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lunedì 22 febbraio 2016

6 LIBRI, 3 FILM E UNA TRAGEDIA: EVEREST 1996 (PARTE II: I FILM)

(IMAX) EVEREST (1998)


Everest, girato in pellicola 70 mm IMAX, è il documentario che il gruppo di Tenzing Norgay, guidato dall'alpinista Ed Viesturs, stava girando al momento della tragedia nel 1996.
Tolta qualche immagine davvero spettacolare come l'incipit narrato da Liam Neeson, si tratta di un breve riassunto del libro Lo Sherpa di Jamling Tenzing Norgay, in cui ci si concentra sul presente, tralasciando quasi completamente la vicenda del padre e di Edmund Hillary.
La catastrofe avvenuta sull'Everest è giustamente trattata come un capitolo laterale a cui si è data maggiore importanza durante la postproduzione dato il successo del libro di Krakauer (è presente anche una breve intervista a Beck Weathers).
All'epoca l'aver portato una telecamera IMAX (progettata appositamente per pesare “solo” 19 kg) sulla cima del monte Everest fu un traguardo non da poco e il fatto che il documentario sia in realtà costituito da una serie di spezzoni da 90 secondi  (per ridurre il peso si ridusse anche la pellicola) non gioca, purtroppo, a suo favore.
Oggi Everest sembra invecchiato abbastanza male, con alcune riprese troppo costruite (ovvio che non si volesse sprecare pellicola) e una tensione per la vetta che si sente solo a parole.
Due piccole curiosità: alcune immagini (non vorrei sbagliarmi, ma a mio parere si tratta proprio dell'incipit con il volo aereo per arrivare al campo base) sono state riutilizzate dal film Everest uscito nel 2015.
La colonna sonora è composta quasi interamente da canzoni (già edite) di George Harrison, scelte per il loro lato “spirituale”.

EVEREST
REGIA:Greg MacGillivray, David Breashers
ANNO: 1998
GENERE: Documentario
VOTO: 6,5


TERRORE SULL'EVEREST

Da sempre è pratica comune a Hollywood comprare i diritti di sfruttamento cinematografico per qualsiasi successo editoriale il più presto possibile, in modo da avere un film nelle sale quando ancora la febbre del libro non è completamente scesa.
Ultimamente, con l'arrivo di trilogie Young Adult e co. si è arrivati al punto (folle) da comprare i diritti quando ancora il primo capitolo non è stato completato, ma questa è un altra storia che racconteremo un altro giorno.
Il caso di Into Thin Air è invece molto più semplice: il saggio uscì nel 1997 e il successo editoriale inaspettato portò i produttori cinematografici a fiondarsi a casa di Krakauer, noto, tra le altre cose, per essere una persona abbastanza schiva, per proporre fior fiore di contratti. Indeciso se accettare o meno, alla fine Krakauer si decise a vendere in toto i diritti per lo sfruttamento cinematografico convinto che, come in molti altri casi ben più noti (vedi Abarat di Barker opzionato dalla Disney ormai da più di 10 anni) alla fine non se ne sarebbe fatto nulla.
Caso vuole che quell'anno, per qualche oscuro motivo, le cose si muovessero davvero e Hollywood decise realmente di tirarne fuori un film.
Ma non un film qualsiasi, con un buon regista, una buona produzione e una presentazione al festival di Venezia in pompa magna (come avvenne più di 10 anni dopo per Everest di Kormakur): quel che uscì nel 1998 fu quello che viene definito, con sprezzo del ridicolo, un tv-movie, ovvero un film di merda fatto con 4 soldi.
Terrore sull'Everest, che troverete su youtube in una splendida registrazione da un canale Mediaset, è esattamente tutto ciò che vi aspettereste da un film della domenica pomeriggio su Italia 1, anzi no, sul suo parente anziano, il redivivo Rete4.
Ci sono attori imbarazzanti e fuori ruolo (vince su tutti l'interprete polacco con faccia da americano di Anatolij), c'è un regista specializzato in tv movie da 4 soldi (da vedere la sua filmografia), c'è uno sceneggiatore anch'esso da tv movie (di cui imdb conosce a malapena la data di nascita) e scenografie incredibili che sembra di essere a Prato Nevoso invece che sull'Everest.
Il tutto è completato da una discutibile finta attinenza al testo, con voce fuori campo che riprende interi brani dal libro sbattendosene completamente le palle se poi quello sullo schermo non centri assolutamente nulla con ciò che viene raccontato nel saggio del 1997.
Insomma, splendido.
Dieci anni dopo Krakauer si prese un mezzo infarto quando gli arrivò notizia che il suo Into The Wild sarebbe stato trasposto al cinema ad opera di Sean Penn, ma questa è un'altra storia (per dovere di cronaca bisogna dire che la trasposizione è stata molto apprezzata dall'autore del libro).

INTO THIN AIR: DEATH ON EVEREST- TERRORE SULL'EVEREST
REGIA: Robert Markovitz
ANNO: 1998
GENERE: Drammatico
VOTO: 4


EVEREST (2015)


Così come Aria Sottile è il primo passo da compiere per avvicinarsi all'intera vicenda così Everest è l'ultimo scalino da superare per arrivare in vetta e provare a comprendere esattamente cosa sia successo nel maggio del 1996.
Ci sarà chi non è assolutamente d'accordo con l'affermazione di cui sopra come Krakauer stesso che, dopo la visione del film, si è scagliato ancora una volta rabbiosamente contro l'interpretazione di quelli che lui vuole essere i soli fatti reali: quelli raccontati nel suo libro. La scena in cui Anatolij chiede al suo personaggio di aiutarlo nella ricerca dei dispersi (ripresa dal saggio dello scalatore russo) ha fatto saltare la mosca al naso all'autore americano per la milionesima volta, portandolo a dichiarare a metà della stampa mondiale che non è andata così, no, no, no! “Se volete sapere com'è andata leggete il mio libro!”. Quanta simpatia.
Un altro uomo che ha perso la ragione senza nemmeno aver visto il film (sua dichiarazione) è stato Messner che ha bocciato in toto il progetto poiché non è stato girato davvero sull'Everest, tranne che per le scene ambientate al campo base. Vaglielo a spiegare che magari Gyllenhaal non ha proprio voglia di andare a 8000 metri a rischiare la vita con una maschera di ossigeno sulla faccia.
Detto questo, se si cerca di ragionare per un attimo a mente fredda e si guarda il film dopo aver letto 6 libri che parlano dello stesso argomento in due mesi si può capire bene che Baltasar Kormàkur non si è messo li a girare semplicemente un altro Terrore sull'Everest.
Al di là degli effetti speciali, delle pareti di ghiaccio ricreate a Cinecittà, delle riprese sulle Alpi e dei buoni attori chiamati in causa (Beck Weathers si è detto soddisfatto del suo personaggio interpretato da Josh Brolin), Everest è un film corale che riesce nell'impresa di riunire in una sola visione una quantità di punti di vista diversi difficili da far collimare persino in un libro, figurarsi in 120 minuti di cinema.
Lo stesso Kormàkur ha dichiarato di essersi documentato a lungo con tutti gli scritti presenti sulla vicenda e le comunicazione radio dell'epoca per provare a dare una visione che non fosse unilaterale.
La realtà, per quanto a Krakauer possa far incazzare, è che non può esistere una sola versione dei fatti per una tragedia che l'ha visto protagonista in una situazione a dir poco difficile, in carenza di ossigeno e stremato dalla fatica.
É noto, per sua stessa ammissione, che l'autore americano, messosi in salvo al campo IV, disse di aver visto scendere prima di lui Andy Harris, motivo per cui, in un primo momento, si pensò che la guida alpina fosse al salvo in una tenda, mentre si trovava ancora in alta quota cercando di aiutare Rob Hall (perirà sul posto poche ore più tardi). Leggendo le altre testimonianze presenti nei libri, Martin Adams, uno dei clienti di Scott Fischer, afferma sicuro che Krakauer in preda all'ipossia (mancanza di ossigeno) si sia lasciato scivolare sulla neve per almeno un centinaio di metri durante la discesa prima di riprendere a camminare (azione a dir poco sconsiderata come tutti potranno comprendere) , ma Jon ha sempre negato che questo sia successo.
Un altro esempio? La questione ossigeno si/no che Krakauer tira in ballo ogni tre per due come accusa ad Anatolij è stata sottoposta al vaglio di più di un alpinista e non tutti sono concordi con lo scrittore americano che l'uso delle bombole da parte del kazako avrebbe migliorato la situazione. É vero che uno scalatore medio non può farne a meno, ma è anche vero che un fisico come quello di Anatolij aveva già dimostrato di reggere più che bene a quelle altitudini e le sue tre bombole di ossigeno per l'attacco finale aiutarono Neil Beidleman (una guida del gruppo di Scott Fischer) e il suo gruppo nella difficilissima discesa.
E quindi? Quindi niente.
Everest, con tutte le esagerazioni che Hollywood comporta e i tagli in fase di montaggio (il personaggio di Lene Gammelgaard, ad esempio, è stato tagliato durante il montaggio finale), è un film parecchio complesso e veritiero per essere un blockbuster.
Ovvio non è un documentario National Geographic con interviste ai sopravvissuti e riprese dell'epoca (ma nemmeno Into The Wild lo era, con i suoi hippie felici e gli olandesi sbracaloni) e non è nemmeno un capolavoro della cinematografia moderna (manca quel guizzo registico, attoriale e fotografico che differenzia i film normali dai capolavori), ma è un film onesto.
Onesto nel non voler prendere le parti di nessuno, onesto nella visione di personaggi come Scott Fischer (Jake Gyllenhaal nonostante la mancanza di capelli biondi esprime esattamente ciò che viene raccontato nella biografia Mountain Madness) e Rob Hall (le parole finali alla moglie sono riprese esattamente dalle conversazioni registrate dell'epoca), onesto nel non rappresentare eroi che in effetti non ci sono stati (tolto il salvataggio di Anatolij che però non viene dipinto come un Terminator indistruttibile, ma semplicemente come un uomo mosso dalla forza della disperazione), onesto nel mettere in scena una tragedia che ancora oggi non ha un perché e a cui nemmeno decine di libri, documentari e film sapranno mai dare una risposta.
In fondo nemmeno George Mallory, a capo delle prime tre spedizioni inglesi per scalare l'Everest negli anni '20, seppe mai dare una risposta alla sua curiosità:
“Perché vuole scalare l'Everest?” “Perché è lì”.

EVEREST
REGIA: Baltasar Kormàkur
ANNO: 2015
GENERE: Drammatico
VOTO: 7,5


martedì 9 febbraio 2016

6 LIBRI, 3 FILM E UNA TRAGEDIA: EVEREST 1996 ( PARTE I : I LIBRI)

UNA PREMESSA

 
"EVEREEEEEEEEEEEST"
 
Negli anni ho accumulato così tanti progetti di recensioni folli legate ad un solo argomento, un solo autore, un solo genere, che oggi, davanti alla pagina bianca di word, mi spaventa dover ammettere che si, dopo innumerevoli tentativi, ne ho concluso uno. “Leggerò e vedrò tutto quel che riguarda il disastro del 1996 sull'Everest edito in Italia”, me lo ripetevo continuamente mentre scorrevano i titoli di coda di “Everest”, nel settembre del 2015, folgorato come un San Paolo qualsiasi sulla via di Damasco (solo che io a Damasco non ci stavo andando e il massimo a cui aspirassi in quel momento era il letto di casa).
Si, sono stato aiutato dal kolossal con protagonista Gyllenhall e soci che ha riportato in libreria, come spesso accade con le uscite Hollywoodiane, libri che non andavano in stampa ormai da più di 10 anni (è il caso di "Everest, io c'ero" di Lene Gammelgaard), ma non è stato facile credetemi.
“Lo sherpa” di Jamling Tenzing Norgay, tanto per dirne uno, è fuori commercio da almeno un paio di lustri e la biografia di Scott Fischer, Mountain Madness, edita dalla piccola Alpine Studio, così come “Everest 1996, Cronaca di un salvataggio impossibile”, pubblicato da Vivalda editori non sono esattamente bestseller da trovare in una qualsiasi Feltrinelli.
Aperta parentesi: l'ultimo libro citato è apparso in edicola con mesi di ritardo sull'uscita del film e sulle mie ricerche estenuanti provocandomi un quasi esaurimento nervoso quando l'edicolante mi ha chiesto se volevo quel libricino di cui gli avevano spedito inspiegabilmente quattro copie. Chiusa parentesi.
Considerate poi che un film come "Terrore sull'Everest", primo e unico vero adattamento cinematografico (in realtà film tv) di "Into Thin Air" di Jon Krakauer datato 1998, è quasi introvabile in italiano (a meno che non vogliate vederlo su Youtube...), mentre il documentario IMAX “Everest”, anch'esso del 1998, è recuperabile solo con sottotitoli da cercare accuratamente nel mare internettiano.
Insomma ci sono ricerche ben più difficili e anche cose ben più importanti nella vita, me ne rendo conto, ma lasciatemelo dire una volta sola e poi non se ne parla più: sono orgoglioso di me stesso e della mia monomaniacale impresa.

PS: le recensioni sono nell'ordine di lettura che ho seguito io, che non è per forza quello esatto o consigliato.



UN BREVISSIMO RESOCONTO DELLA VICENDA

                                       
Il gruppo Mountain Madness con in basso a sinistra Scott Fischer



Il Gruppo Adventure Consultants con in prima fila i defunti Doug Hansen (primo sulla sinistra), Andy Harris (al centro con cappellino bianco e tuta blu), Rob Hall (inconfondibile tuta viola) e Yasuko Namba (ultima sulla destra)

Nel maggio del 1996, all'alba delle prime vere e proprie spedizioni commerciali che promettevano di portare in vetta anche semianalfabeti dell'arrampicata, due spedizioni  di questo tipo (la Adventure Consultants di Rob Hall e la Mountain Madness di Scott Fischer) più altri gruppi minori di professionisti si ritrovarono a scalare contemporaneamente l'Everest dalla facciata Sud.
Il 10 maggio 1996, nel corso dell'ascensione alla vetta dal campo IV, l'affollamento e i fraintendimenti tra gli sherpa delle due spedizioni provocarono un enorme ingorgo nei pressi del passaggio più delicato, chiamato Hillary Step; il fatto, unito alla scarsa preparazione di alcuni clienti, fece ritardare la salita a buona parte del gruppo, che fu colto da una tempesta durante la discesa. Tra il 10 e l'11 maggio del 1996 sulla facciata Sud dell'Everest morirono 5 persone (a cui si sommano normalmente il membro della spedizione Taiwanese Chen Yu Nan morto il 9 maggio e i tre militari indiani morti sulla facciata Nord) per motivi diversi:
  • Rob Hall: assideramento durante la discesa, ritardata a causa della perdita di coscienza dell'ultimo cliente ad arrivare in vetta con un ritardo di due ore sul programma, Doug Hansen;
  • Doug Hansen: perdita di coscienza e conseguente caduta;
  • Andrew Harris: seconda guida del gruppo di Rob Hall, tenta il salvataggio di quest'ultimo, ma muore nel tentativo (riesce comunque ad arrivare a Rob prima di cadere nell'incoscienza e precipitare);
  • Scott Fischer: possibile embolia cerebrale durante la discesa;
  • Yasuko Namba: assideramento durante la discesa dopo essersi persa nella tormenta insieme a Neil Beidleman, Klev Schoening, Charlotte Fox, Tim Madsen, Sandy Hill Pittman, Lene Gammelgaard, Mike Groom e Beck Weathers.
Sulla wikipedia inglese potete tranquillamente trovare informazioni più dettagliate, ma credo che per comprendere tutto ciò di cui parlo nelle recensioni seguenti possa bastare questo breve riassunto.

 

ARIA SOTTILE
 
 

Lo scritto di Jon Krakauer è il vero punto di partenza. Nonostante la mia fissa sia iniziata con il film di Kormàkur, ciò che ha dato il La a tutta questa serie di saggi-film-documentari è stato il libro-reportage dell'autore alpinista americano che nel 1996 faceva parte della Adventure Consultants guidata da Rob Hall. Il Nostro scalava come inviato di Outside, rivista  alpinistica per la quale avrebbe dovuto scrivere un articolo sulla nascita delle spedizioni commerciali sull'Everest.
Al di là degli infiniti dettagli pre-partenza per l'Himalaya ciò che conta qui è: com'è Into Thin Air?
Il libro di Krakauer è sicuramente il migliore del lotto preso in esame.
Sarebbe stato facile riportare semplicemente le proprie esperienze personali su carta (come fecero pressoché tutti i sopravvissuti), ma Jon provò con Into Thin Air a far chiarezza su quella che all'epoca fu la più grande tragedia avvenuta sulla montagna più alta del mondo.
La cosa gli costò pericolose antipatie personali e accuse di vario tipo, non sempre a torto, ma lo scrittore dell'Oregon ha sempre difeso con le unghie e con i denti il suo grande lavoro di ricerca teso a dare un senso a quelle morti che anni dopo pesavano ancora sui suoi ricordi e sulla sua coscienza (leggendo capirete bene il motivo).
La semplice domanda iniziale posta ai vari scalatori: “Perché volete scalare l'Everest?” mostra una serie di risposte che all'autore sembrano non andare giù in nessuno modo convincendolo, ancor prima dell'evento tragico, che le spedizioni commerciali abbiano qualcosa di intrinsecamente sbagliato.
Motivazioni nulle, strumenti inadatti, tempi ristretti e clienti, troppi clienti, impreparati. Per Krakauer i nove morti del 10-11 maggio 1996 non ebbero una sola causa e nel suo saggio avvincente come un romanzo si sente tutta la nostra impotenza di fronte ad una natura troppo grande per essere imbrigliata in programmi di scalata e stupide frenesie da piccolo uomo incapace di accettare i propri limiti.

PREGI: Si fa leggere come uno stupendo romanzo d'avventura e allo stesso tempo fornisce tutti i dati raccolti per provare a fare chiarezza sulla vicenda.

DIFETTI: A volte Krakauer si fa trascinare dall'esperienza personale al punto da dare giudizi troppo personali su alcuni dei partecipanti, così come in Into The Wild dell'anno precedente, succedeva con le scelte di McCandless. É il caso di Anatolij Bukreev, scalatore ben più affermato, che viene in un qualche modo incolpato per certe scelte troppo azzardate che avrebbero contribuito alla tragedia.
L'altro giudizio troppo di parte riguarda le spedizioni commerciali, evidentemente osteggiante da Jon fin dalle prime pagine, nonostante la meravigliosa sensazione di trovarsi lì in quel momento proprio grazie ad esse. Insomma effetto Jurassic Park- Alan Grant, Ellie Sattler: grazie per averci regalato questo sogno, ma c'è qualcosa che non va.

INTO THIN AIR- ARIA SOTTILE
ANNO: 1997
AUTORE: Jon Krakauer
GENERE: Saggio
VOTO: 8,5



EVEREST 1996, CRONACA DI UN SALVATAGGIO IMPOSSIBILE



Il libro di Anatolij Bukreev, scritto in collaborazione con Gary Weston DeWalt (regista e scrittore) per la poca padronanza dell'inglese da parte dell'alpinista Kazako, è il secondo e più importante passo per capirci qualcosa dell'intera vicenda.
Il saggio nasce esplicitamente come risposta ad Aria Sottile che, come accennato, faceva rientrare Anatolij Bukreev tra i colpevoli dell'intero disastro.
Chiariamo subito una cosa che molti tralasciano: Krakauer non accusa Bukreev di essere l'unico colpevole e in almeno due occasioni ricorda che senza l'intervento dello scalatore russo i morti sarebbero stati molti di più. Detto questo è vero che lo scrittore americano, non potendo prendersela più di tanto con le guide morte e i relativi clienti, trova in Anatolij uno dei pochi veri responsabili sopravvissuti.
E in cosa consiste la colpa? Essenzialmente nel non aver voluto scalare l'Everest con l'ossigeno, scelta che ha portato di conseguenza la veloce ascesa e discesa di Bukreev dalla cima e quindi il non aver seguito da vicino i clienti della sua spedizione (tra cui, bisogna ricordare, non c'è stato un solo morto ad eccezione della guida Scott Fischer).
Ma la domanda è sempre la stessa: com'è Everest 1996?
Detto in una parola è noioso.
Il libro di Anatolij è una continua, imperterrita, infinita risposta al libro di Krakauer, una giustificazione qui e una giustificazione là, un “Mi dissero di far così” e “Mi dissero di far cosà” che alla centesima pagina comincia a diventare a dir poco ripetitivo.
Incredibilmente (o forse giustamente) anche la parte più attesa, quella del “salvataggio impossibile”, è resa dallo scalatore sovietico come un “andava fatto così”, che ci svela per un secondo la pasta di cui era fatto questo superuomo delle montagne (andatevi pure a leggere le biografie su internet se volete sapere quanto era considerato come alpinista a livello internazionale).
A differenza di Into Thin Air, Everest 1996 manca della ricerca giornalistica esaustiva di Krakauer e il libro sembra risentirne nel momento in cui Bukreev cerca di difendersi dalle accuse riportando le conversazioni avute con Scott Fischer di cui egli è il solo e unico testimone.
A partire da questo libro si scatenò una diatriba tra Krakauer e Gary Weston DeWalt (Bukreev morì nel dicembre 1997 durante una scalata sull'Annapurna, pochi mesi dopo l'uscita di “Everest 1996”) che continua assurdamente ancora oggi. Ai due saggi sono stati aggiunti negli anni, con sprezzo del ridicolo, postfazioni e postpostfazioni in cui gli autori si rispondono a colpi di “Io ho le prove” e “Io ne ho di più” e la cosa sembra aver avuto una nuova sferzata di energia con l'uscita del film Everest per cui Krakauer ha deciso bene di commentare con il solo: “Non è andata così, Anatolij non ha fatto questo e quello blablabla”.
Della serie: non sappiamo quando fermarci.

PREGI: Fornisce un punto di vista diverso sull'intera vicenda, quello di uno scalatore professionista che vede il mestiere della guida non come un babysitter capace di portare il cliente sulla cima della montagna passo passo, ma come un allenatore in grado di spronare e aiutare nei momenti di vero bisogno, facendo capire che se non ce la si fa da soli, non si è adatti. L'intera vicenda ha anche un lato sentimentale molto più sentito dato che la disperazione e il senso di colpa per la morte dell'amico Scott Fischer da parte di Anatolij traspare da ogni pagina.

DIFETTI: Rispetto al libro di Krakauer è scritto in modo approssimativo e ripetitivo.

THE CLIMB: TRAGIC AMBITIONS ON EVEREST- EVEREST 1996: CRONACA DI UN SALVATAGGIO IMPOSSIBILE
ANNO: 1997
AUTORE: Anatolij Bukreev; Gary Weston DeWalt
GENERE: Saggio
VOTO: 5,5



A UN SOFFIO DALLA FINE
 
 
 
Il libro di Beck Weathers, scritto insieme a Stephen G. Michaud, è sicuramente quello che si differenzia maggiormente da tutti gli altri per quello di cui si parla.
Nonostante il titolo (quello italiano, che quello inglese è ovviamente diverso) “A un soffio dalla fine” parla ben poco della tragedia sull'Everest del 1996: sono scarse le pagine dedicate alla “resurrezione” di Beck e le uniche inedite riguardano la notte d'inferno successiva al suo salvataggio, abbandonato, nuovamente, come un morto all'interno di una tenda nel bel mezzo della tempesta.
Per il resto Beck Weathers ci presenta qui la sua sincera autobiografia, con alcuni interventi scritti della moglie e un ottimismo sul futuro che sembra tanto dettato da una forte processo di psicoanalisi.
La depressione, il tentativo di sconfiggerla con la montagna e con prove fisiche sempre più azzardate, l'allontanamento dalla famiglia, il dramma dell'Everest e il ritorno ad una sorta di normalità senza un braccio, il naso e gran parte delle dita dell'altra mano.
La parte più interessante è sicuramente quella riguardante le avventure di Beck precedenti all'Everest: è l'unico libro che ci presenta le grandi escursioni guidate (tanto disprezzate da Krakauer, Bukreev e più recentemente anche dal famoso alpinista Simone Moro che le ha accusate di trasformare l'Everest in un'immensa Gardaland) dal punto di vista di un cliente “normale”, come potremmo essere noi un domani.
Beck Weathers nel corso di non troppe pagine ammette le sue fragilità, i suoi errori e il ruolo fondamentale della moglie Peach in tutta la sua vita e nella sua "seconda nascita" (così la definisce egli stesso), senza dimenticare un ringraziamento infinito al pilota colonnello Madan K.C. che all'epoca effettuò il salvataggio in elicottero alla più alta quota mai raggiunta.
Insomma una buona autobiografia di una persona piuttosto media sconvolta da un unico grande evento troppo grande per essere raccontato.

PREGI: Brevità e punto di vista di un cliente delle grandi spedizioni commerciali.

DIFETTI: Non c'è quasi nulla sulla vicenda dell'Everest nel 1996

LEFT FOR DEAD. MY JOURNEY HOME FROM EVEREST- A UN SOFFIO DALLA FINE
ANNO: 2000
AUTORE: Beck Weathers & Stephen G. Michaud
GENERE: Autobiografia
VOTO: 6


EVEREST, IO C'ERO o IL MIO EVEREST

 

Mentre leggevo “Everest, io c'ero” riuscivo a chiedermi solo una cosa: questa donna fa la motivatrice?
E se si, che cazzo sto leggendo in questo momento? Un resoconto della tragedia dell'Everest nel 1996 o un libro su come affrontare le avversità secondo un suo metodo personale (uguale a quello di millemila altri, ma che poi sicuramente lei ti dirà che solo il suo blablablabla).
Il libro di Lene Gammelgaard non è scritto male sia chiaro.
E, tra le altre cose, racconta nel dettaglio come sia riuscito a sopravvivere il numeroso gruppo disperso per un'intera notte durante la discesa dalla vetta.
Si parla di persone abbracciate durante la tormenta per tenersi calde, di tentativi più o meno riusciti per rimanere svegli e non crollare in un sonno fatale e di una tormenta di neve e gelo che in nessun libro letto è resa così bene.
E prima di tutto ciò Lene Gammelgaard è una delle pochissime a parlarci degli sherpa (l'altro è proprio uno sherpa, ma lo vedremo più avanti) del loro enorme valore per gli scalatori, delle loro pratiche religiose e dell'uomo bianco che, per la prima volta, viene qui rappresentato con tutti i suoi difetti di arroganza e supponenza.
Scritto come un diario, “Everest, io c'ero”, non è giornalisticamente preciso come Aria Sottile e nemmeno religioso come lo sarà Lo Sherpa, ma mette al centro della vicenda una donna forte che sembra riuscire a dar forza a tutti quelli che la circondano.
E la risposta è che si, oggi Lene Gammelgaard fa la motivatrice (oltre che la psicoterapeuta).

PREGI: Il punto di vista della vicenda rispetto a Krakauer è molto più umano, capace di mostrare le debolezze dell'uomo bianco e tutte le sue arroganti imprudenze.

DIFETTI: Lene Gammelgaard scrive come una mental coach della peggior specie (Roberto Re docet). Ci parla dei suoi mantra per affrontare la montagna e vincere e, non contenta, si dipinge come una sorta di fricchettona che si diverte a girare per il mondo in cerca di avventure. Insomma va bene tutto, ma sembra di leggere di un'universitaria torinese con la frangetta in gita in Nepal.

CLIMBING HIGH. A WOMAN'S ACCOUNT ON SURVIVING THE EVEREST TRAGEDY- EVEREST IO C'ERO
ANNO: 1999
AUTORE: Lene Gammelgaard
GENERE: Saggio
VOTO: 6



MOUNTAIN MADNESS

 

Se ci fosse un premio “miglior sorpresa del blocco Everest 1996” (cosa che evidentemente non c'è ed esiste solo nella mia mente bacata), andrebbe sicuramente a Mountain Madness.
Trovato per puro caso nello scaffale sportivo di una nota catena di librerie a metà del suo prezzo, Mountain Madness è la biografia di Scott Fischer, una delle due guide principali per le spedizioni di cui si parla ormai da troppe righe in questa megarecensione.
Scritta in modo piacevole e suddivisa per grandi episodi nella vita dello scalatore statunitense, è la biografia che ognuno vorrebbe vedere scritta per sé alla propria morte (ma anche prima, che se no fai la fine di Niccolò Fabi in "Rosso").
La penna è quella di un amico che senza dubbio tende a lodare troppo vizi e virtù di un Ammericano con la A maiuscola (energia, voglia di arrivare, spregiudicatezza blablabla), ma capace di trasmettere davvero quella voglia di vivere e di coinvolgere tutti che Scott Fischer possedeva.
É vero, come si legge da più parti su internet, che la morte di Scott può essere presa solo come una diretta conseguenza della sua incoscienza che l'ha portato più di una volta a rischiare la vita, ma come scrive anche Lene Gammelgaard nel suo libro, era ovvio che Fischer morisse in montagna, sfortuna vuole che fosse proprio durante quella spedizione.
La biografia di Scott è di quelle da raccontare ai propri figli, completamente diversa da quella di un uomo medio come Beck Weathers (quale lui stesso si definisce), piena di avventura, di azzardi, di rischi non sempre completamente ripagati e in definitiva piena.
L'uomo che appare dipinto in tutti gli altri libri come un coglione pieno di sé (tranne che da Lene Gammelgaard che ne fa un ritratto da innamorata), è qui un avventuriero capace di sorridere di fronte ad ogni avversità, un esperto alpinista che è diventato tale grazie ad una serie di cadute e infortuni che avrebbero steso a terra anche un elefante e soprattutto un uomo nato per scalare le montagne che non ha fatto altro nella vita che seguire il suo istinto e non arrendersi di fronte a nulla.

PREGI: La biografia è scritta incredibilmente bene e l'edizione italiana merita anche solo per l'impaginazione elegante e la cura nei piccoli dettagli. É anche l'unico libro dei sei ad essere realmente emozionante.

DIFETTI: Birkby a volte si fa prendere la mano e sorvola su alcuni difetti di Scott, etichettandoli come semplici lati del suo carattere. Un unico capitolo è dedicato alla tragedia del 1996 e vive, per forza di cose, di ricordi e documentazioni altrui, non essendo l'autore presente al momento della scalata.

MOUNTAIN MADNESS, SCOTT FISCHER, MONT EVEREST & A LIFE LIVED ON HIGH- MOUNTAIN MADNESS
ANNO: 2009
AUTORE: Robert Birkby
GENERE: Biografia
VOTO: 8


LO SHERPA



“Lo sherpa” è l'ultimo libro di cui sono venuto in possesso (ne ho trovata una copia usata dopo estenuanti ricerche dato che è fuori catalogo) ed è anche il più particolare del lotto.
Nonostante in Italia venga presentato come il racconto del capo degli Sherpa della spedizione del 1996, il saggio di Norgay ha poco a vedere con la stessa, dato che lo sherpa non è stato coinvolto direttamente nella tragedia. Semplicemente, senza andare a scomodare la solita storia che potete trovare riassunta nell'incipit, Tenzing si trovava sull'Everest con una terza spedizione nello stesso momento in cui i gruppi di Rob Hall e Scott Fischer decisero di attaccare la vetta. Questo portò inevitabilmente al coinvolgimento del gruppo di Tenzing, sulla montagna per filmare un documentario per la IMAX, che si diede da fare in ogni modo per le operazioni di salvataggio.
La realtà, quella non scritta sulla copertina strillante de Lo Sherpa, è che il libro parla di tutt'altro.
Racconta la storia di Jamling Tenzing Norgay, figlio del famoso Tenzing Norgay che nel 1953 scalò per primo la vetta dell'Everest con lo scalatore Edmund Hillary, della sua voglia di ripetere le gesta del padre, della sua prima e unica avventura sul Sagaramatha (il nome nepalese dell'Everest) e del suo riavvicinamento alla religione buddista.
Nato in Nepal, ma laureato negli Stati Uniti, Norgay si presenta all'inizio del libro come un orientale che ha perso molto dei suoi usi e costumi e che, durante la vicenda, cercherà di riappropriarsene poco alla volta, anche senza volerlo.
“Lo Sherpa” parla molto di religione buddista, cosa di cui ammetto sapevo ben poco e molto poco degli aspetti tecnici della scalata a cui si preferiscono brevi racconti su momenti religiosamente fondamentali.
Ci sono le profezie infauste, i comportamenti blasfemi dell'uomo bianco sulla montagna sacra (qui vengono a galla atteggiamenti a dir poco discutibili delle compagnie di Rob Hall e Scott Fischer a cui stranamente nessun altro fa riferimento) e il lento riavvicinarsi di Norgay allo spirito di suo padre e alla sua religione d'origine.
I capitoli sono sempre divisi a metà con un interessante parallelo tra la scalata di Jamling e quella, molto più difficoltosa e interessante, del padre.
Non è un libro avventuroso e nemmeno un preciso reportage giornalistico, nel mezzo si impantana in una serie di descrizioni e precisazioni buddiste di cui si potrebbe fare anche a meno (anche perché ci sono non poche ripetizioni degli stessi concetti), ma “Lo sherpa” fornisce un punto di vista più sincero e meno occidentale di quello che significavano le spedizioni commerciali nel 1996 e di quella che fu una delle più grandi imprese nel 1953, quella scalata del monte Everest che ad oggi, dopo 50 anni di scalate e su 7 miliardi di persone, è riuscita solo a 4000 superumani.

TOUCHING MY FATHER'S SOUL: A SHERPA'S JOURNEY TO THE TOP OF EVEREST- LO SHERPA
ANNO: 2001
AUTORE: Jamling Tenzing Norgay & Broughton Coburn
GENERE: saggio
VOTO: 6,5


SULLA CIMA DELL'EVEREST



Sulla cima dell'Everest è il classico raccoltone Newton Compton con dentro di tutto un po'.
In realtà mi sono limitato a leggere la lunga introduzione e le parti riguardanti il disastro del 1996 tra cui i due racconti di Anatoli Boukreev e Beck Weathers (niente di nuovo che non avessi visto nei loro libri) e l'inedito “Incubo” di Matt Dickinson.
Per tutto il resto ci sarà tempo e modo (ho già un'idea di quando leggerlo e come accorparlo ad un altro libro sull'Everest).
Di Matt Dickinson esiste un libro non tradotto in italiano che racconta per intero la sua vicenda e che ho disperatamente cercato di recuperare fino a che non ho compreso, grazie al racconto in questione, che il suo saggio riguarda la facciata Nord dell'Everest, quella in cui, nello stesso tragico giorno della scomparsa di Fischer e di altre 5 persone, morirono 3 scalatori.
Altra facciata, altro disastro. Sarà per un altra volta.
In ogni caso il breve racconto di Dickinson racconta uno dei momenti di estrema difficoltà durante la scalata e non è affatto male per come rende la tensione della situazione.

THE MAMMOTH BOOK OF EVEREST- SULLA CIMA DELL'EVEREST
ANNO: 2015
AUTORE: Curato da Jon E. Lewis
GENERE: saggio
VOTO: n.d.

                                                                                                                                  Continua...

venerdì 8 gennaio 2010

TRE CLASSICI UN MITO: STARSHIP TROOPERS

Due settimane di vacanza e si riprende...con un perdonabile giorno di ritardo.

STARSHIP TROOPERS: LA FANTERIA DELLO SPAZIO

STARSHIP TROOPERS 2: HERO OF THE FEDERATION- STARSHIP TROOPERS 2: GLI EROI DELLA FEDERAZIONE

STARSHIP TROOPERS 3: MARAUDER- STARSHIP TROOPERS 3: L’ARMA SEGRETA



A vedere certi film a volte ci si fa un torto.
Quelle pellicole con cui si è cresciuti, che si sono viste una o mille volte ma che inevitabilmente (e a volte inspiegabilmente) rimangono nella memoria.
Passano settimane.
Mesi.
Anni.
E ogni giorno il nostro simpatico cervelletto sovraccarico di immagini e ricordi di ogni genere si diverte a cancellare, ingigantire e reinventare particolari su particolari.
Io Starship Troopers lo ricordavo più o meno così: quel film che ci sono gli insettoni giganti su un pianeta e gli uomini vanno per ucciderli ma vengono tutti smembrati brutalmente.
Grossolanamente sarebbe anche accettabile come storiella da raccontare al bar il mattino dopo.
Non grossolanamente e rivedendolo almeno 8 anni dopo l’ultima volta si scoprono elementi più o meno incredibili per i miei ricordi annebbiati.
Innanzitutto Verhoeven regista, lo stesso malato di mente di quegli altri due cult visti e stravisti da bambino di nome Robocop (quello che lui all’inizio lo maciullavano e poi tornava mezzo robot e uccideva tutti e c’avevo anche il gioco dell’Amiga) e Atto di Forza (quello con Schwarzenegger che andava su marte e alla fine c’era la scena che lui si salvava con tutte le vene in testa che gli stavano per scoppiare e, particolare non trascurabile, una donna con tre tette).
In secondo luogo l’anno di uscita: il 1997, non così vecchio come pensavo.
Infine, cosa (forse) più importante, il film.
Quello con gli insettoni sul pianeta alieno che smembravano tutti si, ma soprattutto quello che nella prima ora ci mostra un futuro molto Robocopesco in cui scene di addestramento militare per la fanteria spaziale si alternano a folli slogan per il reclutamento sui fantomatici schermi delle tv del futuro.
Quello in cui a recitare sono chiamati i peggiori bellocci da Beverly Hills che Verhoeven potesse trovare sulla piazza e in cui gli effetti speciali (eccezion fatta per gli insettoni, mostruosi e credibili) sono al livello di uno Star Trek qualsiasi degli anni ’80.
Quello che a vederlo oggi è uno dei film di fantascienza più stranamente trash che si possano immaginare: con quei modelli e modelle che si aggirano per lo schermo con battute da film di serie C ed espressioni da telenovela nello spazio.
Ci sarebbe da ridere per ore ma Verhoeven mette qualcosa in quegli “spot- slogan” militareschi che inquieta.
O meglio.
È qualcosa che stona.
Quasi si volesse fare un film volutamente trash e pieno di messaggi fin troppo espliciti (qualcuno su internet ha il coraggio di parlare di sottili metafore… manca solo il faccione di Verhoeven che urla al pubblico quel che pensa dell’esercito e degli Usa in generale ed è un documentario di Michael Moore!) per prendere in giro a sua volta un modo di fare cinema (quello della fantascienza anni ’30 prima e anni ’80 poi) volgarmente americano.
Il dubbio che Verhoeven ci faccia o ci sia (da quel che ricordo ora di Robocop e Atto di Forza) rimane e forse si rafforza.
Quel che è certo è che Starship Troopers rimane un film sicuramente particolare nel suo genere, direi anche “difficilmente giudicabile” data l’assurda volontarietà di cadere nel ridicolo-spazzatura in ogni suo elemento.
Non ci vuole molto coraggio a dire che se fosse stato girato dalla Troma (dico Toxic Avenger ) e non voglio aggiungere altro) un film come questo sarebbe entrato di diritto nell’olimpo dei film caciaroni visibili solo in gruppo sotto l’effetto di troppo alcool.
Il fatto che sia stato girato da Verhoeven lo ha trasformato invece in un cult di (ormai) altri tempi in cui molti (compreso me stesso) sono sviati dal vedere qualcosa di così grossolanamente brutto e famoso e doverci cercare obbligatoriamente un significato nascosto o almeno una volontaria tendenza alla spazzatura.
Apro e chiudo una parentesi che tanto parentesi non è: il discorso fatto negli ultimi 2 capoversi è il simpatico sunto di quel che penso di molti film di registi ormai diventati intoccabili per una critica pecorona che non sa far altro che ripetersi e attorcigliarsi su se stessa in un elogio dei soliti noti. Tutto ciò, se proprio vogliamo ricordarlo, è anche il motivo per cui ho aperto questo blog.
Chiusa parentesi.
REGIA: Paul Verhoeven
ANNO: 1997
UNA PAROLA: Trash d'autore?
VOTO: 6,5



Uno degli elementi che differenzia maggiormente questo primo episodio dal secondo capitolo di cui ho scoperto l’esistenza solo un anno fa è proprio questo: Starship Troopers 2 non è trash.
Almeno non come il primo episodio.
E non ha gli attorucoli, non ha gli effettacci speciali (su questo molti su internet dissentono ma il dubbio che il loro sia solo attaccamento emotivo (e pecorone) per il primo capitolo è forte) e nemmeno un po’ di ambiguità.
Si farebbe prima a dire l’unica cosa in comune delle due pellicole per cui qualcuno quasi dieci anni dopo è riuscito a tirar su ancora qualche soldo sfruttando un marchio abbastanza famoso: gli insettoni.
Detto questo Starship Troopers 2 è tutt’altro.
A volerlo descrivere con tre parole si potrebbe dire Alien, Pitch Black e Tremors.
Alien: nell’ambientazione cupa e claustrofobia che la pellicola assume per tutta la sua durata e nel particolare tipo di insetto che infesterà questi ultimi uomini sopravvissuti.
Pitch Black: nei colori bui e oscuri e se vogliamo nel protagonista “fuorilegge” muscoloso e dalla voce ruvida (fa quasi impressione pensarlo poi in Desperate Housewifes nei panni del normalissimo maritino Karl Mayer).
Tremors: solo e soltanto nei radar che segnano l’avvicinamento degli insettoni.
Starship Troopers 2 è molto più classicamente sci-fi-horror di media categoria del suo predecessore: gli attori sono tutti più o meno buoni, la storia si fa più """"introspettiva"""" (meno battaglie a viso aperto e più momenti di mistero-tensione-riflessione) e nonostante alcune buone sorprese tutto si può ricondurre a qualcosa di già visto e stravisto.
REGIA: Phil Tippet
ANNO: 2004
UNA PAROLA: scontato
VOTO: 6


Infine Starship Troopers 3.
Quel che più incuriosisce di questo terzo capitolo è la ripresa della storia dalla fine del primo, come se il secondo episodio non fosse mai esistito.
Sarebbe anche quasi lecito (non è sicuramente la prima volta che qualcuno se ne infischia di seguiti vari per far riprendere la storia dove si vuole) ma la presenza di Neumeier come regista e sceneggiatore fa un po’ sorridere dato che lo stesso Starship Troopers 2 era stato comunque scritto da lui.
Lavaggio del cervello?
Molto più probabilmente e semplicemente il ritorno di Verhoeven alla produzione.
E così riecco il benedetto Rico far capolino nuovamente sullo schermo con la stessa faccia di tolla di Casper Van Dien che nel frattempo ha quasi imparato a recitare.
Per il resto mancano tutti, ma basta la sua presenza per portare tutti indietro nel tempo.
Non fosse che.
Gli effetti speciali con un budget evidentemente ridicolo rispetto al primo episodio sono ancora più penosi per quanto riguarda le navicelle (quelle del 1997 erano veramente pessime, ma queste in rapporto all’anno di produzione del film sono terrificanti) e inguardabili per quanto riguarda gli insetti (nel secondo episodio a fronte di un budget ridotto si erano intelligentemente evitate scene che richiedevano troppo impegno “visivo”)
Le scenografie sono di polistirolo, le armi di gommapiuma, i dialoghi spazzatura.
Gli attori pessimi come ai bei vecchi tempi e quel tocco di humour da film della Troma (la vanga che trancia in due il soldato nella scena iniziale è quanto di più trash io abbia visto dopo Dude Postal che si divertiva a far sotto bambini e vecchiette!) da il colpo finale.
Starship Troopers 3 non sarebbe neanche un brutto film a volerlo spogliare di un qualche centinaio di difetti ma ne rimarrebbe uno scheletro sottile sottile fatto di rimandi al film di Verhoeven (le trasmissioni tv propagandistiche del futuro) e al libro Starship Troopers di Robert A. Heinlein di cui questo terzo episodio riprende uno dei temi più cari non affrontati da Verhoeven: le tute potenziate.
Che poi queste tute potenziate diventino nel finale il pretesto per una delle scene più tamarre e ridicole che io abbia mai visto in un film di fantascienza (dico solo: Padre Nostro in sottofondo, robottoni giganti con lanciafiamme che incendiano insetti giganti e un ralenty di quelli che solo Emmerich nei momenti migliori…) è tutt’altra storia.
Non c’è mai fine al peggio si dice.
Magari un bell’episodio in 3d…
REGIA: Edward Neumeier
ANNO: 2008
UNA PAROLA: trash e basta.
VOTO: 4,5

mercoledì 23 gennaio 2008

TRE CLASSICI DUE MITI: HOWARD HAWKS E JOHN WAYNE

Eccoci quindi.
Dopo aver dato ampio spazio ad un' ampia recensione come quella de "Il signore degli anelli" di Leo ed aver sistemato un po' i link alle varie recensioni che trovate in alto nella pagina (ho aggiunto "Percorsi", una sorta di sunto delle vie trafficate che segue il mio cervello nel recensire le pellicole) siamo giunti ad una nuova recensione.
E mi dispiace avvertirvi subito che si tratta di qualcosa di grosso. Magari non siamo ai livelli della precedente ma ci avviciniamo.
Ho cercato di strutturare comunque la recensione in modo che ogni film possa essere letto a parte, in modo da non stancarvi troppo.
Vi auguro una buona lettura sperando che il western non vi annoi perchè qui c'è di che riempirsene anche il naso!


UN DOLLARO D’ONORE- RIO BRAVO
EL DORADO
RIO LOBO





Da bambino ho visto tanti di quei western che a volte mi stupisco di non essere diventato un pistolero con il poncho e gli occhi di ghiaccio che se ne va in giro a sparacchiare a gente nascosta nelle finestrelle dei campanili.
Ne ho visti talmente tanti con protagonisti Clint Eastwood o Gian Maria Volontè che quasi mi ero dimenticato di tutte quelle volte in cui mi addormentavo di fronte a quell’ altro attore grosso e con il vocione che faceva sempre e comunque il buono salva tutti.
John Wayne.
Non so voi, ma io da bambino lo odiavo.
Trovavo insopportabile quell’ uomo che dovunque arrivava risolveva tutto in un attimo e si portava a casa la donzella di turno, trovavo insopportabile la sua camminata imperiosa, la sua robustezza fisica, i suoi colpi infallibili e soprattutto il fatto che non si vedesse mai un morto stramazzato o un pizzico di sangue.
Che ne potevo sapere di western classico, western epico, spaghetti western, burrito western e via dicendo con le definizioni più strampalate?
E così la mia immagine di western è rimasta sempre e solo quella del western all’ italiana: quello epico, violento e ambiguo di Leone o quello maccheronico e scherzoso di Bud e Terence.
Tutto questo fino a qualche mese fa quando in tv, su una di quelle reti regionali dove trovi sempre il rivenditore di macchine o la russa che si eccita al telefono (lo so che fa ridere ma è così!), mi son ritrovato davanti quell’ omone che tanto odiavo.
John Wayne.
E ho deciso che era ora di porre rimedio alle mie lacune.
Due giorni per i tre film sopra citati.
Un overdose di western, Howard Hawks e John Wayne.
Cosa c’ è di meglio per dar di matto?
Aggiungeteci poi che al gustoso piatto si è aggiunto “Mezzogiorno di fuoco”, tappa obbligata dato che Hawks e Wayne crearono “Un dollaro d’onore” come remake della pellicola di Zinnemann che trovavano evidentemente troppo rivoluzionaria e fuori dalle righe dato che alla sceneggiatura si trovava Carl Foreman, un uomo il cui nome era segnato sulle liste nere di cui il regista e il grande attore erano aperti sostenitori.
Non è assolutamente mia intenzione aprire un dibattito politico su tale enorme questione quindi prendo la rincorsa e salto tutto a piedi uniti per dirigermi verso i film veri e propri.
Tre film che ho deciso di unire in un’ unica, forse troppo semplicistica, recensione per un solo motivo: il secondo e il terzo sono semplici remake o aggiustamenti del primo, la cui base si poggia appunto su “Mezzogiorno di fuoco”.

UN DOLLARO D’ ONORE
La pellicola nasce nel 1959, prima dell’ avvento del cosiddetto spaghetti western ed è senza alcun dubbio il migliore dei tre film per una serie di motivi che andrò spiegando più tardi, durante la descrizione degli altri due.
“Un dollaro d’onore” o più semplicemente “Rio Bravo” nel suo titolo originale è considerato unanimemente uno dei classici del classic western (giocone di parole!) al pari di “Ombre rosse” di John Ford anche se, dell’ eticità di Ford, il film ha poco o nulla.
Ed è questo che distingue la pellicola di Hawks dalla marea di western dell’ epoca.
Al regista poco importa la storia dello sceriffo buono John T. Chance (ovviamente John Wayne) che si ritrova asserragliato prima nel suo villaggio e poi nel suo ufficio insieme all’ ex buon aiutante ora alcolizzato che cerca di redimersi Dude, al vecchio sclerotico Pat Wheeler e al bel giovanotto molto anni ’50 (ha i capelli alla Elvis! Sfido chiunque a trovare un immagine di quegli anni con uno con capelli simili!) Colorado Ryan.
E non gli importa nemmeno delle scene epiche con cavalli, tramonti, solitudine, sparatorie incredibili o chi per loro.
A Hawks importa del vecchio sclerotico.
Ogni sua battuta, ogni sua parola, ogni suo gesto o movimento così come quelli di tutti gli altri personaggi sono controllati alla perfezione dal regista.
Non una singola sillaba fuori posto, non un solo secondo sprecato, non un solo momento in cui rimanere impassibili di fronte a “Un dollaro d’ onore”.
Hawks prende il western e lo trasporta di peso ai limiti di quel ponte che verrà poi attraversato per sempre dallo spaghetti- western.
Certo Howard sta ben attento a non mostrare sangue, a far vedere quanto è buono e giusto Chance, a mostrarci la redenzione dell’ ubriacone Dude (un grandioso Dean Martin, altro che i cantanti- attori di adesso come quell’ effeminato di Jared Leto) a porci di fronte ad un piacevole quanto classico finale.
Eppure durante tutto lo svolgimento Hawks sembra prendersi gioco di tutto: fa parlare i suoi personaggi come se fossero in un mondo reale (cosa che accadeva molto poco spesso nel classico western), li fa scherzare tra loro, li prende in giro (più volte ci sono riferimenti alla vecchiaia di Wayne per certi ruoli!) e li macchiettizza al limite della farsa come nel caso di Stumpy che non può non strappare una risata anche alla persona più seriosa di questo mondo.
Insomma Hawks imbastisce un classico non classico e lo fa con maestria mettendo in mostra tutto il suo mestiere e tutto quello che ha imparato dalla mitica Hollywood degli anni d’ oro.
Hawks crea un mito western tutto suo.
E non sa più uscirci.

EL DORADO
El dorado nasce nel 1967 ed un chiaro rifacimento di Rio Bravo.
Dopo quasi 10 anni Hawks ritorna al western e lo fa tentando di ripetere il successo del suo illustre predecessore.
E quale metodo migliore se non ricalcare il modello perfetto?
Il regista tiene con se dalla prima avventura il solo fidato compagno Wayne e da all’ intero cast un nuovo volto.
Al posto del grandissimo Dean Martin, davvero impeccabile nella prima pellicola, chiama un Robert Mitchum abbastanza moscio nei panni dell’ ubriacone mentre il vecchio sclerotico (prima era Walter Brennan) è interpretato altrettanto brillantemente dallo sporco Arthur Hunnicutt.
Infine nei panni del bel giovanotto viene chiamato un certo James Caan a sostituire Ricky Nelson, personaggi abbastanza differenti a dir la verità con un James Caan che alza il livello comico della pellicola con un interpretazione molto buona.
“El dorado” è “Rio Bravo” centrifugato.
Se nella prima (abbastanza deludente) mezz’ ora si può anche pensare di assistere a un film tutto nuovo con Wayne che stranamente non fa lo sceriffo ma il pistolero a pagamento e uccide addirittura un povero ragazzo (quasi) innocente, tutti i sogni vengono ad infrangersi quando senti che in un paese vicino ci sta uno sceriffo che si è dato all’ alcool dopo essere stato lasciato da una donna.
Che sorpresa!
Wayne parte, va dall’ ubriacone (che ovviamente è un suo vecchio amico pistolero) e là incontra un vecchio sclerotico che ti fa venire qualche dubbio sul dvd che hai messo su: non è che mi sono sbagliato e sto riguardando la versione estesa di “Un dollaro d’ onore”?
Già perché alla fine “El dorado” altro non è che “Un dollaro d’ onore” con una breve prefazione che ci mostra cosa faceva Wayne prima di arrivare al villaggio (per strada incontra ovviamente anche il giovanotto che qui però è un imbranatone con la pistola tanto che ricorda moltissimo Owen Wilson in “Pallottole cinesi”) e la situazione disastrosa dello sceriffo ubriaco (che nel primo film era solo accennata ma mai mostrata per intero).
Ovviamente anche qui Hawks è ben attento ai dialoghi e alle scene in cui ci si prende gioco del finto duro Wayne (che comincia a mostrare davvero troppo i suoi anni con quella pancia e quel viso consumato) eppure “El dorado” non convince appieno nemmeno superata la prima mezz’ ora.
Le scene notturne (davvero molte e ben fatte, anche se in studio) con i nostri in agguato dei nemici che li hanno ovviamente chiusi nel loro villaggio (e poi nell’ ufficio dello sceriffo) non possono certo valere un’ intera pellicola.
Sembra che il regista si limiti a fare il suo mestiere senza osare troppo e la quasi contemporanea uscita dei primi spaghetti western di fama internazionale di certo non aiuta Howard che si ostina a rimanere da questa parte del ponte e risulta, lui che per primo aveva osato, già sorpassato.
La mancanza della colonna sonora di Dimitri Tiomkin (anche in “Mezzogiorno di fuoco”) che con “Il canto della morte” aveva saputo donare un' epicità tutta sua alla prima pellicola si fa sentire pesantemente e “El dorado” rimane un western senza neanche troppe pretese e che, solo per questo, non può essere dichiarato come insufficiente.

RIO LOBO
Rio Lobo è datato 1970 ed è l’ ultima pellicola di Hawks alla regia.
Un western.
Ancora.
E ancora un western che prende come idea di base quella di “Un dollaro d’ onore”.
Non sarà troppo osare un remake per la seconda volta?
Forse si.
Eppure Hawks ci prova.
Mette nuovamente a centrifugare “Rio Bravo” e, come nel caso di “El Dorado” ne tira fuori una pellicola dal cast completamente rinnovato e dalla storia finalmente rinnovata.
Ci troviamo questa volta durante la guerra di secessione e ovviamente Wayne è un nordista: buono, leale e tutto quello che vuole il nome in questione.
La prima parte della pellicola è tutta impegnata a mostrarci una rapina ad un treno carico di oro nordista degna del miglior Ocean (George Clooney in Ocean’ s Eleven) da parte dei sudisti comandati dal belloccio di turno Cordona alle cui dipendenza sta un altro belloccio, tale Tuscarora.
La seconda parte vede Nordisti e Sudisti riconciliarsi dopo la fine della guerra e il nostro buon Wayne unirsi a Cordona e Tuscarora per ricercare il traditore nelle file dei Nordisti che passava le informazioni per le rapine ai treni.
Va a finire che si trovano tutti in un villaggio sfruttato dal cattivone di turno che ha messo degli sceriffi corrotti a capo della cittadina.
A questo proposito, so che non centra assolutamente nulla, ma sembra davvero di trovarsi in uno di quei villaggi che Ken Shiro (avete presente il cartone animato?) attraversava durante i suoi infiniti pellegrinaggi con lo sfruttatore di turno da sconfiggere dopo aver abbattuto tutti i suoi scagnozzi.
La stessa cosa avviene qui.
Wayne si unisce al padre di Tuscarora (si, è un vecchio sclerotico!) e insieme alla sua banda riesce ad eliminare tutti i cattivelli meno uno che ovviamente ha rapito Tuscarora.
Nell’ ultima mezz’ ora Hawks ricostruisce il finale dei precedenti film con uno scambio di ruoli e fucilate a più non posso (con un esplicito rimando a “Un dollaro d’ onore” quando i nemici provano a far saltare il rifugio dei buoni con la dinamite, come questi ultimi avevano fatto con la casa dei banditi nel primo film) e il solito lietissimo finale.
Howard nell’ ultimo film della sua sterminata carriera ci prova ma alla fine si tira indietro.
Se nella prima ora sembra di assistere finalmente ad una nuova pellicola non ci vuole molto poi per rimanere delusi dalla strada che il regista imbocca sul finale.
Nonostante il cast sia comunque molto buono nessuno sa prendere la scena come Dean Martin e il vecchio John Wayne non sembra davvero in grado di reggere da solo un film di tale portata.
Troppo grosso, troppo statuario, troppo vecchio.
E perché no?
Mi permetto: troppo noioso.
Saranno i tre film in due giorni eppure dopo la prima mezz’ ora non ne posso davvero di più di quel faccione da bonaccione.
Voglio Clint e i suoi occhi di ghiaccio.
Voglio Lee Van Cleef.
Voglio Leone e la sua Neo- epicità.
Forse l’ hanno pensato anche nel 1970 quando il film di Hawks fu pesantemente criticato per le scelte troppo classiche.
Nonostante le musiche davvero eccezionali di Jerry Goldsmith (autore due anni prima dell’ altrettanto fantastica colonna sonora de “Il pianeta delle scimmie”) e il finale nelle mani di una donna (ma “Johnny Guitar” è di secoli prima) “Rio Lobo” non è nemmeno paragonabile a “Un dollaro d’ onore” anche se riesce senza dubbio a essere più caratteristico del debole “El dorado”.
Tre film due miti?
Si, nonostante tutto, qui si parla di miti.

UN DOLLARO D’ONORE
ANNO: 1959
SCENA MEMORABILE: Dude (Dean Martin) entra nel bar ancora mezzo ubriaco e trasandato alla ricerca del bandito che si è rifugiato li dentro e, dopo aver controllato tutti in mezzo alla derisione generale, nota una goccia di sangue cadere nel suo boccale di birra. Si volta e spara al volo uccidendo il nemico.
VOTO: 9

EL DORADO
ANNO: 1967
SCENA RIMEMORABILE: Harrah (Robert Mitchum) entra nel bar ancora mezzo ubriaco e trasandato alla ricerca del bandito che si è rifugiato li dentro e, dopo aver controllato tutti in mezzo alla derisione generale, fa cenno al pianista di spostarsi e spara una raffica di colpi al piano. Il nemico cade in terra morto e Harrah dice di essersene accorto per le troppe stecche del vecchio pianista!
VOTO: 7-

RIO LOBO
ANNO: 1970
SCENA MEMORABILE: Tom Hendricks (Mike Henry) prova a sparare ai suoi compagni banditi che fuggono e la canna del suo fucile esplode con uno schizzo di sangue che gli arriva in faccia. Una scena molto Carpenteriana. Già, Carpenter…
VOTO: 7

REGISTA: Howard Hawks
GENERE: Western

mercoledì 21 novembre 2007

TRE CLASSICI UN MITO PT II_ IL PADRINO LA TRILOGIA

BY LEO

- THE GODFATHER- IL PADRINO
- THE GODFATHER PART II- IL PADRINO PARTE II
- THE GODFATHER PART III- IL PADRINO PARTE III





Non spiegherò la trama del film, non darò indicazioni sui personaggi o chicche sulle produzioni, pettegolezzi sugli attori, fiches tecniche. Mi sento in dovere di accostare questi tre film con la riverenza dovuta, con i mezzi più adatti: la mitologia e il dramma. Ogni scienza si adatta all’oggetto che studia e forgia i propri strumenti d’indagine. Purtroppo, questa volta i miei non contemplano i discorsi tecnici sulla qualità speciale della pellicola o della tecnica.
Teatro tragico, teatro greco.
Ed ecco, come spettatori assisi sulle scalinate in pietra, con il nostro bel cuscino che ci ammorbidisce le asperità naturali e ci “umanizza” il contato con la pietra fredda, ecco che laggiù, proprio accanto al boccascena, le “maschere” nebbiose vengono avvistate.
Entrano, silenziose. Entrano e ci parlano. Ma non con movimenti di labbra che non possiamo vedere. Non con movimenti codificati dal genere drammatico.
Non ci parlano affatto: siamo noi a sentirle. Ad avvertirle. Dentro, come martelli a volte, o più spesso come soffici fazzoletti di seta sulla pelle. Qualche volta con la violenza del tuono, con il bruciare del fuoco, con il calore del legno che scricchiola e geme prima di rompersi nel camino. Personaggi non reali, personaggi su un palcoscenico.
Ma oggigiorno, in un mare di pubblicità e appunti veloci, dimentichiamo spesso questo: “maschera” in etrusco significava “persona”.
E come già intuì ferocemente Pirandello, non siamo forse tutti “maschere”, in un gioco eterno –un ballo di gala – di significanti e significati, intrappolati nella nostra condizione umana, dalla quale nessuna scommessa pascaliana ci può salvare?
E quale storia meglio di una saga familiare che attraversa il 900 può decidere il giudizio su questo secolo che ci siamo lasciati alle spalle?
Quale storia meglio de “Il Padrino” può essere accostata al viaggio dantesco della “Commedia”?
Una differenza è bene trarla subito dal sentiero, per evitare impacci: il viaggio viene compiuto al contrario, in un rovesciamento significativo di intenti.
Non c’è salvezza, né salvazione. S
i passa dal Paradiso idealizzato degli esordi (sicuri poi che lo fosse?), attraverso il purgatorio della flebile, iniziale, caduta alla disillusione infernale, totale, persino al disfacimento dell’ideale di pentimento.
Un errore lo si paga per sempre. Ma chi non sbaglia?
Sempre in quella Sicilia greca in cui vivono ancora i miti e le tragedie del teatro greco, in cui ancora lo spruzzo delle onde ricorda la schiuma che generò Afrodite. E che così vuole essere ricordata a forza viva dai registi italoamericani, a rischio della misera caduta in una serie di clichés pseudo-folkloristici inevitabili (e in quanti ci sono cascati).
“Il potere logora chi non ce l’ha”: è il sicario nel “Padrino pt.III”, a sigillare con queste parole la morte del politico italiano corrotto, Lucchetti.
La sicurezza non sta nei patti, né nelle parole.
Un mondo in cui fidarsi porta alla disillusione, un mondo in cui la faida longobarda non appare più come risposta necessaria: ciò che conta è la violenza totale, la mancanza di rispetto definitiva. Il tutti contro tutti, unica legge valida, unico limite concesso.
Senza decalogo da rispettare, la malavita comincia a erodere affamata sé stessa, a mangiarsi, serpente arrotolato su sé stesso, che trae giovamento dal proprio mangiarsi. Cane mangia cane.
Ma la catena si tira e lentamente si sfilaccia. Fino alla procrastinata rottura.
E allora guardiamo fino alla nausea il volto di Marlon Brando nel primo episodio, stampiamoci a memoria la faccia di lui – Don Vito Andolini, futuro don Corleone– interpretato da Robert De Niro, semisconosciuto, granitico e giovanissimo, mentre si appresta ad uccidere il prepotente don calabrese di Little Italy, don Fanucci, interpretato da un perfetto quanto elegante Gastone Moschin, vestito di bianco, di tutto punto. Ancora alle prese con un codice etico, seppure falsato perché per forza basato sulla criminalità.
Ma guardiamo poi l’arrivo della competizione della droga, l’affermarsi della prostituzione, e il passaggio di consegna a Michael – uno strepitoso Al Pacino – che decide di portare avanti tutto e contro tutti: cominciando a crearsi un vuoto intorno, un silenzio che neanche l’amore dei suoi familiari può riempire. La morte del fratello Fredo, ritenuto inadatto ai ruoli di potere, e voluta dallo stesso Michael, l’abbandono della moglie, la morte della figlia (Sofia Coppola, nel terzo episodio), e continue lotte interne fratricide: sangue, intorno, sangue, su tutto e su tutti, sangue, ovunque.
E un mare di bugie, alla seconda moglie, e alla figlia. Un mare di bugie che inchioda anche lui. Pentito.
Sì, ma senza assoluzione, senza possibilità di riscatto.
Come diceva Nicole Kidman in “Eyes Wide Shut” di Kubrick, la realtà di un sogno, o di una notte, corrisponde alla verità di una vita: così, la realtà di una vita di sangue attira lenta la vendetta di sangue nel finale. Cane attira cane. E Iddio non concederà a Michael il riposo repentino.
No.
Dovrà assistere con i suoi occhi a tutta la sconfitta. Come un personaggio biblico, Dio gli concederà tutta la vita per osservare il dramma dei semi infausti e sterili che ha seminato. Seppure malato, morirà come il padre, anziano, in Sicilia. Di morte naturale, a fianco a tanti cadaveri uccisi e trucidati per “politica” familiare. Dopo aver assistito alla propria caduta.
Passaggio di consegne all’irruente nipote Andy Garcia/Vincent : saprà reggere l’evoluzione del confronto con i potentati economici, le pressioni politiche, le violenze dei concorrenti? La risposta spira al “No”, memori della fine del padre di lui, colpito a tradimento dopo una decisione irruenta, nel primo episodio.
Rivediamo assieme la mimica di Brando nel primo film: con quale coraggio giudicheremo un altro film dello stesso genere dopo aver assistito a questa enorme figura di patriarca familiare, seppure impegnato nella malavita organizzata, impegnato a metà tra tutela della “famiglia” e rispetto delle regole basilari : no commercio di droga, no prostituzione...
Schiacciato dalla concorrenza, affida nel secondo episodio l’impero al figlio Michael, spavaldo ma freddo calcolatore, vuoto e vendicativo, solo contro sé stesso, ombra dell’uomo che era (“Non sarò come mio padre”, diceva solerte nel primo episodio), e alla fine ombra di un’ombra (“A che serve l’assoluzione se non mi pento?” dice nel terzo episodio, come un bambino che invochi piangente la madre a medicargli la ferita).
Scavarsi un posto nella nuova vita americana degli anni 60/70, mentre il ricordo va immediato ai vecchi tempi “eroici” della Little Italy newyorchese dei primi del secolo, quando Don Vito giovane/De Niro (strepitoso) si gioca le sue carte con abilità, tranquillità e savoir faire. Dopo i problemi giudiziari, la volontà di rinascere, nel commercio pulito: e ritornammo a riveder le stelle? Nessuna stella. Nessuna speranza.
Ego te absolvo, un vescovo ingiunge il perdono ad un vecchio e diabetico Michael, in lacrime, durante la confessione.
Ego te absolvo, ma è troppo tardi.
L’ennesima bugia all’ex moglie, l’ennesima copertura delle attività illecite, l’ennesima bugia del medesimo tiro alla figlia, che soffre di un vivace complesso paterno nei confronti del padre, idolatrato e amato nella figura dell’irrequieto cugino Vincent.
Il finale: l’inferno temuto ma così attirato.
La disfatta della famiglia, il rifiuto deciso dal fato nei confronti di qualunque rinascita, sulle note della “Cavalleria Rusticana”. E così come accadeva invariabilmente nelle novelle di Verga, ogni cambiamento del proprio status sociale, di ciò che si è, viene punito.
“Ora tu sei il mio orrore”, dice l’ex moglie a Michael nell’ultimo episodio.
E la mente corre a quell’ ”orrore” di cui finì preda anche il colonnello Kurtz in “Apocalypse Now”. L’orrore è stato per Michael l’incontro con il sé nascosto, occultato.
Maschera eterna, tra bugie e verità nascoste ai “cari”, per proteggerli.
Scisso per il bene della famiglia.Freddo per il bene della moglie. Silenzioso per il bene della figlia. Morto dentro, per il suo stesso bene.
Seppellito vivo.
Eppure, a ben pensarci, così siamo soliti fare anche noi: “maschere” immerse in mille differenti contesti, ad ognuno una risposta diversa, a tutti una piccola innocua bugia. Per tutti un “Io” diverso, secondo le occasioni. Alzi la mano che non ha mai detto una piccola bugia a fin di “bene”, o almeno per ciò che reputava essere il “bene” in quel momento.
Malinconici come un triste tramonto, i familiari dei Corleone scivolano sul destino come in dramma di Shakespeare, come in quel rimando all’uccisione di Seneca nella “parte seconda”: il secondo, uomo morto libero in un mare di tiranni, il primo, il tragico, l’uomo che più di ogni altro seppe rendere adatti gli stessi temi eterni e divini della tragedia greca in termini adatti ai contemporanei. Così ha fatto (o tentato di fare) Coppola.
La successione del re, il rapporto padre-figlio, il passaggio di consegne e il progressivo venir meno dall’età mitologica dell’oro, tanto sognata e spesso inseguita invano: un giorno questi temi verranno studiati guardando questi tre film.




REGIA: FRANCIS FORD COPPOLA
GENERE: Dramma, Azione
CONSIGLIATO A CHI: c’è ancora qualcuno che si è perso questi film?!? Nulla è perduto; non è mai tardi per il buon Francis.

IL PADRINO
ANNO: 1972
VOTO: 10+ (Brando eterno. Scolpito nel fuoco della memoria. Cast spettacolare. Capolavoro del genio artistico. Si sprecano analisi psicanalitiche, sociologiche, sociali, storiche...)

IL PADRINO PARTE II
ANNO: 1974
VOTO: 8 (Un vivace De Niro supera Pacino, che nella sua calcolata freddezza rimane eccelso e un po’ ghiacciato. Spettacolare confronto tra ieri e oggi, scontro e differenze generazionali)

IL PADRINO PARTE III
ANNO: 1990
VOTO: 7- (il più fiacco ma anche il più sottovalutato; sfugge al mero esercizio di stile, ma si arena in lunghezze eccessive. Però un Pacino sfavillante finalmente solo senza l’ingombrante figura di Brando o De Niro: dà il meglio e salva il film, che altrimenti scivolerebbe di un punto verso la sufficienza. Il voto va tutto a lui. Da notare i fili intrecciati dell’ultima scena a Palermo, all’Opera: i nodi - intricatissimi - della vicenda vengono tutti al pettine)

CONSIGLIATO A CHI: c’è ancora qualcuno che si è perso questi film?!? Nulla è perduto; non è mai tardi per il buon Francis.
QUANTO IL DOPPIAGGIO ITALIANO E’ MIGLIORE RISPETTO ALL’ORIGINALE (MA AVETE SENTITO CHE STUPIDAGGINI DICONO IN UN SIMIL-ITALIANO STANTIO?!?!?): 10+

giovedì 8 novembre 2007

TRE CLASSICI UN MITO PT I: IL VAMPIRO

BY LEO

-NOSFERATU EINE SYMPHONIE DES GRAUENS- NOSFERATU IL VAMPIRO
-NOSFERATU: PHANTOM DER NACHT- NOSFERATU IL PRINCIPE DELLE TENEBRE
-BRAM STOKER' S DRACULA- DRACULA DI BRAM STOKER





NOTA INTRODUTTIVA: Devo dare per scontato che un minimo di accenni al personaggio letterario di Dracula li sappiate…altrimenti non mi basterebbero dei papiri interi…non posso farne un Bignamino, e comunque, come ama dire il collega Deneil, “c’è sempre Wikipedia a disposizione!”.

Atto Primo; Scena Prima: DEFINIZIONI
STRIGÓI (fem. STRIGOÁIE): Sostantivo maschile romeno che, derivo dalla stessa radice latina che in italiano darà “strega” (con tutti i composti e derivati possibili, cfr. veneto striga, it. strega, stregone/stregoneria/stregare” etc.), viene così definito sul DEX [“Dicţionarul explicativ al limbii române”, Academia Româna Institutul de Lingvistica “Iorgu Iordan”, Bucureşti, 1998, II ed., p. 1029]: “(nella superstizione popolare) Anima di un uomo (morto o vivo) che subirebbe una trasformazione nottetempo in un animale o in un apparizione sotto forma di fantasma, provocando disgrazie in coloro i quali incontra; per estensione, un uomo nato sotto un segno zodiacale infausto, il quale si verrebbe a trovare – in virtù di ciò – in legame col diavolo e che si occuperebbe di incantesimi e malefici. Epiteto dato ad un uomo cattivo, asociale, oppure ad un anziano con comportamenti viziosi e fuori moda.
E’ questa la parola che in situ designa il vampiro.

Atto Primo; Scena Seconda: ESEMPI
In un’opera del 1645, il metropolita della Moldavia, tale Varlaam, nell’opera intitolata “I sette sacramenti della Chiesa”, lascia alcuni appunti sulle credenze popolari riguardo i non-morti e le persone che credono che, essendo i non-morti seppelliti ma agenti in maniera negativa nei confronti delle persone vive, si debba provvedere dando loro un trattamento post-mortem (ossia, bruciarli su un rogo). Poco dopo, nel 1652, un codice valacco riporta l’estensione delle credenze locali, e ci dice che gli uomini levatisi dalla tomba, che tornano e uccidono i vivi, sono solo una bestemmia nei confronti della cristianità, vittima della superstizione popolare, e del buon senso venuto meno: solo Cristo il Redentore ha da ultimo vinto sulla Morte.
Altre storie di cadaveri dissotterrati, a volte trafitti con un paletto, tagliati, fatti a pezzi, si susseguono dal 1927 al 2002, riportate localmente dai giornali.
P.S. : Nulla del folklore romeno e balcanico lega la figura dello strigoi/vampiro a quella del personaggio reale Vlad III Ţepeş, voivoda di Valacchia, astuto politico quanto feroce e crudele combattente, nato tra 1429/1430 e il 1436 e morto nel 1476, [nota. pronun.: “tzepésh”], personaggio storico reale sul quale, post-mortem, si accanì la propaganda più becera da parte delle bieche macchinazioni/operazioni politiche dell’Ungheria e della parte germanica dell’Impero asburgico. Insomma, a posteriori venne ricucito il folklore sull’immagine del personaggio storico per screditarlo il più possibile agli occhi dell’opinione pubblica. Nonostante fossero veri gli impalamenti durante le campagne contro i Turchi (ma anche contro i locali delinquenti, parrebbe), di certo non s’alzava la notte per trasformarsi in pipistrello e succhiarne il sangue!
P.S.2 : Nella tanto civilizzata Inghilterra vennero praticati gli impalamenti per i malfattori, poco tempo dopo e per brevissimo periodo, mentre i Turchi solevano scorticare la pelle del viso del vinto (meglio se voivoda o generale); inoltre costruivano con le teste mozzate ai nemici piramidi alte nel cielo sul campo di battaglia.
Giusto per riabilitare un poco il povero Vlad, tanto ingiustamente accusato di ogni nefandezza possibile. Non giustificare, ma capire e situare nel giusto quadro del suo tempo.
...Ma, allora, chi è stato in tempi recenti ad incollare definitivamente lo strigoi/vampiro al nome di Vlad III?
Bram Stoker con il celeberrimo romanzo ottocentesco “Dracula”, del quale parleremo più avanti.
[Notizie tratte principalmente dall’ottima opera di storia del folklore ed evenemenziale di Matei Cazacu, Dracula, Mondatori, 2006]


Atto Secondo; Scena Prima: L’OMBRA DI MURNAU, IL REMAKE DI HERZOG E IL CAPOLAVORO DI COPPOLA
Una definizione iniziale e un paio di esempi non possono dare più di quanto esse non ci comunichino, per quanto vivide possano essere: sterilità da dizionario ufficiale, comunicazione non immaginifica.
Allora, come trattare in modo corretto e in poche parole il concetto di vampiro a cavallo tra letteratura e filmografia nel ‘900, avendo solo fatto notare che i pochissimi estratti precedenti non sono che una infima parte degli aspetti da trattare?
Semplice, iniziando dal fatto che il titolo del film di Murnau del ’22 è scorretto. Già, perché la parola Nosferatu non si trova in nessun dizionario etimologico romeno, ed è spiegabile solo per analogia attraverso la parola nefârtatu (all’incirca ”falso fratello”), indicante il demonio (ma esistono tante altre teorie per spiegarne l’origine, da parole greche corrotte a neologismi romeni). Presa da Bram Stoker, venne utilizzata in precedenza in un resoconto folklorico transilvano di una inglese, moglie di un comandante di cavalleria austroungarico, edito nel 1888.
Il film, tanto osannato dalla critica, è stato probabilmente la più geniale iniziazione al mondo dell’occulto e del paranormale della storia del cinema, nonché la più immaginifica del cinema tedesco degli anni ’20, insieme all’altro capolavoro espressionistico esoterico/misteriosofico di Lang, “Metropolis” (1927), nuova incarnazione del mito rabbinico del golem e della vita creata dall’uomo, traslata ed adattata all’epoca della tecnica industriale e della meccanica.
L’immagine dell’ombra del Conte Orlock sul muro (interpretato da un alienato ed alienante Max Schreck) è stata persino ripresa in una pagina del nuovo libro di Umberto Eco, “Storia della bruttezza”, destinata ormai a entrare di diritto nella storia delle consacrate icone del mondo moderno.
Problema numero due: i nomi e i luoghi, per non parlare di parte della trama, sono invariabilmente inesatti e/o completamente mutati, la qual cosa depone a sfavore di un completo avvicinamento al “Dracula” (1897) di Bram Stoker che l’avrebbe reso certamente più attraente, e tutto solo per meri problemi di pagamenti mancati dei diritti del libro.
Evito la storia del ripescaggio delle copie scampate alla condanna per il misfatto accennato, e passo ad altro (non siamo il Morandini!)... nel film purtroppo i cambiamenti apportati sono tali e tanti da creare una sorta di doppione del romanzo a cui si ispira: un esempio su tutti, il conte Orlock (alias Dracula) non abusa nel rendere vampiri gli altri personaggi (eccetto qualche sporadico intervento sul collo di qualche malcapitato) ma porta con sé una sorta di peste, di malattia che contagia la città.
Personalmente ritengo che, nonostante tutto, il film accusi il segno evidente del passaggio del tempo e che il gioco allora stupefacente del grande cinema muto sia ormai arrugginito, perdendo in immediatezza e scorrevolezza, essenziali per il rapporto film-fruitore. Dico questo ben sapendo che altri film hanno retto maggiormente l’impatto del tempo (cfr. “Metropolis, nonostante la lunghezza, e gli altri film dell’età del muto recensiti sul blog): avrebbe retto certamente di più se non fosse arrivato Francis Ford Coppola nel 1992 a ri-creare il nuovo paradigma interpretativo del “vampiro da film”, rendendo obsoleto e stantio il prototipo – pur affascinate – di Murnau, e a dirigere quello che può essere considerato un vero capolavoro di tutti i tempi, “Dracula di Bram Stoker” (nonostante il finale sia un poco stravolto rispetto al libro di Stoker, è uno dei pochi casi in cui la versione filmica supera di gran lunga l’originale letterario, insieme al semi-dimenticato “L’uomo che volle farsi re” del 1975, regia di J. Houston, con Michael Caine e Sean Connery, tratto da un racconto di Kipling. Non vi basta?!? Spero di farne quanto prima una recensione).
Perché ho saltato il remake di Herzog del ’78? Perché tutto il suo film è semplicemente un atto d’amore sviscerato da parte del regista, che si è cimentato in un’operazione di “trucco e messa in piega”, secondo il gusto e la moda nuova dei suoi tempi, dell’originale di Murnau.
Risolta la penosa questione dei diritti cinematografici , e ridati i nomi originali della novella di Stoker (quasi tutti!), il film (con uno strepitoso Klaus Kinski nel ruolo del conte) è una fotocopia dell’originale, se non il suo perfezionamento: Bruno Ganz (tra l’altro presente nel recente film di Coppola nel ruolo del medico Stanciulescu) è perfetto con il suo faccione da teutone nel ruolo di Harker, e Isabelle Adjani è semplicemente fantastica nella svampita e bella Lucy Harker (ma perché nei film di Dracula cambiano sempre i nomi dei protagonisti dell’originale di Stoker??? Il suo vero nome è Mina Harker!!!!)...cade un po’ nel ridicolo il faccione di Bruno Ganz vampirizzato e con i dentoni davanti, ma tant’è, il film procede comunque bene verso la meta.
E ritorniamo al nostro Coppola.
Essendomi dilungato abbastanza nella precedente recensione dedicata al suo ultimo “Youth without Youth – Un’altra giovinezza”, mi limito qui a dire che il film è semplicemente quanto di meglio fosse possibile trarre dal libro: finalmente abbiamo ciò che avrebbero dipinto nei loro racconti Stoker e, prima di lui, John William Polidori (il segretario di Lord Byron, figlio del segretario Gaetano Polidori di Vittorio Alfieri) nel racconto “The Vampire”, prode assassino delle sue amanti, apparso nel 1819 e scritto nel 1816, sulle rive del lago di Ginevra, assieme a Lord Byron, P. B. Shelley e Mary Shelley (la quale nello stesso tempo scrisse “Frankestein”).
Giorni memorabili.
Ecco quello che volevano rendere: un aristocratico, un vero aristocratico, già decadente à la D’Annunzio, o meglio sul genere di Huysmans (“A ritroso”), che sensualmente, carnalmente seduce, porta a sé, le donne che mortalmente finiscono tra le sue braccia. Perché perdendo l’amore “vero”, resta solo lo sbandamento animale del sesso conturbante, per perdersi ancora. Il sesso è una chiave di volta del vampiro: strumento di potere per il Conte, sottomissione, nonché appagamento, per le sue compagne. Ma tutto come un eroe romantico, un Satana miltoniano che ha perso ogni speranza, un Achab dietro la balena bianca che sa che non vale la pena di lottare, ma che è tanto più grande perché lotta lo stesso, con la disillusione amara dell’essere uomo, in una terra desolata in cui esiste solo il vento che soffia, la sua fame che cancella lenta i ricordi e gli amori, un Prometeo che incatenato ai ceppi della sua condizione cede all’amore puro, ancora una volta (nel film di Coppola), nel volto della rediviva sua principessa Elisabeta, riapparsa sotto le sembianze della giovane Mina compagna di un Jonathan Harker un po’ imbelle ma ben recitato (un Keanu Reeves che raramente eguaglierà questa giovane interpretazione).
Gary Oldman, il nemico di Jean Reno nell’ottimo “Léon” di Besson, qui non interpreta Dracula.
E’ Dracula.
Sembra che quel ruolo non avesse apettato altri che lui, e che mai più potrà essere toccato da comuni mortali in cerca di glorie filmiche. Quel posto spetta solo a lui. Semplicemente spettacolare.
E che dire agli altri artisti? Anthony Hopkins pazzo e ottuso Van Helsing (ottuso perché lui HA la Verità, perché lui è dalla parte della Ragione, con le maiuscole, nuovo mostro intransigente e fondamentalista paladino della scienza contro il folklore: ovvio, non può avere i dubbi dell’umanissimo Dracula), una bellissima quanto inutile Monica Bellucci nel ruolo di una nuda moglie vampirizzata di Dracula (ma perfetta perché bella come le scenografie iper-sontuose del film), una strepitosa Winona Ryder nei panni della smunta Mina Harker (finalmente col nome corretto!), uno strabiliante Tom Waits nel ruolo di Reinfield, il precedente agente immobiliare tornato folle dall’ultimo viaggio nelle lande romene.
Si perdona persino a Coppola l’errore più vistoso: i protagonisti parlano romeno anche se nell’originale di Stoker il Conte è uno Szekély, un nobile magiaro-ungherese...Ma Vlad III era romeno, per l’appunto della Valacchia! Comunque l’ordine del Dragone fu effettivamente concesso ad un antenato storico di Vlad III dall’imperatore di Germania, e quindi un 1-1 in fatto di bilancia tra verità ed errori storici pareggia i conti, e siamo tutti più contenti!
Dopo anni e anni di film e di errori accumulati, la matassa dell’identità del Conte era contorta, confusa ed ingarbugliata da morire e quindi ode a Coppola che ha saputo districarla e renderla al massimo delle sue potenzialità (e oltre!).


Atto Terzo; Scena Unica ed Exeunt: DRACULA STORIA D’AMORE E DI MORTE?
Il mostro è più umano dell’uomo (scontato in un film horror?! Forse, ma mai realizzato così bene) e le diaboliche trasformazioni animalesche di Gary Oldman/Dracula sono quanto di più umano possiate vedere nel mondo dell’horror tout court: informe pipistrello-uomo ritto sul letto, grida che lui solo ha conosciuto Dio, lui che ne è stato ripagato con la morte della compagna, lui che ha diretto eserciti contro gli infedeli, lui che è destinato ad una triste eternità di Nulla. Poiché Vlad, nel film, fu creduto morto dalla sua amata Elisabeta a causa di un dispaccio proveniente dai turchi che lo indicava come morto sul campo di battaglia (mentre il buon Vlad non vedeva, vivo e vegeto, l’ora di tornarsene a casa dalla bella Elisabeta), e lei si suicidò. Non poteva vivere senza di lui. Vlad impazzì dal dolore, e abiurò Iddio e la fede che aveva fino ad allora difeso dagli attacchi degli infedeli: guardate mille volte la scena in cui trafigge la croce con la spada e la statuettina piange sangue, mentre un imbecille pope-Hopkins simbolo di una religione lontana dal dolore umano e dalla comprensione le dice che tanto lei è condannata agli inferi perché suicidatasi).
Un uomo solo.
Morto dentro come la sua amata.
Prinţul meu e mort, il mio principe è morto. E noi non facciamo altro che aspettare il finale che, come recitava una delle locandine d’allora del film, ci ripete solo questo: LOVE NEVER DIES.
E ci commuoviamo come bambini di fronte al miracolo di chi ha ceduto, e ha saputo cedere, all’amore puro. Quello che può riscattare ancora la Vita, che può fare credere ancora.
Quello forse non “vero” da pubblicità del Mulino Bianco e “purissimo” come un litro d’acqua in bottiglia, ma semplicemente quello più umano e reale possibile.

NOSFERATU, IL VAMPIRO
REGIA: Friedrich Wilhelm Murnau
ANNO: 1921-uscito nel 1922
VOTO: 6 [purtroppo non posso dare di più, ma è solo un’opinione personale: il conte Orlock deve cedere il posto al Dracula di Oldman]

NOSFERATU, IL PRINCIPE DELLE TENEBRE
REGIA: Werner Herzog
ANNO: 1979
VOTO: 7+

DRACULA DI BRAM STOKER
REGIA: Francis Ford Coppola
ANNO: 1992
VOTO: 10+

GENERE: Horror, sentimentale, mistica
CONSIGLIATO A CHI: vorrebbe scandagliare le origini e le evoluzioni del mito del vampiro nella filmografia che attraversa il ‘900, e a chi –ovvio- ama il cinema di Coppola
QUANTO E’ UN TOPO GIGIO DEFORME BRUNO “FAMMI CRESCERE I DENTI DAVANTI” GANZ VAMPIRIZZATO NEL DRACULA DI HERZOG (E ANCHE UN PO’ TRUCCATO MALACCIO): 10