNALE

Questa recensione è stata scritta in un evidente momento di follia.
A presto con una recensione seria.
Spero.



Considerate il fatto che qualcuno ha fornito dei soldi per produrre questo film.
Un film con Abatantuono che cita se stesso e suoi film da terrunciello classici (Attila in prima linea).
Un film che mette insieme la feccia della feccia della feccia della feccia della comicità italiana (e anche non della comicità): Jonathan del "Grande fratello non so più quale numero" che fa praticamente se stesso, Anna Maria Barbera (Sconsolata) che non mi faceva ridere a Zelig tanti anni fa figurarsi adesso che ripete sempre le solite tre boiate, Sabrina Impacciatore che secondo me è brutta, Stefano Chiodaroli che sinceramente il pane sa bene dove può metterselo, Stefano Ceccherini che non sa più nemmeno lui se si prende in giro da solo o cosa, Biagio Izzo che a me proprio non dice nulla e l' amico di Abatantuono (Ugo Conti possibile? Non mi sforzo a cercare il suo nome) che il povero (?!) Diego si porta appresso ovunque con l' evidente intento di trovare qualcuno a cui scaricarlo.
Non vi basta?
Aggiungeteci Michele Placido (che se c'è Michele Placido è serio...come no!) e una trama post apocalittica con paesaggi alla Mad Max e trovate caciottare da veri Italiani doc e avrete una delle cose più improbabili che io abbia visto in questi ultimi anni al cinema.
Non vi sto a raccontare la trama che potete trovare ovunque e che potreste anche trovare interessante, vi dico solo di pubblicità scandalosamente messe in vista in ogni dove, di una comicità di un grezzume unico (quando pensai "Ora ci manca solo la scoreggia..."ci fu la scoreggia!) e di un piattume e una sana (?!) voglia di prendersi sul serio che risultano a dir poco irritanti.
Qualcuno ha parlato di cult per il futuro... glielo do io un bel cult...ma non al cinema!
Vi confesso di averci creduto fino a 5 minuti dall' inizio.
Ho pensato che poteva funzionare con quell' introduzione così sarcastica sulla situazione italiana nel futuro.
L' ho pensato perchè io ancora ogni tanto ci credo.
Perchè io ogni tanto credo anche che gli U2 torneranno a fare un buon album dopo più di 10 anni.
Perchè essenzialmente sono un' ottimista di natura che non crede finchè non vede.
Poi ho visto Jonathan... ed è stato lo sfacelo.
Tra neri siciliani e chissà quale diavoleria ammetto di essermi addormentato e risvegliato giusto in tempo per il peto.
Perchè il peto non manca mai nei Vanzina.
Pensateci.
Qualcuno ha dato dei soldi per produrre questo film.
C' è speranza per tutti di farsi produrre un film quindi!
Siate felici!
Sorridete!
Prot.
REGIA: Carlo Vanzina
ANNO: 2007 (si stupiranno i nostri discendenti, è possibile produrre un film simile nel 2007?)
GENERE: Fantascienza, Commedia, Grottesco
VOTO: 3
CONSIGLIATO A CHI: Ma che ne so! A qualche scimmietta!
QUANTO MI FA INCAZZARE ABATANTUONO CHE SI BUTTA NELLA SPAZZATURA DA SOLO: 10

PS: E non mi si venga a dire che non ho analizzato profondamente il film e che questa è una sterile critica perchè sinceramente non ce n'è bisogno.
Nè della mia recensione, nè di questo film.

lunedì 12 novembre 2007

THE MOUSE THAT ROARED- IL RUGGITO DEL TOPO


Dopo una pausa piuttosto lunga mi accingo a completare finalmente l’ analisi dei film di Jack Arnold (purtroppo molti titoli sono attualmente inesistenti sul mercato e, ad eccezione di “No Name On The Bullet” che dovrò procurarmi in dvd in lingua inglese, ho recensito tutto quello che mi è stato possibile reperire).
L’ ultimo grande film di successo del Nostro dopo i fasti fantascientifici conclusi con l’ odiato (da lui ma non da me!) “Ricerche Diaboliche” è “Il ruggito del topo” datato 1959 con protagonista un incredibile Peter Sellers alla sua ottava presenza sul grande schermo e alla sua prima interpretazione in tre ruoli differenti.
La pellicola narra l’ incredibile e assurda storia del Ducato di Fenwick, il più piccolo stato al mondo (esteso per sole 15 miglia quadrate e posizionato da qualche parte tra le Alpi) che un giorno decide di dichiarare guerra agli Usa per la clandestina imitazione del gran Fenwick (il gran Enwick della California), il vino nazionale su cui l’ economia del Ducato si regge.
Se la premessa può sembrare quantomeno delirante non avete ancora sentito la dichiarazione del primo ministro che sostiene a voce alta:
“Certo che non potremo vincere questa guerra, ma potremo vincere la pace!”
Le intenzione dell’ arguto ministro, infatti, sono quelle di dichiarare guerra agli Usa per essere sconfitti e ricevere tutti gli aiuti che gli Stati Uniti tributano solitamente ai perdenti.
Per la missione viene incaricato il gran conestabile del Ducato nonché capo dell’ esercito Tullio Bescom che, a capo di una ventina di uomini armati di arco e frecce e bardati con armature seicentesche, intraprende il viaggio via mare per New York.
Caso vuole che nella città si stia effettuando un test antiatomico per l’ invenzione della nuova bomba Q, mille volte più potente della bomba H e quindi la città sia completamente deserta.
Tra equivoci di ogni genere l’ esercitino riuscirà a prendere con se la famigerata bomba insieme al suo inventore, la figlia e alcuni militari americani.
L’ inaspettato ritorno vittorioso manderà in frantumi tutti i piani del primo ministro e della Duchessa e porterà gli Stati Uniti ad una grave crisi dovuta all’ inaspettata difesa di tutti gli stati del mondo verso il Ducato di Fenwick a patto che possano portare a casa la bomba “per proteggerla”.
Devo ammetterlo.
Dopo aver visto tutti i film di sci- fi di Arnold non mi aspettavo granchè da questa pellicola (anche se Luciano mi aveva avvertito della sua bontà!).
Nonostante la presenza di Peter Sellers e una storia a dir poco originale non credevo di trovarmi di fronte la classica pellicola che ti fa rimanere con il sorriso stampato in faccia per più di un’ ora.
Niente risate fragorose o situazioni da sbellicarsi ma il film, e Peter Sellers in particolare, riesce in ogni situazione a tirar fuori il meglio da ogni scena con dialoghi da pazzi (il militare americano catturato esclama furioso alla duchessa: “Io so la convenzione di Ginevra a memoria!” e lei: “Ah si? Un giorno di questi me la recita allora!”) e personaggi tanto stilizzati quanto divertenti.
Il famoso comico nei panni dell’ ottocentesca Duchessa, del precisissimo primo ministro e dell’ imbranato gran conestabile del Ducato riesce a dare un tono burlesco, quasi circense, all’ intera pellicola mentre il resto del cast (tra cui la bellissima Jean Seberg) fa essenzialmente da contorno ad una buonissima storia.
Le ambientazioni “tra le Alpi” sono ben fatte e il Ducato sembra davvero essere sperso in una di quelle valli dove nessuno arriva mai. A riguardo si veda il cartello all’ incrocio di una strada che indica le direzioni per andare in Francia, in Italia in Olanda e al Gran Ducato di Fenwick (il film è pieno zeppo di piccoli particolari come questo tutti da gustare!).
Anche la New York deserta fa il suo bell’ effetto anche se la camera tende a evitare le strade per concentrarsi sui grattacieli che senza dubbio possono sembrare deserti anche quando non lo sono!
Arnold non imprime una particolare impronta registica al film ma riesce comunque a trasmettere uno dei suoi temi preferiti: la mostruosità dell’ uomo, e in particolare di una nazione (gli Stati Uniti) , che arriva addirittura a comprendere di essere sull’ orlo della scomparsa eppure continua sulla sua strada. Esemplificativa a riguardo è la frase della figlia dell’ inventore della bomba rivolta al primo ministro del Ducato: “Ridateci la bomba! Tanto se la terrete vivrete sempre col terrore che scoppi!”.
Non si chiede quindi di disinnescarla ma semplicemente di ridarla al suo legittimo proprietario così come nel finale il ducato deciderà di tenerla nei sotterranei per assicurare il disarmo degli altri paesi.
Ciò che più colpisce e che sembra quasi stonare in una pellicola fatta essenzialmente per ridere è una scena in particolare.
A 10 minuti dal termine durante un inseguimento in cui la bomba rischia di scoppiare da un momento all’ altro compare sullo schermo la scena di uno scoppio di una bomba atomica e la voce di Sellers che ci avverte: “Signore e signori questa non è la fine del film però potrebbe essere la nostra fine da un momento all’ altro. Ci è sembrato carino farvelo vedere perché possiate essere preparati.”
La pellicola interrompe così le risate nel bel mezzo del climax finale (dove si è solitamente più attenti) per lanciare un messaggio quantomeno inquietante che ti fa rimanere con quel gusto amaro in bocca che non sai come mandar giu.
Dopo di che il film riprende come se nulla fosse successo e mentre tu ti stai ancora domandando cos’ era quella esplosione il Ducato porta a termine la sua avventura.
Ad Arnold non importa essere implicito o cercare di trasmettere il messaggio con la comicità di Sellers: lui ce lo sbatte in faccia quello che vuole farci sapere in modo che non ci siano dubbi sull’ interpretazione della pellicola, in modo che nessun critico lo fraintenda, in modo che sia chiaro quanto poco gli piaccia il clima di quegli anni.
Insomma “Il ruggito del topo” vuoi per il grande Arnold (che qui dimostra, come in “Radiazioni bx: distruzione uomo” di saper lavorare alla grande senza il suo produttore preferito William Alland), vuoi per il magnifico Peter Sellers, vuoi per la scena che anticipa i titoli iniziali (la donna simbolo della Universal con la torcia in mano alza il vestito e scappa vedendo un topolino!), vuoi per il messaggio che vuole trasmettere, vuoi per le analogie con il Dottor Stranamore (anche li ci sono bomba atomica, Peter Sellers in tre ruoli e un umorismo non fine a se stesso) è un film che va visto.
E rivisto.
Per ricordarsi anche che una volta almeno si riusciva a far ridere con temi impegnati e trame sicuramente più originali del solito omaccione muscoloso costretto a badare ai bimbi o della solita coppietta con mille problemi.
Il film avrà un seguito nel 1963 con “Mani sulla Luna” (da quanto ho letto dovrebbe essere molto gradevole ma vi saprò dire) dove non si trova però nessun componente di questo primo capitolo.
P.S.: Ho revisionato un poco i voti dell’ intera filmografia di Arnold e di Sherwood dato che ho visto davvero tutto ora e riporto qui sotto i voti.
REGIA: Jack Arnold
ANNO: 1959
GENERE: Commedia
VOTO: 8
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedere l’ ultimo grande successo di Arnold
QUANTO ERA UNICO E GRANDE SELLERS: 10


DESTINAZIONE TERRA: 8
IL MOSTRO DELLA LAGUNA NERA: 8
TARANTOLA: 7
LA VENDETTA DEL MOSTRO: 6+
CITTADINO DELLO SPAZIO: 8
IL TERRORE SUL MONDO: 6, 5
RADIAZIONI BX: DISTRUZIONE UOMO: 8
LA METEORA INFERNALE: 7
I FIGLI DELLO SPAZIO: 6
RICERCHE DIABOLICHE: 7

lunedì 5 novembre 2007

SON OF KONG- IL FIGLIO DI KING KONG


Ora ditemi voi come si fa a prendere sul serio una pellicola con questo nome nata pochi mesi dopo "King Kong" per volere di una Hollywood intenzionata (come al solito) a cavalcare il successo strepitoso del primo episodio!
“Son Of Kong” nasce, proprio come "King Kong", nel 1933 ed è opera, ancora una volta, del regista Ernest Schoedsack che questa volta fa tutto da solo mentre Merian Cooper si dedica alla sola produzione esecutiva.
Se provate a fare un viaggetto su internet a caccia di qualche commento su questa pellicola vi accorgerete subito di esclamazioni del tipo: “Si vede che Cooper era la mente del primo e unico capitolo!” oppure “Tentativo non riuscito di cavalcare il successo di Kong con una pellicola che assume talvolta i toni di una stupida commedia”.
Bene.
Ora prendete tutti quei commenti e buttateli fuori dalla finestra.
Spero ci sia vento da voi che almeno se li porta via lontani.
“Son Of Kong” NON è un brutto film!
Certo è diverso, certo è prodotto essenzialmente per scopi di lucro, certo hanno riutilizzato delle sequenze tagliate del primo (fosse poi un delitto, all’ epoca si faceva molto più che spesso ma ai grandi critici piace farlo notare solo in certi casi), certo è un altro film!
Non è difficile da capire: uno produce “King Kong”, film epico e maestoso con effetti speciali incredibili e scenografie da urlo e poi cosa fa per un seguito?
Oggi sicuramente si cercherebbe di ripetere il successo con altrettanta maestosità e magniloquenza (e anche di più se possibile) cadendo molto probabilmente nella scopiazzatura (brutta) di un classico.
Nel 1933 Schoedsack decise di far tutt’ altro.
Non si inventò incredibili storie su una possibile rinascita di Kong (qualcuno da quanto mi ha detto il grande Filippo ci ha provato trapiantandogli un nuovo cuore) ne ci pensò mai, semplicemente prese la storia originale e la shakerò ben bene per trovare un’ altra via per raccontarla.
“Via della commedia avventurosa che non si prende troppo sul serio” trovò scritto su un cartello all’ incrocio e decise di seguire l’ indicazione.
Il film inizia con Carl Denham (il regista che in “King Kong” ha portato l’ ottava meraviglia del mondo in città) assediato in un hotel da giornalisti e avvocati di ogni tipo che pretendono il risarcimento dei danni causati da Kong alla città e mette subito in chiaro le sue intenzioni alla prima scena: la testa di Carl esce dalla porta della sua stanza per controllare che non ci sia nessuno e un motivetto allegro stile “commedia muta” accompagna le sue occhiate sospettose.
Dopo essere riuscito a sfuggire alle insistenti domande di Hilda (una giornalista) ritroviamo il regista intento a convincere il capitano della nave che lo aveva portato sull’ isola a forma di teschio della necessità di un viaggio intorno al mondo nel tentativo di far calmare le acque a New York.
Il viaggio ricomincia con un nuovo equipaggio (ad eccezione del simpatico cuoco cinese, unico sopravvissuto della missione precedente) ma senza un nuovo obiettivo.
Il primo villaggio a cui approdano i nostri è un paesello sperso ai confini del mondo in cui Denham ritrova il losco individuo (solo nominato nel primo capitolo) che gli aveva fornito la mappa per raggiungere Kong e incontra una graziosa ragazza (Helen) a cui promette di ritornare entro breve tempo.
Helstrom (il losco individuo), inguaiato fino al collo, confessa a un Denham in cerca di soldi l’ esistenza di un tesoro sull’ isola di Kong e lo convince così a ripartire ma il pericolo è nell’ aria: con l’ inganno il nuovo arrivato mette la ciurma contro il suo comandante provocando l’ ammutinamento e l’ allontanamento in una piccola scialuppa dei quattro sfortunati (a Denham e il capitano si aggiungono il cuoco cinese ed Helen che si era nascosta nella stiva per seguire il suo innamorato).
Giustizia è fatta quando l’ equipaggio decide di buttare a mare anche il Giuda, raccolto prontamente dai buoni ammutinati.
La storia prosegue con l’ arrivo dei Nostri sull’ isola, la rabbia degli indigeni nei loro confronti e quindi una nuova ripartenza e un nuovo approdo tra le alte scogliere sull’ altro lato dell’ isola.
Denham, deciso a ritrovare il tesoro, divide il gruppo in due parti tenendo con se solo la bella Helen e si avventura sopra le scogliere dove vede qualcosa di stupefacente: un nuovo Kong in miniatura (SOLO 10 metri) dal pelo bianco intrappolato in una pozza di fango.
Sentendosi in colpa per l’ uccisione di quello che comprende essere il padre del gorillino che ha di fronte Denham decide di aiutarlo ricevendo come ricompensa una dolce occhiata di quello che sembra essere il nuovo re dell’ isola e la sua successiva fuga.
Il viaggio in cerca del tesoro ricomincia e Carl e Helen si trovano davanti ad una sorta di porta scavata nella roccia che comprendono essere il luogo tanto ricercato.
Da questo momento il film si concentra sul figlio di Kong che si piazza davanti ai Nostri e, dopo aver combattuto contro un orso gigante (!!) nel tentativo di ricambiare la sua precedente liberazione dal fango, si fa curare un dito ferito durante la battaglia e li aiuta a sfondare la porta misteriosa.
Il tesoro è finalmente nelle mani di Denham e, dopo una nuova lotta del gorillino contro un minaccioso dinosauro, finalmente i Nostri riescono a ricongiungersi con l’ altro gruppo che nel frattempo si era dovuto rifugiare in un anfratto tra le rocce per sfuggire all’ attacco di un triceratopo.
Tutto sembra andare per il meglio ma l’ isola comincia a dare segni di cedimento e ben presto la sua superficie inizia ad affondare mentre il gruppo raggiunge la barchetta senza Helstrom (che aveva tentato la fuga solitaria ed era finito tra le fauci di un mostro marino).
Mentre ci si chiede che fine farà il ritardatario Denham, i Nostri si allontanano e sull’ultimo pezzetto di roccia rimasto in mare si vede il gorillino bianco tenere in una mano il regista mentre con l’ altra tenta di liberare il piede incastrato.
Il finale senza pietà (mi dispiace ma questa volta mi tocca raccontarvelo perché è il punto più in alto in assoluto dell’ intera pellicola e poi so che pochi purtroppo recupereranno questo film!) mostra la bestia sofferente ancora intrappolata affondare insieme a quello che era stato il regno di suo padre e che aveva fatto suo da poco.
Immagine finale (oltre allo scontato bacio appassionato tra i protagonisti!): la mano pelosa bianca spunta ormai sola dal mare e tiene in alto Denham che viene finalmente recuperato dai compagni, la mano si apre per un ultima volta, quasi in un saluto, dopo di che si chiude a pugno e finisce sott’ acqua.
La domanda che mi sono posto alla conclusione della pellicola (poco più di un’ ora) e che continuo a ripetermi è: perché questo film è stato così sottovalutato, disprezzato (si veda la maggior parte dei voti sui mitici dizionari della critica ufficiale!) e quindi dimenticato?
Certo non si tratta di "King Kong", non ne possiede l’ epicità ne l’ originalità ma siamo sicuri che sia un prodotto così basso come si vuol far credere?
Gli attori ci sono (Robert Armstrong nei panni di Denham fa ancora la sua bella figura così come il nuovo arrivato Marston in quelli di Helstrom), gli effetti speciali ci sono e, anzi, sono superiori a quelli del primo capitolo (la stop- motion di Willis O’ Brien è notevolmente migliorata, il pupazzone nei panni del figlio di Kong possiede una mimica che il padre non si sognava neanche da lontano e l’ interazione tra personaggi reali e non è decisamente superiore a quella del primo capitolo) e soprattutto la storia e la regia ci sono.
Si può essere critici quanto si vuole sulla volontà di trarre il massimo profitto da un fenomeno quale quello di Kong nel ’33 ma Schoedsack non fa affatto un brutto lavoro: evita il tranello dell’ autocelebrazione e si butta in un’ opera che cerca di sfatare il mito di Kong con ironia. Non più un mostro feroce padrone di un’ isola e in grado di distruggere una città in due minuti ma un gorillino bianco (inizialmente doveva chiamarsi Kiko come abbreviazione di KIng KOng ma si decise poi di non utilizzare il nomignolo) che fa tanta tenerezza mentre si ferisce un dito e cerca di ciucciarselo proprio come un bambino.
La regia di Schoedsack si mantiene su un buon livello per tutto il film e ha un picco nella scena finale prima descritta che vuol mettere ancora più in luce la crudeltà dell’ uomo in grado, non solo di rapire un essere dal suo ambiente naturale per portarlo a morte certa, ma addirittura di provocare la totale distruzione di un regno non suo.
Insomma che vi devo dire ancora?
La pellicola è molto difficile da scovare (a occhio direi che in dvd sia introvabile in italiano) ma merita sicuramente di essere recuperata a fronte dei pessimi utilizzi che verranno fatti del nome di King Kong negli anni (il peggiore a naso credo sia quello ricordatomi da Filippo in cui si trapianta un nuovo cuore a Kong ma lo devo ancora vedere!).
Salvate Kiko dal dimenticatoio!
Qui sotto la mitica lotta con l' orsone gigante!
REGIA: Ernest B. Schoedsack
ANNO: 1933
GENERE: Fantastico, avventura
VOTO: 7, 5
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedersi un sequel abbastanza originale e non troppo serioso di "King Kong" .
QUANTO è DOLCE KIKO: 10

venerdì 5 ottobre 2007

TRAINSPOTTING


Ricordo che pochi anni fa continuavo a chiedermi incessantemente cosa si sarebbe ricordato degli anni ’90.
Seguitemi.
Anni ’80: i Queen, la new wave, i film di Stallone e Schwarzenegger e quei megafantasy un po’ adolescenziali che tutti hanno visto almeno una volta (“La storia infinita” tanto per dirne uno) oltre a serie televisive mitiche come l’ A- Team e Mac Giver.
Anni ’70: i Led Zeppelin, i Deep Purple, i Sex Pistols, Scorsese e Coppola.
Anni ’60: la psichedelia, Jimi Hendrix, i Beatles, gli Stones, Dylan, Battisti, i The Doors, Simon and Garfunkel e quindi “Il Laureato” ed “Easy Rider”.
Anni ’50: Elvis, Jerry Lee Lewis e Marlon Brando sul “Fronte del Porto”.
Certo.
Negli anni 80 c’ era anche l’ hardcore punk indipendente, nei ’70 c’ era il progressive, nei ’60 cantava ancora Albano, nei 50 in Italia c’ era Claudio Villa.
Ma sinceramente, per quanto cerchi di convincermene ogni volta, sono sicuro che non tutti pensano ai Dinosaur Jr quando sentono parlare di anni ’80 e nemmeno si fanno passare per la testa che negli anni ’70 c’ era un gruppo di nome Yes.
Fate una prova: prendete 10 persone normalissime e chiedetegli il primo film che gli viene in mente pensando agli anni ’80: sono quasi sicuro che non si tratterà di una pellicola di Jarmusch.
Certo, c’ era anche lui, ma vuoi mettere Robocop?
Ma soprattutto, cosa centra tutto ciò con Trainspotting?
Ci arrivo, ci arrivo.
Ora pensate agli anni ’90.
Vi viene in mente qualcosa?
Ricordo di essermi sforzato molto alla ricerca di una possibile risposta senza rendermi conto che sarebbe arrivata da sola con il passare degli anni.
È arrivata in musica non molto tempo fa: al successo di gruppi come i “The Killers” o i “Franz Ferdinand” ho avuto un flash, ho messo su un disco dei Nirvana, dei Pearl Jam e più tardi dei Limp Bizkit e ho compreso.
Quel sound è anni ’90. Ripresa di un sound molto anni ’70 prima di tutto e poi impastato, feroce, dritto al cuore, senza tante pretese ne artifici (o perlomeno è quello che si vuol far credere).
Stessa cosa per il cinema.
Provate a vedere “Pulp Fiction” o “Le Iene” oggi e vi renderete conto di come siano tremendamente anni ’90: citazionisti prima di tutto (se non veri plagi) e poi feroci, dritti al cuore, senza alcun artificio o pretesa che non sia quella di mostrare tutta la cruda realtà di un mondo che ha superato la speranza degli anni ’60, la disillusione dei ’70 e la finzione degli ’80.
Provate a vedere Trainspotting oggi, non è tremendamente anni ’90? La storia di quattro disadattati in Scozia che si muovono tra eroina, alcool, spazzatura, rapine, aghi nelle vene e cessi luridi: esiste qualcosa che sia più anni ’90 di questo?
Danny Boyle nel 1996 alla sua seconda esperienza (dopo “Piccoli omicidi tra amici”) in collaborazione con il suo sceneggiatore John Hodge ci regala una pellicola che tratta di droga come solo un film degli anni ’90 sa fare: nessuna paura a mostrare l’ ago che penetra nel braccio del protagonista Mark (anche se si tratta in realtà di un braccio finto costruito appositamente per la scena), nessun pudore a far vedere al mondo intero i deliri di un eroinomane post- dose, nessuna remora a mettersi dalla parte del drogato.
Un’ ironia tagliente e personaggi straordinariamente assurdi e fuori di testa accompagnano lo spettatore all’ interno di un mondo che risulta persino irreale nella sua troppa realisticità.
Ewan Mc Gregor, Robert Carlyle, Ewen Bremner e Jonny Lee Miller sono tutti incredibilmente adatti ai loro ruoli in una pellicola in cui un solo attore fuori posto avrebbe potuto provocare il disastro.
La regia di Boyle: inquadrature strambe (magistrale la telecamera poggiata a terra su un fianco), movimentate e piene di riferimenti a foto o film del passato (un’ immagine richiama l’ attraversamento della strada dei Beatles in Abbey Road, un'altra una scena da “Arancia Meccanica” ) e una fotografia sporca (volontaria) fanno si che il film rientri ancora una volta all’ interno della categoria novantiana, se posso permettermi di chiamarla così.
La storia è tratta dal libro omonimo di Irvine Welsh (indovinate che tipo di scrittore è? Molto anni ’90 ovviamente) il quale recita anche nel film nei panni dello spacciatore che procura le supposte all’ oppio che Mark recupererà sul fondo di un cesso lurido dopo essersi completamente immerso in esso. Purtroppo non ho ancora avuto occasione di leggere il romanzo di Welsh che si trova da anni sul mio comodino e a cui ogni tanto do un occhiata: leggendone alcuni brani slegati dal contesto sembra essere un buon libro molto più pessimistico e crudo rispetto al film, ma mi riprometto di fornirvene una recensione e un confronto quanto prima.
La trama? Sinceramente non me la sento proprio dato che qui ne potete trovare una versione più che buona ma, se mi date retta, fate a meno di leggerla e così come per Pulp Fiction vi troverete davanti ad un esperienza un po’ stramba che senza dubbio saprà sorprendervi (in positivo o in negativo tocca a voi deciderlo).
Non date retta al Farinotti (ucci ucci sento odor di criticucci) che indica la pellicola come un apologo della droga (come fecero in molti all’ uscita della pellicola per poi smentirsi più tardi… non il Farinotti che non si è smentito per nulla) e godetevi un Ewan Mc Gregor rasato (senza quell’ orribile codino di lato) e pelle e ossa in una delle sue interpretazioni più riuscite pronunciare uno dei monologhi più significativi degli anni ’90.
« Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo, scegliete lavatrice, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita, scegliete un mutuo a interessi fissi, scegliete una prima casa, scegliete gli amici, scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo, scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina, scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi, scegliete un futuro, scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos'altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni, chi ha bisogno di ragioni quando ha l’ eroina?... »
I significati di questo film stanno tutti dentro questo pensiero e nella scelta finale di Mark; per questo ho deciso di non esprimermi in merito: credo che le sue parole parlino meglio di qualsiasi possibile spiegazione.
E voi cosa scegliete?
Oggi mi chiedo come ci ricorderemo degli anni 2000, forse tra una decina d’ anni me ne renderò conto.
Forse.
REGIA: Danny Boyle
ANNO: 1996
GENERE:
VOTO: 9 (che mi permetto di variare dopo la lettura del libro)
CONSIGLIATO A CHI: Vuole avere una storia di droga che faccia riflettere, ridere (davvero tanto credetemi) e pensare al livello di degrado a cui può arrivare un uomo.
QUANTO HA LA FACCIA DA ETERNO SFIGATO SIMPATICO SPUD: 10

sabato 4 agosto 2007

THE GRADUATE- IL LAUREATO


Benjamin è un pesce fuor d’ acqua nella società di oggi.
Per quanto si sforzi, tra i suoi parenti, tra gli amici di famiglia, persino nella sua piscina vestito da sub, Ben si sente mancare il respiro.
In hotel, indeciso se chiedere una stanza dall’ angolo della reception per entrare finalmente a far parte di un mondo non suo, Ben dice di non essere un invitato.
Finalmente in grado di respirare Ben passa dal letto con la sua amante al letto di casa sua, fino ad arrivare al materassino in piscina dove ammette che: “Sto andando alla deriva, comodo andare alla deriva qui” .
Alla notizia dell’ invito della famiglia Robinson a casa sua Ben ricade in acqua, di nuovo incapace di respirare all’ aria aperta, tenta di fuggire al canto della bella sirena, ma scopre che solo lei può dargli quell’ ossigeno di cui tanto necessita.
Ma il peccato originale non si cancella, il prezzo da pagare per aver tentato di entrare in un mondo non suo è la perdita di tutto, compresa la meravigliosa sirena che si allontana velocemente dal peccatore per cercare di avvicinarsi a sua volta a quel mondo estraneo dove regna un ragazzo distinto dai capelli impomatati e la pipa in bocca.
“Tutta la mia vita è un tale niente, tempo buttato. […] È capitato, un’ altra cosa che è capitata come tante altre”.
Ma le fiabe, si sa, hanno tutte un lieto fine.
Penserete che io sia impazzito.
Penserete anche, lo so, che sono diventato dislessico, o qualcosa del genere, ma se siete arrivati a questo punto sapete che non è così.
Penserete, di questo ne sono sicuro, che un tale capolavoro non merita una così insensata recensione.
Pensate quello che volete.
Credo che almeno tre quarti di voi abbiano visto questa pellicola (no? e cosa aspettate? Non riducetevi come me a vederla solo ora!) e che almeno la metà dei cineblog abbia una recensione del “Laureato” in bacheca.
Credo che sarebbe stato inutile mettermi li a spulciare i vari wikipedia, mymovies o quello che volete per tirarne fuori la solita recensione che potete leggere da qualsiasi parte.
Certo, la regia di Mike Nichols è meravigliosa a tal punto da vincere un oscar (strameritato dopo il lavoro fatto anche per “Chi ha paura di Virginia Woolf”), due scene per tutte: quella dell’ addio della signora Robinson appoggiata ad un angolo mentre la telecamera si allontana e quella della discesa in piscina di Ben con la maschera (senza contarne un' altra decina).
Senza dubbio Dustin Hoffman fa impazzire con una recitazione a dir poco perfetta, la Bancroft è una bomba di sensualità e la Ross è la dolcezza fatta ragazza.
Sicuramente certi dialoghi (uno sta proprio qui dal caro Steve) e certe scene meravigliose non possono non essere ricordate: l’ annuncio di Ben ai genitori della sua volontà di voler sposare Elaine (a tal proposito mi chiedo perché Steve non l’ abbia già messa nel suo archivio!) e la scena finale del matrimonio (poi ripresa nei Simpson con nonno Simpson a cercare di evitare il matrimonio della sua amata con il signor Burns).
Ma volete mettere il gusto di sedervi tranquilli e godervi una delle più belle commedie della storia del cinema con una colonna sonora mai così perfetta (Simon e Garfunkel signore e signori!) senza altra preoccupazione che non sia il domandarvi se Deneil nell’ inizio di quella cazzo di recensione sul “Laureato” ha scritto qualcosa di davvero sensato o abbia voluto prenderci in giro un po’ tutti?
Benjamin è un pesce fuor d’ acqua nella società di oggi.
REGIA: Mike Nichols
ANNO: 1969
GENERE: Commedia
VOTO: 10 (senza alcun dubbio!)
QUANTO è FINE ANNI 60: 9
CONSIGLIATO A CHI: Vuol vedere un meraviglioso classico del cinema incredibilmente ancora attuale, vuol assistere a una delle recitazioni migliori di Hoffman, vuol sentirsi dire dalla propria ragazza: “Ma tu lo faresti per me?”