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giovedì 28 gennaio 2010

UN LIBRO UN FILM_ STARSHIP TROOPERS

Leggermente preso dal periodo-esami ma così finisco il percorso su Starship Troopers.


Ci sarebbe da dividere questa recensione in due parti.

Quel che penso del libro a se stante.
Il libro di Robert A. Heinlein datato 1959 è esattamente il tomo di fantascienza che ti aspetti edito dalla Nord, quella simpatica casa editrice i cui libri si trovano a milioni negli scaffali della fantascienza usata solitamente di colore argentato o dorato (vengo a sapere ora che i volumi dorati sono i classici e quelli argentati i contemporanei).
Tomi (il cui autore non compare quasi mai sulla costa del libro per motivi a me oscuri) spesso illeggibili se non dannosi per l’intelligenza umana: avventure spaziali americane tipiche degli anni ’50 con eroi e cowboy spaziali che combattono contro creature improbabili ma sempre e comunque cattivissime per salvare una donna o un’intera nazione-pianeta-galassia.
Prendete Conan di Howard, un film di cowboy degli anni ’40, qualche futuribile e ridicola arma spaziale e metteteli in un bel frullatore: ecco un buon (???) libro dorato per la Nord.
Starship Troopers a queste caratteristiche fondamentali aggiunge un sottotesto di critica alla nostra società odierna, una critica ai metodi spesso troppo indulgenti verso i criminali e al cosiddetto diritto di voto universale portata avanti con argomenti validi che fanno pensare a un’ idea politica decisamente contrastante con quella dei nostri tempi.
Quel che Heinlein vuol far comprendere è che la sua società futura non è una società fintamente utopica come quella di Huxley ne “Il mondo nuovo” ma un serio progresso della democrazia dei nostri tempi.
Ora immaginatevi 350 pagine.
Di queste 350 pagine una cinquantina dedicate alla descrizione di questa società del futuro e alla sua politica e le restanti 300 da addestramenti (la parte più interessante) e infinite battaglie contro aracnidi e esseri oblunghi con descrizioni particolareggiate dei movimenti dell’esercito e delle decisioni spettanti ai comandanti, tenenti, sergenti, soldati semplici e così via.
Ora.
Al di là del fatto che per chi non ha mai avuto nozioni militari (e non si è mai interessato ad averne) è abbastanza delirante comprendere i vari gradi di comando e i vari schieramenti in battaglia, ci si può concentrare per 20 pagine sulla descrizione di una tuta potenziata usata per combattere?
Può anche essere stata un idea innovativa, geniale e ben sviluppata tanto da aggiudicarsi un premio Hugo nel ‘59 ma sinceramente oggi è qualcosa di quantomeno pesante se non ridicolo (si legga idea invecchiata male).
Sento che se leggessi un libro di cucina oggi non vorrei soffermarmi per 20 pagine sulla descrizione di una patata geneticamente modificata da usare in futuro per migliorare il mio riso con patate.
Poi magari, forse, molto probabilmente, nel futuro tutti useranno la patata geneticamente modificata per il loro riso con patate e ne tesseranno le lodi (di forma oblungamente perfetta, senza un baffo e deliziosa al palato) ma comunque si, sono noiosamente inutili queste avveniristiche 20 pagine sulla PGM.
Insomma il libro di Heinlein è sicuramente un libro ben scritto e su questo non si discute, che scorre via velocemente come nessun tomo della Nord è in grado di fare (almeno tra i letti) e presenta anche spunti interessanti su un’ ipotetica società militarizzata del futuro ma si ferma appunto a ottimi spunti che non vengono sviluppati a sufficienza rispetto ad una trama principale fatta di battaglie alla lunga frangipalle.
Quel che penso del libro rispetto al film.
Ho già parlato a lungo della trilogia di Starship Troopers cinematografica (di cui solo la prima pellicola si ispira esplicitamente al romanzo di Heinlein) quindi cercherò di non dilungarmi troppo concentrandomi giusto su pochissimi aspetti.
La società utopica di Heinlein è in Verhoeven una società falsamente utopica e il regista non fa altro che ripeterlo ossessivamente con i vari video di propaganda fascio-militare sparsi per tutto il film.
Sarà una lettura sballata di Verhoeven, sarà una volontaria rilettura, fatto sta che sembra davvero di stare di fronte a due società simili nei fatti ma opposte nell’idea che vogliono trasmettere.
Discorso diverso per l’esercito: se i fanti sono in entrambi i casi carne da macello, quello che Heinlein sottolinea più volte è il numero eccessivo di volontari che invece a Verhoeven non sembrano bastano mai.
L'esercito-bordello in cui uomini e donne si lavano e si strusciano insieme non era esattamente l’idea dello scrittore che fa della mancanza del sesso femminile una delle “malattie” di questi uomini superaddestrati.
Infine le tute potenziate.
Heinlein ne parla per 20 pagine approfonditamente, ne descrive ogni minuzia e durante ogni battaglia tiene a precisare come questa guerra del futuro sia molto diversa da quella di oggi grazie ad esse.
Va bene, Heinlein esagera nel descriverle e nel farle notare ad ogni possibile frangente ma a Verhoeven ste benedette tute potenziate cosa avranno fatto di male?
Forse nel ’97 non c’erano effetti visivi sufficienti, forse non gli sembravano importanti, forse semplicemente gli stavano in culo ma perché eliminarle del tutto dal film per poi farle comparire (in una versione moooolto personalizzata e tamarra) nel terzo film (di cui Verhoeven è produttore) che, se possibile, a livello visivo è ancora peggio?
Ruggeri cantava “Mistero!”
AUTORE: Robert A. Heinlein
ANNO: 1959
GENERE: Fantascienza
VOTO: 6,5
CONSIGLIATO: ai cultori della fantascienza più classica.

NOTA: Al momento di pubblicare controllando su internet scopro che il libro di Heinlein è stato pubblicato dalla Nord, non so se meravigliarmi della mia intuizione o rivalutare un poco la bistrattata Nord.

domenica 13 gennaio 2008

I AM LEGEND- IO SONO LEGGENDA


Ero partito per distruggerlo.
La recensione doveva iniziare così, già me la vedevo: “Io sono leggenda è un insulto”
E invece no.
Niente da fare.
È andato tutto a buca.
Nonostante tutti i miei sforzi, nonostante tutto il mio scetticismo, nonostante non mi fidassi per nulla del buon Will dopo quello scempio ad Asimov che era “Io, robot” non ce la faccio.
Non riesco a distruggerlo.
Si.
Avete letto bene.
Quello che pochi mesi fa nelle recensioni del libro omonimo e del primo film che ne fu tratto con Vincent Price si diceva dubbiosissimo sull’ esito di questa mega produzione non riesce ad affondare il nuovo “Io sono leggenda”.
Ve li spiattello tutti in faccia in ordine di importanza i motivi per cui non ci riesco in modo che possiate ricoprirmi di insulti e controbattere ad ogni punto senza tante difficoltà.
Non ci riesco perché Will Smith ce la mette tutta. Non me lo potete negare!
L’ ex principe di Bel Air (fa un po’ tristezza chiamarlo ancora così ma altri sinonimi non mi venivano in mente!) riesce nell’ impresa di portare avanti un film di un’ ora e mezza praticamente da solo.
Senza gigioneggiare eccessivamente come fece a suo tempo il buon Price, Will Smith ci mostra realmente in cosa può trasformarsi un uomo solo.
Capace di mettersi a parlare con i manichini pur di fingere di vivere ancora una vita normale e di impazzire di fronte agli alti palazzi che lo sovrastano simbolo di un progresso sfuggito letteralmente dalle mani dell’ uomo (la scena subito precedente alla sua cattura a mio parere rimane una delle migliori), Robert Neville è un uomo solo come lo immagino io.
Come mi immagino io.
Quasi incapace di ricordare il prima e senza una vaga idea del futuro, Will Smith incarna in un certo senso l’ uomo solo moderno.
Non ci riesco perché a me lo stile di Lawrence non è affatto dispiaciuto (qui possono partire le bordate di fischi) e “Io sono Leggenda” ci regala alcune tra le più belle immagini di New York deserta che ci siano mai state donate.
Ma diciamola tutta, roviniamoci totalmente, rendiamoci ridicoli agli occhi di tutti.
A me Lawrence non era dispiaciuto nemmeno in "Constantine"!
Videoclipparo, frenetico, per adolescenti, incapace.
Dite quello che volete ma a mio parere il regista con due soli film all’ attivo fin qui ha fatto un ottimo lavoro!
Certo nessuno vi sta dicendo che Lawrence è Hitchcock, Fincher, Kubrick o Scott ma volete sapere come la penso?
Siete andati a vedere due film di cui uno tratto da un fumetto (molto adulto, ma comunque un fumetto) con demoni e affini e dichiaratamente dedicato ad un pubblico giovane e un blockbuster gigantesco con uno che lotta contro un mondo di zombie.
Se volevate andare a vedere una lezione di regia o virtuosismi alla Nolan potevate benissimo scegliere altre pellicole: Lawrence per ora è così e se continua a scegliere i film con criterio a mio parere può crescere ancora molto.
Ed infine non ci riesco perché la rilettura del romanzo di Matheson a me non è dispiaciuta.
Ma qui c’ è un ma.
Non mi è dispiaciuta fino alla prima ora.
Fino al momento in cui Smith, proprio come nel libro (tralasciamo le piccole differenze di ambientazione e cane prima, cane dopo… chi ha letto il libro sa di cosa parlo) cerca di suicidarsi andando incontro alle malefiche creature.
Poi il quasi disastro.
La storia si perde tra un uomo ormai incapace di comunicare con gli altri (e fin qui ci siamo) e Dio.
Avete letto bene.
Dio e la speranza.
Quel Dio che sul finale de “L’ ultimo uomo della Terra” non si degnava nemmeno di ascoltare le ultime parole di Price (“Ho la cura per tutti voi!”) qui parla a Neville- Smith nel momento più tragico della pellicola.
Gli parla e gli infonde quella speranza che nel romanzo originale andava perduta in una diversità ormai troppo evidente con gli altri.
Quella diversità che era diventata normalità nel '64, nel film di Lawrence rimane semplice e stupida diversità.
Loro sono i cattivi e noi siamo i buoni.
Niente di più.
Nonostante un finale molto Hollywoodiano (e molto “28 giorni dopo”) e a dir la verità ben riuscito per il messaggio che vuole portare avanti la pellicola, “Io sono leggenda” si perde almeno 2 voti proprio per quest' ultima parte.
Insomma “Io sono leggenda” mette la mano e poi la ritira all’ ultimo, quasi impaurito dalle fiamme, come se un finale pessimista come quello del libro e del film del ’64 non sia più possibile in un' America spaventata come quella di oggi, come se questo fosse un blockbusterone che deve piacere un po’ a tutti.
E in effetti, a ben pensarci è proprio così.
REGIA: Francis Lawrence
ANNO: 2007
GENERE: Fantascienza, Apocalittico
VOTO FACENDO FINTA DI NON AVER LETTO IL LIBRO DI MATHESON E VISTO IL FILM DEL ‘64: 7,5
VOTO CONSIDERATA LA LETTURA DEL LIBRO E LA VISIONE DEL PRIMO ADATTAMENTO: 6
VOTO FINALE NON PER MEDIA MATEMATICA: 7
QUANTO FAN SCHIFO (NON NEL SENSO CHE FAN PAURA) GLI ZOMBIE DIGITALI E QUANTO MI SPAVENTA LA POSSIBILITà DI UN QUASI ANNUNCIATO SEQUEL: 9
CONSIGLIATO A CHI: Non ha letto il libro, vuole vedere una delle migliori opere post apocalisse dei nostri giorni

PS: è consigliata a tutti (se non ci credete chiedete pure anche a Filippo che ha accolto il mio invito e ne è uscito soddisfatto) la lettura di "Io sono leggenda" di Richard Matheson.

venerdì 21 dicembre 2007

UN LIBRO UN FILM_ PLANET OF THE APES- IL PIANETA DELLE SCIMMIE

Sono abbastanza arrogante da credere davvero di poter scrivere qualcosa di interessante su questa straordinaria pellicola?
Si lo sono.

La recensione che segue è la seconda sul ciclo de "Il pianeta delle scimmie", la prima riguarda il libro omonimo di Boulle da cui è nato tutto, la trovate più in basso, o semplicemente cliccando qui.
Ne seguiranno altre ovviamente, sono già pronte, ma prima mi prenderò una piccola pausa dal pianeta e pubblicherò qualcos' altro.
Questa la dovevo a Weltall e Chimi.



Riprendiamo dalla fine della scorsa recensione sul libro di Pierre Boulle da cui è stata tratta questa pellicola.
Sconvolto dopo 173 pagine mi ero detto.
Bene.
Ora vi posso tranquillamente dire che sto per accasciarmi al suolo.
Il pianeta delle scimmie è un capolavoro.
CAPOLAVORO.
Voglio che sia chiaro a tutti quello che penso perché sarà su questa linea che proseguirà la mia recensione.
Ora potete pure proseguire.
Non mi soffermerò sugli aspetti tecnici e sulle vicende sapute e risapute riguardo la sceneggiatura, il budget, il cast, il regista, il cugino del regista e quante volte in un giorno andava in bagno il produttore.
Sinceramente credo sia troppo facile cavarsela così.
Per un film come “Il pianeta delle scimmie” vorrebbe dire spulciare un secondo su google per trovare migliaia di informazioni di questo genere e sinceramente lo trovo ingiusto sia nei miei (mi sentirei abbastanza inutile) sia nei vostri confronti (cosa vi serve un blog di recensioni se vi dice le stesse cose che vi dicono milioni di altri siti più specializzati e meglio informati?)
Se capiterà di citare qualcuna delle suddette informazioni inutili sarà solo perché hanno una loro utilità ai fini dello scritto e della sua comprensione (o semplicemente perché non ho resistito alla terribile tentazione di svelarvi qualche curioso particolare).
Una volta, non molto tempo fa, lessi su un sito di recensioni l’ opinione di un ragazzo abbastanza saccente (e per abbastanza intendo tantissimo) che proclamava l’ assoluta superiorità di alcuni film senza alcuna storia al loro interno come 8 ½ di Fellini (o almeno questo è quello che credeva lui) e della tecnica sulle pellicole più classiche che si muovono con il classico sistema di narrazione (lineare o meno)e che non introducono nulla di nuovo a livello tecnico.
Voglio che lo sappiate tutti: io non sono assolutamente di quel parere.
“Il pianeta delle scimmie” è semplicemente una grande e bellissima storia.
Non è raccontata con nessuno stravagante artificio (mettere la fine all’ inizio o spargere pezzettini qua e la), non ha assolutamente nulla di così innovativo a livello superficiale (non è sicuramente la prima storia che racconta di un umano sbarcato su un pianeta abitato!) e non è nemmeno straordinaria dal punto di vista visivo (niente skateboard volanti o palazzi immensi sullo sfondo) o tecnico (la regia di Schaffner è si molto buona ma non ha spunti grandiosi da gran maestro del cinema (o almeno questa è l’ impressione che si ha ad una prima visione).
Eppure “Il pianeta delle scimmie” rimane una storia grandiosa.
In tutti i sensi possibili e immaginabili.
Non è mia intenzione mettermi qui a raccontarvi la maestosa vicenda che avrete già letto in decine di siti (o libri, o tazzine del caffè, dove volete!): la storia di Terry che, atterrato su un pianeta alieno, si ritrova a dover far i conti con una popolazione di scimmioni intelligenti e di umani regrediti allo stato scimmiesco e che dovrà avanzare dal suo stato di prigionia animale a quello di uomo libero.
“Il pianeta delle scimmie” è un film straordinario.
Se il libro di Boulle si fa strada nella nostra mente con improvvisi colpi di scena e straordinarie provocazioni intellettuali, quello che il film diretto da Franklin J. Schaffner fa è colpire al cuore con tutti i mezzi possibili e immaginabili.
E in questo senso il risultato è l’ opposto dell’ altro caposaldo della fantascienza firmato nel 1968 dal signor Kubrick: un certo “2001: odissea nello spazio” che con la sua glacialità si proponeva di farci ragionare a fondo, lavoro di mente dunque.
“Il pianeta delle scimmie” è una valanga.
Di emozioni, di immagini, di personaggi, di parole, di motti ma soprattutto di storia.
Una storia a valanga.
“Voi che mi state ascoltando adesso siete una razza diversa!”
È questa una delle primissime affermazioni di Terry (il protagonista che nel libro di Boulle si chiamava più simbolicamente Ulisse).
A Rod Serling (l’ ideatore della straordinaria serie “Ai confini della realtà” a cui la fantascienza odierna deve molto se non tutto e primo sceneggiatore del film) e Michael Wilson (sostituto di Serling alla sceneggiatura per le idee troppo costose riguardo la società avanzata secondo le esigenze scimmiesche immaginata da Serling) interessa fino ad un certo punto il colpo di scena, o perlomeno non interessa il primo colpo di scena che Boulle aveva posto al centro della sua storia.
D’ altronde esisteva già un libro e il titolo era chiaro al riguardo.
Quale colpo di scena poteva essere la comparsa di scimmie pensanti a metà pellicola?
Per questo dopo il brusco atterraggio non c’ è bisogno di molto tempo per vedere le scimmie intelligenti catturare (o uccidere nel caso del compagno nero poi imbalsamato in un museo a metà pellicola) i nostri.
La storia procede.
Come una valanga.
A differenza del libro in cui Ulisse si sofferma attentamente e per lungo tempo sulle capacità umane delle scimmie (sorridere e addirittura parlare!) Schaffner risolve tutto con una sola fantastica sequenza: gli scimmioni in piedi trionfanti sulle loro prede e il fotografio che esclama: “Sorridete!”
Rod Serling, Michael Wilson o chi per loro si muovono in modo diverso rispetto a Boulle eppure riescono a creare qualcosa di altrettanto straordinario.
Mentre il libro dello scrittore francese insisteva pesantemente sugli esperimenti da animale domestico a cui è sottoposto Taylor (o Ulisse, chiamatelo un po’ come volete!), il film di Schaffner si disinteressa quasi completamente dell’ argomento per rivolgersi alla cocciutaggine degli eminenti scienziati scimmioni biondi.
Zaius in particolare è reso talmente sgradevole, detestabile e viscido che non stupisce per nulla che la pellicola sia datata 1968.
Anzi.
Quel semplice numero, quella data, oggi, a distanza di anni, si può anche leggere come rivoluzione.
Tentata, fallita, misera, inutile, farlocca.
Potete attribuirgli l’ aggettivo che volete.
Si tratta comunque di rivoluzione.
E “Il pianeta delle scimmie” è senza alcun dubbio un figlio di quel numero, di quella data.
Con disprezzo oggi qualcuno direbbe che “Il pianeta delle scimmie” è indiscutibilmente figlio del suo tempo.
Che poi chi pronunci questa frase non sappia nemmeno dargli un significato ben preciso poco importa perché è l’ effetto che conta.
Perché dire che questa pellicola è figlia del suo tempo non è difficile.
Lo si comprende dalle casupole del pianeta scimmiesco fatte di cartapesta (o qualcosa di simile!) per il limitato budget, lo si comprende dal trucco delle scimmie stesse (seppur straordinario e costosissimo tanto da far vincere un oscar speciale per il make up a John Chambers oggi risulta comunque leggermente datato), ma soprattutto è la storia a dirlo.
“Nel tempo che è passato l’uomo fa ancora la guerra con i suoi fratelli?”
Non è una frase figlia del suo tempo questa?
Certo!
Ma sapete una cosa?
Non me ne importa nulla.
Perché “Il pianeta delle scimmie”, proprio come il libro da cui è tratto, è una lezione morale e in questo caso cinematografica come ne esistono poche.
Mentre nel libro di Boulle, Zaius non sapeva della civiltà terrestre ed era poco incline a crederci, lo Zaius cinematografico è qualcosa che va al di la della nostra comprensione: lui sa molte più cose di quello che vuol far credere ma non vuole farle conoscere al resto del popolo scimmiesco.
Lucius, il nipotino di Cornelius e Zira, le due scimmie che aiutano Taylor nella fuga, chiede perché mai tenere tutti all’ oscuro, perché continuare a vivere in quel modo se si può progredire e la risposta di Zaius è simbolica dell’ intera pellicola e di quel che si vedrà subito dopo.
Perché in questo modo forse ci salveremo.
È questo in sostanza il messaggio dell’ eminente saggio.
Quel saggio che tutti odiano durante la visione della pellicola, che tutti sperano muoia da un momento all’ altro o che comprenda finalmente la vera natura di Taylor si trasforma, a differenza del libro di Boulle, nel salvatore della sua gente.
La dove il libro nel finale lanciava un messaggio a proposito di politici e pensatori legati alle auctoritas incapaci di farci progredire in un mondo sano, il film si trasforma in qualcosa di assolutamente differente.
A dispetto del suo tempo, “Il pianeta delle scimmie” ci dice che in qualche modo abbiamo bisogno anche di saggi pensatori legati alle tradizioni.
Forse Zaius non è l’ esempio più giusto da seguire ma è indubbio che il personaggio di Cornelius (interpretato da Roddy Mc Dowell, unico a comparire in tutti i seguiti) tanto legato alle sue teorie quanto intimorito nel trasmetterle alla fine risulta forse più disgustoso del saggio stesso.
E Taylor?
L’ uomo che nel romanzo di Boulle dopo molte peripezie riesce ad essere trattato come uno del popolo e vivere per un intero anno al pari del resto delle scimmie non è forse qualcosa di profondamente diverso?
Solitario, sprezzante, ribelle e incapace di accettare la dura realtà: il Taylor interpretato dallo straordinario Charlton Heston (forse nella sua interpretazione più convincente insieme a quella di Ben Hur) è più cocciuto di Zaius stesso.
Mentre quest’ ultimo finge solamente di non sapere, Taylor si ostina a insultare i gorilla senza comprendere la loro superiorità in questo mondo (“Toglimi quelle zampacce di dosso maledetto sporco gorilla!”) e a non accettare la sua sconfitta fino all’ ultima straordinaria e straziante visione.
Schaffner (regista consigliato da Heston) dirige bene e costruisce pregevoli momenti come quello di Taylor seguito da una macchina disorientata mentre viene colpito da oggetti lanciati da tutto il popolo ma quello che crea insieme all’ immaginazione di Rod Serling sul finale è qualcosa di immenso.
Capace di ribaltare ogni buon lieto fine possibile, di sorprendere per la sua immensa crudeltà e per la sostanziale differenza con il libro (li Terry sul finale riusciva a riprendere l’ astronave e a dirigersi sulla Terra dominata ormai da scimmioni), di colpire come un terremoto tutti i nostri cuori.
“Sono a casa, la Terra, voi uomini l’avete distrutta! Maledetti! Maledetti per l’eternità! Tutti!”
La camera si gira su una statua della libertà spezzata in due e per metà immersa nella sabbia.
Fine.
CAPOLAVORO.
REGIA: Franklin J. Schaffner
ANNO: 1968
GENERE: Fantascienza
VOTO: 10+
QUANTO SONO GRANDI LA SCENA SUL CANYON CON TAYLOR (UOMO) DA UNA PARTE E CORNELIUS (SCIMMIA) DALL’ ALTRA E LA MERAVIGLIOSA COLONNA SONORA DI JERRY GOLDSMITH: 10
CONSIGLIATO A CHI: A chiunque voglia vedere uno dei più grandi film di fantascienza mai prodotti.

Godetevi il trailer!

martedì 18 dicembre 2007

LA PLANèTE DES SINGES- IL PIANETA DELLE SCIMMIE_ IL LIBRO

Questa è solo la primissima parte di un' avventura tutta nuova con "Il pianeta delle scimmie", spero che sia gradita.
Il primo film tratto da quest' opera lo trovate poco più in alto o semplicemente cliccando qui.
Il progetto Carpenter e quello sull' altro regista di cui ancora non vi ho detto nulla sta proseguendo.
Proseguirà tutto in parallelo, tempo permettendo.
Staccate il biglietto.
Il giro sulla giostra inizia.
Vi farò delirare.



Folgorato.
Ecco il termine giusto per descrivere le mie sensazioni dopo 10 pagine di lettura.
Voglio essere chiaro fin dall’ inizio: “Il pianeta delle scimmie” è un romanzo incredibile.
E io me ne sono innamorato perdutamente.
Nonostante le mie aspettative altissime, nonostante avessi paura di ritrovarmi impigliato in uno di quei romanzi fantascientifici dell’ editrice Nord (per che ne ha mai letto uno sa cosa intendo, per tutti gli altri bastino le parole a fianco) tutti paroloni e avventure spaziali in puro stile yankee-western, “Il pianeta delle scimmie” ha saputo sorprendermi.
Pierre Boulle ha saputo sorprendermi.
Con una scrittura sobria e priva di complicazioni inutili, Boulle ha messo su carta una storia senza tempo.
Una di quelle storie che meriterebbe di entrare in quella categoria rappresentata da libri come “1984”, “Fahrenheit 451”, “Brave New World” ma con una leggerezza che mi è capitato di trovare solo ne “La fattoria degli animali” di Orwell stesso.
Perché “Il pianeta delle scimmie” è si il racconto di un uomo che si ritrova su un pianeta popolato da scimmie intelligenti (sono sicuro che questo lo sapete tutti) ma è molto di più.
Molto ma molto di più.
Innanzitutto un breve accenno alla storia per i meno preparati: Ulisse Meroù parte con una spedizione spaziale alla volta del sistema di Betelgeuse alla ricerca di nuovi pianeti abitati insieme a due compagni.
Dopo due anni in viaggio (affrontato per brevissimo tempo ad una velocità superiore a quella della luce per cui si hanno squilibri con il passaggio del tempo sulla terra) i nostri individuano un pianeta abitabile e si dirigono sulla sua superficie che trovano incredibilmente simile alla nostra.
Qui decidono di buttarsi in un laghetto per rinfrescarsi e si accorgono di essere spiati da una donna totalmente nuda che ha qualcosa di strano negli occhi e si rifiuta di parlare.
Il giorno seguente i nostri avventurieri vengono raggiunti da quello che sembra essere il gruppo con cui vive Nova (così è stata battezzata la ragazza del giorno precedente da Ulisse) ma qualcosa non va nel loro comportamento: neanche loro parlano e addirittura sono spaventati dagli abiti civili dei nostri astronauti.
Neanche il tempo di comprendere cosa accade davvero su quel pianeta e i protagonisti insieme al gruppo di umani incontrati si ritrovano nel bel mezzo di una battuta di caccia in cui loro stessi sono gli animali braccati.
Ma quella che porta quel fucile sulla spalla non è una scimmia?
Non voglio anticiparvi altro.
Se già sapete cosa accade veramente su questo pianeta riuscirete facilmente a comprendere le mie parole altrimenti correte a procurarvi il libro (o perlomeno date una scorsa al riassunto di esso su wikipedia se volete rovinarvi il gusto di leggerlo) e poi tornate qui.
Dicevo che “Il pianeta delle scimmie” è molto più di un libro di fanta- avventura da editrice Nord.
Già.
Ma per quale motivo?
Innanzitutto Boulle non è uno scrittore di fantascienza.
Prima del “Pianeta delle scimmie”scrisse altri libri, molti incentrati sulle sue vicende durante la seconda guerra mondiale, di cui senza dubbio il più conosciuto rimane “Il ponte sul fiume Kwai” (da cui fu tratto poi un film vincitore del premio oscar).
Non essendo uno scrittore di fantascienza Boulle non scrive come uno di essi e nemmeno come un romanziere d’avventura: non si preoccupa di quale mirabolante segreto si nasconda dietro i razzi iperveloci dell’ astronave di Ulisse e nemmeno della prestanza fisica del suo eroe.
A Boulle importa solo la storia si potrebbe dire.
La storia e le sue interpretazioni.

Perché “Il pianeta delle scimmie” proprio come “La fattoria degli animali” e i migliori scritti di questo genere, è il classico libro multistrato (non è un mobile Ikea questo sia chiaro!)
Ci si può leggere una bella avventura fantascientifica o una delle migliori metafore sul mondo moderno che uno scrittore abbia mai raccontato con così tanta semplicità.
E così eccoci nel pianeta delle scimmie: dove sono gli uomini a essere trattati come animali e le scimmie a dominare il mondo incontrastate, “senza dubbio perché dotate di 4 arti prensili con cui si possono muovere in tutte le direzioni senza difficoltà”.
L’ uomo è inferiore, con quelle due braccia deboli e quelle gambe utili a muoversi su di un solo piano, l’ uomo sul pianeta delle scimmie è semplicemente un animale leggermente più simile alla scimmia rispetto agli altri.
E su cui quindi queste ultime possono effettuare esperimenti a proprio vantaggio.
Gli uomini sono solo cavie da laboratorio.
Nient’ altro.
È così che viene trattato Ulisse per buona parte del racconto senza nemmeno rendersi conto che quella che lui crede crudeltà nelle scimmie altro non è che il comportamento umano sulle cavie da laboratorio sulla terra.
E una volta compreso l’ equivoco il protagonista dovrà subire ancora centinaia di umiliazioni prima di vedere la sua intelligenza riconosciuta da un popolo che lui si ostina a chiamare di scimmioni.
Perché tutta la sua intelligenza, tutta la sua perspicacia, tutta la sua evoluzione non servono a nulla in un pianeta dominato da scimmie intelligenti e cocciute.
Cocciute come l’ uomo sulla Terra.
Incapaci di andare al di la delle loro sterili convinzioni tramandate di libro in libro dagli eminenti della cultura: gli orangutan.
Odiosi esseri capaci solo di riconoscere l’ auctoritas (mi vengono in mente per andare verso il campo cinematografico quei critici cocciuti incapaci di andare al di la di un nome) gli orangutan rappresentano la casta degli intellettuali a cui talvolta si aggiungono alcuni scimpanzè troppo sfacciatamente perspicaci per essere esclusi.
Al di sopra degli orangutan solo i gorilla dediti alla politica, ossia a quell’ attività che permette a tutti di rientrare nella propria casta senza lamentarsi troppo.
Al di sotto degli orangutan, gli scimpanzè, ossia il popolo operaio, ossia i veri protagonisti di questo romanzo.
Boulle finge di raccontare la storia di Ulisse mentre in realtà pone tutta la sua attenzione sugli scimpanzè e anticipa di qualche anno quello che sarà il momento di maggiore riflessione su se stesso che “la massa” ha avuto negli ultimi 100 anni: il periodo intorno al 1968.
Senza risultare terribilmente anacronistico (per noi del 2007) e nemmeno troppo rivoluzionario (per chi leggeva il libro al momento della sua uscita) Boulle racconta di una società scimmiesca che per molti tratti ricorda quella di fine ‘800 terrestre (i modi di governare, gli usi della civiltà) ma che per molti altri aspetti si confronta senza dubbio con quella attuale (di oggi e soprattutto del periodo in cui il libro è stato scritto).
“è ora che l’ importanza degli scimpanzè venga riconosciuta in modo che il mondo riesca finalmente a disincagliarsi da uno scoglio troppo grande che impedisce un sano progresso”
È questo il messaggio finale che Boulle ci trasmette.
Al di la della sorte di Ulisse che si è spinto troppo oltre le colonne di Ercole (mai nome fu più adatto), al di la della tremenda scoperta di uomini in grado di regredire fino ad uno stato selvaggio, al di la di tutto, quello che importa a Boulle è riuscire ad aprire gli occhi ai nostri orangutan cocciuti e ai nostri scaltri gorilla.
Folgorato dopo 10 pagine di lettura.
Sconvolto dopo 173.
AUTORE: Pierre Boulle
ANNO: 1963
GENERE: Fantascienza, fantapolitica
VOTO: 10
QUANTO è STATO GRANDE BOULLE A TRASFORMARE IL SUO MESSAGGIO IN UNA STORIA FANTASCIENTIFICA ADATTA AI TEMPI: 10
CONSIGLIATO A CHI: a tutti i gorilla e gli orangutan.

domenica 25 novembre 2007

UN LIBRO UN FILM_ 1408


Per leggere la recensione del racconto da cui è stata tratta questa pellicola cliccare qui.
Finalmente al cinema a godermi una trasposizione da un romanzo di King dopo l’ orribile esperienza de “L’acchiappasogni” 5 anni fa.
Questo è stato il mio primo pensiero all’ entrata in sala, rigorosamente solo, abbandonato da amici che preferisco non dire cosa sono andati a vedersi!
Innanzitutto voglio che sia chiara una cosa: non paragonerò in nessun modo “1408” a “Shining” perché si, si tratta in entrambi i casi di horror (tanto per dargli una definizione banale) ambientati in un albergo e il protagonista rimane uno scrittore ma per il resto non vi è niente in comune tra le due pellicole a partire dal fatto che lo “Shining” del 1980 non è una storia di King ma di Kubrick e se anche vogliamo prendere in considerazione i romanzi/racconti da cui sono stati tratti ci troviamo di fronte a due scritti completamente differenti, messi su carta per motivi e in tempi diversi.
E qui chiudo con i paragoni tanto acclamati dalla sempre più accecata critica cinematografica autorevole.
Ma veniamo a questo tanto acclamato “1408”, “Il miglior film tratto da una storia di Stephen King dai tempi di Shining”.
Ma smettiamola!
Ma davvero chi ha scritto questa cosa ci crede?
Ma ha mai visto “Misery”, “Stand By Me” o “Le ali della libertà” ?
Evidentemente no e molto probabilmente sarà lo stesso che si è scervellato per trovare i paragoni con “Shining”.
Lasciatelo stare quindi e seguitemi all’ interno di questo Dolphin Hotel.
Il film narra le vicende (come già detto nella mia recensione sul racconto da cui è stata tratta questa pellicola) di uno scrittore di horror seriali che non crede più in quello che scrive ma anche nello scrivere in se.
È in questo modo che Mike Enslin si avvia a visitare l’ ennesima stanza “maledetta”, la 1408 (la cui somma è uguale a 13 quanti ve l’ han detto?) situata casualmente ad un tredicesimo piano mascherato da quattordicesimo.
Ad accoglierlo nell’ albergo il direttore interpretato da Samuel L. Jackson (“luciferino come mai prima d’ ora”, anche questa è una frase che ho letto spesso) che tenterà di dissuadere l’ insistente cliente in tutti i modi senza riuscirci.
E quindi via, nella stanza degli orrori, tra spettri che potete benissimo vedere anche nel trailer e defunti in bianco e nero, tra cui la figlia di Mike, morta anni prima e per cui il padre si sente ancora distrutto e in colpa.
Non vi racconterò niente di più semplicemente perché raccontare un film horror (ancora questa parola! Ma vi assicuro che non è solo questo!) è semplicemente una follia o un modo per rovinare la sorpresa al festeggiato e quindi via all’ analisi.
Detto che non si tratta di “Shining” (toglietevelo dalla mente ok?) e nemmeno di quel capolavoro di sottile tensione psicologica che è Misery, “1408” è davvero un buon film.
Ecco l’ ho detto!
Me lo sono tolto dallo stomaco.
Non lo credevo, mi sono aspettato fino all’ ultimo una caduta di stile (beh a dir la verità una c’ è..vedrete Samuel L. Jackson dentro un frigorifero!) ma devo dirlo, “1408” è FINALMENTE una buona trasposizione di un racconto di King.
Anzi, se posso permettermi, si tratta di una passaggio su celluloide migliore del racconto non proprio eccelso da cui il film è tratto e ne è il naturale completamento.
Laddove il racconto si limitava ad accennare una sorta di orrore basato sullo “scioglimento” (anche letterale) della realtà della camera davanti agli occhi di Mike, il film si fa prosecutore di questa linea e racconta il disfacimento non solo fisico ma psichico della nostra dimensione di fronte al protagonista.
Finalmente una sceneggiatura riesce a trasportare sullo schermo quel male che King descrive da quando è nato ormai e che si può trovare in ogni cosa senza renderlo ridicolo (vedi ad esempio il pessimo “The mangler”), un male padrone della stanza da cui Mike Enslin (il bene…non prendete in giro, King in fondo mette in campo sempre bene vs male e lo dice anche!) cercherà in tutti i modi di fuggire.
Un Mike Enslin splendidamente interpretato da un John Cusack (a tratti anche autoironico!) in gran forma che, oltre alla vaga somiglianza fisica con lo scrittore del Maine (quando si mette il cappello e gli occhiali è uguale a King!) si fa notare per una recitazione decisamente sopra le righe che però si adatta benissimo a questo tipo di narrazione.
Non aspettatevi quindi sottili giochi psicologici o incredibili inquadrature che innoveranno il genere (anche se c’ è da dire che la regia del misconosciuto Mikael Hafstrom con soli due filmetti all’ attivo è ben al di sopra della media del genere!) ma un classico film d’ orrore che vi farà saltare qualche volta sulla poltrona (io cercavo di far l’ indifferente perché ero solo e non potevo fa figuracce ma ogni tanto avevo il cuore che mi batteva tra i capelli!) e che riesce a farsi apprezzare nella sua ora e 45 minuti pur utilizzando tutti i clichè del genere.
A caldo rimangono impresse senza dubbio una scena del protagonista fuori dalla finestra con una zoomata all’ indietro che ci mostra come la sua sia l’ unica finestra rimasta sulla parete (e chi vuol intendere intenda!) e una fantastica sequenza in cui Mike sembra diventare sordo per un attimo e sarete avvolti da quel classico sibilo che ti prende quando hai le orecchie tappate (spero per voi che quando sarete in sala non ci sarà qualche pirla a parlare perché l’ effetto è notevole!)
Insomma “1408” non mi ha deluso, così a caldo direi anzi che si tratta di un ottimo prodotto soprattutto se confrontato all’ 80% delle trasposizioni da King.
Cosa dire ancora?
Non entrate nella 1408!
Io senza dubbio sarò un po’ inquietato d’ ora in poi negli alberghi da solo, chissà quante persone sono state male su quel letto.. chissà quanti vi sono morti.
REGIA: Mikael Hafstrom
ANNO: 2007
GENERE: Horror, paranormale
VOTO: 7, 5
CONSIGLIATO A CHI: come me non ne poteva più di vedere le parole di King rovinate sullo schermo
QUANTO è PIRLA IL MIO VICINO DI POLTRONA CHE A FINE PELLICOLA HA DETTO: “SICURAMENTE CI SARà UN SEGUITO AH AH!” E NON HA CAPITO UNA MAZZA DAL PRIMO MINUTO: 10

martedì 23 ottobre 2007

UN LIBRO UN FILM_ THE LAST MAN ON THE EARTH- L’ ULTIMO UOMO DELLA TERRA


Per leggere la recensione del libro da cui è tratta questa pellicola cliccare qui.

All’ inizio non ci credevo.
Ho aspettato per più di un’ ora che il film cadesse in qualche errore palese, in qualche modo che facesse cilecca e invece nulla.
Questa è una trasposizione di “Io sono leggenda” perfetta.
E non lo dico perché ho amato il libro alla follia o chissà che altro.
Anzi.
Il mio amore per il romanzo mi ha portato a dubitare fino all’ ultimo in tutto ciò e mai mio errore fu più grande.
“L’ ultimo uomo della Terra” (per quanto molti dizionari si ostinino a chiamarlo “L’ ultimo uomo sulla Terra" il titolo all’ inizio della pellicola è chiarissimo a riguardo) è, come detto, la prima trasposizione di “Io sono leggenda” sullo schermo ed ha attraversato difficoltà di ogni genere per la sua produzione.
Se inizialmente la Hammer doveva essere la produttrice della pellicola nel 1957 con una sceneggiatura scritta direttamente da Richard Matheson, molti problemi insorsero a causa della censura del tempo che vedeva troppa violenza nello script e il prodotto venne lasciato in stallo fino al 1964, anno in cui lo scrittore si decise a vendere i diritti ad un certo Robert Lippert che convocò addirittura tale Fritz Lang alla regia. Il rifiuto del grande regista portò a una serie di vicissitudini che videro infine la nascita di una produzione italo- americana con la regia assegnata a due nomi pressoché sconosciuti: Ubaldo Ragona (con ben tre film sconosciutissimi all’ attivo) per la versione italiana e Sidney Salkow per quella internazionale.
Ma bando alle ciance e ai particolari storiografici e veniamo al succo: perché mai innamorarsi di un film girato a Roma (e non nella Los Angeles del libro) con 3 lire e un cast di 10 attori al massimo?
Voglio darvi tre motivazioni che escludano la storia, da me ampiamente narrata nella recensione di “Io sono leggenda” di Matheson (e va bene! Se proprio non avete neanche la voglia di scendere un pochettino con il cursore del mouse si tratta di un epidemia che contagia il mondo vampirizzandolo ad esclusione del protagonista Robert Neville che se la dovrà vedere con tutti! Mamma mia che pigrizia però!).
La prima riguarda il modo in cui il romanzo è stato trasposto.
Al di la dell’ ambientazione (è più che palese che quei palazzoni osceni nelle prime immagini non siano Los Angeles) “L’ ultimo uomo della Terra” riesce in quello in cui la maggior parte delle trasposizioni fallisce: mantiene lo spirito e il ritmo del libro.
La prima parte vede Robert (per questioni che io non conosco il suo cognome non è Neville come nel libro ma Morgan) di notte segregato in una casa assediata dai vampiri mentre beve whisky e ascolta jazz (e non musica classica come nel libro, ma l’ effetto se vogliamo è ancora migliore) e di giorno in giro a piantare paletti nel cuore dei mostri (con un’ affascinante sovrapposizione delle immagini che vedono il nostro sulla sua auto e nel frattempo intento a impalare le creature, a indicare una quotidianità niente affatto normale)
La seconda parte mette in scena un lungo flashback di Robert che ci permette di vedere gli ultimi giorni di un mondo morente e il suo addio prima alla figlia e poi alla moglie (davvero bella la scena finale in cui Morgan si vede ritornare in casa Kathy ridotta ad uno zombie con lo stacco della telecamera che ci riporta al presente)
Infine una terza e quarta parte vedono l’ ingresso in scena prima di un cagnolino (di solito non amo i barboncini ma qui fa una tenerezza infinita!) che si rivelerà infetto ed infine di una misteriosa donna scampata per miracolo al virus letale.
La storia originale di Matheson è sostanzialmente immutata eppure anche per il lettore il film si rivela grande in ogni passaggio (non come certe scopiazzature da libro paro paro come “Il codice da Vinci” che voglio evitare di commentare anche per la bassezza del prodotto iniziale): la sceneggiatura riesce a tenere alta l’ attenzione e alla morte inevitabile del cagnolino.. si mi sono commosso (che vergogna, credo che solo io posso commuovermi con un film del genere..).
La seconda motivazione è “La notte dei morti viventi”.
Mi spiego.
Quando ho visto il capolavoro di Romero (perché di capolavoro si tratta) non ho pensato che Romero avesse creato dal nulla tutto quanto ma l’ idea mi ha sempre accarezzato la mente.
E invece.
E invece “L’ ultimo uomo della Terra” anticipa di ben 4 anni il film di Romero e porta in scena il tema principale che il maestro dell’ horror moderno saprà far suo: la visione di una società ottusa incapace di comprendere la propria mostruosità e l’ accusa verso un diverso che poi tanto mostruoso non è se confrontato a noi.
In questo senso è esplicativo il fatto che Morgan non si renda conto fino all’ ultimo che, quello che lui pensava come un dovere (l’ uccisione di tutti i vampiri), altro non è che omicidio in serie.
Ma il film di Ragona fa di più: mostra come questa condizione di mostruosità non volontaria possa muoversi in poco tempo da una parte all’ altra e riguardi essenzialmente la società dominante (non posso dirvi di più per non svelarvi il finale ma capirete).
C’ è poi da segnalare l’ aspetto puramente visivo molto simile al film di Romero: i vampiri qui rappresentati sono praticamente identici agli zombie de “La notte dei morti viventi”: lenti e goffi eppure implacabili. Due scene vengono addirittura copiate con la carta carbone da Romero: quella nel cimitero che vede Robert fuggire tra i vampiri ciondolanti (vi ricorda per caso l’ incipit di qualche altro film?) e quella delle braccia che si intrufolano all’ interno dell’ abitazione oltre ad un finale non proprio identico ma.. non posso dire assolutamente nulla!
Infine la terza motivazione: Vincent Price nei panni di Robert Neville.
Avete presente quell’ uomo un po’ grosso con degli inimitabili baffetti che girò una serie impressionante di b-movie per Roger Corman (oltre alla parte del cattivone nel film Disney “Basil l’ investigatopo"): proprio lui.
Nella sua recitazione imponente, teatrale, quasi al limite della farsa, io l’ ho amato con tutto il mio cuore. E che importa se molti critici l’ hanno definito inadeguato per la parte o grossolano nei metodi: come si fa a non amare un personaggio del genere? Uno che pensa di essere a teatro quando cattura la telecamera e in un lungo primo piano tenta di mostrarci un uomo in preda alla pazzia che trasforma le sue risate in pianto! Uno che ad ogni frase pronunciata sembra debba decantare le lodi di chissà quale paradiso con quel fare così.. imponente. Uno così non può non essere amato, capace di tenere un film a galla praticamente da solo.
Gli altri attori tra cui un Giacomo (!?) Rossi Stuart padre del più famoso Kim e Franca Bettoja moglie di Ugo Tognazzi fanno il loro dovere in un film che davvero vorrei rivedere più considerato in un mondo in cui qualcuno è capace di urlare al capolavoro per un certo Resident Evil (davvero, non sto scherzando!).
Insomma in attesa del remake del remake (un altro film venne tratto da “Io sono Leggenda” nel 1971 con Charlton Heston come protagonista) di una storia tratta da un libro (ah si che Hollywood ne ha di idee innovative, certo! E io sono Babbo Natale!) con un muscolosissimo Will Smith come protagonista (spero non si trasformi in un nuovo “I, Robot” altrimenti lo vado a prendere di persona a quel muscolone!) godetevi questa piccola perla di cinema, senza stare tanto ad interrogarvi sul perché attori come Vincent Price non ce ne siano più e per quale motivo quegli essere vestiti di nero che arrivano alla fine assomigliano tanto a dei Fascisti.
Questa volta oltre al solito trailer originale vi offro qualcosa di più: la possibilità di vedere l' intero film GRATUITAMENTE in lingua originale cliccando qui.
Non c' è nulla di illegale tranquilli. Tutto ciò è possibile perchè i diritti della pellicola sono scaduti e ora sono di pubblico dominio. Non perdetevi la possibilità di vedere il mitico Vincent Price in lingua originale in un film straordinario!
REGIA: Ubaldo Ragona, Sidney Salkow
ANNO: 1964
GENERE: Horror
VOTO: 9, 5 (so di essere generoso ma il mio amore per questa storia è infinito)
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedere da dove ha acchiappato un po’ di idee il buon Romero
QUANTO è SIMBOLICO IL FINALE: 10

mercoledì 1 agosto 2007

UN LIBRO UN FILM_ THE INCREDIBLE SHRINKING MAN

-THE INCREDIBLE SHRINKING MAN- 3 MILLIMETRI AL GIORNO
-THE INCREDIBLE SHRINKING MAN- RADIAZIONI BX DISTRUZIONE UOMO




Premessa: questa recensione riguarda il libro e il film che ne è stato tratto, cercherò di dare una descrizione esauriente dei due mettendo in risalto le differenze che si hanno con la trasposizione su pellicola. È un esperimento, fatemi sapere cosa ne pensate.
IL LIBRO
Richard Matheson.
Se non avete la minima idea di chi sia vi dico solo 3 cose: questo simpatico signore è ammirato da gentucola come un tale Ray Bradbury (no questo non vi dico chi è!) e mr Stephen King, ha scritto i soggetti e le sceneggiature delle puntate più celebri di una serie cult come “Ai confini della realtà”, tra i suoi innumerevoli racconti si trovano “Duel” (S. Spielberg vi dice niente?), “Io sono leggenda”(il film di prossima uscita con Will Smith vi ricorda qualcosa?) e “Tre millimetri al giorno”.
Oggi mi occupo dell’ ultimo racconto citato ma mi riprometto di dirvi ancora qualcosa su questo simpatico vecchietto in una prossima recensione.
Nel 1956 Richard Matheson ha un idea, influenzato senza dubbio dal clima di terrore verso le armi atomiche in generale vissuto in quegli anni, decide di scrivere un racconto su di un uomo investito da una nube tossica, che si rende conto, dopo alcuni giorni di scetticismo, di stare rimpicciolendo 3 millimetri al giorno.
Visitato dai migliori specialisti del Paese Scott Carey continua a rimpicciolire fino a raggiungere l’ altezza di un nano prima e quella di una bambola dopo.
Ma il processo non si arresta e, finito nello scantinato per un tragico incidente con il gatto di casa, il protagonista non riesce più a risalire in casa e si adatta alla vita nel suo nuovo mondo, pieno di insidie di cui la vedova nera è la migliore rappresentante.
Mi fermo qui.
Non ricordo dove su internet in qualche stupida recensione di qualche stupido dizionario qualche genio ha deciso di scrivere il finale e io da buon pirlone me lo son letto, rimanendo così a bocca asciutta a fine libro. Non voglio che vi accada la stessa cosa.
Ma la bravura di Matheson non sta solo nella trama che verrà ripresa e adattata da molti film di fantascienza e non solo (basti pensare a “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi” e compagnia bella), colma di quelli che diverrano veri e propri luoghi comuni della science fiction anni ’50: il ragno gigante e la nube radioattiva tanto per dirne due.
La forza della sua scrittura sta nella capacità di farci entrare nel mondo di Scott, è una scrittura che, un po’ come quella di King oggi, va per immagini e riesce a far nascere dentro la nostra testa un vero e proprio film, con protagonisti, luoghi e tempi ben definiti. Se si aggiunge poi che il libro letto oggi risulta ancora fresco e piacevole come un tempo (provate a leggere certa fantascienza anni ’50 e poi ditemi se avete la stessa sensazione!), non si può far altro che inchinarsi al puro talento del Nostro.
Il problema è che non è finita qui: così come “L’ invasione degli ultracorpi” non può essere visto solo come uno sciocco film da intrattenimento, anche “Tre millimetri al giorno” non può non suscitare più di una riflessione.
La progressiva diminuzione di altezza del protagonista non è vista da Matheson solo come un pretesto per nuove avventure ma come metafora piuttosto esplicita di perdita di potere dell’ uomo sul suo mondo.
Ad un tratto Scott comprende, ad esempio, che non può avere più alcuna autorità sulla piccola figliola se è più basso di lei perchè “Un bambino ragiona in modo semplice. Rispetta la grandezza e la profondità della voce […] Un padre era immutabile. Ci si poteva contare, non cambiava mai. Scott stava cambiando.”
Questo, insieme alla pretesa di Carey di poter stare insieme ad una nana almeno per una notte perché finalmente a suo agio, sono i simboli di quanto la grandezza di un uomo nel mondo di oggi non si basi più sulla sua nobiltà d’ animo o meno ma su aspetti esteriori: la fama, i soldi (la prima preoccupazione del protagonista è in effetti la perdita del suo lavoro e la consapevolezza di non poter più dare sicurezza economica alla sua famiglia), addirittura l’ altezza fisica.
A questa critica della società di oggi si collega quella del sistema della comunicazione di massa che fa dell’ uomo che rimpicciolisce un caso mondiale portando il protagonista sull’ orlo di frequenti crisi di nervi, ossessionato dalla stampa di tutto il mondo, infine costretto a vendere la sua storia (e quindi il suo corpo) a un popolo affamato di notizie, non più in grado di vivere senza l’ interesse e il disprezzo per l’ altro, per il diverso (tutto ciò mi ricorda molto l’ Italia di oggi: Corona, il finto una bomber, bla bla bla).
Il secondo tema che mi preme sottolineare (e che interessava molto anche Matheson) è la consapevolezza del piccolo scherzo della natura (come Scott chiama se stesso) di essere comunque un uomo, nonostante la sua altezza, quindi dotato di un intelligenza più fine rispetto alle altre creature e capace ancora una volta di dominare la natura, anche se a livello minore.
L’ onnipotenza dell’ uomo e la sua infinita voglia di essere l’ unico a poter decidere riguardo la sopravvivenza del resto degli esseri viventi sono sottolineati dallo scrittore nel momento in cui il protagonista decide, nonostante sia ormai all’ ultimo giorno di vita, di uccidere il ragno a qualsiasi costo.
Infine ci sarebbe un terzo tema, che si sviluppa essenzialmente nel finale e che quindi eviterò di approfondire troppo ma che è legato essenzialmente al secondo e riguarda la cecità dell’ uomo quando si tratta di vedere oltre la sua misura, oltre al suo delirio di onnipotenza su tutto ciò che è visibile.
Insomma: se dovete ancora andare in vacanza, se come me passerete il 15 di agosto a casa senza far nulla, se avete un’ oretta libera di tempo la sera vi consiglio la lettura di questo fantastico libricino, vi assicuro che non rimarrete delusi dal piccolo Scott e dalle sue avventure e magari avrete anche qualche spunto interessante di riflessione che io non ho notato.
IL FILM
Innanzitutto voglio chiarire una cosa: non sono uno di quelli che vedendo un film tratto da un libro si aspettano ogni scena identica a quella immaginata durante la lettura.
Oltre che impossibile (ognuno ha una sua visione nella testa) risulterebbe tutto estremamente noioso, che senso avrebbe rileggere una seconda volta il romanzo con le immagini?
L’ importante in una trasposizione è non tradire lo spirito del racconto (come avviene spessissimo nelle pellicole tratte dai romanzi di King tanto per fare un esempio).
Dunque?
Dunque non lo so!
Se da una parte la trama è rispettata con i dovuti cambiamenti (grazie anche al fatto che sceneggiatura e soggetto sono dello stesso Matheson) forse alcune riflessioni che il libro può suscitare vengono completamente perse in un film pensato appositamente per un pubblico adolescenziale da drive in americano.
Vengono a mancare totalmente due personaggi decisamente importanti nel libro come la figlia di Scott e la sua babysitter e quindi il tema dell’ impotenza di un uomo piccolo nella società d’ oggi viene solo sfiorato e non ben approfondito.
Ma ciò che più viene tralasciata è la componente sessuale: se nel libro di Matheson l’ impotenza sessuale del protagonista rimpicciolito si fa sentire ad ogni pagina fino al desiderio perverso per la babysitter della figlia, nel film tutto ciò che riguarda il sesso e Scott viene saltato a piè pari se non nelle poche scene con Nanà (la nana).
Viceversa la trasposizione in immagini ben sottolinea la pressione ossessionante della stampa e spinge l’ acceleratore sul versante delle avventure di Scott in cantina.
La pellicola diventa così un ottimo prodotto di intrattenimento, con la giusta tensione e ottimi effetti speciali (certo tutto deve essere considerato rispetto all’ epoca in cui fu prodotto!) fino ad arrivare al meraviglioso finale, addirittura superiore, a mio parere, a quello del romanzo.
La regia di Jack “Mostro della Laguna Nera” Arnold è impeccabile (da notare tra le altre cose la presenza di un cartello con su scritto “Keep your city clean” esattamente di fronte al circo in cui si esibiscono vari “mostri” come Nanà) e grazie al primo uso dei nuovi (allora si intende) obiettivi a focale variabile della zoomar corp. detti zoom e ai modellini in scala il rimpicciolimento del bravo Grant Williams nei panni di Scott risulta estremamente credibile (addirittura Arnold passò settimane intere a filmare gatti e ragni per rendere tutto più credibile!).
La pellicola vinse nel 1958 il premio Hugo, maggior riconoscimento per la fantascienza.
Avrei voluto esserci il giorno della prima proiezione al drive in, tra decine di adolescenti a bocca aperta di fronte all’ ennesima meraviglia del cinema: assistere ad un uomo rimpicciolito alle dimensioni di un ragno a lottare per la sua sopravvivenza tra enormi spilli e giganteschi barattoli deve essere stato davvero un bello choc per l’ epoca.

TRE MILLIMETRI AL GIORNO
AUTORE: Richard Matheson
ANNO: 1956
GENERE: Science fiction anni ‘50
VOTO: 8,5

RADIAZIONI BX DISTRUZIONE UOMO
REGIA: Jack Arnold
ANNO: 1957
VOTO: 7,5 (voto revisionato dopo aver visto l' intera filmografia disponibile di Arnold: 8)

GENERE: Science fiction anni ‘50
QUANTO è FISSATO COI RAGNI JACK ARNOLD: 9 (vedi “Tarantola” e “Destinazione Terra”)
CONSIGLIATO A CHI: Ama il genere, vuole vedere come si faceva un film incredibile con effetti speciali oggi irrisori, ama Jack Arnold, ha un' oretta da dedicare ad una lettura da svago.