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mercoledì 9 gennaio 2008

ORIGINAL AND REMAKE_ IL PIANETA DELLE SCIMMIE

PLANET OF THE APES- IL PIANETA DELLE SCIMMIE- REMAKE (2001)
E finalmente si torna alle recensioni!
Dopo una grande pausa natalizia a cui si sono aggiunti alcuni giorni per l' elaborazione di classifiche varie ritorno alla mia grande passione riprendendo il discorso la dove si era interrotto ma portandolo più avanti nel tempo.
Il titolo riporta la recensione all' "Original and remake" semplicemente perche all' inizio avevo pensato ad un unico post per entrambi i film ma poi mi è sembrato conveniente dividere le due parti per la mole di pensieri che ognuna di esse conteneva.
Fine dei preamboli e delle seriosità.
Se volete leggere del film originale cliccate pure qui mentre per la recensione del libro scendete fino a qui!
Buona lettura!



Tim Burton è intoccabile.
Mi è capitato ultimamente di girare su molti forum, blog e siti di cinema e sono giunto alla conclusione che ci sono personaggi intoccabili per il pubblico.
Tim Burton, Nicole Kidman e Johnny Depp sono tra questi.
Francis Ford Coppola, Martin Scorsese o Jack Nicholson non lo sono.
Gli ultimi tre sono degli Dei per la critica ufficiale (o quasi), ma al pubblico poco importa.
E di questo sono felice.
Mi fa piacere vedere un film di Coppola criticato al di là del suo nome, al di là della sua carriera, al di là di tutto quanto può comportare un nome del genere.
Peccato che poi lo stesso non si faccia con Tim Burton.
“Tutti i film di Tim Burton sono capolavori!”
“Tim Burton è un genio!”
“Tim Burton non ha mai sbagliato una pellicola!”
“Tim Burton è Dio!”
E via dicendo.
Credetemi non sto delirando, ma ho letto tante di queste frasi girovagando in rete che ne ho davvero la nausea.
Ne ho lette talmente tante che un po’ ho cominciato ad odiarlo.
“Eresia!” afferma qualcuno.
Eppure credetemi che non c’ è davvero nulla di eretico nell’ affermare che “Il pianeta delle scimmie” è una schifezza bella e buona.
Avevo già visto molti spezzoni alla tv del film in questione e già allora, da buon amante di Burton (lo confesso), mi ero chiesto che diavolo fosse quella roba.
Scimmie giovani con giubbotti di pelle che si spaventano al passaggio di un uomo, scimmioni che si profumano con petali di non so che, bimbe scimmie che danno la buonanotte al loro umano domestico chiuso in gabbia.
Non avevo ancora letto il libro di Boulle.
Non avevo ancora visto la pellicola originale di Schaffner.
Non mi ero ancora innamorato de “Il pianeta delle scimmie”.
Ora lo posso ridire ad alta voce senza vergognarmene: “Il pianeta delle scimmie” diretto da Tim Burton nel 2001 è una schifezza bella e buona, senza nessuna scusante.
Durante la visione ho avuto più volte la tentazione di spegnere tutto e usare il dvd come disco per il flessibile, ma ho resistito nonostante tutto.
Nonostante la visione favolistica Burtoniana del mondo delle scimmie che si aggira tra il patetico, il ridicolo ed il pietoso ho resistito.
Nonostante le scene d’ azione siano qualcosa di allucinantemente brutto e noioso sono rimasto davanti allo schermo.
Nonostante Mark Wahlberg ad un certo punto affermi “A volte anche pochi possono fare la differenza!” non sono scoppiato a ridere.
“Planet Of The Apes” diretto da Tim Burton diventa qualcosa di veramente sconclusionato: tra personaggi completamente inventati e una storia sostanzialmente differente sia da quella del libro sia da quella del film originale del ’68 Tim Burton ci propone (nonostante molte critiche non siano d’ accordo con questo) l’ ennesimo mondo Burtoniano.
Personaggi marchiati e rifiutati dalla loro società che non sanno bene da che parte stare ma che alla fine hanno un cuore d’ oro (Ria, la scimmia che aiuta Leo a salvarsi), viscidi vermi che fanno di tutto per farsi odiare ma che fanno anche un po’ ridere (Limbo, il mercante di umani) e due concezioni molto diverse di vita (quella delle scimmie e quella degli umani).
Tra villaggi molto scuri, paesaggi molto scuri, costumi molto scuri, e cieli molto scuri Tim Burton fa muovere i suoi personaggi come se fossero in una delle sue belle favole gotiche perdendo così il messaggio di Boulle riguardo il progresso e le caste della società qui appena accennate e quello del film originale riguardo il bisogno di saggi.
Tim Burton perde tutto.
Nel suo voler far apparire “Il pianeta delle scimmie” come qualcosa di totalmente nuovo (lui non parla di remake infatti, ma di reimmaginazione di questo mondo) crea un ibrido che non convince davvero nessuno.
Ne l’ appassionato del libro di Boulle, ne l’ amante del film originale e neppure il bisognoso di un buon film di fantascienza.
Il film di Burton perde in epicità, in metafora, in musiche (seppur buone le musiche di Elfman non sono paragonabili a quelle meravigliose di Jerry Goldsmith nell’ originale) e ovviamente in recitazione: Mark Wahlberg è pari a un sacco di patate a confronto con Charlton Heston (ma anche non a confronto) che nei suoi 2 minuti di riapparizione nei panni dello scimmione Zaius fa tremare tutti ripetendo la mitica frase “Maledetti, maledetti! Siano tutti maledetti!” (ingiustissimo il Razzie award per peggior attore non protagonista in questo caso!)
Per il resto non c’ è davvero nulla da dire.
Tim Burton incontra la sua Helena Bonham Carter sul set e di li a breve se la scarrozzerà in ogni film e forse questo è uno dei maggiori pregi di una pellicola inutile e persino dannosa per chi non ha visto l’ originale che non sarà certo invogliato dopo questa schifezzina.
Insomma Tim Burton è intoccabile?
Direi di no.
REGIA: Tim Burton
ANNO: 2001
GENERE: Fantascienza
VOTO: 3,5
QUANTO TIM ROTH NEI PANNI DELL’ ODIOSO GENERALE THADE È L’ UNICO A SALVARSI IN MEZZO A QUESTO PANTANO: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere l’ ennesimo prodotto fantascientifico scadente di questo nuovo millennio. Ci immaginavano tutti su auto volanti e razzi supersonici e non siamo neanche in grado di fare un buon film di fantascienza. Che vergogna!

venerdì 21 dicembre 2007

UN LIBRO UN FILM_ PLANET OF THE APES- IL PIANETA DELLE SCIMMIE

Sono abbastanza arrogante da credere davvero di poter scrivere qualcosa di interessante su questa straordinaria pellicola?
Si lo sono.

La recensione che segue è la seconda sul ciclo de "Il pianeta delle scimmie", la prima riguarda il libro omonimo di Boulle da cui è nato tutto, la trovate più in basso, o semplicemente cliccando qui.
Ne seguiranno altre ovviamente, sono già pronte, ma prima mi prenderò una piccola pausa dal pianeta e pubblicherò qualcos' altro.
Questa la dovevo a Weltall e Chimi.



Riprendiamo dalla fine della scorsa recensione sul libro di Pierre Boulle da cui è stata tratta questa pellicola.
Sconvolto dopo 173 pagine mi ero detto.
Bene.
Ora vi posso tranquillamente dire che sto per accasciarmi al suolo.
Il pianeta delle scimmie è un capolavoro.
CAPOLAVORO.
Voglio che sia chiaro a tutti quello che penso perché sarà su questa linea che proseguirà la mia recensione.
Ora potete pure proseguire.
Non mi soffermerò sugli aspetti tecnici e sulle vicende sapute e risapute riguardo la sceneggiatura, il budget, il cast, il regista, il cugino del regista e quante volte in un giorno andava in bagno il produttore.
Sinceramente credo sia troppo facile cavarsela così.
Per un film come “Il pianeta delle scimmie” vorrebbe dire spulciare un secondo su google per trovare migliaia di informazioni di questo genere e sinceramente lo trovo ingiusto sia nei miei (mi sentirei abbastanza inutile) sia nei vostri confronti (cosa vi serve un blog di recensioni se vi dice le stesse cose che vi dicono milioni di altri siti più specializzati e meglio informati?)
Se capiterà di citare qualcuna delle suddette informazioni inutili sarà solo perché hanno una loro utilità ai fini dello scritto e della sua comprensione (o semplicemente perché non ho resistito alla terribile tentazione di svelarvi qualche curioso particolare).
Una volta, non molto tempo fa, lessi su un sito di recensioni l’ opinione di un ragazzo abbastanza saccente (e per abbastanza intendo tantissimo) che proclamava l’ assoluta superiorità di alcuni film senza alcuna storia al loro interno come 8 ½ di Fellini (o almeno questo è quello che credeva lui) e della tecnica sulle pellicole più classiche che si muovono con il classico sistema di narrazione (lineare o meno)e che non introducono nulla di nuovo a livello tecnico.
Voglio che lo sappiate tutti: io non sono assolutamente di quel parere.
“Il pianeta delle scimmie” è semplicemente una grande e bellissima storia.
Non è raccontata con nessuno stravagante artificio (mettere la fine all’ inizio o spargere pezzettini qua e la), non ha assolutamente nulla di così innovativo a livello superficiale (non è sicuramente la prima storia che racconta di un umano sbarcato su un pianeta abitato!) e non è nemmeno straordinaria dal punto di vista visivo (niente skateboard volanti o palazzi immensi sullo sfondo) o tecnico (la regia di Schaffner è si molto buona ma non ha spunti grandiosi da gran maestro del cinema (o almeno questa è l’ impressione che si ha ad una prima visione).
Eppure “Il pianeta delle scimmie” rimane una storia grandiosa.
In tutti i sensi possibili e immaginabili.
Non è mia intenzione mettermi qui a raccontarvi la maestosa vicenda che avrete già letto in decine di siti (o libri, o tazzine del caffè, dove volete!): la storia di Terry che, atterrato su un pianeta alieno, si ritrova a dover far i conti con una popolazione di scimmioni intelligenti e di umani regrediti allo stato scimmiesco e che dovrà avanzare dal suo stato di prigionia animale a quello di uomo libero.
“Il pianeta delle scimmie” è un film straordinario.
Se il libro di Boulle si fa strada nella nostra mente con improvvisi colpi di scena e straordinarie provocazioni intellettuali, quello che il film diretto da Franklin J. Schaffner fa è colpire al cuore con tutti i mezzi possibili e immaginabili.
E in questo senso il risultato è l’ opposto dell’ altro caposaldo della fantascienza firmato nel 1968 dal signor Kubrick: un certo “2001: odissea nello spazio” che con la sua glacialità si proponeva di farci ragionare a fondo, lavoro di mente dunque.
“Il pianeta delle scimmie” è una valanga.
Di emozioni, di immagini, di personaggi, di parole, di motti ma soprattutto di storia.
Una storia a valanga.
“Voi che mi state ascoltando adesso siete una razza diversa!”
È questa una delle primissime affermazioni di Terry (il protagonista che nel libro di Boulle si chiamava più simbolicamente Ulisse).
A Rod Serling (l’ ideatore della straordinaria serie “Ai confini della realtà” a cui la fantascienza odierna deve molto se non tutto e primo sceneggiatore del film) e Michael Wilson (sostituto di Serling alla sceneggiatura per le idee troppo costose riguardo la società avanzata secondo le esigenze scimmiesche immaginata da Serling) interessa fino ad un certo punto il colpo di scena, o perlomeno non interessa il primo colpo di scena che Boulle aveva posto al centro della sua storia.
D’ altronde esisteva già un libro e il titolo era chiaro al riguardo.
Quale colpo di scena poteva essere la comparsa di scimmie pensanti a metà pellicola?
Per questo dopo il brusco atterraggio non c’ è bisogno di molto tempo per vedere le scimmie intelligenti catturare (o uccidere nel caso del compagno nero poi imbalsamato in un museo a metà pellicola) i nostri.
La storia procede.
Come una valanga.
A differenza del libro in cui Ulisse si sofferma attentamente e per lungo tempo sulle capacità umane delle scimmie (sorridere e addirittura parlare!) Schaffner risolve tutto con una sola fantastica sequenza: gli scimmioni in piedi trionfanti sulle loro prede e il fotografio che esclama: “Sorridete!”
Rod Serling, Michael Wilson o chi per loro si muovono in modo diverso rispetto a Boulle eppure riescono a creare qualcosa di altrettanto straordinario.
Mentre il libro dello scrittore francese insisteva pesantemente sugli esperimenti da animale domestico a cui è sottoposto Taylor (o Ulisse, chiamatelo un po’ come volete!), il film di Schaffner si disinteressa quasi completamente dell’ argomento per rivolgersi alla cocciutaggine degli eminenti scienziati scimmioni biondi.
Zaius in particolare è reso talmente sgradevole, detestabile e viscido che non stupisce per nulla che la pellicola sia datata 1968.
Anzi.
Quel semplice numero, quella data, oggi, a distanza di anni, si può anche leggere come rivoluzione.
Tentata, fallita, misera, inutile, farlocca.
Potete attribuirgli l’ aggettivo che volete.
Si tratta comunque di rivoluzione.
E “Il pianeta delle scimmie” è senza alcun dubbio un figlio di quel numero, di quella data.
Con disprezzo oggi qualcuno direbbe che “Il pianeta delle scimmie” è indiscutibilmente figlio del suo tempo.
Che poi chi pronunci questa frase non sappia nemmeno dargli un significato ben preciso poco importa perché è l’ effetto che conta.
Perché dire che questa pellicola è figlia del suo tempo non è difficile.
Lo si comprende dalle casupole del pianeta scimmiesco fatte di cartapesta (o qualcosa di simile!) per il limitato budget, lo si comprende dal trucco delle scimmie stesse (seppur straordinario e costosissimo tanto da far vincere un oscar speciale per il make up a John Chambers oggi risulta comunque leggermente datato), ma soprattutto è la storia a dirlo.
“Nel tempo che è passato l’uomo fa ancora la guerra con i suoi fratelli?”
Non è una frase figlia del suo tempo questa?
Certo!
Ma sapete una cosa?
Non me ne importa nulla.
Perché “Il pianeta delle scimmie”, proprio come il libro da cui è tratto, è una lezione morale e in questo caso cinematografica come ne esistono poche.
Mentre nel libro di Boulle, Zaius non sapeva della civiltà terrestre ed era poco incline a crederci, lo Zaius cinematografico è qualcosa che va al di la della nostra comprensione: lui sa molte più cose di quello che vuol far credere ma non vuole farle conoscere al resto del popolo scimmiesco.
Lucius, il nipotino di Cornelius e Zira, le due scimmie che aiutano Taylor nella fuga, chiede perché mai tenere tutti all’ oscuro, perché continuare a vivere in quel modo se si può progredire e la risposta di Zaius è simbolica dell’ intera pellicola e di quel che si vedrà subito dopo.
Perché in questo modo forse ci salveremo.
È questo in sostanza il messaggio dell’ eminente saggio.
Quel saggio che tutti odiano durante la visione della pellicola, che tutti sperano muoia da un momento all’ altro o che comprenda finalmente la vera natura di Taylor si trasforma, a differenza del libro di Boulle, nel salvatore della sua gente.
La dove il libro nel finale lanciava un messaggio a proposito di politici e pensatori legati alle auctoritas incapaci di farci progredire in un mondo sano, il film si trasforma in qualcosa di assolutamente differente.
A dispetto del suo tempo, “Il pianeta delle scimmie” ci dice che in qualche modo abbiamo bisogno anche di saggi pensatori legati alle tradizioni.
Forse Zaius non è l’ esempio più giusto da seguire ma è indubbio che il personaggio di Cornelius (interpretato da Roddy Mc Dowell, unico a comparire in tutti i seguiti) tanto legato alle sue teorie quanto intimorito nel trasmetterle alla fine risulta forse più disgustoso del saggio stesso.
E Taylor?
L’ uomo che nel romanzo di Boulle dopo molte peripezie riesce ad essere trattato come uno del popolo e vivere per un intero anno al pari del resto delle scimmie non è forse qualcosa di profondamente diverso?
Solitario, sprezzante, ribelle e incapace di accettare la dura realtà: il Taylor interpretato dallo straordinario Charlton Heston (forse nella sua interpretazione più convincente insieme a quella di Ben Hur) è più cocciuto di Zaius stesso.
Mentre quest’ ultimo finge solamente di non sapere, Taylor si ostina a insultare i gorilla senza comprendere la loro superiorità in questo mondo (“Toglimi quelle zampacce di dosso maledetto sporco gorilla!”) e a non accettare la sua sconfitta fino all’ ultima straordinaria e straziante visione.
Schaffner (regista consigliato da Heston) dirige bene e costruisce pregevoli momenti come quello di Taylor seguito da una macchina disorientata mentre viene colpito da oggetti lanciati da tutto il popolo ma quello che crea insieme all’ immaginazione di Rod Serling sul finale è qualcosa di immenso.
Capace di ribaltare ogni buon lieto fine possibile, di sorprendere per la sua immensa crudeltà e per la sostanziale differenza con il libro (li Terry sul finale riusciva a riprendere l’ astronave e a dirigersi sulla Terra dominata ormai da scimmioni), di colpire come un terremoto tutti i nostri cuori.
“Sono a casa, la Terra, voi uomini l’avete distrutta! Maledetti! Maledetti per l’eternità! Tutti!”
La camera si gira su una statua della libertà spezzata in due e per metà immersa nella sabbia.
Fine.
CAPOLAVORO.
REGIA: Franklin J. Schaffner
ANNO: 1968
GENERE: Fantascienza
VOTO: 10+
QUANTO SONO GRANDI LA SCENA SUL CANYON CON TAYLOR (UOMO) DA UNA PARTE E CORNELIUS (SCIMMIA) DALL’ ALTRA E LA MERAVIGLIOSA COLONNA SONORA DI JERRY GOLDSMITH: 10
CONSIGLIATO A CHI: A chiunque voglia vedere uno dei più grandi film di fantascienza mai prodotti.

Godetevi il trailer!

martedì 18 dicembre 2007

LA PLANèTE DES SINGES- IL PIANETA DELLE SCIMMIE_ IL LIBRO

Questa è solo la primissima parte di un' avventura tutta nuova con "Il pianeta delle scimmie", spero che sia gradita.
Il primo film tratto da quest' opera lo trovate poco più in alto o semplicemente cliccando qui.
Il progetto Carpenter e quello sull' altro regista di cui ancora non vi ho detto nulla sta proseguendo.
Proseguirà tutto in parallelo, tempo permettendo.
Staccate il biglietto.
Il giro sulla giostra inizia.
Vi farò delirare.



Folgorato.
Ecco il termine giusto per descrivere le mie sensazioni dopo 10 pagine di lettura.
Voglio essere chiaro fin dall’ inizio: “Il pianeta delle scimmie” è un romanzo incredibile.
E io me ne sono innamorato perdutamente.
Nonostante le mie aspettative altissime, nonostante avessi paura di ritrovarmi impigliato in uno di quei romanzi fantascientifici dell’ editrice Nord (per che ne ha mai letto uno sa cosa intendo, per tutti gli altri bastino le parole a fianco) tutti paroloni e avventure spaziali in puro stile yankee-western, “Il pianeta delle scimmie” ha saputo sorprendermi.
Pierre Boulle ha saputo sorprendermi.
Con una scrittura sobria e priva di complicazioni inutili, Boulle ha messo su carta una storia senza tempo.
Una di quelle storie che meriterebbe di entrare in quella categoria rappresentata da libri come “1984”, “Fahrenheit 451”, “Brave New World” ma con una leggerezza che mi è capitato di trovare solo ne “La fattoria degli animali” di Orwell stesso.
Perché “Il pianeta delle scimmie” è si il racconto di un uomo che si ritrova su un pianeta popolato da scimmie intelligenti (sono sicuro che questo lo sapete tutti) ma è molto di più.
Molto ma molto di più.
Innanzitutto un breve accenno alla storia per i meno preparati: Ulisse Meroù parte con una spedizione spaziale alla volta del sistema di Betelgeuse alla ricerca di nuovi pianeti abitati insieme a due compagni.
Dopo due anni in viaggio (affrontato per brevissimo tempo ad una velocità superiore a quella della luce per cui si hanno squilibri con il passaggio del tempo sulla terra) i nostri individuano un pianeta abitabile e si dirigono sulla sua superficie che trovano incredibilmente simile alla nostra.
Qui decidono di buttarsi in un laghetto per rinfrescarsi e si accorgono di essere spiati da una donna totalmente nuda che ha qualcosa di strano negli occhi e si rifiuta di parlare.
Il giorno seguente i nostri avventurieri vengono raggiunti da quello che sembra essere il gruppo con cui vive Nova (così è stata battezzata la ragazza del giorno precedente da Ulisse) ma qualcosa non va nel loro comportamento: neanche loro parlano e addirittura sono spaventati dagli abiti civili dei nostri astronauti.
Neanche il tempo di comprendere cosa accade davvero su quel pianeta e i protagonisti insieme al gruppo di umani incontrati si ritrovano nel bel mezzo di una battuta di caccia in cui loro stessi sono gli animali braccati.
Ma quella che porta quel fucile sulla spalla non è una scimmia?
Non voglio anticiparvi altro.
Se già sapete cosa accade veramente su questo pianeta riuscirete facilmente a comprendere le mie parole altrimenti correte a procurarvi il libro (o perlomeno date una scorsa al riassunto di esso su wikipedia se volete rovinarvi il gusto di leggerlo) e poi tornate qui.
Dicevo che “Il pianeta delle scimmie” è molto più di un libro di fanta- avventura da editrice Nord.
Già.
Ma per quale motivo?
Innanzitutto Boulle non è uno scrittore di fantascienza.
Prima del “Pianeta delle scimmie”scrisse altri libri, molti incentrati sulle sue vicende durante la seconda guerra mondiale, di cui senza dubbio il più conosciuto rimane “Il ponte sul fiume Kwai” (da cui fu tratto poi un film vincitore del premio oscar).
Non essendo uno scrittore di fantascienza Boulle non scrive come uno di essi e nemmeno come un romanziere d’avventura: non si preoccupa di quale mirabolante segreto si nasconda dietro i razzi iperveloci dell’ astronave di Ulisse e nemmeno della prestanza fisica del suo eroe.
A Boulle importa solo la storia si potrebbe dire.
La storia e le sue interpretazioni.

Perché “Il pianeta delle scimmie” proprio come “La fattoria degli animali” e i migliori scritti di questo genere, è il classico libro multistrato (non è un mobile Ikea questo sia chiaro!)
Ci si può leggere una bella avventura fantascientifica o una delle migliori metafore sul mondo moderno che uno scrittore abbia mai raccontato con così tanta semplicità.
E così eccoci nel pianeta delle scimmie: dove sono gli uomini a essere trattati come animali e le scimmie a dominare il mondo incontrastate, “senza dubbio perché dotate di 4 arti prensili con cui si possono muovere in tutte le direzioni senza difficoltà”.
L’ uomo è inferiore, con quelle due braccia deboli e quelle gambe utili a muoversi su di un solo piano, l’ uomo sul pianeta delle scimmie è semplicemente un animale leggermente più simile alla scimmia rispetto agli altri.
E su cui quindi queste ultime possono effettuare esperimenti a proprio vantaggio.
Gli uomini sono solo cavie da laboratorio.
Nient’ altro.
È così che viene trattato Ulisse per buona parte del racconto senza nemmeno rendersi conto che quella che lui crede crudeltà nelle scimmie altro non è che il comportamento umano sulle cavie da laboratorio sulla terra.
E una volta compreso l’ equivoco il protagonista dovrà subire ancora centinaia di umiliazioni prima di vedere la sua intelligenza riconosciuta da un popolo che lui si ostina a chiamare di scimmioni.
Perché tutta la sua intelligenza, tutta la sua perspicacia, tutta la sua evoluzione non servono a nulla in un pianeta dominato da scimmie intelligenti e cocciute.
Cocciute come l’ uomo sulla Terra.
Incapaci di andare al di la delle loro sterili convinzioni tramandate di libro in libro dagli eminenti della cultura: gli orangutan.
Odiosi esseri capaci solo di riconoscere l’ auctoritas (mi vengono in mente per andare verso il campo cinematografico quei critici cocciuti incapaci di andare al di la di un nome) gli orangutan rappresentano la casta degli intellettuali a cui talvolta si aggiungono alcuni scimpanzè troppo sfacciatamente perspicaci per essere esclusi.
Al di sopra degli orangutan solo i gorilla dediti alla politica, ossia a quell’ attività che permette a tutti di rientrare nella propria casta senza lamentarsi troppo.
Al di sotto degli orangutan, gli scimpanzè, ossia il popolo operaio, ossia i veri protagonisti di questo romanzo.
Boulle finge di raccontare la storia di Ulisse mentre in realtà pone tutta la sua attenzione sugli scimpanzè e anticipa di qualche anno quello che sarà il momento di maggiore riflessione su se stesso che “la massa” ha avuto negli ultimi 100 anni: il periodo intorno al 1968.
Senza risultare terribilmente anacronistico (per noi del 2007) e nemmeno troppo rivoluzionario (per chi leggeva il libro al momento della sua uscita) Boulle racconta di una società scimmiesca che per molti tratti ricorda quella di fine ‘800 terrestre (i modi di governare, gli usi della civiltà) ma che per molti altri aspetti si confronta senza dubbio con quella attuale (di oggi e soprattutto del periodo in cui il libro è stato scritto).
“è ora che l’ importanza degli scimpanzè venga riconosciuta in modo che il mondo riesca finalmente a disincagliarsi da uno scoglio troppo grande che impedisce un sano progresso”
È questo il messaggio finale che Boulle ci trasmette.
Al di la della sorte di Ulisse che si è spinto troppo oltre le colonne di Ercole (mai nome fu più adatto), al di la della tremenda scoperta di uomini in grado di regredire fino ad uno stato selvaggio, al di la di tutto, quello che importa a Boulle è riuscire ad aprire gli occhi ai nostri orangutan cocciuti e ai nostri scaltri gorilla.
Folgorato dopo 10 pagine di lettura.
Sconvolto dopo 173.
AUTORE: Pierre Boulle
ANNO: 1963
GENERE: Fantascienza, fantapolitica
VOTO: 10
QUANTO è STATO GRANDE BOULLE A TRASFORMARE IL SUO MESSAGGIO IN UNA STORIA FANTASCIENTIFICA ADATTA AI TEMPI: 10
CONSIGLIATO A CHI: a tutti i gorilla e gli orangutan.