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sabato 3 maggio 2008

THE OTHER BOLEYN GIRL- L'ALTRA DONNA DEL RE

Dovrei scrivere qualcosa di Roma ma non ce la faccio in tre righe.
Troppe cose da dire, troppo troppo troppo.
Troppo meravigliosi quei tre giorni.
Ne parlerò più avanti.
O in un altro spazio.
Recensioni libere si allargherà molto probabilmente a nuovi orizzonti o ne nascerà una nuova costola.
Non so.
Fine dei deliri.
Ci sono ben due recensioni che aspettano solo di essere pubblicate: una mia e una di Leo.
Via alle danze!

Allora 3, 2, 1, ciak si gira!
Regista: Ma noooooo! Ma Scarlett ti ho detto mille volte che non puoi fare la ragazza sexy e conturbante in questo film come te lo devo dire?
(Scarlett con evidenti difetti di pronuncia dovuti alle sue labbra sproporzionate): Ma Justin come faccio? Io faccio solo film in cui sono una ragazza sexy e conturbante, non ho idea di cosa sia una ragazza normale!
Regista: Ma Scarlett tu non sei una ragazza normale! Tu sei innamorata del tuo Re! Conosci questa parola? Innamorata!
Scarlett: Cosa?
Regista: Innamorata! Sai quando due persone si trovano e si piacciono e senti il tuo cuore battere e dici: mamma mia questa è la persona giusta! E non ci vedi un difetto e sai che anche se ne avesse tu li ameresti perché lei è La persona giusta?
Scarlett con la faccia sbigottita: Che?
Regista con in mano due molliche di pane a forma di omino: Queste sono due persone….
Scarlett: mmmmhhhhh
Regista imbarazzato: Hai presente “The island”?
Scarlett: mmmhhh si, quello che c’era Ewan che correva per centinaia di chilometri senza fermarsi mai…che c’era di sicuro una scena al tramonto con due che si baciano che se no Michael Bay non è contento…si lo ricordo..
Regista: Ecco in quello in teoria tu dovevi essere innamorata di Ewan
Scarlett: Ah ecco….allora si ho capito!
Regista: Allora siamo pronti….3, 2, 1 ciak si gira!

Regista: Ma baaaaaaaaaaastaaaaaaaa

“L’altra donna del Re” non è un brutto film.
Ti appassiona, ti prende, ti angoscia nonostante tutti sappiano come andrà a finire e riguardo a costumi, scenografie e sceneggiatura non mostra punti deboli.
Ma.
Ma “L’altra donna del Re” purtroppo non è solo la storia romanzata (romanzatissima, romanzatona, megastraromanzata!) di quel trombone di Enrico VIII (evvai Dani, tu si che sai parlare di storia come un quindicenne…).
“L’altra donna del Re” è tre attori.
È Eric Bana.
Si quello che l’ ultimo film che mi ricordo c’era lui in un improbabile armatura che cercava di salvare dallo sfacelo più totale quella porcata mondiale che è Troy.
Quello che doveva rivaleggiare con Brad Pitt faccia di bronzo, polpacci d’oro e capelli bisunti e si faceva in quattro per salvare Orlando Bloom in versione “Il ragazzo più gracile e effeminato che l’epica di Omero abbia mai visto.
Quello che il penultimo film che mi ricordo non era nemmeno un film.
Era “Hulk”.
E io non so se qualcuno dei lettori ha visto “Hulk” ma io mi rifiuto di parlarne.
Con Ang Lee alla regia…. “Hulk”.
Che quando son uscito dal cinema mi chiedevo se ero andato a farmi prendere per il culo o semplicemente nel.
Che quando ho visto “Daredevil” ho potuto dire: “Io ho visto di peggio”.

Che quando ho visto che facevano il seguito che poi non è un seguito che se gli dici a Edward Norton che è un seguito da di matto e ti ammazza aprendoti la testa in due su un marciapiede, mi sono detto: “Ma peeeerchè? Ma soprattutto peeeeerchè?”
Ebbene si, Eric Bana è Enrico VIII.
È Scarlett Johannson.
Che si, ok, sei una femme fatale e hai le labbra enormi e rosse e tutti dicono che sei bellissima e bravissima e il fascino della diva e Scarlett di qui e Scarlett di là e chi la ferma più e “Vuoi mettere Scarlett Johannson? È il sogno di tutti” e se provi a dire che non ti piace prima controllano se sei uomo poi procedono tagliandoti la lingua.
Che si, sei una femme fatale e poi?
Prendete Scarlett Johannson e provate a metterla in una parte in cui debba mostrare un po’ di sentimento.
Ed ecco la faccia da porcello di Scarlett.

La Johannson gira TUTTO “L’altra donna del re” con questa faccia.
Senza esagerazioni, senza voler mettere il dito nella piaga, senza voler per forza trovare un difetto ma… non è possibile!
Ora provate a chiedervi come può essere un film girato da una ragazza che tiene costantemente questa faccia a metà tra il pesce lesso e il porcello intontito.
Cosa dovrebbe essere?
Amore?
Innamoramento?
Rincoglionimento precoce?
La Johannson diventa in “L’altra donna del re” un qualcosa ai limiti dell’ inguardabile che se dovresti in teoria parteggiare anche per lei, ti vien voglia dopo 1 ora di film di entrare dentro lo schermo e dire “Baaaaastaaaaa! Non se ne può più!” Svegliatela, tirategli uno sberlone, fate qualcosa ma vi prego toglietele l’espressione da pesce bollito!
Si, Scarlett Johannson è Mary Boleyn o come l’italiano insegna Maria Bolena.
È Natalie Portman.
Che rispetto alla Johannson parte in settima.
Sembra finalmente decisa a ritornare a recitare dopo essersi divertita a far la statua in Star Wars ed essersi rasata in “V per vendetta”.
Prendete un’ attrice di Hollywood, rasatela o fatela ingrassare e non ci sarà più bisogno che lei reciti.
“è ingrassata/rasata per un film!”
I giornali saranno tutti suoi, i servizi di Studio Aperto (quelli non dedicati al cane che ha battuto ogni record mangiando 10 salsicce in un giorno o alla famiglia distrutta del povero ragazzo Rumeno che blablablabla) e quelli di Cocuzza saranno tutti per lei!
Voi recitereste foste in lei?
Che bisogno c’è?
È ingrassata non vedi che è una grande attrice?
Che rispetto alla Johannson parte in settima per poi pian piano scalare fino alla seconda, alla prima e infine alla retromarcia.
Perché se la Portman almeno per la prima ora sembra decisa a riscattarsi, poi riesce a trovare anche lei la faccia giusta e via.
La Johannson porcello e la Portman Melita/Diavolita

La Portman si mette addosso una faccia da Lucignolo e chi la ferma più?
Regalatele un gioiello, confessate quanto la volete, sposatela, portatela a corte, fatela condannare a morte e si, lei avrà sempre e comunque quella faccia.
“L’altra donna del Re” è Eric Bana, Scarlett Johannson e Natalie Portman.
E una marea di comprimari tra i quali spiccano la prima regina e moglie di Enrico VIII e la madre delle due ragazze.
“L’altra donna del re” non è un brutto film.
Basterebbe non prendere dei lama della Mongolia orientale come suggeritori per il casting.
REGIA: Justin Chadwick
ANNO: 2008
GENERE: Storico (beh oddio…)
VOTO:7-
QUANTO ASSOMIGLIA ERIC BANA AL VERO ENRICO VIII: - 57
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un buon romanzo storico con almeno una protagonista non proprio nella sua parte ideale.

giovedì 29 novembre 2007

ALEXANDER

PREMESSONA: Siccome non mi piace starmene a far sempr le solite recensioni e questo è un film gigantesco (per mole, regista e tutto quel che volete) vi ho fatto aspettare qualche giorno in più per una recensione ma ora do il via a un megaesperimento che sarà difficile da replicare, si tratta di due recensioni completamente diverse di me e Leo (come modo di scrivere, come idee, come tutto!) più una sua piccola appendice su una serie animata (che si trova tra le due) sempre su Alessandro Magno.
Chiedo perdono a tutti voi se il tutto risulterà troppo pesante ma ho fatto in modo che le recensioni si possano leggere separatamente in modo che possiate scegliere voi la più adatta ai vostri gusti e di conseguenza commentare quella che vorrete alla fine di questo gigantesco post e chiedo perdono anche a Leo che non sapeva niente di questa cosa fino ad ora.
La prima recensione che trovate è la sua, seguita da quella sulla serie animata e infine dopo la terza locandina potrete trovare la mia.
E con questo ho finito.
Buona lettura, spero che apprezzerete lo sforzo e non sentitevi in obbligo di leggere tutto insieme!


BY LEO

168 minuti. Colore. Musica di Vangelis (per lui, solo nomi legati indissolubilmente alla musica: “Blade Runner”, “Chariots Of Fire”, “1492: La Conquista del Paradiso”...). Con Colin Farrell (Alessandro Magno). Anthony Hopkins (Tolomeo). Val Kilmer (Filippo il Macedone, padre di Alessandro). Angelina Jolie (Olimpiade, madre di Alessandro). Rosario Dawson (Moglie persiana di Alessandro). Regia di Oliver Stone.

Ecco il film. Aderenza o meno alla storia non importa. Questo racconto reggerà agli anni, alla consunzione della pellicola, ai tarli. In questo film c’è tutto l’umano. Passione, amore, ambizione, distruzione, psicologia, guerra... Homo sum, humani nihil a me alienum puto.
Questo è un film che amo.
Oliver Stone è riuscito là dove altri hanno sbagliato, fallendo.
Stone ci ha dato il respiro della sabbia, il sommesso pianto delle onde dell’ignoto inconscio che da sempre si agita sotto le coperte sicure della civiltà, ci ha restituito un Bildungsroman degno della più grande tradizione lirica. Ci ha concesso di prendere parte al banchetto degli dèi e ai problemi di rimozione e identificazione dell’uomo col padre e con la madre.
Questo è Alexander.
Due ultimi grandi dizionari del cinema appena usciti nella versione nuova di zecca 2008 – grandi per mole e per importanza – lo hanno o bocciato irreparabilmente (voto pari ad “Alien vs. Predator” , e non è un complimento come potete vedere dalla recensione di deneil!!!!], o giudicato un film in cui Oliver Stone è riuscito ad essere “noioso”.
Lasciate stare i dizionari. Fateveli voi stessi. Guardate e giudicate voi, ma non cedete mai alle lusinghe o alle stroncature dei critici. Consultateli ma non fatevi ingannare.
Questo è grande cinema.

Alessandro Magno è un mito.
E’ l’uomo che ha varcato le soglie del conoscibile per approdare là dove nessuno si avviò mai, vedendo cose mai viste e respirando i venti creatori qui mai aspirati nei polmoni. E’ l’uomo che ha fatto fluire il corso della storia aderendo al suo destino, fino alla morte, fino al sogno e oltre quest’ultimo.
Alessandro è un re.
Ancora oggi ci sono popolazioni afgane che hanno occhi azzurri, che si fanno chiamare discendenti di “Iskandar”, i figli dei macedoni di Alessandro. Alexandreia Eschate, l’ultima delle città da lui fondate, pendeva alle soglie del conosciuto, là dove nessun greco potè mai aspirare di arrivare. Il Cairo, l’Alessandria prima, la città delle meraviglie, del porto sul delta del fiume, faro dell’unione tra il mondo egizio e quello greco, saggezza platonica tra Oriente ed Occidente, che darà nuova linfa al regno eterno/etereo del Nilo.
Alessandro, il dio.
Colui al quale l’oracolo di Ammone decretò nell’oasi africana la futura reggenza dell’Asia, del mondo. E così lo ricordiamo nei Cantari di gesta medievali dell’Europa intera, trasfigurato e sospeso nel simbolo della sua stessa esistenza.
Alessandro, il sapiente.
Il discepolo di Aristotele, a sua volta edotto da Platone. La biblioteca di Alessandria, la più vasta raccolta di manoscritti del mondo antico, labirinto del quale solo Borges saprà ritrovare le chiavi.
Alessandro, il continuatore dell’opera del padre, Filippo, al quale fu legato a vita da un rapporto conflittuale; il ruolo della madre, l’Olimpiade cara al culto del serpe, misteriosofico simbolo lunare e della fecondità, ambigua sintesi di maschile e femminile. Ambigua come la splendida Angelina Jolie, finalmente grande in un ruolo che le si incolla addosso con una malizia da Afrodite classicheggiante.
Alessandro, colui che compie gli oracoli, il prescelto, colui che tagliò il nodo gordiano.
Precursore dei tempi, portatore dell’idea della fusione dei popoli, fece sposare donne persiane ai suoi macedoni, i soldati e i comandanti che lo seguirono fino alla fine, e che gli succedettero spartendosi il regno enorme in porzioni di regalità.
I diàdochi. E tra questi Tolomeo, quell’ Anthony Hopkins che alla fine del film, ci lascia con un explicit da antologia: i sognatori ci dissanguano, ci fanno morire letteralmente dentro. I sognatori sono un ostacolo alla vita normale. Loro, sono pazzi che danzano scalzi sulle note di un mare che soli vedono. Folli, che riescono a precorrere i tempi. Dementi, che soli possono portare fino alla fine i propri ideali.
Per questo i sognatori sono grandi. Per questo vedono al di là. Perché siamo noi i veri ciechi, le “normali persone di tutti i giorni”. E per questo devono spegnersi, per non consumarci la nostra mediocrità.
Per questo devono morire come hanno vissuto. Nel sogno, avvolti dalle nebbie fitte dei misteri della storia che, proprio per la loro natura, sono le verità più banali.
Colin Farrell interpreta Alessandro riuscendo a centrare in pieno la follia pacata, le braci del Sogno che infiammano di colpo la vista offuscata del Macedone, in squarci di lucida follia.
INTERMEZZO
Togliamoci subito un sassolino dalla scarpa trattando del protagonista Farrell e sia chiaro: le tinture dei capelli esistevano già da tempo immemore, e non è irreale che Alessandro avesse quel colore di capelli con la ricrescita. Le donne egizie conoscevano già la depilazione con la cera e le pinzette di metallo, tanto per fare un esempio stupido. Questo perché – all’uscita del film, anni fa, ormai – mi era capitato di leggere un attacco indebito circa l’acconciatura di Farrell, “così anni 80, ossigenato e metrosexual”!!! Assurdo.
Così anche il tema della bisessualità è stato di gran lunga bistrattato dai media, ma si deve considerare che all’epoca era cosa socialmente normale, nel mondo grecofono, e anche nella Persia asiatica. Tengo a precisare che questo tema ha un ruolo così minimo che la discussione è sterile a priori e nuoce al tema e allo svolgimento del film.
Concludo ricordando che comprendere non significa certo giustificare né fare delle sottili apologie; solo inquadrare il problema per capirlo. E certamente il film di Stone avrebbe meritato dai media un briciolo di attenzione in più.
FINE INTERMEZZO
Val Kilmer è perfetto nel ruolo di un padre autoritario e ambivalente nei confronti del figlio, Filippo, il re di Macedonia che ha già assoggettato la Grecia delle pòleis e che progetta di invadere la Persia, per liberare le città greche della costa anatolica-egea .
Ma, a sorpresa, la palma d’oro va alla perfida Jolie, credo mai brava come in questo film. Affascinante, la cui mente appare maledettamente infestata da culti ofidici e la cui figura ristagna attorniata da serpenti che pungono la mente del giovane Alessandro.
Perfida, nella lotta con il padre per il possesso, spesso al limite della carnalità incestuosa, del giovane Alessandro.
Magnifica, nell’abbandono voluttuoso di una giovane madre che ha definitivamente associato mentalmente al figlio il padre, confusione sessuale di ruoli che imperverserà nella psiche del futuro re di Macedonia.
A metà tra ricerca del confronto con la figura paterna e la sua approvazione, e spinto dalla sete ambiziosa di potere della madre, morbosa nel suo attaccamento disperato al figlio, Alessandro si muove fino ai limiti estremi della lucidità umana, fino ai confini del mondo.
Bisognerebbe dare a questo film la giusta dimensione; se non siete convinti non avvicinatelo; riprendetelo quando avrete tempo e voglia di viverlo. Altrimenti, aspettate. Ogni cosa ha il suo tempo e luogo giusto, come si diceva in quel di “Pic-nic at Hanging Rock” (altra pietra miliare).
E rimettiamo quella scena del confronto titanico di Alessandro a cavallo di Bucefalo, lanciato furioso e obnubilato dalle sue visioni di morte, contro un elefante indiano e le schiere di soldati nemici. Rallentatore sapiente. Filtro fotografico virato rosso. Suoni in sordina. Tutto è immerso in un’atmosfera incantata e terribile. Tutto appare come visto nel sangue della fine dell’apogeo, della discesa a terra dell’aquila conquistatrice macedone, uccello che tornerà in seguito a portare con sé Alessandro nell’oltretomba degli eroi, in un clima degno della regalità sciamanica d’altri tempi. Non per altro siamo nella Persia asiatica.
E riguardiamo ancora l’immagine trasognata di Alessandro avvolto dalla pesante porpora regale sui monti della catena himalayana: mai sullo schermo, almeno dalla seconda metà dei novanta, abbiamo assistito ad uno sguardo tanto romantico, tanto da riuscire a ricreare quell’ atmosfera del quadro di Friedrich, il Monaco sulla spiaggia del 1808 - 1810, esposto a Berlino. Sembra quasi che di fronte alle montagne che lo bloccano, tutta l’opposizione della Sensucht, del senso di limite e del suo attraversamento non possano nulla contro una natura che a guardarla per intera pare ti si strappino le palpebre tanto c’è da vedere, oltre le montagne e tutta quella eterna, dannata distesa di bianco neve che brucia gli occhi.
Ma andrà avanti.
E vincerà tutte le battaglie, arrivando ad oggi, nell’aura delle più grandi leggende dell’umanità. Alessandro il Grande.
Colui che porta in sé il germe della disperazione, dell’inutilità e della vacuità di tutte le cose, vanitas vanitatum.
Colui che solleverà il nome dell’Uomo accanto a quello degli dèi, novello Prometeo che concesse agli uomini il dono del fuoco.
Colui che possiede un occhio scuro come la morte, e un occhio azzurro come il cielo.
Colui che arrivando al Fine, all’Oceano, al Niente, ci lasciò il ricordo dell’impresa più grande.


“Fiumane che passai! Voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorìo, che resta.

Montagne che varcai! dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidiate.

Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era il miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:

il Sogno è l’infinita ombra del Vero.”

Giovanni Pascoli, “Alexandros”, 1895 (pubblicato nel 1904 in “Poemi Conviviali”)


[Oliver Stone s’avvalse della consulenza del maggior biografo vivente di Alessandro Magno, Robin Lane Fox, che ha assicurato al film una veridicità assoluta. Purtroppo il film è andato male ai botteghini, schiacciato dalle inutili e futili polemiche sul colore dei capelli di Alessandro e sulla sua bisessualità, in ogni caso componenti assolutamente minoritarie dell’impianto del film. Peccato.]

REGIA: Oliver Stone
ANNO: 2004
GENERE: Azione, Storia, Dramma
VOTO: 10+
CONSIGLIATO A CHI: sono piaciuti i film storici, ma anche a chi pensa che Colin Farrell non sia bravo a recitare [sì, lo so, era Bullseye nell’indecoroso “Daredevil”, ma a tutti capita di sbagliare le prime volte, no?!?]
QUANTO VORREMMO AVERE AVUTO LE TURBE ADOLESCENZIALI DI ALESSANDRO NEI CONFRONTI DI UNA MADRE COME ANGELINA JOLIE: 9 [!]


BY LEO

APPENDICE – “ALEXANDER: CRONACHE DI GUERRA”
Volevo dedicare una scheda anche all’ ”Alexander: Cornache di Guerra” prodotto dalla Madhouse, di Peter Chung e Rintaro, serie anime TV di 13 episodi, ma mi sono accorto che questa non toglie nulla né potrebbe essere introduzione più precisa, trattandosi della medesima storia e del medesimo impianto narrativo, tenendo conto – peraltro e giustamente – della dilatazione temporale della narrazione (ciascun episodio copre una ventina di minuti circa). Trasmessa in illo tempore da MTV in Italia.
Nonostante alcune scelte grafiche (si insiste troppo su atteggiamenti ambigui da parte dei protagonisti maschili, tutti efebici e oltremodo effeminati, fino alla noia per alcuni poco riusciti), il lotto risulta essere una serie splendida, il cui tasto dolente forse è il commento musicale, azzeccato ma poco sfruttato e spesso sottotono e pasticciato (sarà problema della sola versione italiana?).
Da citare le discussioni filosofiche-cybe- uturistiche stupende, l’ambientazione e la cura dei personaggi (Aristotele e i Pitagorici sono pazzeschi! Vedere per credere!).
La resa grafica dei culti misterici dei Cabiri di Samotracia mi ha fatto pensare che gli animatori abbiano perlomeno letto qualcosa di Jung (cfr. “La Libido”...possibile?!?).
Una chicca: il tema “persiano” ricorda da vicino le armonie di “Gates Of Babylon” dei Rainbow di Ritchie Blackmore, e i giardini pensili di Babilonia mi hanno fatto pensare alle copertine progressive degli Yes, con quelle atipiche architetture biologiche di Roger Dean. Se volete vedere qualcosa di insolito e sorprendente, non perdete altro tempo e guardatelo!
L’ultima puntata è da antologia, tra deus ex-machina universali, rivelazioni psicologiche e destini incrociati di universi, uomini e dèi. Una gioia pura per gli occhi, e un ottimo risultato per quest’adattamento nipponico.
Mi aspettavo molto di meno, ma la pazienza è stata premiata con un buon risultato.

VOTO: 7,5 (ma attenzione!!! Il cartone animato può non piacere!!! Discussioni filosofiche come se piovesse e un’atmosfera da Blade Runner!!! Comunque è un’esperienza folle. Dagli stessi produttori di Aeon Flux, la serie Tv, non il film con Charlize Theron).


BY DEN

Premessa: questa recensione è stata scritta dopo aver letto la recensione di Leo di cui sopra quindi è possibile che vi siano riferimenti ad essa. Detto questo mi riprometto di scrivere in modo che voi tutti possiate leggere questo scritto indipendentemente. Lasciatemi solo evitare lo strazio di trascrivere cast e dettagli tecnici presenti nell’ incipit della recensione di Leo e una trama che ripercorre essenzialmente in lungo e in largo la vita di Alessandro Magno (e poi c’ è sempre Wikipedia!)

Su Alexander di Oliver Stone ne ho sentite e lette davvero di tutti i colori.
Dalle accuse sui capelli biondi di Colin Farrell a quelle sulla presunta omosessualità di Alessandro Magno tanto blaterata dalla stampa, dalla noia che ha provocato in molti critici “esperti” (fino ad arrivare ad un tipo di cui non cito il nome che sostenne il suo parteggiare per gli elefanti nella battaglia finale perché non ne poteva più!) all’ accusa di essere un film troppo epico, troppo falso, troppo bello, troppo sopra gli altri, troppo avanti, troppo tutto.
Appunto, troppo tutto.
Il difetto o pregio o quel che volete dei film di Oliver Stone è sempre quello alla fine: il troppo.
Può piacere, non piacere, nauseare e stancare ma sembra che Stone non sia davvero in grado di dominare il suo volere (chiamatelo estro, strafottenza, mania di grandezza, genio o come diavolo vi pare) che straripa da ogni angolo.
E questo Alexander cosa fa infine?
Segue i suoi predecessori.
Il progetto imponente di Oliver Stone di portare sullo schermo la vera vita di Alessandro il grande basandosi sugli studi del suo più grande biografo Robin Lane Fox si concretizza nel 2004 con un grande cast, un grande budget (154 milioni di dollari), grandi ambientazioni (per lo più si gira in Marocco per tagliare i costi) e grandi collaboratori (tra cui la grandiosa colonna sonora di Vangelis, si veda incipit recensione di Leo).
Si concretizza nel 2004 e nello stesso anno crolla brutalmente sotto le pesanti accuse della critica americana (la tinta dei capelli e blablabla) con un misero incasso mondiale di 133 milioni (solo 34 milioni negli Usa).
Ma al di la di questi sterili dati tecnici cosa si può dire di questa pellicola?
Credo che il difetto più grande dei lungometraggi di Stone siano i giudizi che se ne fanno.
Ogni volta è una battaglia, tra chi è pronto a dar la vita per difenderlo definendo ogni sua opera un capolavoro (IL capolavoro!) e chi lo bistratta malamente senza sapere neanche quel che dice (a volte mi sembra che l’ odio nei suoi confronti sia dettato da una grande invidia, ma è un’ impressione!)
Io, stranamente, questa volta mi colloco in mezzo.
Credo di aver visto più o meno tutte le pellicole storiche che sono uscite in questi ultimi anni e sono quasi sicuro che l’ unico metro di giudizio per una pellicola di questo tipo sia di confinarla nel suo genere (ancor più che altri tipi di film, che comunque uso giudicare a seconda della categoria a cui appartengono).
Non parlerei di capolavori assoluti tra “Il gladiatore” (che comunque ho molto apprezzato), “Troy” (per carità…), “Le crociate” (ne carne ne pesce) o “King Arthur” (che rientra in questa categoria solo per la tanto proclamata “reale vita di Re Artù” ma che considero sufficiente solo come film fantasy) ma di più o meno grandi film che non sanno mai distaccarsi troppo da certi clichè straabusati.
Chiedete ai mega ralenty, alle scene di guerra gloriose con il comandante che incita i soldati (che adesso con la computer graphica si fa la gara a chi crea l’esercito più grande!), ai grandi attori nei panni di muscolosi eroi con la voce altisonante, alle regie piene di voli pindarici sugli eserciti e alle colonne sonore magniloquenti.
Chiedete ad Oliver Stone e vedrete che il risultato è sempre quello, più o meno.
Certo Colin Farrell biondo (soprattutto quando è sbarbato) fa un po’ ridere ma vi assicuro che se avete visto Pitt- Achille questo è niente!
Senza dubbio Angelina Jolie che nella realtà ha 1 anno in più di Colin nei panni di sua madre vi farà un po’ sorridere nonostante incarni quello che noi tutti ci aspettiamo da Angelina, la femme fatale con i serpenti e le occhiate maliziose e i baci al figlio come sostituto del padre e via dicendo (ma non mi sbilancerei a definirla migliore interpretazione, che rimane, a mio parere, quella in “Ragazze interrotte” , forse l’ unica sua vera interpretazione).
Sono sicuro che Val Kilmer nei panni di Filippo il macedone farà la vostra gioia perché sembra il più adatto a quel tipo di ruolo così come Anthony Hopkins vi convincerà finalmente che non è un pazzo omicida cannibale.
E che dire di Jared Leto nei panni di Efestione, l’amico caro di Alessandro, che sembra tanto fuori luogo quanto una zucca di Halloween a Natale?
Oliver ce la mette tutta con la sua camera, scenografie meravigliose, immagini che rimarranno negli annali (quella di Colin sulle montagne è davvero uno spettacolo per gli occhi!), voli pindarici sugli eserciti (quelli non ve li toglie nessuno!) e sequenze da “guardate adesso che vi tiro fuori con un cavallo e un elefante” che fanno rabbrividire, peccato che tutto sia sempre troppo.
Stone si diverte (perché si diverte, non c’è altro motivo per cui avrebbe dovuto farlo!) a mettere qua e là un aquila che vola sul campo di battaglia e che ogni tanto ricompare fino alla sua caduta di fronte agli occhi di Olimpiade come sottile e mai utilizzata (????) metafora della morte di Alessandro ed esagera nelle pur bellissime e crudissime battaglie quasi che ti viene da chiederti se stai guardando una battaglia o uno scontro tra insetti (ma forse è proprio questo che il regista ci vuole comunicare).
Insomma la lunga pellicola (2ore e 40 minuti, ma credetemi con tutto questo materiale Stone si è già limitato! ) non delude assolutamente se si sopporta il genere ma eviterei di consigliarlo a chi non apprezza questo storico sontuoso in voga negli ultimi anni perché Alexander è Lo storico Sontuoso in voga negli ultimi anni.
A mio parere si piazza tra il Gladiatore (in testa) e il non troppo acclamato “Le crociate”.
Vorrei chiudere solo citando il fatto che qualcuno è riuscito a dare una stellina e mezza a questo film (su quattro) e tre e mezzo a quello scempio di Troy.
Il mondo è bello perché è vario si dice.
Si ma a un certo punto che tappino la bocca a qualcuno!
REGIA: Oliver Stone
ANNO: 2004
GENERE: Storico
VOTO: 7/8
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere Colin Farrell biondo, Val Kilmer senza un occhio e Jared Leto che fa lo scemo
QUANTO è SUPERIORE A QUELL’ IGNOBILE PELLICOLA CHE è WORLD TRADE CENTER: 10

mercoledì 14 novembre 2007

ELIZABETH- THE GOLDEN AGE


BY LEO

Tanto per cominciare in quarta, lo spettatore dietro di me, durante la visione del film in sala, russava della grossa.
Tanto per continuare in salita, all’uscita, nessuno dei partecipanti ha osato dire nulla sulla riuscita di questa pellicola.
Perché sinceramente è un film veramente brutto, esempio per l’esercizio di stile nel riconoscere i film pessimi a naso, memorandum per le volte a venire. Prego che il regista vada immantinente in pensione, perché tediare ed abusare dell’intelligenza della gente in questo campo deve essere da oggi considerato alla stregua dei reati contro l’umanità (ritengo essere peggiore della “cura Ludovico”).
Inghilterra, 1558. La regina Elisabetta (un’eterea Cate Blanchett) deve affrontare il problema del numero ancora alto di cattolici nel paese, da poco entrato a far parte del protestantesimo. Questo perché i lealisti cattolici sostengono Maria Stuart (o Stuarda), detenuta in Scozia dalla regina inglese, e potrebbero fioccare attentati contro la regale persona di Sua Maestà Elisabetta I.
Essenzialmente più che un problema religioso si tratta di solita routine politica europea.
Ma il regista ce lo presenta come uno scontro di religione pazzesco e di dimensioni pan-globali, senza che vengano spiegate le differenza tra anglicani protestanti e cattolici (ma forse perché il protestantesimo anglosassone ancora differisce non troppo dal cattolicesimo, ricevendo difatti la sua forma attuale solo nel XVII secolo...).
All’uccisione della Stuart, insorge Filippo II re di Spagna, il figlio di Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, detentore di un regno che si estendeva fino al Nuovo Mondo, dalla Borgogna alle Fiandre, dalle terre austriache alla Spagna.
Peccato che il figlio di cotanto padre, ch’ebbe in regno la penisola iberica e i territori del Nuovo Mondo ispanico, venga liquidato in un paio di sequenze come un mezzo imbecille, dedito più alla monomania religiosa, paranoide del cattolicesimo più oltranzista, nonché politicamente miope, che alla salute del regno.
Ricordiamo che la Spagna era lo stato più potente dell’epoca: allora, il primo dubbio mi sfiora...ma che Bignami ha consultato il regista??
Ma perché ho studiato anni di Storia all’università per beccarmi queste immonde schifezze al cinema??
Comunque, essendo il film cominciato da relativamente poco, vado avanti spavaldo, ridendo in faccia ai primi pedissequi dubbi storici.
Ma quando inizia una storiella d’amore ridicolmente tratteggiata tra Sir Walter Raleigh (colui che portò il tabacco in Europa, ricordato persino in “The Continuing Story Of Bungalow Bill” dei Beatles, del 1968, “...and of course Sir Walter Raleigh he was such a stupid git...”), con una Elisabetta I paranoide nei confronti del sesso tanto quanto Filippo lo è nei confronti della religione, la quale punisce gelosa la protetta per essere rimasta incinta del prode Raleigh (interpretato da un piattissimo Clive “King Arthur” Owen), beh, gli occhi mi cadono in bocca, e il sonno devastato dalla noia mi appesantisce le membra.
La recitazione è vergognosa: al confronto, i cartoni animati della Russia sovietica erano da Oscar.
Ho ancora un tiepido sussulto prima della morte cerebrale: dopo quasi due orette, gli ambasciatori avvertono che Filippo II prepara l’invasione dell’Inghilterra, a causa dell’uccisione della cattolica Maria (ma perché nei film storici gli ambasciatori gironzolano sempre liberi per palazzi e castelli e, quando dopo aver tramato alle spalle dei re, PER CASO incontrano per i corridoi le Altezze Reali, non fanno altro che lanciare insulti e gridare “alla guerra!”??? Qualcuno dica ai registi che questa è la politica di oggi, ma che fin dall’epoca dei Greci e dei Romani, la diplomazia era regolata da codici e costituzioni...).
Che i Cattolici siano interpretati da attori brutti, che appaiono più brutti dei Protestanti, stupidi, beceri, ottusi, ignoranti, totalitaristi, terroristi e anche un po’ stronzi, non mi va.
Per una semplice ragione: non era così. Ma su questo torneremo tra poco.
Per ora concludo dicendo che c’è ancora tempo perché si svolga una battaglia tra le veloci navi corsare inglesi e l’enorme Invencible Armada degli Spagnoli (non vi dico come finisce, tanto è in tutti i libri e i sussidiari di Storia, descritta meglio del film!), un appello insignificante e insipido di Elisabetta I al popolo inglese, in blando stile Giovanna d’Arco, un monito finale di quest’ ultima agli spettatori, tipo Papa: “Sono la Regina Vergine. Sono la vostra Regina. Che Iddio mi aiuti a sostenere questa enorme libertà”.
Fine.
Per sfortuna, non così presto come avrei desiderato.
La mia noia non è mai stata così felice e non vede l’ora di rivederlo in dvd, aspettando con ansia le prossime esaltanti uscite del regista.
Ora, il regista è indiano.
Venne declamato al tempo dell’uscita al festival di Roma come un buon esempio di integrazione globale, e poi fa molto gossip e inutile/stupido servizio da Italia1, il regista indiano che si cimenta bene con la storia europea.
Mi venne un dubbio: ma cosa sapranno della storia europea i giornalisti del suddetto canale televisivo? (Nulla, ovvio). E cosa saprà mai combinare un regista così con questo soggetto? (Nulla, ovvio).
Bene. Le mie previsioni erano corrette.
La banalità del film si staglia ampia come un gonfalone spagnolo al largo delle coste inglesi.
Scene ridicole che appaiono stupidamente lunghe. Una scena in cui il bagno della regina, con lei a mollo nella tinozza, pare essere più un bagno nobile del Bengala che una stanza regale con arredo inglese del XVI secolo.
Un’atmosfera da Bolliwood che assolutamente risalta e risulta fuori luogo.
Scene che paiono strappate a forza dalla BhagavadGita che da un libro di storia redatto nell’Inghilterra d’allora.
Insomma, c’è un vivo senso di anacronismo storico. Come se il regista abbia trasposto -malamente e a casaccio- temi ed immagini da una sensibilità indiana. Esempio: una nave incendiaria inglese viene lanciata a forza contro un galeone spagnolo. Questo prende fuoco, devastato dalle fiamme. Un cavallo bianco scalcia. Il cavallo salta fuori dalla barca in una scena al rallentatore, con tanto di magna musica e tamburi d’orchestra. Lo rivediamo una decina di minuti dopo, mentre infuria la battaglia, nuotare felice verso le coste inglese...MA CHE COSA MI RAPPRESENTA QUESTA SCENA, PIAZZATA Lì SENZA CAPO Né CODA?!?!?!?
Questo è un tipico esempio di ciò che dicevo prima, cioè di stilemi culturali altri incollati senza spiegazione nel film in questione.
Vorrei conoscere i consulenti storici del film, per condannarli a vedere musical in lingua hindi per il resto della loro vita (contro i quali non ho nulla da dire, sia chiaro). Se questo è un esempio del cinema d’integrazione globale, tra le culture del mondo, beh, è evidente che questo obiettivo è fallito miseramente, e che è meglio evitare i film girati secondo queste prospettive.
Ultima questione: la guerra di religione. I cattolici sono dipinti come fanatici, le frasi nel film secondo cui “sulle navi spagnole arriverà l’Inquisizione!”, “Non ci sarà più libertà, quando arriveranno gli Spagnoli!!”, e spauracchi agitati senza senso farciscono la visione dell’inutile e pretenzioso film.
Mancava solo “Mangia la minestra, altrimenti arriva l’Uomo Nero che ti prende e ti porta via lontano!”
Credo di aver capito il punto di vista (malato!) del regista: ha trasposto fedelmente l’arrivo, nel XVII secolo, della dinastia Moghul in India, di religione musulmana, dando vita all’India che conosciamo oggi, alla creazione della quale contribuì pure l’Inghilterra dell’800: puritana, sessualmente bloccata, tradizionale e arroccata sulla difesa delle proprie tradizioni più conservatrici. Insomma, soffocando la sperimentata libertà di pensiero e sessuale/morale che vigevano da tempo immemore nel subcontinete indiano, di religione hindu (e ci sarebbe molto da dire a livello di decostruzionismo per tutta l’immagine assolutamente falsata ed edulcorata che l’Occidente ha della vita in India, glorificata come esempio di libertà. Ma tanto basti per ora).
Peccato che qui non c’entri ASSOLUTAMENTE NULLA. Peccato che qui si tratti dell’Europa del XVI secolo. Peccato che la Spagna di Filippo II non fosse così scellerata. Peccato che i Protestanti non fossero così lungimiranti ed esenti da ogni macchia, anzi. Tutt’altro. Ma non sprecherò altre parole per descrivere e correggere il film.
Non vi dirò cose del tipo “Ma perché in questo dannato film in costume i luoghi e le chiese dove hanno girato le scene sembrano antichi di 3/4 secoli, quando all’epoca dovevano essere nuovi, e ben curati? Perché in una scena si vede addirittura la grata metallica di scolo (moderna) all’interno di una chiesa?? Ma perchè un dizionario del cinema notissimo (no stavolta non è il Morandini!) ha ignobilmente dato 1 pallino e 1/2 ad “Alexander” di Oliver Stone, un voto pari ad “Alien vs. Predator, e il secondo ne esce meglio del primo?????????????????????????? (No, Deneil, stai calmo! Mantieni la calma!) etc...etc...etc...
Se volete sprecare alcune ore della vostra vita invano, andate a vedere i Vanzina. Almeno non hanno pretese e sono più onesti (No, non scherzo).
Ah, c’è anche Geoffrey Rush, forse il migliore del lotto, nel ruolo di Sir Francis Walsingham; ma in costume è senz’altro meglio come Barbossa di “Pirati dei Carabi”. E questa la dice lunga.
Se siete interessati alla vicenda, guardatevi “Il favorito della grande regina” del 1955, con Bette Davis, è di gran lunga più corretto di questo giocattolone circense.
P.S.1: Non posso esimermi dal far notare che quando Sir Raleigh entrò a corte Elisabetta aveva circa una sessantina d’anni...ma evidentemente la giornalista che parlò così bene del film non sapeva fare i conti senza la calcolatrice... Ma che fine ha fatto la flotta fiamminga del Duca di Parma, al servizio di Filippo II??!? Beh, non pretendiamo troppo da questo filmetto.
P.S.2: “Alexander”è uno dei migliori film storici in assoluto, e certamente la migliore ricostruzione della vita di Alessandro Magno. Non per altro il regista (O. Stone) s’è avvalso di Robin Lane Fox, autore della migliore monografia su Alessandro il Grande mai uscita (edita in Italia da Einaudi). Ma tornerò in seguito sulla questione, con una scheda apposita.
Per ora torno ai cartoni animati di “Ghost In the Shell” (questo sì un capolavoro di integrazione culturale tra Oriente ed Occidente, tra filosofia, azione, alchimia, e tecnologia), per consolarmi di quest’ ”americanata” (leggi: stupidaggine angusta ed inutilmente becera) di “Elizabeth. The Golden Age”. Quale fosse l’età dell’oro, in un film così brutto, ancora non l’ho capito.
P.S.3: Se volete dare un’occhiata agli errori del film di Kapur, leggete un libro di Storia moderna, uno qualunque, purchè recente, vedrete con i vostri occhi le castronerie demenziali del film...fosse almeno recitato bene...In ogni caso c’è sempre Wikipedia. Fate una scheda excel con i 10-15 punti principali della Storia d’Inghilterra dell’epoca. Organizzate poi visioni a premi del film in questione. Invitate a casa gli amici dopo cena e cercateli tutti: chi ne trova di più vince una retrospettiva completa del regista. Con il commento entusiasta di mio e di Deneil (spero come sottotitoli del film, in tempo reale!)
P.S.4: L’ultima nota, lo giuro...Sembra che lo stesso regista, non pago dello scempio perpetrato ai danni dei poveri avventori di cinema, stia lavorando alla Trilogia della Fondazione di Asimov (NOOOOOOOOOOOOOOO! Sarà una porcheria! Qualcuno lo fermi!) e al terzo capitolo della vita di Elisabetta I d’Inghilterra, dopo il primo capitolo del 1998 (altro polpettone zeppo di magagne ed errori, appena migliore, va comunque detto, di quest’ultimo) e quest’ultimo indegno episodio (altro polpettone zeppo di magagne ed errori, appena migliore, va comunque detto, di quest’ultimo).

REGIA: SHEKHAR KAPUR
ANNO: 2007
GENERE: Storia, dramma, amore (mah)
VOTO: 2--
CONSIGLIATO A CHI: soffre d’insonnia. Ricetta consigliatami dall’ignaro spettatore russante dietro di me: una cena bella pesante, niente tè e caffè, una bella tazzona di camomilla, e il film di Kapur. Risultato garantito.
QUANTO E’ BRAVO CLIVE OWEN A RECITARE TUTTE LE EMOZIONI DEL FILM CON LA STESSA FACCIA IMBELLE: 10++

venerdì 19 ottobre 2007

ROB ROY


Un giorno lessi una recensione della cara Lilith su robocop e decisi di recuperarlo insieme ai suoi seguiti.
La regia del primo ed inimitabile era di un certo Verhoeven che alcuni anni dopo girò anche il sexy thriller Basic Instinct: recuperai anche quello insieme al suo (a quanto pare) osceno seguito firmato Michael Caton Jones.
Decisi di andare a vedere che aveva mai fatto questo Jones per produrre una tale schifezza (ma ancora non l’ ho visto quindi non vi so dire se ciò corrisponde davvero a realtà) e scoprii questo Rob Roy, datato 1995 con un cast di tutto rispetto: Liam Neeson, John Hurt e Tim Roth già bastarono per ingolosirmi mentre Jessica Lange e Brian Cox altro non fecero che completare l’ opera.
Ma la domanda che ci si pone a questo punto è: di cosa parla Rob Roy?
Il film narra le vicende di Robert Roy Mac Gregor (Liam Neeson), una sorta di Robin Hood scozzese realmente esistito nel diciottesimo secolo, che, proprio come quest’ ultimo, cerca di mantenersi indipendente e di creare una propria comunità felice in un mondo di duchi e marchesi corrotti e senza alcuno scrupolo.
La storia è presto detta: la richiesta di Rob Roy per un prestito al marchese John Graham di Montrose (John Hurt) da il via al piano dello scagnozzo del marchese (Tim Roth) che decide di rubare tutti i soldi e uccidere il migliore amico del Nostro che aveva l’ incarico di riceverli dalle mani di Killearn (Brian Cox) anch’ esso implicato nella vicenda.
La questione porterà all’ inevitabile conflitto tra Graham e Roy che si concluderà con un bellissimo duello di spada tra quest’ ultimo e l’ odioso Archibald Cunningham (scagnozzo del marchese).
La storia, molto classica e con un finale prevedibile, viene però svolta con maestria: la pellicola è volutamente lenta e non ha picchi di azione inutili, Jones tende a mostrare la bellezza di paesaggi davvero ineguagliabili (molto simili a quelli visti nel recente King Arthur) e fonda tutta la sua opera sulla bravura di attori che dimostrano di saperci fare anche con i ruoli in costume.
Certo fa impressione vedere Liam Neeson in kilt e con i capelli lunghi (a me ricorda un po’ il Kevin Costner di Waterworld), John Hurt (ma quanto è brutto?) tutto imparruccato e Tim Roth (allora appena uscito dallo strepitoso successo di Pulp Fiction) con vestitini rosa e movenze da checca (sia chiaro che non ci sono intenti razzisti nella mia affermazione!), ma ognuno qui fa la sua bella figura.
Neeson è davvero convincente nel ruolo del buono dall’ onore d’ acciaio e Roth riesce a farsi odiare fin dai primi 5 minuti senza risultare peraltro una detestabile macchietta (anche se siamo davvero al limite, ma è questa secondo me la sua grande capacità).
Jessica Lange infine se la cava egregiamente e mette in mostra ancora una volta tutta la sua bellezza e persino la sua sensualità in larghi gonnelloni da contadina che certo non aiutano!
L’ unico a mancare all’ appello è Sean Connery che rifiutò la parte del Duca di Argyll (che durante la vicenda aiuterà Rob Roy) ma sinceramente non se ne sente la mancanza.
La regia si muove molto bene tra squarci di vita quotidiana del clan di Roy e vita (senza morale) di corte e riesce nell’ intento in cui King Arthur ha fallito miseramente nonostante tutti i buoni propositi e l’ obiettivo decantato: il realismo.
Nessuna donna vestita con strisce di cuoio e battaglie epocali da “Signore degli anelli” ma “solo” inseguimenti (davvero ben fatto quello a danno di Mac Donald, amico di Roy) razzie, stupri (la scena fa star male per la crudeltà) e grandi duelli di spada tra cui l’ ultimo che viene ricordato come uno dei migliori nella storia del cinema (per realismo e tensione e non per movenze assurde a la "Matrix"!).
Insomma non ci si trova davanti al capolavoro o al film innovatore per eccellenza ma una bella visione la merita questo pellicola, per rivalutare un po’ il bistrattato Jones e per riscoprire un film che nell’ anno della sua uscita venne adombrato dal successo del contemporaneo Braveheart.
((Un grazie speciale a Lilith che mi fa conoscere film senza volerlo!))
REGIA: Michael Caton Jones
ANNO: 1995
GENERE: Storico
VOTO: 7, 5
CONSIGLIATO A CHI: è appassionato di film storici e non vuol star li a perdere tempo con Troy, King Arthur, Le Crociate o chissà che altro.
QUANTO VIENE VOGLIA DI PRENDERE A SCHIAFFI TIM ROTH E QUANTO FA VENIR IL VOLTASTOMACO LIAM NEESON CHE SI NASCONDE DENTRO UN BUE MORTO DA GIORNI: 10