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lunedì 13 giugno 2016

FANTASCIENZA D'AUTORE (MA ANCHE NO)


C'è qualcosa che non va ne I primi tornarono a nuoto e, stranamente, so esattamente che cos'è.
É la voglia di emulare Cecità di Saramago e The Road di McCarthy, quella voglia che traspare nella semplice storia fantascientifico-apocalittica che diventa fin da subito un modo per parlare dei problemi della nostra società attuale, passata e futura, in modo trasversale, diverso, protetto, autoriale (anche la sola scelta di non specificare il nome delle città in cui è ambientata la storia, per quanto chiaramente intuibile dalle descrizioni, sembra ricalcare quella dei due autori).
Certo, anche Assalto alla Terra e Il mostro della laguna nera e Il giorno dei trifidi e il 90% della produzione fantastica di sempre celano dietro uno strato più o meno sottile di fantascienza la voglia di polemizzare/criticare/lodare la nostra società, ma lo fanno in altro modo, meno diretto, meno sfrontato, meno intellettuale.
Il primo libro di Papi appartiene invece a quella nuova branca di sci-fi scritta da autori con la A maiuscola, desiderosi di prendere il materiale grezzo per plasmarlo a modo loro, mescolandolo con oro e preziosi per farne una materia rara che magari non piacerà ai puristi, ma farà la gioia di chi non ne è avvezzo.
Solo che Giacomo Papi non è un autore con la A maiuscola.
La sua creazione pare più un Art Attack di un bambino che vuole emulare Muciaccia. Senza avere la tonnellata di materiale """riciclato""" del suddetto. E alla fine vien fuori na ciofeca che si spiccica. E si scolla ovunque.
Il secondo problema è quello della frase qui sopra: la punteggiatura, in particolare i punti.
Ora, io capisco che il punto, in quanto punto, sottolinei e dia forza e vigore ad una frase.
E capisco anche che McCarthy e Saramago si siano lanciati in punteggiature/non punteggiature folli nei due libri citati prima, ma tu sei Giacomo Papi per Dio. E questo è il tuo primo romanzo.
Perché mai riempire un romanzo di 213 pagine con 4000 punti? Perché non usare tutto quell'armamentario di segnetti strani che compaiono sulla tastiera sopra/sotto/a destra/a sinistra delle lettere? Cosa ti hanno fatto di male la virgola, il punto e virgola, i due punti, le parentesi, le virgolette e il trattino?E la risposta "é una scelta autoriale" no, non mi basta. Giustificherei forse un "quando ero bambino la virgola mi picchiava sempre usando il punto e virgola e i due punti mi sbarravano la strada quando tentavo di fuggire alle parentesi" ma dubito che sia successo. Una virgola, che io sappia, non ha mai ucciso nessuno, checché se ne dica (e non credete a quella storia delle virgole giganti che vivono nelle fogne di New York, è una leggenda metropolitana!).
La tendenza di Papi a strafare non si ferma comunque alla sola punteggiatura, ma sconfina nelle parole. A volte nel bel mezzo della storia ci si ritrova impantanati in sbrodolamenti di 10-20 righe sul nulla più assoluto: la bellezza della luna, il parto, la città. Non che alcune considerazioni non siano interessanti e ben scritte, ma sembra che Papi adori specchiarsi, leggersi, ammirarsi per il proprio stile e dire allo stesso tempo: visto? Non sono solo uno scrittore di fantascienza.
Peccato, sarebbe stato molto meglio.

I PRIMI TORNARONO A NUOTO
ANNO: 2012
AUTORE: Giacomo Papi
GENERE: Fantascienza
VOTO: 5

giovedì 28 aprile 2016

DI UOMINI ALTI, CUPI IN VISO E NUDI A ECCEZIONE DI UN PERIZOMA DI SETA SCARLATTA


Mi è difficile pensare ad un libro più brutto di questo.
Intendiamoci, ho letto tomi da 1000 pagine ben più noiosi e racconti brevi al limite del ridicolo, ho affrontato stili (postquesto e postquell'altro) che non mi sono andati giù nemmeno per cinque righe e ho pure abbandonato, seppure rarissimamente e con dispiacere, autori che proprio non riuscivo a digerire, però un libro così brutto non lo ricordo.
E lo dico sinceramente, con in testa immagini di marsuini parlanti alla conquista del mondo e bambine sperdute nei boschi che si credono inseguite da chissà quale mostro per poi scoprirsi semplicemente delle Masha qualsiasi (chi lo ha letto capirà).
Per assurdo non è nemmeno facile raccontare tanta bruttezza.
Prendete una qualsiasi delle decine di trasposizioni cinematografiche orrende tratte da Stephen King, un Ed Wood qualunque, uno Stuart Gordon tra i tanti e vi sarà facile descrivere con poche parole cosa non va in quelle pellicole: scene ai limiti del ridicolo, scenografie di cartapesta, attorucoli pescati per strada e sceneggiature scritte dal primo scimpanzè che passava di lì; avrete solo l'imbarazzo della scelta per far ridere il vostro interlocutore.
Prendete invece La torre sull'orlo del tempo di Lin Carter e provate a parlarne con qualcuno: c'è un uomo muscoloso dalla lunga chioma rossa vestito come uno Zardoz qualsiasi che se ne va in giro per lo spazio e viene ingaggiato per trovare una mitica Torre sull'orlo del tempo all'interno del quale sono contenuti inestimabili tesori. Lungo il percorso incontra una fanciulla indifesa, un mercenario brutale ma leale, un principe albino, uno stregone piccolo e viscido e un gladiatore mentale (boh).

Altro che James Bond, per me Sean Connery sarà sempre e solo Zardoz

Si è vero, c'è già da ridere non poco, ma provate a fare lo stesso gioco con un fantasy qualunque, Il signore degli anelli, tanto per dirne uno.
C'è un omino basso coi piedoni pelosi (facente parte di una comunità di omini bassi coi piedoni pelosi) che viene ingaggiato da uno stregone fumato per un'avventura pericolosissima insieme ad un nano belligerante, un elfo perfettino e un uomo misterioso. Sulla sua strada incontrerà ragni giganti, essere spelacchiati che ripetono in continuazione “Il mio tessssoro” e alberi parlanti. Ah già l'omino coi piedoni pelosi ha un anello che lo rende invisibile.
Qualsiasi (o quasi) libro sci-fi se raccontato risulta abbastanza ridicolo, quel che fa la differenza in molti casi è come la storia viene raccontata, quale tono usa l'autore per parlarci dei suoi beniamini di carta, in che modo riesce a portarci nel suo mondo fittizio.
Questo passo è tratto da pagina 1 di La torre sull'orlo del tempo:
“ Arrivò a grandi falcate a Zotheera ricca di templi, nell'ora che i Daikoona chiamano la Morte dei Soli. Mentre varcava la Porta del Drago, i Tre Soli scendevano uno dopo l'altro verso l'orizzonte in una vampata di fiamma d'oro.
Era alto, e cupo in viso; nudo a eccezione di un perizoma di seta scarlatta, una giacchetta, specie di bandoliera di cuoio adorna di borchie di bronzo, e un ampio mantello azzurro che pendeva dalla larghe spalle. I capelli si riversavano sulle spalle possenti come una cascata vermiglia. Rossi, non color ruggine o bronzo o oro, ma rossi, d'un vermiglio color sangue dall'abbagliante scintillio metallico.” E blablabla “il corpo era quello di un gladiatore, o di un Dio”, “la pelle aveva il colore del bronzo dorato”, “l'arcigna durezza della mascella glabra” e via di seguito.
Ecco, immaginatevi 100 pagine di tutto ciò.
Pensate a Lin Carter come un novello Robert E. Howard degli anni '60 (non a caso Carter ha ripreso più volte in mano personaggi storici come Conan e Kull proprio di Howard), incapace di scrivere 10 righe senza parlare di muscoli, spade, virilità, donne indifese e assurdi nomi inventati di pianeti remotissimi con tre soli, notti perenni, giungle fittissime, animali bizzarri e un'aria da finto medioevo virile che neanche nei peggiori incubi.
La torre sull'orlo del tempo è un fantasy travestito da fantascienza scritto come il peggior libro di Howard (e Howard è già indigesto di suo sia chiaro) in un'epoca in cui erano già stati scritti capolavori come Solaris, 2001 Odissea nello spazio e i capisaldi di Asimov.
Non vi basta?
La Torre sull'orlo del tempo è un libro orrendo.
E a dirla tutta non fa neanche ridere.

TOWER AT THE EDGE OF TIME- LA TORRE SULL'ORLO DEL TEMPO
ANNO: 1968
AUTORE: Lin Carter
GENERE: Fantascienza, fantasy
VOTO: 1

lunedì 18 aprile 2016

FUORI DAL TEMPO


Ci sono tre particolarità che mi rendono un ragazzo fuori da questo tempo:
  • Non ho uno smartphone;
  • Non ho Whatsapp;
  • Non amo le serie tv.
Ah si, vi vedo già li a puntare il dito, a dire che "prima o poi tanto..", a sospirare pensando che anche voi dicevate così e invece, ad ammonirmi di voler fare l'alternativo ad ogni costo o di essere semplicemente cretino perché lo smartphone è una comodità, Whatsapp ti fa risparmiare e le serie tv sono la narrativa degli anni '10.
Vi rispondo subito che non me ne frega nulla, che il mio cellulare lo carico una volta la settimana, che per i 20 messaggi mandati in un mese non andrò in fallimento e che preferisco di gran lunga il cinema, quello più fine e quello più fracassone, alle lungaggini dei serial.
"Ma è un'altra cosa!"
Siamo tutti d'accordo, e io preferisco il cinema, fatevene una ragione.
Detto ciò.
Se qualcuno mi conosce, sa benissimo che uno dei miei autori preferiti è Stephen King.
Con gli anni si sono aggiunte letture diverse e autori molto più stimati dalla critica o da chi per loro, ho provato strade alternative nel mondo horror e fantasy e a volte le ho pure trovate molto interessanti, ma alla fine sono sempre tornato lì, alla sua logorroicità, ai suoi adolescenti, alle sue storie di paura più o meno riuscite e a quell'America così lontana eppure così vicina, al Re.
Di Stephen King ho letto quasi tutto (e al “quasi” lavoro incessantemente).
Ma soprattutto di Stephen King ho visto quasi tutto.
Ovvio che non stiamo parlando dello Stephen King regista, autore di una sola orrenda pellicola ripudiata persino da egli stesso (se vi capita vi prego di guardare quel capolavoro di "Brivido"), ma di tutto quello che è stato tratto dalle sue opere, una quantità imbarazzante di film per il cinema, filmetti per la televisione, miniserie e oggi, finalmente direbbe qualcuno, serie tv.
Mi perdonerete il termine se, pensando all'immensa mole di pellicole tratte dai suoi lavori, mi viene in mente solo una montagna di merda in cui si scorgono qua e là, alcuni gioielli di inestimabile valore.


 "Unico indizio la luna piena", la paura fatta film...

Shining (quello di Kubrick e non quella follia voluta da King e Mick Garris), Carrie (l'originale, non il blando remake), La zona morta, Misery, Il miglio verde, Stand By Me, Le ali della libertà, The Mist e L'allievo giocano ad una nascondino insano con lungometraggi e miniserie tv che solo l'alcool e tanti amici burloni possono aiutare ad affrontare. Penso a Cujo, Grano Rosso Sangue, The Mangler, Unico indizio la luna piena, Cimitero vivente, L'acchiappasogni, Riding The Bullet, Il Tagliaerbe, Creepshow, L'ombra dello scorpione fino ad arrivare a quello scandalo di It (che rivisto oggi è veramente imbarazzante).
Se seguite il blog da qualche tempo saprete che lessi 22/11/63 alla sua uscita in libreria (qui la mia recensione rivista e corretta pochi mesi or sono) e, nonostante alcuni palesi difetti, me ne innamorai.
Dopo pochi anni di attesa ne è stata tratta una serie tv autoconclusiva di sole 8 puntate con JJ Abrams a produrre e pubblicizzare il prodotto insieme al solito grande nome prestato alla tv dal cinema, in questo caso James Franco.
Amo James Franco.
Forse non avrò visto tutti i suoi film (anzi), ma tra le "quasi" nuove generazioni (38 anni) è uno dei miei preferiti con buone interpretazioni in Planet of the apes, 127 ore, Facciamola finita, Urlo, Strafumati e i tre Spiderman di Raimi.
Si, si porta sempre dietro quella faccia da schiaffi e a volte sembra quasi voler fare il verso a James Dean, ma mi piace, cosa ci posso fare? C'è gente a cui piace Tobey Maguire! Li inseguiamo col forcone? E vogliamo parlare degli ultimi 15 anni di Johnny Depp? No, non vogliamo parlarne perché non centra un assoluto mazzo con quel che stavo dicendo e io ho già perso il filo del discorso.


Johnny Depp Mortdecai  in "faccio le solite 4 facce del cazzo e mi pagano milioni"

Quindi?
Quindi 22/11/63, il telefilm, un termine che quasi nessuno usa più per non far venire subito in mente al lettore grandi perle del passato come Chips, Hazzard, Supercar, Baywatch e chi più ne ha più ne metta.
Otto puntate, qualcosa di fattibile persino per me, avverso ai bassi budget e ai tempi di sviluppo pachidermici delle storie sul piccolo schermo.
Io che ho visto qualche puntata di Fringe e non me ne frega nulla di come va a finire, io che mi sono appassionato alla prima stagione di Lost, ma alla fine della seconda volevo morire, io che mi son sorbito due serie di Dexter e l'ho lasciato lì che continuava a uccidere e dissezionare cattivi puntata dopo puntata dopo puntata, io che amo i libri de Le Cronache del ghiaccio e del fuoco, ma non sono riuscito nemmeno a concludere la prima stagione tv e soprattutto io che mi sono addormentato due volte su due provando a vedere la prima puntata di Breaking Bad.
Ecco, proprio io, per amore di King sia chiaro, mi sono messo di buzzo buono e con una superfan delle serie tv (che quindi ha gusti molto più fini dei miei dopo aver visto tonnellate di cose più o meno buone prodotte per il piccolo schermo) ho deciso che questa volta ce l'avrei fatta, avrei visto 22/11/63 per intero.
E, incredibilmente, ce l'ho fatta.
Ho avuto dei cedimenti sia chiaro, ci ho messo qualcosa come un mese per vedere 8 miserrime puntate da 40-50 minuti, ma ce l'ho fatta.
E ora posso dirvi che ne è valsa (quasi) la pena, la più recente delle serie televisive tratte dai libri di King è un buon prodotto.
Ben girato (tra i registi spiccano il Kevin MacDonald de L'ultimo Re di Scozia e Black Sea e lo stesso James Franco), ben scritto e ben interpretato, 22/11/63, come ogni buona trasposizione da un libro del Re, non ne segue fedelmente ogni passo.
Erano troppi gli elementi del romanzo per poter essere riproposti fedelmente in sole 8 puntate e di quei troppi molti erano inutili ai fini dello svolgimento (sono i soliti ricami di King sulla storia) e altri erano semplicemente noia pura.
Si è optato per una riduzione della parte di storia riguardante le indagini di Epping a favore della storia d'amore con Sadie Dunhill e di un po' di azione in più.
Il taglio non è bastato, purtroppo, a rendere interessanti tutte e otto le puntate con un calo nella quarta e nella settima e un assurdo salto temporale che, per forza di cose, fa perdere molto di quella degustazione degli anni '60 che aveva il libro.
L'agrodolce messaggio finale è rimasto comunque lo stesso e l'aggiunta di un personaggio (quasi) completamente inesistente sulle pagine non ha influito molto sulle vicende, anche se la svolta narrativa finale fa sorridere per l'ingenuità mostrata dagli sceneggiatori in un mondo di folli appassionati di serie tv attenti ad ogni minimo dettaglio.
Forse un James Franco meno piacione del solito sarebbe stato meglio, ma la splendida Sarah Gadon nei panni di Sadie e i due comprimari Chris Cooper (Al) e Leon Rippy (Harry Dunning), oltre al complessato Daniel Webber (Lee Harvey Oswald), sono scelte azzeccate, anche per chi, come me, ha amato il libro e magari si era immaginato attori e facce differenti per i suoi protagonisti.


James Franco in pieno piacioneggiamento

22/11/63 è un bel telefilm.
Non sarà forse ricordato come Shining o Carrie negli annali del cinema, ma finalmente si potrà dire che anche da King è stata tratta una bella serie tv.
E io finalmente posso tornarmene nel mio eremo e abbandonarvi al vostro piccolo, piccolissimo, infinitesimale schermo.

Non posso fare tutto quello che voglio
non posso dire tutto quello che penso
non posso esaudire i miei desideri
la condizione in cui mi trovo è proprio
fuori dal tempo
                                         Bluvertigo

11/22/62- 22/11/63
PRODUZIONE: J.J. Abrams, Stephen King, Bridget Carpenter, Bryan Burk
ANNO: 2016
GENERE: Fantascienza, drammatico
VOTO: 7


domenica 24 gennaio 2016

LEZIONI DI VITA

Questa recensione è stata scritta il 2 aprile 2013 e rivista completamente il 24 gennaio 2016


Erano le 10.30 di sera e io stavo girovagando nella libreria da 2 ore.
Avevo visto tutti i titoli Feltrinelli, i Mondadori, gli Einaudi e i Garzanti. Ero passato alle biografie e avevo gettato un occhio ai libri di storia. Mi ero avvicinato allo scaffale della fantascienza senza dimenticarmi dei libri musicali, di quelli cinematografici e pure delle raccolte di poesie che tanto non comprerò mai. Ero andato a vedere cosa c'era nella saletta per i bambini (non sia mai, che magari mi perdo un capolavoro nascosto tra gli attacca-stacca..) e avevo pure fatto finta di osservare i thriller prima di aggirarmi con lo sguardo perso nell'immenso settore dedicato ai libri fotografici e d'arte di cui non capisco un emerito cazzo.
Non avevo trovato niente. Niente di niente.
Capitano, rarissimamente ma capitano, quei giorni in cui non sono ispirato e tra centinaia di titoli tra cui solitamente non saprei scegliere se comprare quei 5 libri o quegli altri 5 (finendo poi per comprarli tutti e 10, ma in due giorni diversi così mi sento meno in colpa), non trovo nulla.
Erano le 10.30 di sera di un mercoledì qualsiasi di un mese qualsiasi quando decisi che, essendo l’unico cliente fino a quel momento, non potevo uscire a mani vuote facendo finta di nulla come al solito.
Va bene girare e rigirare e ririgirare e sfogliare e risfogliare e ririsfogliare, ma dopo due lunghissime ore (peraltro notturne) vuoi dirmi che non hai trovato assolutamente nulla da comprare in una libreria di 5 stanze con gli scaffali alti fino al soffitto? Un thriller, un classico, un libro di fotografie, un manuale di cose da fare al mercoledì sera alle 10.30, qualcosa ci deve essere.
Io quella sera me ne uscii con Boom.
Un altro giorno, si parla di 12 anni fa, feci lo stesso ragionamento in un negozio di dischi e me ne andai con un disco dei Killswitch Engage in borsa perché, cito (mie) testuali parole riferite all’amico, “Mi piace la copertina”. “Ma non li conosci!!!” “Si, ma la copertina è bella quindi…”.
Quindi niente. Al tempo ascoltavo New Metal (o new rock come lo chiamarono di li a breve o crossover come lo chiamavano prima o merda secca di fine anni ’90 come lo chiamano ora) e i Killswitch Engage non sapevo assolutamente chi fossero. Venne fuori che, per purissimo caso, i Killswitch Engage erano new metal, o qualcosa di simile, ma alla seconda canzone si scoprì anche la cosa più importante: quell’album pagato 40.000 lire (a scriverlo già mi fa innervosire) era una completa, totale, incredibile merda.
Non imparai la lezione, questo dovrebbe esservi ormai chiaro, ma decisi che di lì in poi, se proprio dovevo comprare qualcosa per non sentirmi in colpa delle mie interminabili ore passate a girovagare per negozi di musica-libri-film, l’avrei pagato poco e sarei stato moooolto attento nella scelta.
E quindi ho scelto Boom: un libricino di 150 pagine scritto largo, pagato 8 euro, che parla di due ragazzini invischiati in un’avventura fantascientifica con professori alieni, ragni parlanti e passaggi spazio temporali.
Insomma, non ho imparato veramente una beneamata ceppa, ma ho avuto perlomeno un buonissimo assaggio di simpatica fantascienza per i più piccoli (altro che Killswitch Engage...)
 
BOOM!- BOOM! OVVERO: LA STRANA AVVENTURA SUL PIANETA PLONK
ANNO: 2009
AUTORE: Mark Haddon
GENERE: Fantascienza
VOTO: 7,5

martedì 29 dicembre 2015

QUER PASTICCIACCIO (BRUTTO) DE BRIAN W. ALDISS

Questa recensione è stata scritta il 28 settembre 2011 e rivista completamente il 29 dicembre 2015


Avete presente quei pasticci disegnati dai bimbi troppo piccoli pieni di righe, pastelli, pennarelli, macchie, buchi e caccole?
C’è un fico d’india immenso che ha conquistato la Terra.
Gli umani sono alti 35 cm.
I vulcani ipnotizzano gli esseri viventi e li mangiano.
Enormi vegetali viaggiano per lo spazio su ancor più grandi ragnatele.
Le piante sono tutte assassine.
La spiaggia è Terra di Nessuno.
Nella Terra del Crepuscolo un pesce gigante è il più grande saggio del mondo.
Esistono uomini pescatori collegati con una coda a palme imponenti.
I vegetali hanno forma di volatili.
La luna è piena d’ossigeno.
Le megatermiti sono amiche degli umani.
Ci sono fiori giganteschi che si uniscono e attraversano i mari per migrare.
I gatti vivono con le megatermiti in un tunnel sotto un castello in rovina.
È abbastanza per stimolare la vostra curiosità?
Sinceramente sono ancora un po’ stordito da questo “Il lungo meriggio della Terra”, Brian W. Aldiss ci è o ci fa?
E Asimov con tutta la sua psicostoria, i suoi imperi galattici, le sue città super evolute e i robot che fine ha fatto?
Tutto buttato nel cesso.
Tra 4 miliardi e mezzo d’anni (tanto ci impiegherà ancora il sole ad avvicinarsi alla sua fine) saremo solo inutili cacchette (quasi) senza cervello alte qualche pollice destinate a farci comandare da un fungo.
Che tristezza.
O no?
Mah.

PS: Al di là dei vari esseri giganteschi, enormi, imponenti ed immensi, il libro risente della sua originale pubblicazione in 5 puntate con diverse ripetizioni e altrettante contraddizioni da parte di Aldiss, che ci mette pure del suo con una prosa a dir poco discutibile e diversi interventi in prima persona per provare a spiegare ciò che sta raccontando.
La copertina dell'edizione in possesso è tra le più ignoranti e meno sensate che io abbia mai visto (e si che compro Urania): non centra assolutamente nulla con ciò che viene raccontato, ma proprio niente niente. NIENTE.

HOTHOUSE o THE LONG AFTERNOON OF EARTH- IL LUNGO MERIGGIO DELLA TERRA
ANNO:1962
AUTORE: Brian W. Aldiss
GENERE: Fantascienza
VOTO: 5

venerdì 25 settembre 2015

BUIO TOTALE

Questa recensione è stata scritta il 20 febbraio 2012 e rivista completamente il 25 settembre 2015


Chiariamo subito: le prime 150 pagine di Notturno sono tra le peggiori pirlate fantascientifiche che io abbia mai letto, visto e immaginato.
Non per colpa di chissà quale traduzione orripilante (vedi Urania), taglio becero (vedi Urania) o edizione con le pagine di carta igienica gialla che si staccano dalla copertina mentre leggi (vedi… Urania).
Semplicemente la prima lunga parte intitolata “Crepuscolo” è l’antilibro, “Il manuale per come non scrivere un libro di fantascienza”, il “Plan 9 From Outer Space” della narrativa fantascientifica.
Lasciate perdere la questione “racconto allungato” che lo riguarda (operazione già fin troppo discutibile), quel che non va in Notturno è qualcosa di molto più grave della famosa “buona idea sfruttata male”.
“Crepuscolo” (e in larga parte l’intero tomo) è a tutti gli effetti un concentrato di banali errori dilettantistici che ti potresti aspettare dal signor Pinco Pallo alle prese con il suo primo romanzo, non da due scrittori di fantascienza affermati di cui uno è considerato (a ragione) uno dei Padri fondatori.
Qui si parla di 150 pagine colme di personaggi insignificanti che parlano e si muovono come marionette scassate su di una scenografia fatta con la cartapesta e il vinavil stile “recita di Natale all’asilo” (nemmeno all’oratorio), una scenografia che talvolta traballa a tal punto da far venire serissimi dubbi al lettore sui suoi presunti scrittori.
Uomini, questi ultimi, che si premurano in una breve introduzione di chiarire che non verranno usate strane parole inventate per questo pianeta alieno, ma che, dopo poche pagine, si ritrovano a scrivere di un bar dove vengono serviti cocktail impronunciabili ispirati ai nomi dei cinque soli che illuminano questo immenso cartapestaio che è Kalgash.
Uomini che, con la finezza e la perizia di un bambino di 4 anni impegnato a disegnare il ritratto della propria mamma (solitamente un tondo con due puntini per gli occhi e una righetta per la bocca…aggiungiamoci un punto per il naso), costruiscono i personaggi dai nomi improbabili di un romanzo probabile solo (forse) sul piano scientifico.
Uno scritto che vorrebbe essere fantascientificamente sconvolgente ma che si mostra in realtà come un incrocio mal riuscito tra un apocalittico, un giallo (abbandonato a metà) e un post-apocalittico dove la tensione non ha un climax ascendente: semplicemente ad un certo punto esplode in picchi irreali per poi riaffondare al di sotto della Fossa delle Marianne.
“Crepuscolo” in particolare, ci tengo a ribadirlo, è una nota dolente fatta di banalità sconcertanti e svolte impreviste quanto l’uovo di Pasqua a Pasqua, ma l’intero romanzo soffre di un impianto narrativo costruito (perdonatemi l’eufemismo) con quel buco del corpo maschile che non è la narice o l’orecchio (e non parlo dell’ombelico).
Asimov e Silverberg saltano continuamente a piè pari interi passaggi di narrazione per poi farne un sunto mal riuscito nelle pagine successive e si ritrovano chissà come sul finale con un centinaio di cose da chiarire (Amgando?) che non verranno mai chiarite, con una decina di personaggi eliminati per pure esigenze di copione o semplicemente scomparsi, ma soprattutto con due protagonisti di cui non sanno che farsene.
Non anticiperò nulla, ma quale senso ha la svolta finale?
Non poteva qualche anima di buon cuore far presente al Basettone e a Silverberg che c’è una differenza sostanziale tra un finale aperto e un non finale tranciato a metà con la grazia di un’ascia male affilata?
Da cosa è dettata la scelta di Theremon e Siferra?
È come se domani, che ne so, Berlusconi diventasse segretario del Pd perché ha scoperto che i Comunisti non mangiano i bambini.
Vi sembra ragionevole?
Se si comprate Notturno, non ve ne pentirete.

PS: Evito di commentare gli ammiccamenti al lettore con la storia di un pianeta con un unico sole perché sono una brava persona e perché in fondo il paragrafo post apocalittico ambientato sull'autostrada qualche brivido me l'ha regalato.

NIGHTFALL- NOTTURNO
ANNO: 1990
AUTORE: I. Asimov, R. Silverberg
GENERE: Fantascienza
VOTO: 4

domenica 14 giugno 2015

RIGURGITI GIURASSICI


 
Avrei voluto scrivere una recensione nostalgica che iniziava con la prima volta in cui vidi Jurassic Park. Era il 1993, io avevo 7 anni e la gente in coda al cinema era talmente tanta da sfociare fuori dalle porte e allargarsi sulla strada adiacente fino a bloccarla completamente.
Ci ho provato e riprovato almeno quattro volte, ma la cosa non ha funzionato: una volta non c'è abbastanza effetto nostalgia e un'altra sembra di leggere l'incipit di un romanzetto rosa dell' '800, alla quinta comprendo che non è quello il punto.
Sto pensando a quanto mi ha fatto incazzare Jurassic World.
Vorrei pensare a Jurassic Park, all'infanzia, ai cinema di città di un tempo con 700 poltrone tutte follemente occupate e alla gente seduta sui gradini al centro, ma sinceramente non ci riesco.
Penso a Jurassic World.
Rivedo davanti ai miei occhi i commenti positivi sul film letti in rete e le videorecensioni entusiastiche che spuntano come funghi e mi chiedo se per caso non hanno sbagliato sala.
Magari credono di essere andati a vedere Jurassic World e sono finiti nella sala di Mad Max a sbavare su deserti apocalittici e chitarristi indemoniati.
O forse avevano bisogno di far prendere aria alle corde vocali e han pensato di parlare bene dell'ultimo film giurassico senza saper esattamente cosa stavano dicendo. Consiglio dei gargarismi in bagno col colluttorio se proprio non avete di meglio da fare.
Perché la verità è che non voglio credere che a qualcuno sia piaciuto questo obbrobrio.
Jurassic World (e non Jurassik World, come ho visto scritto da più parti...) è il trionfo degli sceneggiatori idioti di Hollywood.
Quelli che riprendono in mano un'idea di 20 anni fa perché hanno buchi neri al posto del cervello.
Quelli che fanno correre le donne sui tacchi per chilometri perché vuoi mica metter le scarpe da ginnastica ad una fica come Bryce Dallas Howard.
Quelli che scrivono di cattivi dallo spessore pari ad un foglio di carta carbone e, non contenti, li fanno morire appena diventano un filo più interessanti perché tanto sono cattivi e i cattivi devono morire (mica come i bambini, i bambini sono buoni e si salvano. SEMPRE).
Quelli che scrivono trame viste, riviste e straviste e se per caso qualcuno glielo fa notare rispondono che sono omaggi, citazioni, richiami.
Cazzate.
La verità è che Jurassic World è un film senza idee se non quella grandiosa (e vecchia di 25 anni) di avere un parco pieno zeppo di dinosauri. E, per una volta, di visitatori.
Non è un caso che le scene migliori siano proprio quelle che riguardano le attrazioni. Fa sorridere vedere bambini in groppa a piccoli triceratopi e i vaghi accenni alle escursioni in canoa in mezzo alla palude giurassica o le tanto spoilerate girosfere fanno effettivamente sognare come se si fosse ancora nel 1993.
Solo che siamo nel 2015 e Colin Trevorrow e Derek Connolly non sono Steven Spielberg, David Koepp e Michael Crichton.
Vorrebbero esserlo certo, ci mettono i bambini, le inquadrature-meraviglia e tanta tanta tanta cgi fatta talmente tanto bene da non riconoscere gli animatronics dagli effetti computerizzati, solo che non lo sono.
E si vede.
C'era davvero bisogno di disegnare un dinosauro nuovo di pacca (giustificato persino con uno spiegone che neanche i cattivi peggiori di 007) per stupire un pubblico ormai abituato ai dinosauri “classici”? Con le centinaia (se non migliaia) di specie ormai scientificamente riconosciute era il caso di creare un mostro tipicamente Hollywoodiano che si comporta come l'imitazione pacchiana del Predator che lottava contro Schwarzenegger negli anni '80? Si, pacchiana. Perché almeno Predator era un alieno e aveva tutti le sue ragioni per essere brutto e invisibile, ma che ragione ha l'Indominous di avere questi unghioni ridicoli? Per lasciare i segni sui muri? Ma che è? Un graffitaro?
E dell'innamoramento stratelefonato e wozzappato dei protagonisti dopo cinque minuti di film ne vogliamo parlare?
E la colonna sonora di Michael Giacchino che nei momenti più sbagliati si diverte a riprendere il tema originale come farebbe il peggior dj paraculo di provincia? Per tanto così chiamiamo un vocalist e facciamogli urlare: “LA VOGLIAMO LASCIARE UNA LACRIMUCCIA QUI? ILLUMINAAAAAA!”
Jurassic World vorrebbe essere un seguito vero e proprio del primo e unico meraviglioso film di Spielberg e non è che una pallida imitazione che non ha capito nulla di quel che funzionava in quel film.
Non gli scontri Godzilleschi tra T-Rex e Indominous che si tirano testate e morsi manco fossimo davanti alla tv con Giacomo Ciccio Valenti che commenta il wrestling, non i raptor più o meno addomesticati che fanno le faccine e collaborano con gli altri dinosauri (no comment su questo che mi vien voglia di urlare) e nemmeno le corse in moto a capo di un branco di velociraptor (e hanno avuto pure il coraggio di metterlo in un trailer...).
Jurassic Park era pura meraviglia.
Quella delle attrazioni di cui ho parlato precedentemente, quella che poteva esserci nella prima scena del mosasauro se non fosse stata spoilerata selvaggiamente dai trailer o quella che può farti risvegliare alla fine del film con protagonista il T-Rex.
Meraviglia.
Spielberg pensaci tu.

JURASSIC WORLD
REGIA: Colin Trevorrow
ANNO: 2015
GENERE: Fantascienza
VOTO: 5

giovedì 21 maggio 2015

WILL FERRELL NON FA RIDERE


 
Cose che mi fanno ridere: i Griffin, Seth Rogen, Edgar Wright, i Fucktotum.
Cose che non mi fanno ridere: Big Bang Theory, Will Ferrell, Zelig, Douglas Adams.
Ora che sapete tutto ciò siete pronti a leggere.
Un attimo, no, se Will Ferrell ti ha fatto ridere, ti fa ridere o pensi che ti potrà far ridere in futuro puoi anche fermarti qui. Io e te, te che ridi per quest'uomo qui sotto, non andremo mai d'accordo, quindi tanto vale che la smetti pure di leggere, di seguirmi e, se vogliamo proprio dirla tutta, anche di andare al cinema. Sei una brutta persona, è ora che qualcuno te lo dica.


Eccoci, possiamo cominciare.
Venere sulla conchiglia è considerato dai più come uno dei libri fondamentali da leggere per chi è appassionato di fantascienza. Non che il romanzetto di Philip Jose Farmer (nella mia edizione Urania del 1720 rilegato in cartaculo ancora sotto pseudonimo Kilgore Trout) sia stato una pedina fondamentale per la creazione di nuovi mondi (Dune), per le visioni future (Asimov) o per la quantità di idee messe giù in fretta, furia e droga e poi scopiazzate da tutti (Philip K. Dick), è che semplicemente è considerato un punto di svolta.
Si ma riguardo a cosa per Dio?
Un attimo di calma.
Prendete un superclassico della fantascienza come Dune e andate a leggervi le parti che riguardano la religione o il sesso: vi ritroverete sotto gli occhi tanti e tali giri di parole da farvi venire il mal di testa, la nausea e anche un po' di mal di pancia. Siamo sicuri che Herbert vivesse sul nostro mondo per pensare anche solo alla metà delle follie che va descrivendo per tutto il romanzo e i suoi seguiti riguardo i due argomenti citati?
E avete mai trovato una scena d'amore che non sia una fregnaccia da romanzetto rosa fatta di sguardi e candide carezze in Asimov?
E in Whyndam non vi sembra che manchi solo una donnina che dice “Mio eroe!!!” cadendo fra le braccia del suo amato? (Si, lo so, i suoi libri femministi e blablabla, ma non sto parlando di quello).
Ecco qual è la svolta di Philip Jose Farmer nel 1974: introdurre il sesso e la religione nella fantascienza e senza nessuna remora fare del grasso e grosso umorismo su di essi, fregandosene del lettore medio del genere (ancora legato all'immaginario lucido e muscoloso di Conan) e anche del buon costume dell'epoca.
Solo che c'è un problema: Venere sulla conchiglia non fa ridere, per niente direi.
E vorrebbe farlo purtroppo.
Lo scrittore americano assomiglia molto di più a Douglas Adams che ai Griffin e fa di tutto per pasticciare una storia che, sulla carta, potrebbe anche sembrare interessante.
Non starò a parlarvi dei viaggi del Vagabondo Spaziale e dei suoi incontri con alieni a forma di piramide e dirigibile (sigh) o della volta in cui si è fatto piantare una coda sul sedere per poi ritrovarsi a far sesso in modi bizzarri con la Regina del pianeta (ehm...) perché il riassunto potrebbe essere più lungo del romanzo stesso. Vi basti sapere che Venere sulla conchiglia è un pasticcio di miniavventure che non si accontenta di volervi far ridere nei modi più beceri (a volte sembra di leggere le freddure che andavano tanto di moda in quegli anni), ma vuole anche farvi riflettere sui problemi della società di allora (che poi, a dirla tutta, sono gli stessi di quella attuale). Ci saranno chiari riferimenti alla stupidità degli uomini rispetto alle donne e monarchi idioti, Dei che vanno a prendersi il caffè e non tornano più indietro e razze che puliscono l'universo dai loro microbi. E ovviamente ci sarà sesso per tutti i gusti.
Solo che non riderete.
A meno che non vi piaccia Will Ferrell.

 
VENERE SULLA CONCHIGLIA
AUTORE: Philip Jose Farmer
ANNO: 1974
GENERE: Fantascienza
VOTO: 4,5

lunedì 10 gennaio 2011

THE WALKING DEAD

Una versione estesa della recensione del nuovo fenomeno horror pubblicata su PERSINSALA



Sono tornati gli zombie, altro che vampiri, gli zombie sono il nuovo trend, vedrete che adesso gli scaffali delle librerie si riempiranno di zombie-book e via agli zombie-movie e agli zombie-telefilm e poi ci sono i diari con gli zombie, i telefoni a forma di zombie, le adolescenti che vogliono uno zombie per ragazzo, gli emo che si truccano da zombie, gli svedesi che fanno un film con lo zombie adolescente malinconico e il blu è il nuovo rosso: prendete e mangiatene tutti, questi sono gli zombie, offerti in sacrificio per voi.
Il fenomeno del futuro, casomai qualcuno rimasto chiuso in un castello transilvano negli ultimi 6 mesi non se ne fosse accorto, sono gli zombie.
Neanche il tempo di riciclare tutta quella cartaccia sporca d’inchiostro sui vampiri apparsa in libreria, nemmeno la possibilità di rivedere per la miliocentesima volta in replica in ordine casuale Vampire Diaries su Italia 1 ed ecco che questi qua tirano fuori gli zombie.
E tutti a sbavare come zombie inseguendo gli zombie, che Danny Boyle, Zack Snyder, Edgar Wright l’avevano già detto qualche anno fa, ma allora erano tutti dietro ad Achille, Baliano, Arturo e Alessandro, tutti figli di quel Massimo Decimo Meridio di cui il recente Robinho Hood (attaccante del Milan) ha decretato la definitiva morte.
Ma i morti viventi, per il nome che portano, non muoiono mai se non centrati alla testa e così rieccoli spuntare decennalmente con l’intento di conquistare il mondo, capitanati da un George A. Romero se possibile più stanco di Dario Argento, capace di inanellare una serie di orridi film che ormai nemmeno il nome del regista padre degli Zombie riesce a salvare dal fallimento.
Certo, Romero è Romero e non si può toccare, così il Darione nazionale e una serie di altri registi che preferisco non nominare per nome come Burton e Stone che, nonostante le critiche a oscenità come Alice In Wonderland e Wall Street: il denaro non dorme mai, si ritrovano circondati da strenui difensori del proprio (brutto) lavoro.
La critica va avanti per blocchi compatti ed il mare non democratico di internet, con il gruppone dopato a forza di maiuscole e punti esclamativi a far la voce grossa, contribuisce spingendo idee che si fanno sempre più imponenti, convinte e macilente con l’andar del tempo.
The Walking Dead come trasposizione di un fumetto sugli zombie? La prima puntata di The Walking Dead è bella. The Walking Dead è bello! The Walking Dead rilancia la moda degli zombie!!! Zombie!!! ZOMBIE ZOMBIE ZOMBIE!!!
E così ci si ritrova a parlare del fenomeno Walking Dead (che il The dopo un po’ stanca), capace di rovesciare l’attenzione di una vasta fetta di pubblico affamata di buon horror (dico horror, non storie di vampiri-umani-adolescenti-arrapati-innamorati) su di una serie tv prodotta e sceneggiata da Frank Darabont: uno dei pochissimi autori capaci di portare le storie di Stephen King sullo schermo senza creare pasticci allucinanti (tanto per dirne uno: Pet Semetary) che nel 2007 con The Mist ha girato uno degli horror americani più sottovalutati e più riusciti degli ultimi anni.
Il regista c’è, il fumetto di successo è già stampato, il formato chic da miniserie in 6 puntate è trovato e gli zombie, come da titolo, sono già in marcia: la critica è pronta a lanciare il nuovo fenomeno dell’anno.
Abboccano quasi tutti: Walking Dead è spettacolare, fantastico, mai visto, ben fatto, ottimo, curato, ventata d’aria fresca e una serie di sinonimi improponibili che forse nemmeno lo Zanichelli contempla.
Ma perché?
Come mai nessuno si rende conto che Walking Dead appare come un prodotto “banalotto” e mal sceneggiato, con personaggi a dir poco stereotipati che in 240 minuti riescono a malapena a far quello che in un classico film zombiesco accade in un’ora e mezza?
Le risposte, ovvie ed assai abusate anche se ancora poco diffuse (dato che pochissimi si permettono di criticarlo), sono principalmente cinque:
1. La serie tv è tratta da un fumetto (cult!) quindi i personaggi sono fantasticamente “fumettistici” e si muovono in un meraviglioso scenario da “storia banale” (sinonimo di fumetto nel thesaurus di Word...Un plauso ai suoi pensatori dell’Ottocento);
2. La sceneggiatura è scritta da Frank Darabont con l’aiuto del fumettista originale Robert Kirkman, apprezzato regista di film fantastici uno, e amato scrittore di fumetti horror (e non) l’altro;
3. Agli effetti speciali per il make-up c’è, tanto per citarne uno, Greg Nicotero, esperto del settore ed in particolare di zombie avendo lavorato agli ultimi 4 (brutti) film di Romero oltre ad un infinità di altre pellicole horror;
4. La miniserie racconta l’apocalisse zombie del mondo ed è la prima a farlo;
5. Ho letto il cartellone pubblicitario in città, anche se un pazzo signore biondo con gli occhiali da sole continuava a dirmi che c’era scritto OBEY e non The Walking Dead.
Ad ognuna di queste risposte segue, nella mente di ogni estimatore di Walking Dead il complesso del: “quindi è bello per forza”.
Così nessuno sembra rendersi conto che spostare la storia di un fumetto sullo schermo televisivo richiede un lavoro molto più complesso del semplice traslocamento di personaggi e storie dalla carta al tubo catodico (che tra l'altro non c’è più) con qualche aggiuntina succosa qui e lì: il fumetto è un mezzo di comunicazione, la tv un altro e il personaggio bidimensionale proprio del fumetto scomparirà nella profondità dello schermo televisivo, proprio come la velina Kate Moss in una puntata dei Griffin.
Spiccano così per piattezza il supereroe risolvo-tutto-io (simile per certi versi al protagonista di un’altra orrida serie tv finita male di nome Jericho), il buzzurro violento che obbedisce solo ai suoi istinti animaleschi (e il fratello ancor più cattivo, ai limiti della barzelletta), il vecchio saggio e il coreano scemo-simpatico: allegra combriccola a cui manca solo il nero Yo-fratello…(Non è vero, c’è pure lui).
Si salvano dalla nomination e arrivano quindi in finale, Shane Walsh, vicesceriffo amico del protagonista e Andrea, i cui nomi non vengono citati a caso essendo gli unici personaggi in grado di evolversi (proprio come un Pokemon) durante l’intera vicenda.
Per ritornare a parlare degli estimatori della serie tv, ancor più convinti dei “fumettari” sembrano i vari ammiratori di Darabont e Kirkman che ragionano esattamente come gli strenui difensori di Burton e Stone, i fan degli effetti speciali a cui verrebbe voglia di proporre un film senza storia colmo di esplosioni di corpi putrefatti e di chi vede nell’apocalisse di zombie qualcosa di originale nel 2010, il che sarebbe un po’ come trovare Natale in Sud Africa una piacevole novità.
In ogni caso l’alta marea internettiana trasporta tutti sulla stessa corrente e chi prova a nuotarci contro viene seppellito da commenti indignati che si trasformano talvolta in lapidari “Capra, capra, capra!” degni del miglior salotto televisivo che nessuno vede ma che tutti conoscono... (Magia di Amy!).
Ovviamente ogni zombofilo che si rispetti si rende conto dell'incipit palesemente scopiazzato da 28 giorni dopo ma qualcuno sussurra “non poteva essere altrimenti” e quindi al grido del “NON POTEVA ESSERE ALTRIMENTI” nessuno nota le assurdità legate alla sopravvivenza di un uomo in coma, abbandonato per almeno un mese su di un letto, attaccato a macchinari non funzionanti per la mancanza di elettricità, senza nemmeno un catetere necessario a non trasformare la stanza, mi si perdoni la raffinatezza, in un pozzo di urina.
E come fa lo stesso individuo appena uscito dal coma a raggiungere casa sua e a trasformarsi nel giro di due giorni (con l’aiuto del suo costume da supereroe con la stelletta) in un leader carismatico che non chiede nemmeno una volta cosa diavolo sia successo per trasformare il mondo in una landa desolata abitata da esseri ciondolanti e puzzolenti?
Ma soprattutto (e qui chi non ha ancora visto la quarta puntata è invitato a non leggere), perché mai dei bruti messicani decidono di tenere aperto un ospizio in mezzo alla città e hanno la finezza psicologica di un cattivo nella serie animata de L’uomo Tigre (i buoni che fingono di essere duri per salvarsi da un mondo duro, cose che nemmeno Ken Shiro avrebbe accettato)?
Ogni pellicola horror o di fantascienza che si rispetti ha le sue incongruenze, nessuno lo può negare, ma è anche vero che solitamente sono dovute al tempo limitato in cui si vuole raccontare una storia mentre Walking Dead, avendone in abbondanza, sceglie di scialacquarlo nel peggiore dei modi: con puntate inutili in cui non accade assolutamente nulla (la terza) ed altre che sembrano una via di mezzo tra un videogioco e un mashup di Zombie e L’alba dei morti dementi (la seconda, con la trovata stucchevole di Kirkman della camminata “impuzzati” da zombie, mancava solo che camminassero ciondolando come in Shaun of The Dead).
The Walking Dead, in definitiva, propone una storia vecchia, con personaggi tratti in gran parte da un film di Steven Seagal, che si snoda su 6 puntate abbastanza disomogenee per quantità d’azione e qualità visto che il succo è concentrato nel primo promettente Days Gone Bye e negli ultimi due (fin troppo aperti) episodi: si può concludere una stagione dimenticando ben 3 personaggi al loro destino e abbandonandone uno appena trovato e uno per niente approfondito in mezzo ad un’esplosione?
Tralasciando l’attenta regia da molti assegnata a Darabont, che si è occupato in realtà solo del primo episodio abbandonando i restanti al lavoro mediocre di registi di serie tv e videoclip, la realizzazione tecnica del serial è sicuramente buona, ma la cosa avrebbe potuto stupire una decina di anni fa, non dopo l’esplosione di perle come Lost, CSI, True Blood e chi più ne ha più ne metta, senza tener conto del livello medio-basso degli attori.
Un’ultima nota stonata riguarda il senso del telefilm in generale: può un serial tv di nome The Walking Dead, i cui protagonisti veri dovrebbero essere degli zombie, non spaventare e nemmeno impressionare?
Ci sono sbudellamenti di cavalli e di persone, zombie marci e putrefatti che si trascinano senza la parte inferiore del corpo, bambine zombie uccise con un colpo di pistola (niente a che vedere con una scena come quella di Distretto 13: le brigate della morte) e tanto sangue, ma Walking Dead non fa paura, si concentra sui rapporti tra i vivi, ma non si avvicina minimamente allo spessore di un capolavoro come La notte del morti viventi capace di spaventare e di far riflettere.
Saranno capaci i nostri eroi, in una già annunciata e strombazzata seconda stagione, almeno a spaventarci o la strada intrapresa sarà quella dello zombie ridicolmente intelligente di un’oscenità indescrivibile come ne Il giorno dei morti viventi del maestro Romero?
Al 2011 l’ardua sentenza, sicuro di provare puro terrore alla prossima scena di chiave persa al rallenty sul tetto di un palazzo e non molto speranzoso per quanto riguarda il morbo Romeriano che sta per infettare il mondo: già mi vedo la ragazzina post-emo a dichiarare amore per il suo Edward Cullen Zombie, senza ricordarsi quale parte del corpo perse per prima un Tarantino marcescente in Planet Terror.

VOTO: 5-

VERSIONE ESTESA DELLA RECENSIONE PUBBLICATA SU PERSINSALA

sabato 15 maggio 2010

UN LIBRO UN FILM & ORIGINAL AND REMAKE

Questa è la classica recensione- follia mastodontica che nessuno leggerà mai me ne rendo conto e lo capisco, il motivo che mi spinge a scrivere e pubblicare certe cose ancora non mi è chiaro, per un mio ordine mentale forse, o forse no, sono semplicemente matto.

WHO GOES THERE- LA COSA DA UN ALTRO MONDO
THE THING FROM ANOTHER WORLD- LA COSA DA UN ALTRO MONDO
THE THING- LA COSA

Ci sono due leggi che dominano il cinema da sempre:
- La trasposizione su pellicola di un libro letto, al 99% è una delusione;
- Il remake di un film visto, al 99% è una delusione.
Non si scappa.
Non è importante l’anno, il genere, il regista o l’autore del libro, la delusione vi attende, sempre pronta a colpirvi girato l’angolo, appena vi scorderete di una delle due regole.
Io non le dimentico mai, anzi, mi piace prenderle di petto: le mie sole risorse nell’affrontarle sono la pazienza e la voglia di farmi stupire mentre loro continuano a colpire basso, con trucchetti di bassa lega (attori di grande richiamo per il pubblico più giovane) e artiglieria pesante (effetti speciali strabordanti).
Il 99% delle volte vengo sconfitto brutalmente da trasposizioni orride e remake senza motivo di esistere, al punto da chiedermi in ogni occasione perché..ma soprattutto peeerchè?
Effettivamente non ho ancora trovato una risposta, se non quell’1% di probabilità di successo, capace di darmi immense soddisfazioni.
In questi giorni ho riportato due grandi vittorie e una sconfitta cocente.
Non voglio aggiungere nulla riguardo quest’ultima, vi basti quel che ho scritto alcuni post fa riguardo “La notte dei morti viventi” di Tom savini.
Mi soffermo piuttosto sulle due vittorie, ancor più clamorose se penso che vengono entrambe da un'unica pellicola, remake di una vecchia trasposizione.

Ciò da cui tutto ha avuto inizio è il romanzo breve (o racconto lungo, un giorno qualcuno mi spiegherà la differenza) di John W. Campbell Junior, “Who goes there”, trovato (mi riferisco ovviamente alla mia esperienza) in un libro pubblicato nel 1977 dalla Fanucci dal titolo omonimo, che raccoglie alcuni dei suoi racconti migliori (qui sopra la copertina).
Considerato uno dei padri della fantascienza moderna per aver diretto per anni una delle riviste americane di fantascienza più famose e aver scoperto gente del calibro di Asimov o Heinlein, Campbell è oggi poco considerato in Italia per i suoi scritti.
Vi basti una breve ricerca su internet alla ricerca di qualche ristampa recente delle sue opere: vi troverete di fronte al nulla.
Sicuramente scorgerete qualcosa che riguarda la sua “Cosa da un altro mondo”, ma per il resto dovrete rivolgervi ai buoni vecchi Urania usati, abbondanti su bancarelle o Libracci vari.
é un peccato.
Mentre fioriscono ristampe su ristampe di autori come Asimov (nulla da dire sull’opera, ma i libri della Fondazione si trovano in trilogia, quadrilogia o separati in tre edizioni diverse) o Heinlein (l’unico libro letto, Starship Troopers, non è niente di eccezionale), Campbell viene abbandonato alle edizioni degli anni ’60 e ’70, considerato antiquato per il pubblico di oggi.
Ingiustamente.
Sto andando fuori tema, lo so, (il giovane Holden ne sarebbe entusiasta) ora cercherò di rientrare sui binari prestabiliti, ma se vi piace la fantascienza e non avete letto ancora nulla di questo autore procuratevi almeno racconti come “Crepuscolo”, “Notte”, o “Il pianeta del silenzio”, pensate agli anni in cui furono scritti, e domandatevi quanti geniali idee contenevano questi brevi e densi racconti.

Dunque “Who goes There” o, come è meglio conosciuto, “La cosa da un altro mondo”.
Mi sembra onesto mettere subito in chiaro che non si tratta del migliore racconto presente nella raccolta anche se, senza dubbio, è quello con una più forte componente horror, e quindi quello più appetibile per il pubblico adolescenziale dei drive-in degli anni ’50, lo stesso che seguirà, pochi anni più tardi, le storie incredibili raccontate, tra gli altri, da Jack Arnold.
Il cinema sci-fi ha bisogno (un tempo per forza di cose e oggi ormai solo per abitudine) di tensione e di una storia piena di azione. “La cosa” di Campbell si prestava bene al gioco della trasposizione, certamente più di un racconto come “Crepuscolo” che oggi, con i mezzi tecnici a disposizione, potrebbe essere messo su schermo ma che non interesserà mai, probabilmente, a nessuno per la mancanza dell’ormai onnipresente azione (a meno di adottare la soluzione “I robot”, come fatto per Asimov).
Senza stare a perdersi in una trama più che conosciuta, passo al film di Niby, o, più precisamente, di Hawks come risultava già assodato pochi anni dopo la sua uscita: la mano esperta e il fatto che Niby, dopo un film notevole come questo, sia sparito praticamente nel nulla, la dice lunga sull’intervento pesante del regista di “Un dollaro d’onore”, qui ufficialmente solo produttore.
Il film “La cosa da un altro mondo”, uscito nel 1951, è un film importante.
È uno dei primi sci-fi degli anni ‘50, come vengono definiti oggi, e quindi costruisce topoi che verranno riutilizzati in seguito milioni di volte, ma è allo stesso tempo in grado di distruggerli non essendone imprigionato.
Un esempio ne è il confronto uomini di scienza- militari, sempre presente in questo genere di film: lo scienziato (biologo, etologo, geologo e quanti ologhi vi vengono in mente) è sempre chi rimane affascinato dall’evento che accade (alieno invasore, torri che si alzano dal nulla, formiche giganti) e vuole capirlo, mentre il militare è chi, per il bene della popolazione, risolve il problema distruggendo l’ imprevisto.
In “La cosa da un altro mondo” non accade diversamente, se non che lo scienziato (solitamente nel giusto, dato che la minaccia diventa tale solo dopo l’attacco dei soldati) è qui tanto dedito alla scienza da passare noncurante sopra le vite degli uomini, mentre i militari si vedono costretti a ricorrere alle armi per fermare il pericolo imminente.
Il film di Hawks, come molti nel suo genere, viene accusato oggi di essere un’ allegoria del pericolo d’oltrecortina in cui la Cosa rappresenta il nemico Rosso infiltrato ma, a dir la verità, il paragone sembra forzato rispetto a film come “Assalto alla terra”.
Il mostro del film, a differenza di quello del libro di cui parlerò a breve, è, secondo gli stessi protagonisti, un carotone intelligente ad un livello che l’uomo non può comprendere.
La Cosa ha sembianze umane, è vero, ma è tanto disumano quanto quel Michael Myers a cui John Carpenter pensò parecchi anni più tardi nel suo “Halloween” ispirandosi (almeno per quanto riguarda l’immagine esterna) a questo indistruttibile gigante senza volto.

Carpenter con il suo “The thing”, nel 1982, da vita al remake di una vita.
Il regista devoto di Hawks (“Distretto 13: le brigate della morte” si rifa a "Un dollaro d’onore") e del suo “The thing from outer space” (numerose le citazioni in Halloween ma non solo) nel suo periodo di maggior successo commerciale, con un budget di tutto rispetto, ha il via libera per un remake di cui si parlava ormai fin dalla metà degli anni ’60 (già nel ’62 si vociferava di un remake ad opera di George Pal che poi non si fece per mancanza di fondi).
“La cosa” di Carpenter non è la stanca riproposizione del film di Hawks con una spruzzata di effetti speciali e una bella fotografia patinata, perché il regista di “Halloween” e “1997 fuga da New York” decide di usare le nuove tecnologie per ridare finalmente a chi di proprietà quell’opera: John W. Campbell.
Qualche anno più tardi gli U2 in " Rattle and Hum" compiranno un’ operazione simile, riportando, con un interpretazione fantastica di Bono, Helter Skelter nelle mani dei Beatles dopo decenni in cui era divenuta semplicemente LA canzone di Charles Manson e della sua…
Ma sto vagando per campi fin troppo aperti.
Cominciamo a riannodare i fili di tutto il discorso.
“The thing” è infedele al film di Niby e Hawks tanto quanto quest’ultimo lo era nei confronti del racconto da cui tutto è nato.
Quello che Campbell descriveva come un mostro in grado di prendere sembianze umane e canine a suo piacimento, venne trasformato da Hawks nel gigante invincibile di cui si è parlato prima, così come i protagonisti del libro vennero sostituiti da personaggi più consoni al genere di film che si voleva creare: spuntò una fanciulla dal nulla, il bel capitano a proteggerla e uno scienziato talmente folle da voler letteralmente coltivare la creatura scesa dal cielo.
Carpenter, grazie a effetti speciali davvero ben riusciti, ricreò, invece, la creatura multiforme e i protagonisti originali, riportando alla luce le vicende raccontate nel libro.
“The thing” però, nella sua infedeltà al film di Hawks, non vuole essere critico: Carpenter, anzi, omaggia continuamente la pellicola del ’51 e, a ben vedere, sembra quasi crearne un seguito; il cane che raggiunge la base americana è sfuggito ad una base in cui “La cosa” ha già mietuto le sue vittime e quando i protagonisti riguardano i filmati delle telecamere di sorveglianza per farsi un’idea di quel che è accaduto si rivede sullo schermo la famosa scena del ritrovamento del disco volante nel primo film in cui gli scienziati si mettono in cerchio per delimitare il perimetro dell’oggetto caduto dal cielo.
Il cane, a voler guardare bene, potrebbe essere uno di quelli infettati nel primo film di cui nessuno si era più accorto e il blocco ghiacciato, ritrovato nella base attaccata, ha esattamente la forma che aveva quello nel primo film.
Insomma Carpenter riesce a omaggiare Hawks pur essendogli infedele e a rendere moderno un racconto del 1938 pur essendogli fedele.
In tutto questo rimandare e rifarsi ad altri, il regista riesce comunque a fare de “La cosa” un film marchiato a fuoco con il suo nome: Kurt Russel, al massimo della sua forma, è splendente nell’interpretazione dell’eroe solitario carpenteriano e le citazioni che Carpenter sparge per tutto il film (una su tutte quella, ancora dopo Dark Star, da “2001: odissea nello spazio” in cui i due protagonisti si rifugiano sullo spazzaneve come gli astronauti facevano sul modulo di salvataggio) sono, come al solito, Carpenter 100%.
Una regia attenta al minimo dettaglio (da manuale l’incipit con il cane che fugge nella landa desolata ripresa dall’alto) e un finale tanto epocale quanto lo era stato quello del film di Hawks (“Tutti voi che ascoltate la mia voce, dite al mondo, ditelo a tutti dovunque si trovino: attenzione al cielo, dovunque, scrutate il cielo!”) rendono “La cosa” il remake-trasposizione perfetto.
Quello che, una volta su cento, mi fa gridare alla vittoria.
L’insuccesso economico a cui andò incontro la pellicola, dovuto forse a una differenza troppo abissale con il film di Hawks, preso come modello a discapito del racconto di Campbell, la dice lunga sull’ incomprensione della grandezza di un regista come Carpenter che, dopo questo film, si vide nuovamente costretto a lavorare con budget ridicoli per creare, comunque, ancora grandi cult.
Verrà il giorno, ne sono cosciente oggi più che mai, in cui qualcuno penserà ad un bel remake del film di Carpenter, un ottimo remake di un remake (“La cosa”), di una trasposizione (il film di Hawks), con qualche bell’attorucolo tirato fuori da qualche serie tv (vedi remake di “The Fog”) e qualche regista incapace accompagnato da uno sceneggiatore della stessa risma (vedi remake di “Distretto 13”).
Sarà il giorno in cui, ancora una volta, perderò la mia battaglia personale.
Non la guerra.
Quella è ancora molto lunga.
“E allora Mac?”
“Allora niente”.

GENERE: Fantascienza
VOTO RACCONTO DI CAMPBELL "WHO GOES THERE"  DEL 1938: 6,5
VOTO FILM "THE THING FROM ANOTHER WORLD" DI NIBY DEL 1951: 7
VOTO FILM "THE THING" DI CARPENTER DEL 1982: 9

giovedì 28 gennaio 2010

UN LIBRO UN FILM_ STARSHIP TROOPERS

Leggermente preso dal periodo-esami ma così finisco il percorso su Starship Troopers.


Ci sarebbe da dividere questa recensione in due parti.

Quel che penso del libro a se stante.
Il libro di Robert A. Heinlein datato 1959 è esattamente il tomo di fantascienza che ti aspetti edito dalla Nord, quella simpatica casa editrice i cui libri si trovano a milioni negli scaffali della fantascienza usata solitamente di colore argentato o dorato (vengo a sapere ora che i volumi dorati sono i classici e quelli argentati i contemporanei).
Tomi (il cui autore non compare quasi mai sulla costa del libro per motivi a me oscuri) spesso illeggibili se non dannosi per l’intelligenza umana: avventure spaziali americane tipiche degli anni ’50 con eroi e cowboy spaziali che combattono contro creature improbabili ma sempre e comunque cattivissime per salvare una donna o un’intera nazione-pianeta-galassia.
Prendete Conan di Howard, un film di cowboy degli anni ’40, qualche futuribile e ridicola arma spaziale e metteteli in un bel frullatore: ecco un buon (???) libro dorato per la Nord.
Starship Troopers a queste caratteristiche fondamentali aggiunge un sottotesto di critica alla nostra società odierna, una critica ai metodi spesso troppo indulgenti verso i criminali e al cosiddetto diritto di voto universale portata avanti con argomenti validi che fanno pensare a un’ idea politica decisamente contrastante con quella dei nostri tempi.
Quel che Heinlein vuol far comprendere è che la sua società futura non è una società fintamente utopica come quella di Huxley ne “Il mondo nuovo” ma un serio progresso della democrazia dei nostri tempi.
Ora immaginatevi 350 pagine.
Di queste 350 pagine una cinquantina dedicate alla descrizione di questa società del futuro e alla sua politica e le restanti 300 da addestramenti (la parte più interessante) e infinite battaglie contro aracnidi e esseri oblunghi con descrizioni particolareggiate dei movimenti dell’esercito e delle decisioni spettanti ai comandanti, tenenti, sergenti, soldati semplici e così via.
Ora.
Al di là del fatto che per chi non ha mai avuto nozioni militari (e non si è mai interessato ad averne) è abbastanza delirante comprendere i vari gradi di comando e i vari schieramenti in battaglia, ci si può concentrare per 20 pagine sulla descrizione di una tuta potenziata usata per combattere?
Può anche essere stata un idea innovativa, geniale e ben sviluppata tanto da aggiudicarsi un premio Hugo nel ‘59 ma sinceramente oggi è qualcosa di quantomeno pesante se non ridicolo (si legga idea invecchiata male).
Sento che se leggessi un libro di cucina oggi non vorrei soffermarmi per 20 pagine sulla descrizione di una patata geneticamente modificata da usare in futuro per migliorare il mio riso con patate.
Poi magari, forse, molto probabilmente, nel futuro tutti useranno la patata geneticamente modificata per il loro riso con patate e ne tesseranno le lodi (di forma oblungamente perfetta, senza un baffo e deliziosa al palato) ma comunque si, sono noiosamente inutili queste avveniristiche 20 pagine sulla PGM.
Insomma il libro di Heinlein è sicuramente un libro ben scritto e su questo non si discute, che scorre via velocemente come nessun tomo della Nord è in grado di fare (almeno tra i letti) e presenta anche spunti interessanti su un’ ipotetica società militarizzata del futuro ma si ferma appunto a ottimi spunti che non vengono sviluppati a sufficienza rispetto ad una trama principale fatta di battaglie alla lunga frangipalle.
Quel che penso del libro rispetto al film.
Ho già parlato a lungo della trilogia di Starship Troopers cinematografica (di cui solo la prima pellicola si ispira esplicitamente al romanzo di Heinlein) quindi cercherò di non dilungarmi troppo concentrandomi giusto su pochissimi aspetti.
La società utopica di Heinlein è in Verhoeven una società falsamente utopica e il regista non fa altro che ripeterlo ossessivamente con i vari video di propaganda fascio-militare sparsi per tutto il film.
Sarà una lettura sballata di Verhoeven, sarà una volontaria rilettura, fatto sta che sembra davvero di stare di fronte a due società simili nei fatti ma opposte nell’idea che vogliono trasmettere.
Discorso diverso per l’esercito: se i fanti sono in entrambi i casi carne da macello, quello che Heinlein sottolinea più volte è il numero eccessivo di volontari che invece a Verhoeven non sembrano bastano mai.
L'esercito-bordello in cui uomini e donne si lavano e si strusciano insieme non era esattamente l’idea dello scrittore che fa della mancanza del sesso femminile una delle “malattie” di questi uomini superaddestrati.
Infine le tute potenziate.
Heinlein ne parla per 20 pagine approfonditamente, ne descrive ogni minuzia e durante ogni battaglia tiene a precisare come questa guerra del futuro sia molto diversa da quella di oggi grazie ad esse.
Va bene, Heinlein esagera nel descriverle e nel farle notare ad ogni possibile frangente ma a Verhoeven ste benedette tute potenziate cosa avranno fatto di male?
Forse nel ’97 non c’erano effetti visivi sufficienti, forse non gli sembravano importanti, forse semplicemente gli stavano in culo ma perché eliminarle del tutto dal film per poi farle comparire (in una versione moooolto personalizzata e tamarra) nel terzo film (di cui Verhoeven è produttore) che, se possibile, a livello visivo è ancora peggio?
Ruggeri cantava “Mistero!”
AUTORE: Robert A. Heinlein
ANNO: 1959
GENERE: Fantascienza
VOTO: 6,5
CONSIGLIATO: ai cultori della fantascienza più classica.

NOTA: Al momento di pubblicare controllando su internet scopro che il libro di Heinlein è stato pubblicato dalla Nord, non so se meravigliarmi della mia intuizione o rivalutare un poco la bistrattata Nord.

sabato 16 gennaio 2010

AVATAR

Finalmente.

C'è poco da dire.
3Damente parlando (così Cameron quando legge è contento se lo metto al primo posto) siamo a livelli improponibili rispetto al presente.
È come se 18 anni fa qualcuno avesse reso credibile un personaggio che si scioglieva e si ricreava come se nulla fosse.
Come se con 4 milioni di dollari e 36 giorni a disposizione sul finire degli anni ’80 potessi fare un film di fantascienza credibile.
Come se nel ’97 uno potesse ricreare un transatlantico in scala 1 a 1 spendendo 200 milioni di dollari e andare ancora in attivo di centinaia e centinaia di milioni dollari.
Ecco è un po’ una cosa così..
Non siamo al luna park, Cameron se ne sbatte di oggetti che ti vengono addosso e corse folli su carrellini da minatori, ti prende la testa e te la immerge in una vasca da cui non vorresti mai riemergere.
Si, graficamente parlando è una rivoluzione.
Storicamente parlando siamo sui livelli di un “Pocahontas”, “Battaglia per la terra”, “Braveheart” e chi più ne ha più ne metta.
Leggasi: uomo del popolo X che entra nel popolo Y per studiarlo e distruggerlo ma infine se ne innamora e comprende che il popolo bastardo è X, non Y.
No Cameron, non è assolutamente niente di nuovo, nemmeno il fatto che noi umani siamo alieni è innovativo (tanto per dirne uno recente “Placet 51”).
Si Cameron, è sempre una storia esaltante non posso darti torto.
Personaggisticamente parlando siamo dalle parti delle accette.
La dove i personaggi son tratteggiati col machete e persino il protagonista viene trascurato per far spazio a Pandora.
Pandoristicamente parlando: Sbav (Si veda Ratman per traduzione di sbav).
Fantascientificamente parlando: luce dei miei occhi.
Un “District 9” avrà una storia molto più innovativa, un “Terminator Salvation” sarà molto più apocalittico, Un “Il mondo dei replicanti” avrà un protagonista molto meglio tratteggiato ma un fan di fantascienza, fantasy e fantasia in generale non può che inginocchiarsi e sbavare ettolitri di bava fumante per tanto spettacolo chiuso in 2 e 40.
E ne vorresti ancora di più.
Vorresti vedere come vive il popolo del mare.
E quello delle pianure.
E scoprire ancora di più le montagne fluttuanti.
E esplorare tutta Pandora.
E cosa mangiano i Na’vi.
E qual è la loro storia.
E chi sono i loro antenati.
E com’è strutturata la loro famiglia.
E come vanno in bagno.
Ti prego Cameron.
Ancora.

REGIA: James Cameron
GENERE: fantascienza, fantasy.
ANNO: 2010
UNA PAROLA: portatevi un bavagliolo per la bava.
VOTO: 10-

venerdì 8 gennaio 2010

TRE CLASSICI UN MITO: STARSHIP TROOPERS

Due settimane di vacanza e si riprende...con un perdonabile giorno di ritardo.

STARSHIP TROOPERS: LA FANTERIA DELLO SPAZIO

STARSHIP TROOPERS 2: HERO OF THE FEDERATION- STARSHIP TROOPERS 2: GLI EROI DELLA FEDERAZIONE

STARSHIP TROOPERS 3: MARAUDER- STARSHIP TROOPERS 3: L’ARMA SEGRETA



A vedere certi film a volte ci si fa un torto.
Quelle pellicole con cui si è cresciuti, che si sono viste una o mille volte ma che inevitabilmente (e a volte inspiegabilmente) rimangono nella memoria.
Passano settimane.
Mesi.
Anni.
E ogni giorno il nostro simpatico cervelletto sovraccarico di immagini e ricordi di ogni genere si diverte a cancellare, ingigantire e reinventare particolari su particolari.
Io Starship Troopers lo ricordavo più o meno così: quel film che ci sono gli insettoni giganti su un pianeta e gli uomini vanno per ucciderli ma vengono tutti smembrati brutalmente.
Grossolanamente sarebbe anche accettabile come storiella da raccontare al bar il mattino dopo.
Non grossolanamente e rivedendolo almeno 8 anni dopo l’ultima volta si scoprono elementi più o meno incredibili per i miei ricordi annebbiati.
Innanzitutto Verhoeven regista, lo stesso malato di mente di quegli altri due cult visti e stravisti da bambino di nome Robocop (quello che lui all’inizio lo maciullavano e poi tornava mezzo robot e uccideva tutti e c’avevo anche il gioco dell’Amiga) e Atto di Forza (quello con Schwarzenegger che andava su marte e alla fine c’era la scena che lui si salvava con tutte le vene in testa che gli stavano per scoppiare e, particolare non trascurabile, una donna con tre tette).
In secondo luogo l’anno di uscita: il 1997, non così vecchio come pensavo.
Infine, cosa (forse) più importante, il film.
Quello con gli insettoni sul pianeta alieno che smembravano tutti si, ma soprattutto quello che nella prima ora ci mostra un futuro molto Robocopesco in cui scene di addestramento militare per la fanteria spaziale si alternano a folli slogan per il reclutamento sui fantomatici schermi delle tv del futuro.
Quello in cui a recitare sono chiamati i peggiori bellocci da Beverly Hills che Verhoeven potesse trovare sulla piazza e in cui gli effetti speciali (eccezion fatta per gli insettoni, mostruosi e credibili) sono al livello di uno Star Trek qualsiasi degli anni ’80.
Quello che a vederlo oggi è uno dei film di fantascienza più stranamente trash che si possano immaginare: con quei modelli e modelle che si aggirano per lo schermo con battute da film di serie C ed espressioni da telenovela nello spazio.
Ci sarebbe da ridere per ore ma Verhoeven mette qualcosa in quegli “spot- slogan” militareschi che inquieta.
O meglio.
È qualcosa che stona.
Quasi si volesse fare un film volutamente trash e pieno di messaggi fin troppo espliciti (qualcuno su internet ha il coraggio di parlare di sottili metafore… manca solo il faccione di Verhoeven che urla al pubblico quel che pensa dell’esercito e degli Usa in generale ed è un documentario di Michael Moore!) per prendere in giro a sua volta un modo di fare cinema (quello della fantascienza anni ’30 prima e anni ’80 poi) volgarmente americano.
Il dubbio che Verhoeven ci faccia o ci sia (da quel che ricordo ora di Robocop e Atto di Forza) rimane e forse si rafforza.
Quel che è certo è che Starship Troopers rimane un film sicuramente particolare nel suo genere, direi anche “difficilmente giudicabile” data l’assurda volontarietà di cadere nel ridicolo-spazzatura in ogni suo elemento.
Non ci vuole molto coraggio a dire che se fosse stato girato dalla Troma (dico Toxic Avenger ) e non voglio aggiungere altro) un film come questo sarebbe entrato di diritto nell’olimpo dei film caciaroni visibili solo in gruppo sotto l’effetto di troppo alcool.
Il fatto che sia stato girato da Verhoeven lo ha trasformato invece in un cult di (ormai) altri tempi in cui molti (compreso me stesso) sono sviati dal vedere qualcosa di così grossolanamente brutto e famoso e doverci cercare obbligatoriamente un significato nascosto o almeno una volontaria tendenza alla spazzatura.
Apro e chiudo una parentesi che tanto parentesi non è: il discorso fatto negli ultimi 2 capoversi è il simpatico sunto di quel che penso di molti film di registi ormai diventati intoccabili per una critica pecorona che non sa far altro che ripetersi e attorcigliarsi su se stessa in un elogio dei soliti noti. Tutto ciò, se proprio vogliamo ricordarlo, è anche il motivo per cui ho aperto questo blog.
Chiusa parentesi.
REGIA: Paul Verhoeven
ANNO: 1997
UNA PAROLA: Trash d'autore?
VOTO: 6,5



Uno degli elementi che differenzia maggiormente questo primo episodio dal secondo capitolo di cui ho scoperto l’esistenza solo un anno fa è proprio questo: Starship Troopers 2 non è trash.
Almeno non come il primo episodio.
E non ha gli attorucoli, non ha gli effettacci speciali (su questo molti su internet dissentono ma il dubbio che il loro sia solo attaccamento emotivo (e pecorone) per il primo capitolo è forte) e nemmeno un po’ di ambiguità.
Si farebbe prima a dire l’unica cosa in comune delle due pellicole per cui qualcuno quasi dieci anni dopo è riuscito a tirar su ancora qualche soldo sfruttando un marchio abbastanza famoso: gli insettoni.
Detto questo Starship Troopers 2 è tutt’altro.
A volerlo descrivere con tre parole si potrebbe dire Alien, Pitch Black e Tremors.
Alien: nell’ambientazione cupa e claustrofobia che la pellicola assume per tutta la sua durata e nel particolare tipo di insetto che infesterà questi ultimi uomini sopravvissuti.
Pitch Black: nei colori bui e oscuri e se vogliamo nel protagonista “fuorilegge” muscoloso e dalla voce ruvida (fa quasi impressione pensarlo poi in Desperate Housewifes nei panni del normalissimo maritino Karl Mayer).
Tremors: solo e soltanto nei radar che segnano l’avvicinamento degli insettoni.
Starship Troopers 2 è molto più classicamente sci-fi-horror di media categoria del suo predecessore: gli attori sono tutti più o meno buoni, la storia si fa più """"introspettiva"""" (meno battaglie a viso aperto e più momenti di mistero-tensione-riflessione) e nonostante alcune buone sorprese tutto si può ricondurre a qualcosa di già visto e stravisto.
REGIA: Phil Tippet
ANNO: 2004
UNA PAROLA: scontato
VOTO: 6


Infine Starship Troopers 3.
Quel che più incuriosisce di questo terzo capitolo è la ripresa della storia dalla fine del primo, come se il secondo episodio non fosse mai esistito.
Sarebbe anche quasi lecito (non è sicuramente la prima volta che qualcuno se ne infischia di seguiti vari per far riprendere la storia dove si vuole) ma la presenza di Neumeier come regista e sceneggiatore fa un po’ sorridere dato che lo stesso Starship Troopers 2 era stato comunque scritto da lui.
Lavaggio del cervello?
Molto più probabilmente e semplicemente il ritorno di Verhoeven alla produzione.
E così riecco il benedetto Rico far capolino nuovamente sullo schermo con la stessa faccia di tolla di Casper Van Dien che nel frattempo ha quasi imparato a recitare.
Per il resto mancano tutti, ma basta la sua presenza per portare tutti indietro nel tempo.
Non fosse che.
Gli effetti speciali con un budget evidentemente ridicolo rispetto al primo episodio sono ancora più penosi per quanto riguarda le navicelle (quelle del 1997 erano veramente pessime, ma queste in rapporto all’anno di produzione del film sono terrificanti) e inguardabili per quanto riguarda gli insetti (nel secondo episodio a fronte di un budget ridotto si erano intelligentemente evitate scene che richiedevano troppo impegno “visivo”)
Le scenografie sono di polistirolo, le armi di gommapiuma, i dialoghi spazzatura.
Gli attori pessimi come ai bei vecchi tempi e quel tocco di humour da film della Troma (la vanga che trancia in due il soldato nella scena iniziale è quanto di più trash io abbia visto dopo Dude Postal che si divertiva a far sotto bambini e vecchiette!) da il colpo finale.
Starship Troopers 3 non sarebbe neanche un brutto film a volerlo spogliare di un qualche centinaio di difetti ma ne rimarrebbe uno scheletro sottile sottile fatto di rimandi al film di Verhoeven (le trasmissioni tv propagandistiche del futuro) e al libro Starship Troopers di Robert A. Heinlein di cui questo terzo episodio riprende uno dei temi più cari non affrontati da Verhoeven: le tute potenziate.
Che poi queste tute potenziate diventino nel finale il pretesto per una delle scene più tamarre e ridicole che io abbia mai visto in un film di fantascienza (dico solo: Padre Nostro in sottofondo, robottoni giganti con lanciafiamme che incendiano insetti giganti e un ralenty di quelli che solo Emmerich nei momenti migliori…) è tutt’altra storia.
Non c’è mai fine al peggio si dice.
Magari un bell’episodio in 3d…
REGIA: Edward Neumeier
ANNO: 2008
UNA PAROLA: trash e basta.
VOTO: 4,5

giovedì 23 ottobre 2008

WALL -E

Recensioni-Libere sta per allargarsi...o meglio sono io che sto per allargarmi (si, anche fisicamente!)
Ma tutto a suo tempo, per ora gustatevi una nuova recensione doppia!
In ordine la mia e quella di Leo.
Senza altre stupide presentazioni.
A voi.


Ad aspettare un film per sei mesi ci si fa solo del male.
È una regola che qualsiasi umano dotato di cervello funzionante dovrebbe conoscere.
È come sapere che bere 2 litri di vino a stomaco vuoto ti fa rallegrare per mezz’ora e vomitare per altre cinque e ogni sabato ingurgitarne 3 litri.
Non è esattamente quel che si dice genialità (anche se per quella mezz’ora ci si fa sempre un pensierino…)
Eppure.
Eppure Wall-E io lo aspettavo da 6 mesi.
Me la ricordo la prima locandina che vidi con quegli occhioni di quel robottino quadrato che ti diceva solo: ti prego guardami, sarò il tuo prossimo cartoon preferito!
Cartoon.
Che se dici cartoon la prima cosa che ti viene in mente sono gli Animaniacs che si agitano su quella torre di non so cosa della Warner Bros: che mai nessuno ha capito perché quei tre poveri pazzi topi, gatti, puzzole…cosa sono? Debbano essere rinchiusi in quella torre quando quella sputacchiera ambulante di Daffy Duck se ne va in giro liberamente ormai da 70 anni.
Non bastano i cinesi (che almeno a casa loro le sputacchiere le hanno davvero?)
Wall E è un cartoon?
C’è qualche pazzo su questo pianeta che sarebbe capace di andar in giro a dire che “L’altro giorno ho visto quel nuovo cartoon col robottino dagli occhi dolci, Wall-E!”?
Lo conoscete?
Usatelo come piattello nella vostra prossima battuta di caccia (dalla regia mi dicono che a caccia non si usano i piattelli altrimenti i cani da caccia dovrebbero volare e i cacciatori tornati a casa presenterebbero un buon piattello spezzato alla moglie da cucinare con le patate al forno…forse sarebbe la volta buona che gli va qualcosa di traverso e la smettono di uccidere piattelli!)
Io l’altra sera al cinema non ho visto un cartoon.
Non ho visto Willy il coyote che si schiacciava con il decimillesimo masso nella valle desertica (finiranno sti massi prima o poi no?), non ho visto Bugs Bunny che mangia le carote (o era forse Clive Owen in Shootem’up?), non ho visto dell’assurda gente gialla con tre peli in testa e neppure qualche strano tipo con la faccia scubettosa e i capelli sparati in aria di qualche colore improbabile tipo viola-nero-rosso-giallo.
E per la cronaca: non ho visto neppure un ape che imita il Laureato o un Panda ciccione che fa Kung Fu.
Io l’altra sera al cinema non ho visto un film di fantascienza.
Non c’era quello stacco ormai quasi impercettibile (ma che comunque permane) tra materia esistente (gli umani) e materia fantastico-computerizzata.
Io l’altra sera al cinema non c’ero.
Ero perso in un mondo apocalittico pieno di grattacieli di rifiuti compressi insieme a un robottino curioso e tanto solo la cui unica occupazione era appunto quella di comprimere rifiuti e recuperare qualche bell’oggetto da mettere da parte per la sua collezione privata.
20093320 disegnatori, 023498 mesi di lavorazione, 77468372 schizzi, 3147832 milioni di dollari incassati, Wall-E è nato da un idea che il produttore ha avuto nel lontano 1957 quando appena nato vide una colomba che gli cagò in testa che secondo lui era molto simile a un occhio che poi blablablabla (ogni tanto mi chiedo se le pensano a casa certe storie…), potrei sommergervi di inutili notiziole da “non ho uno straccio di idea e vi metto due numeri e qualche aneddoto per arrivare ai 500 caratteri”.
Non mi interessa.
Io dico solo: emozioni.
Tristezza, gioia, malinconia, solitudine e felicità.
Di quelle pure.
Di quelle che credi di aver perso con la fine dell’infanzia e che ritrovi ammirando Wall-E che ti muove dentro con i suoi occhioni.
Non leggete più nulla, non guardate più nulla (casomai vi capiti Vincenzo Mollica che in tv vi racconta il finale provate a sputargli in un occhio), non pensate più a nulla.
Prendete la mano di chi amate e sedetevi in sala.
Ed andate a far compagnia a Wall-E.
Si sente tanto solo.


PER REGIA, GENERE E ANNO VEDERE PIù IN BASSO!
VOTO:10- (e con una seconda visione abbasso di netto il voto di ratatouille a 7,5)

WALL-E. DIO L'UOMO E IL ROBOT
di Leo
“Ho fatto un sogno che non era proprio un sogno […]
Quel possente e popoloso mondo era una massa informe,
senza stagioni, erbe, alberi, uomini, e senza vita,
un mucchio di morte – un caos di dura creta.
I fiumi, i laghi e l’oceano. Tutto era immobile
E nulla si muoveva dentro le silenziose profondità;
le navi senza marinai marcivano sul mare
e gli alberi cadevano a pezzi: una volta caduti
si addormentavano nell’abisso senza flutti;
erano morte le onde e le maree:
la luna, loro padrona, si era spenta presto,
coi venti, inariditi nell’aria stagnante
e le nubi dissolte: le tenebre non avevano
bisogno di nubi: erano loro, ormai, l’Universo”.

[Lord Byron, composta a Diodati nel luglio 1816; “Darkness” – “Tenebre”; testo italiano da “Poeti romantici inglesi”, a cura di Franco Buffoni, Milano, Bompiani, 1990, vol. II; pp. 553-557]

Le distopie* teleologiche ambientate alla fine del mondo sono comuni e diffuse in tutte le culture, e rispondono fondamentalmente alle domande “Che cosa ne sarà di noi alla fine dei tempi?”, “Che cosa ne sarà alla fine dei tempi del nostro pianeta?”, quest’ultima solo più recentemente virata in chiave ecologista in un più ‘verde’ “Che cosa accadrà al pianeta Terra con il nostro irresponsabile comportamento?”. Ora, a prescindere dalle questioni astronomiche, dal futuro ciclo vitale del Sole, che tra miliardi di anni tenderà ad implodere in una nana rossa e, prima di sparire come gigante produttore di calore, renderà la Terra inabitabile a causa dell’intollerabile caldura e della maggiore vicinanza ad esso, il tema della fine affascina da sempre gli animi umani, in particolare per quanto riguarda il lato strettamente culturale e religioso.
*= [situazione storica di una società umana fittizia in cui le premesse di benessere collettivo sono totalmente rovesciate]
Le apocalissi cristiano-ebraiche canoniche ed apocrife, nella loro etimologia greca di “rivelazione”, ci dicono già che il sapere della fine si combina con la conoscenza rivelata degli avvenimenti che la determineranno, imponendo così un punto di vista totalmente imperniato sul senso finale, sulla fine.
Che cosa ne sarà di noi, e con quale scopo allora?
La domanda è da riporre con insistenza perché la cosa più interessante è che, spesso, nelle più celebri produzioni cinematografiche – odierna riproposizione efficace di stilemi narrativi legati un tempo alla trasmissione orale, o a mezzo testo, di situazioni umane archetipiche – il senso della fine, alla fine del tempo, abdica alla condizione umana per invadere il campo dell’artefatto umano, dell’automa, del robot, dell’essere fantastico-immaginifico, raramente l’uomo.
Se un tempo i latori delle trombe della rivelazione erano angeli, ora i messaggeri delle ultime cose si radicano negli automi.
In “Blade Runner” [1982/1992+2007; Ridley Scott; USA – basato sul romanzo di Philip K. Dick Do Androids Dream of Electric Sheep? del 1968], non c’è più alcun Dio ad agire come garante della verità che il soggetto può raggiungere. Il ‘cogito ergo sum’ cartesiano affonda in un soggettivismo che non richiederebbe nulla sopra di sé; nel sistema di Descartes era però necessaria la presenza di Dio in qualità di garante ‘super partes’ del razionale. Da qui la razionale prova ontologica dell’esistenza di Dio: a) Dio è l’essere sommamente perfetto; b) la perfezione comporta l’esistenza; c) dunque Dio esiste. Rick Deckart (Harrison Ford), lo si consideri l’automa programmato per dare la caccia agli altri androidi, lo si consideri un agente umano, è comunque immobile sulla soglia della decisione del Sé, umano o no. Anche se, in fondo, qual è alla fine la differenza tra i due termini del problema, tra l’organico e il sintetico, se è possibile amare ed avere ricordi, avere coscienza di sé, del proprio atto che è nel tempo, una faccenda tra il presente e la decisione che comporta il fare una determinata operazione? Se Deckart può amare Rachael (Sean Young), e avere memoria di sé che in quanto amante ed amato, che differenza fa l’essere o non essere ‘umano’?
Dice Roy Batty (Rutger Hauer):
“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.”
Ecco come il garante finale della memoria umana si configuri in ultima istanza come non-umano – ma nemmeno divino!
Nel XVII e XVIII secolo le carenze del sistema razional-teologico cartesiano erano apparse evidenti.
Scrisse Pascal di Cartesio, avendo avvertito il rischio che correva la legittimazione della fede: “Non posso perdonare a Descartes [sic]. Avrebbe pur voluto, in tutta la sua filosofia, poter fare a meno di Dio; ma non ha potuto esimersi dal fargli dare un colpetto per mettere in movimento il mondo: dopo di che, non sa che farsi di lui”. [“Pensieri”, brano 77, Torino, 1962, p. 21]. Cartesio non era minimamente contrario alla fede, ma il suo sistema era un colpo mortale per essa, ed un punto a favore delle molteplici forme di ateismo – spesso in conflitto tra loro – e del materialismo meccanicista.
La Mettrie intitola “L’Homme-machine” un suo testo del 1747.
«Il corpo umano è una macchina che trova in se stessa l’energia», scrive il medico La Mettrie, “ma una macchina di una complessità straordinaria, in grado di produrre vita, sentimento, pensiero” [cit. da Minois, G., “Storia dell’ateismo”, Roma, Editori Riuniti, 2001; p. 404-405]. Allora che differenza fa un automa capace di ricordare, di provare sentimenti e magari di generare altra “vita” meccanica a confronto con un ‘uomo’?
La strada è tracciata.
Il mondo iper-tecnologico dei due lungometraggi di “Ghost in the Shell”, opera di Masamune Shirow, non è altro che una elegante e raffinata variazione sul tema: biologia come forma superlativa di tecnologia e anima come elaborato software, con nel mezzo tutte le possibili ibridazioni del caso [“Ghost in the Shell”, 1995; “Ghost In the Shell: L’attacco dei cyborg”, 2004; entrambi regia di Mamoru Oshii, soggetto di Shirow Masamune; Giappone].
Un punto interessante ora lega alchimia e mistica al senso della vita, alla sua creazione ex nihilo.
Nel 1684, Darmanson pubblica il testo “La bête transformée en machine”, in cui difendendo Cartesio afferma l’evidenza che Descartes fosse favorevole alla fede giacché negava la sensibilità degli animali; se soffrissero Dio sarebbe in fondo colpevole della loro innocente sofferenza, poiché essi non furono partecipi del Peccato Originale. Eppure, privi di anima immateriale e mortale, ma dotate di coscienza, non potrebbero essere exempla della situazione dell’uomo? Occorre precisare che le altre posizioni dell’epoca si distanziano assai da tale concetto e Gassendi, Maignan e l’abate Villiers, con tutte le differenze che intercorrono tra i loro pensieri e limitandoci alla Francia, attribuiscono agli animali un’anima (talora immateriale, talaltra immortale; talvolta entrambi gli attributi). La Chiesa sarà sempre scettica nei confronti della tesi “animale=macchina” [cfr. Minois, G., op. cit. ; p. 234].
Se l’uomo insegue la creazione della vita e la ricerca dell’anima, l’alchimia è l’incontro tra tecnica spirituale e tecnica profana. L’uomo ha gettato la Creazione intera nella prostrazione del peccato originale, condannandola alla sofferenza e all’allontanamento dalla divinità; la pratica alchemica allora mira a ricondurre ad unità la spezzata armonia, alla redenzione del Creato intero. Operando sulla materia, trasformandola, salvo me – e l’umanità – attraverso l’Opera, e salvo la materia stessa dalla Caduta dal Paradiso causata solo dalla stolta coppia dei primordi.
La giustificazione teologica spezza le remore dell’hybris laicamente intesa, del tracotante orgoglio umano di poter creare la vita.
Il Golem, “l’amorfo”, l’Adamo (=etimologicamente, la “terra rossa”) originario ancora proto-umano, e solamente in un secondo tempo l’essere archetipico del robot (dal ceco ‘robota’, lavoro), homunculus rabbinico e nesso tra alchimia cristiana e studio della kabbalah, entra prepotentemente in scena. La sua creazione non ha scopo pratico, se non quello di provare la potenza di Dio. Assolvente la funzione di lode al Signore, viene – spesso – immantinente dissolto.
“La creazione del Golem comporta dei pericoli, anzi come tutte le grandi creazioni mette a repentaglio la vita; […] i pericoli non provengono da lui, ma piuttosto dall’uomo stesso […] dalla tensione che il processo provoca all’interno dello stesso autore […]. La minaccia da parte del Golem che s’incontra nelle leggende posteriori è una profonda trasformazione della concezione originaria […]” [Scholem , Gershom, “La kabbalah e il suo simbolismo”, Torino, Einaudi, 2001; pp. 239-241]. Dalla situazione del Golem si evince un terzo fattore di interesse: l’afasia, l’incapacità di parlare linguaggio umano. Seppure tale condizione non sia universalmente accettata dalle fonti, è da notare, come nota Scholem a nota di un testo da lui commentato, che “il Golem non è incapace di parlare per sua natura, ma solo nelle condizioni attuali, in cui l’anima dei pii non è più pura” [Scholem, op. cit., p. 243].
Nel mondo di Wall•E i pii non sono più puri.
Nel mondo di Wall•E gli automi non parlano.
Gli umani sono stati (lo sono adesso?) devastati dall’incapacità di mantenere una relazione stabile con l’ecosistema. Hanno violentato la Terra, sommersa di immondizia e rottami. Hanno fallito. Le macchine, hanno provocato quel rischio da cui Scholem mette bene in guardia: l’inflazione psichica del soggetto, il sentirsi prima che ‘uomo’ il ruolo che si ricopre, il lavoro che si fa. “L’identificazione con l’ufficio o col titolo ha perfino qualcosa di seducente, sicché molti uomini non sono nient’altro che l’ufficio concesso dalla società, [seducente perché] rappresenta un comoda compensazione delle insufficienze personali” [Jung, C. G., “L’Io e l’Inconscio”, Torino, Bollati Boringhieri, 1967, ed. orig. 1928; p. 50-51]. Gli umani si sono crogiolati sotto le vane e vuote promesse del futuro e delle comodità. Sarebbe vano cercare un uomo pensante, una personalità nel mare dell’omologazione, nel gregge di caricature antropomorfe del mondo di Wall•E, perché “dietro la gran gonfiatura si troverebbe solo un miserabile omiciattolo” [Jung, C. G., op. cit.; p. 50].

“[…] Nel panorama avvizzito non c’era nulla che si muovesse. Niente agitava la pianura sabbiosa, rena disintegrata di fiumi da molto tempo asciutti nel cui solco, un tempo, eran corse le acque della giovane terra. C’era ben poco verde in quel mondo arrivato alla fine, ultimo stadio della presenza umana sul pianeta. Per innumerevoli cicli siccità e tempeste di sabbia avevano sconvolto le terre” [“Finché tutti i mari…”/”Till A’ the Seas…”, di H. P. Lovecraft, in collaborazione con Robert H. Barlow, 1935; “Tutti i racconti 1931-1936”, Milano, Mondadori, 1992; p. 593].
“Waste Allocation Load Lifter Earth-class”: l’acronimo del nome del robot protagonista, una sorta di sollevatore di carichi di rifiuti, dimenticato da 700 anni solo sulla Terra a ripulire dalla spazzatura quella che appare come una città statunitense, ma che potrebbe benissimo essere il centro di una qualunque altra megalopoli del globo. Imperterrito, continua il lavoro, ignorando che la sua missione è da tempo inutile, obiettivo ormai dichiarato irraggiungibile. Lavora, come l’Adamo condannato a guadagnarsi la vita con il sudore della fronte, lavora come indica il neologismo ‘robot’, ricalcato sul ceco “lavoro”, come un alchimista all’Opera.
Solo così ha potuto apprendere ed imparare i comportamenti umani, tramite VHS e spezzoni di films retrò. Solo così ha imparato la forza redentrice dell’amore. Solo così potrà insegnare alla robot EVE (“Extraterrestrial Vegetative Evaluator”, Esaminatrice di vegetazione extraterrestre), compagna dell’Adamo terrestre, ad amare e ad amarlo. Solo così ha potuto redimersi.
Per gli umani non c’è più speranza. Obesi, condannati ad un esilio dorato su di un’astronave proprietà di una multinazionale che li ha soggiogati secondo una logica alla “Brave New World” (“Il Mondo Nuovo”; Aldous Leonard Huxley, 1932), impedendo loro di pensare, di vedere con i loro occhi l’abominio che si sono permessi di diventare, schiavi di bibite gassate e telecomunicazioni digitali, schiavi delle loro macchine. La speranza dell’umanità più pura risiede nel cuore di un automa, erede della Terra.
La meticolosità – ma non certo l’ingenuo ottimismo – di Wall•E nel programmare, per 700 anni, la propria condotta di vita, riporta alla mente il Robert Neville di “Io sono leggenda”:
“Più tardi, si impone di andare in cucina per eliminare nel tritarifiuti le immondizie accumulate in cinque giorni. Sapeva di dover anche bruciare i piatti di carta e le posate, di dover spolverare i mobili, lavare i lavandini e la vasca da bagno e il water e di dover cambiare le lenzuola e la federa del letto; ma non ne aveva voglia. Perché era un uomo ed era solo, e queste cose per lui non avevano più importanza” [Matheson, Richard, “Io sono leggenda”, Roma, Fanucci, 2005; p. 13 – già brillantemente recensito in questa sede da Deneil]. Persino il compagno di Neville – il cane bastardo bianco, marrone e macilento del libro/il prode pastore tedesco del rifacimento cinematografico con Will Smith – ha una contropartita nello scarafaggio compagno di Wall•E.
Eppure c’è qualcosa che resta nelle pieghe della memoria, qualcosa che non si riesce a districare,che si impiglia ripetutamente e con ostinazione: perché in tutte le ultime distopie cinematografiche sul futuro, la parte del redentore positivo o del ‘deus ex machina’ è sempre di un non-umano, di un super-umano o di un uomo che per determinate caratteristiche è al di sopra (o al di sotto) dell’espressione umana, quasi a ricalcare quell’angelo messaggero dei primordi? Perché questa profonda negatività connaturata all’ontologicamente malvagio (o al più superfluo) uomo?
“Le stelle continuavano a girare, il disegno indifferente sarebbe continuato per epoche ignote e infinite. La fine di quel trascurabile frammento non importava affatto alle nebulose lontane o ai soli neonati, fiammeggianti e moribondi. La razza umana, troppo fragile e passeggera per avere un’autentica funzione e scopo, era come se non fosse mai esistita. A questa conclusione avevano portato i lunghi millenni della sua evoluzione, laboriosa fino al ridicolo” [Lovecraft e Barlow, 1935; op. cit., p. 602]. Millenni per arrivare a tenere in mano un telecomando e una lattina di bibita gassata.
Il bene impersonato da un robot: proiezione esterna su materiale inerte della umana intrinseca bontà? Non credo; esternazione di qualità che si vorrebbero avere, ma che si sa di non poter possedere, su un totalmente altro che alla fine risulta essere più umano, ed immensamente più puro, dell’uomo.

Wall•E è un film per far riflettere, e per il momento il capolavoro del cinema d’animazione; Wall•E, e la sua compagna EVE, sono gli unici umani del film capaci di umani sentimenti. Anche quando sarà surclassato per tecnologia da altre vibranti prove d’animazione digitale, resterà un film tra i capolavori. Perché il contenuto, il senso del bello e l’amore non cambiano mai.


REGIA: Andrew Stanton [Pixar Animation Studios]
ANNO: 2008
GENERE: Animazione [mai definizione ad etichetta fu più restrittiva]
VOTO: 10
QUANTO è PURO QUESTO FILM: 10 [a tratti, nei momenti migliori, mi ha ricordato “Stardust”; ma “Wall•E” è più maturo, senza nulla togliere al film tratto dal romanzo per ragazzi di Neil Gaiman; non mi dilungo sulle tonnellate di citazioni sparse nel film, dai giocattoli in rottami di “ToyStory”, alla lampada Luxo Junior del primo cortometraggio animato firmato Pixar, a “2001: odissea nello spazio”, etc…Degna di nota la canzone dei titoli di coda di Peter Gabriel, l’animazione vibrante degli stessi, e il simpatico, ma che nulla toglie od aggiunge, sketch “Presto”, un piccolo omaggio ai cartoni animati di Hanna & Barbera, posto con giudizio prima dell’inizio del film. Il film è dedicato a Justin Wright, un animatore degli Studios – che ha lavorato al cortometraggio “Presto” – venuto a mancare nel 2008 a soli 27 anni]

> POST SCRIPTUM per chiarire brevemente la possibile votazione dei titoli tralasciati e/o citati:
- Blade Runner: 10
- Ghost in the Shell: 8+
- Ghost in the Shell: L’attacco dei cyborg [Innocence]: 8/9