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martedì 5 maggio 2009

ROCK IN NOVI

Potrei scrivere pagine su un concerto durato circa 5 ore, mi limiterò a qualche impressione a caldissimo, all’1.50 di notte dopo la mia ora di strada per tornare a casa.
Cominciamo da qualche simpatica troppo schietta osservazione dopo aver cercato per un’ora un concerto decente per il primo maggio nella provincia di Alessandria:
1)Alessandria è una delle poche città di merda che non organizza un concerto del primo maggio, concerto rock intendiamoci, perché un concerto classico a teatro c’è ma siccome a me frega un cazzo posso dire benissimo che un concerto per il 1 maggio ad Alessandria non esiste.

2)Valdapozzo, con tutta la simpatia per i Valdapozzani, di cui non sapevo nemmeno l’esistenza pur abitando a pochi chilometri ha organizzato un concerto per il 1 maggio. Valdapozzo.
Non Alessandria.
Valdapozzo.
3)A Felizzano c’era un altro concerto del primo maggio. Chi ci suona?
I Roccaforte e altri gruppi.
Chi altri?
Non lo saprete mai perché gli organizzatori evidentemente boicottano il loro festival dato che su internet non si trova uno straccio di notizia.
Il sito del comune?
Un optional.
Capisco, come mi avverte il mio amico, che i Felizzaniani non vogliano far diventare il loro paese un’ attrazione turistica ma per Dio se organizzate un concerto per chi lo organizzate? Le galline della cascina vicino al paese?
In tal caso spero che almeno loro le abbiate avvertite.


4)Ad Asti un concerto del primo maggio c’era, tanto per far presente a chi pensa che Alessandria non sia una città di merda che non vi è nessun dubbio sul fatto che lo sia (se non l’avevate ancora capito dai Valdapozziani).
5)A Valenza pure e ci suonavano gli Yo Yo Mundi.
Altra questione è contare sulle dita di una mano amputata le persone che a Valenza conoscono gli Yo Yo Mundi.
Dividete questo numero per quelli disposti ad ascoltarli ad un ora improbabile come le 6 di pomeriggio dato che il concerto chiude i battenti alla fantomatica ora vampiresca delle 7 di sera.
Pensate poi se hanno ritardato. Potrebbero essere state le 8 quando hanno finito.
Vampiri e licantropi.


Tentato da Valenza per sonnambuli, Valdapozzo per i coraggiosi che sanno della sua esistenza e Felizzano con il suo set misterioso alla fine ciò che rimaneva erano Asti e la speranza Novi.
Si punta sulla ridente (?) Novi Ligure, con tutti quei belin, belan, Belen fa sempre simpatia.

Si arriva alle 5 e mezza con inizio concerto fissato alle 5.
Ci sono 5 persone davanti al palco e 5 sopra che osservano i 5 al paninaro di fianco a cui ci aggiungiamo noi due per un pezzo di pizza riscaldato e la prima delle 4 birre a testa da 3 euro l’una.
Considerando che il paninaro non le avrà pagate nemmeno 1 euro (prezzo da supermercato) c’è qualcosa come il 200% di guadagno.
Ci sta.
Siamo a Novi il 1 maggio.
E quelle 10 persone Su e Giu da un palco sembra che possano spaccare il mondo.
La scena fa molto sagra di paese venuta male.
Si va al Burger King ad ingozzarsi di schifo.
Si torna alle 18.30.
Prima parte:
1)Sul palco ci sono i Pakura Klimt, unico gruppo con canzoni loro. 2 voci femminile, basso, chitarra e batteria che non si capisce come al nostro arrivo è già bella che andata.
Si cerca di fissarla con mezzi tecnologici avanzatissimi come lo scotch ma anche da qualche metro il tutto sembra molto traballante.
Chissenefrega.
Forse le prime 2-3 canzoni sembrano assomigliarsi un po’ troppo tra loro e si coglie una somiglianza con qualcosa di già sentito che ancora adesso mi sfugge, ma le ragazze (Mara Soliani e Lucia Branda) ci sanno fare e il gruppo gira bene (anche se la batteria è sempre li li per smontarsi).
Unico appunto è un’omogeneità tra le canzoni che sicuramente alla lunga non fa bene, forse ci vorrebbe qualche canzone più spinta all’interno della setlist ma si tratta comunque di un gruppo giovane da quanto ho capito e anche abbastanza originale.
VOTO: 7+ alzato dopo aver ascoltato il singolo-video sottopresente.


2)Salgono gli S.K.D.K.
La speranza che quei quattro signorotti sinceramente attempati siano li per un semplice soundcheck è appunto solo una speranza.
La paura che parta “Una lacrima sul viso” è tanto appunto quanto prima, solo una paura.
Partono con gran sorpresa mia e del mio amico (altri a quanto pare se lo aspettavano, tra cui il nipotino di uno dei true cocker sul palco) i Doors.
La voce calza a pennello.
Il basso c’è e la chitarra suonata dal classico tizio che mai ti saresti aspettato potesse suonare uno strumento che non fosse il triangolo (come se un giorno vai a far il biglietto del treno e il tizio sessantenne seduto dietro la cassa si alza e ti stampa un assolo in faccia!) sembra seguire bene.
La batteria è ancora un capitolo a parte.
Lo scotch evidentemente non tiene la foga del signorotto canuto seduto dietro le pelli e più di una volta sembra che tutto gli debba rimanere in mano da un momento all’altro.
Se poi ci si aggiunge che nonostante i litri di sudore e le chiazze rossastre sul volto ogni tanto sembra mancare qualche battuta non si può gridare certamente al fenomeno.
E i problemi più grandi sicuramente ci sono con il repertorio non-Doors: mentre tutta la band rimane sulla stessa linea precedente il cantante sembra un po’ a disagio con pezzi come Sweet Jane e Sweet Home Alabama (qui manca anche una chitarra all’altezza del sound Southern rock del periodo).
Insomma.
Simpatici, inaspettati e come si dice in questi casi “hanno ancora qualcosa da insegnare alle nuove leve” (vedi l’entusiasmo del batterista nel suonare e presentare) ma sicuramente qualche problema c’è.
E sicuramente la mancanza del tastierista non ha fatto bene.
Però.
VOTO: 6


Pausa cena alla Farinata Rotonda (o una cosa del genere) dove un tipo simpatico come pochi ci avvisa che “CI SONO Già 5 PERSONE CHE ASPETTANO!” quasi fosse colpa nostra o noi dovessimo già saperlo.
Felice per lei signor simpatia.
Tanti saluti.
E di farinate ce ne sono di più buone.

Seconda parte (dove finalmente sembra che qualcuno sia venuto a conoscenza di questo concerto e un quartino di piazzale scarso finalmente si riempie con tanta felicità del paninaro, delle sue birre e delle sue salamelle):
3)I primi della serata sono i Wonderlands (non so bene che fine abbiano fatto i Dead Models presenti nella locandina, molto probabilmente se non hanno suonato nella mezz’ora di Burger King sono mancati all’appuntamento).
I Wonderlands comunque non fanno rimpiangere nessuno.
Attaccano subito duro con gli Who e non lasciano respirare con Led Zeppelin e Who appunto davanti a tutto.
Michele alla voce ha una voce particolarmente graffiante e adatta ai pezzi proposti e Ivo alla chitarra (a quanto pare tra gli organizzatori) pensa a far divertire un po’ i 15enni radunatisi sotto il palco suonando la chitarra con i denti o dietro la testa.
Animale rasato da palcoscenico.
VOTO: 7/8


4)Half step Down.
Sale sul palco quello che saluta tutti per tutta la serata e ci ha chiesto qualche ora prima se potevamo appoggiare le nostre bottiglie di birra finite sul tetto della sua macchina per qualche strano motivo (tipo essere il più fico della piazza perché lui c’aveva tante bottiglie).
Pare di averlo già visto il ragazzino (che potrebbe avere anche la mia età ma con quella faccia sembra sempre un ragazzino) ma non saprei. Probabilmente mi sbaglio.
Salito sul palco comincia un pezzo interamente strumentale, ci sa fare non c’è dubbio anche se fin dalla prima nota sembra di vedere qualcuno che se la tira leggermente.
Non è un impressione.
Alla prima volta che apre la bocca per pronunciare due parole sensate dice due cazzate che fanno tanta simpatia e “guarda quanto so’ fico” nelle giovincelle e tira dritto per un altro pezzo.
La band funziona alla perfezione compreso un ottimo tastierista hammond con il suo velo tigrato intorno allo strumento.
Il concertino prosegue così tra Cream, un pezzo strumentale originale e Jimi Hendrix.
Poi viene la volta del “Questo è un pezzo stvumentale di un chitaRRista che è (se non sbaglio) Stevie Ray Vaughan, ma tanto non lo conosce nessuno quindi lo suono e boh”.
Grazie Dio in Terra, tu si che conosci i chitarristi che nessuno conosce, tu si che sei veramente fico.
VOTO: 8
VOTO AL CHITARRISTA CHE POI HO SCOPERTO ESSERE PROPRIO CHI SPERAVO NON FOSSE: 4 PER LA SIMPATIA.

5) Ultimo gruppo: Amaranth.
Classico gruppo di cover con voce femminile che va dai Guano Apes agli Skunk Anansie ad Anouk e compagnia anni ’90 rock con voce femminile bella per concludere con la cover dei Lacuna Coil di Enjoy the silence dei Depeche Mode.
Eliana alla voce è fantastica ma dopo aver sentito gli Half Step Down lo scalino tecnico sugli strumenti si nota forse un po’ troppo oltre ad un repertorio fatto di canzoni sicuramente molto belle ma che suonano oggi leggermente datate e troppo sentite.
Sicuramente con gli Half Step Down a chiudere ne avrebbero guadagnato entrambi i gruppi.
VOTO: 7


Male ai piedi, constatazione della mia vecchiaia (un tempo andai all’Heineken Jammin Festival e dopo 12 ore ancora riuscivo a saltare ed urlare mentre ora dopo 5 ore fermo sul posto sono morto), conferma di quanto Alessandria sia una città di merda persino in confronto a Novi Ligure e voce roca per la saggia scelta di non mettersi una maglia dalle maniche lunghe nemmeno a mezzanotte.
Tutto sommato un buon concerto, organizzato abbastanza bene (batteria a parte), con buoni gruppi di cover e non.
Se poi gli organizzatori si ricordassero sempre dell’esistenza di internet per organizzare certi eventi come in questo caso magari non si troverebbero il giorno seguente a lamentarsi della poca gente e delle troppe spese come accade spesso.
Novi Ligure docet.
Alessandria dorme.

martedì 17 giugno 2008

FINLEY LIVE AT PIAZZA DELLA LIBERTà- ALESSANDRIA- 12/06/2008

Il mio cervello è ormai in vacanza mi dispiace....

I Finley.
Si.
Quelli che a Sanremo lui si è presentato con il guantino nero sulla mano e i capelli sbarazzini e cantava una nenia che neanche mr “io faccio solo Sanremo e poi sparisco nell’iperspazio” Zarrillo ha mai pensato di cantare.
Quelli che “yeah, noi siam i Finley, facciamo rrrrrock e siamo la nu sensation italiana”.
Quelli che il cantante si chiama Pedro e un’altro non voglio saper per quale motivo si fa chiamare Ka ke già kon quella kappa kapisci a ki si può rivolgere un gruppo del genere (Kollioni?).
Quelli che quando li senti alla radio dici: “Ma possibile che qualcuno ascolti sta roba?” e poi senti le bimbette fans che urlano “Siiiii Pedro sei un ficoooooo, yuuuu, yeeeee, yaaaa”.
Quelli che un giorno ti domandi se sei tu che sei demente e non sai star al passo coi tempi oppure davvero i Finley son il gruppo per i ragazzini di oggi come gli 883 (parlando di Italia) potevano esserlo per quelli degli anni 90.
Quelli che un giorno esci dal giapponese in dolce compagnia convinto di andarti ad accoccolare su un divanone con qualche buon film e senti qualche nota nell’aere (come sono aulico….no ho appena completato un cruciverba!)
E lo vedi.
Il manifesto.
Loro.
I Finley.
In Alessandria.
A 100 metri dal giappa.
In piazza.
E ancora non ci credi.
Pensi che ovviamente saranno a pagamento.
Che si son i Finley ma proprio perché son loro si potrebbe benissimo far pagare un biglietto a quelle bambinette che li andrebbero a vedere anche vendendo la loro amica del cuore.
“Salve un biglietto per i Finley quant’è?”
“20 euro o un’ amica del cuore”
“Maaaaammaaaaa mi dai 20 euro per i Finley???”
“……………”
“Prego tenga pure la mia amica del cuore, io voglio vedere Ka! Ka tiiii aaaamooo!”
E invece no.
I Finley in piazza in Alessandria sono gratis.
E ti giri verso di lei e la vedi quella luce negli occhi, quel sorriso da “Lo dobbiam fare, li dobbiam sentire!”
Sono i Finley.
Quando ti capiterà di nuovo di averli a disposizione gratis?
Cerchi una birra nell’attesa e non la trovi.
Poi ci pensi.
Sono i Finley.
Vuoi che ci sia della birra?
Loro vendono adrenalina 100%.
Ma solo dal vivo.
E questa sera la regalano.
I Finley.
Che quando senti il gruppo che apre (con un nome lunghissimo inglese assolutamente inricordabile (il dizionario di italiano è nella lista delle cose da fare per il prossimo anno mi dispiace) per la mia memoria da passerotto con l’alzhaimer (e ci apro anche un'altra parentesi per simpatia)) pensi anche che magari sei stato un coglione tu.
Che in realtà i Finley son davvero un buon gruppo rock.
Perché le spalle ci sanno fare.
Con un mescolone di Lost Prophets e sonorità “nu metal in decadimento” (oh yeah, son un critico musicale e mi invento dei generi nuovi ogni giorno) sanno prendere il pubblico con canzoni sconosciute, sanno farlo saltare, batter le mani e si muovono bene sul palco.
E pensi che se la spalla è così allora i Finley dovranno essere davvero bravi.
Saluto d’ordinanza, “comprate il nostro primo cd a 5 euro, Alessandria è bella, voi siete un pubblico caldissimo, io son un coglione che dico frasi fatte ad ogni fine concerto” e via gli strumenti delle spalle.
La batteria Finleyana è già pronta.
I roadies dei Finley scattano in fretta e furia per attaccare cavi e cavetti e cavettoni e il microfono e la chitarra e il basso e questo e quello mentre tu sei li che ti chiedi come possano esserci persone che lavorano per quei quattro ka(zzoni) che aspettano di salire sul palco.
Ma niente pregiudizi.
Magari sono bravissimi ti dici.
Magari sono bravini ti ripeti.
Magari sono decenti.
Magari sanno prendere una chitarra in mano.
Magari magari.
Magari.
Magari se non ci fosse una voce altisonante fuori campo ad introdurre i 4 il tutto sembrerebbe molto meno ridicolo.
Siete i Finley per la carità di Dio!
Che l’ultimo concerto che ho sentito con la voce altisonante ad introdurre il gruppo eran gli Iron Maiden
Che già li risultava abbastanza eccessiva.
Ma sai, sono i Maiden, suonano da 30 anni, hanno milioni di concerti alle spalle, più di 20 album sul groppone, son nati negli anni ‘80 e sono uno dei più importanti gruppi metal al mondo.
Glielo concedo anche.
Ma che 4 dementi dell’85 che cantano “voglio viveeeereee un sogno irrealizzabileeeee senza limiteeeee” salgano sul palco con una voce che annuncia l’inizio di un viaggio incredibile con loro….si ok sono buono e cerco di non giudicarvi prima e tutto quello che volete….ma la voce altisonante fuoricampo no!
Ma non farti prendere dallo sconforto.
Guardalo il Pedro che salta giù dalla postazione della batteria come solo un vero rocker (che il pc mi corregge in cocker forse senza sbagliarsi di molto) sa fare.
Ammira il suo guantino nero.
Yeah, siamo i Finley, mica cazzi.

Yeah.
Che inizia a cantare e improvvisamente credi che il tuo udito sia completamente andato.
Perduto per sempre.
Vedi quel tizio sul palco che si scatena (si cioè salta…saltella…cammina avanti e indietro…va bene: sta fermo e apre la bocca... ma non troppo) e senti il suono di un gatto miagoloso che esce dalle casse.
Forse no.
Forse è una papera che starnazza.
Forse il tuo cervello è definitivamente andato.
Poi lo devi ammettere: non ci credi ma lo devi ammettere.
Quella è la voce di Pedro.
Pedro e il suo guantino nero.
Oh Yeah.
E quella cosa sotto che fa gna gna gna gna gnaaaaa gna gna gnagnagnagna gnaaaaa è la chitarra.
E il blem blem è Mastrota che gioca con le pentole della Mondial Casa.
Ah no.
È il batterista.
E poi c’è il basso….forse…io non lo sento.
Miao miao miaaaaao, meoooo sgnaaaa, gna gnagnagnagna, sblem sblem sblem.
I Finley sono sul palco.
E finalmente lo puoi dire: ma quanto cazzo fan cagare?
Tanto.
Ma tu lo immaginavi.
Non sei andato li per sentire i Finley.
In quell’occhiata di prima c’era tutto quello che due persone diverse tra loro non capirebbero nemmeno se si urlassero in faccia per mezz’ora.
Tu non sei li per sentir i Finley.
Tu sei li per i Finley.
Che è ben diverso.
Tu sei li per il fenomeno Finley.
Quello che le ragazzine fanno “yeeee, yaaaa, yuuuu, Ka ti aaaaamoooo”.
Quello che ti giri verso un lato e vedi le ragazzine esaltate, saltellanti, con le mani in alto a urlacchiare con voce squillante ogni pezzo storico (????) dei Finley mentre dall’altro lato vedi qualcosa che pochi gruppi hanno il privilegio di avere.
I fan anti-Finley.
Un gruppetto di ragazzetti che si credon un po’ i Sex Pistols, un po’ gli alternativi più alternativi di Alessandria con un cartellone enorme dei Finley con le corna disegnate con scritto qualcosa come “GRUPPO ANTI-FINLEY, FIRMARE QUI PER ADERIRE”
E per un attimo sei tentato di aderire.
Per un attimo ti sposti verso di loro per andar a firmare e alzare il dito verso Pedro.
Poi ci ripensi.
A 16 anni magari lo potevi anche fare.
Quando come mr Sex Pistols ti sentivi l’alternativo più alternativo del paese, quando dicevi: “Ma vaffanculo i Finley! Son un gruppetto delle palle per le mie compagne truzze deficenti”, quando eri quello che “Io ascolto solo il punk vero e yeah sono un alternativo perché mi tagliuzzo le braccia” allora si.
Allora potevi andare nel gruppo anti-Finley.
Ma a 22 anni un po’ ti fa ridere.
Ti fa ridere che magari un tempo eri così e snobbavi tutto e tutti e se uno un giorno si metteva le nike “Guarda che truzzo, io metto solo le Vans/qualsiasi altra marca di scarpe da alternativo”, ti fa ridere vedere i ragazzetti incazzati con Pedro a urlare: “sei proprio un coglioneeee” e ti fa ridere anche quanto si preoccupano nella loro alternatività di farsi vedere come quello che loro stessi chiamerebbero un truzzetto qualsiasi.
Ti fa ridere che non se ne rendono conto ma sono alternativi quanto lo è quello con le Nike.
Che si ok: molto meglio loro del milanese con le scavpe di Pvada e la camicia di Cavalli e chissà quale altra milanesata ma come ogni eccesso loro stessi rischiano di cadere nel ridicolo.
(Ti fa ridere che critichi e critichi Den ma tanto sai benissimo che tu sei ancora così…magari non proprio a quei livelli ma…)….Via dalle palle voce della coscienza!
Ma hanno 16 anni.
E se non sei un po’ coglione a 16 anni, allora si, sei davvero un grandissimo coglione.
Chi vuol intendere intenda.
Io mi sono capito.
Sei quasi li nel gruppo degli anti-Finley e senti che di andar ad alzar il dito con il musone incazzato verso Ka e Pedro non ne hai assolutamente voglia.
Sei ad un concerto.
Dei Finley, gratuito, in piazza in Alessandria e tutto quel che volete.
Ma ad un concerto.
E in un concerto ci si diverte.
Non ci si mette né in fondo a far i musoni e parlar di macchine ne in un angolo a rompere i coglioni dicendo che “sai non suonano tanto bene, sono un po’ così blablablabla”.
Ad un concerto ci si diverte.
Persino coi Finley.
Inizi a saltellare, urlacchiare, imitare le piccole fans che “uuuuu, aaaaaaa, yeeeeeeee” e mentre diventi sordo per una cassa troppo vicina vedi il gruppo anti-Finley che ti guarda malissimo, tu e la tua ragazza che vi scatenate al ritmo dei Finley.
Loro vi guardano malissimo e voi dentro ve la ridete di gusto.
A vedere le loro facce musoneggianti mentre tu sei li che canti “Un sognoooo irrealizzabileeeeeee” e batti le mani a tempo con Pedro quando Pedro dice letteralmente “ora tocca a voi” manco avesse dei focomelici di fronte (questa la prendo a prestito da qualcuno che non mi legge ma li ringrazio lo stesso tutti quanti).
Cerchi di non pensare che “s’inkazza” (con la k, loro eran già avanti) degli 883 aveva un testo molto più profondo di qualsiasi minchiatina positivista dei Finley.
Cerchi di non pensare che in qualsiasi modo li si guardi sembrano un gruppo costruito a tavolino da qualche discografico con un occhio sull’emo-pop internazionale.
E costruito a tavolino è un eufemismo.
Cerchi di non pensare a Pedro che non sa cantare, a Ka, Dani e l’altro suonatore di pentole che non san far due note diverse che sian due.
In quel momento pensi solo a divertirti.
Nel momento successivo pensi solo a quanto sei rintronato dalla cassa e quanto eran ridicoli loro sul palco.
In macchina, mentre te ne ritorni a casa, pensi solo a quanto poco importi la situazione.
Conta solo con chi.
VOTO: si vabbè poi? Godetevi un pezzettino di concerto piuttosto....

mercoledì 9 aprile 2008

NEIL YOUNG


Un sogno con un sogno a fianco: 22 giugno.

martedì 18 marzo 2008

LIGABUE- SU E GIU DA UN PALCO

Questo è il tipico esempio di una mia recensione-non recensione.
Se trovate scritto qualcosa su Ligabue molto probabilmente mi è solo scappato.

C’era un tempo in cui Ligabue mi piaceva.
Era prima dei Litfiba, prima degli Afterhours, prima dei Nirvana, di Johnny Cash, di Neil Young, Pearl Jam, Led Zeppelin, Beatles, Blur, Iron Maiden, Battiato, Love, Timoria, Springsteen e chi più ne ha più ne metta.
Era prima.
Era prima che cominciassi ad appassionarmi veramente alla musica.
Era il periodo degli 883, di Vasco che cantava degli spari sopra, dell’ Amiga in camera con tutti i suoi mille videogiochi pazzeschi, delle giornate passate al campo sportivo a giocare in due ai rigori immaginando di essere Roberto Baggio e Romario.
Era il periodo in cui non mi preoccupavo minimamente di cosa succedeva in Pakistan, in Italia, a Roma o nella più vicina Alessandria.

Sinceramente io sapevo solo cosa succedeva nel mio piccolo paesello o ancora meglio: io mi preoccupavo solo di come stava la mia amica vicina di casa e il mio amico del cuore delle elementari dopo la morte del suo papà.
Mtv si vedeva solo sul 25 o giu di li, era un canale regionale che si prendeva male e io odiavo mio fratello che al mattino si alzava e attaccava sta cosa inguardabile al posto di vedere i cartoni pre-pulmino della scuola.
Io sentivo la radio ogni tanto, o almeno sentivo la radio che sentivano i miei.
Sentivo l’ ultimo elettronico disco di Battisti, che alla mia mamma piaceva tanto e che io non capivo perché aveva deciso di non uscire più per strada e sentivo quel che passava la radio.
E poi lo cantavamo tutti a scuola perché poi tutti alla fine ascoltavamo le stesse cose.
C’ erano le sigle dei cartoni, “Hanno ucciso l’ uomo ragno”, Vasco e Ligabue che ovviamente tutti cantavano “Certe notti” che era la più famosa in assoluto (e quindi la più bella!)
C’ era un tempo in cui Ligabue non cantava della sua vecchiaia, dei suoi anni che passano, delle donne che lo sanno, di Oriali che giocava a centrocampo e di lei che è bellissima.
C’ era un tempo, so che non ci crederete, in cui Ligabue non si atteggiava a uomo conoscitore dei giovani perché anche lui era giovane e forse qualcosa ci capiva davvero.
O almeno io credevo ci capisse qualcosa.
Cantava cose possibili, avventure da ragazzi di paese e cose che non capivo neppure ma che mi piacevano comunque, con quella voce era difficile non stargli dietro.
E poi lui era rock mi dicevano!
Insomma una volta Ligabue qualcosa di buono l’ ha fatto.
Almeno fino al 1997, tra Lambrusco e Pop Corn, Libera Nos A Malo e Buon Compleanno Elvis, Ligabue sapeva come far impazzire una fascia di età che andava dai ragazzetti delle elementari (insomma in quinta ci sentivamo tutti un po’ già grandi!) a quelli che frequentavano le mitiche superiori.
Addirittura Ligabue faceva delle belle canzoni.
Scopiazzava a destra e manca, prendeva assoloni chittarrosi da pieni anni ’80 li mescolava con una bella batteria potente e ci metteva quel pizzico di melodia che non guasta mai.
Poi prendeva un bel racconto ottimista su un ragazzo che conquista la sua ragazza, su un amico morto che comunque è nel suo cuore, su avventure che capitavano a tutti i ragazzetti di paese e ci metteva un ritornellone che se eri al concerto e riuscivi a non cantare o eri Mario Luzzato Fegis o semplicemente un imbecille.
E così Ligabue nacque, diventò grande, esplose con “Buon Compleanno Elvis” e decise di mettere fine a tutto (o quasi) con “Su e giu da un palco”, live con due fantastici cd pregni di classicissimi o se volete di potenziali classici.
Poi si dedicò a Oriali e a fare il figo.
E mentre ascolto “Su e giù da un palco” sinceramente un po’ mi viene la tristezza.
A pensare al campetto sportivo polveroso su cui ho segnato mille gol, al papà del mio amico che molto probabilmente pochi ricordano, al mio amico che ho visto l’ altro giorno per la prima volta dopo 7 anni, alla mia vicina di casa con cui ogni tanto ricordo i bei momenti e a quell’ altro mio amico che un giorno si mise in testa che dovevamo allenarci in due per battere due ragazzi più grandi che dicevano di essere più forti a calcio.
Ci allenammo per 15 giorni.
Perdemmo in una storica partita due contro due di 4 ore (non so come facevo a giocare così tanto, non chiedetemelo ma credeteci!) di una decina di gol e il giorno dopo ricominciammo ad allenarci per la rivincita.
Che non ci fu mai.
Oggi non ho idea della fine che ha fatto il mio ex compagno di squadra, girava alle medie con la sigaretta sopra l’ orecchio e diceva che lui pestava tutti.
Chissà.
Mi rimane Ligabue o meglio i vecchi dischi di Ligabue, o ancora meglio le vecchie cassettine di Ligabue che incredibilmente ancora funzionano.

E mentre ascolto “Viva” mi chiedo se tutto l’ ottimismo che mi porto dietro non sia altro che il risultato di un infanzia vissuta più che felicemente grazie a tutti quei miei amici fantastici, al pallone, a Max Pezzali (che oggi è per tutti lo zio Fester) e dai, un pochino grazie anche a Ligabue che ce la metteva tutta per farmi cantare come un matto “A che ora è la fine del mondo?” senza capire minimamente che cosa stessi cantando.
10.
E fanculo a tutti i pregiudizi, agli snob della musica, a me che ogni tanto nascondo di essere stato un fan di Ligabue, a Ligabue che ora si diverte a fare il figo con le sue mille rughe e la sua voce inalterata da 40 anni.
ANNO: 1997
GENERE: Rock italiano
VOTO: 10
QUANTO ERA MEGLIO IL LIGA D'ANNATA: 10000
CONSIGLIATO A CHI: è cresciuto con Ligabue, 883 e gli anni 90.

domenica 17 febbraio 2008

DEEP PURPLE- MADE IN JAPAN_REMASTERED EDITION 2CD



L’altro giorno ho risentito una mia compagna delle medie che non sentivo da 8 anni circa.
Certo una volta o due ci si era visti di sfuggita, un saluto, un “come va?” di circostanza, ma niente di più.
Poi pochi giorni fa capita che la trovo su msn.
Si quel posto infimo che cerco di frequentare il meno possibile dato che ogni volta che mi collego inizio a sentire trilli di qua e di la che mi avvertono dei messaggi che tutti quelli che conosco devono mandarmi.
Si passa dai “Come va?” di gente che fatico a sopportare (ormai credo che vivano di fronte al pc in attesa che qualcuno si colleghi a msn per riempire il vuoto delle loro esistenze) ai soliti amici che mi aggiornano sulle novità burlesche di questo mondo.
E poi c’è questa ragazza che non vedevo e sentivo da anni.
Due o tre scambi di riscaldamento e poi inizia una vera e propria discussione su qualsiasi cosa.
E mentre penso a come sia incredibile ritrovarsi dopo così tanti anni e ricominciare a parlare come e meglio di prima penso a “Made in Japan”.
Associazione strana lo so, ma io sono quello che ha citato Chicken Little per spiegare meglio “Into the wild”, non potete pretendere che diventi normale tutto d’un colpo.
Penso a quando presi “Made in Japan” e dopo averlo ascoltato due- tre volte lo misi nella mia bella pila di cd (ormai sono pile e pile) a prendere polvere mentre pensavo: “Si bello bello, però che palle ste canzoni da 10 minuti con 6 minuti di assoli…”
Pazzo!
Io ero completamente pazzo!
Mi ero bevuto il cervello, non sapevo quel che dicevo, il nu metal (mamma mia che brutta parola) mi aveva succhiato via il cervello come fanno gli alieni nei film di fantascienza degli anni ’50!
Ero diventato uno di loro!
Poi la cura: rock italiano, grunge, metal, folk e finalmente hard rock.
E finalmente Deep Purple.
E finalmente Made in Japan?
No.
Non ci riprovai con Made in Japan.
Ero rimasto scottato da quella prima volta e lo lasciai li a prendere ancora più polvere mentre i cd crescevano e crescevano e crescevano.
Poi un mese fa lo ripresi in mano.
“Made in Japan”, vediamo se faceva così schifo come pensavo.
Ero totalmente fuori di testa quando dissi che un disco del genere non meritava più che la sufficienza.
È l’ unica spiegazione possibile.
Perché quando un mese fa ho inserito il cd nel lettore in macchina sono andato in cortocircuito.



Made In Japan non è un disco eccezionale…è di più!
È incredibile, è fenomenale.
Made in Japan è oro.
E mentre il cd mi riempiva le orecchie, il corpo, il cuore in macchina mi sono chiesto quanti live ho ascoltato a questi livelli di un gruppo negli ultimi 10-15 anni.
E mi sono risposto immediatamente: nessuno.
Nessuno ha pubblicato un live del genere negli ultimi 15 anni perché nessuno è in grado di fare una cosa del genere.
E non mi riferisco alle scale di Blackmore, agli assoli di Jon Lord alla pianola o alla batteria di Ian Paice.
Mi riferisco al tutto.
Perché “Made in Japan” non è suonato da un batterista, un bassista, un chitarrista, un uomo al piano e uno alla voce.
“Made in Japan” è suonato dai Deep Purple.
E i Deep Purple non sono la somma di componenti ma un qualcosa che va oltre.
Va oltre ogni cosa.
Va oltre il concetto di gruppo, va oltre l’ hard rock, va oltre il rock, va oltre il concerto, va oltre il disco.
Va oltre.
Made in Japan è un esperienza, ma è un esperienza che potrebbe provocare gravi turbamenti.
Qui (nel 1972 in Giappone) c’ era gente che sul palco vedeva le note.
Le vedeva e le inseguiva, le inseguiva e le catturava, le catturava e le offriva al pubblico.
Non si spiegano altrimenti certi assoli, certi acuti, certi suoni.
Ascoltate Blackmore nelle sue scale incredibili, sentite la sola batteria di Paice in “The Mule” per 10 minuti , porgete l’ orecchio alle armonie di Lord e spaventatevi di fronte agli acuti di Gillian.
Poi rimettete su il disco e sentite quel che combina Paice mentre i suoi compagni improvvisano: li segue, li rincorre, li prende, ne detta il ritmo e a sua volta ne viene influenzato.
Ascoltate quel che combinano Blackmore e Gillian in “Strange Kind Of Woman” dove chitarra e voce si scambiano i ruoli.
Meravigliatevi di fronte alla pianola di Lord che fa da sottofondo perfetto ad ogni singola nota e rimanete a bocca aperta di fronte al gran lavoro sotterraneo di basso di Glover.
Infine rimettete su il cd chiudete gli occhi e cominciate ad impazzire di fronte ad una marea di suoni che vi travolge come un onda impetuosa.
“Made in Japan” è più di un disco.
Più di un live registrato.
“Made in Japan” è il rock.
E mentre penso a quanti dischi mi dovrò riascoltare che un tempo avevo scartato ricomincio a pensare alla mia vecchia compagna, penso a quando una volta ci picchiavamo a scuola.. e mi viene in mente che alla fine anche con lei sono stato così: prima la trattavo male e ora ci si confida come due amici che si conoscono da una vita, almeno credo.
Sarò scemo?
AUTORE: Deep Purple
ANNO: 1972
GENERE: Hard rock
VOTO: 10
QUANTO è PAZZESCA LA VOCE DI GILLIAN: 10
CONSIGLIATO A CHI: A ogni persona che pretende di saperne qualcosa di rock.

martedì 20 novembre 2007

JOHNNY CASH- HURT

I brividi sulla schiena, le lacrime sulle guance, quella sensazione di non essere più qui ma in un altro universo.
Dove Johnny Cash è ancora vivo e canta ancora di tutti quelli che conosce che sono andati via.
La moglie suo primo e ultimo appoggio se ne era appena andata.
Lui la seguirà di li a breve, giusto il tempo di guardare nello scatolone dei ricordi un vecchio disco d’ oro con la cornice rotta.
Giusto il tempo di rivedersi giovane, lui l’ uomo in nero.
Un tempo padrone del mondo.
Oggi un signore anziano come tanti se non fosse per quella chitarra.
Se non fosse per quella voce.
Se non fosse per il fatto che lui è Johnny Cash e non se ne andrà mai realmente.
Se avete 4 minuti della vostra vita a disposizione caricate il video, spegnete tutte le luci della vostra stanza, eliminate ogni rumore, pigiate play, chiudete gli occhi e fatevi trasportare.
In un altro universo.



I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that's real
The needle tears a hold
The old familiar sting
Try to kill it all away
But I remember everything

[Chorus:]
What have I become
My sweetest friend
Everyone I know goes away
In the end
And you could have it all
My empire of dirt
I will let you down
I will make you hurt

I wear this crown of thorns
Upon my liar's chair
Full of broken thoughts
I cannot repair
Beneath the stains of time
The feelings disappear
You are someone else
I am still right here

[Chorus:]
What have I become
My sweetest friend
Everyone I know goes away
In the end
And you could have it all
My empire of dirt
I will let you down
I will make you hurt

If I could start again
A million miles away
I would keep myself
I would find a way

sabato 10 novembre 2007

CHILDREN OF THE DAMNED & PAUL DI' ANNO LIVE AT THUNDER ROAD 09/11/2007- CODEVILLA (PV)

BY DEN


I "Children Of The Damned"


Paul Di' Anno giovine negli Iron Maiden


Paul Di' Anno con il cappellino now


Paul Di' Anno durante un concerto non so dove now


Io e la mia stupidità (me la porto sempre dietro!)

Premessa: questa recensione-impressione è stata scritta alle3.15 di notte di rientro da un concerto pertanto perdonatemi eventuali ripetizioni e un linguaggio non proprio da signore (che tra l' altro ammetto di non avere)

Ora capisco tutto.
Sono appena tornato (sono le 3.15 di notte di sabato mentre vi scrivo) dal concerto che si è svolto al Thunder Road di Codevilla, mitico locale della zona dove suonano sempre quei gruppi (o cantanti) famosi ma non abbastanza da riempire un palazzetto dello sport (per farvi un esempio qualche mese fa ho sentito Piero Pelù nello stesso luogo).
Esibizione della serata: Paul Di Anno.
Per chi non lo sapesse Paul Di' Anno è stato il cantante degli Iron Maiden (eh no! Questi non ve lo spiego chi sono!) per i primi due album prima di essere cacciato via da un gruppo ormai lanciatissimo verso il successo mondiale per i suoi “eccessi” (e vi lascio immaginare cosa possa essere considerato eccesso in un gruppo metal dell’ 81!) a favore di quello che diventerà una delle voci più apprezzate del panorama metal ottantiano (e odierno): Bruce Dickinson.
Gli Iron Maiden con l’ arrivo di Air red siren (soprannome di Bruce per i suoi acuti devastanti) esplosero definitivamente a livello internazionale con “The Number Of The Beast” mentre il nostro Paul affondò in problemi di ogni tipo (dall’ alcolismo alla droga e chi più ne ha più ne metta! ) avendo evidentemente compreso di aver perso quel treno che passa una volta sola nella vita, mentre tentava in ogni modo di dare un seguito alla sua avventura Maideniana con progetti solisti e non ( i Gogmagog che fondò nell’ ’85 avevano tra i componenti l’ ex batterista dei Maiden Clive Burr e l’ ex chitarrista dei Def Leppard Pete Willis ma durarono il tempo di un ep).
Nel 1993 Dickinson abbandonò la band per motivi che ora non vi sto a spiegare (soliti litigi tra musicisti che hanno un ego spropositato) e i Maiden indissero delle audizioni per trovare un nuovo cantante: Paul Di' Anno si ripresentò.
E venne scartato (al suo posto venne preso il pessimo Blaze Bayley che verrà cancellato dalla memoria di ogni Maideniano sano di mente con il ritorno dopo due album del buon Dickinson).
Paul Di' Anno nonostante tutti i progetti musicali paralleli intrapresi (i Battlezone sono quello più duraturo!) visse i 20 anni e più di successi dei Maiden come uno sconfitto, una vera e propria vittima.
Nel suo lungo peregrinare (Inghilterra, Stati Uniti e Brasile nell’ ultimo periodo) Di’ Anno passa anche in Italia (non vorrei dire una castroneria ma pare abbia una casa ad Ivrea) decide di prendere una band di supporto (i Children Of The Damned) e di portare in tour i suoi vecchi successi Maideniani e non.
Una settimana il buon Deneil dopo aver sfottuto per anni il povero ciccio Di Anno (chiamato amichevolmente così per la somiglianza con Graziani e per il fatto che, come potete vedere dalle foto sopra, si è imbolsito non poco!) legge sul sito del Thunder il suo arrivo e non può che mandare un messaggio all’ amico che l’ ha accompagnato in quei fantastici concerti spaccaossa che sono stati l’ Heineken Jammin Festival 2006 (con i Metallica come gruppo di punta, un giorno vi parlerò anche di questo!) e gli Iron Maiden il 5 dicembre 2006 (con un Bruce più che in forma che sgambetta di qua e di la sul palco!).
Ovviamente l’ amico (evidentemente malato di mente perché mi da sempre retta in queste idee folli!) accetta di accompagnarlo e all’ ultimo si uniscono altre due persone (mica qualunque!).
Eccoli in macchina diretti al Mac Donald più vicino al locale (vi raccomando sempre di mangiare al Mac quando andate ad un concerto così vi rimane tutto sullo stomaco, soprattutto se prendete due menù perché in offerta!) e poi dritti al Thunder.
Biglietto, timbro sulla mano (sta pian piano sparendo ora..) e via.
Consumazione, qualche battuta di rito sul fatto che non si presenterà nessuno, su quanto ha la faccia da pirla Di' Anno su internet, su quanto saranno bravi sti Children Of The Damned e si parte.
Il gruppo sale sul palco con una voce propria per scaldare un po’ l’ atmosfera e dimostra di saperci fare alla grande (non credo che Di' Anno li abbia scelti facendo ambarabaciccìcoccò!).
Certo i Maiden a Milano sono un’ emozione che non si può ripetere dopo averli sentiti per anni su disco, vedere Dickinson fa tutt’ altro effetto che vedere sto tipo a cui non daresti una lira se lo vedessi in giro, con la sua maglia corta e larga della Ufo e il suo chitarrista scimmione!
Ma i Chidren Of The Damned ci sanno fare alla grandissima.
Aprono con Aces High e proseguono con sette, otto canzoni tutte scelte nel repertorio più tirato dei Maiden (si passa dalla bellerrima “The Number Of The Beast” dove il cantante riesce a fare un acuto degno del miglior Dickinson anni ’80 a “2 Minutes o Midnight” , da “Run To The Hills” a “Flight Of Icarus”).
Poi viene il suo momento.
Atmosfera (una musichetta tipo campane e un po’ di nebbia con il fumo, non proprio il massimo dell’ atmosfera!) e Paul Di Anno attacca tutti con Prowler.
L’ esecuzione tecnica della band è, come nell’ esibizione precedente, pressoché perfetta ma li gli occhi sono tutti puntati su di lui.
Vedi gente tra il pubblico di 60 anni (ne aveva qualcuno più di 30 quando c’ erano i primi Maiden), di 40-45 (i giovani di allora) e poi tutto il resto (che va dai ventenni come me ai sedicenni che hanno sentito i primi due album di Di Anno solo su disco e magari molte volte meno di “The Number Of The Beast” o “Piece Of MInd”).
Sale con un cappellino e vestito come una persona normalissima con la sua maglietta slavata (prima differenza: Dickinson al concerto dei Maiden era vestito come un signore con giacca e magliettina elegante!) e stupisce tutti: la voce è rimasta.
Anzi, se vogliamo dirla tutta, è migliorata.
Saranno i litri di alcool, le tonnellate di fumo, i quintali di droga ma la voce… be la voce ti attacca come poche.
Ringhia, morde, ti prende di sorpresa e con quel suo suono grezzo per un attimo pensi che forse qualcuno ha ragione quando dicono che senza Di Anno non sono più i Maiden!
Il problema, però, non è la voce.
Dopo una canzone Di Anno si toglie il cappellino (ha miriadi di tatuaggi anche sulla testa sto pazzo!) e inizia a sudare manco stesse facendo una danza mahori sul piccolo palco.
Certo gesticola come un ossesso, stringe le mani a chiunque e fa facce assurde ma si vede che uno così non può reggere molto!
Il concerto prosegue tra vecchi successi dei Maiden (“Wratchild” per dirne una) cantati un po’ con scazzo da Di' Anno e canzoni sue che molti accolgono freddamente (io faccio del mio meglio ma non conoscendo non posso esaltarmi più di tanto.. come ha detto un mio prof tempo fa: “al concerto non vai mica per sentire l’ ultimo album ma per risentire per la milionesima volta il classicone!” )
Il bello comunque viene negli intermezzi tra una canzone e l’ altra: Paul dialoga con il pubblico, ci manda tutti a fanculo allegramente, dice di insultarlo che tanto abbiam pagato per farlo, ammonisce tutti di non prendere droghe e di passarle a lui, se la prende con i fonici, fa il dito a uno del pubblico, si fuma una sigaretta e lancia quello che rimane in mano a un povero sfigato che nessuno sa chi è, si lancia in frasi del tipo: “Siete mosci stasera, fate schifo, che pubblico di merda!”e a un certo punto se ne esce anche con un “Iron Maiden? Fuck!”.
Insomma Paul fa tutto quello che i Maiden oggi non fanno: non rinnega niente del suo passato (e del suo presente a mio modesto parere) e anzi fa di tutto per far vedere l’ anima punk scomparsa dei Maiden (andatevi ad ascoltare il primo “Iron Maiden” e chiedetevi se non fu proprio quella difficile fusione tra spirito punk e hard rock pesante a creare quel sound che è stato imitato praticamente da chiunque abbia mai suonato qualcosa che si possa definire metal).
Di Anno se ne frega di qualsiasi buona regola ma ad un certo punto, dopo l’ ennesima cazzata sul pubblico moscio e vaccate varie mi viene il dubbio che non lo faccia apposta.
Mi viene quello strano dubbio che forse proprio tanto a posto non è.
Che forse i fin troppo perfetti Maiden di Milano non hanno fatto male a cacciarlo via.
E proprio mentre penso a come incensarlo sulla mia recensione (lo so che sono malato a pensare una cosa del genere mentre mi spaccavo il collo saltando e urlando ma son fatto così!) succede l’ irreparabile.
Paul sta cantando “Phantom Of The Opera” tutto convinto dopo aver bevuto mezzo bicchiere di quella che io ho credo sia vodka (quando parla mi perdo molte cose per il casino e per la pronuncia inglese non proprio da lord..) e uno tira fuori un foglietto con una scritta.
Ci metto un po’ a metter a fuoco le lettere che io vedo da dietro poi capisco: “Bruce”.
Nel momento stesso in cui dico al mio amico cosa sta scritto (anche lui esaltato come me dalla performance) vedo Paul che chiama a se l’ omino con il foglietto, gli dice di darglielo e dopo due o tre tentativi andati a vuoto (il pirla continua a far la finta!) glielo strappa dalle mani e fa il gesto di pulirsi il culo con quella cartaccia.
Ora: a Milano Bruce s’è preso un gavettone in faccia e dopo un attimo di interdizione ha fatto il gesto di suc……lo a quello che l’ ha lanciato dopo di che ha ripreso a cantare come se nulla fosse.
All’ Heineken Jammin Festival il pazzo cantante del Living Thing dopo essersi preso addosso qualsiasi cosa (la cosa che faceva meno male era la bottiglietta piena d’acqua) per aver avuto la colpa di suonare prima dei Metallica (benedetta Italia.. e poi ci lamentiamo che pochi vengon a far concerti qui!) ha deciso bene di pisciare dentro una bottiglietta e rovesciarcela addosso intera. Dopo di che ha ripreso a cantare tra insulti di ogni genere, risate e culi nudi in mostra.
Ma Paul Di Anno no.
Lui indica la persona del foglietto e gli dice di seguirlo dietro come se lo volesse picchiare e l’altro gli dice “No no, scherzavo!” con le mani.
A questo punto Paul finisce la canzone e poi fa segno al gruppo di andarsene.
Sembra il solito scatch preparato ma Paul non rientrerà sul palco nonostante le tre canzoni ancora in scaletta (molto probabilmente i classicissimi “Killers” e “Running Free” tra le song rimaste).
Potete immaginare le facce dei paganti alla notizia (peraltro non diffusa dal locale ma dal cantante dei “Children Of The Damned” a pochi intini!) e la rabbia con cui io e il mio amico ci avviamo all’ uscita.
Faceva bene il mitico e altrettanto sfatto Jon Oliva (cantante dei Savatage) qualche tempo fa a dire che Paul Di' Anno aveva avuto ragione al tempo a star male per l’ abbandono della band ma dopo vent’ anni doveva farsene una ragione!
E se ancora oggi avevo avuto dei dubbi sulla cacciata di Di' Anno ora non ne ho più: se sei un artista serio non puoi prendertela per simili cazzate, devi passarci sopra e invece lui no.
Ed è riuscito a farsi cacciare da uno dei gruppi più famosi e ricchi al mondo che non poteva avere un personaggio del genere in seno se voleva puntare al successo.
Complimenti Di' Anno.
Davvero una bella figura.
Di merda.

PS: un grazie speciale all' amico che mi ha accompagnato anche all' Heineken e al concerto dei Maiden perchè come lui (in tutti i sensi positiv e negativi e tutto quello che volete!) ce ne sono pochi e agli altri due amici che ci han fatto compagnia nella nostra follia.
ANNO: 2007
GENERE: Hard Rock- Metal
VOTO: 8 per la prestazione considerata la storia di Di' Anno (che si abbassa a un misero 5 per l' infima figura)
CONSIGLIATO A CHI: Vuole gustarsi una leggenda del metal decaduta
QUANTO SI è IMBOLSITO E PELATO DI' ANNO: 10+++

giovedì 6 settembre 2007

LITFIBA: DESAPARECIDO


C’ erano, negli anni 90, i walkman.
Qualcuno li ricorda? Mica i lettori mp3 di oggi! Un bel matacubo di walkman che la metà delle cassette che registravi aveva una qualità di suono pari a quella di una lavatrice rotta e ogni tre per due dovevi cambiare le pile perché se no sentivi il suono che si abbassava e distorceva fino a morire e tu provavi a stoppare, a muovere le pile e a ripartire e risuccedeva la stessa cosa e tu speravi non fossero le pile dato che eri in pullman in gita lontano 100 km dal pilaio più vicino ma alla fine erano sempre le pile e quando le chiedevi a qualcuno che aveva un pacco di pile lui ti diceva che gli servivano anche se non aveva nessun aggeggio da far andare con le pile.
Pile pile pile pile pile pile.. avete mai notato come una parola perda di significato se ripetuta più volte? Forse per questo le maestre non vogliono le ripetizioni nei temi alle elementari: perché altrimenti durante la correzione iniziano a chiedersi il significato di quella parola ripetuta 10 volte in 2 righe. Ma forse sto andando fuori tema. E anche questo le maestre non lo apprezzano.
E c’ era un ragazzino che andava sempre in giro con il suo walkman scassato trovato in chissà quale zaino per la scuola (oggi il mago Casanova da l’ mp3 dentro lo zaino.. certe cose non cambiano mai!).
Le musicassette (penso che nessuno usi più questo termine da almeno 15anni) che ascoltava erano quelle dei mitici 883 nel loro periodo più scanzonato (non quelle lagne di Pezzali-zio Fester che tocca sorbirsi oggi!), Vasco rossi, Ligabue e Zucchero.
E c’ era il fratello del ragazzino evidentemente convinto che, se non avesse fatto qualcosa per far ascoltare della buona musica al bimbetto fin dalla tenera età, non sarebbe più riuscito a toglierlo da quell’ ammasso di truzzi di paese ascoltatori di Gigi D’ Agostino (che devo dire apprezzo molto di più della musica dance di oggi!).
Quello stesso fratello che anni dopo gli avrebbe aperto un mondo di musica davanti agli occhi (leggete qui per quest' altra storia!) ogni tanto prendeva una cassetta e ci metteva su un bell’ album di Litfiba, Timoria e Negrita in modo che il fratellino non fosse completamente impreparato al momento di affrontare quell’enorme colosso che è il rock.
Tra quelle cassette ce ne erano due che il piccolino apprezzava in particolar modo: una era una raccolta delle più belle canzoni (a suo parere) dei Timoria, l’ altra era l’ album Desaparecido dei Litfiba.
Album d’ esordio della formazione di Piero Pelù e Ghigo Renzulli dopo 3 Ep e 2 singoli, Desaparecido mi si presenta oggi agli occhi non più come una semplice cassettina piena di belle canzoni (che poi non so come mi potesse piacere una cosa così a 12 anni!), ma come uno dei più importanti e seminali album di rock italiano prodotto negli anni ‘80.
Se ora state pensando a canzoni come “Regina di cuori”, “Il mio corpo che cambia” o “Ritmo” sappiate che state andando contromano e tra poco vi sfracellerete contro un tir.
Dimenticate il rock mainstream dei classici Litfiba conosciuti ai più, le schitarrate di Ghigo e i vocalizzi esagerati di Pelù e immergetevi in un calderone di pura New Wave anni 80 (che non centra nulla con quello schifo di nu new wave che va tanto di moda oggi in Inghilterra e Usa con gruppi come gli Interpol) venata da una giusta dose di Mediterraneità che solo un gruppo come i Litfiba degli anni ’80 ha saputo unire così perfettamente a testi meravigliosi recitati in italiano.
Già, recitati.
Se Vasco Rossi in un’ intervista che lessi tempo fa affermò di essere stato il primo cantautore a voler rompere le righe del solito cantautorato italiano imponendosi più come uomo di spettacolo che come raffinato autore di musiche e testi da spiegare al pubblico, Piero Pelù può benissimo essere definito come il cantante italiano che portò la teatralità sul palco.
Un concerto dei Litfiba diventava così non solo musica da ascoltare ma musica da vedere e toccar con mano così come lo diventava un loro album.
Rispetto ad un gruppo come i Red Hot Chili Peppers, autori anch’ essi del loro primo album all’ inizio degli anni ’80 (anche se trattasi di tutt’ altro genere) incapaci di trasportare in studio tutta la carica eversiva che li caratterizzava in concerto, i Litfiba riuscirono nell’ impresa di rendere l’ album in studio una “continuazione” dei loro straordinari live.
Di fronte all’ urgenza con cui certi gruppetti ancora inesperti vengono lanciati oggi sul mercato dalle grandi major (ma questo avviene fin dall’ esplosione dei Nirvana e dalla successiva ricerca dei “nuovi Nirvana” nell’ underground americano e inglese) si può ben vedere come i Litfiba arrivarono, invece, ormai maturi all’ esperienza del loro primo disco in studio nell’ anno di grazia (questa la dovevo assolutamente usare come espressione trita e ritrita!) 1985.
Il secondo grande luogo comune da sfatare sui Lifiba (dopo quello che li vede autori solo di canzoni negli anni ’90) è quello di un gruppo formato semplicemente da Piero Pelù e dal chitarrista Ghigo.
Se gli album presi in esame sono quelli degli anni ’90 un discorso del genere può anche essere fatto (ma non andrebbe mai fatto), ma se si guarda agli anni ‘80 si può sentire fin dal primo ascolto come i Litfiba siano un connubio perfetto di chitarra e voce si, ma anche di basso, batteria e tastiera.
Di fronte a 8 meravigliose composizioni non so davvero come fare a segnalare una canzone più rappresentativa di un'altra. Se la splendida “Istambul” è aperta dalla tastiera del mitico Aiazzi (di pezzi così non se ne sentono davvero da secoli) ed è un caso più unico che raro di rock- folk mediterraneo, la ballata “Lulù e Marlene” è scandita dal basso di Maroccolo che riesce addirittura a mettere in ombra la chitarra di Ghigo che domina invece in “Preda”. Guerra si segnala per il fantastico testo di Pelù, per la sua interpretazione a dir poco sopra le righe e per le musiche oppressive che danno l’ idea del concetto (anche se in certi casi si sente davvero molto l’ influenza dei Bauhaus, uno dei primi gruppi new wave). Infine l’ epocale “Eroi nel vento”, forse quella che può essere considerata la vetta di questo primo album, con un gruppo coordinato alla perfezione in ogni suo elemento.
33 minuti e 14 di immersione in un mare profondo, scuro e dominato da visioni e sogni surreali, è questo quello che Desaparecido propone a un pubblico italiano giovane che vuole nuova linfa dopo i fasti dei dinosauri del prog nostrano.
Federico Guglielmi nell’ ultima pagina del libretto all’ interno del cd afferma che <[…] se un giorno prenderà piede una “nuova musica italiana per il mondo”, questo album dovrà inevitabilmente esserne considerato l’ imprescindibile punto d’ avvio>.
C’ era una volta un ragazzino sperso nel suo paesucolo di campagna con il suo walkman e la sua musica “strana”.
C’è oggi un ragazzo di città che cerca di muoversi in mezzo alla calca della città con il suo lettore mp3 in tasca e le cuffiette ancora nelle orecchie.
In 10 anni quel ragazzino ha sentito cose che voi umani non potete neanche immaginare fino a selezionare solo la musica migliore tra i milioni di album ascoltati.
Desaparecido compare ancora nel suo lettore mp3.
ANNO: 1985
GENERE: Rock italiano anni '80
VOTO: 10 (9 per il disco, uno per l' importanza storica)
QUANTO ERANO AVANTI I LITFIBA NEL 1985: 10
ADATTO A CHI: Vuole scoprire i veri Litfiba e la nascita del rock di oggi in Italia

giovedì 5 luglio 2007

AFTERHOURS: BALLATE PER PICCOLE IENE


Se i Nirvana non fossero stati stroncati dalla morte di Kurt Cobain oggi suonerebbero così.
L’ ho detto.
Me ne pentirò lo so, perché magari tra qualche ora, giorno, mese, anno, secolo cambierò idea ma almeno saprò di essere stato sincero 5 secondi fa.
Così come sarò sincero nel dirvi che se volete sapere la storia degli Afterhours vi basta cliccare su http://it.wikipedia.org/wiki/Afterhours e avrete la vostra bella pappardella di informazioni (siccome io non mi metto a copiare e incollare certe cose che potete trovare dappertutto: non mi gusta).
Volevo invece farvi sapere cosa sono stati per me gli Afterhours: in un momento in cui ascoltavo meraviglie quali Linkin Park e Papa Roach (non sapete cosa vi siete persi se non eravate adolescenti alla fine degli anni ’90!) mio fratello decise che, evidentemente, era ora che la smettessi di ascoltare robaccia.
Prima cominciò a mostrarmi come tutto ciò che ascoltavo non era altro che la prua ancora a galla di una nave sul punto di affondare (affondò poco dopo, la ricordo bene la scomparsa di quel tizio che viveva col cappellino rosso e i pantaloni a ¾), la cui parte ormai immersa era costituita da gente del calibro di Rage Against The Machine (scioltisi di li a breve), Incubus, Korn e Faith No More.
Poi decise che la mia ignoranza in fatto di rock in Italia era senza limiti e cominciò a farmi ascoltare qualsiasi gruppo degli anni ’90 in Italia gli passasse per le mani: tra gli altri ricordo volentieri i Ritmo Tribale, i Karma, i Fluxus, i Marlene Kuntz (arriveranno recensioni anche per loro) e altri di cui ricordo le canzoni ma non il nome.
Da li cominciai a muovere i primi passi, andai prima verso il grunge e scoprii che molti dei gruppi italiani ascoltati si rifacevano (o semplicemente scopiazzavano) dai maggiori esponenti del genere (Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains per citare i più famosi), poi mi diressi verso il metal (ma questo è un capitolo a parte che affronterò nel corso di successive recensioni), deviai verso il primo rock degli anni ’60 e approdai all’ hard rock degli anni ’70 (e scoprii incredibilmente che il grunge non ne era altro che una rivisitazione il che mi fece pensare che forse forse alcuni gruppi italiani non erano poi così geniali come credevo (cazzo erano copie delle copie!).
Successivamente feci visita anche al country degli anni 50, al primo rock’n roll di Elvis e compagnia bella, alla new wave e all’ hardcore degli anni ’80 e al brit pop degli anni ’90.. ma questa è un’ altra storia.
Eravamo rimasti alla grande scoperta (penso solo per me) del grunge derivativo: ne venne fuori che ridimensionai la maggior parte dei gruppi italiani ma tra i sopravvissuti rimasero gli Afterhours. Perché? Perché il sound degli Afterhours non si rifa ad un solo genere: è certo debitore (soprattutto agli inizi) al suono di Seattle (luogo di nascita del grunge… mai dare nulla per scontato), ma si muove contemporaneamente su binari diversi tra l’ irruenza del punk, la ferocia dell’ hardcore e la poesia di certo cantautorato italiano.
Ciò che più colpisce, infatti (e veniamo finalmente a “Ballate per piccole iene”) è la capacità di Manuel Agnelli, frontman della band e autore dei testi, di creare autentiche poesie stridenti: una canzone apparentemente d’ amore può essere in realtà la più cruda delle accuse (si veda “Ballata per la mia piccola iena”), tra inni alla fine (“è la fine la più importante”) e accuse all’ amore come patologia da estirpare via (“Ci sono molti modi”), rimangono impressi versi pessimisti che non vorresti mai sentire ma che, in momenti di rabbia, ti sembrano più veri che mai (“Ora sai il verbo che nessuno userà/ capita di non farcela). Il tutto è scandito da una voce unica nel suo genere: feroce eppure accogliente, aspra eppure dolce e melodica come poche.
L’ album in questione, mostra una vena ancora più pessimistica del solito di Agnelli e canzoni più dirette rispetto ad album come “(Non è per sempre)” dove si preferiva un approccio più sperimentale in cui ogni traccia andava ascoltata più volte per esser davvero assimilata e apprezzata. In un certo senso si ritorna alla ferocia degli inizi ma, mentre i primi album difettavano di canzoni subito orecchiabili che, con l’andare del tempo, perdevano efficacia, in “Ballate per piccole iene” si è riusciti ad unire il pregio della prima produzione (l’ immediatezza) con quello della seconda (la capacità di farsi riascoltare) grazie a testi sempre più incisivi e all’ aggiunta di violini elettrici e fiati in alcune canzoni, con la conseguente personalizzazione di un sound inizialmente troppo derivativo.
Siccome odio con tutto il mio cuore le recensioni track by track, e non volendo approfittare ancora della vostra infinita pazienza l’ ascolto del disco lo lascio a voi, che è sempre la cosa migliore da fare. Solo il tempo di segnalarvi la splendida “La sottile linea bianca” che inizia come una malinconica ballata e si trasforma lentamente in un miscuglio di chitarre, distorsioni e urla di rara bellezza per poi ritornare all’ origine, il singolo “Ballata per la mia piccola iena”, senza dubbio la canzone più orecchiabile e cantabile dell’ intero lotto (se si può definire canticchiabile qualcosa come: “L’amore rende soli/ Ma è ben più doloroso/ Se per nemici e amici/ Non sei più pericoloso), la Afterhoursiana “La vedova bianca”, e la rabbiosa “Chissà com’è”, infarcita di violini elettrici, forse la migliore rappresentante di ciò che è il gruppo oggi.
Due ultime precisazioni (giuro che poi finisco!). Se pensate che gli Afterhours siano un gruppo adatto per gli adolescenti incazzati, siete fuori strada, anzi siete già nel fosso e state per cascare nel burrone.
L’ album qui recensito non me lo passò mio fratello all’ epoca essendo questo del 2005 ma mi andava di recensire prima questo che altro, non ne conosco il motivo.
Oggi i Nirvana suonerebbero così? Forse no, forse gli Afterhours li hanno già sorpassati da un bel pezzo.
ANNO:2005
GENERE: rock italiano anni ‘90
VOTO: 9
QUANTO SONO SOPRAVVISSUTI GLI AFTERHOURS RISPETTO AD UN ALTRO MILIONE DI GRUPPI ITALIANI SORTI CON LORO: 10
ADATTO A CHI: ama il grunge, il rock italiano degli anni ’90, le chitarre affilate, la voce di Manuel Agnelli