Questa è la classica recensione- follia mastodontica che nessuno leggerà mai me ne rendo conto e lo capisco, il motivo che mi spinge a scrivere e pubblicare certe cose ancora non mi è chiaro, per un mio ordine mentale forse, o forse no, sono semplicemente matto.
WHO GOES THERE- LA COSA DA UN ALTRO MONDO
THE THING FROM ANOTHER WORLD- LA COSA DA UN ALTRO MONDO
THE THING- LA COSA
Ci sono due leggi che dominano il cinema da sempre:
- La trasposizione su pellicola di un libro letto, al 99% è una delusione;
- Il remake di un film visto, al 99% è una delusione.
Non si scappa.
Non è importante l’anno, il genere, il regista o l’autore del libro, la delusione vi attende, sempre pronta a colpirvi girato l’angolo, appena vi scorderete di una delle due regole.
Io non le dimentico mai, anzi, mi piace prenderle di petto: le mie sole risorse nell’affrontarle sono la pazienza e la voglia di farmi stupire mentre loro continuano a colpire basso, con trucchetti di bassa lega (attori di grande richiamo per il pubblico più giovane) e artiglieria pesante (effetti speciali strabordanti).
Il 99% delle volte vengo sconfitto brutalmente da trasposizioni orride e remake senza motivo di esistere, al punto da chiedermi in ogni occasione perché..ma soprattutto peeerchè?
Effettivamente non ho ancora trovato una risposta, se non quell’1% di probabilità di successo, capace di darmi immense soddisfazioni.
In questi giorni ho riportato due grandi vittorie e una sconfitta cocente.
Non voglio aggiungere nulla riguardo quest’ultima, vi basti quel che ho scritto alcuni post fa riguardo “La notte dei morti viventi” di Tom savini.
Mi soffermo piuttosto sulle due vittorie, ancor più clamorose se penso che vengono entrambe da un'unica pellicola, remake di una vecchia trasposizione.
Ciò da cui tutto ha avuto inizio è il romanzo breve (o racconto lungo, un giorno qualcuno mi spiegherà la differenza) di John W. Campbell Junior, “Who goes there”, trovato (mi riferisco ovviamente alla mia esperienza) in un libro pubblicato nel 1977 dalla Fanucci dal titolo omonimo, che raccoglie alcuni dei suoi racconti migliori (qui sopra la copertina).
Considerato uno dei padri della fantascienza moderna per aver diretto per anni una delle riviste americane di fantascienza più famose e aver scoperto gente del calibro di Asimov o Heinlein, Campbell è oggi poco considerato in Italia per i suoi scritti.
Vi basti una breve ricerca su internet alla ricerca di qualche ristampa recente delle sue opere: vi troverete di fronte al nulla.
Sicuramente scorgerete qualcosa che riguarda la sua “Cosa da un altro mondo”, ma per il resto dovrete rivolgervi ai buoni vecchi Urania usati, abbondanti su bancarelle o Libracci vari.
é un peccato.
Mentre fioriscono ristampe su ristampe di autori come Asimov (nulla da dire sull’opera, ma i libri della Fondazione si trovano in trilogia, quadrilogia o separati in tre edizioni diverse) o Heinlein (l’unico libro letto, Starship Troopers, non è niente di eccezionale), Campbell viene abbandonato alle edizioni degli anni ’60 e ’70, considerato antiquato per il pubblico di oggi.
Ingiustamente.
Sto andando fuori tema, lo so, (il giovane Holden ne sarebbe entusiasta) ora cercherò di rientrare sui binari prestabiliti, ma se vi piace la fantascienza e non avete letto ancora nulla di questo autore procuratevi almeno racconti come “Crepuscolo”, “Notte”, o “Il pianeta del silenzio”, pensate agli anni in cui furono scritti, e domandatevi quanti geniali idee contenevano questi brevi e densi racconti.
Dunque “Who goes There” o, come è meglio conosciuto, “La cosa da un altro mondo”.
Mi sembra onesto mettere subito in chiaro che non si tratta del migliore racconto presente nella raccolta anche se, senza dubbio, è quello con una più forte componente horror, e quindi quello più appetibile per il pubblico adolescenziale dei drive-in degli anni ’50, lo stesso che seguirà, pochi anni più tardi, le storie incredibili raccontate, tra gli altri, da Jack Arnold.
Il cinema sci-fi ha bisogno (un tempo per forza di cose e oggi ormai solo per abitudine) di tensione e di una storia piena di azione. “La cosa” di Campbell si prestava bene al gioco della trasposizione, certamente più di un racconto come “Crepuscolo” che oggi, con i mezzi tecnici a disposizione, potrebbe essere messo su schermo ma che non interesserà mai, probabilmente, a nessuno per la mancanza dell’ormai onnipresente azione (a meno di adottare la soluzione “I robot”, come fatto per Asimov).
Senza stare a perdersi in una trama più che conosciuta, passo al film di Niby, o, più precisamente, di Hawks come risultava già assodato pochi anni dopo la sua uscita: la mano esperta e il fatto che Niby, dopo un film notevole come questo, sia sparito praticamente nel nulla, la dice lunga sull’intervento pesante del regista di “Un dollaro d’onore”, qui ufficialmente solo produttore.
Il film “La cosa da un altro mondo”, uscito nel 1951, è un film importante.
È uno dei primi sci-fi degli anni ‘50, come vengono definiti oggi, e quindi costruisce topoi che verranno riutilizzati in seguito milioni di volte, ma è allo stesso tempo in grado di distruggerli non essendone imprigionato.
Un esempio ne è il confronto uomini di scienza- militari, sempre presente in questo genere di film: lo scienziato (biologo, etologo, geologo e quanti ologhi vi vengono in mente) è sempre chi rimane affascinato dall’evento che accade (alieno invasore, torri che si alzano dal nulla, formiche giganti) e vuole capirlo, mentre il militare è chi, per il bene della popolazione, risolve il problema distruggendo l’ imprevisto.
In “La cosa da un altro mondo” non accade diversamente, se non che lo scienziato (solitamente nel giusto, dato che la minaccia diventa tale solo dopo l’attacco dei soldati) è qui tanto dedito alla scienza da passare noncurante sopra le vite degli uomini, mentre i militari si vedono costretti a ricorrere alle armi per fermare il pericolo imminente.
Il film di Hawks, come molti nel suo genere, viene accusato oggi di essere un’ allegoria del pericolo d’oltrecortina in cui la Cosa rappresenta il nemico Rosso infiltrato ma, a dir la verità, il paragone sembra forzato rispetto a film come “Assalto alla terra”.
Il mostro del film, a differenza di quello del libro di cui parlerò a breve, è, secondo gli stessi protagonisti, un carotone intelligente ad un livello che l’uomo non può comprendere.
La Cosa ha sembianze umane, è vero, ma è tanto disumano quanto quel Michael Myers a cui John Carpenter pensò parecchi anni più tardi nel suo “Halloween” ispirandosi (almeno per quanto riguarda l’immagine esterna) a questo indistruttibile gigante senza volto.
Carpenter con il suo “The thing”, nel 1982, da vita al remake di una vita.
Il regista devoto di Hawks (“Distretto 13: le brigate della morte” si rifa a "Un dollaro d’onore") e del suo “The thing from outer space” (numerose le citazioni in Halloween ma non solo) nel suo periodo di maggior successo commerciale, con un budget di tutto rispetto, ha il via libera per un remake di cui si parlava ormai fin dalla metà degli anni ’60 (già nel ’62 si vociferava di un remake ad opera di George Pal che poi non si fece per mancanza di fondi).
“La cosa” di Carpenter non è la stanca riproposizione del film di Hawks con una spruzzata di effetti speciali e una bella fotografia patinata, perché il regista di “Halloween” e “1997 fuga da New York” decide di usare le nuove tecnologie per ridare finalmente a chi di proprietà quell’opera: John W. Campbell.
Qualche anno più tardi gli U2 in " Rattle and Hum" compiranno un’ operazione simile, riportando, con un interpretazione fantastica di Bono, Helter Skelter nelle mani dei Beatles dopo decenni in cui era divenuta semplicemente LA canzone di Charles Manson e della sua…
Ma sto vagando per campi fin troppo aperti.
Cominciamo a riannodare i fili di tutto il discorso.
“The thing” è infedele al film di Niby e Hawks tanto quanto quest’ultimo lo era nei confronti del racconto da cui tutto è nato.
Quello che Campbell descriveva come un mostro in grado di prendere sembianze umane e canine a suo piacimento, venne trasformato da Hawks nel gigante invincibile di cui si è parlato prima, così come i protagonisti del libro vennero sostituiti da personaggi più consoni al genere di film che si voleva creare: spuntò una fanciulla dal nulla, il bel capitano a proteggerla e uno scienziato talmente folle da voler letteralmente coltivare la creatura scesa dal cielo.
Carpenter, grazie a effetti speciali davvero ben riusciti, ricreò, invece, la creatura multiforme e i protagonisti originali, riportando alla luce le vicende raccontate nel libro.
“The thing” però, nella sua infedeltà al film di Hawks, non vuole essere critico: Carpenter, anzi, omaggia continuamente la pellicola del ’51 e, a ben vedere, sembra quasi crearne un seguito; il cane che raggiunge la base americana è sfuggito ad una base in cui “La cosa” ha già mietuto le sue vittime e quando i protagonisti riguardano i filmati delle telecamere di sorveglianza per farsi un’idea di quel che è accaduto si rivede sullo schermo la famosa scena del ritrovamento del disco volante nel primo film in cui gli scienziati si mettono in cerchio per delimitare il perimetro dell’oggetto caduto dal cielo.
Il cane, a voler guardare bene, potrebbe essere uno di quelli infettati nel primo film di cui nessuno si era più accorto e il blocco ghiacciato, ritrovato nella base attaccata, ha esattamente la forma che aveva quello nel primo film.
Insomma Carpenter riesce a omaggiare Hawks pur essendogli infedele e a rendere moderno un racconto del 1938 pur essendogli fedele.
In tutto questo rimandare e rifarsi ad altri, il regista riesce comunque a fare de “La cosa” un film marchiato a fuoco con il suo nome: Kurt Russel, al massimo della sua forma, è splendente nell’interpretazione dell’eroe solitario carpenteriano e le citazioni che Carpenter sparge per tutto il film (una su tutte quella, ancora dopo Dark Star, da “2001: odissea nello spazio” in cui i due protagonisti si rifugiano sullo spazzaneve come gli astronauti facevano sul modulo di salvataggio) sono, come al solito, Carpenter 100%.
Una regia attenta al minimo dettaglio (da manuale l’incipit con il cane che fugge nella landa desolata ripresa dall’alto) e un finale tanto epocale quanto lo era stato quello del film di Hawks (“Tutti voi che ascoltate la mia voce, dite al mondo, ditelo a tutti dovunque si trovino: attenzione al cielo, dovunque, scrutate il cielo!”) rendono “La cosa” il remake-trasposizione perfetto.
Quello che, una volta su cento, mi fa gridare alla vittoria.
L’insuccesso economico a cui andò incontro la pellicola, dovuto forse a una differenza troppo abissale con il film di Hawks, preso come modello a discapito del racconto di Campbell, la dice lunga sull’ incomprensione della grandezza di un regista come Carpenter che, dopo questo film, si vide nuovamente costretto a lavorare con budget ridicoli per creare, comunque, ancora grandi cult.
Verrà il giorno, ne sono cosciente oggi più che mai, in cui qualcuno penserà ad un bel remake del film di Carpenter, un ottimo remake di un remake (“La cosa”), di una trasposizione (il film di Hawks), con qualche bell’attorucolo tirato fuori da qualche serie tv (vedi remake di “The Fog”) e qualche regista incapace accompagnato da uno sceneggiatore della stessa risma (vedi remake di “Distretto 13”).
Sarà il giorno in cui, ancora una volta, perderò la mia battaglia personale.
Non la guerra.
Quella è ancora molto lunga.
“E allora Mac?”
“Allora niente”.
GENERE: Fantascienza
VOTO RACCONTO DI CAMPBELL "WHO GOES THERE" DEL 1938: 6,5
VOTO FILM "THE THING FROM ANOTHER WORLD" DI NIBY DEL 1951: 7
VOTO FILM "THE THING" DI CARPENTER DEL 1982: 9
Recensioni semiserie di ogni tipo: cinema, telefilm, libri, musica e tutto quel che mi passa per le mani
Visualizzazione post con etichetta Carpenter John. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Carpenter John. Mostra tutti i post
sabato 15 maggio 2010
UN LIBRO UN FILM & ORIGINAL AND REMAKE
Di che si parla
Carpenter John,
Fantascienza,
Film,
original and remake
martedì 5 febbraio 2008
ORIGINAL AND REMAKE_ ASSAULT ON PRECINT 13
Finalmente dopo una almeno una decina di rimandi dovuti a varie recensioni multiple e a film recentemente usciti nelle sale ecco il nuovo capitolo del mio percorso Carpenteriano, più precisamente il secondo.
Vi ricordo, tanto per far un po' di pubblicità che il primo capitolo è quello rappresentato da "Dark Star" e che questo "Distretto 13" segue una scia portata avanti da "Mezzogiorno di fuoco" e "Tre classici due miti: Howard Hawks e John Wayne".
Ma tutto questo intrico di recensioni lo potete trovare comunque su quel link in testa alla pagina intitolato "percorsi".
Buona lettura!
- ASSAULT ON PRECINT 13- DISTRETTO 13: LE BRIGATE DELLA MORTE (1976)
- ASSAULT ON PRECINT 13 (2005)

By John Carpenter
Non doveva essere così.
Io avevo scritto una recensione tutta per quel capolavoro che è l’ originale di Carpenter ma il remake non mi ha lasciato scelta.
Lo dico chiaramente: come cazzo faccio a scrivere una recensione di un film così inutile?
Inutile.
È l’ aggettivo giusto per una pellicola del genere.
Ma partiamo da Carpenter.
“Distretto 13: le brigate della morte” fa la sua comparsa nelle sale nel 1976 e si tratta di quello che viene indicato da molti (giustamente o meno tocca a voi giudicarlo) come il primo vero lungometraggio di John Carpenter.
È la prima pellicola in cui il regista lavora con Debra Hill (futura collaboratrice per molti film), la prima in cui ha a disposizione un budget decente (se 300000 dollari possono essere considerati un budget decente…), la prima in cui ci mostra una storia a la Carpenter e la prima in cui i personaggi sono decisamente Carpenteriani.
Distretto 13 è la prima opera che molti vorrebbero poter creare.
È un western.
Ma è un western ambientato in città.
È un horror.
Ma è un horror in cui non accade nulla di veramente orrorifico.
È anche una mezza tamarrata.
Ma è una mezza tamarrata in cui si ride amaramente.
Insomma è Carpenter al 100%.
In sostanza Distretto 13 nasce come remake di “Un dollaro d’ onore” di Howard Hawks e si trasforma in qualcosa di completamente diverso.
Ambientato in una città deserta a cui mancano solo le classiche balle di paglia sospinte dal vento (mai capito cosa sono!) per diventare un villaggio abitato da John Wayne, la pellicola racconta le avventure del tenente Ethan Bishop che, appena nominato tenente, viene mandato a sorvegliare una stazione di polizia in disarmo per l’ ultima notte in funzione.
Il suo dovrebbe essere un lavoro semplice semplice se non fosse per l’ arrivo inaspettato di un camion della polizia con a bordo un condannato a morte e altri due detenuti e quello di un uomo evidentemente sconvolto da qualcosa che nessuno riesce a comprendere.
Quel qualcosa è la follia.
Provocata dall’ uccisione davanti ai suoi occhi della figlioletta innocente da parte di una banda giovanile armata di tutto punto e dal suo conseguente omicidio a sangue freddo ai danni dell’ uccisore, la follia di quest’ uomo non è sola.
È accompagnata dalla rabbia dei compagni del giovane bandito ucciso che decidono di attaccare la stazione di polizia di fatto chiudendo in un assedio estenuante i nostri.
Ethan Bishop, messo alle strette, decide di liberare i due detenuti rimasti vivi (uno nel frattempo è stato ucciso dagli assedianti) ed è convinto a non arrendersi a nessun costo.
Ecco: fermiamoci.
Ora prendete questa trama e adattatela ad un poliziesco dei giorni nostri con le dovute variazioni per richiamare l’ originale ma non troppo.
Innanzitutto il tenente ha una storia tormentata alle spalle: in una missione per un suo errore i suoi due compagni sono stati uccisi dai banditi che stavano per catturare e lui ne è rimasto irrimediabilmente sconvolto tanto che ancora adesso è insicuro e prende delle pastiglie di chissà che cosa per andare avanti.
Per seconda cosa i prigionieri che arrivano alla stazione di polizia nella notte sono dei coglioni che devono far ridere lo spettatore imberbe e devono fargli anche esclamare: “Guarda quello nero è Ja Rule! Yo Yo!” ad eccezione del condannato a morte che ovviamente è serissimo e ha la voce profondissima (vi sconvolgerò più tardi con il nome dell’ attore che lo interpreta!).
Infine, proprio per non farsi mancare nulla, la segretaria della stazione di polizia che nell’ originale era una donna abbastanza normale, è un puttanone con una minigonna lunga tre dita a cui piace stare con i ragazzacci e mentre parla con il condannato a morte accarezza la canna di una pistola in una delle metafore meglio riuscite del cinema del nuovo millennio… per favore!
Ma ritorniamo al maestro.
Carpenter parte da Hawks, passa per Romero e prosegue.
È Romeriano e zombiesco l’ assalto alla stazione di polizia dei banditi, è Romeriana la loro non identità (provate a ricordarvi un viso degli assedianti e vi renderete conto che è quasi impossibile. Per quanto diversi sono tutti uguali!), è Romeriana la loro immortalità (esplicativo in questo senso il primo colpo del padre della bambina al bandito in pieno stomaco che non sembra fargli nessun effetto) ed è fin troppo Romeriana la colonna sonora che Carpenter crea per l’ occasione.
Ma a Carpenter non basta.
Lui prosegue.
Mescola la rivolta sessantottina di Romero ad una violenza tipica da cinema anni ’70, una violenza così esplicita e brutale che difficilmente Hollywood (e non) proverà a riportare sugli schermi finito quel decennio.
Una violenza che disturba.
Persino me.
Cresciuto a pane, Stallone, Schwarzenegger e omicidi consumati nei tg ogni tre per due non credevo che qualcosa al cinema potesse ancora disturbarmi.
E invece Carpenter ci riesce: fa uccidere una bambina con una pistola lunga 30 centimetri a sangue freddo.
Come se nulla fosse.
Stop!
Secondo voi cosa rimane di tutto ciò nel remake del nuovo millennio?
Ma è ovvio!
Nulla.
Il film perde la carica eversiva dell’ originale e si trasforma in un banalissimo poliziesco dove gli assediati devono difendersi dagli assedianti nei modi più disparati senza fermarsi un attimo a pensare.
Ma il peggio deve ancora venire.
“Assault on precint 13” non si limita a distruggere le intenzioni del film originale fracassando personaggi (ad eccezione del condannato a morte sono tutti invariabilmente ridicoli!), dialoghi (per carità! Spero che Carpenter non li abbia mai sentiti perché a differenza dell’ eccessivo realismo della sua pellicola qui sembra di sentir parlare delle marionette) e messaggi socio- politici.
No.
“Assault on precint 13” diventa una specie di thriller fatto male!
Si scopre ad un certo punto (neanche tanto in là nella pellicola) che gli assedianti sono poliziotti corrotti che collaboravano con il condannato a morte (un gangster della città) che ora vogliono la sua morte a tutti i costi perché non parli.
E poi la perla finale: c’ è un traditore all’ interno della staione che verrà svelato solo nell’ insipido finale!
Direi che si può proseguire con Carpenter: certe cose non vanno neppure commentate.
Il carpentiere riprende Hawks e il western e lo mescola a Romero in un mare di citazioni più o meno riconoscibili.
Il montaggio è firmato da John T. Chance, pseudonimo di Carpenter utilizzato perché così si chiamava lo sceriffo interpretato da John Wayne in “Un dollaro d’ onore”.
La scena del fucile lanciato da Ethan a Napoleone è identica a una scena dello stesso film e ancora sul finale i poliziotti all’ esterno della caserma riconoscono l’ assedio grazie a delle gocce di sangue che cadono dall’ alto sulla loro macchina (scena che segnai come memorabile in “Un dollaro d’ onore”).
Ma Carpenter non si ferma mai.
A Romero e Hawks il regista aggiunge se stesso: personaggi come Napoleone Wilson con frasi come “Io sono nato fuori tempo!” e il perfezionismo di alcune riprese (da citare almeno quella sul fanale dell’ automobile in corsa!) diventeranno un marchio di fabbrica per tutta l’ opera di questo fantastico artigiano del cinema.
Insomma Carpenter si diverte e ci fa divertire con un sorriso amaro sulle labbra.
Non mi va neanche di dirvi che ovviamente “Assault on precint 13” non mantiene nessuna di queste citazioni perché credo abbiate capito di fronte a che prodotto vi trovate davanti.
Il remake di “Distretto 13: le brigate della morte” è l’ ennesima pellicola costruita ad uso e consumo di un pubblico giovane in cerca di un filmetto con cui passare due ore tra sparatorie e qualche colpo di scena annunciato ovvero l’ esatto contrario del film di Carpenter che necessita di una vera conoscenza delle basi culturali del regista per essere realmente compreso.
Molto probabilmente se riguarderò Distretto 13 tra qualche tempo, quando la mia cultura cinematografica sarà ancora più vasta, riuscirò a scorgere nuovi significati e nuove citazioni del maestro mentre già penso a cosa succederebbe ad una mia seconda visione del remake.
Già mi vedo bello addormentato sul divano.
Piccola curiosità sul remake: Il film di Carpenter nasce come remake di “Un dollaro d’ onore” il quale a sua volta nasceva come remake di “Mezzogiorno di fuoco” (di cui comunque è già stato fatto un remake per la tv via cavo in America nel 2000). “El Dorado” e “Rio Lobo” dello stesso Hawks altro non erano che remake di “Un dollaro d’ onore”.
Ora, mi chiedo io, c’ era davvero bisogno del remake (il film del 2005) di un remake (“Distretto 13”) di un remake (“Un dollaro d’ onore”) di un capolavoro (“Mezzogiorno di fuoco”).
Rispondetevi da soli.
ASSAULT ON PRECINT 13- DISTRETTO 13: LE BRIGATE DELLA MORTE (1976)
REGIA: John Carpenter
ANNO: 1976
GENERE: Carpenter!
VOTO: 10- (a parte il 10 che ho dato a Dark Star perchè si tratta di qualcosa di completamente differente c'è almeno ancora un Carpenter migliore di questo!)
QUANTO è SIMILE LA SCENA IN CUI I NOSTRI FANNO ESPLODERE LA NITROGLICERINA A QUELLA DI UN DOLLARO D’ ONORE DOVE JOHN WAYNE E SOCI FAN SALTARE LA DINAMITE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Ama il Carpenter più polemico con la società ma anche quello fracassone.
ASSAULT ON PRECINT 13
ANNO: 2005
REGIA: Jean Francois Richet
GENERE: Thriller, action
VOTO:4
QUANTO è L’ UNICO CHE SI SALVA MORPHEUS (EHM LAURENCE FISHBURNE) NEI PANNI DEL CONDANNATO A MORTE: 8
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere come si distrugge pezzo per pezzo un capolavoro.
Vi ricordo, tanto per far un po' di pubblicità che il primo capitolo è quello rappresentato da "Dark Star" e che questo "Distretto 13" segue una scia portata avanti da "Mezzogiorno di fuoco" e "Tre classici due miti: Howard Hawks e John Wayne".
Ma tutto questo intrico di recensioni lo potete trovare comunque su quel link in testa alla pagina intitolato "percorsi".
Buona lettura!
- ASSAULT ON PRECINT 13- DISTRETTO 13: LE BRIGATE DELLA MORTE (1976)
- ASSAULT ON PRECINT 13 (2005)

Una volta avrei voluto essere l’Howard Hawks degli anni settanta e ottanta
By John Carpenter
Non doveva essere così.
Io avevo scritto una recensione tutta per quel capolavoro che è l’ originale di Carpenter ma il remake non mi ha lasciato scelta.
Lo dico chiaramente: come cazzo faccio a scrivere una recensione di un film così inutile?
Inutile.
È l’ aggettivo giusto per una pellicola del genere.
Ma partiamo da Carpenter.
“Distretto 13: le brigate della morte” fa la sua comparsa nelle sale nel 1976 e si tratta di quello che viene indicato da molti (giustamente o meno tocca a voi giudicarlo) come il primo vero lungometraggio di John Carpenter.
È la prima pellicola in cui il regista lavora con Debra Hill (futura collaboratrice per molti film), la prima in cui ha a disposizione un budget decente (se 300000 dollari possono essere considerati un budget decente…), la prima in cui ci mostra una storia a la Carpenter e la prima in cui i personaggi sono decisamente Carpenteriani.
Distretto 13 è la prima opera che molti vorrebbero poter creare.
È un western.
Ma è un western ambientato in città.
È un horror.
Ma è un horror in cui non accade nulla di veramente orrorifico.
È anche una mezza tamarrata.
Ma è una mezza tamarrata in cui si ride amaramente.
Insomma è Carpenter al 100%.
In sostanza Distretto 13 nasce come remake di “Un dollaro d’ onore” di Howard Hawks e si trasforma in qualcosa di completamente diverso.
Ambientato in una città deserta a cui mancano solo le classiche balle di paglia sospinte dal vento (mai capito cosa sono!) per diventare un villaggio abitato da John Wayne, la pellicola racconta le avventure del tenente Ethan Bishop che, appena nominato tenente, viene mandato a sorvegliare una stazione di polizia in disarmo per l’ ultima notte in funzione.
Il suo dovrebbe essere un lavoro semplice semplice se non fosse per l’ arrivo inaspettato di un camion della polizia con a bordo un condannato a morte e altri due detenuti e quello di un uomo evidentemente sconvolto da qualcosa che nessuno riesce a comprendere.
Quel qualcosa è la follia.
Provocata dall’ uccisione davanti ai suoi occhi della figlioletta innocente da parte di una banda giovanile armata di tutto punto e dal suo conseguente omicidio a sangue freddo ai danni dell’ uccisore, la follia di quest’ uomo non è sola.
È accompagnata dalla rabbia dei compagni del giovane bandito ucciso che decidono di attaccare la stazione di polizia di fatto chiudendo in un assedio estenuante i nostri.
Ethan Bishop, messo alle strette, decide di liberare i due detenuti rimasti vivi (uno nel frattempo è stato ucciso dagli assedianti) ed è convinto a non arrendersi a nessun costo.
Ecco: fermiamoci.
Ora prendete questa trama e adattatela ad un poliziesco dei giorni nostri con le dovute variazioni per richiamare l’ originale ma non troppo.
Innanzitutto il tenente ha una storia tormentata alle spalle: in una missione per un suo errore i suoi due compagni sono stati uccisi dai banditi che stavano per catturare e lui ne è rimasto irrimediabilmente sconvolto tanto che ancora adesso è insicuro e prende delle pastiglie di chissà che cosa per andare avanti.
Per seconda cosa i prigionieri che arrivano alla stazione di polizia nella notte sono dei coglioni che devono far ridere lo spettatore imberbe e devono fargli anche esclamare: “Guarda quello nero è Ja Rule! Yo Yo!” ad eccezione del condannato a morte che ovviamente è serissimo e ha la voce profondissima (vi sconvolgerò più tardi con il nome dell’ attore che lo interpreta!).
Infine, proprio per non farsi mancare nulla, la segretaria della stazione di polizia che nell’ originale era una donna abbastanza normale, è un puttanone con una minigonna lunga tre dita a cui piace stare con i ragazzacci e mentre parla con il condannato a morte accarezza la canna di una pistola in una delle metafore meglio riuscite del cinema del nuovo millennio… per favore!
Ma ritorniamo al maestro.
Carpenter parte da Hawks, passa per Romero e prosegue.
È Romeriano e zombiesco l’ assalto alla stazione di polizia dei banditi, è Romeriana la loro non identità (provate a ricordarvi un viso degli assedianti e vi renderete conto che è quasi impossibile. Per quanto diversi sono tutti uguali!), è Romeriana la loro immortalità (esplicativo in questo senso il primo colpo del padre della bambina al bandito in pieno stomaco che non sembra fargli nessun effetto) ed è fin troppo Romeriana la colonna sonora che Carpenter crea per l’ occasione.
Ma a Carpenter non basta.
Lui prosegue.
Mescola la rivolta sessantottina di Romero ad una violenza tipica da cinema anni ’70, una violenza così esplicita e brutale che difficilmente Hollywood (e non) proverà a riportare sugli schermi finito quel decennio.
Una violenza che disturba.
Persino me.
Cresciuto a pane, Stallone, Schwarzenegger e omicidi consumati nei tg ogni tre per due non credevo che qualcosa al cinema potesse ancora disturbarmi.
E invece Carpenter ci riesce: fa uccidere una bambina con una pistola lunga 30 centimetri a sangue freddo.
Come se nulla fosse.
Stop!
Secondo voi cosa rimane di tutto ciò nel remake del nuovo millennio?
Ma è ovvio!
Nulla.
Il film perde la carica eversiva dell’ originale e si trasforma in un banalissimo poliziesco dove gli assediati devono difendersi dagli assedianti nei modi più disparati senza fermarsi un attimo a pensare.
Ma il peggio deve ancora venire.
“Assault on precint 13” non si limita a distruggere le intenzioni del film originale fracassando personaggi (ad eccezione del condannato a morte sono tutti invariabilmente ridicoli!), dialoghi (per carità! Spero che Carpenter non li abbia mai sentiti perché a differenza dell’ eccessivo realismo della sua pellicola qui sembra di sentir parlare delle marionette) e messaggi socio- politici.
No.
“Assault on precint 13” diventa una specie di thriller fatto male!
Si scopre ad un certo punto (neanche tanto in là nella pellicola) che gli assedianti sono poliziotti corrotti che collaboravano con il condannato a morte (un gangster della città) che ora vogliono la sua morte a tutti i costi perché non parli.
E poi la perla finale: c’ è un traditore all’ interno della staione che verrà svelato solo nell’ insipido finale!
Direi che si può proseguire con Carpenter: certe cose non vanno neppure commentate.
Il carpentiere riprende Hawks e il western e lo mescola a Romero in un mare di citazioni più o meno riconoscibili.
Il montaggio è firmato da John T. Chance, pseudonimo di Carpenter utilizzato perché così si chiamava lo sceriffo interpretato da John Wayne in “Un dollaro d’ onore”.
La scena del fucile lanciato da Ethan a Napoleone è identica a una scena dello stesso film e ancora sul finale i poliziotti all’ esterno della caserma riconoscono l’ assedio grazie a delle gocce di sangue che cadono dall’ alto sulla loro macchina (scena che segnai come memorabile in “Un dollaro d’ onore”).
Ma Carpenter non si ferma mai.
A Romero e Hawks il regista aggiunge se stesso: personaggi come Napoleone Wilson con frasi come “Io sono nato fuori tempo!” e il perfezionismo di alcune riprese (da citare almeno quella sul fanale dell’ automobile in corsa!) diventeranno un marchio di fabbrica per tutta l’ opera di questo fantastico artigiano del cinema.
Insomma Carpenter si diverte e ci fa divertire con un sorriso amaro sulle labbra.
Non mi va neanche di dirvi che ovviamente “Assault on precint 13” non mantiene nessuna di queste citazioni perché credo abbiate capito di fronte a che prodotto vi trovate davanti.
Il remake di “Distretto 13: le brigate della morte” è l’ ennesima pellicola costruita ad uso e consumo di un pubblico giovane in cerca di un filmetto con cui passare due ore tra sparatorie e qualche colpo di scena annunciato ovvero l’ esatto contrario del film di Carpenter che necessita di una vera conoscenza delle basi culturali del regista per essere realmente compreso.
Molto probabilmente se riguarderò Distretto 13 tra qualche tempo, quando la mia cultura cinematografica sarà ancora più vasta, riuscirò a scorgere nuovi significati e nuove citazioni del maestro mentre già penso a cosa succederebbe ad una mia seconda visione del remake.
Già mi vedo bello addormentato sul divano.
Piccola curiosità sul remake: Il film di Carpenter nasce come remake di “Un dollaro d’ onore” il quale a sua volta nasceva come remake di “Mezzogiorno di fuoco” (di cui comunque è già stato fatto un remake per la tv via cavo in America nel 2000). “El Dorado” e “Rio Lobo” dello stesso Hawks altro non erano che remake di “Un dollaro d’ onore”.
Ora, mi chiedo io, c’ era davvero bisogno del remake (il film del 2005) di un remake (“Distretto 13”) di un remake (“Un dollaro d’ onore”) di un capolavoro (“Mezzogiorno di fuoco”).
Rispondetevi da soli.
ASSAULT ON PRECINT 13- DISTRETTO 13: LE BRIGATE DELLA MORTE (1976)
REGIA: John Carpenter
ANNO: 1976
GENERE: Carpenter!
VOTO: 10- (a parte il 10 che ho dato a Dark Star perchè si tratta di qualcosa di completamente differente c'è almeno ancora un Carpenter migliore di questo!)
QUANTO è SIMILE LA SCENA IN CUI I NOSTRI FANNO ESPLODERE LA NITROGLICERINA A QUELLA DI UN DOLLARO D’ ONORE DOVE JOHN WAYNE E SOCI FAN SALTARE LA DINAMITE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Ama il Carpenter più polemico con la società ma anche quello fracassone.
ASSAULT ON PRECINT 13
ANNO: 2005
REGIA: Jean Francois Richet
GENERE: Thriller, action
VOTO:4
QUANTO è L’ UNICO CHE SI SALVA MORPHEUS (EHM LAURENCE FISHBURNE) NEI PANNI DEL CONDANNATO A MORTE: 8
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere come si distrugge pezzo per pezzo un capolavoro.
Di che si parla
Azione,
Carpenter John,
Distretto 13,
Film,
Richet Jean Francois,
Thriller,
Western
mercoledì 23 gennaio 2008
TRE CLASSICI DUE MITI: HOWARD HAWKS E JOHN WAYNE
Eccoci quindi.
Dopo aver dato ampio spazio ad un' ampia recensione come quella de "Il signore degli anelli" di Leo ed aver sistemato un po' i link alle varie recensioni che trovate in alto nella pagina (ho aggiunto "Percorsi", una sorta di sunto delle vie trafficate che segue il mio cervello nel recensire le pellicole) siamo giunti ad una nuova recensione.
E mi dispiace avvertirvi subito che si tratta di qualcosa di grosso. Magari non siamo ai livelli della precedente ma ci avviciniamo.
Ho cercato di strutturare comunque la recensione in modo che ogni film possa essere letto a parte, in modo da non stancarvi troppo.
Vi auguro una buona lettura sperando che il western non vi annoi perchè qui c'è di che riempirsene anche il naso!
UN DOLLARO D’ONORE- RIO BRAVO
EL DORADO
RIO LOBO



Da bambino ho visto tanti di quei western che a volte mi stupisco di non essere diventato un pistolero con il poncho e gli occhi di ghiaccio che se ne va in giro a sparacchiare a gente nascosta nelle finestrelle dei campanili.
Ne ho visti talmente tanti con protagonisti Clint Eastwood o Gian Maria Volontè che quasi mi ero dimenticato di tutte quelle volte in cui mi addormentavo di fronte a quell’ altro attore grosso e con il vocione che faceva sempre e comunque il buono salva tutti.
John Wayne.
Non so voi, ma io da bambino lo odiavo.
Trovavo insopportabile quell’ uomo che dovunque arrivava risolveva tutto in un attimo e si portava a casa la donzella di turno, trovavo insopportabile la sua camminata imperiosa, la sua robustezza fisica, i suoi colpi infallibili e soprattutto il fatto che non si vedesse mai un morto stramazzato o un pizzico di sangue.
Che ne potevo sapere di western classico, western epico, spaghetti western, burrito western e via dicendo con le definizioni più strampalate?
E così la mia immagine di western è rimasta sempre e solo quella del western all’ italiana: quello epico, violento e ambiguo di Leone o quello maccheronico e scherzoso di Bud e Terence.
Tutto questo fino a qualche mese fa quando in tv, su una di quelle reti regionali dove trovi sempre il rivenditore di macchine o la russa che si eccita al telefono (lo so che fa ridere ma è così!), mi son ritrovato davanti quell’ omone che tanto odiavo.
John Wayne.
E ho deciso che era ora di porre rimedio alle mie lacune.
Due giorni per i tre film sopra citati.
Un overdose di western, Howard Hawks e John Wayne.
Cosa c’ è di meglio per dar di matto?
Aggiungeteci poi che al gustoso piatto si è aggiunto “Mezzogiorno di fuoco”, tappa obbligata dato che Hawks e Wayne crearono “Un dollaro d’onore” come remake della pellicola di Zinnemann che trovavano evidentemente troppo rivoluzionaria e fuori dalle righe dato che alla sceneggiatura si trovava Carl Foreman, un uomo il cui nome era segnato sulle liste nere di cui il regista e il grande attore erano aperti sostenitori.
Non è assolutamente mia intenzione aprire un dibattito politico su tale enorme questione quindi prendo la rincorsa e salto tutto a piedi uniti per dirigermi verso i film veri e propri.
Tre film che ho deciso di unire in un’ unica, forse troppo semplicistica, recensione per un solo motivo: il secondo e il terzo sono semplici remake o aggiustamenti del primo, la cui base si poggia appunto su “Mezzogiorno di fuoco”.
UN DOLLARO D’ ONORE
La pellicola nasce nel 1959, prima dell’ avvento del cosiddetto spaghetti western ed è senza alcun dubbio il migliore dei tre film per una serie di motivi che andrò spiegando più tardi, durante la descrizione degli altri due.
“Un dollaro d’onore” o più semplicemente “Rio Bravo” nel suo titolo originale è considerato unanimemente uno dei classici del classic western (giocone di parole!) al pari di “Ombre rosse” di John Ford anche se, dell’ eticità di Ford, il film ha poco o nulla.
Ed è questo che distingue la pellicola di Hawks dalla marea di western dell’ epoca.
Al regista poco importa la storia dello sceriffo buono John T. Chance (ovviamente John Wayne) che si ritrova asserragliato prima nel suo villaggio e poi nel suo ufficio insieme all’ ex buon aiutante ora alcolizzato che cerca di redimersi Dude, al vecchio sclerotico Pat Wheeler e al bel giovanotto molto anni ’50 (ha i capelli alla Elvis! Sfido chiunque a trovare un immagine di quegli anni con uno con capelli simili!) Colorado Ryan.
E non gli importa nemmeno delle scene epiche con cavalli, tramonti, solitudine, sparatorie incredibili o chi per loro.
A Hawks importa del vecchio sclerotico.
Ogni sua battuta, ogni sua parola, ogni suo gesto o movimento così come quelli di tutti gli altri personaggi sono controllati alla perfezione dal regista.
Non una singola sillaba fuori posto, non un solo secondo sprecato, non un solo momento in cui rimanere impassibili di fronte a “Un dollaro d’ onore”.
Hawks prende il western e lo trasporta di peso ai limiti di quel ponte che verrà poi attraversato per sempre dallo spaghetti- western.
Certo Howard sta ben attento a non mostrare sangue, a far vedere quanto è buono e giusto Chance, a mostrarci la redenzione dell’ ubriacone Dude (un grandioso Dean Martin, altro che i cantanti- attori di adesso come quell’ effeminato di Jared Leto) a porci di fronte ad un piacevole quanto classico finale.
Eppure durante tutto lo svolgimento Hawks sembra prendersi gioco di tutto: fa parlare i suoi personaggi come se fossero in un mondo reale (cosa che accadeva molto poco spesso nel classico western), li fa scherzare tra loro, li prende in giro (più volte ci sono riferimenti alla vecchiaia di Wayne per certi ruoli!) e li macchiettizza al limite della farsa come nel caso di Stumpy che non può non strappare una risata anche alla persona più seriosa di questo mondo.
Insomma Hawks imbastisce un classico non classico e lo fa con maestria mettendo in mostra tutto il suo mestiere e tutto quello che ha imparato dalla mitica Hollywood degli anni d’ oro.
Hawks crea un mito western tutto suo.
E non sa più uscirci.
EL DORADO
El dorado nasce nel 1967 ed un chiaro rifacimento di Rio Bravo.
Dopo quasi 10 anni Hawks ritorna al western e lo fa tentando di ripetere il successo del suo illustre predecessore.
E quale metodo migliore se non ricalcare il modello perfetto?
Il regista tiene con se dalla prima avventura il solo fidato compagno Wayne e da all’ intero cast un nuovo volto.
Al posto del grandissimo Dean Martin, davvero impeccabile nella prima pellicola, chiama un Robert Mitchum abbastanza moscio nei panni dell’ ubriacone mentre il vecchio sclerotico (prima era Walter Brennan) è interpretato altrettanto brillantemente dallo sporco Arthur Hunnicutt.
Infine nei panni del bel giovanotto viene chiamato un certo James Caan a sostituire Ricky Nelson, personaggi abbastanza differenti a dir la verità con un James Caan che alza il livello comico della pellicola con un interpretazione molto buona.
“El dorado” è “Rio Bravo” centrifugato.
Se nella prima (abbastanza deludente) mezz’ ora si può anche pensare di assistere a un film tutto nuovo con Wayne che stranamente non fa lo sceriffo ma il pistolero a pagamento e uccide addirittura un povero ragazzo (quasi) innocente, tutti i sogni vengono ad infrangersi quando senti che in un paese vicino ci sta uno sceriffo che si è dato all’ alcool dopo essere stato lasciato da una donna.
Che sorpresa!
Wayne parte, va dall’ ubriacone (che ovviamente è un suo vecchio amico pistolero) e là incontra un vecchio sclerotico che ti fa venire qualche dubbio sul dvd che hai messo su: non è che mi sono sbagliato e sto riguardando la versione estesa di “Un dollaro d’ onore”?
Già perché alla fine “El dorado” altro non è che “Un dollaro d’ onore” con una breve prefazione che ci mostra cosa faceva Wayne prima di arrivare al villaggio (per strada incontra ovviamente anche il giovanotto che qui però è un imbranatone con la pistola tanto che ricorda moltissimo Owen Wilson in “Pallottole cinesi”) e la situazione disastrosa dello sceriffo ubriaco (che nel primo film era solo accennata ma mai mostrata per intero).
Ovviamente anche qui Hawks è ben attento ai dialoghi e alle scene in cui ci si prende gioco del finto duro Wayne (che comincia a mostrare davvero troppo i suoi anni con quella pancia e quel viso consumato) eppure “El dorado” non convince appieno nemmeno superata la prima mezz’ ora.
Le scene notturne (davvero molte e ben fatte, anche se in studio) con i nostri in agguato dei nemici che li hanno ovviamente chiusi nel loro villaggio (e poi nell’ ufficio dello sceriffo) non possono certo valere un’ intera pellicola.
Sembra che il regista si limiti a fare il suo mestiere senza osare troppo e la quasi contemporanea uscita dei primi spaghetti western di fama internazionale di certo non aiuta Howard che si ostina a rimanere da questa parte del ponte e risulta, lui che per primo aveva osato, già sorpassato.
La mancanza della colonna sonora di Dimitri Tiomkin (anche in “Mezzogiorno di fuoco”) che con “Il canto della morte” aveva saputo donare un' epicità tutta sua alla prima pellicola si fa sentire pesantemente e “El dorado” rimane un western senza neanche troppe pretese e che, solo per questo, non può essere dichiarato come insufficiente.
RIO LOBO
Rio Lobo è datato 1970 ed è l’ ultima pellicola di Hawks alla regia.
Un western.
Ancora.
E ancora un western che prende come idea di base quella di “Un dollaro d’ onore”.
Non sarà troppo osare un remake per la seconda volta?
Forse si.
Eppure Hawks ci prova.
Mette nuovamente a centrifugare “Rio Bravo” e, come nel caso di “El Dorado” ne tira fuori una pellicola dal cast completamente rinnovato e dalla storia finalmente rinnovata.
Ci troviamo questa volta durante la guerra di secessione e ovviamente Wayne è un nordista: buono, leale e tutto quello che vuole il nome in questione.
La prima parte della pellicola è tutta impegnata a mostrarci una rapina ad un treno carico di oro nordista degna del miglior Ocean (George Clooney in Ocean’ s Eleven) da parte dei sudisti comandati dal belloccio di turno Cordona alle cui dipendenza sta un altro belloccio, tale Tuscarora.
La seconda parte vede Nordisti e Sudisti riconciliarsi dopo la fine della guerra e il nostro buon Wayne unirsi a Cordona e Tuscarora per ricercare il traditore nelle file dei Nordisti che passava le informazioni per le rapine ai treni.
Va a finire che si trovano tutti in un villaggio sfruttato dal cattivone di turno che ha messo degli sceriffi corrotti a capo della cittadina.
A questo proposito, so che non centra assolutamente nulla, ma sembra davvero di trovarsi in uno di quei villaggi che Ken Shiro (avete presente il cartone animato?) attraversava durante i suoi infiniti pellegrinaggi con lo sfruttatore di turno da sconfiggere dopo aver abbattuto tutti i suoi scagnozzi.
La stessa cosa avviene qui.
Wayne si unisce al padre di Tuscarora (si, è un vecchio sclerotico!) e insieme alla sua banda riesce ad eliminare tutti i cattivelli meno uno che ovviamente ha rapito Tuscarora.
Nell’ ultima mezz’ ora Hawks ricostruisce il finale dei precedenti film con uno scambio di ruoli e fucilate a più non posso (con un esplicito rimando a “Un dollaro d’ onore” quando i nemici provano a far saltare il rifugio dei buoni con la dinamite, come questi ultimi avevano fatto con la casa dei banditi nel primo film) e il solito lietissimo finale.
Howard nell’ ultimo film della sua sterminata carriera ci prova ma alla fine si tira indietro.
Se nella prima ora sembra di assistere finalmente ad una nuova pellicola non ci vuole molto poi per rimanere delusi dalla strada che il regista imbocca sul finale.
Nonostante il cast sia comunque molto buono nessuno sa prendere la scena come Dean Martin e il vecchio John Wayne non sembra davvero in grado di reggere da solo un film di tale portata.
Troppo grosso, troppo statuario, troppo vecchio.
E perché no?
Mi permetto: troppo noioso.
Saranno i tre film in due giorni eppure dopo la prima mezz’ ora non ne posso davvero di più di quel faccione da bonaccione.
Voglio Clint e i suoi occhi di ghiaccio.
Voglio Lee Van Cleef.
Voglio Leone e la sua Neo- epicità.
Forse l’ hanno pensato anche nel 1970 quando il film di Hawks fu pesantemente criticato per le scelte troppo classiche.
Nonostante le musiche davvero eccezionali di Jerry Goldsmith (autore due anni prima dell’ altrettanto fantastica colonna sonora de “Il pianeta delle scimmie”) e il finale nelle mani di una donna (ma “Johnny Guitar” è di secoli prima) “Rio Lobo” non è nemmeno paragonabile a “Un dollaro d’ onore” anche se riesce senza dubbio a essere più caratteristico del debole “El dorado”.
Tre film due miti?
Si, nonostante tutto, qui si parla di miti.
UN DOLLARO D’ONORE
ANNO: 1959
SCENA MEMORABILE: Dude (Dean Martin) entra nel bar ancora mezzo ubriaco e trasandato alla ricerca del bandito che si è rifugiato li dentro e, dopo aver controllato tutti in mezzo alla derisione generale, nota una goccia di sangue cadere nel suo boccale di birra. Si volta e spara al volo uccidendo il nemico.
VOTO: 9
EL DORADO
ANNO: 1967
SCENA RIMEMORABILE: Harrah (Robert Mitchum) entra nel bar ancora mezzo ubriaco e trasandato alla ricerca del bandito che si è rifugiato li dentro e, dopo aver controllato tutti in mezzo alla derisione generale, fa cenno al pianista di spostarsi e spara una raffica di colpi al piano. Il nemico cade in terra morto e Harrah dice di essersene accorto per le troppe stecche del vecchio pianista!
VOTO: 7-
RIO LOBO
ANNO: 1970
SCENA MEMORABILE: Tom Hendricks (Mike Henry) prova a sparare ai suoi compagni banditi che fuggono e la canna del suo fucile esplode con uno schizzo di sangue che gli arriva in faccia. Una scena molto Carpenteriana. Già, Carpenter…
VOTO: 7
REGISTA: Howard Hawks
GENERE: Western
Dopo aver dato ampio spazio ad un' ampia recensione come quella de "Il signore degli anelli" di Leo ed aver sistemato un po' i link alle varie recensioni che trovate in alto nella pagina (ho aggiunto "Percorsi", una sorta di sunto delle vie trafficate che segue il mio cervello nel recensire le pellicole) siamo giunti ad una nuova recensione.
E mi dispiace avvertirvi subito che si tratta di qualcosa di grosso. Magari non siamo ai livelli della precedente ma ci avviciniamo.
Ho cercato di strutturare comunque la recensione in modo che ogni film possa essere letto a parte, in modo da non stancarvi troppo.
Vi auguro una buona lettura sperando che il western non vi annoi perchè qui c'è di che riempirsene anche il naso!
UN DOLLARO D’ONORE- RIO BRAVO
EL DORADO
RIO LOBO



Da bambino ho visto tanti di quei western che a volte mi stupisco di non essere diventato un pistolero con il poncho e gli occhi di ghiaccio che se ne va in giro a sparacchiare a gente nascosta nelle finestrelle dei campanili.
Ne ho visti talmente tanti con protagonisti Clint Eastwood o Gian Maria Volontè che quasi mi ero dimenticato di tutte quelle volte in cui mi addormentavo di fronte a quell’ altro attore grosso e con il vocione che faceva sempre e comunque il buono salva tutti.
John Wayne.
Non so voi, ma io da bambino lo odiavo.
Trovavo insopportabile quell’ uomo che dovunque arrivava risolveva tutto in un attimo e si portava a casa la donzella di turno, trovavo insopportabile la sua camminata imperiosa, la sua robustezza fisica, i suoi colpi infallibili e soprattutto il fatto che non si vedesse mai un morto stramazzato o un pizzico di sangue.
Che ne potevo sapere di western classico, western epico, spaghetti western, burrito western e via dicendo con le definizioni più strampalate?
E così la mia immagine di western è rimasta sempre e solo quella del western all’ italiana: quello epico, violento e ambiguo di Leone o quello maccheronico e scherzoso di Bud e Terence.
Tutto questo fino a qualche mese fa quando in tv, su una di quelle reti regionali dove trovi sempre il rivenditore di macchine o la russa che si eccita al telefono (lo so che fa ridere ma è così!), mi son ritrovato davanti quell’ omone che tanto odiavo.
John Wayne.
E ho deciso che era ora di porre rimedio alle mie lacune.
Due giorni per i tre film sopra citati.
Un overdose di western, Howard Hawks e John Wayne.
Cosa c’ è di meglio per dar di matto?
Aggiungeteci poi che al gustoso piatto si è aggiunto “Mezzogiorno di fuoco”, tappa obbligata dato che Hawks e Wayne crearono “Un dollaro d’onore” come remake della pellicola di Zinnemann che trovavano evidentemente troppo rivoluzionaria e fuori dalle righe dato che alla sceneggiatura si trovava Carl Foreman, un uomo il cui nome era segnato sulle liste nere di cui il regista e il grande attore erano aperti sostenitori.
Non è assolutamente mia intenzione aprire un dibattito politico su tale enorme questione quindi prendo la rincorsa e salto tutto a piedi uniti per dirigermi verso i film veri e propri.
Tre film che ho deciso di unire in un’ unica, forse troppo semplicistica, recensione per un solo motivo: il secondo e il terzo sono semplici remake o aggiustamenti del primo, la cui base si poggia appunto su “Mezzogiorno di fuoco”.
UN DOLLARO D’ ONORE
La pellicola nasce nel 1959, prima dell’ avvento del cosiddetto spaghetti western ed è senza alcun dubbio il migliore dei tre film per una serie di motivi che andrò spiegando più tardi, durante la descrizione degli altri due.
“Un dollaro d’onore” o più semplicemente “Rio Bravo” nel suo titolo originale è considerato unanimemente uno dei classici del classic western (giocone di parole!) al pari di “Ombre rosse” di John Ford anche se, dell’ eticità di Ford, il film ha poco o nulla.
Ed è questo che distingue la pellicola di Hawks dalla marea di western dell’ epoca.
Al regista poco importa la storia dello sceriffo buono John T. Chance (ovviamente John Wayne) che si ritrova asserragliato prima nel suo villaggio e poi nel suo ufficio insieme all’ ex buon aiutante ora alcolizzato che cerca di redimersi Dude, al vecchio sclerotico Pat Wheeler e al bel giovanotto molto anni ’50 (ha i capelli alla Elvis! Sfido chiunque a trovare un immagine di quegli anni con uno con capelli simili!) Colorado Ryan.
E non gli importa nemmeno delle scene epiche con cavalli, tramonti, solitudine, sparatorie incredibili o chi per loro.
A Hawks importa del vecchio sclerotico.
Ogni sua battuta, ogni sua parola, ogni suo gesto o movimento così come quelli di tutti gli altri personaggi sono controllati alla perfezione dal regista.
Non una singola sillaba fuori posto, non un solo secondo sprecato, non un solo momento in cui rimanere impassibili di fronte a “Un dollaro d’ onore”.
Hawks prende il western e lo trasporta di peso ai limiti di quel ponte che verrà poi attraversato per sempre dallo spaghetti- western.
Certo Howard sta ben attento a non mostrare sangue, a far vedere quanto è buono e giusto Chance, a mostrarci la redenzione dell’ ubriacone Dude (un grandioso Dean Martin, altro che i cantanti- attori di adesso come quell’ effeminato di Jared Leto) a porci di fronte ad un piacevole quanto classico finale.
Eppure durante tutto lo svolgimento Hawks sembra prendersi gioco di tutto: fa parlare i suoi personaggi come se fossero in un mondo reale (cosa che accadeva molto poco spesso nel classico western), li fa scherzare tra loro, li prende in giro (più volte ci sono riferimenti alla vecchiaia di Wayne per certi ruoli!) e li macchiettizza al limite della farsa come nel caso di Stumpy che non può non strappare una risata anche alla persona più seriosa di questo mondo.
Insomma Hawks imbastisce un classico non classico e lo fa con maestria mettendo in mostra tutto il suo mestiere e tutto quello che ha imparato dalla mitica Hollywood degli anni d’ oro.
Hawks crea un mito western tutto suo.
E non sa più uscirci.
EL DORADO
El dorado nasce nel 1967 ed un chiaro rifacimento di Rio Bravo.
Dopo quasi 10 anni Hawks ritorna al western e lo fa tentando di ripetere il successo del suo illustre predecessore.
E quale metodo migliore se non ricalcare il modello perfetto?
Il regista tiene con se dalla prima avventura il solo fidato compagno Wayne e da all’ intero cast un nuovo volto.
Al posto del grandissimo Dean Martin, davvero impeccabile nella prima pellicola, chiama un Robert Mitchum abbastanza moscio nei panni dell’ ubriacone mentre il vecchio sclerotico (prima era Walter Brennan) è interpretato altrettanto brillantemente dallo sporco Arthur Hunnicutt.
Infine nei panni del bel giovanotto viene chiamato un certo James Caan a sostituire Ricky Nelson, personaggi abbastanza differenti a dir la verità con un James Caan che alza il livello comico della pellicola con un interpretazione molto buona.
“El dorado” è “Rio Bravo” centrifugato.
Se nella prima (abbastanza deludente) mezz’ ora si può anche pensare di assistere a un film tutto nuovo con Wayne che stranamente non fa lo sceriffo ma il pistolero a pagamento e uccide addirittura un povero ragazzo (quasi) innocente, tutti i sogni vengono ad infrangersi quando senti che in un paese vicino ci sta uno sceriffo che si è dato all’ alcool dopo essere stato lasciato da una donna.
Che sorpresa!
Wayne parte, va dall’ ubriacone (che ovviamente è un suo vecchio amico pistolero) e là incontra un vecchio sclerotico che ti fa venire qualche dubbio sul dvd che hai messo su: non è che mi sono sbagliato e sto riguardando la versione estesa di “Un dollaro d’ onore”?
Già perché alla fine “El dorado” altro non è che “Un dollaro d’ onore” con una breve prefazione che ci mostra cosa faceva Wayne prima di arrivare al villaggio (per strada incontra ovviamente anche il giovanotto che qui però è un imbranatone con la pistola tanto che ricorda moltissimo Owen Wilson in “Pallottole cinesi”) e la situazione disastrosa dello sceriffo ubriaco (che nel primo film era solo accennata ma mai mostrata per intero).
Ovviamente anche qui Hawks è ben attento ai dialoghi e alle scene in cui ci si prende gioco del finto duro Wayne (che comincia a mostrare davvero troppo i suoi anni con quella pancia e quel viso consumato) eppure “El dorado” non convince appieno nemmeno superata la prima mezz’ ora.
Le scene notturne (davvero molte e ben fatte, anche se in studio) con i nostri in agguato dei nemici che li hanno ovviamente chiusi nel loro villaggio (e poi nell’ ufficio dello sceriffo) non possono certo valere un’ intera pellicola.
Sembra che il regista si limiti a fare il suo mestiere senza osare troppo e la quasi contemporanea uscita dei primi spaghetti western di fama internazionale di certo non aiuta Howard che si ostina a rimanere da questa parte del ponte e risulta, lui che per primo aveva osato, già sorpassato.
La mancanza della colonna sonora di Dimitri Tiomkin (anche in “Mezzogiorno di fuoco”) che con “Il canto della morte” aveva saputo donare un' epicità tutta sua alla prima pellicola si fa sentire pesantemente e “El dorado” rimane un western senza neanche troppe pretese e che, solo per questo, non può essere dichiarato come insufficiente.
RIO LOBO
Rio Lobo è datato 1970 ed è l’ ultima pellicola di Hawks alla regia.
Un western.
Ancora.
E ancora un western che prende come idea di base quella di “Un dollaro d’ onore”.
Non sarà troppo osare un remake per la seconda volta?
Forse si.
Eppure Hawks ci prova.
Mette nuovamente a centrifugare “Rio Bravo” e, come nel caso di “El Dorado” ne tira fuori una pellicola dal cast completamente rinnovato e dalla storia finalmente rinnovata.
Ci troviamo questa volta durante la guerra di secessione e ovviamente Wayne è un nordista: buono, leale e tutto quello che vuole il nome in questione.
La prima parte della pellicola è tutta impegnata a mostrarci una rapina ad un treno carico di oro nordista degna del miglior Ocean (George Clooney in Ocean’ s Eleven) da parte dei sudisti comandati dal belloccio di turno Cordona alle cui dipendenza sta un altro belloccio, tale Tuscarora.
La seconda parte vede Nordisti e Sudisti riconciliarsi dopo la fine della guerra e il nostro buon Wayne unirsi a Cordona e Tuscarora per ricercare il traditore nelle file dei Nordisti che passava le informazioni per le rapine ai treni.
Va a finire che si trovano tutti in un villaggio sfruttato dal cattivone di turno che ha messo degli sceriffi corrotti a capo della cittadina.
A questo proposito, so che non centra assolutamente nulla, ma sembra davvero di trovarsi in uno di quei villaggi che Ken Shiro (avete presente il cartone animato?) attraversava durante i suoi infiniti pellegrinaggi con lo sfruttatore di turno da sconfiggere dopo aver abbattuto tutti i suoi scagnozzi.
La stessa cosa avviene qui.
Wayne si unisce al padre di Tuscarora (si, è un vecchio sclerotico!) e insieme alla sua banda riesce ad eliminare tutti i cattivelli meno uno che ovviamente ha rapito Tuscarora.
Nell’ ultima mezz’ ora Hawks ricostruisce il finale dei precedenti film con uno scambio di ruoli e fucilate a più non posso (con un esplicito rimando a “Un dollaro d’ onore” quando i nemici provano a far saltare il rifugio dei buoni con la dinamite, come questi ultimi avevano fatto con la casa dei banditi nel primo film) e il solito lietissimo finale.
Howard nell’ ultimo film della sua sterminata carriera ci prova ma alla fine si tira indietro.
Se nella prima ora sembra di assistere finalmente ad una nuova pellicola non ci vuole molto poi per rimanere delusi dalla strada che il regista imbocca sul finale.
Nonostante il cast sia comunque molto buono nessuno sa prendere la scena come Dean Martin e il vecchio John Wayne non sembra davvero in grado di reggere da solo un film di tale portata.
Troppo grosso, troppo statuario, troppo vecchio.
E perché no?
Mi permetto: troppo noioso.
Saranno i tre film in due giorni eppure dopo la prima mezz’ ora non ne posso davvero di più di quel faccione da bonaccione.
Voglio Clint e i suoi occhi di ghiaccio.
Voglio Lee Van Cleef.
Voglio Leone e la sua Neo- epicità.
Forse l’ hanno pensato anche nel 1970 quando il film di Hawks fu pesantemente criticato per le scelte troppo classiche.
Nonostante le musiche davvero eccezionali di Jerry Goldsmith (autore due anni prima dell’ altrettanto fantastica colonna sonora de “Il pianeta delle scimmie”) e il finale nelle mani di una donna (ma “Johnny Guitar” è di secoli prima) “Rio Lobo” non è nemmeno paragonabile a “Un dollaro d’ onore” anche se riesce senza dubbio a essere più caratteristico del debole “El dorado”.
Tre film due miti?
Si, nonostante tutto, qui si parla di miti.
UN DOLLARO D’ONORE
ANNO: 1959
SCENA MEMORABILE: Dude (Dean Martin) entra nel bar ancora mezzo ubriaco e trasandato alla ricerca del bandito che si è rifugiato li dentro e, dopo aver controllato tutti in mezzo alla derisione generale, nota una goccia di sangue cadere nel suo boccale di birra. Si volta e spara al volo uccidendo il nemico.
VOTO: 9
EL DORADO
ANNO: 1967
SCENA RIMEMORABILE: Harrah (Robert Mitchum) entra nel bar ancora mezzo ubriaco e trasandato alla ricerca del bandito che si è rifugiato li dentro e, dopo aver controllato tutti in mezzo alla derisione generale, fa cenno al pianista di spostarsi e spara una raffica di colpi al piano. Il nemico cade in terra morto e Harrah dice di essersene accorto per le troppe stecche del vecchio pianista!
VOTO: 7-
RIO LOBO
ANNO: 1970
SCENA MEMORABILE: Tom Hendricks (Mike Henry) prova a sparare ai suoi compagni banditi che fuggono e la canna del suo fucile esplode con uno schizzo di sangue che gli arriva in faccia. Una scena molto Carpenteriana. Già, Carpenter…
VOTO: 7
REGISTA: Howard Hawks
GENERE: Western
Di che si parla
Carpenter John,
Distretto 13,
Film,
Hawks Howard,
tre classici un mito,
Western
mercoledì 16 gennaio 2008
HIGH NOON- MEZZOGIORNO DI FUOCO
Quindi ci siamo arrivati.
Dopo qualche recensione di riscaldamento tra cui la notevole performance di Leo, la distruzione del Pianeta delle scimmie di Burton e la quasi chiusura del ciclo "Io sono leggenda" a cui manca all' appello ancora un film ecco iniziare subito un altra miniserie che in realtà culmina con la seconda pellicola del maestro che iniziai a prendere in esame prima di Natale.
Sta a voi cercare di scoprirlo con l' intuito o andarsi a rileggere qualcosa di più vecchio.
Per ora vi dico che saranno 3 recensioni e 6 film in totale.
Buon viaggio!

C’ è stato un periodo nella mia cinemania in cui durante la visione di un classico mi sforzavo in tutti i modi di farmelo piacere, come se fosse un obbligo.
È un classico!
Come può non piacere?
Fortunatamente è tutto passato (a un altro post le grandi parole di Leo che diventeranno manifesto di questo blog!) ma mentre ieri schiacciavo play per far partire il mio lettore dvd con su “Mezzogiorno di fuoco” per un attimo me lo sono chiesto: “E se non mi piace che faccio? Lo dico o non lo dico che è stata una tremenda delusione?”
Facciamo che per questa volta non me ne preoccupo.
Vi sembrerà che io abusi di questa parola dato che ho già catalogato nello stesso modo “Il pianeta delle scimmie” (quello originale!) pochissimo tempo fa ma non ne posso davvero fare a meno.
“Mezzogiorno di fuoco” è un capolavoro.
E bastano 3 minuti e 40 secondi per rendersene conto.
3 minuti e 40 secondi di assoluto silenzio in cui tre uomini a cavallo si muovono accompagnati dalla dolce ballata vincitrice di un oscar “Do not forsake me, oh my darling”.
3 minuti e 40 secondi in cui nella mia testa girava un solo pensiero “Sto per vedere un classico. E questo classico è un capolavoro! E ora cosa cavolo ci posso scrivere sopra?”
Già, che scrivere di una pellicola di cui è stato detto di tutto e di più persino sulla mal fornita wikipedia italiana oltre ad un altro milione di siti e libri?
Della trama preferisco non parlare, dell’ uomo che rimane nella sua città nonostante sia il giorno del suo matrimonio e delle sue dimissioni da sceriffo per affrontare un vecchio bandito in cerca di vendetta di ritorno dalla galera (dove è stato graziato), non mi interessa poi molto.
O almeno non mi interessa riscriverne per la milionesima e una volta un sunto inutile.
Preferirei anche evitare la metafora politica (allegoria del fallimento degli intellettuali del tempo nel tentativo di debellare la paura per le liste nere): per quanto reale e con basi solide (lo sceneggiatore Carl Foreman era nelle liste nere) anche di questa è già stato scritto di tutto e di più.
Io voglio più semplicemente e superficialmente parlare della storia di un uomo solo, abbandonato da tutti.
Un uomo onesto,che ha dato tutto per il suo paese a costo di rendersi odioso e che, proprio per questo, viene ripudiato da tutti.
L’ isolamento che subisce lo sceriffo Will Kane può essere descritto da una semplice linea che parte da un punto molto alto, discende e tocca un nuovo apice sul finale (dicesi parabola Den!)
Il primo abbandono è infatti quello dell’ amore della propria vita: è Amy, la donna appena sposata a non comprendere e a lasciare il marito solo nel momento di maggior bisogno.
“Io non capisco come ragioni!” è la prima accusa della donna che poi svelerà tutta la verità solo nel finale sfogandosi con l’ ex di Will: “Ho già sentito il suono delle armi. Mio padre e mio fratello sono stati uccisi dalle armi. Erano dalla parte giusta, ma questo non li aiutò quando iniziarono a sparare. Mio fratello aveva diciannove anni. Lo vidi morire. Quello fu il momento in cui divenni una quacchera. Non mi interessa chi ha ragione e chi ha torto. Dev'esserci qualche via migliore per ogni persona per vivere. Saprò come arrivarci”.
Ma Will è deciso.
Tornerà in paese e con l’ aiuto dei suoi concittadini risolverà la faccenda una volta per tutte.
La linea comincia a scendere.
L’ abbandono della città da parte del giudice codardo che lo aveva aiutato durante il primo arresto di Frank (il bandito), quello del vicesceriffo Harvey e della sua donna Helen (ex di Will) non possono nuocere l’ animo di un uomo convinto di essere nel giusto e che proprio per questo riuscirà sul finale della prima parte a trovare un valido alleato.
Speranza vana.
La linea comincia nuovamente a salire e Will, vagabondo dagli occhi tristi eppure decisi in una città che lo evita a tutti i costi, si rende conto che non sarà così facile: la frase del padrone dell’ albergo riguardo l’ odio che molti provano in città per Will è l’ incipit di una seconda fase del film.
Abbandonato dalla gente del bar (splendida la sequenza in cui la telecamera spazia su tutte le persone visibilmente impaurite o che fanno finta di nulla) e dall’ amico più caro che finge di non essere in casa, a Will non rimane che la Chiesa, ultima ingannevole speranza per un uomo abbandonato da tutti.
Una chiesa che dapprima sembra accettare di buon grado ma che subito si divide in due fazioni opposte che vedono contrapporsi quelli che vogliono aiutare Will e quelli “che si aggiusti da se. Il guaio l’ ha creato lui e se lo risolve lui”.
Deciderà tutto il pacificatore delle due parti che sentenzierà infine che la colpa è tutta di Will: “Senza di lui non accadrebbe nulla!”
Abbandonato da Dio.
Will si aggira ancora una volta per la città, gli occhi sono tristi ma non più così decisi.
Il punto più alto della parabola si avvicina: persino il suo maestro Martin lo abbandona.
La disperazione di un uomo solo si sfoga tutta sul viscido vicesceriffo Harvey che offre il suo aiuto in cambio del posto fisso da sceriffo.
Nulla da fare.
Dopo un’ intensissima ora di pellicola arriva la prima scena d’ azione fatta di cazzotti in faccia e calci in pancia.
Will ritorna all’ ufficio dove lo attende l’ unico collaboratore.
L’ unico amico rimasto in una città che gli ha voltato le spalle.
Si volta anche lui, Herb, l’ unico amico rimasto.
D’ altronde “lui non fa parte della polizia, non lo pagano, lui si è offerto non è colpa sua se non c’ è nessun altro, in due sarebbe un massacro!”
La cima dell’ iperbole è toccata.
Will è totalmente e incondizionatamente solo.
La camera di Fred Zinnemann spazia in tutti i luoghi toccati e lasciati da Will e infine sull’ orologio.
È ora.
I tre banditi visti all’ inizio della pellicola attendono Frank alla stazione mentre Will scrive una lettera.
Solo quando la musica si interrompe per lasciar spazio al fischio del treno in arrivo la camera ci mostra cosa ha scritto Will.
È il suo testamento.
Nella solitudine più totale lo sceriffo esce dal suo ufficio e si avvia al suo destino segnato mentre le donne della sua vita lo abbandonano per sempre passando insieme su una carrozza di fronte.
Scena da oscar: la camera di Zinnemann si allontana pian piano da Will e noi ci ritroviamo davanti ad un uomo completamente solo in una città deserta.
Nei seguenti 10 minuti si svolgerà l’ intero epilogo della vicenda.
Ovviamente Will riuscirà ad abbattere i suoi avversari uno ad uno, ovviamente sfuggirà ad ogni loro colpo di pistola, ovviamente Amy tornerà ad aiutarlo.
Eppure Zinnemann non è contento.
L’ ultima scena ci mostra Will circondato da tutti i falsi, gli ipocriti, i viscidi, i malpensanti del paese che lo acclamano e mentre la camera si abbassa per inquadrare i piedi di Will che si voltano in uno scatto tu sei li a bocca aperta.
Ha voltato le spalle alla città.
Se ne va.
Ho appena assistito ad un capolavoro.
REGIA: Fred Zinnemann
ANNO: 1952
GENERE: Western
VOTO: 10+
QUANTO SI MERITAVA L’ OSCAR VINTO GARY COOPER: 10+++
QUANTO è MANCATO QUELLO A ZINNEMANN (ANCHE SE UN OSCAR è ANDATO AL MONTAGGIO E UN ALTRO ALLA COLONNA SONORA): 10+++++++
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere uno dei migliori western di tutti i tempi

Scena epocale!
Dopo qualche recensione di riscaldamento tra cui la notevole performance di Leo, la distruzione del Pianeta delle scimmie di Burton e la quasi chiusura del ciclo "Io sono leggenda" a cui manca all' appello ancora un film ecco iniziare subito un altra miniserie che in realtà culmina con la seconda pellicola del maestro che iniziai a prendere in esame prima di Natale.
Sta a voi cercare di scoprirlo con l' intuito o andarsi a rileggere qualcosa di più vecchio.
Per ora vi dico che saranno 3 recensioni e 6 film in totale.
Buon viaggio!

C’ è stato un periodo nella mia cinemania in cui durante la visione di un classico mi sforzavo in tutti i modi di farmelo piacere, come se fosse un obbligo.
È un classico!
Come può non piacere?
Fortunatamente è tutto passato (a un altro post le grandi parole di Leo che diventeranno manifesto di questo blog!) ma mentre ieri schiacciavo play per far partire il mio lettore dvd con su “Mezzogiorno di fuoco” per un attimo me lo sono chiesto: “E se non mi piace che faccio? Lo dico o non lo dico che è stata una tremenda delusione?”
Facciamo che per questa volta non me ne preoccupo.
Vi sembrerà che io abusi di questa parola dato che ho già catalogato nello stesso modo “Il pianeta delle scimmie” (quello originale!) pochissimo tempo fa ma non ne posso davvero fare a meno.
“Mezzogiorno di fuoco” è un capolavoro.
E bastano 3 minuti e 40 secondi per rendersene conto.
3 minuti e 40 secondi di assoluto silenzio in cui tre uomini a cavallo si muovono accompagnati dalla dolce ballata vincitrice di un oscar “Do not forsake me, oh my darling”.
3 minuti e 40 secondi in cui nella mia testa girava un solo pensiero “Sto per vedere un classico. E questo classico è un capolavoro! E ora cosa cavolo ci posso scrivere sopra?”
Già, che scrivere di una pellicola di cui è stato detto di tutto e di più persino sulla mal fornita wikipedia italiana oltre ad un altro milione di siti e libri?
Della trama preferisco non parlare, dell’ uomo che rimane nella sua città nonostante sia il giorno del suo matrimonio e delle sue dimissioni da sceriffo per affrontare un vecchio bandito in cerca di vendetta di ritorno dalla galera (dove è stato graziato), non mi interessa poi molto.
O almeno non mi interessa riscriverne per la milionesima e una volta un sunto inutile.
Preferirei anche evitare la metafora politica (allegoria del fallimento degli intellettuali del tempo nel tentativo di debellare la paura per le liste nere): per quanto reale e con basi solide (lo sceneggiatore Carl Foreman era nelle liste nere) anche di questa è già stato scritto di tutto e di più.
Io voglio più semplicemente e superficialmente parlare della storia di un uomo solo, abbandonato da tutti.
Un uomo onesto,che ha dato tutto per il suo paese a costo di rendersi odioso e che, proprio per questo, viene ripudiato da tutti.
L’ isolamento che subisce lo sceriffo Will Kane può essere descritto da una semplice linea che parte da un punto molto alto, discende e tocca un nuovo apice sul finale (dicesi parabola Den!)
Il primo abbandono è infatti quello dell’ amore della propria vita: è Amy, la donna appena sposata a non comprendere e a lasciare il marito solo nel momento di maggior bisogno.
“Io non capisco come ragioni!” è la prima accusa della donna che poi svelerà tutta la verità solo nel finale sfogandosi con l’ ex di Will: “Ho già sentito il suono delle armi. Mio padre e mio fratello sono stati uccisi dalle armi. Erano dalla parte giusta, ma questo non li aiutò quando iniziarono a sparare. Mio fratello aveva diciannove anni. Lo vidi morire. Quello fu il momento in cui divenni una quacchera. Non mi interessa chi ha ragione e chi ha torto. Dev'esserci qualche via migliore per ogni persona per vivere. Saprò come arrivarci”.
Ma Will è deciso.
Tornerà in paese e con l’ aiuto dei suoi concittadini risolverà la faccenda una volta per tutte.
La linea comincia a scendere.
L’ abbandono della città da parte del giudice codardo che lo aveva aiutato durante il primo arresto di Frank (il bandito), quello del vicesceriffo Harvey e della sua donna Helen (ex di Will) non possono nuocere l’ animo di un uomo convinto di essere nel giusto e che proprio per questo riuscirà sul finale della prima parte a trovare un valido alleato.
Speranza vana.
La linea comincia nuovamente a salire e Will, vagabondo dagli occhi tristi eppure decisi in una città che lo evita a tutti i costi, si rende conto che non sarà così facile: la frase del padrone dell’ albergo riguardo l’ odio che molti provano in città per Will è l’ incipit di una seconda fase del film.
Abbandonato dalla gente del bar (splendida la sequenza in cui la telecamera spazia su tutte le persone visibilmente impaurite o che fanno finta di nulla) e dall’ amico più caro che finge di non essere in casa, a Will non rimane che la Chiesa, ultima ingannevole speranza per un uomo abbandonato da tutti.
Una chiesa che dapprima sembra accettare di buon grado ma che subito si divide in due fazioni opposte che vedono contrapporsi quelli che vogliono aiutare Will e quelli “che si aggiusti da se. Il guaio l’ ha creato lui e se lo risolve lui”.
Deciderà tutto il pacificatore delle due parti che sentenzierà infine che la colpa è tutta di Will: “Senza di lui non accadrebbe nulla!”
Abbandonato da Dio.
Will si aggira ancora una volta per la città, gli occhi sono tristi ma non più così decisi.
Il punto più alto della parabola si avvicina: persino il suo maestro Martin lo abbandona.
La disperazione di un uomo solo si sfoga tutta sul viscido vicesceriffo Harvey che offre il suo aiuto in cambio del posto fisso da sceriffo.
Nulla da fare.
Dopo un’ intensissima ora di pellicola arriva la prima scena d’ azione fatta di cazzotti in faccia e calci in pancia.
Will ritorna all’ ufficio dove lo attende l’ unico collaboratore.
L’ unico amico rimasto in una città che gli ha voltato le spalle.
Si volta anche lui, Herb, l’ unico amico rimasto.
D’ altronde “lui non fa parte della polizia, non lo pagano, lui si è offerto non è colpa sua se non c’ è nessun altro, in due sarebbe un massacro!”
La cima dell’ iperbole è toccata.
Will è totalmente e incondizionatamente solo.
La camera di Fred Zinnemann spazia in tutti i luoghi toccati e lasciati da Will e infine sull’ orologio.
È ora.
I tre banditi visti all’ inizio della pellicola attendono Frank alla stazione mentre Will scrive una lettera.
Solo quando la musica si interrompe per lasciar spazio al fischio del treno in arrivo la camera ci mostra cosa ha scritto Will.
È il suo testamento.
Nella solitudine più totale lo sceriffo esce dal suo ufficio e si avvia al suo destino segnato mentre le donne della sua vita lo abbandonano per sempre passando insieme su una carrozza di fronte.
Scena da oscar: la camera di Zinnemann si allontana pian piano da Will e noi ci ritroviamo davanti ad un uomo completamente solo in una città deserta.
Nei seguenti 10 minuti si svolgerà l’ intero epilogo della vicenda.
Ovviamente Will riuscirà ad abbattere i suoi avversari uno ad uno, ovviamente sfuggirà ad ogni loro colpo di pistola, ovviamente Amy tornerà ad aiutarlo.
Eppure Zinnemann non è contento.
L’ ultima scena ci mostra Will circondato da tutti i falsi, gli ipocriti, i viscidi, i malpensanti del paese che lo acclamano e mentre la camera si abbassa per inquadrare i piedi di Will che si voltano in uno scatto tu sei li a bocca aperta.
Ha voltato le spalle alla città.
Se ne va.
Ho appena assistito ad un capolavoro.
REGIA: Fred Zinnemann
ANNO: 1952
GENERE: Western
VOTO: 10+
QUANTO SI MERITAVA L’ OSCAR VINTO GARY COOPER: 10+++
QUANTO è MANCATO QUELLO A ZINNEMANN (ANCHE SE UN OSCAR è ANDATO AL MONTAGGIO E UN ALTRO ALLA COLONNA SONORA): 10+++++++
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere uno dei migliori western di tutti i tempi

Scena epocale!
Di che si parla
Carpenter John,
Distretto 13,
Film,
Western,
Zinneman Fred
giovedì 6 dicembre 2007
DARK STAR
Ci siamo finalmente.
Con questo e uno dei prossimi post (credo) inizierò l’analisi di due nuovi registi dopo quella di Jack Arnold, Ernest B. Schoedsack e Guy Ritchie.
John Carpenter.
Signori e signore siete i benvenuti.

John Carpenter
Nel 1974 fece il suo esordio nelle sale cinematografiche “Dark Star”, primo lungometraggio (in realtà rigonfiamento durato tre tribolatissimi anni di un cortometraggio presentato come saggio di fine corso all’ University of South California) di un ragazzo di nome John Carpenter.
Non mi soffermerò sui precedenti di Carpenter: sul padre musicista, sui suoi primi cortometraggi, sulla sua vita fino a questo “Dark Star” del 1974.
Se emergerà qualcosa, in questa o altre recensioni, sarà semplicemente per spiegare meglio qualche scelta del regista o qualche richiamo ad alcune sue passioni, ma non vi assicuro nulla anche perché come dico sempre “esiste wikipedia” e vi assicuro che per un regista come Carpenter anche la versione italiana è abbastanza informata.
“Dark Star” quindi.
Ve lo confesso subito: non mi aspettavo granchè.
Avendo visto alcune di quelle che vengono generalmente considerate le migliori pellicole del regista non speravo molto in “Dark Star”, piccola pellicola prodotta con un budget risicatissimo (60000 dollari) e con enormi problemi di produzione.
Se ci aggiungiamo che il film è senza ombra di dubbio tra i meno conosciuti di questo artigiano del cinema… beh ammetterete che qualche dubbio doveva venirmi per forza!
E invece eccomi qui, con gli occhi spalancati a mezzanotte e mezza per parlarvi di quella che è stata una grandissima sorpresa.
Si tratta di fantascienza.
B-movie qualcuno direbbe.
“Quelli che un tempo erano considerati B-movie oggi sarebbero considerati A-movie” risponderebbe Carpenter stesso.
E già.
Perché con 60000 dollari John tira fuori una pellicola che m’ arrischio a definire epocale.
In qualsiasi senso possibile e immaginabile.
“Dark Star” è fantascienza e oltre come tutti (ora non esageriamo, diciamo quasi tutti) i film di Carpenter.
La storia molto semplice vede un’ astronave in giro per l’ universo (la Dark Star appunto) da più di 20 anni con a bordo 4 uomini (più un comandante criogenato) dediti alla distruzione dei pianeti instabili.
Capirete anche voi che a dire così sembra di sentir parlare di un vecchio film degli anni ’50.
E in effetti è un po’ anche così.
Ma Carpenter è un genio.
Da quello che potrebbe essere un vecchio sci-fi fuori tempo massimo tira fuori qualcosa di indefinibile: un miscelone di tutta la fantascienza cinematografica che si sia mai vista.
Partendo dai mostri della sci-fi anni ’50 (un alieno a forma di palla gonfiabile è ospite di una stanza), passando per una fantascienza molto più attenta socialmente e politicamente (e qui il primo nome che viene in mente è ovviamente quello di “2001 odissea nello spazio”) fino ad arrivare ad una sorta di parodia del tutto che avrà poi in “Balle Spaziali” il suo dichiarato capostipite (o almeno quello più famoso).
Fin dalle primissime immagini Carpenter mette in chiaro tutti i suoi intenti: una musica country che potrebbe benissimo essere suonata da un Johnny Cash qualsiasi (ma che in realtà, come il resto delle musiche, è prodotta e diretta dal regista stesso) ci introduce ai nostri protagonisti astronauti.
Tute bianche, aria professionale, capelli corti e seriosità massima penserete voi.
Macchè!
Carpenter ci mostra dei fricchettoni dalle tute marroncine con baffi, barba e capelli lunghi intenti essenzialmente a far nulla con uno scazzo tale che sembra quasi impossibile crederli ancora vivi dopo più di 10 anni nello spazio (questo ci viene detto da un “simpatico” messaggio di un terrestre proiettato all’ inizio su uno degli schermi dell’ astronave).
Se fin dalla presentazione dei personaggi John sembra fare di tutto per distruggere un immaginario classico che si è creato nel corso dei decenni c’ è da spaventarsi a vedere quello che accade dopo.
Innanzitutto c’ è un astronave parlante che comunica con i Nostri quasi come se fosse una compagna.
Già compagna, perché ovviamente è una voce femminile.
Ci sono poi delle bombe che vengono usate per distruggere i pianeti: certo è normale, peccato che le bombe parlino, facciano i capricci e si impuntino su ragionamenti filosofici ineccepibili (“Io penso quindi sono!”
Se non basta Carpenter si diverte a inserire una sottotrama con protagonista un alieno- palla (si tratta proprio di una palla gonfiabile con dei piedi!) che minaccia improbabilmente il sergente Pinback (Dan O’ Bannon, vi parlerò anche di lui) e astronauti che, oltre ad avere la barba e i baffi, si comportano in maniera totalmente assurda: c’ è chi vive perennemente nella cabina superiore a guardar le stelle (perché vuole vedere gli asteroidi della fenice!), chi pensa che sian tutti deficienti (ancora Pinback) e chi per risolvere i problemi pensa bene di rivolgersi al comandante Powell criogenato (che ovviamente parla!).
Lo so, se non avete visto la pellicola starete pensando all’ idiozia di una pellicola del genere e invece io insisto: è geniale.
Il film è pieno zeppo di citazioni che io a volte non riesco nemmeno a cogliere (si vede che sono citazioni ma devo vedere almeno un altro centinaio di film di fantascienza per prenderle in pieno!): si passa da quelle più esplicite a “2001 Odissea nello spazio” (la voce dell’ astronave e i ragionamenti filosofici delle bombe), “Il dottor Stranamore (ancora le bombe atomiche e il loro rifiuto ad obbedire per scongiurare una crisi) e “Il mostro dell’ astronave” (l’ idea dell’ alieno) a quelle più sottili e nascoste come i piedi dell’ alieno che sono in tutto e per tutto uguali a quelli del “mostro della laguna nera”.
Insomma per gli appassionati di sci-fi c’ è di che sbizzarrirsi ma Carpenter non cade nella trappola della parodia pura e semplice (“Balle Spaziali”) e fa del film qualcosa di più di un semplice omaggio alla sci-fi.
Gli astronauti sono essenzialmente dei folli (e si vede anche solo dalle facce), ritratto al rovescio di tutti quegli astronauti perfetti che gli USA volevano come simbolo di una nazione perfetta in grado addirittura di conquistare nuovi mondi.
La squadra della Dark Star non conquista nuovi pianeti (e quando lo fa tira su esseri stupidotti e inutili come l’ alieno palla) ma distrugge quelli che vengono dichiarati come instabili (neanche troppo velato paragone con il comportamento internazionale degli USA).
Se poi non vi bastano le citazioni e le metafore c’ è la regia di Carpenter.
È qualcosa di straordinario come il regista riesca a rendere allo stesso tempo angosciante e ilare un momento come quello che vede Pinback incastrato nel pavimento dell’ ascensore con mezzo corpo di fuori (non sto a dirvi come è finito li!) con pochissimi mezzi: si tratta infatti non di un ascensore ma di un cubo con rotelle che viaggia su un pavimento e che, grazie ad un lavoro tecnico straordinario, Carpenter riesce a trasformare in un ascensore in movimento.
Se a questo si aggiungono gli effetti in stop-motion molto buoni (so che oggi fanno sorridere ma allora con quel budget erano ottimi) di Jim Danforth (allievo nientemeno che di Ray Harryhausen) e l’apporto in fase d sceneggiatura e forse di storia (questa parte non è ancora molto chiara a dir la verità) di Dan O’ Bannon (che romperà i rapporti col nostro in seguito ai problemi di produzione) capirete come io non esiti a definire “Dark Star” un capolavoro.
E siccome non sono io il primo ne l’ ultimo ad accorgermi di questo vi basti sapere che un certo George Lucas (è presente un omaggio al suo primo film “Thx 1138” in una delle scene finali del film sotto forma di una scritta su un pezzo dell’ astronave) apprezzò molto i modellini dell’ astronave (e gli balenò anche qualche idea per la testa dato che solo 3 anni più tardi creò un certo “Star Wars”) e qualche anno più tardi anche O’ Bannon decise di riprendere l’ idea dell’ alieno inseguitore per i corridoi di un’ astronave per un film leggermente più inquietante di “Dark Star” , un certo “Alien”.
Se poi siete in cerca di frasi o scene memorabili vi basti sentire questa “L’ area di deposito è stata autodistrutta così non abbiamo più scorte di carta igienica” o vedere il fantasmagorico (che non so neanche io che vuol dire!) finale cartoonesco con il tenente Doolittle intento a surfare nello spazio e Talby finalmente insieme ai suoi tanto amati asteroidi della fenice.
Insomma che vi devo dire ancora per convincervi?
Se vi piace Carpenter correte a procurarvelo.
Se Carpenter non vi aggrada poi molto (pazziiiiii!) lasciate pure perdere, tanto siete voi che vi perdete un pezzo di storia del cinema!
Infine se non ne sapete nulla di Carpenter o se siete appassionati di fantascienza direi che questo può essere un buon inizio anche se vi avverto: il seguito sarà quasi sempre su tutt’ altra linea
REGIA: John Carpenter
ANNO: 1974
GENERE: Fantascienza, commedia
VOTO: 10
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedere un Carpenter un po’ diverso: meno horrorifico e più divertente (anche se nella produzione successiva ci sarà ancora modo di mostrare questa vena umoristica)
QUANTO FA RIDERE L’ ALIENO PALLA: 10
TRAILER DA VEDERE ASSOLUTAMENTE!QUI SOTTO L'ALIENO PALLA IN UNA DELLE SUE POSE MIGLIORI!

Con questo e uno dei prossimi post (credo) inizierò l’analisi di due nuovi registi dopo quella di Jack Arnold, Ernest B. Schoedsack e Guy Ritchie.
John Carpenter.
Signori e signore siete i benvenuti.

Nel 1953 in un teatro di Rochester, New York, mia madre mi portò a vedere "Destinazione Terra" in 3D. La prima inquadratura del film che io ricordo è un campo lungo di un panorama desertico. La macchina da presa sta panoramicando orizzontalmente su una meteora che dal cielo precipita verso la Terra. La seconda inquadratura è della meteora che sta venendo dritta contro la camera ed esplode. Nel 1953 quella meteora uscì fuori dallo schermo ed esplose sulla mia faccia. Abbandonai mia madre e schizzai fuori nel corridoio per la paura. Ma quella volta… Io mi innamorai del cinema
John Carpenter
Nel 1974 fece il suo esordio nelle sale cinematografiche “Dark Star”, primo lungometraggio (in realtà rigonfiamento durato tre tribolatissimi anni di un cortometraggio presentato come saggio di fine corso all’ University of South California) di un ragazzo di nome John Carpenter.
Non mi soffermerò sui precedenti di Carpenter: sul padre musicista, sui suoi primi cortometraggi, sulla sua vita fino a questo “Dark Star” del 1974.
Se emergerà qualcosa, in questa o altre recensioni, sarà semplicemente per spiegare meglio qualche scelta del regista o qualche richiamo ad alcune sue passioni, ma non vi assicuro nulla anche perché come dico sempre “esiste wikipedia” e vi assicuro che per un regista come Carpenter anche la versione italiana è abbastanza informata.
“Dark Star” quindi.
Ve lo confesso subito: non mi aspettavo granchè.
Avendo visto alcune di quelle che vengono generalmente considerate le migliori pellicole del regista non speravo molto in “Dark Star”, piccola pellicola prodotta con un budget risicatissimo (60000 dollari) e con enormi problemi di produzione.
Se ci aggiungiamo che il film è senza ombra di dubbio tra i meno conosciuti di questo artigiano del cinema… beh ammetterete che qualche dubbio doveva venirmi per forza!
E invece eccomi qui, con gli occhi spalancati a mezzanotte e mezza per parlarvi di quella che è stata una grandissima sorpresa.
Si tratta di fantascienza.
B-movie qualcuno direbbe.
“Quelli che un tempo erano considerati B-movie oggi sarebbero considerati A-movie” risponderebbe Carpenter stesso.
E già.
Perché con 60000 dollari John tira fuori una pellicola che m’ arrischio a definire epocale.
In qualsiasi senso possibile e immaginabile.
“Dark Star” è fantascienza e oltre come tutti (ora non esageriamo, diciamo quasi tutti) i film di Carpenter.
La storia molto semplice vede un’ astronave in giro per l’ universo (la Dark Star appunto) da più di 20 anni con a bordo 4 uomini (più un comandante criogenato) dediti alla distruzione dei pianeti instabili.
Capirete anche voi che a dire così sembra di sentir parlare di un vecchio film degli anni ’50.
E in effetti è un po’ anche così.
Ma Carpenter è un genio.
Da quello che potrebbe essere un vecchio sci-fi fuori tempo massimo tira fuori qualcosa di indefinibile: un miscelone di tutta la fantascienza cinematografica che si sia mai vista.
Partendo dai mostri della sci-fi anni ’50 (un alieno a forma di palla gonfiabile è ospite di una stanza), passando per una fantascienza molto più attenta socialmente e politicamente (e qui il primo nome che viene in mente è ovviamente quello di “2001 odissea nello spazio”) fino ad arrivare ad una sorta di parodia del tutto che avrà poi in “Balle Spaziali” il suo dichiarato capostipite (o almeno quello più famoso).
Fin dalle primissime immagini Carpenter mette in chiaro tutti i suoi intenti: una musica country che potrebbe benissimo essere suonata da un Johnny Cash qualsiasi (ma che in realtà, come il resto delle musiche, è prodotta e diretta dal regista stesso) ci introduce ai nostri protagonisti astronauti.
Tute bianche, aria professionale, capelli corti e seriosità massima penserete voi.
Macchè!
Carpenter ci mostra dei fricchettoni dalle tute marroncine con baffi, barba e capelli lunghi intenti essenzialmente a far nulla con uno scazzo tale che sembra quasi impossibile crederli ancora vivi dopo più di 10 anni nello spazio (questo ci viene detto da un “simpatico” messaggio di un terrestre proiettato all’ inizio su uno degli schermi dell’ astronave).
Se fin dalla presentazione dei personaggi John sembra fare di tutto per distruggere un immaginario classico che si è creato nel corso dei decenni c’ è da spaventarsi a vedere quello che accade dopo.
Innanzitutto c’ è un astronave parlante che comunica con i Nostri quasi come se fosse una compagna.
Già compagna, perché ovviamente è una voce femminile.
Ci sono poi delle bombe che vengono usate per distruggere i pianeti: certo è normale, peccato che le bombe parlino, facciano i capricci e si impuntino su ragionamenti filosofici ineccepibili (“Io penso quindi sono!”
Se non basta Carpenter si diverte a inserire una sottotrama con protagonista un alieno- palla (si tratta proprio di una palla gonfiabile con dei piedi!) che minaccia improbabilmente il sergente Pinback (Dan O’ Bannon, vi parlerò anche di lui) e astronauti che, oltre ad avere la barba e i baffi, si comportano in maniera totalmente assurda: c’ è chi vive perennemente nella cabina superiore a guardar le stelle (perché vuole vedere gli asteroidi della fenice!), chi pensa che sian tutti deficienti (ancora Pinback) e chi per risolvere i problemi pensa bene di rivolgersi al comandante Powell criogenato (che ovviamente parla!).
Lo so, se non avete visto la pellicola starete pensando all’ idiozia di una pellicola del genere e invece io insisto: è geniale.
Il film è pieno zeppo di citazioni che io a volte non riesco nemmeno a cogliere (si vede che sono citazioni ma devo vedere almeno un altro centinaio di film di fantascienza per prenderle in pieno!): si passa da quelle più esplicite a “2001 Odissea nello spazio” (la voce dell’ astronave e i ragionamenti filosofici delle bombe), “Il dottor Stranamore (ancora le bombe atomiche e il loro rifiuto ad obbedire per scongiurare una crisi) e “Il mostro dell’ astronave” (l’ idea dell’ alieno) a quelle più sottili e nascoste come i piedi dell’ alieno che sono in tutto e per tutto uguali a quelli del “mostro della laguna nera”.
Insomma per gli appassionati di sci-fi c’ è di che sbizzarrirsi ma Carpenter non cade nella trappola della parodia pura e semplice (“Balle Spaziali”) e fa del film qualcosa di più di un semplice omaggio alla sci-fi.
Gli astronauti sono essenzialmente dei folli (e si vede anche solo dalle facce), ritratto al rovescio di tutti quegli astronauti perfetti che gli USA volevano come simbolo di una nazione perfetta in grado addirittura di conquistare nuovi mondi.
La squadra della Dark Star non conquista nuovi pianeti (e quando lo fa tira su esseri stupidotti e inutili come l’ alieno palla) ma distrugge quelli che vengono dichiarati come instabili (neanche troppo velato paragone con il comportamento internazionale degli USA).
Se poi non vi bastano le citazioni e le metafore c’ è la regia di Carpenter.
È qualcosa di straordinario come il regista riesca a rendere allo stesso tempo angosciante e ilare un momento come quello che vede Pinback incastrato nel pavimento dell’ ascensore con mezzo corpo di fuori (non sto a dirvi come è finito li!) con pochissimi mezzi: si tratta infatti non di un ascensore ma di un cubo con rotelle che viaggia su un pavimento e che, grazie ad un lavoro tecnico straordinario, Carpenter riesce a trasformare in un ascensore in movimento.
Se a questo si aggiungono gli effetti in stop-motion molto buoni (so che oggi fanno sorridere ma allora con quel budget erano ottimi) di Jim Danforth (allievo nientemeno che di Ray Harryhausen) e l’apporto in fase d sceneggiatura e forse di storia (questa parte non è ancora molto chiara a dir la verità) di Dan O’ Bannon (che romperà i rapporti col nostro in seguito ai problemi di produzione) capirete come io non esiti a definire “Dark Star” un capolavoro.
E siccome non sono io il primo ne l’ ultimo ad accorgermi di questo vi basti sapere che un certo George Lucas (è presente un omaggio al suo primo film “Thx 1138” in una delle scene finali del film sotto forma di una scritta su un pezzo dell’ astronave) apprezzò molto i modellini dell’ astronave (e gli balenò anche qualche idea per la testa dato che solo 3 anni più tardi creò un certo “Star Wars”) e qualche anno più tardi anche O’ Bannon decise di riprendere l’ idea dell’ alieno inseguitore per i corridoi di un’ astronave per un film leggermente più inquietante di “Dark Star” , un certo “Alien”.
Se poi siete in cerca di frasi o scene memorabili vi basti sentire questa “L’ area di deposito è stata autodistrutta così non abbiamo più scorte di carta igienica” o vedere il fantasmagorico (che non so neanche io che vuol dire!) finale cartoonesco con il tenente Doolittle intento a surfare nello spazio e Talby finalmente insieme ai suoi tanto amati asteroidi della fenice.
Insomma che vi devo dire ancora per convincervi?
Se vi piace Carpenter correte a procurarvelo.
Se Carpenter non vi aggrada poi molto (pazziiiiii!) lasciate pure perdere, tanto siete voi che vi perdete un pezzo di storia del cinema!
Infine se non ne sapete nulla di Carpenter o se siete appassionati di fantascienza direi che questo può essere un buon inizio anche se vi avverto: il seguito sarà quasi sempre su tutt’ altra linea
REGIA: John Carpenter
ANNO: 1974
GENERE: Fantascienza, commedia
VOTO: 10
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedere un Carpenter un po’ diverso: meno horrorifico e più divertente (anche se nella produzione successiva ci sarà ancora modo di mostrare questa vena umoristica)
QUANTO FA RIDERE L’ ALIENO PALLA: 10
TRAILER DA VEDERE ASSOLUTAMENTE!QUI SOTTO L'ALIENO PALLA IN UNA DELLE SUE POSE MIGLIORI!

Iscriviti a:
Commenti (Atom)


