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lunedì 12 novembre 2007

THE MOUSE THAT ROARED- IL RUGGITO DEL TOPO


Dopo una pausa piuttosto lunga mi accingo a completare finalmente l’ analisi dei film di Jack Arnold (purtroppo molti titoli sono attualmente inesistenti sul mercato e, ad eccezione di “No Name On The Bullet” che dovrò procurarmi in dvd in lingua inglese, ho recensito tutto quello che mi è stato possibile reperire).
L’ ultimo grande film di successo del Nostro dopo i fasti fantascientifici conclusi con l’ odiato (da lui ma non da me!) “Ricerche Diaboliche” è “Il ruggito del topo” datato 1959 con protagonista un incredibile Peter Sellers alla sua ottava presenza sul grande schermo e alla sua prima interpretazione in tre ruoli differenti.
La pellicola narra l’ incredibile e assurda storia del Ducato di Fenwick, il più piccolo stato al mondo (esteso per sole 15 miglia quadrate e posizionato da qualche parte tra le Alpi) che un giorno decide di dichiarare guerra agli Usa per la clandestina imitazione del gran Fenwick (il gran Enwick della California), il vino nazionale su cui l’ economia del Ducato si regge.
Se la premessa può sembrare quantomeno delirante non avete ancora sentito la dichiarazione del primo ministro che sostiene a voce alta:
“Certo che non potremo vincere questa guerra, ma potremo vincere la pace!”
Le intenzione dell’ arguto ministro, infatti, sono quelle di dichiarare guerra agli Usa per essere sconfitti e ricevere tutti gli aiuti che gli Stati Uniti tributano solitamente ai perdenti.
Per la missione viene incaricato il gran conestabile del Ducato nonché capo dell’ esercito Tullio Bescom che, a capo di una ventina di uomini armati di arco e frecce e bardati con armature seicentesche, intraprende il viaggio via mare per New York.
Caso vuole che nella città si stia effettuando un test antiatomico per l’ invenzione della nuova bomba Q, mille volte più potente della bomba H e quindi la città sia completamente deserta.
Tra equivoci di ogni genere l’ esercitino riuscirà a prendere con se la famigerata bomba insieme al suo inventore, la figlia e alcuni militari americani.
L’ inaspettato ritorno vittorioso manderà in frantumi tutti i piani del primo ministro e della Duchessa e porterà gli Stati Uniti ad una grave crisi dovuta all’ inaspettata difesa di tutti gli stati del mondo verso il Ducato di Fenwick a patto che possano portare a casa la bomba “per proteggerla”.
Devo ammetterlo.
Dopo aver visto tutti i film di sci- fi di Arnold non mi aspettavo granchè da questa pellicola (anche se Luciano mi aveva avvertito della sua bontà!).
Nonostante la presenza di Peter Sellers e una storia a dir poco originale non credevo di trovarmi di fronte la classica pellicola che ti fa rimanere con il sorriso stampato in faccia per più di un’ ora.
Niente risate fragorose o situazioni da sbellicarsi ma il film, e Peter Sellers in particolare, riesce in ogni situazione a tirar fuori il meglio da ogni scena con dialoghi da pazzi (il militare americano catturato esclama furioso alla duchessa: “Io so la convenzione di Ginevra a memoria!” e lei: “Ah si? Un giorno di questi me la recita allora!”) e personaggi tanto stilizzati quanto divertenti.
Il famoso comico nei panni dell’ ottocentesca Duchessa, del precisissimo primo ministro e dell’ imbranato gran conestabile del Ducato riesce a dare un tono burlesco, quasi circense, all’ intera pellicola mentre il resto del cast (tra cui la bellissima Jean Seberg) fa essenzialmente da contorno ad una buonissima storia.
Le ambientazioni “tra le Alpi” sono ben fatte e il Ducato sembra davvero essere sperso in una di quelle valli dove nessuno arriva mai. A riguardo si veda il cartello all’ incrocio di una strada che indica le direzioni per andare in Francia, in Italia in Olanda e al Gran Ducato di Fenwick (il film è pieno zeppo di piccoli particolari come questo tutti da gustare!).
Anche la New York deserta fa il suo bell’ effetto anche se la camera tende a evitare le strade per concentrarsi sui grattacieli che senza dubbio possono sembrare deserti anche quando non lo sono!
Arnold non imprime una particolare impronta registica al film ma riesce comunque a trasmettere uno dei suoi temi preferiti: la mostruosità dell’ uomo, e in particolare di una nazione (gli Stati Uniti) , che arriva addirittura a comprendere di essere sull’ orlo della scomparsa eppure continua sulla sua strada. Esemplificativa a riguardo è la frase della figlia dell’ inventore della bomba rivolta al primo ministro del Ducato: “Ridateci la bomba! Tanto se la terrete vivrete sempre col terrore che scoppi!”.
Non si chiede quindi di disinnescarla ma semplicemente di ridarla al suo legittimo proprietario così come nel finale il ducato deciderà di tenerla nei sotterranei per assicurare il disarmo degli altri paesi.
Ciò che più colpisce e che sembra quasi stonare in una pellicola fatta essenzialmente per ridere è una scena in particolare.
A 10 minuti dal termine durante un inseguimento in cui la bomba rischia di scoppiare da un momento all’ altro compare sullo schermo la scena di uno scoppio di una bomba atomica e la voce di Sellers che ci avverte: “Signore e signori questa non è la fine del film però potrebbe essere la nostra fine da un momento all’ altro. Ci è sembrato carino farvelo vedere perché possiate essere preparati.”
La pellicola interrompe così le risate nel bel mezzo del climax finale (dove si è solitamente più attenti) per lanciare un messaggio quantomeno inquietante che ti fa rimanere con quel gusto amaro in bocca che non sai come mandar giu.
Dopo di che il film riprende come se nulla fosse successo e mentre tu ti stai ancora domandando cos’ era quella esplosione il Ducato porta a termine la sua avventura.
Ad Arnold non importa essere implicito o cercare di trasmettere il messaggio con la comicità di Sellers: lui ce lo sbatte in faccia quello che vuole farci sapere in modo che non ci siano dubbi sull’ interpretazione della pellicola, in modo che nessun critico lo fraintenda, in modo che sia chiaro quanto poco gli piaccia il clima di quegli anni.
Insomma “Il ruggito del topo” vuoi per il grande Arnold (che qui dimostra, come in “Radiazioni bx: distruzione uomo” di saper lavorare alla grande senza il suo produttore preferito William Alland), vuoi per il magnifico Peter Sellers, vuoi per la scena che anticipa i titoli iniziali (la donna simbolo della Universal con la torcia in mano alza il vestito e scappa vedendo un topolino!), vuoi per il messaggio che vuole trasmettere, vuoi per le analogie con il Dottor Stranamore (anche li ci sono bomba atomica, Peter Sellers in tre ruoli e un umorismo non fine a se stesso) è un film che va visto.
E rivisto.
Per ricordarsi anche che una volta almeno si riusciva a far ridere con temi impegnati e trame sicuramente più originali del solito omaccione muscoloso costretto a badare ai bimbi o della solita coppietta con mille problemi.
Il film avrà un seguito nel 1963 con “Mani sulla Luna” (da quanto ho letto dovrebbe essere molto gradevole ma vi saprò dire) dove non si trova però nessun componente di questo primo capitolo.
P.S.: Ho revisionato un poco i voti dell’ intera filmografia di Arnold e di Sherwood dato che ho visto davvero tutto ora e riporto qui sotto i voti.
REGIA: Jack Arnold
ANNO: 1959
GENERE: Commedia
VOTO: 8
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedere l’ ultimo grande successo di Arnold
QUANTO ERA UNICO E GRANDE SELLERS: 10


DESTINAZIONE TERRA: 8
IL MOSTRO DELLA LAGUNA NERA: 8
TARANTOLA: 7
LA VENDETTA DEL MOSTRO: 6+
CITTADINO DELLO SPAZIO: 8
IL TERRORE SUL MONDO: 6, 5
RADIAZIONI BX: DISTRUZIONE UOMO: 8
LA METEORA INFERNALE: 7
I FIGLI DELLO SPAZIO: 6
RICERCHE DIABOLICHE: 7

mercoledì 17 ottobre 2007

MONSTER ON THE CAMPUS- RICERCHE DIABOLICHE


L’ ultimo film di fantascienza girato da Jack Arnold è datato 1958 e risulta forse il più sottovalutato dell’ intera carriera dello stesso nell’ ambito fantastico persino dal suo stesso autore che lo considera come il peggiore dei suoi figli, girato solo per rendere un favore all’ amico Joe Gershenson, a capo del settore musicale della Universal, e per obbedire a quest’ ultima che, come spiega il regista stesso in un’ intervista, imponeva alcuni film ai suoi 7 registi senza nessuna condizionale.
Nello stesso anno del debole “I figli dello spazio” con la produzione di Alland, il regista da il via all’ ultima fatica horror fantascientifica della casa di produzione prima di “Island Of Terror” del 1966.
Stine agli effetti speciali (anche in “Radiazioni bx distruzione uomo”) e Westmore al make up (praticamente nella quasi totalità delle pellicole di Arnold) assicurano una continuità con la produzione precedente del regista.
Lo script di David Duncan è considerato pessimo da Arnold che tenterà di risollevarlo in ogni modo.
Ci si trova questa volta in un campus universitario (come specificato dal titolo originale) e Donald Blake è un professore paleontologo che si dedica principalmente all’ evoluzione umana e animale.
Nel trasporto di un caelecantus (strano pesce che non ha subito nessuna evoluzione dalla sua nascita ed è quindi considerato un fossile vivente) Donald si ferisce ad una mano e comincia a sentirsi male.
La sua assistente Molly gli da un passaggio a casa ma, mentre telefona al pronto soccorso, viene aggredita da un essere misterioso che la telecamera non ci permette di vedere, se non per la mano molto pelosa.
Il giorno seguente la polizia trova il corpo senza vita di Molly (morta di paura) e sospetta di Blake, che nel frattempo si è ripreso e non ricorda più nulla della sera precedente, ma dopo poco egli viene scagionato e si attribuisce il delitto a un fantomatico nemico del professore a cui viene assegnata una guardia del corpo.
La giornata seguente prosegue senza nessun disturbo ma al calare della sera viene vista dal professore a da due suoi alunni una libellula gigante, che poco prima si era posata sul caelecantus.
Questo episodio e il fatto che un buon cane lupo si fosse trasformato in una bestia feroce dai lunghi canini aguzzi dopo aver leccato una sostanza fuoriuscita dal pesce primitivo il giorno precedente fanno insospettire Donald che inizia a comprendere chi sia in realtà il mostro che ha aggredito Molly.
Nel tentativo di svelare i suoi dubbi alle persone che lo circondano, il professore viene accusato di avere fantastiche visioni che nessuno può confermare e persino la sua fidanzata comincia ad avere dubbi sulla sua sanità mentale.
Spaventato da quello che potrebbe succedere in seguito a una sua ulteriore trasformazione, ma nel contempo attratto come uomo di scienza da una possibile straordinaria scoperta (qualsiasi essere a contatto con il plasma di questo caelecantus, esposto a raggi gamma per la migliore conservazione, potrebbe involversi fino alla sua forma originaria) Donald decide di prendersi un periodo di pausa in uno chalet di montagna per provare i suoi dubbi.
Il finale con una bella trasformazione dell’ uomo in bestia (in realtà uomo primitivo) è tutto da gustare e non manca di suspence, elemento totalmente dimenticato ne “I figli dello spazio”.
Ma veniamo ad un analisi più attenta.
Innanzitutto l’ ambientazione: dimenticato il deserto, protagonista di molte sue pellicole (“Destinazione terra”, “Tarantola”, “I figli dello spazio”), Arnold si dirige verso un campus universitario (anticipando di molto quella che sarà il trend dei film horror di fine ’70 inizio ’80) e in seguito sulle montagne che vengono viste come luoghi oscuri e affascinanti dove avvenimenti straordinari possono accadere senza che nessuno ne venga a conoscenza (e in questo caso la somiglianza con il deserto è molto forte).
Per quanto riguarda i temi classici affrontati da Arnold, invece, la pellicola sembra essere la chiusura di un cerchio aperto con “Destinazione Terra” ma prima di tutto vorrei far notare la telefonata di Donald al fantomatico dottor Moreau che risiede in Madagascar per risolvere i suoi problemi di trasformazione, chiaro riferimento a “L’ isola del dottor Moreau” dove quest’ ultimo tentava di trasformare gli animali in umanoidi (esattamente l’ opposto di quello che accade qui).
Per prima cosa si può notare come il tema della rivalità in amore sia totalmente ribaltato rispetto alle prime due pellicole (“Destinazione Terra” e “Il mostro della Laguna Nera”) che seguivano per lo più gli esempi dati da altri film di genere: se in questi ultimi erano infatti gli uomini ad essere in contrasto con altri per il “possesso” della bellezza di turno (anche se non ci sarebbe bisogno di virgolettarlo perché la visione delle donne in quegli anni nel cinema di questo genere era quasi sempre quella di un oggetto da avere, si veda King Kong che impugna la donna per indicare il suo amore), ora è la fidanzata di Blake ad avere una rivale in amore, la bella Molly, che sembra addirittura essere più vicina a lui rispetto alla fredda signora Townsend (il fatto che venga chiamata quasi sempre per cognome sembra indice di questa teoria).
Ancora più importanza è data invece al concetto di uomo- mostro che Arnold ha sempre cercato di trasmettere all’ interno delle sue pellicole.
Inizialmente in “Destinazione Terra” l’ alieno è visto come nemico distruttore ma si scopre sul finale il suo bisogno di aiuto che non ha saputo esprimere adeguatamente; ne “Il Mostro della Laguna Nera” e nel suo seguito “La vendetta del mostro” il gillman è inquadrato come un nemico ma si riesce a notare come in realtà sia l’ uomo l’ invasore di un terreno non suo; in “Tarantola” Arnold decide finalmente di mostrare l’ orrenda mutazione dell’ uomo in mostro per rendere finalmente esplicito il suo pensiero; ne “I figli dello spazio” è addirittura l’ uomo ad essere salvato dall’ alieno che, visto come ostile come al solito, salva l’ umanità dalla sua stessa mostruosità.
Siamo arrivati a “Ricerche diaboliche”. L’ uomo si trasforma nuovamente in mostro (come in “Tarantola”) ma questa volta la sua metamorfosi non è casuale: egli non è solo deturpato nell’ aspetto fisico ma anche la sua mente viene stravolta fino a diventare qualcosa di molto simile al gillman; i suoi pensieri non sono più quelli di un Homo sapiens sapiens ma quelli di un nostro antenato antichissimo che, proprio come il mostro della Laguna Nera si occupa solo della sua sopravvivenza e prova sentimenti primitivi verso l’ altro sesso.
In questo senso Arnold chiude un cerchio perché finalmente ci mostra come il gillman tanto odiato altro non è che una nostra proiezione del passato.
Il regista, poi, ci concede di proseguire con lui nella sua interpretazione della natura umana quando Blake si rende conto della sua trasformazione e decide di uccidere comunque il mostro perché rappresenta ancora un nemico (in questo senso viene richiamata la testardaggine dell’ uomo già sottolineata con “La vendetta del mostro” e “Il terrore sul mondo”).
L’ impossibilità o la difficoltà di esprimersi della creatura diversa (sia essa umana o meno) è un diretto corollario di questa equazione uomo-mostro.
Per quanto riguarda la regia, infine, Arnold riesce ancora una volta ad esprimere tutta la sua abilità nel genere: la creatura orribile non viene mai mostrata durante l’ intera pellicola e solo nel finale si assiste finalmente alla tanto attesa metamorfosi che risulta peraltro davvero ben fatta per l’ epoca.
Altro punto fisso di Jack è la visuale in soggettiva questa volta utilizzata per farci guardare attraverso gli occhi di un Donald in trasformazione (geniale la visuale sfocata che non ci fa comprendere se Blake ha le traveggole mentre vede la libellula che rimpicciolisce o è il suo corpo a subire la trasformazione).
Infine vorrei segnalare un momento particolare: quello della fuga della ragazza su per il pendio della montagna inseguita dal mostro, resa in maniera a mio modo magistrale per come è posizionata la telecamera: lontana, impassibile di fronte a una scena che sembra aver visto già troppe volte e di cui conosce il finale ma ancora capace di trasmetterci la tensione di una fuga insperata.
Già.
Troppe volte.
Probabilmente Arnold pensò a quello quando decise che non avrebbe più girato un film di fantascienza per il resto della carriera, pensò a quanti mostri aveva visto uscire dalle paludi, a quanti ragni giganti aveva dovuto affrontare, a quanti alieni mostruosi aveva sconfitto, pensò alla superficie di Metaluna e ai suoi abitanti troppo avanzati.
Probabilmente era semplicemente finito il suo tempo in un cinema di fantascienza che si apprestava al passo successivo: la fantascienza sociale degli anni ’60.
Probabilmente era quello.
Ma mi piace pensare che semplicemente Jack non aveva voglia i trasformarsi in un mostro.
Di bravura.
REGIA: Jack Arnold
ANNO: 1958
GENERE: Fantascienza, Horror
VOTO: 7
CONSIGLIATO A CHI: vuole assaporare l’ ultima opera fantascientifica del maestro della sci- fi anni ’50.
QUANTO AMO JACK ARNOLD: 10

giovedì 11 ottobre 2007

THE SPACE CHILDREN- I FIGLI DELLO SPAZIO


Siamo nel 1958.
Jack Arnold reduce da almeno 3 successi straordinari (“Il mostro della Laguna Nera”, “Tarantola” e il fantastico “Radiazioni Bx distruzione uomo”) si butta su una storia di Tom Filer per la sua ultima collaborazione con il produttore William Alland.
Dopo aver visitato il mondo dell’ alieno in Terra (il mostro della laguna) per ben due volte, aver assistito allo sbarco di alieni in difficoltà scambiati per minacciosi invasori (“Destinazione Terra”), essere andato nello spazio per salvare i metaluniani attaccati da Zargon (“Cittadino dello spazio”), aver combattuto contro un insetto reso mostruoso dall’ uomo (“Tarantola”), questa volta il regista (e i protagonisti di questo film) se la dovrà vedere con un essere venuto dallo spazio la cui forma ormai non ha più nulla a che fare con uomini o animali.
La storia ha inizio per l’ ennesima volta (dopo “Destinazione Terra” e “Tarantola”) nel deserto ma questa volta ci si trova al limitare di esso con il mare.
I protagonisti sono, come si comprende fin dal titolo e dalle prime immagini, i bambini le cui facce appaiono una dopo l’ altra su uno sfondo di luminose stelle.
In poche parole i genitori di Bill e Ken si sono appena trasferiti in una sorta di campeggio provvisorio, luogo dove il padre (un passabile Adam Williams) ha trovato un nuovo impiego come collaboratore per la creazione e il lancio di un satellite- bomba che, una volta nello spazio, potrà essere usato come arma di difesa- attacco contro ogni Paese del mondo.
I ragazzi arrivati sul posto notano subito una luce e un suono provenire dallo spazio e insieme agli altri bambini conosciuti da poco si recano in una grotta nascosta nella quale trovano una sorta di uovo- cervello illuminato che sembra ipnotizzarli tutti.
Da questo momento in poi i ragazzini tenteranno in tutti i modi di difendere la “creatura” dotata di strani poteri in grado di fermare chiunque voglia distruggerla e capace, forse, di bloccare persino il lancio del missile.
Ho sempre affermato nelle mie recensioni come le pellicole di Arnold (e quasi tutte quelle di fantascienza di quegli anni con piacevoli eccezioni) siano destinate prevalentemente ad un pubblico di ragazzini.
In questo caso il regista fece ancora di più: creò un film per SOLI adolescenti dove i protagonisti sarebbero stati loro stessi, idea non certo innovativa (basti vedere “Gli invasori spaziali” del 1953) ma senza dubbio sviluppata in modo personale.
Se negli altri film di questo genere i ragazzini venivano visti come eroi in grado di comprendere il pericolo ben prima degli adulti in modo da poterli avvertire, questa volta il tutto è sviluppato più finemente.
Innanzitutto l’ alieno: tralasciando la sua forma che ormai non ha più nessun collegamento con quella umana (ma già si era visto qualcosa di questo genere ne “La meteora infernale” di John Sherwood basato su una storia dello stesso Arnold e nel contemporaneo “The Blob”), esso appare inizialmente come una creatura crudele capace di schiavizzare dei bambini per raggiungere i suoi scopi e persino di uccidere uno dei genitori per impedire che il piano vada a monte. Ma se si toglie un po’ di polvere dalla superficie si può vedere come il rapporto alieno- umani non sia così semplice: i bambini sono senza dubbio schiavi ma sembrano esserlo volontariamente in una sorta di rivincita che vuol far comprendere agli adulti la miopia e ottusità nei loro confronti mentre l’ alieno non è così crudele come sembra in quanto le sue azioni sono dettate dalla necessità di proteggere gli adolescenti da un mondo che non li comprende; persino l’ uccisione di un genitore (non a caso l’ ubriacone violento Joe Gamble padre del ragazzo più spaventato dalla cosa scesa dallo spazio) non viene vista dal figlio come una grave perdita che sprona la madre a non piangere per un essere che non ha mai saputo dare la protezione che doveva alla sua famiglia.
In secondo luogo il rapporto che i ragazzini hanno con i loro genitori: se inizialmente essi sono tutti dei bravi bambini obbedienti, dalla venuta della creatura si trasformano e alle insistenti pressioni di Anne (la bella ma inutile Peggy Webber) che si chiede cosa sia successo, il figlio Bill le dice di sedersi insieme al marito sul letto in modo che lui e il fratello possano spiegargli tutto. Un inversione di ruoli quindi, che simboleggia la maturità dei ragazzini nei confronti di adulti che giocano ancora a fare le guerre come se fossero piccoli bambini dispettosi e che non si rendono nemmeno conto di quel che fanno come dimostrato dal dottore presente nel campo che, in una sorta di giustificazione per il lancio del missile di fronte alla creatura, dice che lui ha "lavorato una vita per tenere al sicuro i bambini" senza rendersi conto che quella bomba rappresenta un pericolo per migliaia di altre vite umane.
Insomma una pellicola particolare: se da un lato Jack Arnold riesce bene nell’ intento di farci comprendere il parallelo tra infanzia e alienità (in fondo i ragazzi non sono altro che alieni incompresi in questo mondo troppo adulto), dall’ altro il regista non ha niente tra le mani per spaventare o almeno tenere in tensione lo spettatore come nelle altre sue pellicole anche se il suo stile registico e i suoi dialoghi filosofo-scientifici rimangono.
Il solito gioco del tenere nascosta la creatura fino agli ultimi minuti per un climax conclusivo ben riuscito questa volta non può funzionare perché non esiste uno scontro finale e Arnold cerca di giocarsi le carte migliori all’ inizio, fino alla rivelazione dell’ alieno ai genitori.
Il seguito appare un po’ troppo moscio e il finale, invece che puntare in alto, sembra quasi voler essere un messaggio sussurrato, stanco, proprio come Arnold che, dopo “Ricerche diaboliche” dello stesso anno, lascerà definitivamente la regia di film fantascientifici per dedicarsi essenzialmente alla tv e a qualche film di poco successo.
REGIA: Jack Arnold
ANNO: 1958
GENERE: Fantascienza
VOTO: 6
CONSIGLIATO A CHI: Vuole proprio vedersi tutto Jack Arnold altrimenti passate ad altro.
QUANTO è DI PROFILO PIù BASSO RISPETTO ALLE ALTRE PELLICOLE DI ARNOLD: 8

domenica 7 ottobre 2007

THE MONOLITH MONSTERS- LA METEORA INFERNALE


Davvero una gran bella sorpresa.
Avete presente quei film da cui non vi aspettate nulla e tutto ad un tratto vi ritrovate a pensare a quanto siete stati sciocchi a non avere avuto fiducia in loro prima?
Bene.
Questo è uno di quei film e per me è stato tutto quello che “Il quinto elemento” non è stato: una gran bella sorpresa (certo lo era stato anche il film di Besson, ma in negativo).
“La meteora infernale” nasce da una storia di Jack Arnold e Robert Fresco (come "Tarantola") nel 1957 (anno in cui Arnold girò il più famoso “Radiazioni bx distruzione uomo”) e viene portato sullo schermo da John Sherwood, suo assistente in molti altri film e regista nel 1956 del terzo episodio con protagonista il gillman (“Il terrore sul mondo”).
Il mio dubbio era nato appunto dalla regia di Sherwood: la sua prova non troppo brillante nel terzo seguito de “Il mostro della laguna nera” mi stava dissuadendo dalla visione di quello che si può considerare a tutti gli effetti parte dell’ opera di Jack Arnold.
E che parte!
Prima di “The Blob” e “I figli dello Spazio” (entrambi del 1958, il secondo firmato da Arnold), “La meteora infernale” mette in campo uno degli alieni più atipici mai apparsi sullo schermo fino a quel momento: un minerale.
No.
Non vi sto prendendo in giro.
E neanche Arnold voleva farlo.
Una meteora si avvicina alla telecamera dopo una veduta della Terra dallo spazio e si assiste a uno spettacolare impatto direttamente ripescato da quel gioiellino di “Destinazione Terra” (per il parere di Carpenter su questa immagine leggete fino alla fine la recensione!): così ha inizio la storia del minerale più minaccioso mai apparso sullo schermo.
Un uomo scende dalla sua vettura e mette una pietra nera sotto la ruota per non far indietreggiare l’ auto. Una volta esaminato il luogo Ben (un geologo della zona) raccoglie incuriosito il sasso nero usato come cuneo e lo porta in laboratorio per analizzarlo.
È l’ inizio dell’ invasione.
Nello studio una boccetta cade accidentalmente sulla pietra che inizia a fumare; il giorno seguente il collega di lavoro trova Ben ritto come un sasso (è il caso di dirlo) e inequivocabilmente morto mentre tutt’ attorno sono sparsi centinaia di piccole pietroline nere identiche a quella trovata dal malcapitato (chiedo perdono per le infinite ripetizioni!).
Entra in scena Dave interpretato dal buon Grant Williams (fresco del successo di “Radiazioni bx distruzione uomo”), anche lui geologo, che inizia ad esaminare la pietra dopo un altro caso simile a quello di Ben con protagonista una bambina e la sua famiglia.
La scoperta è tanto eccezionale quanto orribile: lo strano minerale a contatto con l’ acqua cresce a dismisura fino a formare veri e propri monoliti neri che, raggiunta un’ altezza impressionante, crollano a terra sbriciolandosi in migliaia di pezzi procurando la distruzione di tutto l’ ambiente circostante.
La spiegazione pseudo scientifica tipica dei film di Arnold non si fa attendere: il monolite assorbe il silicio dal terreno e con l’ acqua fermenta mentre la pietrificazione degli umani è dovuta anch’ essa all’ assorbimento del silice che, a quanto sembra, serve a mantenere la pelle umana flessibile (sarà davvero così? Chissà perché ho seri dubbi!).
Quel che accade di qui in poi è pura azione da sci-fi anni ‘50: mentre Dave scopre che l’ acqua salata può fermare la crescita del minerale un meteorologo annuncia in maniera quantomeno bizzarra (in uno dei rari momenti comici volontari nei film fantascientifici di Arnold) che di li a poco un violento temporale investirà l’ intera zona.
Come si salveranno i nostri eroi?
Questo non posso dirvelo ma vi assicuro che il finale del film mantiene le promesse, con un’ inondazione straordinaria e una tensione che riesce a mantenersi su livelli più che buoni.
Che dire?
Innanzitutto un applauso (e non solo uno se si considera il budget risibile di cui godette la pellicola) va agli effetti speciali; oltre alla sopraccitata inondazione finale, da notare è la crescita dei sassi ottenuta con un trucco tanto banale quanto geniale: uno zoom (usato anche nel contemporaneo “Radiazioni bx distruzione uomo”) e un piccolo movimento di camera bastano a farci apparire dei minuscoli modellini statici come degli spaventosi monoliti in grado di crescere a dismisura.
Da notare poi il grande trucco marmoreo degli attori utilizzato anche dal contemporaneo “Prigionieri dell’ eternità” e il deserto.
Già.
Sempre lui. Il deserto.
Ancora una volta protagonista di una pellicola di Arnold.
Quel deserto che ha visto atterrare gli alieni di “Destinazione Terra” e camminare sulla sua superficie la gigantesca tarantola questa volta è protagonista di una pellicola in cui una parte di esso (per quanto alieno, il monolite è comunque un minerale) si rivolta all’ uomo e al suo sfruttamento.
Un deserto che, come ci spiega Dave (e qui sembra davvero di sentir parlare Jack Arnold), “è miniera di cose misteriose” anche se “ci sono cose che ancora non abbiamo capito, ma dubito ci sia qualcosa di nuovo”.
Sarebbe facile ricondurre “La meteora infernale” al clima politico di quegli anni, paragonare la meteora alla minaccia incombente di una guerra fredda che sembra ormai pronta per scoppiare ma per questa volta voglio farne a meno: godetevi questo film in tutta la sua tensione, in tutti i suoi effetti speciali, in tutti i suoi interpreti più o meno macchiettistici e chiedetevi se un film come Tremors non deve a questa pellicola almeno la metà del suo successo.
Godetevelo perché John Sherwood morirà nel 1959 per una banalissima polmonite dopo una lunga carriera di aiuto regista e la direzione di soli 3 film incluso questo (gli altri due sono “Il terrore sul mondo” e “Il marchio del bruto”) mentre Arnold nel 1958 metterà la parola fine alla sua carriera nel mondo della fantascienza.
Godetevi l' inizio della pellicola, il trailer è irrecuperabile su internet, ma John Carpenter definì così l' impatto della meteora che vide per la prima volta in "Destinazione Terra" e che fu ripresa pari pari qui:
"La prima inquadratura che io ricordo è un campo lungo di un panorama desertico. La macchina da presa sta panoramicando orizzontalmente su una meteora che dal cielo precipita verso la Terra. La seconda inquadratura è della meteora che sta venendo dritta verso la telecamera ed esplode. Nel 1953 quella meteora uscì fuori dall schermo ed esplose sulla mia faccia. Abbandonai mia madre e schizzai fuori nel corridoio per la paura. Ma quella volta... io mi innamorai del cinema"
REGIA: John Sherwood
ANNO: 1957
GENERE: Fantascienza, Horror
VOTO: 7
CONSIGLIATO A CHI: vuol divertirsi davanti a un film di sci-fi senza troppe pretese.
QUANTO PUò ESSERE PARAGONATO A "TARANTOLA", ANCH’ ESSO SCRITTO DA ARNOLD: 9

martedì 2 ottobre 2007

TARANTULA- TARANTOLA


Siamo nel 1955 e per Jack Arnold non c’ è un attimo di pace.
Dopo il seguito de “ Il mostro della Laguna Nera” (“La vendetta del mostro”) e il richiamo in extremis per rigirare le ultime scene di “Cittadino dello spazio”, il regista non si ferma e decide che è ora di mettere finalmente in scena il primo soggetto di sua creazione (con la collaborazione di Robert Fresco): “Tarantola”.
La produzione è del solito William Alland che decide di dare piena fiducia al maestro indiscusso della sci- fi anni ’50 ma, a differenza di “Cittadino dello spazio”, il budget è decisamente basso per una pellicola in pieno stile Jack Arnold.
“Tarantola” si presenta fin dalle prime immagini come il degno erede de “Il mostro della Laguna Nera” con cui ha non pochi punti in comune.
Innanzitutto la produzione e la regia, Bud Westmore al trucco (come vedremo fondamentale in questa pellicola), John Agar (il dottor Ferguson de “La vendetta del mostro”) nei panni del protagonista dottor Matt Hastings e Nestor Paiva (il simpatico comandante della nave nei primi due film con il gillman) in quelli dello sceriffo Jack Andrews.
Nella città di Desert Rock viene trovato un cadavere sfigurato che viene riconosciuto dal professor Gerald Deemer come il suo collaboratore di lunga data e viene dato morto per acromegalia. Pian piano si scopre che l’ esimio professore conduce esperimenti sugli animali con un siero di sua invenzione capace di renderli giganteschi nel giro di pochi giorni. Ci si trova così nel suo laboratorio dove vivono un topo 10 volte più grande del normale, una cavia ancor più grossa e soprattutto una tarantola dalle dimensioni spropositate.
Il pericolo è però in agguato: uno sfigurato Paul London, secondo assistente di Deemer, ormai in punto di morte tenta di uccidere il suo padrone ma riesce solo a stordirlo fino allo svenimento e decide così di iniettargli il misterioso siero. Al risveglio Gerald non si rende conto dell’ iniezione e, ancor peggio, crede che la tarantola sia andata a fuoco nell’ incendio che ha seguito la colluttazione tra i due.
Il giorno seguente fa la sua comparsa la bellissima dottoressa Stephanie Clayton, chiamata dall’ormai defunto Paul London alcuni giorni prima, ad aiutare Deemer nei suoi esperimenti.
Come in tutti i film del genere che si rispettino Matt Hastings, giovane dottore di Desert Rock, conosce “Steve” e da subito scatta l’ attrazione tra i due.
Mentre lo sceriffo Andrews viene chiamato da un cittadino che gli mostra come due sue mucche siano state letteralmente disossate durante la notte, la dottoressa comincia a rivelare a Matt degli esperimenti condotti nel laboratorio e Deemer comprende finalmente che il siero di sua invenzione gli è stato iniettato e lo sta uccidendo mentre i suoi lineamenti vengono deformati.
Da qui in poi la pellicola ci mostra da una parte il susseguirsi delle vittime cadute sotto gli artigli della gigantesca tarantola (che continua ad ingigantirsi ad ogni scena) e dall’ altra la progressiva malformazione del viso di Deemer che confessa infine a Matt la pericolosità del suo siero e la sua colpevolezza nelle morti dei suoi due collaboratori che avevano voluto testarlo sulla loro pelle.
Lo spettacolare finale mette in scena una tarantola davvero immensa (più grande dell’ intera Desert Rock) e un gruppo di jet da guerra guidati da un giovane Clint Eastwood alla sua seconda apparizione dopo quella ne “La vendetta del mostro” (altro punto in comune).
Lo so.
Tarantola non ha una trama originale.
Jack Arnold prende probabilmente spunto dalla storia di “Assalto alla Terra” (in originale “Them”) dell’ anno precedente dove formiche rese giganti dalle radiazioni atomiche attaccavano una località del Nuovo Messico per creare la sua pellicola.
Ma la forza di “Tarantola” non sta nella sua trama, nei suoi grandiosi effetti speciali (David Horsley) che rendono la tarantola sicuramente più credibile delle formiche di “Them” e nemmeno nei suoi interpreti tra cui uno straordinario Leo Carrol nei panni del prof Deemer e un simpatico Hank Patterson in quelli dell’ impiccione Josh, assistente di Matt.
La forza di questo film sta nel suo regista.
Nelle sua visioni in soggettiva del mostro alternate a quelle nei panni degli umani attaccati dal mostro.
Nella sua alternanza di bianco- nero scelti rispettivamente per i protagonisti e per l’ immensa tarantola.
Nei suoi classici dialoghi scientifici che tentano di spiegare anche al bambino più ceppa al drive-in cosa fa una tarantola e che cos’ è l’ acromegalia (perché voi lo sapete?)
Nel tema della giusta vendetta della bestia verso l’ uomo, incapace di comprendere il limite delle sue azioni.
Nella mutazione, finalmente visibile anche a livello fisico, dell’ uomo in mostro in un ribaltamento dei ruoli che verrà ripreso poi nel decennio successivo dalla cosiddetta fantascienza- sociale ma che Arnold ha auspicato fin dai tempi de “Il mostro della Laguna Nera”.
Nel concetto di gigantismo che Arnold riprenderà nel ’57 con “Radiazioni bx distruzione uomo”, simbolo di un umanità davvero piccola di fronte alla potenza della natura.
Nell’ ambientazione desertico- mistica presente nella quasi totalità della sua opera fantascientifica (ad un certo punto Matt spiega che un tempo il deserto era coperto dal mare, quasi a indicare che anche la famosa palude altro non era che un pre- deserto).
Si, la genialità di questo regista sta anche in quel masso enorme che sembra rotolare verso di noi durante il primo attacco della tarantola, sta nell’ aver posizionato la telecamera in quel posto preciso, sta nel volerci far sentire parte delle sue immagini e delle sue visioni con tutti i mezzi possibili.
REGIA: Jack Arnold
ANNO: 1955
GENERE: Fantascienza, Horror
VOTO: 7
CONSIGLIATO A CHI: vuole godersi uno dei migliori film sugli insetti giganti mai creato.
QUANTO HA 2 OCCHI UNA TARANTOLA: 0 (ne ha 8… chissà da dove gli è saltato fuori di fargli solo 2 occhi!)

martedì 25 settembre 2007

THIS ISLAND EARTH- CITTADINO DELLO SPAZIO


Va bene.
Facciamo finta di nulla.
Fingiamo che io non abbia visto questa pellicola solo perché era segnalata sulla filmografia di Jack Arnold.
“Cittadino dello spazio” fa il suo debutto in sala (anche se sarebbe sempre meglio dire al drive in questi casi) nel 1955 e si presenta fin da subito come una delle più magniloquenti produzioni di fantascienza del tempo.
Innanzitutto il colore in technicolor, cosa assai rara per la sci- fi di quegli anni che, essendo destinata essenzialmente ad un pubblico di ragazzini, non andava molto per il sottile su effetti speciali e finezze varie (il colore questo sconosciuto!).
A seguire gli effetti speciali, un ambientazione non più ristretta ad un deserto, una finta palude ed un laboratorio spoglio e scenografie imponenti.
Questa volta William Alland, produttore di “Destinazione Terra”, “Il mostro della laguna nera”, “La vendetta del mostro” e “Tarantola” (tanto per citarne qualcuno), decide che è ora di fare davvero sul serio, di elevare una volta per tutte l’ amata fantascienza a qualcosa di più che a un mero prodotto per spaventare le ragazzine nei drive in.
Alla regia si presenta Joseph Newman, regista di alcuni buoni polizieschi nei ’40 e nei ’50 ma completamente a digiuno di sci-fi fino ad allora.
La storia si basa invece su “The alien Machine” di Raymond Jones e viene adattata per lo schermo da Franklin Coen.
Pronti? Via!
Cal Meacham è uno scienziato che si occupa della commistione tra nucleare ed elettronica e viene un giorno contattato attraverso un interocitor (una sorta di telefono-video!) dal misterioso Exeter, in grado di fornirgli qualsiasi nuovo incredibile mezzo in cambio della sua disponibilità a far parte di un progetto che comprende altri scienziati per cui dovrà lasciare l’ attuale impiego.
Il protagonista accetta e si ritrova in una base sperduta nel nulla in compagnia di tanti altri illustri scienziati tra cui la vecchia compagna Ruth Adams, il buon Steve Carlson e il misterioso Exeter la cui fronte altissima e deformata fa venire fin da subito qualche dubbio sulla sua provenienza.
In seguito alla terribile scoperta sulla lobotomizzazione dei geniali professori presenti nella base per annullare la loro volontà, i tre protagonisti tentano la fuga ma Steve viene completamente disintegrato da un raggio laser mentre Cal e Ruth, convinti di avercela fatta, vengono risucchiati all’ interno di un’ astronave tramite un raggio attraente che tanto ricorda quello presente nei Simpson che ha serie difficoltà a portare Homer a bordo.
Exeter all’ interno del disco volante spiega così ai due la terribile situazione del suo pianeta, ormai quasi distrutto dagli attacchi del pianeta nemico Zargon e tenta gentilmente di convincerli a partecipare alla missione di salvataggio chiedendo perdono per i metodi spicci con cui sono stati reclutati.
La camera di convergenza presente nell’ astronave (un tubo trasparente) aiuterà i nostri ad abituarsi alla pressione di Metaluna (la terra di Exeter), “pari a quella degli oceani più profondi della vostra Terra”, prima di arrivare sul pianeta dove avrà luogo l’ incontro con il Monitore, capo supremo di Metaluna, e con il terribile BEM (Bug Eyed Monster).
Nel finale… il finale ve lo guardate voi: non sono tipo da svelare i finali io ne tantomeno una wikipedia ambulante.
Se sono stato abbastanza bravo nel raccontarvi questa storia vi sarete subito resi conto come la pellicola prenda fin da subito le distanze con il classico plot fantascientifico degli anni ’50: se fino ad allora tutto si basava sull’ incontro con il nemico (il diverso, il mostro) e sul successivo scontro con esso potrete facilmente notare come in “Cittadino dello spazio” siano due le trame da seguire, divise nettamente dalla scena della cattura di Ruth e Cal.
Nella prima parte il film si basa sul mistero che avvolge Exeter e il suo progetto, sulla scoperta dei tre ed infine sulla loro fuga, ben diversa dalla lotta a cui siamo stati abituati con il nemico, questa volta troppo superiore rispetto all’ uomo.
La seconda parte, come detto, inizia con la cattura dei protagonisti, prosegue con la scoperta della vera natura di Exeter (gli umani non fanno una piega di fronte a tutto ciò) e si conclude con l’ arrivo su Metaluna, preludio di quello che può benissimo essere considerato un passo da gigante nelle trame sci-fi dell’ epoca. Senza svelare nulla riguardo al finale si può dire che l’ alieno viene, per la prima volta in questa pellicola, visto come un essere totalmente buono.
A differenza del mostro della laguna nera o degli alieni di “Destinazione Terra” a cui si cercava di dare una giustificazione per il comportamento scorretto, spesso dettato dalle colpe degli umani, Exeter si muove semplicemente per salvare la sua gente, ormai costretta a vivere sottoterra nella tecnologicamente avanzata Metaluna, a causa dei continui bombardamenti di Zargon.
Bisogna poi far notare come, finalmente, gli alieni siano visti come una società gerarchica simile alla nostra (e non più semplici mostri con 3 occhi, 2 teste, 4 nasi, 5 braccia), con cittadini dalle personalità diverse da quella di Exeter come quella del Monitore che avvisa i terrestri della loro inferiorità che significherebbe una sottomissione ai Metaluniani nel caso della venuta di questi ultimi sulla Terra.
Infine il BEM con la sua enorme massa cerebrale scoperta e i suoi artigli, inserito in una particolare classifica che elenca gli esseri più terrificanti nella storia del cinema subito dietro ad Alien, è lo schiavo dei Metaluniani, creato da essi stessi per servirli, richiama alla mente il classico mostro a la Jack Arnold, cattivo si, ma per ottime ragioni.
Ecco, appunto, Jack Arnold.
Se si va a spulciare un po’ su internet salterà subito all’ occhio la presenza nel cast dei tecnici di questa pellicola, di molti nomi facenti parte dell’ entourage dell’ amato regista.
Dal produttore Alland al disegnatore dei costumi (Rosemary Odell, la stessa di “Destinazione Terra”), dal truccatore del mostro (Bud Westmore, lo stesso de “Il mostro della laguna nera” e di “Destinazione Terra”) al curatore degli effetti speciali non accreditato Charles Baker che lavorerà nel ’57 a “Radiazioni bx distruzione uomo”.
Ma allora Arnold che fine ha fatto?
La prima scelta ricadde ovviamente su di lui ma fu subito sostituito da Joseph Newman (molto probabilmente perché Jack nello stesso anno girò altre due pellicole) il quale, come detto, non aveva alcuna esperienza nel campo della fantascienza.
Il risultato è una regia piatta, piattissima se confrontata alla stile roboante di Arnold.
Le inquadrature sono fisse, quasi immobili, come se si dovesse girare un melodramma e se da una parte favoriscono la bellezza di certe fantastiche immagini da cartolina con sfondi da sogno, dall’ altra riescono ad annoiare nonostante ci si trovi di fronte a una storia davvero ben scritta e con buone recitazioni.
Per questo alla fine delle riprese Jack Arnold venne richiamato in fretta e furia dalla produzione, delusa delle ultime riprese sul pianeta Metaluna, e gli venne chiesto di rigirare e rimontare l’ ultima parte della pellicola (anche se incredibilmente il suo lavoro non gli viene accreditato nei titoli)
Senza farci nemmeno tanta attenzione si può notare come il film diventi, dallo sbarco su Metaluna, uno sci- fi alla Jack Arnold a tutti gli effetti: alieni molto più crudeli (il monitore), scene di tensione con i continui scoppi sulla superficie Metaluniana e soprattutto il BEM, il cui costume era stato scartato per “Destinazione Terra”, che rappresenta il classico mostro tanto caro al regista capace di spaventare l’ eroina Ruth che solo da questo momento comincia ad urlare come si deve.
Insomma che dire?
La pellicola, spesso indicata come la prima vera e propria space opera va senza dubbio a collocarsi tra i migliori film di sci- fi anni ’50 per la grandiosità della produzione, per le scenografie fantastiche di metaluna (certo sono disegni sul fondo ma quanto sono suggestivi?), per il punto di rottura che rappresenta nella figurazione degli alieni, ma la domanda che continua a girarmi in testa è : non poteva essere meglio?
Senza dubbio una regia più capace avrebbe potuto rendere meglio la tensione prima della scoperta dell’ alieno Exeter mentre questo cambio di regia in corsa fa sembrare il finale persino troppo diverso da tutto il resto; è come se durante una tranquilla passeggiata ad un certo punto una mano invisibile cominciasse a spingerti per farti accelerare sempre di più fino a farti venire il fiatone.
O una cosa o l’ altra.
Per questa volta mi accontento di un bellissimo classico della fantascienza anni ’50.
REGIA: Joseph M. Newman
ANNO: 1955
GENERE: Fantascienza
VOTO: 8
QUANTO SI ISPIRANO GLI ALIENI DI “MARS ATTACK” DI TIM BURTON AL BEM: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole godersi una delle prime pellicole di fantascienza dal grande budget a cui seguirà l’ anno seguente l’ acclamato “Il pianeta proibito”.

lunedì 17 settembre 2007

THE CREATURE WALKS AMONG US- IL TERRORE SUL MONDO


Questo è un atto d’amore.
E come tutti gli atti d’amore non può essere compreso da nessuno che non sia innamorato della stessa persona.
Per questo quasi nessuno riuscirà a leggere questa recensione fino in fondo.
E me ne scuso.
Ma chi ci arriverà forse capirà, forse.
Nel 1956 William Alland produttore del primo storico “Il mostro della Laguna Nera” e scrittore del soggetto del seguito richiama alla sua corte Jack Arnold per la produzione di un ideale terzo episodio sul mostro, ma il maestro della sci-fi anni ’50 non convinto e forse con un indigestione di sci-fi (nel 1955 girò ben 3 pellicole di genere) rifiuta la regia che passa al semisconosciuto John Sherwood (già assistente di Arnold).
Anche il cast, esattamente come nel passaggio tra il primo e il secondo capitolo, viene completamente rivoluzionato con la sola conferma di Ricou Browning all’ interno dell’ amato costume di gomma del mostro per le scene acquatiche.
Già, il costume di gomma.
Vittima in questa pellicola di un brutale cambiamento dovuto a esigenze di sceneggiatura.
Ma andiamo con ordine.
Il film inizia esattamente come gli altri due con la ripresa di una barca dall’ alto.
Questa volta però non si tratta della solita carretta spersa nell’ Amazzonia con a bordo quel matto del capitano Lucas e il solito equipaggio sparuto.
Ci si trova davanti a un gran barcone, con tanto di capitano ben vestito, assistente, guida e 3 dottori specializzati in genetica, radiologia e biochimica più il dottor Barton a capo della spedizione e l’ affascinante moglie Marcia.
Levata l’ ancora il gruppo parte alla ricerca del mostro dotato di un sonar (dispositivo allora assai innovativo) e dell’ ormai classica attrezzatura subacquea con veleni, sonniferi e fucile.
Giunti nel luogo dove è stata segnalata l’ ultima apparizione della creatura il dottor Morgan (genetica) e la guida Grant decidono di immergersi seguiti da Marcia che riesce a spuntarla contro il marito padrone che tende a tenerla quasi nascosta al resto dell’ equipaggio per una gelosia decisamente maniacale.
L’ immersione conferma l’ idea che ci si può fare di questa pellicola fin dall’ inizio: se il secondo ma soprattutto il primo episodio rappresentavano un mondo selvaggio dove si muovevano uomini duri ma con un cuore, questa volta ci si trova davanti a uomini di scienza all’ interno di un mondo quasi perfetto che non ha più nulla di quell’ aria incontaminata e inquietante che permeava l’ ambiente nei capitoli precedenti (basti vedere l’ ambiente marino assolutamente perfetto di questo episodio contro le acque torbide e piene di alghe della palude ne “Il mostro della laguna nera”).
La prima apparizione del mostro con l’ ormai classico tema musicale avviene proprio qui ma la cattura viene rimandata per la “malattia del palombaro” occorsa a Marcia (ancora una volta si tratta di narcosi da azoto, già descritta in “Le grand Bleu”).
Ci si sposta così nelle Everglades dove finalmente, dopo una rocambolesca lotta, avviene la cattura del mostro dopo ben 35 minuti di pellicola (in “La vendetta del mostro” erano stati dedicati solo 15 minuti a questa parte).
La creatura viene così operata d’ urgenza in seguito alle ustioni riportate durante la lotta e il dottor Barton decide di mettere in atto il suo piano: sfruttare i polmoni già esistenti nel gill man per trasformarlo in un mammifero a tutti gli effetti e creare una nuova specie.
L’ operazione avviene senza problemi e al momento della sbendatura degli occhi si comprende subito cosa sta succedendo: il mostro si sta trasformando pian piano in una sorta di essere umano.
Ed eccoci ritornati al costume finalmente.
La creatura completamente sbendata perde molte delle caratteristiche che l’ avevano resa famosa: gli occhi non sono più due semplici buchi neri ma sono praticamente identici ai nostri, la bocca subisce lo stesso effetto così come mani e piedi che sono ancora palmati ma hanno dita ben definite, infine la testa non ha più la famosa cresta che aveva reso così riconoscibile il gill man e le squame sono sostituite da una pelle quasi umana.
La pellicola prosegue poi con il ritorno dei nostri alla base, l’ imprigionamento del mostro all’ interno di una gabbia e il progressivo aumento della gelosia e dell’ odio di Barton nei confronti della moglie che viaggia in parallelo con il disprezzo che egli ha della creatura ormai inoffensiva fino ad un finale tutto da gustare con una fantastica scena conclusiva che ripaga un film troppo privo di idee ma a cui manca soprattutto una regia esperta come quella di Arnold capace di donare tensione (in questo episodio anche le poche scene di lotta sembrano troppo costruite, artefatte) e profondità.
Il tema dell’ uomo come vero mostro è ripreso ovviamente da Sherwood ma reso in maniera fin troppo palese e aiutato da un costume che favorisce la resa delle emozioni della creatura (già sembra una colpa in un film del genere per me!) mentre a volte sembra fin troppo di vedere Frankestein, con l’ essere creato dall’ uomo e poi abbandonato al suo destino fino ad essere incolpato di delitti non suoi (capirete, capirete).
La parte che riguarda l’ attrazione del mostro per la donna viene invece completamente abbandonata a favore del buon parallelismo da me prima citato e dal tema fortissimo della gelosia di Barton per la moglie che praticamente da solo tenta di reggere in piedi un’ intera sceneggiatura.
Sul lato degli attori Jeff Morrow nei panni del dottor Barton si perde tra espressioni irriconoscibili che dovrebbero essere di rabbia ma sembrano di simpatia e viceversa anche se la parte del matto non gli riesce male mentre Leigh Snowden se la cava egregiamente nel ruolo della bellona urlatrice e riesce a dare anche un minimo di spessore al personaggio solitamente più bistrattato; per finire Gregg Palmer (la guida Greg) e Rex Reason (dr Morgan) entrambi corteggiatori della bella Marcia fanno la loro bella figura usando rispettivamente i muscoli e la dialettica per il loro scopo.
Insomma che dire?
Di fronte a una recensione del genere:
“Assurda storia di un mostro marino che uccide lo scienziato da cui è stato catturato”
Letta su uno dei più famosi dizionari di recensioni cinematografiche qui in Italia mi ero assai spaventato, convinto com’ ero che questo terzo episodio avrebbe affossato del tutto il mio amato mostro dopo il non esaltante secondo capitolo.
E invece.
E invece bisogna sempre guardare con i propri occhi e soprattutto non fidarsi di quei saccentoni capaci nella loro suprema intelligenza di mettere a confronto pellicole come questa con “2001 Odissea nello spazio” per poi tirarne fuori recensioni come quella da me riportata qui sopra.
La pellicola non è certo al livello dell’ originale, ma senza dubbio rimane almeno sul livello del secondo capitolo poiché, anche se perde molto a livello di significati riguadagna qualche punto sul piano della produzione, davvero ottima a mio parere, e della storia che, seppur troppo simile a Frankenstein, è senza dubbio più riuscita di quella de “La vendetta del mostro”.
Negli anni ’80 fino alla morte di Arnold nel 1992 un certo John Landis (Animal House tanto per dirne uno) e un certo Tim Burton (qui non dico niente) provano in tutti i modi a convincere il maestro per un remake del suo mostro più amato ma il regista forse lontano dalla macchina da presa da troppo tempo (il suo ultimo film dietro la macchina da presa è “Marylin- Una vita una storia” del 1980 mentre la sua ultima pellicola di fantascienza è addirittura del 1958) rifiuta categoricamente accettando solo un cameo come omaggio in “Tutto in una notte” di John Landis.
L’ idea di un remake passa poi anche nella testa di quel genio di Carpenter con una sceneggiatura già scritta da Landis e Niger Kneale ma il progetto è ancora una volta rimandato fino al 1995 quando la Universal chiede a tale Peter Jackson di scegliere uno tra King Kong e il mostro della laguna nera per un eventuale remake.
La scelta cade su King Kong per il decantato amore del Signore degli anelli per questa pellicola ma la storia non finisce qui.
Qualche anno fa (dal successo del remake de “La Mummia”) si ricomincia a parlare per l’ ennesima volta di un rifacimento del classico di Arnold e si sente addirittura il nome di Guillermo Del Toro per la regia anche se la notizia vien smentita dopo poco.
È notizia straordinaria di quest’ anno ripresa da questo fantastico sito addirittura a cura di Ben Chapman (l’ originale mostro della laguna nera nelle scene fuori dall’ acqua) che il remake de “Il mostro della Laguna Nera” è finalmente in pre-produzione con un budget di 90 milioni di dollari che potrebbe salire ancora, la regia di Breck Eisner (il recente “Sahara” con M. Mc Conaughey) e un certo Brian Steel già apparso in “Hellboy” all’ interno del mitico costume.
Insomma la leggenda del mostro continua e io, come spero Filippo, Simone, Luciano e tutti i suoi fan, incrocio le dita di fronte alle prime dichiarazioni di Eisner di voler rendere la storia del mostro più moderna e adatta ai nostri giorni.
Lo so lo so, i remake di certe cose oggi risultano per lo più delle tremende prese per il culo ma chissà, forse il mostro ci saprà stupire ancora una volta, forse la sua mano palmata che esce dall’ acqua riuscirà ancora a prendermi la caviglia e a farmi cadere nuovamente innamorato ai suoi piedi.
Forse.
Qui sotto il raro trailer di “The Creature Walks Among Us".
REGIA: John Sherwood
ANNO: 1956
GENERE: Fantascienza
VOTO: 6 (voto revisionato dopo aver visto l' intera filmografia disponibile di Arnold: 6,5)
QUANTO ASPETTO IL REMAKE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Non vuole perdersi l’ ultimo appuntamento con il mostro ormai risalente a più di 50 anni fa.

mercoledì 12 settembre 2007

REVENGE OF THE CREATURE- LA VENDETTA DEL MOSTRO


Sinceramente sono indeciso.
Di fronte alla terza prova sul set di Jack Arnold dopo l’ anticipatore dei tempi “Destinazione Terra” e il cult “Il mostro della Laguna Nera”, sono interdetto.
La pellicola in questione nasce, esattamente come tutti i sequel dall’ invenzione del cinema ad oggi, da un’ idea dei produttori del primo capitolo che, visto il successo raggiunto, decidono di replicare l’ anno seguente ingaggiando nuovamente l’ astro (ormai affermato) della fantascienza Jack Arnold.
Oltre alla sua presenza il film vede nuovamente la partecipazione di Ricou Bowning nel costume del mostro (e in un piccolo cameo come assistente di laboratorio, senza maschera ovviamente!) e di Nestor Paiva, nuovamente nei panni del simpatico e pazzo capitano della nave (assomiglia molto, anche nella risata, al fantasma taxista del Natale passato in “Sos Fantasmi”) che accompagna la nuova spedizione alla cattura del mostro.
La storia proposta dal produttore della prima pellicola William Alland, non si concentra però sulla cattura del Gill Man che avviene nei primi 13 minuti di pellicola, ma sul suo trasferimento all’ istituto oceanografico di “Ocean Harbor” in Florida e sui conseguenti studi effettuati sulla creatura al fine di comprendere la sua intelligenza.
Il film, quindi, si discosta fin da subito dai sequel delle pellicole horror di oggi che vedono solitamente il mostro (o l’ assassino, o l’ alieno, o la bambola, o il biscottino ammazzacervelli, quel che volete!) ancora a caccia nella sua zona e non rinchiuso in una vasca (prigione) per i tre quarti della pellicola.
“La vendetta del mostro” si muove così differentemente dal primo capitolo: se nel primo a farla da padrona doveva essere la tensione nel tentativo di prendere l’ orrida e forzuta creatura (ovviamente oggi stemperata dalle nostre troppe visioni, ma allora ben congegnata), ora quello che si cerca di trasmettere è la maggior profondità emotiva del mostro.
Se ne “Il mostro della Laguna Nera” gli umani erano visti come invasori di uno spazio fisico non loro, ora è il dottor Ferguson ad essere visto come un invasore, non di uno spazio fisico ma emotivo in quanto egli è l’ ostacolo che si oppone all’ evidente amore del mostro per la dottoressa Dobson.
Esplicativa in questo caso è una scena del film che vede i due protagonisti interrotti al momento del bacio dal cane lupo della donna e successivamente la donna e la creatura intenti a guardarsi interrotti dal dottor Ferguson (paragonato quindi a un semplice disturbo).
Se nella prima pellicola quella del mostro poteva essere vista semplicemente come una voglia fisica, ora l’ attaccamento della creatura alla donna si dimostra anche nell’ obbedienza ai suoi ordini che il dottor Ferguson crede (stupidamente) dovuta a una sorta di addestramento da cane: se io ti dico di fermarti e non ti fermi ti faccio male, se ti fermi vieni premiato.
Così come Romero farà nel suo terzo e più sconosciuto (e a mio parere meno riuscito) capitolo sugli zombi (“L’ alba dei morti viventi”) il regista cerca di dare un’ anima umana al mostro cadendo forse nella trappola dell’ eccessiva umanizzazione che rende il tutto a volte decisamente ridicolo (il tentativo di dare delle espressioni a quel mascherone di gomma lo è senza dubbio, ad esempio).
Si può notare quindi come, a differenza delle prime due pellicole di Jack Arnold, il protagonista viene visto non più come l’ eroe assoluto ma quasi alla stregua degli avversari in amore presenti negli altri due film: è vero il dottor Ferguson è molto simpatico e ci sa fare con le donne, è vero anche che difende la dottoressa con tutte le sue forze, ma non sembra quasi che Arnold faccia di tutto per farci capire quanto è visto come un fastidio dal mostro? Sul finale, infine, il dottore ci viene mostrato in tutta la sua crudeltà quando, dopo aver detto al Gill Man di fermarsi, gli spara senza alcun ritegno nonostante la creatura abbia obbedito all' ordine.
Un protagonista quindi molto diverso dai due dei film precedenti che ci fa vedere come Arnold prosegua sulla sua strada nel tentativo di farci comprendere quanto sia l' uomo il vero invasore e mostro.
Per quanto riguarda gli attori John Agar e Lori Nelson se la cavano egregiamente nella sostituzione di Richard Carlson e Julie Adams ma i loro dialoghi sono troppo appesantiti e fuori luogo rispetto al primo capitolo, risultando così snervanti o semplicemente noiosi (ci sono spiegazioni scientifiche lunghe più di un minuto che ti fanno venir davvero voglia di dire : “Ma cosa centraaaa?”).
Per concludere posso dire che “La vendetta del mostro” risulta il meno affascinante delle pellicole di Arnold da me viste, soprattutto per la mancanza di quei tocchi di classe (riprese e dialoghi in particolare) tipici di questo fantastico regista che saprà comunque rifarsi con l' ottimo “Radiazioni bx distruzione uomo” due anni più tardi. Un occasione persa quindi, per una pellicola voluta fortemente dai produttori ma molto probabilmente non così sentita dall’ amato Jack.
A voi trailer e prima apparizione dell' amato zio Clint!
REGIA: Jack Arnold (ma va??)
ANNO: 1955
GENERE: Fantascienza
VOTO: 6+
QUANTO SI DIVERTE ARNOLD NELLE RIPRESE SOTTOMARINE: 10 (basti pensare alle splendide visioni di squali e barracuda)
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere la prima apparizione in assoluto di un giovanissimo Clint Eastwood nei panni di un assistente di laboratorio che dice 2 battute e a cui spunta un topolino dalla tasca!

venerdì 31 agosto 2007

CREATURE FROM THE BLACK LAGOON- IL MOSTRO DELLA LAGUNA NERA

Nel 1954 Jack Arnold alla sua seconda prova nel campo della fantascienza dopo l’ innovativo “Destinazione Terra”, fa centro con tutte le munizioni a sua disposizione.
L’ idea è quella di riprendere un classico come “King Kong”, e quindi il tema centrale della bella e la bestia, e trasporlo in una storia adatta a quel tipo di fantascienza da drive-in che lui stesso aveva contribuito ad inventare e che avrà molto successo soprattutto negli anni ’50.
Gli ingredienti ci sono tutti: un mostro, un eroe buono, la donna molto affascinante dell’ eroe buono, il rivale in amore del protagonista e l’ ambientazione in un luogo isolato e disabitato.
Rispettivamente il mostro anfibio (sicuramente l’ avete visto almeno una volta), David (interpretato dallo stesso R. Carlson di “Destinazione Terra”), Kay (la bellissima Julia Adams), Mark Williams (il biondo R. Denning che, oltre al colore dei capelli, ha in comune con il suo alter ego di “Destinazione Terra” il fatto di avere un ruolo superiore in società rispetto a David) e la Palude Nera in Amazzonia descritta dal capitano Lucas con una frase poi diventata classica: “è un Paradiso, soltanto che nessuno è mai tornato per descriverlo”.
La storia si muove esattamente come ci aspettiamo con la spedizione nella giungla per scoprire l’ anfibio misterioso, i primi attacchi del mostro, la cattura dell’ essere e la sua conseguente fuga e il finale aperto con l’ ultima caccia.
Se vi state chiedendo perché mai dovreste vedere un film di cui potete immaginare il finale fin dal primo quarto d’ ora vi rispondo subito facendovi notare che sono state le pellicole seguenti ad abusare di questo schema e il vostro ragionamento dovrebbe andare nella direzione opposta: perché mai ci sorbiamo (anche io ovviamente!) decine di film che si basano su una storiella semplicissima scritta più di 50 anni fa e non guardiamo almeno una volta l’ originale per rendercene conto?
Ma “Il mostro della Laguna Nera” non si limita ad essere un’ ottima storia di mostri: se si toglie un po’ di polvere dalla superficie si può notare come Jack Arnold, ancor più che in “Destinazione Terra”, sia ora dalla parte dell’ “alieno”. Se nel suo primo film di fantascienza egli assumeva semplicemente il punto di vista del mostro e ne giustificava le azioni che però disturbavano comunque gli umani, ora il regista ci fa notare come siano gli stessi uomini a disturbare la creatura nel suo habitat naturale. In definitiva se nella prima pellicola erano gli extraterrestri ad atterrare sulla Terra, ora è l’ uomo ad abusare di un territorio non suo provocando la giusta reazione del mostro, che poi tanto mostro non è. Se si fa un minimo di attenzione (davvero poca!) si noterà come Mark sia scambiato più di una volta per l’ anfibio facendoci infine comprendere come il vero mostro sia lui, a cui spetta, giustamente, una fine da “cattivo”.
Personalmente, avendo seguito proprio quest’ anno il mio primo corso da subacqueo, ho apprezzato anche l’ ottima fattura delle immagini subacquee (davvero ben fatte se si considera l’ anno in cui sono state effettuate), il realismo con cui è affrontata l’ avventura dei due sub David e Mark (film come “Open Water” al giorno d’ oggi sono meno realistici) e persino la divisione tra la vera passione dell’ eroe per il suo lavoro e l’ arroganza con cui il suo rivale affronta l’ elemento acquatico (fucile alla mano e coltello).
Per quanto riguarda gli attori Richard Carlson se la cava ottimamente anche questa volta insieme a Denning e al simpatico e burbero capitano Lucas interpretato da Nestor Pavia (anche questo tipo di personaggio sarà ripreso milioni di volte!) mentre Julia Adams fa sfoggio di tutta la sua sensualità in costume bianco e si diverte ad urlacchiare terrorizzata qua e la durante le riprese in modo che il giovanotto al drive-in possa abbracciare felice la sua ragazza.
La mano di Jack Arnold alla regia c’ è e si vede (oltre alle numerose classiche scene in cui si vede spuntare solo la mano del mostro, bellissima la sequenza in cui la creatura vede nuotare la sua bella in superficie e si avvicina voglioso per poi allontanarsi impaurito e ritornare all’ attacco deciso) e la fiducia degli attori pure dato che Ricou Browning accettò di girare numerose scene sott’ acqua armato di un ingombrante e scomodissimo costume di gomma per interpretare la creatura anfibia.Oggi la visione di una pellicola del genere può far sorridere (certo l’ ho fatto anch’ io cosa credete?) per la sua ingenuità ma la sua importanza storica non può essere negata, così come quella di Jack Arnold, capace di regalarci il secondo classico della fantascienza in due anni (senza contare il bellissimo "Radiazioni bx distruzione uomo" che produrrà di li a poco).
Seguito da "La vendetta del mostro" l' anno seguente a cura dello stesso Arnold.
Godetevi il trailer originale qui sotto!
REGIA: Jack Arnold
ANNO: 1954
GENERE: Fantascienza
VOTO: 8
QUANTO è CULT: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole gustarsi un classico della sci-fi anni ’50 per poi andare in giro a fare l’ imitazione del mostro con le mani protese in avanti e la bocca aperta!

giovedì 9 agosto 2007

IT CAME FROM OUTER SPACE- DESTINAZIONE TERRA

L’ amaro in bocca.
Ecco la mia sensazione a caldo subito dopo la visione.
La prima pellicola di science fiction diretta da quello che poi diventerà un maestro nel genere non mi convince del tutto.
Nonostante la storia sia tratta da un racconto del grande Ray Bradbury (ma tutti i miei sforzi non sono stati utili per il suo ritrovo, ne per capire quale sia il titolo della storia, dato che ogni sito dice una cosa diversa a riguardo), nonostante Richard Carlson sia un attore più che buono, nonostante certi colpi di genio registici ci siano, nonostante capisca che siamo nel 1953 e questo film è diretto principalmente al pubblico adolescenziale dei drive in, nonostante tutto ciò l’ amaro in bocca rimane.
Innanzitutto la storia: un dilettante astronomo di nome John vede precipitare nel deserto vicino a casa, insieme alla compagna Ellen, un meteorite e recatosi sul posto scopre che in realtà si tratta di una navicella spaziale, al cui interno intravede un alieno.
Ovviamente nessuno crede al suo racconto ma pian piano gli alieni cominciano a prendere il posto di alcuni umani, ne assumono le sembianze per poter prendere indisturbati i pezzi di ricambio per la loro astronave danneggiata, imprigionando gli umani “clonati”.
Un felice epilogo mette la parola fine alla breve (1 ora e un quarto circa, la durata media dei film di questo genere) avventura di Johnny.
Se da una parte l’ idea di rappresentare gli alieni semplicemente come un’ altra forma di vita, ne buona ne cattiva, in cerca di un aiuto per riparare la loro astronave è assai innovativa per l’ epoca, altrettanto male è resa la psicologia degli umani, per lo più incapaci di decidersi se aiutare o no gli extraterrestri; a tal proposito è significativo l’ esempio di Matt, corteggiatore di Ellen e commissario della città, inizialmente incredulo di fronte alle parole del protagonista, poi in cerca di consiglio da Johnny stesso e infine di nuovo avverso alle sue idee per chissà quale assurdo e inspiegabile motivo.
Lo stesso si può dire per i tempi con cui sono raccontati le varie vicende: se i primi ¾ della vicenda sono narrati con la giusta dose di suspence e avventura, il finale sembra lasciato al caso, buttato li in un angolo come un sacco di patate di cui liberarsi al più presto per non soffocare sotto il suo peso.
Anche il cast mostra i suoi alti e bassi: se R. Carlson nei panni di Johnny e C. Drake in quelli di Matt risultano assai credibili, B. Rush come Ellen è a dir poco odiosa, personaggio stereotipato tipico del genere tutta urli (non mi dite che non vi viene voglia di tapparle la bocca!) e abbracci calorosi al protagonista.
Gli effetti speciali, a parte alcune magnifiche esplosioni, risultano nella media con una caduta di tono nella visione dell’ alieno (capisco che i ragazzini volessero solo quello all’ epoca ma qui si sfiora davvero il ridicolo!)
La regia invece, pur se ancora acerba, mostra molti pregi: la visione soggettiva dell’ alieno all’ inizio della pellicola e in certe particolari scene è qualcosa di estremamente innovativo per l’ epoca e sarà ripreso e migliorato da molti altri registi più tardi così come la visione “magica e sospesa” che Arnold ci da del deserto sarà fonte di ispirazione per molta altra sci-fi a venire (basti pensare ad “Assalto alla Terra” dell’ anno successivo, ambientato proprio nello stesso luogo).
La fissa per i ragni di Jack Arnold si fa sentire per la prima volta qui (sarà poi ripresa in “Radiazioni bx distruzione uomo” e diventerà protagonista in “Tarantola”) in una breve scena, così come non mancano i tipici dialoghi semifilosofici diventati veri e propri inni di quegli anni. Ad esempio John parla con l’ amico scienziato Snell a proposito della sua visione degli alieni:
“Mi aspettavo più comprensione da voi che non dagli altri, siete un uomo di scienza!”
“Per questo sono meno incline alla magia”
“Non di magia qui si tratta ma di immaginazione, disposizione a credere che vi sono molte cose che non conosciamo”
Oppure il dialogo sulla diversità tra John e Matt:
“Vedete quel ragno? Perché ne avete paura? Perché ha 8 zampe. Perche muove la bocca lateralmente anziché dall’ alto in basso. E così distruggete tutto ciò che vi fa ribrezzo.”
Vero e proprio simbolo del messaggio principale che la pellicola ci vuole trasmettere: il diverso non è sempre avverso all’ uomo, è semplicemente altro rispetto a noi che però tendiamo sempre a identificare come nemico e minaccia.
Insomma che dire?
Sono sicuro che se non avessi visto prima “Radiazioni bx distruzione uomo” sarei rimasto più impressionato da questa pellicola, ma così non è andata e non mi rimane che constatare che Jack Arnold saprà fare molto di meglio negli anni successivi rispetto a questa seppur buona pellicola.
REGIA: Jack Arnold
ANNO: 1953
GENERE: Fantascienza
VOTO: 7 (voto revisionato dopo aver visto l' intera filmografia disponibile di Arnold: 8)
QUANTO è JACK ARNOLD STYLE: 8
CONSIGLIATO A CHI: Ama la sci-fi apparentemente ingenua degli anni ’50, non sa resistere al fascino di vedere l’ ennesimo alieno “mostruoso”.

mercoledì 1 agosto 2007

UN LIBRO UN FILM_ THE INCREDIBLE SHRINKING MAN

-THE INCREDIBLE SHRINKING MAN- 3 MILLIMETRI AL GIORNO
-THE INCREDIBLE SHRINKING MAN- RADIAZIONI BX DISTRUZIONE UOMO




Premessa: questa recensione riguarda il libro e il film che ne è stato tratto, cercherò di dare una descrizione esauriente dei due mettendo in risalto le differenze che si hanno con la trasposizione su pellicola. È un esperimento, fatemi sapere cosa ne pensate.
IL LIBRO
Richard Matheson.
Se non avete la minima idea di chi sia vi dico solo 3 cose: questo simpatico signore è ammirato da gentucola come un tale Ray Bradbury (no questo non vi dico chi è!) e mr Stephen King, ha scritto i soggetti e le sceneggiature delle puntate più celebri di una serie cult come “Ai confini della realtà”, tra i suoi innumerevoli racconti si trovano “Duel” (S. Spielberg vi dice niente?), “Io sono leggenda”(il film di prossima uscita con Will Smith vi ricorda qualcosa?) e “Tre millimetri al giorno”.
Oggi mi occupo dell’ ultimo racconto citato ma mi riprometto di dirvi ancora qualcosa su questo simpatico vecchietto in una prossima recensione.
Nel 1956 Richard Matheson ha un idea, influenzato senza dubbio dal clima di terrore verso le armi atomiche in generale vissuto in quegli anni, decide di scrivere un racconto su di un uomo investito da una nube tossica, che si rende conto, dopo alcuni giorni di scetticismo, di stare rimpicciolendo 3 millimetri al giorno.
Visitato dai migliori specialisti del Paese Scott Carey continua a rimpicciolire fino a raggiungere l’ altezza di un nano prima e quella di una bambola dopo.
Ma il processo non si arresta e, finito nello scantinato per un tragico incidente con il gatto di casa, il protagonista non riesce più a risalire in casa e si adatta alla vita nel suo nuovo mondo, pieno di insidie di cui la vedova nera è la migliore rappresentante.
Mi fermo qui.
Non ricordo dove su internet in qualche stupida recensione di qualche stupido dizionario qualche genio ha deciso di scrivere il finale e io da buon pirlone me lo son letto, rimanendo così a bocca asciutta a fine libro. Non voglio che vi accada la stessa cosa.
Ma la bravura di Matheson non sta solo nella trama che verrà ripresa e adattata da molti film di fantascienza e non solo (basti pensare a “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi” e compagnia bella), colma di quelli che diverrano veri e propri luoghi comuni della science fiction anni ’50: il ragno gigante e la nube radioattiva tanto per dirne due.
La forza della sua scrittura sta nella capacità di farci entrare nel mondo di Scott, è una scrittura che, un po’ come quella di King oggi, va per immagini e riesce a far nascere dentro la nostra testa un vero e proprio film, con protagonisti, luoghi e tempi ben definiti. Se si aggiunge poi che il libro letto oggi risulta ancora fresco e piacevole come un tempo (provate a leggere certa fantascienza anni ’50 e poi ditemi se avete la stessa sensazione!), non si può far altro che inchinarsi al puro talento del Nostro.
Il problema è che non è finita qui: così come “L’ invasione degli ultracorpi” non può essere visto solo come uno sciocco film da intrattenimento, anche “Tre millimetri al giorno” non può non suscitare più di una riflessione.
La progressiva diminuzione di altezza del protagonista non è vista da Matheson solo come un pretesto per nuove avventure ma come metafora piuttosto esplicita di perdita di potere dell’ uomo sul suo mondo.
Ad un tratto Scott comprende, ad esempio, che non può avere più alcuna autorità sulla piccola figliola se è più basso di lei perchè “Un bambino ragiona in modo semplice. Rispetta la grandezza e la profondità della voce […] Un padre era immutabile. Ci si poteva contare, non cambiava mai. Scott stava cambiando.”
Questo, insieme alla pretesa di Carey di poter stare insieme ad una nana almeno per una notte perché finalmente a suo agio, sono i simboli di quanto la grandezza di un uomo nel mondo di oggi non si basi più sulla sua nobiltà d’ animo o meno ma su aspetti esteriori: la fama, i soldi (la prima preoccupazione del protagonista è in effetti la perdita del suo lavoro e la consapevolezza di non poter più dare sicurezza economica alla sua famiglia), addirittura l’ altezza fisica.
A questa critica della società di oggi si collega quella del sistema della comunicazione di massa che fa dell’ uomo che rimpicciolisce un caso mondiale portando il protagonista sull’ orlo di frequenti crisi di nervi, ossessionato dalla stampa di tutto il mondo, infine costretto a vendere la sua storia (e quindi il suo corpo) a un popolo affamato di notizie, non più in grado di vivere senza l’ interesse e il disprezzo per l’ altro, per il diverso (tutto ciò mi ricorda molto l’ Italia di oggi: Corona, il finto una bomber, bla bla bla).
Il secondo tema che mi preme sottolineare (e che interessava molto anche Matheson) è la consapevolezza del piccolo scherzo della natura (come Scott chiama se stesso) di essere comunque un uomo, nonostante la sua altezza, quindi dotato di un intelligenza più fine rispetto alle altre creature e capace ancora una volta di dominare la natura, anche se a livello minore.
L’ onnipotenza dell’ uomo e la sua infinita voglia di essere l’ unico a poter decidere riguardo la sopravvivenza del resto degli esseri viventi sono sottolineati dallo scrittore nel momento in cui il protagonista decide, nonostante sia ormai all’ ultimo giorno di vita, di uccidere il ragno a qualsiasi costo.
Infine ci sarebbe un terzo tema, che si sviluppa essenzialmente nel finale e che quindi eviterò di approfondire troppo ma che è legato essenzialmente al secondo e riguarda la cecità dell’ uomo quando si tratta di vedere oltre la sua misura, oltre al suo delirio di onnipotenza su tutto ciò che è visibile.
Insomma: se dovete ancora andare in vacanza, se come me passerete il 15 di agosto a casa senza far nulla, se avete un’ oretta libera di tempo la sera vi consiglio la lettura di questo fantastico libricino, vi assicuro che non rimarrete delusi dal piccolo Scott e dalle sue avventure e magari avrete anche qualche spunto interessante di riflessione che io non ho notato.
IL FILM
Innanzitutto voglio chiarire una cosa: non sono uno di quelli che vedendo un film tratto da un libro si aspettano ogni scena identica a quella immaginata durante la lettura.
Oltre che impossibile (ognuno ha una sua visione nella testa) risulterebbe tutto estremamente noioso, che senso avrebbe rileggere una seconda volta il romanzo con le immagini?
L’ importante in una trasposizione è non tradire lo spirito del racconto (come avviene spessissimo nelle pellicole tratte dai romanzi di King tanto per fare un esempio).
Dunque?
Dunque non lo so!
Se da una parte la trama è rispettata con i dovuti cambiamenti (grazie anche al fatto che sceneggiatura e soggetto sono dello stesso Matheson) forse alcune riflessioni che il libro può suscitare vengono completamente perse in un film pensato appositamente per un pubblico adolescenziale da drive in americano.
Vengono a mancare totalmente due personaggi decisamente importanti nel libro come la figlia di Scott e la sua babysitter e quindi il tema dell’ impotenza di un uomo piccolo nella società d’ oggi viene solo sfiorato e non ben approfondito.
Ma ciò che più viene tralasciata è la componente sessuale: se nel libro di Matheson l’ impotenza sessuale del protagonista rimpicciolito si fa sentire ad ogni pagina fino al desiderio perverso per la babysitter della figlia, nel film tutto ciò che riguarda il sesso e Scott viene saltato a piè pari se non nelle poche scene con Nanà (la nana).
Viceversa la trasposizione in immagini ben sottolinea la pressione ossessionante della stampa e spinge l’ acceleratore sul versante delle avventure di Scott in cantina.
La pellicola diventa così un ottimo prodotto di intrattenimento, con la giusta tensione e ottimi effetti speciali (certo tutto deve essere considerato rispetto all’ epoca in cui fu prodotto!) fino ad arrivare al meraviglioso finale, addirittura superiore, a mio parere, a quello del romanzo.
La regia di Jack “Mostro della Laguna Nera” Arnold è impeccabile (da notare tra le altre cose la presenza di un cartello con su scritto “Keep your city clean” esattamente di fronte al circo in cui si esibiscono vari “mostri” come Nanà) e grazie al primo uso dei nuovi (allora si intende) obiettivi a focale variabile della zoomar corp. detti zoom e ai modellini in scala il rimpicciolimento del bravo Grant Williams nei panni di Scott risulta estremamente credibile (addirittura Arnold passò settimane intere a filmare gatti e ragni per rendere tutto più credibile!).
La pellicola vinse nel 1958 il premio Hugo, maggior riconoscimento per la fantascienza.
Avrei voluto esserci il giorno della prima proiezione al drive in, tra decine di adolescenti a bocca aperta di fronte all’ ennesima meraviglia del cinema: assistere ad un uomo rimpicciolito alle dimensioni di un ragno a lottare per la sua sopravvivenza tra enormi spilli e giganteschi barattoli deve essere stato davvero un bello choc per l’ epoca.

TRE MILLIMETRI AL GIORNO
AUTORE: Richard Matheson
ANNO: 1956
GENERE: Science fiction anni ‘50
VOTO: 8,5

RADIAZIONI BX DISTRUZIONE UOMO
REGIA: Jack Arnold
ANNO: 1957
VOTO: 7,5 (voto revisionato dopo aver visto l' intera filmografia disponibile di Arnold: 8)

GENERE: Science fiction anni ‘50
QUANTO è FISSATO COI RAGNI JACK ARNOLD: 9 (vedi “Tarantola” e “Destinazione Terra”)
CONSIGLIATO A CHI: Ama il genere, vuole vedere come si faceva un film incredibile con effetti speciali oggi irrisori, ama Jack Arnold, ha un' oretta da dedicare ad una lettura da svago.