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mercoledì 21 novembre 2007

TRE CLASSICI UN MITO PT II_ IL PADRINO LA TRILOGIA

BY LEO

- THE GODFATHER- IL PADRINO
- THE GODFATHER PART II- IL PADRINO PARTE II
- THE GODFATHER PART III- IL PADRINO PARTE III





Non spiegherò la trama del film, non darò indicazioni sui personaggi o chicche sulle produzioni, pettegolezzi sugli attori, fiches tecniche. Mi sento in dovere di accostare questi tre film con la riverenza dovuta, con i mezzi più adatti: la mitologia e il dramma. Ogni scienza si adatta all’oggetto che studia e forgia i propri strumenti d’indagine. Purtroppo, questa volta i miei non contemplano i discorsi tecnici sulla qualità speciale della pellicola o della tecnica.
Teatro tragico, teatro greco.
Ed ecco, come spettatori assisi sulle scalinate in pietra, con il nostro bel cuscino che ci ammorbidisce le asperità naturali e ci “umanizza” il contato con la pietra fredda, ecco che laggiù, proprio accanto al boccascena, le “maschere” nebbiose vengono avvistate.
Entrano, silenziose. Entrano e ci parlano. Ma non con movimenti di labbra che non possiamo vedere. Non con movimenti codificati dal genere drammatico.
Non ci parlano affatto: siamo noi a sentirle. Ad avvertirle. Dentro, come martelli a volte, o più spesso come soffici fazzoletti di seta sulla pelle. Qualche volta con la violenza del tuono, con il bruciare del fuoco, con il calore del legno che scricchiola e geme prima di rompersi nel camino. Personaggi non reali, personaggi su un palcoscenico.
Ma oggigiorno, in un mare di pubblicità e appunti veloci, dimentichiamo spesso questo: “maschera” in etrusco significava “persona”.
E come già intuì ferocemente Pirandello, non siamo forse tutti “maschere”, in un gioco eterno –un ballo di gala – di significanti e significati, intrappolati nella nostra condizione umana, dalla quale nessuna scommessa pascaliana ci può salvare?
E quale storia meglio di una saga familiare che attraversa il 900 può decidere il giudizio su questo secolo che ci siamo lasciati alle spalle?
Quale storia meglio de “Il Padrino” può essere accostata al viaggio dantesco della “Commedia”?
Una differenza è bene trarla subito dal sentiero, per evitare impacci: il viaggio viene compiuto al contrario, in un rovesciamento significativo di intenti.
Non c’è salvezza, né salvazione. S
i passa dal Paradiso idealizzato degli esordi (sicuri poi che lo fosse?), attraverso il purgatorio della flebile, iniziale, caduta alla disillusione infernale, totale, persino al disfacimento dell’ideale di pentimento.
Un errore lo si paga per sempre. Ma chi non sbaglia?
Sempre in quella Sicilia greca in cui vivono ancora i miti e le tragedie del teatro greco, in cui ancora lo spruzzo delle onde ricorda la schiuma che generò Afrodite. E che così vuole essere ricordata a forza viva dai registi italoamericani, a rischio della misera caduta in una serie di clichés pseudo-folkloristici inevitabili (e in quanti ci sono cascati).
“Il potere logora chi non ce l’ha”: è il sicario nel “Padrino pt.III”, a sigillare con queste parole la morte del politico italiano corrotto, Lucchetti.
La sicurezza non sta nei patti, né nelle parole.
Un mondo in cui fidarsi porta alla disillusione, un mondo in cui la faida longobarda non appare più come risposta necessaria: ciò che conta è la violenza totale, la mancanza di rispetto definitiva. Il tutti contro tutti, unica legge valida, unico limite concesso.
Senza decalogo da rispettare, la malavita comincia a erodere affamata sé stessa, a mangiarsi, serpente arrotolato su sé stesso, che trae giovamento dal proprio mangiarsi. Cane mangia cane.
Ma la catena si tira e lentamente si sfilaccia. Fino alla procrastinata rottura.
E allora guardiamo fino alla nausea il volto di Marlon Brando nel primo episodio, stampiamoci a memoria la faccia di lui – Don Vito Andolini, futuro don Corleone– interpretato da Robert De Niro, semisconosciuto, granitico e giovanissimo, mentre si appresta ad uccidere il prepotente don calabrese di Little Italy, don Fanucci, interpretato da un perfetto quanto elegante Gastone Moschin, vestito di bianco, di tutto punto. Ancora alle prese con un codice etico, seppure falsato perché per forza basato sulla criminalità.
Ma guardiamo poi l’arrivo della competizione della droga, l’affermarsi della prostituzione, e il passaggio di consegna a Michael – uno strepitoso Al Pacino – che decide di portare avanti tutto e contro tutti: cominciando a crearsi un vuoto intorno, un silenzio che neanche l’amore dei suoi familiari può riempire. La morte del fratello Fredo, ritenuto inadatto ai ruoli di potere, e voluta dallo stesso Michael, l’abbandono della moglie, la morte della figlia (Sofia Coppola, nel terzo episodio), e continue lotte interne fratricide: sangue, intorno, sangue, su tutto e su tutti, sangue, ovunque.
E un mare di bugie, alla seconda moglie, e alla figlia. Un mare di bugie che inchioda anche lui. Pentito.
Sì, ma senza assoluzione, senza possibilità di riscatto.
Come diceva Nicole Kidman in “Eyes Wide Shut” di Kubrick, la realtà di un sogno, o di una notte, corrisponde alla verità di una vita: così, la realtà di una vita di sangue attira lenta la vendetta di sangue nel finale. Cane attira cane. E Iddio non concederà a Michael il riposo repentino.
No.
Dovrà assistere con i suoi occhi a tutta la sconfitta. Come un personaggio biblico, Dio gli concederà tutta la vita per osservare il dramma dei semi infausti e sterili che ha seminato. Seppure malato, morirà come il padre, anziano, in Sicilia. Di morte naturale, a fianco a tanti cadaveri uccisi e trucidati per “politica” familiare. Dopo aver assistito alla propria caduta.
Passaggio di consegne all’irruente nipote Andy Garcia/Vincent : saprà reggere l’evoluzione del confronto con i potentati economici, le pressioni politiche, le violenze dei concorrenti? La risposta spira al “No”, memori della fine del padre di lui, colpito a tradimento dopo una decisione irruenta, nel primo episodio.
Rivediamo assieme la mimica di Brando nel primo film: con quale coraggio giudicheremo un altro film dello stesso genere dopo aver assistito a questa enorme figura di patriarca familiare, seppure impegnato nella malavita organizzata, impegnato a metà tra tutela della “famiglia” e rispetto delle regole basilari : no commercio di droga, no prostituzione...
Schiacciato dalla concorrenza, affida nel secondo episodio l’impero al figlio Michael, spavaldo ma freddo calcolatore, vuoto e vendicativo, solo contro sé stesso, ombra dell’uomo che era (“Non sarò come mio padre”, diceva solerte nel primo episodio), e alla fine ombra di un’ombra (“A che serve l’assoluzione se non mi pento?” dice nel terzo episodio, come un bambino che invochi piangente la madre a medicargli la ferita).
Scavarsi un posto nella nuova vita americana degli anni 60/70, mentre il ricordo va immediato ai vecchi tempi “eroici” della Little Italy newyorchese dei primi del secolo, quando Don Vito giovane/De Niro (strepitoso) si gioca le sue carte con abilità, tranquillità e savoir faire. Dopo i problemi giudiziari, la volontà di rinascere, nel commercio pulito: e ritornammo a riveder le stelle? Nessuna stella. Nessuna speranza.
Ego te absolvo, un vescovo ingiunge il perdono ad un vecchio e diabetico Michael, in lacrime, durante la confessione.
Ego te absolvo, ma è troppo tardi.
L’ennesima bugia all’ex moglie, l’ennesima copertura delle attività illecite, l’ennesima bugia del medesimo tiro alla figlia, che soffre di un vivace complesso paterno nei confronti del padre, idolatrato e amato nella figura dell’irrequieto cugino Vincent.
Il finale: l’inferno temuto ma così attirato.
La disfatta della famiglia, il rifiuto deciso dal fato nei confronti di qualunque rinascita, sulle note della “Cavalleria Rusticana”. E così come accadeva invariabilmente nelle novelle di Verga, ogni cambiamento del proprio status sociale, di ciò che si è, viene punito.
“Ora tu sei il mio orrore”, dice l’ex moglie a Michael nell’ultimo episodio.
E la mente corre a quell’ ”orrore” di cui finì preda anche il colonnello Kurtz in “Apocalypse Now”. L’orrore è stato per Michael l’incontro con il sé nascosto, occultato.
Maschera eterna, tra bugie e verità nascoste ai “cari”, per proteggerli.
Scisso per il bene della famiglia.Freddo per il bene della moglie. Silenzioso per il bene della figlia. Morto dentro, per il suo stesso bene.
Seppellito vivo.
Eppure, a ben pensarci, così siamo soliti fare anche noi: “maschere” immerse in mille differenti contesti, ad ognuno una risposta diversa, a tutti una piccola innocua bugia. Per tutti un “Io” diverso, secondo le occasioni. Alzi la mano che non ha mai detto una piccola bugia a fin di “bene”, o almeno per ciò che reputava essere il “bene” in quel momento.
Malinconici come un triste tramonto, i familiari dei Corleone scivolano sul destino come in dramma di Shakespeare, come in quel rimando all’uccisione di Seneca nella “parte seconda”: il secondo, uomo morto libero in un mare di tiranni, il primo, il tragico, l’uomo che più di ogni altro seppe rendere adatti gli stessi temi eterni e divini della tragedia greca in termini adatti ai contemporanei. Così ha fatto (o tentato di fare) Coppola.
La successione del re, il rapporto padre-figlio, il passaggio di consegne e il progressivo venir meno dall’età mitologica dell’oro, tanto sognata e spesso inseguita invano: un giorno questi temi verranno studiati guardando questi tre film.




REGIA: FRANCIS FORD COPPOLA
GENERE: Dramma, Azione
CONSIGLIATO A CHI: c’è ancora qualcuno che si è perso questi film?!? Nulla è perduto; non è mai tardi per il buon Francis.

IL PADRINO
ANNO: 1972
VOTO: 10+ (Brando eterno. Scolpito nel fuoco della memoria. Cast spettacolare. Capolavoro del genio artistico. Si sprecano analisi psicanalitiche, sociologiche, sociali, storiche...)

IL PADRINO PARTE II
ANNO: 1974
VOTO: 8 (Un vivace De Niro supera Pacino, che nella sua calcolata freddezza rimane eccelso e un po’ ghiacciato. Spettacolare confronto tra ieri e oggi, scontro e differenze generazionali)

IL PADRINO PARTE III
ANNO: 1990
VOTO: 7- (il più fiacco ma anche il più sottovalutato; sfugge al mero esercizio di stile, ma si arena in lunghezze eccessive. Però un Pacino sfavillante finalmente solo senza l’ingombrante figura di Brando o De Niro: dà il meglio e salva il film, che altrimenti scivolerebbe di un punto verso la sufficienza. Il voto va tutto a lui. Da notare i fili intrecciati dell’ultima scena a Palermo, all’Opera: i nodi - intricatissimi - della vicenda vengono tutti al pettine)

CONSIGLIATO A CHI: c’è ancora qualcuno che si è perso questi film?!? Nulla è perduto; non è mai tardi per il buon Francis.
QUANTO IL DOPPIAGGIO ITALIANO E’ MIGLIORE RISPETTO ALL’ORIGINALE (MA AVETE SENTITO CHE STUPIDAGGINI DICONO IN UN SIMIL-ITALIANO STANTIO?!?!?): 10+

giovedì 8 novembre 2007

TRE CLASSICI UN MITO PT I: IL VAMPIRO

BY LEO

-NOSFERATU EINE SYMPHONIE DES GRAUENS- NOSFERATU IL VAMPIRO
-NOSFERATU: PHANTOM DER NACHT- NOSFERATU IL PRINCIPE DELLE TENEBRE
-BRAM STOKER' S DRACULA- DRACULA DI BRAM STOKER





NOTA INTRODUTTIVA: Devo dare per scontato che un minimo di accenni al personaggio letterario di Dracula li sappiate…altrimenti non mi basterebbero dei papiri interi…non posso farne un Bignamino, e comunque, come ama dire il collega Deneil, “c’è sempre Wikipedia a disposizione!”.

Atto Primo; Scena Prima: DEFINIZIONI
STRIGÓI (fem. STRIGOÁIE): Sostantivo maschile romeno che, derivo dalla stessa radice latina che in italiano darà “strega” (con tutti i composti e derivati possibili, cfr. veneto striga, it. strega, stregone/stregoneria/stregare” etc.), viene così definito sul DEX [“Dicţionarul explicativ al limbii române”, Academia Româna Institutul de Lingvistica “Iorgu Iordan”, Bucureşti, 1998, II ed., p. 1029]: “(nella superstizione popolare) Anima di un uomo (morto o vivo) che subirebbe una trasformazione nottetempo in un animale o in un apparizione sotto forma di fantasma, provocando disgrazie in coloro i quali incontra; per estensione, un uomo nato sotto un segno zodiacale infausto, il quale si verrebbe a trovare – in virtù di ciò – in legame col diavolo e che si occuperebbe di incantesimi e malefici. Epiteto dato ad un uomo cattivo, asociale, oppure ad un anziano con comportamenti viziosi e fuori moda.
E’ questa la parola che in situ designa il vampiro.

Atto Primo; Scena Seconda: ESEMPI
In un’opera del 1645, il metropolita della Moldavia, tale Varlaam, nell’opera intitolata “I sette sacramenti della Chiesa”, lascia alcuni appunti sulle credenze popolari riguardo i non-morti e le persone che credono che, essendo i non-morti seppelliti ma agenti in maniera negativa nei confronti delle persone vive, si debba provvedere dando loro un trattamento post-mortem (ossia, bruciarli su un rogo). Poco dopo, nel 1652, un codice valacco riporta l’estensione delle credenze locali, e ci dice che gli uomini levatisi dalla tomba, che tornano e uccidono i vivi, sono solo una bestemmia nei confronti della cristianità, vittima della superstizione popolare, e del buon senso venuto meno: solo Cristo il Redentore ha da ultimo vinto sulla Morte.
Altre storie di cadaveri dissotterrati, a volte trafitti con un paletto, tagliati, fatti a pezzi, si susseguono dal 1927 al 2002, riportate localmente dai giornali.
P.S. : Nulla del folklore romeno e balcanico lega la figura dello strigoi/vampiro a quella del personaggio reale Vlad III Ţepeş, voivoda di Valacchia, astuto politico quanto feroce e crudele combattente, nato tra 1429/1430 e il 1436 e morto nel 1476, [nota. pronun.: “tzepésh”], personaggio storico reale sul quale, post-mortem, si accanì la propaganda più becera da parte delle bieche macchinazioni/operazioni politiche dell’Ungheria e della parte germanica dell’Impero asburgico. Insomma, a posteriori venne ricucito il folklore sull’immagine del personaggio storico per screditarlo il più possibile agli occhi dell’opinione pubblica. Nonostante fossero veri gli impalamenti durante le campagne contro i Turchi (ma anche contro i locali delinquenti, parrebbe), di certo non s’alzava la notte per trasformarsi in pipistrello e succhiarne il sangue!
P.S.2 : Nella tanto civilizzata Inghilterra vennero praticati gli impalamenti per i malfattori, poco tempo dopo e per brevissimo periodo, mentre i Turchi solevano scorticare la pelle del viso del vinto (meglio se voivoda o generale); inoltre costruivano con le teste mozzate ai nemici piramidi alte nel cielo sul campo di battaglia.
Giusto per riabilitare un poco il povero Vlad, tanto ingiustamente accusato di ogni nefandezza possibile. Non giustificare, ma capire e situare nel giusto quadro del suo tempo.
...Ma, allora, chi è stato in tempi recenti ad incollare definitivamente lo strigoi/vampiro al nome di Vlad III?
Bram Stoker con il celeberrimo romanzo ottocentesco “Dracula”, del quale parleremo più avanti.
[Notizie tratte principalmente dall’ottima opera di storia del folklore ed evenemenziale di Matei Cazacu, Dracula, Mondatori, 2006]


Atto Secondo; Scena Prima: L’OMBRA DI MURNAU, IL REMAKE DI HERZOG E IL CAPOLAVORO DI COPPOLA
Una definizione iniziale e un paio di esempi non possono dare più di quanto esse non ci comunichino, per quanto vivide possano essere: sterilità da dizionario ufficiale, comunicazione non immaginifica.
Allora, come trattare in modo corretto e in poche parole il concetto di vampiro a cavallo tra letteratura e filmografia nel ‘900, avendo solo fatto notare che i pochissimi estratti precedenti non sono che una infima parte degli aspetti da trattare?
Semplice, iniziando dal fatto che il titolo del film di Murnau del ’22 è scorretto. Già, perché la parola Nosferatu non si trova in nessun dizionario etimologico romeno, ed è spiegabile solo per analogia attraverso la parola nefârtatu (all’incirca ”falso fratello”), indicante il demonio (ma esistono tante altre teorie per spiegarne l’origine, da parole greche corrotte a neologismi romeni). Presa da Bram Stoker, venne utilizzata in precedenza in un resoconto folklorico transilvano di una inglese, moglie di un comandante di cavalleria austroungarico, edito nel 1888.
Il film, tanto osannato dalla critica, è stato probabilmente la più geniale iniziazione al mondo dell’occulto e del paranormale della storia del cinema, nonché la più immaginifica del cinema tedesco degli anni ’20, insieme all’altro capolavoro espressionistico esoterico/misteriosofico di Lang, “Metropolis” (1927), nuova incarnazione del mito rabbinico del golem e della vita creata dall’uomo, traslata ed adattata all’epoca della tecnica industriale e della meccanica.
L’immagine dell’ombra del Conte Orlock sul muro (interpretato da un alienato ed alienante Max Schreck) è stata persino ripresa in una pagina del nuovo libro di Umberto Eco, “Storia della bruttezza”, destinata ormai a entrare di diritto nella storia delle consacrate icone del mondo moderno.
Problema numero due: i nomi e i luoghi, per non parlare di parte della trama, sono invariabilmente inesatti e/o completamente mutati, la qual cosa depone a sfavore di un completo avvicinamento al “Dracula” (1897) di Bram Stoker che l’avrebbe reso certamente più attraente, e tutto solo per meri problemi di pagamenti mancati dei diritti del libro.
Evito la storia del ripescaggio delle copie scampate alla condanna per il misfatto accennato, e passo ad altro (non siamo il Morandini!)... nel film purtroppo i cambiamenti apportati sono tali e tanti da creare una sorta di doppione del romanzo a cui si ispira: un esempio su tutti, il conte Orlock (alias Dracula) non abusa nel rendere vampiri gli altri personaggi (eccetto qualche sporadico intervento sul collo di qualche malcapitato) ma porta con sé una sorta di peste, di malattia che contagia la città.
Personalmente ritengo che, nonostante tutto, il film accusi il segno evidente del passaggio del tempo e che il gioco allora stupefacente del grande cinema muto sia ormai arrugginito, perdendo in immediatezza e scorrevolezza, essenziali per il rapporto film-fruitore. Dico questo ben sapendo che altri film hanno retto maggiormente l’impatto del tempo (cfr. “Metropolis, nonostante la lunghezza, e gli altri film dell’età del muto recensiti sul blog): avrebbe retto certamente di più se non fosse arrivato Francis Ford Coppola nel 1992 a ri-creare il nuovo paradigma interpretativo del “vampiro da film”, rendendo obsoleto e stantio il prototipo – pur affascinate – di Murnau, e a dirigere quello che può essere considerato un vero capolavoro di tutti i tempi, “Dracula di Bram Stoker” (nonostante il finale sia un poco stravolto rispetto al libro di Stoker, è uno dei pochi casi in cui la versione filmica supera di gran lunga l’originale letterario, insieme al semi-dimenticato “L’uomo che volle farsi re” del 1975, regia di J. Houston, con Michael Caine e Sean Connery, tratto da un racconto di Kipling. Non vi basta?!? Spero di farne quanto prima una recensione).
Perché ho saltato il remake di Herzog del ’78? Perché tutto il suo film è semplicemente un atto d’amore sviscerato da parte del regista, che si è cimentato in un’operazione di “trucco e messa in piega”, secondo il gusto e la moda nuova dei suoi tempi, dell’originale di Murnau.
Risolta la penosa questione dei diritti cinematografici , e ridati i nomi originali della novella di Stoker (quasi tutti!), il film (con uno strepitoso Klaus Kinski nel ruolo del conte) è una fotocopia dell’originale, se non il suo perfezionamento: Bruno Ganz (tra l’altro presente nel recente film di Coppola nel ruolo del medico Stanciulescu) è perfetto con il suo faccione da teutone nel ruolo di Harker, e Isabelle Adjani è semplicemente fantastica nella svampita e bella Lucy Harker (ma perché nei film di Dracula cambiano sempre i nomi dei protagonisti dell’originale di Stoker??? Il suo vero nome è Mina Harker!!!!)...cade un po’ nel ridicolo il faccione di Bruno Ganz vampirizzato e con i dentoni davanti, ma tant’è, il film procede comunque bene verso la meta.
E ritorniamo al nostro Coppola.
Essendomi dilungato abbastanza nella precedente recensione dedicata al suo ultimo “Youth without Youth – Un’altra giovinezza”, mi limito qui a dire che il film è semplicemente quanto di meglio fosse possibile trarre dal libro: finalmente abbiamo ciò che avrebbero dipinto nei loro racconti Stoker e, prima di lui, John William Polidori (il segretario di Lord Byron, figlio del segretario Gaetano Polidori di Vittorio Alfieri) nel racconto “The Vampire”, prode assassino delle sue amanti, apparso nel 1819 e scritto nel 1816, sulle rive del lago di Ginevra, assieme a Lord Byron, P. B. Shelley e Mary Shelley (la quale nello stesso tempo scrisse “Frankestein”).
Giorni memorabili.
Ecco quello che volevano rendere: un aristocratico, un vero aristocratico, già decadente à la D’Annunzio, o meglio sul genere di Huysmans (“A ritroso”), che sensualmente, carnalmente seduce, porta a sé, le donne che mortalmente finiscono tra le sue braccia. Perché perdendo l’amore “vero”, resta solo lo sbandamento animale del sesso conturbante, per perdersi ancora. Il sesso è una chiave di volta del vampiro: strumento di potere per il Conte, sottomissione, nonché appagamento, per le sue compagne. Ma tutto come un eroe romantico, un Satana miltoniano che ha perso ogni speranza, un Achab dietro la balena bianca che sa che non vale la pena di lottare, ma che è tanto più grande perché lotta lo stesso, con la disillusione amara dell’essere uomo, in una terra desolata in cui esiste solo il vento che soffia, la sua fame che cancella lenta i ricordi e gli amori, un Prometeo che incatenato ai ceppi della sua condizione cede all’amore puro, ancora una volta (nel film di Coppola), nel volto della rediviva sua principessa Elisabeta, riapparsa sotto le sembianze della giovane Mina compagna di un Jonathan Harker un po’ imbelle ma ben recitato (un Keanu Reeves che raramente eguaglierà questa giovane interpretazione).
Gary Oldman, il nemico di Jean Reno nell’ottimo “Léon” di Besson, qui non interpreta Dracula.
E’ Dracula.
Sembra che quel ruolo non avesse apettato altri che lui, e che mai più potrà essere toccato da comuni mortali in cerca di glorie filmiche. Quel posto spetta solo a lui. Semplicemente spettacolare.
E che dire agli altri artisti? Anthony Hopkins pazzo e ottuso Van Helsing (ottuso perché lui HA la Verità, perché lui è dalla parte della Ragione, con le maiuscole, nuovo mostro intransigente e fondamentalista paladino della scienza contro il folklore: ovvio, non può avere i dubbi dell’umanissimo Dracula), una bellissima quanto inutile Monica Bellucci nel ruolo di una nuda moglie vampirizzata di Dracula (ma perfetta perché bella come le scenografie iper-sontuose del film), una strepitosa Winona Ryder nei panni della smunta Mina Harker (finalmente col nome corretto!), uno strabiliante Tom Waits nel ruolo di Reinfield, il precedente agente immobiliare tornato folle dall’ultimo viaggio nelle lande romene.
Si perdona persino a Coppola l’errore più vistoso: i protagonisti parlano romeno anche se nell’originale di Stoker il Conte è uno Szekély, un nobile magiaro-ungherese...Ma Vlad III era romeno, per l’appunto della Valacchia! Comunque l’ordine del Dragone fu effettivamente concesso ad un antenato storico di Vlad III dall’imperatore di Germania, e quindi un 1-1 in fatto di bilancia tra verità ed errori storici pareggia i conti, e siamo tutti più contenti!
Dopo anni e anni di film e di errori accumulati, la matassa dell’identità del Conte era contorta, confusa ed ingarbugliata da morire e quindi ode a Coppola che ha saputo districarla e renderla al massimo delle sue potenzialità (e oltre!).


Atto Terzo; Scena Unica ed Exeunt: DRACULA STORIA D’AMORE E DI MORTE?
Il mostro è più umano dell’uomo (scontato in un film horror?! Forse, ma mai realizzato così bene) e le diaboliche trasformazioni animalesche di Gary Oldman/Dracula sono quanto di più umano possiate vedere nel mondo dell’horror tout court: informe pipistrello-uomo ritto sul letto, grida che lui solo ha conosciuto Dio, lui che ne è stato ripagato con la morte della compagna, lui che ha diretto eserciti contro gli infedeli, lui che è destinato ad una triste eternità di Nulla. Poiché Vlad, nel film, fu creduto morto dalla sua amata Elisabeta a causa di un dispaccio proveniente dai turchi che lo indicava come morto sul campo di battaglia (mentre il buon Vlad non vedeva, vivo e vegeto, l’ora di tornarsene a casa dalla bella Elisabeta), e lei si suicidò. Non poteva vivere senza di lui. Vlad impazzì dal dolore, e abiurò Iddio e la fede che aveva fino ad allora difeso dagli attacchi degli infedeli: guardate mille volte la scena in cui trafigge la croce con la spada e la statuettina piange sangue, mentre un imbecille pope-Hopkins simbolo di una religione lontana dal dolore umano e dalla comprensione le dice che tanto lei è condannata agli inferi perché suicidatasi).
Un uomo solo.
Morto dentro come la sua amata.
Prinţul meu e mort, il mio principe è morto. E noi non facciamo altro che aspettare il finale che, come recitava una delle locandine d’allora del film, ci ripete solo questo: LOVE NEVER DIES.
E ci commuoviamo come bambini di fronte al miracolo di chi ha ceduto, e ha saputo cedere, all’amore puro. Quello che può riscattare ancora la Vita, che può fare credere ancora.
Quello forse non “vero” da pubblicità del Mulino Bianco e “purissimo” come un litro d’acqua in bottiglia, ma semplicemente quello più umano e reale possibile.

NOSFERATU, IL VAMPIRO
REGIA: Friedrich Wilhelm Murnau
ANNO: 1921-uscito nel 1922
VOTO: 6 [purtroppo non posso dare di più, ma è solo un’opinione personale: il conte Orlock deve cedere il posto al Dracula di Oldman]

NOSFERATU, IL PRINCIPE DELLE TENEBRE
REGIA: Werner Herzog
ANNO: 1979
VOTO: 7+

DRACULA DI BRAM STOKER
REGIA: Francis Ford Coppola
ANNO: 1992
VOTO: 10+

GENERE: Horror, sentimentale, mistica
CONSIGLIATO A CHI: vorrebbe scandagliare le origini e le evoluzioni del mito del vampiro nella filmografia che attraversa il ‘900, e a chi –ovvio- ama il cinema di Coppola
QUANTO E’ UN TOPO GIGIO DEFORME BRUNO “FAMMI CRESCERE I DENTI DAVANTI” GANZ VAMPIRIZZATO NEL DRACULA DI HERZOG (E ANCHE UN PO’ TRUCCATO MALACCIO): 10

mercoledì 31 ottobre 2007

YOUTH WITHOUT YOUTH- UN' ALTRA GIOVINEZZA

BY LEO




Nel silenzio della sala, sulle poltrone rosso velluto di un cinema del centro di Torino, ho notato come il tempo passa, per noi spettatori come per i registi. Francis Ford Coppola non ha perso la mano d’un tempo, ma in sostanza un poco di dimestichezza con la macchina da presa l’ha scordata. Quello che sarebbe potuto uscire dal suo talento poteva essere un capolavoro – ma l’ha sfiorato. E avvicinandosi, la pellicola s’è arrugginita. Se avesse girato questo film dopo la bulimia visionaria della sua enorme trasposizione del “Bram Stoker’s Dracula” (1992), ciò a cui avremmo assistito sarebbe stato probabilmente il capodopera della sua ricerca stilistica.
PREMESSA DOVEROSA 1: il film, comunque è stilisticamente ineccepibile,e ovviamente, mi è piaciuto molto. Questa recensione è un atto d’amore nei confronti del cinema e della letteratura fantastica old style, e di chi, nonostante tutti gli errori e le leggerezze, è senza dubbio tra i migliori maestri odierni del genere, in entrambi i campi: amo il cinema di Coppola e amo il lavoro di Eliade da cui è stato tratto il film.
PREMESSA DOVEROSA 2: questo film non è destinato agli estimatori di pellicole hollywoodiane con stra-mega effetti speciali genere “Matrix”, melensaggini tipo l’incursione di Muccino a Hollywood (con Will Smith), o trasposizioni strampalate da P. K. Dick (sempre Smith in “Io Robot”...comincio a nutrire seri dubbi su Will Smith...sarà all’altezza in “I am legend”...!?!?). Se volete qualcosa di semplice, ci sono i Vanzina con i loro film, e beh, ne è appena uscito uno (hip-hip urrà per la spazzatura! Mi rifiuto anche di citare il titolo...).
Per comprendere al meglio il film ed essere il più chiaro possibile a riguardo, occorre dividere in due parti coerenti la recensione: la prima sul film di Coppola, la seconda sul romanzo dal quale è tratto. Mi scuso in anticipo per l’eccessiva lunghezza, ma vi assicuro che sono indipendenti e potete leggerne o l’una o l’altra, senza tediarvi troppo!
Nel film assistiamo al ringiovanimento inaspettato del settantenne Dominic Matei, studioso romeno di orientalistica e appassionato di filosofia della religione, colpito da un fulmine durante il tragitto che l’avrebbe portato alla sua casa e al veleno contenuto in una busta blu che conservava da tempo. Constatato il fallimento di tutto ciò in cui aveva creduto nei campi del lavoro e dell’amore, il protagonista decide di togliersi la vita. Nel lavoro, il suo titanico sforzo di scrivere l’opera prima e il coronamento di tutti i suoi studi - nel campo dello studio delle origini del linguaggio umano, attraverso l’evoluzione storica degli idiomi nelle culture umane a partire dalla preistoria - e nella vita privata il fallimento del suo amore giovanile, l’unico grande amore della sua vita, con la bella Laura – che lo lasciò a causa della preminenza da lui accordata al suo lavoro. Sentendosi trascurata, decise di separarsi da lui. Ma l’opera alla quale si accingeva a dedicare con pazienza e determinazione la vita, non avrebbe mai visto compimento, essendo in realtà insostenibile per un unico uomo, a causa dell’enormità della mole di lavoro e di conoscenze scientifiche richieste.
Invece – e un invece è d’obbligo quando si entra nel regno del fantastico e le regole della realtà vengono sovvertite a favore di un’altra spiegazione delle leggi del reale – un fulmine lo colpisce e gli dà una seconda possibilità. Di nuovo giovane, può terminare il lavoro che si era proposto di finire. E come sempre quando si è già deciso tutto, capita una donna a sovvertire i piani, una ragazza che assomiglia incredibilmente a colei che amò in gioventù, e questa volta cede definitivamente prima all’amore, poi accondiscendendo alla vita, (ri)tornando alla normalità/vecchiaia e al fallimento totale. Accettando il suo destino, rinunciando all’alterità anomala della sua condizione, si compie il suo fato.
Aggiungiamo al film l’acquisizioni di poteri sciamanici, riferimenti mai fuori luogo all’androginia, all’occultismo, alla stregoneria, al tema del doppio (perché il buon Matei colpito dal fulmine sviluppa un doppio inquietante che dialoga con lui – e qui Tim Roth che lo interpreta è sensazionale nel secondo monologo, giocato sull’ambiguità dell’Altro e dell’Io, con i due Matei sull’orlo della follia e fradici di sudore che dialogano riflessi in uno specchio), della metafisica, del nazismo (siamo negli anni ‘30-’40) e della Romania prima nazifascita poi, dopo la II Guerra Mondiale, comunista.
Non voglio rivelare oltremodo la trama intricata di questo racconto, giacché anche se può sembrare un polpettone raffazzonato, patchwork di qualunque genere, ogni tassello aggiunto al mosaico collima perfettamente con quello adiacente, e ogni tessera rivelata si aggancia all’azione successiva trattata da Coppola, rivelando tutto in corsa verso l’explicit finale. Vorrei solo soffermarmi su un paio di spunti molto interessanti. Perché sì, questo film m’è piaciuto molto e sì, è di gran lunga superiore alle uscite dei film americani degli ultimi cinque anni – almeno. Ma Coppola ha peccato di hybris, e come Icaro un poco s’è bruciato le penne delle ali avvicinandosi troppo al Sole.
I temi religiosi e filosofici non si contano, e le interpretazioni al riguardo si sprecano – Matei novello sciamano colpito dal dio dei cieli da un fulmine, il tema del doppio trattato con singolare efficacia nelle diatribe metafisiche tra Matei e il suo specchio/alter-ego, il sogno come realtà a se stante, il puer-aeternus della tradizione alchemica e chi più ne ha più ne metta! Purtroppo, e lo sottolineo, solo Coppola – da sempre interessato a tematiche religiose, sempre ignorate da TUTTI i suoi commentatori più blasonati – avrebbe potuto fare un film migliore di quello che ho visto: il suo Dracula è tratto fedelmente dal libro di Stoker, massone “occultista” dell’800, e nell’adattamento del romanzo di Conrad “Cuore di tenebra”, cioè il celeberrimo “Apocalypse Now” (1979), vediamo Marlon Brando-Kurtz custodire una copia dell’edizione ridotta de “Il Ramo d’Oro”, capolavoro sulla storia delle religioni di Sir Frazer. Sia in quest’ultima pellicola, sia ne “Il Padrino” (pt I, 1972; pt. II, 1974) assistiamo al succedersi della dinastia padre-figlio, re-principe, analizzata da Frazer per l’appunto in quel libro, e così accade anche in “Rusty il Selvaggio” (1983), splendido nell’eleganza del suo bianco e nero, ma spesso oscurato e caduto nel dimenticatoio.
Solo in un caso, il risultato così gradevole nella resa grafica, nelle ambientazioni curate e nella musica, nei particolari volutamente “finto low-budget”, senza effetti speciali “moderni”, risente di alcune connessioni logiche non spiegate nel film: il legame tra origini del linguaggio e religione, particolare di non poco conto nell’economia del film ma che non risulta mai delineato e spiegato con efficacia. Non dico che avrebbe dovuto farne un documentario storico o filosofico, ma un semplice dialogo rivelatore avrebbe chiarito di più. Questo però è veramente un cercare un difetto ad ogni costo inutile: il film è poesia, e poetica la frase finale (capirete il senso fantastico solo guardandolo, io non ve lo dico!) “e la terza rosa, dove vuoi che la metta?”. Ecco, quella rosa rossa sulla neve bianca – come uno stendardo regale – ci dice che il Re è tornato: bentornato Coppola.
PARTE SECONDA. Il film è tratto da un romanzo [edito ora in Italia da Rizzoli] dello storico delle religioni d’origine romena Mircea Eliade (Bucarest 1907 - Chicago 1986), del quale quest’anno incorre il centesimo anniversario della nascita. Per dire giusto due parole su di lui, sappiate che si tratta del più importante storico delle religioni d’indirizzo fenomenologico del secolo appena passato. Non ci dilunghiamo inutilmente sulle parti del romanzo non affrontate da Coppola (che danno un taglio molto più “misteriosofico” alla trama,e avrebbero certo complicato l’andamento del film). Vale solo riportare l’attenzione sui fatti seguenti. Che Dominic Matei rappresenti le sconfitte avvertite dall’Eliade vecchio è lampante: in modo trasfigurato la morte della giovane moglie dello studioso è speculare all’abbandono della compagna del protagonista del film, e il fallimento dello sforzo di comunicare qualcosa di più ed essere compreso dagli uomini – dopo tutta una vita di studi – sta nella fine ingloriosa della prima vita di Matei, ormai settantenne e dimenticato. Ma più di tutto quello che mi pare utile segnalare è il dramma umano della vita dello studioso, costretto dai rivolgimenti politici della II Guerra Mondiale e dal successivo instaurarsi nella sua Romania del governo comunista a non potervi più tornare. Matei torna dopo aver tanto girovagato – ed essere stato tentato dal potere per un uso politico del suo sapere, ormai enorme – tornerà in Romania vecchio e destinato alla morte, solo, nel pomeriggio colmo di neve di Piatră Neamţ (nella traduzione italiana tutti i nomi romeni sono sbagliati e/o pronunciati male!!!). Così sarebbe potuto tornare Eliade in Romania, solo dopo la morte, dopo la caduta del muro.
La migliore conclusione su questo resoconto della vita umana, e sulla vana ricerca del senso e del significato ad esso da attribuire, la ritroviamo in queste splendide parole di Eliade, tratte dal suo diario privato: Ma si sarà capito che la “vera” religione inizia solo dopo che Dio si è ritirato dal mondo? Che la sua “trascendenza” si confonde e coincide col suo eclissarsi? Lo slancio dell’uomo dell’ uomo religioso verso il ”trascendente” mi fa pensare a volte al gesto disperato dell’orfano rimasto solo al mondo. Siamo tutti Dominic Matei, persi nella neve.
REGIA: Francis Ford Coppola
ANNO: 2007
GENERE: Dramma, religione, filosofia
VOTO: 8
CONSIGLIATO A CHI: vuole affrontare qualcosa in più come contenuti e molto di meno come effettoni speciali; a chi se la sente di dare tutto per capire un film e viverlo da dentro
QUANTO è GENIALE TIM ROTH CHE RINGIOVANITO CONTINUA A CAMMINARE E GESTICOLARE COME UN SETTANTENNE INEBETITO: 9,5