Visualizzazione post con etichetta King Stephen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta King Stephen. Mostra tutti i post

lunedì 18 aprile 2016

FUORI DAL TEMPO


Ci sono tre particolarità che mi rendono un ragazzo fuori da questo tempo:
  • Non ho uno smartphone;
  • Non ho Whatsapp;
  • Non amo le serie tv.
Ah si, vi vedo già li a puntare il dito, a dire che "prima o poi tanto..", a sospirare pensando che anche voi dicevate così e invece, ad ammonirmi di voler fare l'alternativo ad ogni costo o di essere semplicemente cretino perché lo smartphone è una comodità, Whatsapp ti fa risparmiare e le serie tv sono la narrativa degli anni '10.
Vi rispondo subito che non me ne frega nulla, che il mio cellulare lo carico una volta la settimana, che per i 20 messaggi mandati in un mese non andrò in fallimento e che preferisco di gran lunga il cinema, quello più fine e quello più fracassone, alle lungaggini dei serial.
"Ma è un'altra cosa!"
Siamo tutti d'accordo, e io preferisco il cinema, fatevene una ragione.
Detto ciò.
Se qualcuno mi conosce, sa benissimo che uno dei miei autori preferiti è Stephen King.
Con gli anni si sono aggiunte letture diverse e autori molto più stimati dalla critica o da chi per loro, ho provato strade alternative nel mondo horror e fantasy e a volte le ho pure trovate molto interessanti, ma alla fine sono sempre tornato lì, alla sua logorroicità, ai suoi adolescenti, alle sue storie di paura più o meno riuscite e a quell'America così lontana eppure così vicina, al Re.
Di Stephen King ho letto quasi tutto (e al “quasi” lavoro incessantemente).
Ma soprattutto di Stephen King ho visto quasi tutto.
Ovvio che non stiamo parlando dello Stephen King regista, autore di una sola orrenda pellicola ripudiata persino da egli stesso (se vi capita vi prego di guardare quel capolavoro di "Brivido"), ma di tutto quello che è stato tratto dalle sue opere, una quantità imbarazzante di film per il cinema, filmetti per la televisione, miniserie e oggi, finalmente direbbe qualcuno, serie tv.
Mi perdonerete il termine se, pensando all'immensa mole di pellicole tratte dai suoi lavori, mi viene in mente solo una montagna di merda in cui si scorgono qua e là, alcuni gioielli di inestimabile valore.


 "Unico indizio la luna piena", la paura fatta film...

Shining (quello di Kubrick e non quella follia voluta da King e Mick Garris), Carrie (l'originale, non il blando remake), La zona morta, Misery, Il miglio verde, Stand By Me, Le ali della libertà, The Mist e L'allievo giocano ad una nascondino insano con lungometraggi e miniserie tv che solo l'alcool e tanti amici burloni possono aiutare ad affrontare. Penso a Cujo, Grano Rosso Sangue, The Mangler, Unico indizio la luna piena, Cimitero vivente, L'acchiappasogni, Riding The Bullet, Il Tagliaerbe, Creepshow, L'ombra dello scorpione fino ad arrivare a quello scandalo di It (che rivisto oggi è veramente imbarazzante).
Se seguite il blog da qualche tempo saprete che lessi 22/11/63 alla sua uscita in libreria (qui la mia recensione rivista e corretta pochi mesi or sono) e, nonostante alcuni palesi difetti, me ne innamorai.
Dopo pochi anni di attesa ne è stata tratta una serie tv autoconclusiva di sole 8 puntate con JJ Abrams a produrre e pubblicizzare il prodotto insieme al solito grande nome prestato alla tv dal cinema, in questo caso James Franco.
Amo James Franco.
Forse non avrò visto tutti i suoi film (anzi), ma tra le "quasi" nuove generazioni (38 anni) è uno dei miei preferiti con buone interpretazioni in Planet of the apes, 127 ore, Facciamola finita, Urlo, Strafumati e i tre Spiderman di Raimi.
Si, si porta sempre dietro quella faccia da schiaffi e a volte sembra quasi voler fare il verso a James Dean, ma mi piace, cosa ci posso fare? C'è gente a cui piace Tobey Maguire! Li inseguiamo col forcone? E vogliamo parlare degli ultimi 15 anni di Johnny Depp? No, non vogliamo parlarne perché non centra un assoluto mazzo con quel che stavo dicendo e io ho già perso il filo del discorso.


Johnny Depp Mortdecai  in "faccio le solite 4 facce del cazzo e mi pagano milioni"

Quindi?
Quindi 22/11/63, il telefilm, un termine che quasi nessuno usa più per non far venire subito in mente al lettore grandi perle del passato come Chips, Hazzard, Supercar, Baywatch e chi più ne ha più ne metta.
Otto puntate, qualcosa di fattibile persino per me, avverso ai bassi budget e ai tempi di sviluppo pachidermici delle storie sul piccolo schermo.
Io che ho visto qualche puntata di Fringe e non me ne frega nulla di come va a finire, io che mi sono appassionato alla prima stagione di Lost, ma alla fine della seconda volevo morire, io che mi son sorbito due serie di Dexter e l'ho lasciato lì che continuava a uccidere e dissezionare cattivi puntata dopo puntata dopo puntata, io che amo i libri de Le Cronache del ghiaccio e del fuoco, ma non sono riuscito nemmeno a concludere la prima stagione tv e soprattutto io che mi sono addormentato due volte su due provando a vedere la prima puntata di Breaking Bad.
Ecco, proprio io, per amore di King sia chiaro, mi sono messo di buzzo buono e con una superfan delle serie tv (che quindi ha gusti molto più fini dei miei dopo aver visto tonnellate di cose più o meno buone prodotte per il piccolo schermo) ho deciso che questa volta ce l'avrei fatta, avrei visto 22/11/63 per intero.
E, incredibilmente, ce l'ho fatta.
Ho avuto dei cedimenti sia chiaro, ci ho messo qualcosa come un mese per vedere 8 miserrime puntate da 40-50 minuti, ma ce l'ho fatta.
E ora posso dirvi che ne è valsa (quasi) la pena, la più recente delle serie televisive tratte dai libri di King è un buon prodotto.
Ben girato (tra i registi spiccano il Kevin MacDonald de L'ultimo Re di Scozia e Black Sea e lo stesso James Franco), ben scritto e ben interpretato, 22/11/63, come ogni buona trasposizione da un libro del Re, non ne segue fedelmente ogni passo.
Erano troppi gli elementi del romanzo per poter essere riproposti fedelmente in sole 8 puntate e di quei troppi molti erano inutili ai fini dello svolgimento (sono i soliti ricami di King sulla storia) e altri erano semplicemente noia pura.
Si è optato per una riduzione della parte di storia riguardante le indagini di Epping a favore della storia d'amore con Sadie Dunhill e di un po' di azione in più.
Il taglio non è bastato, purtroppo, a rendere interessanti tutte e otto le puntate con un calo nella quarta e nella settima e un assurdo salto temporale che, per forza di cose, fa perdere molto di quella degustazione degli anni '60 che aveva il libro.
L'agrodolce messaggio finale è rimasto comunque lo stesso e l'aggiunta di un personaggio (quasi) completamente inesistente sulle pagine non ha influito molto sulle vicende, anche se la svolta narrativa finale fa sorridere per l'ingenuità mostrata dagli sceneggiatori in un mondo di folli appassionati di serie tv attenti ad ogni minimo dettaglio.
Forse un James Franco meno piacione del solito sarebbe stato meglio, ma la splendida Sarah Gadon nei panni di Sadie e i due comprimari Chris Cooper (Al) e Leon Rippy (Harry Dunning), oltre al complessato Daniel Webber (Lee Harvey Oswald), sono scelte azzeccate, anche per chi, come me, ha amato il libro e magari si era immaginato attori e facce differenti per i suoi protagonisti.


James Franco in pieno piacioneggiamento

22/11/63 è un bel telefilm.
Non sarà forse ricordato come Shining o Carrie negli annali del cinema, ma finalmente si potrà dire che anche da King è stata tratta una bella serie tv.
E io finalmente posso tornarmene nel mio eremo e abbandonarvi al vostro piccolo, piccolissimo, infinitesimale schermo.

Non posso fare tutto quello che voglio
non posso dire tutto quello che penso
non posso esaudire i miei desideri
la condizione in cui mi trovo è proprio
fuori dal tempo
                                         Bluvertigo

11/22/62- 22/11/63
PRODUZIONE: J.J. Abrams, Stephen King, Bridget Carpenter, Bryan Burk
ANNO: 2016
GENERE: Fantascienza, drammatico
VOTO: 7


lunedì 8 giugno 2015

È LA STORIA, NON COLUI CHE LA RACCONTA.




Dimentico spesso quanto King possa essere avvinghiante.
Anche dopo aver letto qualcosa come una trentina di romanzi e un paio di raccolte di racconti, ogni volta che prendo in mano un suo libro il pensiero è sempre lo stesso: questa volta non ci riuscirai.
Non riuscirai a tenermi sveglio la notte come feci con It a 16 anni, sette ore a leggere col lumicino pur di levarmi di dosso gli incubi che mi assalivano ogni volta che chiudevo occhio o andavo in cantina a prendere una bottiglia di vino per mio padre.
Non riuscirai a farmi portare in giro nei posti più improbabili e scomodi (sul tram, in spiaggia, a casa della fidanzatina) un libro della mole de L'ombra dello scorpione in versione integrale (per chi non lo sapesse più di 1000 pagine scritte in caratteri simpaticamente microscopici nella sua versione """tascabile""") pur di non lasciare da soli i miei eroi durante la fine del mondo.
Non riuscirai a tenermi un giorno intero inchiodato a letto credendo di essere nel Miglio Verde nella speranza che John Coffey si salvi.
E non riuscirai nemmeno a farmi leggere un racconto dietro l'altro ripetendomi continuamente "Ancora uno piccolo e poi la smetto..."
E invece no.
A 68 anni King, in piena crisi bulimica da scrittore compulsivo (ormai pubblica almeno due romanzi l'anno più una raccolta di racconti, qualcosa che a ben pensarci dovrebbe ispirare uno dei suoi horror), è ancora capace di prendermi di peso e portarmi in un altro mondo senza nemmeno tanti sforzi. Gli bastano due capitoli nostalgici sull'ennesima infanzia passata nel Maine, questa volta all'interno di una felice e numerosa famigliola religiosa, ed eccomi li a portarmi a spasso Revival dappertutto. In edizione rigida. Con 470 pagine. Al lavoro, in macchina, nel tascone dei pantaloni corti mentre vado in giro. Insomma, di nuovo.
Non dirò che Revival è un capolavoro.
Sono anni che, pur non leggendo tutto quel che King pubblica (per stargli dietro dovrei leggere solo più lui, e non mi va ancora di diventare pazzo), il Re dell'horror non scrive un vero e proprio capolavoro; forse i tempi di It, L'ombra dello scorpione, Pet Sematary, Cuori in Atlantide, Stagioni diverse e Il miglio verde sono passati per sempre o forse semplicemente sono io ad essere diventato troppo esigente.
Niente capolavori quindi, ma libri più o meno buoni a seconda delle stagioni.
Duma Key, tanto per dirne uno recente, ma non recentissimo, era una mezza ciofeca nonostante la buona idea di partenza. Pareva il libro di uno scrittore anziano che vive su un'isola scema del Pacifico, col cappellino di paglia in testa e poche gioiose idee che gli rimbalzano nel cervello rugoso senza saper dove andare. Non il massimo, ecco.
22/11/63 invece era un buon romanzo. Con una parte centrale decisamente inferiore all'incipit e al finale (uno dei pochi riusciti nella lungherrima carriera e quindi già solo da ricordare per quello), ma comunque molto buono.
E poi c'è Revival.
Che è meglio di 22/11/63 e quasi allo stesso livello di quel Cuori in Atlantide che metto tranquillamente tra i migliori.
Perché c'è un'ottima idea di partenza, ma soprattutto perché c'è uno sviluppo degno del King degli anni migliori. Si parte da uno dei pezzi forti del nostro (l'infanzia, un'età magica che solo lui sa descrivere così meravigliosamente), per attraversare poi la vita intera del protagonista per spizzichi e bocconi. Un assaggio di adolescenza, un salto nei 40, un ritorno ai 30 e poi via via lentamente verso i 50 e infine i 60. Revival pare più una biografia che un romanzo qualsiasi e arriva al succo soltanto nelle ultimissime pagine, prendendosela con calma sugli aspetti della vita più reali e accelerando su quelli più soprannaturali, quasi a voler far sembrare questi ultimi lampi e tuoni che irrompono nella nostra esistenza di sole e nubi.
Con gli anni King sembra aver abbandonato ormai del tutto ogni orpello che non abbia a che fare con la vera e propria storia che sta raccontando e quindi la narrazione prosegue ancora più spedita del solito, fino ad arrivare al finale burrascoso che tutti attendono.
Che non è un brutto finale.
Mi piace scrivere recensioni e, di conseguenza, mi piace leggerne. Sarei un coglione a non farlo. E sarei anche un pirla che pretende di essere letto senza leggere niente di quel che gli altri scrivono. Questo per dire che ho letto ben più di una recensione che parlava di una seconda metà del libro deludente e soprattutto del solito finale imbarazzante a là King. E per una volta, o forse per l'ennesima, non sono d'accordo.
Il finale soprannaturale di Revival, esattamente come quello di 22/11/63, è fatto di poche pagine. Pochi brevi accenni ad un orrore che l'occhio umano non può sopportare e che lo scrittore del Maine, a quasi 70 anni, riesce ancora a descrivere incutendo terrore. É vero che il romanzo sembra accumulare dettagli su dettagli per poi smontarsi in poche semplici righe, ma è anche vero che qui, come in 22/11/63 e come nel 90% dei romanzi del Nostro, quello che davvero conta è il finale che viene dopo, quello che riguarda la vita vera. Quella di un uomo dell'età di Stephen stesso che è passato non casualmente attraverso la droga, la musica rock e la morte di molti dei suoi cari (e indirettamente anche attraverso un incidente automobilistico, cosa che King non dimentica mai di inserire nei suoi romanzi da 15 anni a questa parte), per arrivare ad un'anzianità fatta di tanti ricordi.
Stupendi, brutti, belli e orrendi.
Ma tutti profondamente Kinghiani.
E quindi urliamolo ancora una volta.
W il Re.
W colui che la racconta.

REVIVAL
AUTORE: Stephen King
ANNO: 2014
GENERE: Horror, Drammatico
VOTO: 8

venerdì 27 febbraio 2015

NOSTALGIA PORTAMI VIA

Questa recensione è stata scritta originariamente il 31 gennaio 2012 e rivista completamente il 27 febbraio 2015

 

22/11/63 è pieno di incongruenze, difetti e ripetizioni.
Ci sono le incongruenze legate al viaggio nel tempo. Quello di King è di un tipo abbastanza particolare: si può tornare indietro nel tempo attraverso una "bollicina temporale" (termine orrendo usato sul finale), far tutto quel che si vuole per il tempo che si vuole e tornare in un presente in cui sono passati solo due minuti dalla partenza, ma su cui l’effetto farfalla ha avuto i suoi esiti (nefasti o meno). E perché si possono portare oggetti di qua e di là nel tempo senza nessuna conseguenza? Boh. E come ha fatto Al ad avere i suoi primi vecchi dollari del ’58 da spendere nel passato? Boh. E perché, nonostante venga ribadito una cinquantina di volte che il "buco temporale" è fragile poichè frutto di una serie di coincidenze, la buca del coniglio rimane sempre al suo posto qualsiasi cosa Jake combini nel ’58? Boh.
E via dicendo.
Ci sono i difetti nel corpo (parecchio grasso) del romanzo. Era necessario autocitarsi così palesemente nelle prime 200 pagine? Una volta esaurito il suo compito di “causa primaria della follia di Lee Oswald” a cosa serve tirare in ballo per la milionesima volta la madre di Oswald facendola apparire come una sorta di mostro Kinghiano capace di ringiovanire nutrendosi del pianto di una bimba per poi non nominarla più? E del sonaglino rosso di June Oswald cosa dovremmo pensare dopo tutte quelle punzecchiature? E soprattutto: se scrivi un romanzo sulla possibilità di salvare Kennedy, perché le conseguenze del gesto sono riassunte in 5 e dico 5, pur goduriosissime, pagine stiracchiate?
E ancora via dicendo.
Ci sono le ripetizioni. “Il gradino rotto di casa Oswald”. Ok… “Il gradino rotto di casa Oswald”. Ok… “Il gradino rotto di casa Oswald”. Ok… “Il gradino rotto di..” ma baaasta! “L’effetto farfalla”. Oh certo.. “L’effetto farfalla”. Si beh l’hai detto due pagine fa.. “L’effetto farfalla”. Mi prendi per il culo? “L’effetto farfalla”. Dio questo ha l’Alzheimer…
E via stradicendo.
Dunque 22/11/63 è un libro perfetto? No, per niente.
Può essere paragonato a tre capolavori Kinghiani (con l'h o senza h?) come “Stagioni diverse”, “Il miglio verde” o "Cuori in Atlantide"? Nemmeno per sogno.
Ma 22/11/63 rimane un buonissimo romanzo.
Messo su carta da un uomo a cui negli ultimi anni sembrano mancare un po’ le idee (un interquel, che brutta parola, de La torre nera, un sequel di Shining, o, come in questo caso o in quello di The Dome e Blaze, un’idea ripresa dal passato remoto), ma il cui mestiere e la volontà non si discutono.
Scritto da un King che forse considera i suoi lettori abbastanza rincoglioniti da dovergli ripetere 10 volte anche l'informazione più elementare, ma che sicuramente non gli manca di rispetto con lavori mastodontici di scrittura e di ricerca (si veda la postfazione) come in questo caso.
È un Re autocitazionista quasi fin alla nausea quello di 22/11/63 (anche se la mia idea rimane quella di un autore che, arrivato ad una certa età, stia tentando di dare un senso di unità alla sua vastissima opera), capace di accettare i consigli del figlio scrittore (e il finale ne guadagna, se avete letto la prima bozza del finale di King sul suo sito) e ormai sempre più nostalgicamente legato ad un passato pieno di difetti, ma comunque migliore. Una nostalgia che, per una volta, non riguarda l’età preadolescenziale e il suo seguito, ma quell’età adulta che King molte volte ha faticato a descrivere (si veda la parte “adulta” di It, nettamente inferiore a quella fanciullesca). Che il segreto risieda nel lento allontanamento da quegli anni vissuti in prima persona?
Niente più insegnamenti, prediche, morali: lo Stephen King del 2011 è pura storia, perché in fondo il fedele lettore lo sa che è la storia che conta, solo quella.
E che sia pure d’amore, in fondo uno scrittore multimilionario sposato da 41 anni con la stessa donna ne saprà qualcosa più di me no?
E che sia pure d'amore, in fondo uno scrittore multimilionario...ops scusate, pensavo di essere Stephen King...

11/22/63- 22/11/63
AUTORE: Stephen King
ANNO: 2011
GENERE: Fantastico
VOTO: 7,5




domenica 25 novembre 2007

UN LIBRO UN FILM_ 1408


Per leggere la recensione del racconto da cui è stata tratta questa pellicola cliccare qui.
Finalmente al cinema a godermi una trasposizione da un romanzo di King dopo l’ orribile esperienza de “L’acchiappasogni” 5 anni fa.
Questo è stato il mio primo pensiero all’ entrata in sala, rigorosamente solo, abbandonato da amici che preferisco non dire cosa sono andati a vedersi!
Innanzitutto voglio che sia chiara una cosa: non paragonerò in nessun modo “1408” a “Shining” perché si, si tratta in entrambi i casi di horror (tanto per dargli una definizione banale) ambientati in un albergo e il protagonista rimane uno scrittore ma per il resto non vi è niente in comune tra le due pellicole a partire dal fatto che lo “Shining” del 1980 non è una storia di King ma di Kubrick e se anche vogliamo prendere in considerazione i romanzi/racconti da cui sono stati tratti ci troviamo di fronte a due scritti completamente differenti, messi su carta per motivi e in tempi diversi.
E qui chiudo con i paragoni tanto acclamati dalla sempre più accecata critica cinematografica autorevole.
Ma veniamo a questo tanto acclamato “1408”, “Il miglior film tratto da una storia di Stephen King dai tempi di Shining”.
Ma smettiamola!
Ma davvero chi ha scritto questa cosa ci crede?
Ma ha mai visto “Misery”, “Stand By Me” o “Le ali della libertà” ?
Evidentemente no e molto probabilmente sarà lo stesso che si è scervellato per trovare i paragoni con “Shining”.
Lasciatelo stare quindi e seguitemi all’ interno di questo Dolphin Hotel.
Il film narra le vicende (come già detto nella mia recensione sul racconto da cui è stata tratta questa pellicola) di uno scrittore di horror seriali che non crede più in quello che scrive ma anche nello scrivere in se.
È in questo modo che Mike Enslin si avvia a visitare l’ ennesima stanza “maledetta”, la 1408 (la cui somma è uguale a 13 quanti ve l’ han detto?) situata casualmente ad un tredicesimo piano mascherato da quattordicesimo.
Ad accoglierlo nell’ albergo il direttore interpretato da Samuel L. Jackson (“luciferino come mai prima d’ ora”, anche questa è una frase che ho letto spesso) che tenterà di dissuadere l’ insistente cliente in tutti i modi senza riuscirci.
E quindi via, nella stanza degli orrori, tra spettri che potete benissimo vedere anche nel trailer e defunti in bianco e nero, tra cui la figlia di Mike, morta anni prima e per cui il padre si sente ancora distrutto e in colpa.
Non vi racconterò niente di più semplicemente perché raccontare un film horror (ancora questa parola! Ma vi assicuro che non è solo questo!) è semplicemente una follia o un modo per rovinare la sorpresa al festeggiato e quindi via all’ analisi.
Detto che non si tratta di “Shining” (toglietevelo dalla mente ok?) e nemmeno di quel capolavoro di sottile tensione psicologica che è Misery, “1408” è davvero un buon film.
Ecco l’ ho detto!
Me lo sono tolto dallo stomaco.
Non lo credevo, mi sono aspettato fino all’ ultimo una caduta di stile (beh a dir la verità una c’ è..vedrete Samuel L. Jackson dentro un frigorifero!) ma devo dirlo, “1408” è FINALMENTE una buona trasposizione di un racconto di King.
Anzi, se posso permettermi, si tratta di una passaggio su celluloide migliore del racconto non proprio eccelso da cui il film è tratto e ne è il naturale completamento.
Laddove il racconto si limitava ad accennare una sorta di orrore basato sullo “scioglimento” (anche letterale) della realtà della camera davanti agli occhi di Mike, il film si fa prosecutore di questa linea e racconta il disfacimento non solo fisico ma psichico della nostra dimensione di fronte al protagonista.
Finalmente una sceneggiatura riesce a trasportare sullo schermo quel male che King descrive da quando è nato ormai e che si può trovare in ogni cosa senza renderlo ridicolo (vedi ad esempio il pessimo “The mangler”), un male padrone della stanza da cui Mike Enslin (il bene…non prendete in giro, King in fondo mette in campo sempre bene vs male e lo dice anche!) cercherà in tutti i modi di fuggire.
Un Mike Enslin splendidamente interpretato da un John Cusack (a tratti anche autoironico!) in gran forma che, oltre alla vaga somiglianza fisica con lo scrittore del Maine (quando si mette il cappello e gli occhiali è uguale a King!) si fa notare per una recitazione decisamente sopra le righe che però si adatta benissimo a questo tipo di narrazione.
Non aspettatevi quindi sottili giochi psicologici o incredibili inquadrature che innoveranno il genere (anche se c’ è da dire che la regia del misconosciuto Mikael Hafstrom con soli due filmetti all’ attivo è ben al di sopra della media del genere!) ma un classico film d’ orrore che vi farà saltare qualche volta sulla poltrona (io cercavo di far l’ indifferente perché ero solo e non potevo fa figuracce ma ogni tanto avevo il cuore che mi batteva tra i capelli!) e che riesce a farsi apprezzare nella sua ora e 45 minuti pur utilizzando tutti i clichè del genere.
A caldo rimangono impresse senza dubbio una scena del protagonista fuori dalla finestra con una zoomata all’ indietro che ci mostra come la sua sia l’ unica finestra rimasta sulla parete (e chi vuol intendere intenda!) e una fantastica sequenza in cui Mike sembra diventare sordo per un attimo e sarete avvolti da quel classico sibilo che ti prende quando hai le orecchie tappate (spero per voi che quando sarete in sala non ci sarà qualche pirla a parlare perché l’ effetto è notevole!)
Insomma “1408” non mi ha deluso, così a caldo direi anzi che si tratta di un ottimo prodotto soprattutto se confrontato all’ 80% delle trasposizioni da King.
Cosa dire ancora?
Non entrate nella 1408!
Io senza dubbio sarò un po’ inquietato d’ ora in poi negli alberghi da solo, chissà quante persone sono state male su quel letto.. chissà quanti vi sono morti.
REGIA: Mikael Hafstrom
ANNO: 2007
GENERE: Horror, paranormale
VOTO: 7, 5
CONSIGLIATO A CHI: come me non ne poteva più di vedere le parole di King rovinate sullo schermo
QUANTO è PIRLA IL MIO VICINO DI POLTRONA CHE A FINE PELLICOLA HA DETTO: “SICURAMENTE CI SARà UN SEGUITO AH AH!” E NON HA CAPITO UNA MAZZA DAL PRIMO MINUTO: 10

venerdì 23 novembre 2007

1408- IL RACCONTO



Stephen King.
Che dire?
Non vi nasconderò di certo che si tratta del mio autore più amato.
Non voglio star qui a raccontarvi chissà quale balla per sentirmi più apprezzato da qualcuno.
Non vi vengo a dire che Dostoevski o Manzoni o che so io sono i miei romanzieri preferiti perché semplicemente non è vero. E non mi interessa farvelo credere.
Dunque Stephen King.
Tanto amato dai suoi lettori quanto odiato da una certa critica specializzata (e son sicuro anche da qualcuno di voi!) che lo vede come l’ emblema dello scrittore al chilo.
Quello che mette in commercio un libro all’ anno che deve avere almeno 200 pagine altrimenti è troppo piccolo.
Quello che in una sua biografia ha detto che la mattina quando si alza si impone di scrive tot-mila parole al giorno manco fosse un venditore di pesci.
Quello che scrive solo di horror perché sa scrivere solo di quello e poi almeno vende di più ai ragazzini imbecilli.
Alt!
Fermiamoci un attimo.
Siamo sicuri di volerlo considerare così?
Siamo sicuri di volerlo impiccare per luoghi comuni un po’ come ogni tanto fanno con qualche regista (tanto per dirne uno Verhoeven)?
Andiamo un attimo più a fondo.
Voi tutti, compreso io quando mi devo spiegare con qualcun’ altro, quando pensate a Stephen King avete “It” davanti ai vostri occhi.
Sono sicuro che chi, come me, ha visto la faccia di “It” sullo schermo da piccolo ne sarà rimasto traumatizzato almeno per una notte intera (io dormii l’ intera notte con la luce accesa!)
Ma Stephen King non è solo “It”.
Un divertente aneddoto che lo scrittore racconta spesso nelle prefazioni dei suoi libri lo vede conversare con il suo editore a proposito del secondo romanzo da pubblicare dopo il clamoroso (quanto inaspettato) successo dell’ horror Carrie (trasposto poi molto bene da De Palma su pellicola).
Stephen ha scritto un libro sui vampiri (diventerà poi "I vampiri di Salem Lot") e uno su argomenti più realisici ed è indeciso sul da farsi al che l’ editore gli suggerisce che con un'altra pubblicazione horror avrebbe senza dubbio raccolto molti consensi ma sarebbe stato inevitabilmente bollato come scrittore di genere.
Ovviamente King pubblica lo scritto sui vampiri e diviene LO scrittore horror per eccellenza.
Questo per dire cosa?
Semplicemente per farvi capire la mentalità di King: non importa il giudizio altrui quanto le idee che si hanno in testa in quel momento.
Il Re dell' horror avrà occasione più tardi di far vedere la sua maestria in altri generi ma per i primi anni non farà altro che divertirsi con la materia a lui più congeniale senza badare tanto alle critiche che lo volevano come inutile scribacchino popolare.
Questo è quello che si può notare all’ interno della vastissima produzione Kinghiana senza soffermarsi ad uno sguardo superficiale: non c’ è solo horror e ogni amante del buon cinema dovrebbe (o potrebbe) saperlo senza tante difficoltà.
Vi ricordate il bellissimo dramma carcerario “Le ali della libertà” con protagonisti Tim Robbins e Morgan Freeman? Bene, è suo il romanzo da cui è stato splendidamente tratto.
E “Il miglio verde”? è suo.
E lo splendido ed emozionante “Stand by me” con un River Phoenix ancora molto giovane ma già grande?
E “L’ allievo”, storia di un ragazzo di provincia a dir poco folle trasposto da Bryan Singer?
Ma poi ditemi sinceramente.
Che accusa è: “Sei uno scrittore horror!” ?
È come se dicessero a me: “Tu guardi solo film di fantascienza!”
È vero? Ni.
Nel senso che si, amo la fantascienza e magari tra “Orgoglio e pregiudizio” e “Il pianeta delle scimmie” prima mi guardo il secondo, ma senza dubbio più tardi vedrò anche la prima pellicola.
Allora ditemi il senso di un accusa quale quella fatta a King.
Un accusa che riceve da quasi trent’ anni ormai e a cui non ha dato mai nessun peso.
Anzi.
Se ci fate caso più le critiche si fanno forti più King tende ad avvicinarsi al suo pubblico, a parlargli dalla pagina scritta quasi come se i suoi lettori fossero li davanti a lui e i critici…e i critici non esistessero.
Il linguaggio che King utilizza nelle sue prefazioni (e postfazioni) è quanto di più colloquiale io abbia mai letto: sembra di trovarsi la, davanti al suo camino, a sentirlo raccontare un'altra delle sue spaventose storie.
Storie che hanno terrorizzato e incantato tutto il mondo e che affascinano proprio per il modo in cui sono raccontate.
Niente fronzoli, arcaismi, snobismo letterario, King punta all’ effetto e molto spesso ci riesce.
A volte scade in prodotti insignificanti (se vi capita NON leggete mai “La bambina che amava Tom Gordon”) ma chi non sbaglia in una così lunga e prolifica carriera?
Tutta questa lunga lamentela per dirvi che cosa poi?
Che ho letto 1408, il racconto da cui è stato tratto il film che sta per uscire nelle sale italiane con Samuel L. Jackson e John Cusack protagonisti.
Si tratta della storia di uno scrittore (King ha scritto almeno 6-7 storie con uno scrittore che non crede nel suo lavoro protagonista compreso il tanto acclamato Shining che ogni tanto viene il dubbio si tratti proprio di lui) che racconta le sue avventure nei luoghi cosiddette infestati e un giorno decide di recarsi in questo Dolphin Hotel dove si narra esista una stanza maledetta, la numero 1408 cioè la 1+4+0+8= 13 casualmente sita al piano tredicesimo (mascherato da quattordicesimo).
King io me lo immagino come una macchinetta sforna storie a questo punto.
Nella prefazione ci racconta di come un vero scrittore horror (ormai ci ha preso gusto anche a lui a definirsi così anche se c’ è sempre una sottile vena d’ ironia e di sfottò per i critici nelle sue parole) debba necessariamente scrivere nella sua carriera un racconto sulla tumulazione prematura e uno su una stanza d’ albergo infestata dai fantasmi e come questo racconto sia nato in realtà per caso, come esempio sullo scrivere nella sua autobiografia (molto carina se mai vi capitasse) “On Writing”.
Ma poi la storia è venuta a galla perché come ama spesso dire il buon Stephen: “è la storia non colui che la racconta" e si è deciso quindi ad includerla nella raccolta di racconti “Tutto è fatidico- 14 storie nere”.
1408, come mi piace dire, è il classico racconto breve a la King.
A differenza dei suoi romanzi dove King ha tempo e spazio di presentare i protagonisti con tutti i loro difetti e pregi e segreti e chi più ne ha più ne metta, il racconto breve per King è una sorta di storiella da raccontare intorno al fuoco ai ragazzi per spaventarli un po’.
Niente sottigliezze quindi, nessun messaggio implicito o che altro: solo una bella storia da dare in pasto al lettore frettoloso o che non ha tempo di addentrarsi in una delle sue meravigliose (e lunghissime) avventure.
C’ è da dire che “1408”, a differenza di tanti altri suoi racconti, funziona solo a metà perché se lo conosci sai che con una storia del genere il Re del brivido avrebbe potuto fare quello che voleva e invece si limita a delle buone scene di terrore nella stanza d’ albergo per poi tranciare il tutto proprio sul più bello.
Non vi racconterò certo il finale ma vi basti sapere che si rimane con una sensazione quasi di vuoto, nel senso che si sente la mancanza di qualcosa, il succo si direbbe.
Insomma ora sta per uscire la pellicola che è stata indicata addirittura come la miglior trasposizione di King dai tempi di “Shining” ma sono pronto a scommettere che non sarà così: evidentemente qualche stupido critico (molto probabilmente lo stesso pronto ad accusare King di essere un horrorofilo) si è dimenticato di “Le ali della libertà”, “Il miglio verde”, “Misery”, “Stand by me” e “L’ allievo” mentre qualcun altro sarà già pronto con la lunga serie di motivi per cui “1408” non è “nemmeno lontanamente paragonabile” a “Shining” (qui si cade nella demenza dato che si tratta di due storie completamente diverse per lunghezza, tempo in cui sono state scritte, messaggio e intenzione dello scrittore).
Per quanto mi riguarda io sono pronto, mi son visto il mio bel trailer dove appaiono una moglie e una figlia non presenti nello scritto (certo trarre un film di almeno un’ ora e mezza da un racconto di trenta pagine sarà dura!) e ho sopportato anche la locandina con scritto “tratto da un ROMANZO di Stephen King"
Dopo la delusione de “L’ acchiappasogni” di qualche anno fa (pessimo!) che partiva già da un romanzo (questo si) mediocre mi aspetto qualcosa di più, non un capolavoro ma un buon prodotto si.
Sinceramente spero di tornare a casa e controllare se sotto il letto c' è qualcosa, qualcuno.. come quella volta due anni fa dopo aver letto "It" quando avevo una paura folle di veder sbucare la faccia di Ronald Mc Donald nel cuore della notte.
SCRITTORE: Stephen King
ANNO: 2002
GENERE: Horror
VOTO: 7
QUANTO è BRAVO KING AD INQUIETARE IL LETTORE CON POCHE PAROLE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Non ama le stanze d' albergo

giovedì 26 luglio 2007

THE STAND- L' OMBRA DELLO SCORPIONE


Me le cerco.
Me ne rendo conto.
Eppure a rovistare nella spazzatura a volte si trovano veri e propri tesori.
Per l’ ennesima volta non ne ho trovati.
Capita.
Capita che un ragazzo decida di leggere qualcosa di Stephen King un giorno.
Capita che il primo libro che si trova tra le mani non sia il tanto acclamato “It” ma qualcosa di meno conosciuto (ma non dai veri lettori di King): “The Stand” , più conosciuto in Italia con l’ assurdo titolo de “L’ ombra dello scorpione”.
Capita che quel ragazzo si innamori di quel libro e scopra anni dopo, con internet a disposizione, che ne esiste una trasposizione per la tv, una miniserie di 4 puntate della durata totale di 6 ore.
Capita che quel ragazzo si fidi, dica: “Chissà quanto è bello!”, per poi ricordarsi 10 secondi dopo che il 90% delle pellicole tratte dai libri di King sono a dir poco ignobili.
Capita che il regista di questa meraviglia tanto attesa sia tale Mick Garris, capace di girare una trasposizione per la tv di “Shining” imbarazzante (con il coraggio di farlo dopo il capolavoro di Kubrick addirittura), e un altrettanto penoso adattamento di “Desperation”.
Capita che il ragazzo abbia un cuore d’ oro e decida comunque di andare avanti scoprendo nel cast della serie attori su cui riporre un minimo di fiducia: Gary Sinise, Rob Lowe, Ed Harris bastano a dargli la spinta decisiva per vederlo.
Capita che il malcapitato trovi un amico disposto a torturarsi con lui e dopo mesi di rimandi l’ amico trovi altri pazzi disposti a sacrificarsi, addirittura senza mai aver letto il libro.
La pellicola ha inizio, si decide di vederla in due serate per non stramazzare sul divano a metà.
La trama è tipicamente anni ’80 (il libro è più precisamente del ’78), un epidemia mortale si diffonde a causa di un errore in un laboratorio sperduto e la conseguente fuga di uno dei sorveglianti ormai infettato. La malattia è veloce e mortale nel 99% dei casi ma qualcuno riesce a sopravvivere (non chiedetevi perché, non ha senso chiederselo in trame del genere). I sopravvissuti hanno degli strani sogni in cui vedono, a seconda della loro bontà o meno, una vecchia signora che li invita ad andarla a trovare o uno strano uomo vestito con jeans a vita alta e giubbotto di jeans chiaro (che più anni ’90 di così c’ è solo Donna di Beverly Hills) vagamente somigliante a Bobo Vieri che, a sua volta, li invita nella lussuriosa Las Vegas.
Insomma ancora una volta King mette a confronto il bene e il male (ma ricordatevi che questo fu uno dei suoi primi libri quindi non si dovrebbe dire ancora una volta!), da una parte la vecchina mamma Abigail è portatrice della parola di Dio, dall’ altra tale Randall Flagg è il messaggero del diavolo, se non il diavolo stesso.
Detto questo mi fermo. Sulla trama non voglio dire nient’ altro, se volete saperne di più fatemi il piacere di leggere il libro e non ciò di cui vi sto parlando, farete un piacere a me ma anche ai vostri occhi. Dopo aver letto il libro, se proprio volete, chiamate degli amici, ubriacatevi e fatevi 4 risate con il film, giusto 4 non di più.
Venendo agli attori mi tolgo subito un piccolo sassolino dalla scarpa: fanno tutti estremamente pena con l’ eccezione di Gary Sinise e Ed Harris (confinato però in una particina piccola piccola, giusto per non rovinare la media).
Rob Lowe nei panni di un sordomuto fa ridere: a volte capita di vederlo annuire con la testa anche se qualcuno gli parla alle spalle (ma è sordomuto come fa!?), mentre il linguaggio dei gesti si limita a due- tre segni.
Bill Fagerbakke (tanto per essere chiari: è la voce di Patrick Stella in Spongebob) nella parte del ritardato mentale Tom Cullen potrebbe anche convincere inizialmente ma alla lunga è a dir poco irritante.
Le attrici principali Molly Ringwald e Laura San Giacomo: no comment (e vi assicuro che non discrimino nessuno!). Ruby Dee nella parte di mamma Abigail è invece quasi credibile.
Jamey Sheridan nella parte di Randall Flagg è ridicolo punto e basta.
Se il libro è scritto in modo da non poter smettere di leggere (la struttura è simile a quella del “Signore degli anelli” con un capitolo per ogni personaggio o gruppo), la pellicola è tesa come un savoiardo inzuppato nel latte. Se è accettabile che le prime due parti siano abbastanza lente (d’ altronde anche nel libro ci vengono presentati solo i personaggi anche se con tutt’ altro stile), è invece irritante il fatto che nelle ultime due parti, pregne di eventi, ci si annoi ancora di più.
Senza stare a sottolineare quanto siano inguardabili certi effetti speciali (partendo dalla trasformazione di Randall Flagg realizzata seguendo lo stile dei mostri della serie tv di “Hercules” fino ad arrivare ad un orribile visione fatta con un commodore 64, si spera, di una città inesistente), la regia è piatta, banale, priva di mordente e a tratti ridicola.
Tutti i messaggi del libro di Stephen King (che vi fornirò in una prossima recensione del romanzo) vanno persi in una delle peggiori trasposizioni che io abbia mai visto.
Insomma se “Brivido” poteva far ridere per quanto faceva schifo questo al massimo annoia.
Capita che il ragazzo attenda fino all’ ultimo per la mitica scena finale trovandosi di fronte a un orribile effetto computerizzato che gli fa fare 4 risate. Giusto 4 non di più.
REGIA: Mick Garris
ANNO: 1994
GENERE: apocalittico
VOTO: 2
QUANTO DEV’ ESSERE PARACULATO MICK GARRIS PER PRODURRE CERTE OSCENITà: 10
CONSIGLIATO A CHI: ha letto il libro e vuole rimanere deluso dall’ ennesima trasposizione mal fatta. A chi non ha letto il libro consiglio vivamente di sedersi sul divano pronto a inveire contro il regista, il film, gli attori, gli effetti speciali bla bla bla.

sabato 7 luglio 2007

MAXIMUM OVERDRIVE- BRIVIDO


La domanda è: perché?
Perché uno scrittore affermato in grado di vendere anche le sue mutande a peso d’ oro rilegandole con una copertina (ancora più negli anni ’80 che oggi) si decide a dirigere un film tratto da un suo stesso racconto, peraltro già abbastanza debole di suo?
Perché un ingenuo ragazzo compra la videocassetta usata di questa pellicola tirando due euro giù dal cesso?
Perché un pirla si guarda questo film una prima volta con gli amici e la ragazza rimanendone disgustato e decide di rivederlo da solo a distanza di mesi per trovarne dei lati positivi inesistenti?
Perché due tra i dizionari di critica cinematografica più conosciuti in Italia (“Il Morandini” e “Il Farinotti”) valutano questo scempio con 2 stellette su 5 essendo il voto minimo l’1?
Ma soprattutto perché scriverne una recensione dico io?
La risposta è: per nessun motivo intelligente.
Tale Stephen King decise di girare un film nel 1986 tratto da uno dei suoi racconti perché, come noto, infastidito dalla versione cinematografica di “Shining” di un certo Kubrick che non aveva effettivamente rispettato la trama del libro e ne aveva stravolto il significato (fossero tutti così gli stravolgimenti!), perché le ultime pellicole tratte dai suoi romanzi ricevevano giudizi che andavano dall’ imbarazzante all’ inguardabile, perché evidentemente qualcuno gli disse che mettere il suo nome in regia poteva fruttare parecchi soldini (e quelli il buon King non se è mai fatti scappare!).
L’ ingenuo ragazzo comprò la videocassetta consapevole della bruttura di tale pellicola ma all’ epoca era un fan sfegatato dello scrittore e non si sarebbe fatto sfuggire neppure le mutande rilegate (purtroppo per lui non sono mai uscite ma ci spera ancora!).
Il pirla rimane pirla punto e basta.
I due dizionari, come molti altri, presentano tra gli altri difetti (una ricerca dell’ oggettività impossibile da trovare, una valutazione che non si basa sui generi) una mania di completezza che sfiora il ridicolo: per questo molte pellicole come queste non sono mai state realmente viste dai critici in questione (a mio modestissimo parere), ma sono state inserite per questa strana mania raccattando notizie qua e la da qualche sito internet o da chissà dove.
Ma veniamo al punto fondamentale: la recensione.
Dunque, innanzitutto voglio chiarire un punto fondamentale: sono ben consapevole che nel cinema esiste un genere chiamato trash (spazzatura per esser più chiari), al cui interno stanno 2 tipi di pellicole, quelle nate per essere trash (tanto per farvi un esempio “The Toxic Avenger” di cui fornirò una recensione a breve), e quelle nate con buoni intenti ma finite, per un motivo o per l’altro all’ interno del cassonetto. Brivido si colloca purtroppo tra le seconde che sono senza dubbio le peggiori.
Basta ricordare che Stephen King stesso pronunciò all’ epoca dell’ uscita nelle sale americane testuali parole: “Per la cronaca, non credo che il film verrà accolto male dalla critica” anche se per dovere di cronaca bisogna dire che più tardi affermò di aver voluto fare un film spazzatura (chissà perché sono dubbioso sulla sua volontà…).
Altro punto a suo sfavore è il budget, che si aggira incredibilmente intorno ai 10 milioni di dollari (anche se è davvero difficile credere che un obbrobrio del genere possa essere costato così tanto), di cui solo 4 ritornarono nelle casse, infatti dopo il primo ovvio entusiasmo dei fan il film fece un flop mostruoso.
Venendo al film vero e proprio c’ è poco da dire: il passaggio di una cometa vicino all’ orbita terrestre fa impazzire tutti i macchinari tecnologici della Terra, che si rivoltano (ovviamente) contro l’ uomo.
Già questo spunto non è un granchè ma un buon regista forse avrebbe potuto dare quel tocco di b-movie che invece King non riesce a dare impacciandosi tra disastrosi effetti speciali (i camion che mettono le marce da soli fan davvero venir voglia di piangere) e terribili sequenze di noia mortale dove non succede nulla.
Le scene che dovrebbero spaventare lo spettatore oltre ad essere tremendamente ridicole (macchinette servibivande che uccidono un uomo sparandogli una lattina in fronte, schiacciasassi che investono bambini ad una lentezza impressionante, coltelli elettrici che feriscono il braccio di una ragazza, camion che colpiscono e uccidono un uomo colpendolo in retromarcia), sono sottolineate da fastidiosi suoni che ricordano da vicino quelli di Psycho nella scena della doccia.
I personaggi sono così stereotipati che sembra di vedere dei cartonati: il macho salvatore che si innamora della bella e grintosa di turno sono contornati da un uomo grasso, cattivo e dalla risata catarrosa proprietario della stazione di servizio in cui si riparano e da altri inutili personaggi.
Aggiungeteci ora attori inguardabili (tra i meno peggio Emilio Estevez), battute irreali e ridicole pronunciate come se si stesse svelando una grande verità e una regia a dir poco pessima (ci si rovina gli occhi per capire cosa succede nelle scene notturne).
Il tocco finale è dato dal messaggio che King vuole dare allo spettatore: “La tecnologia ci sta per sovrastare! State attenti!” trasmesso in modo così sottile che la parete portante di casa mia non è nulla in confronto.
Dimenticavo di ricordare a tutti gli amanti dell’ horror e dello splatter che il film oltre a non spaventare non ha nessuna scena troppo violenta in quanto furono eliminate per poter avere un più largo bacino di utenza.
Un ultima nota per l’ unica cosa salvabile dell’ intera pellicola: la colonna sonora composta interamente dagli Ac/Dc.
E quindi? E quindi sta a voi: guardatelo se volete vedere come NON si fa un film, statene alla larga per qualsiasi altro motivo! Io ci ho già trascinato quei miei amici la prima volta, e ancora adesso mi chiedo: perché?
REGIA: Stephen King
ANNO: 1986
GENERE: B- Movie (ma anche C e D- Movie), Horror
VOTO: 1
QUANTO è INCONSAPEVOLMENTE TRASH: 10
CONSIGLIATO A CHI è un fan completista di S. King, vuole passare una serata con amici rigorosamente ubriachi (queste pellicole fanno sempre ridere da ubriachi!), è malato nella testa.