giovedì 29 maggio 2008

LA INVECIòN DE CRONOS- CRONOS

Della serie: "Tiriamo fuori recensioni scritte secoli fa per aggiornare il blog"
Ma una nuova recensione è in cantiere.
E chi mi segue (vedi Filippo) ha già capito tutto.

Io ho una sorta di feticismo per gli insetti, i meccanismi ad orologeria, i mostri, i luoghi oscuri
by Guillermo Del Toro

Horror e poesia.
Inutile star qui a discutere sul fatto che Del Toro ha realizzato Cronos con 2 milioni di dollari e che sarà questa pellicola a portarlo all’ attenzione della Hollywood più caciarona affidandogli uno dei suoi progetti meno riusciti: Mimic.
Non mi importa per ora analizzare quel che farà in seguito Del Toro, delle sue pellicole più commerciali e di quelle dove davvero si può respirare la sua anima.
Occupiamoci solo di questo “Cronos”.
Realizzato con gran fatica e dispendio di risparmi altrui (mezzo milione di dollari furono prestati al regista per completare la pellicola ), “Cronos” semplicemente dimostra che il cinema italiano si lamenta tanto quanto è ormai privo di grandi registi di genere.
Si lo so.
Guillermo Del Toro è messicano, la produzione di questa pellicola è messicana e in Italia nascosti bene tra i vari Moccia (vi siete mai chiesti se sotto il cappellino c’è davvero una testa o semplicemente il vuoto cosmico?) e Muccino ci sono anche grandi registi (buoni registi è meglio).

I DUE NEURONI DI MOCCIA PRONTI A DARSI BATTAGLIA: NE RIMARRà SOLTANTO UNO.

Eppure vedere un film del genere realizzato praticamente dal nulla da un uomo con alle spalle due soli lungometraggi (praticamente introvabili) con un budget risicatissimo fa venire grandi dubbi su tutte le lamentele degli artisti italiani del cinema.
“Non ci sono soldi!”
“Nessuno va al cinema!”
“Il cinema di genere non lo produce nessuno!”
“Mamma, mamma Pierino mi ha rubato il Lecca Lecca!”
Guardate e imparate.
Dovrei dire solo questo.
Del Toro con 2 milioni di dollari realizza una signora pellicola.
Idee prima di tutto.
Sono quelle che mancano al cinema italiano: storie di coppie distrutte, storie di amori distrutti, storie di amici distrutti, storie di ragazzi distrutti, storie di palle distrutte (quelle degli spettatori)… non se ne può più!
Certo ci sono buonissime pellicole all’ interno del genere ma è come se a tavola vostra ogni giorno portassero pasta al sugo.
Magari un giorno è anche più buona del solito ma dopo un mese non ne avete la nausea?
Ci saranno poi ovviamente quelli che si lamenteranno del fatto che ogni tanto qualche buona pellicola di genere esce anche qui ma non sono pubblicizzate a dovere.
Ma siamo poi così sicuri che siano questi grandi capolavori?
Il 99% delle volte il cinema di genere italiano (e con cinema di genere intendo ora gialli, thriller, horror, fantascienza (anche se non esiste più in Italia ormai)) è rappresentato da film con un’ idea scontata realizzata in maniera buona (non ottima… e molte volte capita che non sia nemmeno buona!)
Siamo sicuri che ci si possa davvero lamentare così tanto se non si ha un’ idea originale che sia una?
Non chiedo “Metropolis” e nemmeno “Distretto 13: le brigate della morte”.
Chiedo solo una mezza ideucola leggermente diversa.
Anche un quartino andrebbe bene.
Prendete “Cronos”.
L’ idea di un congegno inventato da un alchimista italiano in grado di rendere immortali (attraverso il vampirismo) chi lo utilizza non è certo il massimo dell’ originalità.
Eppure Del Toro sa far nascere su un impianto molto classico qualcosa di completamente differente, qualcosa di originale!
Il regista prende una storia sostanzialmente raccontata mille volte e la trasforma in qualcosa di estremamente personale.
Certo: c’è il riccone malato che vuole assolutamente il congegno, la persona sbagliata che se lo ritrova in mano e il nipote del riccone (l’ attore feticcio di Del Toro Ron Perlman) che fa di tutto per sottrarlo a quest’ ultimo.
Ma la classicità del racconto finisce qui.
Su questa base Del Toro (anche autore del soggetto) crea un qualcosa di veramente nuovo.
La storia di un uomo comune, di un antiquario, che utilizza per sbaglio il congegno maledetto e si ritrova a bramare il sangue senza saperne le reali motivazioni potrebbe essere ancora racchiusa in un impianto classico ma Guillermo non si accontenta.
A creare un buon horror son capaci tutti.
E a donare poesia?
Del Toro affianca all’ antiquario una nipotina molto silenziosa che seguirà il nonno in tutta la sua trasformazione fino alla morte e alla successiva resurrezione.
Una nipotina che non si chiede mai che cosa sta succedendo al suo nonno: lei gli vuole bene.
E tanto basta.
Il percorso che porta il caro nonno ad allontanarsi da lei in seguito al primo utilizzo del congegno (che lo riavvicina alla moglie poiché in un certo modo ringiovanisce) e il riavvicinamento dovuto alla morte del nonno che questa volta ha bisogno di essere protetto è seguito da una mano che sembra davvero troppo esperta per non essere quella di un grande maestro.

IL NONNO IN FORMA SMAGLIANTE

IL NONNO UN PO' MENO IN FORMA...

Certo Del Toro ogni tanto mostra la corda (le scene d’azione sono abbastanza mediocri e talvolta addirittura noiose) ma ha talmente tante idee da mettere sul piatto che a fine visione molto gli viene perdonato.
Perché Del Toro non si accontenta di horror e poesia.
Un umorismo nerissimo di fondo fa capolino qui e là (esemplare la scena dell’ autopsia con il becchino che si vanta delle belle cuciture e poi manda tutto al diavolo quando viene a sapere che il corpo sarà cremato!) e non si può non notare come la storia tenda infine al dramma classico (l’ immagine finale che non svelo è esemplare!)

Lo ammetto.
“Cronos” è anche troppo.
Mi basterebbero un quarto delle idee contenute qui per un film di genere italiano.
Ce la si può fare?
REGIA: Guillermo Del Toro
ANNO: 1993
GENERE: Horror, Drammatico, Commedia
VOTO: 7 perché comunque la realizzazione tecnica è molto buona (ottima la fotografia molto tenebrosa) ma mostra i limiti di un budget davvero troppo ristretto.
QUANTO TI IMMAGINI HELLBOY QUANDO VEDI RON PERLMAN: 8
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un horror che non è un horror.

lunedì 26 maggio 2008

WHAT HAPPENS IN VEGAS...- NOTTE BRAVA A LAS VEGAS

Io amo i multisala e Alessandria.......

I multisala.
Posti incredibili: 7 sale cinematografiche con poltroncine che sembra di essere sempre nel salotto di casa tua, impianti audio stratosferici, parcheggio sempre disponibile e gratuito, bar interno pieno di qualsiasi schifezza un uomo possa desiderare di avere a fianco alla sua poltroncina da Re scelta appositamente da uno schermo tra centinaia, giovani baldanzosi alle casse e al bar e tanta tanta tanta voglia di far vedere che sei in un posto nuovo di zecca.
Il progresso.
Solo questione di tempo e vedrete che il multisala arriverà anche in Alessandria e allora finalmente anche questa infima cittadina incapace di sfruttare la sua posizione strategica all’interno del triangolo industriale più importante d’Italia (Genova-Torino-Milano), la città di Borsalino o qualsiasi cazzata possiate leggere su wikipedia, allora anch’essa finalmente si muoverà verso lo status di città moderna.
Come può una vera città non avere il multisala?
E allora via a una megacostruzione da milioni di euro piena di vetro e cemento e vetro e cemento e scritte sberluccicose che si vedono da miglia e vetro e cemento e vetro e cemento.
In centro in Alessandria?
Certo che no, non c’è spazio.
Nella periferia di Alessandria?
Figurarsi chi lo vuole un palazzone tipo Torre nera di Stephen King di fronte a casa?
L’idea geniale: mettiamolo a 10 km da Alessandria in mezzo a un campo coltivato contornato da capannoni della Michelin, di Guala e qualsiasi altro schifo industriale vi possa venire in mente.
Mettiamolo li a marcire tra operai che finiscono i turni di lavoro alle 10 di sera e l’ultima cosa che vogliono vedere sono una serie di facce da culo felici di andare al cinema proprio di fianco a dove loro si sono appena fatti un mazzo gigantesco.
Mettiamolo li e ficchiamoci dentro anche un bell’hotel!
In mezzo al nulla.
Anzi.
Vicino alla più conosciuta discarica della zona capace di impuzzare persino Alessandria se il vento gira male.
E aggiungiamoci anche una pizzeria di RossoPomodoro e una bella salagiochi che non fan mai male.
Una piscina con scivoli multipli ed eccolo li.
Homo sapiens 2000.
Un palazzone osceno in mezzo al nulla, vicino a una discarica con uno scrittone “HOTEL” sopra che sembra di essere in un film horror dove l’ HOTEL è l’ultima speranza di salvezza.
O sembrerebbe esserlo.
Perché il multisala Uci Cinemas (che nome è????) di Alessandria è la morte della poesia.
Del cinema.
E non solo.
Il multisala Uci è la morte e basta.
7 sale cinematografiche con poltroncine che sembra di essere sempre nel salotto di casa tua con un audio stratosferico e parcheggio sempre disponibile?
Ma certo.
Peccato che le poltroncine abbiano un bracciolo largo più o meno mezzo metro che se uno vuole abbracciare la propria ragazza deve fare stretching per mezz’ora prima o avere le braccia di Gianni Morandi.
Peccato che dell’audio stratosferico sinceramente me ne sbatta un po’ le balle se proprio non devo vedere l’ultimo cazzatone di Emmerich o Bay.
Peccato che chi ha progettato il parcheggio molto probabilmente è uno scimmione portato di peso dall’Africa.
Ora io non saprei come descriverlo a parole ma immaginatevi voi un’immensa piazza asfaltata con qualche muretto ogni tanto.
Se una persona dotata di cervello dovesse disegnarci dei parcheggi è logico che partirebbe dai muretti per segnare le strisce per terra ma.
“Ma tanto abbiam tanto spazio chissenefrega!Chiama lo scimmione che lo paghiam poco e risolve tutto lui”

Peccato che il bar interno sia si pieno di qualunque schifezza ma si faccia pagare come il bar più costoso di Torino situato in pieno centro a un passo dalla Mole (non dalla discarica di Castelceriolo).
Per dirvene una: mezza d’acqua 2 euro.
Per dirvene un’ altra: i peggiori popcorn che io abbia mai mangiato al cinema, tra il vecchio, lo scaldato, l’acido e il bruciato.
3,30 euro per una porzione piccola.
Devo commentare?
Peccato che i giovani baldanzosi alla cassa sono le persone più scazzate della Terra.
A ragione.
È gente sottopagata che la prima cosa che ti viene in mente son i lavoratori del Mac (4 euro all’ora mi pare con turni anche improbabili come quello dalle 23 alle 3 di notte) e poi pensi e ripensi e si: quella che strappava i biglietti prima lavorava proprio al Mac.
Peccato che tutta quella voglia di far vedere che sei in un luogo di grandi divertimenti, nuovo di zecca, simbolo del progresso, simbolo di un Alessandria che va avanti in realtà sembri semplicemente un brutto scatolone di vetro e cemento messo in mezzo al nulla tra discariche e fabbriche di pneumatici.
ATTENZIONE: INIZIO FRASE SBORONA
Che poi i ventenni alessandrini entrando in un luogo del genere dimostrino tutto il loro provincialismo (e qui so che mi prenderò degli insulti da qualcuno dato che io pure dovrei considerarmi tale) con bocche spalancate e “oooohh” di meraviglia e sguardi che girano impazziti per capire se si tratta davvero di Alessandria o è un sogno, quello penso non sia affar mio.
Contenti loro, contenti tutti direbbe qualcuno.
Tutti meno me.
FINE DELLA SBORONATA
Comunque.
Comunque è del film che volevo parlare.
Almeno inizialmente.
Almeno prima che mi ricordassi in che razza di posto sono finito ieri sera.
Ma dovevo provarlo.
Non si può sparlare di una cosa senza averla provata.
Provata!
Ora ne posso sparlare quanto voglio!

E quindi “Notte brava a Las Vegas”.
Altra cosa di cui mi sarebbe piaciuto sparlare malamente.
Altro film che già dal trailer dicevo: sarà la solita cazzatina prevedibile con Ashton Kutcher che fa il figo e la Diaz che fa le sue faccette buffe.
E lo è.
“Notte brava a Las Vegas” è la cazzatina cn Kutcher che gira metà film con i jeans a petto (muscoloso) nudo e la Diaz che si aggira tra faccette buffe e “facciam vedere quanto son ancora in forma alla mia età!”
Ma è una cazzatina fatta bene.
Diretto da un Tom Vaughan capace di ridare nei pochi minuti iniziali tutta l’atmosfera di Las Vegas con un montaggio frenetico e immagini simbolo della città del gioco, del vizio e di tutto quello che volete.
Interpretato da due attori che molto probabilmente non vinceranno mai un oscar se continuano a girare un certo genere di film (nonostante la Diaz abbia comunque lavorato per registi importanti come Gilliam) ma che si dimostrano immancabilmente la scelta migliore a discapito di tanta altra gentaglia.
E soprattutto scritto in modo impeccabile da una Dana Fox capace di legare alla perfezione un certo tipo di comicità tipico di questo genere di film a una più spicciola e magari più grezza alla “American Pie” senza dimenticare il lato romantico che ovviamente alla fine prenderà il sopravvento (non è uno spoiler, lo sappiam tutti come deve finire un certo genere di film!)
“Notte brava a Las Vegas” è una bella cazzatina mi tocca ammetterlo.
Nonostante tutti i dubbi iniziali, nonostante vedere due facce da pirla del genere in una locandina è quanto mai raro, nonostante pensassi che le uniche scene divertenti sarebbero state quelle del trailer (il che è quasi una sicurezza quando vai a vedere certi film), mi tocca ammettere di aver visto un buon film di genere.
E ci tengo a ribadirlo: nel suo genere.
La Diaz riesce benissimo nel ruolo di eterna ragazza sovreccitata dalla vita moderna e con il suo sorriso da orecchio a orecchio e tutte quelle smorfie, quelle urla e quelle scene da pazza isterica non può non far sorridere.
Kutcher ce la mette tutta per far vedere quanto è figo (gli sguardi gigioneggianti alla camera non si contano!) e ogni tanto prova persino a far vedere di essere capace a recitare come dimostrò ormai secoli fa (4 anni Den, solo 4 anni) in “The Butterfly effect”
Il regista fa di tutto per dare una sua impronta ad una pellicola che probabilmente molti altri si sarebbero limitati a dirigere con una mano sola.
Il risultato è buono.
Certo mentre esci dalla sala e cerchi di raccogliere due idee che sian due ti rivengono in mente (e sullo stomaco) solo i popcorn rancidi e quei poveracci costretti a lavorar dentro quello scatolone abbandonato nel nulla ancora per qualche ora.
Pensi ai 7,20 euro di ingresso (8,20 euro se vuoi le poltrone vip ovvero delle robe rosse enormi al centro del cinema manco fossi a un ricevimento Reale…)
Non c’è bisogno neanche di pensarci, ci pensa il portafoglio a farsi sentir più leggero.
Ti riavvii verso la nuova Alessandria (quella che finalmente ha il multisala) e vedi ancora sullo sfondo vetro e acciaio sormontati dallo scrittone luminescente HOTEL.
Ti volti verso chi sta guidando e capisci che non c’è film brutto, luogo orrendo, posto triste che possa rovinare una serata con lei.
Ti volti verso chi sta guidando e semplicemente ti senti bene.
REGIA: Tom Vaughan
GENERE: Commedia romantica
ANNO: 2008
VOTO: 7
QUANTA PUBBLICITà HA PIAZZATO IL MULTISALA UCI IN ALESSANDRIA NEI POSTI Più DISPARATI: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole una commedia romantica di buon livello e farsi due grasse risate.

sabato 3 maggio 2008

THE OTHER BOLEYN GIRL- L'ALTRA DONNA DEL RE

Dovrei scrivere qualcosa di Roma ma non ce la faccio in tre righe.
Troppe cose da dire, troppo troppo troppo.
Troppo meravigliosi quei tre giorni.
Ne parlerò più avanti.
O in un altro spazio.
Recensioni libere si allargherà molto probabilmente a nuovi orizzonti o ne nascerà una nuova costola.
Non so.
Fine dei deliri.
Ci sono ben due recensioni che aspettano solo di essere pubblicate: una mia e una di Leo.
Via alle danze!

Allora 3, 2, 1, ciak si gira!
Regista: Ma noooooo! Ma Scarlett ti ho detto mille volte che non puoi fare la ragazza sexy e conturbante in questo film come te lo devo dire?
(Scarlett con evidenti difetti di pronuncia dovuti alle sue labbra sproporzionate): Ma Justin come faccio? Io faccio solo film in cui sono una ragazza sexy e conturbante, non ho idea di cosa sia una ragazza normale!
Regista: Ma Scarlett tu non sei una ragazza normale! Tu sei innamorata del tuo Re! Conosci questa parola? Innamorata!
Scarlett: Cosa?
Regista: Innamorata! Sai quando due persone si trovano e si piacciono e senti il tuo cuore battere e dici: mamma mia questa è la persona giusta! E non ci vedi un difetto e sai che anche se ne avesse tu li ameresti perché lei è La persona giusta?
Scarlett con la faccia sbigottita: Che?
Regista con in mano due molliche di pane a forma di omino: Queste sono due persone….
Scarlett: mmmmhhhhh
Regista imbarazzato: Hai presente “The island”?
Scarlett: mmmhhh si, quello che c’era Ewan che correva per centinaia di chilometri senza fermarsi mai…che c’era di sicuro una scena al tramonto con due che si baciano che se no Michael Bay non è contento…si lo ricordo..
Regista: Ecco in quello in teoria tu dovevi essere innamorata di Ewan
Scarlett: Ah ecco….allora si ho capito!
Regista: Allora siamo pronti….3, 2, 1 ciak si gira!

Regista: Ma baaaaaaaaaaastaaaaaaaa

“L’altra donna del Re” non è un brutto film.
Ti appassiona, ti prende, ti angoscia nonostante tutti sappiano come andrà a finire e riguardo a costumi, scenografie e sceneggiatura non mostra punti deboli.
Ma.
Ma “L’altra donna del Re” purtroppo non è solo la storia romanzata (romanzatissima, romanzatona, megastraromanzata!) di quel trombone di Enrico VIII (evvai Dani, tu si che sai parlare di storia come un quindicenne…).
“L’altra donna del Re” è tre attori.
È Eric Bana.
Si quello che l’ ultimo film che mi ricordo c’era lui in un improbabile armatura che cercava di salvare dallo sfacelo più totale quella porcata mondiale che è Troy.
Quello che doveva rivaleggiare con Brad Pitt faccia di bronzo, polpacci d’oro e capelli bisunti e si faceva in quattro per salvare Orlando Bloom in versione “Il ragazzo più gracile e effeminato che l’epica di Omero abbia mai visto.
Quello che il penultimo film che mi ricordo non era nemmeno un film.
Era “Hulk”.
E io non so se qualcuno dei lettori ha visto “Hulk” ma io mi rifiuto di parlarne.
Con Ang Lee alla regia…. “Hulk”.
Che quando son uscito dal cinema mi chiedevo se ero andato a farmi prendere per il culo o semplicemente nel.
Che quando ho visto “Daredevil” ho potuto dire: “Io ho visto di peggio”.

Che quando ho visto che facevano il seguito che poi non è un seguito che se gli dici a Edward Norton che è un seguito da di matto e ti ammazza aprendoti la testa in due su un marciapiede, mi sono detto: “Ma peeeerchè? Ma soprattutto peeeeerchè?”
Ebbene si, Eric Bana è Enrico VIII.
È Scarlett Johannson.
Che si, ok, sei una femme fatale e hai le labbra enormi e rosse e tutti dicono che sei bellissima e bravissima e il fascino della diva e Scarlett di qui e Scarlett di là e chi la ferma più e “Vuoi mettere Scarlett Johannson? È il sogno di tutti” e se provi a dire che non ti piace prima controllano se sei uomo poi procedono tagliandoti la lingua.
Che si, sei una femme fatale e poi?
Prendete Scarlett Johannson e provate a metterla in una parte in cui debba mostrare un po’ di sentimento.
Ed ecco la faccia da porcello di Scarlett.

La Johannson gira TUTTO “L’altra donna del re” con questa faccia.
Senza esagerazioni, senza voler mettere il dito nella piaga, senza voler per forza trovare un difetto ma… non è possibile!
Ora provate a chiedervi come può essere un film girato da una ragazza che tiene costantemente questa faccia a metà tra il pesce lesso e il porcello intontito.
Cosa dovrebbe essere?
Amore?
Innamoramento?
Rincoglionimento precoce?
La Johannson diventa in “L’altra donna del re” un qualcosa ai limiti dell’ inguardabile che se dovresti in teoria parteggiare anche per lei, ti vien voglia dopo 1 ora di film di entrare dentro lo schermo e dire “Baaaaastaaaaa! Non se ne può più!” Svegliatela, tirategli uno sberlone, fate qualcosa ma vi prego toglietele l’espressione da pesce bollito!
Si, Scarlett Johannson è Mary Boleyn o come l’italiano insegna Maria Bolena.
È Natalie Portman.
Che rispetto alla Johannson parte in settima.
Sembra finalmente decisa a ritornare a recitare dopo essersi divertita a far la statua in Star Wars ed essersi rasata in “V per vendetta”.
Prendete un’ attrice di Hollywood, rasatela o fatela ingrassare e non ci sarà più bisogno che lei reciti.
“è ingrassata/rasata per un film!”
I giornali saranno tutti suoi, i servizi di Studio Aperto (quelli non dedicati al cane che ha battuto ogni record mangiando 10 salsicce in un giorno o alla famiglia distrutta del povero ragazzo Rumeno che blablablabla) e quelli di Cocuzza saranno tutti per lei!
Voi recitereste foste in lei?
Che bisogno c’è?
È ingrassata non vedi che è una grande attrice?
Che rispetto alla Johannson parte in settima per poi pian piano scalare fino alla seconda, alla prima e infine alla retromarcia.
Perché se la Portman almeno per la prima ora sembra decisa a riscattarsi, poi riesce a trovare anche lei la faccia giusta e via.
La Johannson porcello e la Portman Melita/Diavolita

La Portman si mette addosso una faccia da Lucignolo e chi la ferma più?
Regalatele un gioiello, confessate quanto la volete, sposatela, portatela a corte, fatela condannare a morte e si, lei avrà sempre e comunque quella faccia.
“L’altra donna del Re” è Eric Bana, Scarlett Johannson e Natalie Portman.
E una marea di comprimari tra i quali spiccano la prima regina e moglie di Enrico VIII e la madre delle due ragazze.
“L’altra donna del re” non è un brutto film.
Basterebbe non prendere dei lama della Mongolia orientale come suggeritori per il casting.
REGIA: Justin Chadwick
ANNO: 2008
GENERE: Storico (beh oddio…)
VOTO:7-
QUANTO ASSOMIGLIA ERIC BANA AL VERO ENRICO VIII: - 57
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere un buon romanzo storico con almeno una protagonista non proprio nella sua parte ideale.

domenica 27 aprile 2008

ROMA 28-29-30 APRILE 2008

Nella città più bella del mondo per la prima volta con la persona più importante del mio mondo!

giovedì 24 aprile 2008

CLUBLAND- IL MATRIMONIO è UN AFFARE DI FAMIGLIA

Il sole quando sorge, sorge piano e poi
la luce si diffonde tutto intorno a noi
le ombre ed i fantasmi della notte sono alberi
e cespugli ancora in fiore
sono gli occhi di una donna
ancora piena d'amore.

Quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza quasi in partenza!
Non ho altro in testa!


A volte capita che in Alessandria i film escano al cinema.
Capita che non si debba agonizzare per tre settimane come per l’ultima pellicola di Cronenberg per poi averla in una saletta da 30 posti come se fosse un “Toh, se proprio la volete vedere sta schifezzina….”
Capita che i film escano in Alessandria e non a Casale al mega iper ultra multisala che una sala ha le poltroncine che ti sdrai e poi puoi mangiare li se riesci a sopportare i ragazzi scazzati pagati tre lire all’ora che ci lavorano che se gli chiedi le patatine fritte ti dicono con gli occhi “Ma devi proprio??” e tu ovviamente a quel punto le vuoi ancora di più anche solo per vedere gli uomini scazzo ciondolare fino alla friggitrice.
Capita che mentre guardi senza speranze le locandine vicine alla rotonda (geniale metterle vicino alla rotonda…un giorno o l’altro son li che guardo e SBAM! Entrerò dritto dentro una macchina…) la vedi li un angolino la locandina di “Il matrimonio è un affare di famiglia”.
E in quel momento sei fiero di abitare in Alessandria.
Non allarghiamoci.
Sei fiero dei gestori del cinema di Alessandria.
Oh beh son gli stessi che non han dato un altro milione di film che ti interessavano…. Diciamo che sei fiero.
Non si sa di cosa.
Ma sei fiero.
E il sabato sera ti ritrovi finalmente dentro la minisaletta da 30 posti, quella che un giorno sogni di avere in casa e che ora stai praticamente pagando con minirate da 6,50 a volta.
Tre posti occupati: tu, lei e i giubbotti messi bene in ordine in modo che riescano a vedere comodamente anche loro e alla fine ti aiutino a tirar giù qualche idea (non sottovalutate mai i giubbotti!)
Niente trailer manco stessi guardando la versione da mezzo euro in dvx (6,50 euro, 6,50 euro, 6,50 euro!) e il film ha inizio.
“Il matrimonio è un affare di famiglia” racconta la storia di una donna dello spettacolo e di suo figlio che un giorno decidono…. Ronf ronf ronf ronf.
Scusate.
Sapete wikipedia (possibilmente inglese se non volete leggere di improbabili voci scritte da babbuini addestrati o semplicemente non trovare nulla), Mymovies, Comingsoon, un altro milione di siti….ecco, li ci trovate la storia.
“Il matrimonio è un affare di famiglia” è l’ ultimo spettacolo teatrale di una donna che non sa vivere senza i riflettori puntati addosso e l’applauso del pubblico.
Tutto inizia nei camerini (ovvero nella casa della donna abitata da lei e dai due figli) con la lunga preparazione allo spettacolo che consiste in un minishow per i figlioletti (quella che noi chiamiamo vita famigliare) e prosegue sui vari palchetti di Paese dove Jean Dwight vive veramente.
È il palcoscenico la sua vera casa.
Ed è il pubblico il suo vero grande figlio.
Quello da accudire eppure da tenere in riga, quello che va coccolato ma a cui bisogna far intendere chi comanda.
Jean è una madre autoritaria, rigida e a volte spaventevole ma è una mamma.
E i suoi figli naturali sono solo aiutanti nei camerini.
O nemmeno quello.
Il figlio handicappato è il segreto che l’attrice tiene nascosto alle telecamere.
È quello che tutti sanno ma di cui nessuno parla, nemmeno lei.
“Il matrimonio è un affare di famiglia” è la vita di una donna fatta opera teatrale.
Ha la sua parte preparatoria già descritta, ha un inizio scoppiettante capace di tenere ben sveglio il pubblico (a parte il decerebrato dietro che al decimo minuto esclama un “Che lessata di coglioni” che evidentemente il miglior film che ha visto ultimamente è 10000 AC), ha le sue pause tra i vari atti (in cui a volte si rischia di cadere, questo si, in qualche luogo comune o in qualche eccesso di troppo) e infine ha la sua scena madre.
E lo sceneggiatore della pellicola qui si dimostra degno di tal nome (non come in Italia che ogni volta c’è qualcuno che si alza al mattino e dice “Toh magari stamattina scrivo un film mentre faccio i miei bisogni all’ angolo della strada”): si muove tutto verso il provino della grande diva per ritornare a calcare palchi importanti e all’ultimo momento scarta facendoci andare tutti a sbattere con il muso sulla parete.
La scena madre che diventa anche uscita di scena Jean la gira in casa e raccoglie intorno a se il pubblico della sua vita così come Ed in Big Fish faceva per la sua discesa dal palco.
Ed è qualcosa di grandioso, unico, irripetibile, coinvolgente e totalmente suo quel che crea in quest’ultima occasione: esiste solo lei e il suo pubblico completamente annichilito, completamente ai suoi piedi come una diva degli anni ‘50 comanda.
E proprio mentre ti aspetti la definitiva chiusura del sipario e ti stai già per alzare aspettando che le luci finalmente si accendano Jean torna sul palco.
Non più Dea inavvicinabile e capricciosa ma madre finalmente.

Dei suoi figli e di quel che gli è mancato per tutta la vita: una figlia femmina.
O un pubblico capace di capirla e affrontarla veramente senza spaventarsi.
REGIA: Cherie Nowlan
ANNO: 2008
GENERE: Commedia
VOTO: 7
QUANTO VOGLIO SAPERE CHI SA SPIEGARMI IL TITOLO ITALIANO: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere una grande Brenda Blethyn, un fantastico Richard Wilson nei panni del figlio handicappato Mark (vi sfido a non sorridere ogni volta che entra in scena!) e sorridere amaramente di un mondo che vive sotto i riflettori (con un ultima scena tra le più significative viste in questi ultimi mesi al cinema).
NON CONSIGLIATO A CHI: A quel cretino che stava dietro la cui utilità al cinema è pari a quella di un popcorn ammuffito.

venerdì 18 aprile 2008

SHOOT' EM UP- SPARA O MUORI

Si lo so.
Potevate anche vivere senza di me.
Senza l'ennesimo blog di recensioni cinematografiche nato per caso un giorno per puro sfizio personale e diventato poi qualcosa di più.
Non so che cosa.
Ma sento che è qualcosa di più di puro sfizio personale.
E so anche che qualcuno di voi mi avrà creduto morto in questo periodo.
Recensioni che andavano diradandosi fino alla scomparsa per...2 settimane credo!
E invece eccomi di nuovo qui.
Che culo!
Eh già...di nuovo pronto a riempirvi la testa di...di qualcosa che esce dalla mia.
Siccome questa è solo una piccola premessa al mio ritorno rimando a qualche altro post tutto quel che riguarda appunto la mia sparizione e blablabla so che non ve ne frega niente!
Ringrazio quindi tutti quelle che son passati di qui anche credendomi morto, chiunque ha commentato, ringrazio Mario perchè è quello che credeva di più nella mia morte e ringrazio Alice perchè...lei sa perchè e lo saprete tra poco anche voi!
Vi ringrazio tutti indistintamente, senza distinzione tra neri, bianchi, gialli, verdi, uomini, donne o chiunque voi siate.
Perchè senza di voi io non sarei qui a scrivere.
O forse si.
Forse, in realtà, mi piace leggermi e voi non lo sapete.
Forse non so neanche che sto dicendo.
Forse è meglio che la smetta.
Buona lettura!

Avete presente quelle tamarrate action degli anni 80?
Quelle che quando le guardavi da bambino ti si spalancava la bocca che se avevi appena mangiato erano costretti a raccogliere tutto dal tappeto?
Quelle che c’era tua madre che diceva a tuo padre “Smettila di fargli guardare certe cose!” e tu guardavi tuo padre speranzoso che ovviamente di solito stavi sempre dalla parte della mamma ma per i film lei guardava “Nato il 4 luglio” e che palle la mamma, w il papà! E quando lo guardavi speranzoso ovviamente tuo padre non poteva che guardare la mamma e digli di andar a far altro che quella sera si guardava “Rambo 3” o ancora meglio uno di quegli action tedeschi con degli armadi al posto degli attori che avevano due espressioni: ante aperte e ante chiuse.
Uno di quegli action che adesso li trovi solo su telecity in settima serata o in qualche cassone del Mediaworld a 4,90 euro che ti chiedi se già su quello ci guadagnano, sui dvd da 20 euro cosa fanno?
Si costruiscono una barca per ogni dvd venduto??
Uno di quegli action che quando li guardavi da bambino il giorno dopo dovevi uscire per forza in giardino e urlare con un bastone in mano che avresti ucciso tutti e tutto e i fiori ti guardavano e tu scatenavi la tua ira contro i fili d’erba che dopo un po’ si rompevano anche le palle e finiva che entro un’ ora come minimo avevi un’ ammucchiata di schegge sulle mani o più semplicemente ti eri dato il bastone in testa.
Come non si sa.
Ma intanto ti ritrovavi con del gran dolore fisico!
E magari nella tua testa di bambino gommoso (che tanto non ti facevi mai realmente male) ti ripetevi anche che non avresti mai più giocato a fare l’armadio a quattro ante del film ma la volta dopo ti ritrovavi di nuovo li, magari con tuo fratello che “per sbaglio” ti tirava una mazzata sulle mani al posto che sul bastone.
E giù a piangere (che se mi succedesse adesso altro che piangere…) e mezz’ ora dopo eri di nuovo li a cercare di colpire tuo fratello.
Avete presente quegli action che la prima scena che mi viene in mente è un tizio alto biondo e muscoloso che accecato da non so più cosa si tirava giù da una finestra sfondandola con il corpo e mentre era in aria teneva due mitra e sparava all’impazzata verso il milione di nemici che circondavano la casa fino al tuffo in piscina (che ovviamente c’è sempre la piscina fuori dalla casa quando ti tuffi dalla finestra) e ovviamente poi riusciva a fuggire e nella scena dopo vedevi che si era leggermente graffiato sopra l’occhio?

Ecco.
Shootem up è peggio.
Shootem up è l’apoteosi della tamarria.
Quella voluta.
Quella che quando lo guardi dici: ma vaaaaaa Doc mi ha riportato indietro con la macchina del tempo agli anni 80 e non me ne sono accorto?
Quella che se riguardi 10000 AC puoi persino pensare che qualcosina di salvabile c’era ma poi ti guardi intorno e non ci credi nemmeno tu che c’era qualcosa di normale in quel film.
Quella che se guardi gli action di Stallone e di Schwarzenegger pensi che gli sceneggiatori di allora erano dei piccoli Dostoevskij: c’era una trama, c’erano dei personaggi, c’erano dei nomi e attenzione la storia in qualche modo andava da qualche parte.
Non c’era un tizio che non sai nemmeno come si chiama che spunta dallo schermo mangiando una carota e dopo 5 minuti è li che infilza uno con la stessa carota in un occhio e gli dice: “Mangia le verdurine!”
Non c’erano personaggi che non sapendo più che dire urlavano un bel “Fottetevi fottutti fottinculo!”
Non c’erano prostitute con la faccia della Bellucci che appena apre la bocca rimpiangi che non sia ancora nei panni di una muta come in “Dobermann” e ripensi con nostalgia alla cara vecchia Brigitte Nielsen.
Ma soprattutto non c’era Clive Owen.
L’uomo dalla faccia più di pietra che io abbia visto in questi ultimi 10 anni.
Lasciate perdere Vin Diesel o i vari tizi che ogni tanto cercano di risollevare invano il buon vecchio film d’azione.
Prendete Clive Owen e domandatevi se non ha un pietrone al posto della faccia.
Prendete un masso, della colla vinilica e provate ad incollare due occhi di ghiaccio sopra di esso.

È la faccia di Clive Owen.
E ve la ritroverete uguale identica sempre con la stessa espressione in King Arthur (gli avevan fatto crescere i capelli per farlo sembrare uno scoglio coi capelli), in “Closer” (gli facevano dire cose come “Fammi vedere la figa” per farlo sembrare uomo dotato di sentimenti), in Sin City (lo avevano messo in bianco-nero che magari qualcuno non lo riconosceva) e negli sponsor della serie “The Hire” della Bmw.
E proprio al personaggio senza nome che lo stesso Owen interpretava in questi ultimi (feci una recensione dello spot girato da Guy Ritchie qui) si rifà il protagonista di questo tamarraction.
Niente nome, niente espressioni, quasi niente parole se non sporadiche battute sulle carote di Bugs Bunny che tira fuori da chissà dove (non voglio immaginarlo) nei momenti più improbabili e una enorme dose di sboronaggine sono i compagni ideali del “nuovo” Clive Owen.
“Ma interpreta sempre lo stesso ruolo!” Si lamenterà qualcuno.
Ma certo!
Ma questa volta Owen è lasciato libero di sboroneggiare a destra e a manca come un pupazzo impazzito!
Si lancia in improbabili scivolate per terra sparando ovunque, comunque, semprumque (latinismo, grazie Liceo scientifico!) e a chiunque che tanto ricordano “The transporter” e mezz’ora dopo si lancia da una tromba delle scale roteando su se stesso mentre uccide una novantina di nemici.
Già.
I nemici.
Ovviamente senza nome e senza motivazione per uccidere.
E non venitemi a dire che lo fanno per difendere gli interessi del loro capo che ha pagato un senatore per blablablablabla…. Sappiam tutti benissimo che qualcuno ha costretto lo sceneggiatore (molto probabilmente un canguro pescato in qualche zoo) a mettere una motivazione farlocca a tutto quel bordello.
Fosse stato per lui il film sarebbe stato una cosa tipo: bang bang, muori, stronzo, bung bang bang, bem, mangia le verdurine, merda, fanculo, bim bum bam (con Marco Bellavia), sbadarabang, blem blem, sono una puttana e non so recitare, din din dum dum spatacrash!
E invece….. invece niente.
Shootem up è proprio così!
Shootem up è l’action più tamarro, casinaro e senza senso che io abbia visto in questi ultimi anni.
E sono consapevole di come tutto quel casino è più studiato a tavolino di una qualsiasi commediola da 4 soldi, e sono consapevole anche del fatto che spendere 6, 50 per vedere un film che esalterebbe forse un quindicenne non sono forse così ben spesi.
Eppure ci si diverte!
Certo se entri al cinema non sapendo cosa vai a vedere è logico che rimarrai impietrito sulla poltrona (ma non riuscirai mai ad essere come Clive!) ed è altrettanto logico che se non sai apprezzare gli action non devi nemmeno avvicinarti ad una locandina con Owen in primo piano che spara e la Bellucci dietro che non si sa alla fine che cazzo ci fa in tutto quel bordello.
Ed è quasi altrettanto logico che qui non si parla del buon vecchio action anni ’80.
Shootem up è il classico film casinaro patinatissimo anni 2000 e lo si nota ad ogni inquadratura: i dettagli sono tutti curatissimi, gli effetti sono tutti ben fatti (non ci sono giocattoloni plasticosi come nei film di Schwarzy e nemmeno terribili fotomontaggi come in Die Hard 2) e i dialoghi son studiati alla perfezione per creare sempre più casino di quel che si crede.
Eppur ci si diverte.
Tra doppi sensi da terza elementare (“Mi piace svuotare la canna”) e nemici grassi e unti che non muoiono mai e rispondono alla moglie al cellulare nei momenti più improbabili (Paul Giamatti da lezioni a tutti su come dev’essere un vero nemico sociopatico da action anni 80) ci si diverte e non poco.
Che poi al cinema si è ormai in 10 per sala (che tutti gli altri son al multisala con tutte le comodità di questo mondo) e quando ridi ti guardi intorno per vedere se hai disturbato il fantasma di fianco è un altro conto.
Che poi io sia un irriducibile tifoso di certe tamarrate…. Questo l’avrete capito.
REGIA:Michael Davis
GENERE: Action (ma va???)
ANNO: 2008
VOTO: 8,5
QUANTO PUOI GUARDARE UN FILM DEL GENERE ANCHE CON UN OCCHIO SOLO SENZA PERDERTI ASSOLUTAMENTE NULLA DELLA TRAMA (INESISTENTE): 10
CONSIGLIATO A CHI: agli amanti dell’action e basta se non volete venire a sputarmi in un occhio.

mercoledì 9 aprile 2008

NEIL YOUNG


Un sogno con un sogno a fianco: 22 giugno.