- THE GODFATHER- IL PADRINO
- THE GODFATHER PART II- IL PADRINO PARTE II
- THE GODFATHER PART III- IL PADRINO PARTE III



Non spiegherò la trama del film, non darò indicazioni sui personaggi o chicche sulle produzioni, pettegolezzi sugli attori, fiches tecniche. Mi sento in dovere di accostare questi tre film con la riverenza dovuta, con i mezzi più adatti: la mitologia e il dramma. Ogni scienza si adatta all’oggetto che studia e forgia i propri strumenti d’indagine. Purtroppo, questa volta i miei non contemplano i discorsi tecnici sulla qualità speciale della pellicola o della tecnica.
Teatro tragico, teatro greco.
Ed ecco, come spettatori assisi sulle scalinate in pietra, con il nostro bel cuscino che ci ammorbidisce le asperità naturali e ci “umanizza” il contato con la pietra fredda, ecco che laggiù, proprio accanto al boccascena, le “maschere” nebbiose vengono avvistate.
Entrano, silenziose. Entrano e ci parlano. Ma non con movimenti di labbra che non possiamo vedere. Non con movimenti codificati dal genere drammatico.
Non ci parlano affatto: siamo noi a sentirle. Ad avvertirle. Dentro, come martelli a volte, o più spesso come soffici fazzoletti di seta sulla pelle. Qualche volta con la violenza del tuono, con il bruciare del fuoco, con il calore del legno che scricchiola e geme prima di rompersi nel camino. Personaggi non reali, personaggi su un palcoscenico.
Ma oggigiorno, in un mare di pubblicità e appunti veloci, dimentichiamo spesso questo: “maschera” in etrusco significava “persona”.
E come già intuì ferocemente Pirandello, non siamo forse tutti “maschere”, in un gioco eterno –un ballo di gala – di significanti e significati, intrappolati nella nostra condizione umana, dalla quale nessuna scommessa pascaliana ci può salvare?
E quale storia meglio di una saga familiare che attraversa il 900 può decidere il giudizio su questo secolo che ci siamo lasciati alle spalle?
Quale storia meglio de “Il Padrino” può essere accostata al viaggio dantesco della “Commedia”?
Una differenza è bene trarla subito dal sentiero, per evitare impacci: il viaggio viene compiuto al contrario, in un rovesciamento significativo di intenti.
Non c’è salvezza, né salvazione. S
i passa dal Paradiso idealizzato degli esordi (sicuri poi che lo fosse?), attraverso il purgatorio della flebile, iniziale, caduta alla disillusione infernale, totale, persino al disfacimento dell’ideale di pentimento.
Un errore lo si paga per sempre. Ma chi non sbaglia?
Sempre in quella Sicilia greca in cui vivono ancora i miti e le tragedie del teatro greco, in cui ancora lo spruzzo delle onde ricorda la schiuma che generò Afrodite. E che così vuole essere ricordata a forza viva dai registi italoamericani, a rischio della misera caduta in una serie di clichés pseudo-folkloristici inevitabili (e in quanti ci sono cascati).
“Il potere logora chi non ce l’ha”: è il sicario nel “Padrino pt.III”, a sigillare con queste parole la morte del politico italiano corrotto, Lucchetti.
La sicurezza non sta nei patti, né nelle parole.
Un mondo in cui fidarsi porta alla disillusione, un mondo in cui la faida longobarda non appare più come risposta necessaria: ciò che conta è la violenza totale, la mancanza di rispetto definitiva. Il tutti contro tutti, unica legge valida, unico limite concesso.
Senza decalogo da rispettare, la malavita comincia a erodere affamata sé stessa, a mangiarsi, serpente arrotolato su sé stesso, che trae giovamento dal proprio mangiarsi. Cane mangia cane.
Ma la catena si tira e lentamente si sfilaccia. Fino alla procrastinata rottura.
E allora guardiamo fino alla nausea il volto di Marlon Brando nel primo episodio, stampiamoci a memoria la faccia di lui – Don Vito Andolini, futuro don Corleone– interpretato da Robert De Niro, semisconosciuto, granitico e giovanissimo, mentre si appresta ad uccidere il prepotente don calabrese di Little Italy, don Fanucci, interpretato da un perfetto quanto elegante Gastone Moschin, vestito di bianco, di tutto punto. Ancora alle prese con un codice etico, seppure falsato perché per forza basato sulla criminalità.
Ma guardiamo poi l’arrivo della competizione della droga, l’affermarsi della prostituzione, e il passaggio di consegna a Michael – uno strepitoso Al Pacino – che decide di portare avanti tutto e contro tutti: cominciando a crearsi un vuoto intorno, un silenzio che neanche l’amore dei suoi familiari può riempire. La morte del fratello Fredo, ritenuto inadatto ai ruoli di potere, e voluta dallo stesso Michael, l’abbandono della moglie, la morte della figlia (Sofia Coppola, nel terzo episodio), e continue lotte interne fratricide: sangue, intorno, sangue, su tutto e su tutti, sangue, ovunque.
E un mare di bugie, alla seconda moglie, e alla figlia. Un mare di bugie che inchioda anche lui. Pentito.
Sì, ma senza assoluzione, senza possibilità di riscatto.
Come diceva Nicole Kidman in “Eyes Wide Shut” di Kubrick, la realtà di un sogno, o di una notte, corrisponde alla verità di una vita: così, la realtà di una vita di sangue attira lenta la vendetta di sangue nel finale. Cane attira cane. E Iddio non concederà a Michael il riposo repentino.
No.
Dovrà assistere con i suoi occhi a tutta la sconfitta. Come un personaggio biblico, Dio gli concederà tutta la vita per osservare il dramma dei semi infausti e sterili che ha seminato. Seppure malato, morirà come il padre, anziano, in Sicilia. Di morte naturale, a fianco a tanti cadaveri uccisi e trucidati per “politica” familiare. Dopo aver assistito alla propria caduta.
Passaggio di consegne all’irruente nipote Andy Garcia/Vincent : saprà reggere l’evoluzione del confronto con i potentati economici, le pressioni politiche, le violenze dei concorrenti? La risposta spira al “No”, memori della fine del padre di lui, colpito a tradimento dopo una decisione irruenta, nel primo episodio.
Rivediamo assieme la mimica di Brando nel primo film: con quale coraggio giudicheremo un altro film dello stesso genere dopo aver assistito a questa enorme figura di patriarca familiare, seppure impegnato nella malavita organizzata, impegnato a metà tra tutela della “famiglia” e rispetto delle regole basilari : no commercio di droga, no prostituzione...
Schiacciato dalla concorrenza, affida nel secondo episodio l’impero al figlio Michael, spavaldo ma freddo calcolatore, vuoto e vendicativo, solo contro sé stesso, ombra dell’uomo che era (“Non sarò come mio padre”, diceva solerte nel primo episodio), e alla fine ombra di un’ombra (“A che serve l’assoluzione se non mi pento?” dice nel terzo episodio, come un bambino che invochi piangente la madre a medicargli la ferita).
Scavarsi un posto nella nuova vita americana degli anni 60/70, mentre il ricordo va immediato ai vecchi tempi “eroici” della Little Italy newyorchese dei primi del secolo, quando Don Vito giovane/De Niro (strepitoso) si gioca le sue carte con abilità, tranquillità e savoir faire. Dopo i problemi giudiziari, la volontà di rinascere, nel commercio pulito: e ritornammo a riveder le stelle? Nessuna stella. Nessuna speranza.
Ego te absolvo, un vescovo ingiunge il perdono ad un vecchio e diabetico Michael, in lacrime, durante la confessione.
Ego te absolvo, ma è troppo tardi.
L’ennesima bugia all’ex moglie, l’ennesima copertura delle attività illecite, l’ennesima bugia del medesimo tiro alla figlia, che soffre di un vivace complesso paterno nei confronti del padre, idolatrato e amato nella figura dell’irrequieto cugino Vincent.
Il finale: l’inferno temuto ma così attirato.
La disfatta della famiglia, il rifiuto deciso dal fato nei confronti di qualunque rinascita, sulle note della “Cavalleria Rusticana”. E così come accadeva invariabilmente nelle novelle di Verga, ogni cambiamento del proprio status sociale, di ciò che si è, viene punito.
“Ora tu sei il mio orrore”, dice l’ex moglie a Michael nell’ultimo episodio.
E la mente corre a quell’ ”orrore” di cui finì preda anche il colonnello Kurtz in “Apocalypse Now”. L’orrore è stato per Michael l’incontro con il sé nascosto, occultato.
Maschera eterna, tra bugie e verità nascoste ai “cari”, per proteggerli.
Scisso per il bene della famiglia.Freddo per il bene della moglie. Silenzioso per il bene della figlia. Morto dentro, per il suo stesso bene.
Seppellito vivo.
Eppure, a ben pensarci, così siamo soliti fare anche noi: “maschere” immerse in mille differenti contesti, ad ognuno una risposta diversa, a tutti una piccola innocua bugia. Per tutti un “Io” diverso, secondo le occasioni. Alzi la mano che non ha mai detto una piccola bugia a fin di “bene”, o almeno per ciò che reputava essere il “bene” in quel momento.
Malinconici come un triste tramonto, i familiari dei Corleone scivolano sul destino come in dramma di Shakespeare, come in quel rimando all’uccisione di Seneca nella “parte seconda”: il secondo, uomo morto libero in un mare di tiranni, il primo, il tragico, l’uomo che più di ogni altro seppe rendere adatti gli stessi temi eterni e divini della tragedia greca in termini adatti ai contemporanei. Così ha fatto (o tentato di fare) Coppola.
La successione del re, il rapporto padre-figlio, il passaggio di consegne e il progressivo venir meno dall’età mitologica dell’oro, tanto sognata e spesso inseguita invano: un giorno questi temi verranno studiati guardando questi tre film.
REGIA: FRANCIS FORD COPPOLA
GENERE: Dramma, Azione
CONSIGLIATO A CHI: c’è ancora qualcuno che si è perso questi film?!? Nulla è perduto; non è mai tardi per il buon Francis.
IL PADRINO
ANNO: 1972
VOTO: 10+ (Brando eterno. Scolpito nel fuoco della memoria. Cast spettacolare. Capolavoro del genio artistico. Si sprecano analisi psicanalitiche, sociologiche, sociali, storiche...)
IL PADRINO PARTE II
ANNO: 1974
VOTO: 8 (Un vivace De Niro supera Pacino, che nella sua calcolata freddezza rimane eccelso e un po’ ghiacciato. Spettacolare confronto tra ieri e oggi, scontro e differenze generazionali)
IL PADRINO PARTE III
ANNO: 1990
VOTO: 7- (il più fiacco ma anche il più sottovalutato; sfugge al mero esercizio di stile, ma si arena in lunghezze eccessive. Però un Pacino sfavillante finalmente solo senza l’ingombrante figura di Brando o De Niro: dà il meglio e salva il film, che altrimenti scivolerebbe di un punto verso la sufficienza. Il voto va tutto a lui. Da notare i fili intrecciati dell’ultima scena a Palermo, all’Opera: i nodi - intricatissimi - della vicenda vengono tutti al pettine)
CONSIGLIATO A CHI: c’è ancora qualcuno che si è perso questi film?!? Nulla è perduto; non è mai tardi per il buon Francis.
QUANTO IL DOPPIAGGIO ITALIANO E’ MIGLIORE RISPETTO ALL’ORIGINALE (MA AVETE SENTITO CHE STUPIDAGGINI DICONO IN UN SIMIL-ITALIANO STANTIO?!?!?): 10+



