domenica 14 giugno 2015

RIGURGITI GIURASSICI


 
Avrei voluto scrivere una recensione nostalgica che iniziava con la prima volta in cui vidi Jurassic Park. Era il 1993, io avevo 7 anni e la gente in coda al cinema era talmente tanta da sfociare fuori dalle porte e allargarsi sulla strada adiacente fino a bloccarla completamente.
Ci ho provato e riprovato almeno quattro volte, ma la cosa non ha funzionato: una volta non c'è abbastanza effetto nostalgia e un'altra sembra di leggere l'incipit di un romanzetto rosa dell' '800, alla quinta comprendo che non è quello il punto.
Sto pensando a quanto mi ha fatto incazzare Jurassic World.
Vorrei pensare a Jurassic Park, all'infanzia, ai cinema di città di un tempo con 700 poltrone tutte follemente occupate e alla gente seduta sui gradini al centro, ma sinceramente non ci riesco.
Penso a Jurassic World.
Rivedo davanti ai miei occhi i commenti positivi sul film letti in rete e le videorecensioni entusiastiche che spuntano come funghi e mi chiedo se per caso non hanno sbagliato sala.
Magari credono di essere andati a vedere Jurassic World e sono finiti nella sala di Mad Max a sbavare su deserti apocalittici e chitarristi indemoniati.
O forse avevano bisogno di far prendere aria alle corde vocali e han pensato di parlare bene dell'ultimo film giurassico senza saper esattamente cosa stavano dicendo. Consiglio dei gargarismi in bagno col colluttorio se proprio non avete di meglio da fare.
Perché la verità è che non voglio credere che a qualcuno sia piaciuto questo obbrobrio.
Jurassic World (e non Jurassik World, come ho visto scritto da più parti...) è il trionfo degli sceneggiatori idioti di Hollywood.
Quelli che riprendono in mano un'idea di 20 anni fa perché hanno buchi neri al posto del cervello.
Quelli che fanno correre le donne sui tacchi per chilometri perché vuoi mica metter le scarpe da ginnastica ad una fica come Bryce Dallas Howard.
Quelli che scrivono di cattivi dallo spessore pari ad un foglio di carta carbone e, non contenti, li fanno morire appena diventano un filo più interessanti perché tanto sono cattivi e i cattivi devono morire (mica come i bambini, i bambini sono buoni e si salvano. SEMPRE).
Quelli che scrivono trame viste, riviste e straviste e se per caso qualcuno glielo fa notare rispondono che sono omaggi, citazioni, richiami.
Cazzate.
La verità è che Jurassic World è un film senza idee se non quella grandiosa (e vecchia di 25 anni) di avere un parco pieno zeppo di dinosauri. E, per una volta, di visitatori.
Non è un caso che le scene migliori siano proprio quelle che riguardano le attrazioni. Fa sorridere vedere bambini in groppa a piccoli triceratopi e i vaghi accenni alle escursioni in canoa in mezzo alla palude giurassica o le tanto spoilerate girosfere fanno effettivamente sognare come se si fosse ancora nel 1993.
Solo che siamo nel 2015 e Colin Trevorrow e Derek Connolly non sono Steven Spielberg, David Koepp e Michael Crichton.
Vorrebbero esserlo certo, ci mettono i bambini, le inquadrature-meraviglia e tanta tanta tanta cgi fatta talmente tanto bene da non riconoscere gli animatronics dagli effetti computerizzati, solo che non lo sono.
E si vede.
C'era davvero bisogno di disegnare un dinosauro nuovo di pacca (giustificato persino con uno spiegone che neanche i cattivi peggiori di 007) per stupire un pubblico ormai abituato ai dinosauri “classici”? Con le centinaia (se non migliaia) di specie ormai scientificamente riconosciute era il caso di creare un mostro tipicamente Hollywoodiano che si comporta come l'imitazione pacchiana del Predator che lottava contro Schwarzenegger negli anni '80? Si, pacchiana. Perché almeno Predator era un alieno e aveva tutti le sue ragioni per essere brutto e invisibile, ma che ragione ha l'Indominous di avere questi unghioni ridicoli? Per lasciare i segni sui muri? Ma che è? Un graffitaro?
E dell'innamoramento stratelefonato e wozzappato dei protagonisti dopo cinque minuti di film ne vogliamo parlare?
E la colonna sonora di Michael Giacchino che nei momenti più sbagliati si diverte a riprendere il tema originale come farebbe il peggior dj paraculo di provincia? Per tanto così chiamiamo un vocalist e facciamogli urlare: “LA VOGLIAMO LASCIARE UNA LACRIMUCCIA QUI? ILLUMINAAAAAA!”
Jurassic World vorrebbe essere un seguito vero e proprio del primo e unico meraviglioso film di Spielberg e non è che una pallida imitazione che non ha capito nulla di quel che funzionava in quel film.
Non gli scontri Godzilleschi tra T-Rex e Indominous che si tirano testate e morsi manco fossimo davanti alla tv con Giacomo Ciccio Valenti che commenta il wrestling, non i raptor più o meno addomesticati che fanno le faccine e collaborano con gli altri dinosauri (no comment su questo che mi vien voglia di urlare) e nemmeno le corse in moto a capo di un branco di velociraptor (e hanno avuto pure il coraggio di metterlo in un trailer...).
Jurassic Park era pura meraviglia.
Quella delle attrazioni di cui ho parlato precedentemente, quella che poteva esserci nella prima scena del mosasauro se non fosse stata spoilerata selvaggiamente dai trailer o quella che può farti risvegliare alla fine del film con protagonista il T-Rex.
Meraviglia.
Spielberg pensaci tu.

JURASSIC WORLD
REGIA: Colin Trevorrow
ANNO: 2015
GENERE: Fantascienza
VOTO: 5

lunedì 8 giugno 2015

È LA STORIA, NON COLUI CHE LA RACCONTA.




Dimentico spesso quanto King possa essere avvinghiante.
Anche dopo aver letto qualcosa come una trentina di romanzi e un paio di raccolte di racconti, ogni volta che prendo in mano un suo libro il pensiero è sempre lo stesso: questa volta non ci riuscirai.
Non riuscirai a tenermi sveglio la notte come feci con It a 16 anni, sette ore a leggere col lumicino pur di levarmi di dosso gli incubi che mi assalivano ogni volta che chiudevo occhio o andavo in cantina a prendere una bottiglia di vino per mio padre.
Non riuscirai a farmi portare in giro nei posti più improbabili e scomodi (sul tram, in spiaggia, a casa della fidanzatina) un libro della mole de L'ombra dello scorpione in versione integrale (per chi non lo sapesse più di 1000 pagine scritte in caratteri simpaticamente microscopici nella sua versione """tascabile""") pur di non lasciare da soli i miei eroi durante la fine del mondo.
Non riuscirai a tenermi un giorno intero inchiodato a letto credendo di essere nel Miglio Verde nella speranza che John Coffey si salvi.
E non riuscirai nemmeno a farmi leggere un racconto dietro l'altro ripetendomi continuamente "Ancora uno piccolo e poi la smetto..."
E invece no.
A 68 anni King, in piena crisi bulimica da scrittore compulsivo (ormai pubblica almeno due romanzi l'anno più una raccolta di racconti, qualcosa che a ben pensarci dovrebbe ispirare uno dei suoi horror), è ancora capace di prendermi di peso e portarmi in un altro mondo senza nemmeno tanti sforzi. Gli bastano due capitoli nostalgici sull'ennesima infanzia passata nel Maine, questa volta all'interno di una felice e numerosa famigliola religiosa, ed eccomi li a portarmi a spasso Revival dappertutto. In edizione rigida. Con 470 pagine. Al lavoro, in macchina, nel tascone dei pantaloni corti mentre vado in giro. Insomma, di nuovo.
Non dirò che Revival è un capolavoro.
Sono anni che, pur non leggendo tutto quel che King pubblica (per stargli dietro dovrei leggere solo più lui, e non mi va ancora di diventare pazzo), il Re dell'horror non scrive un vero e proprio capolavoro; forse i tempi di It, L'ombra dello scorpione, Pet Sematary, Cuori in Atlantide, Stagioni diverse e Il miglio verde sono passati per sempre o forse semplicemente sono io ad essere diventato troppo esigente.
Niente capolavori quindi, ma libri più o meno buoni a seconda delle stagioni.
Duma Key, tanto per dirne uno recente, ma non recentissimo, era una mezza ciofeca nonostante la buona idea di partenza. Pareva il libro di uno scrittore anziano che vive su un'isola scema del Pacifico, col cappellino di paglia in testa e poche gioiose idee che gli rimbalzano nel cervello rugoso senza saper dove andare. Non il massimo, ecco.
22/11/63 invece era un buon romanzo. Con una parte centrale decisamente inferiore all'incipit e al finale (uno dei pochi riusciti nella lungherrima carriera e quindi già solo da ricordare per quello), ma comunque molto buono.
E poi c'è Revival.
Che è meglio di 22/11/63 e quasi allo stesso livello di quel Cuori in Atlantide che metto tranquillamente tra i migliori.
Perché c'è un'ottima idea di partenza, ma soprattutto perché c'è uno sviluppo degno del King degli anni migliori. Si parte da uno dei pezzi forti del nostro (l'infanzia, un'età magica che solo lui sa descrivere così meravigliosamente), per attraversare poi la vita intera del protagonista per spizzichi e bocconi. Un assaggio di adolescenza, un salto nei 40, un ritorno ai 30 e poi via via lentamente verso i 50 e infine i 60. Revival pare più una biografia che un romanzo qualsiasi e arriva al succo soltanto nelle ultimissime pagine, prendendosela con calma sugli aspetti della vita più reali e accelerando su quelli più soprannaturali, quasi a voler far sembrare questi ultimi lampi e tuoni che irrompono nella nostra esistenza di sole e nubi.
Con gli anni King sembra aver abbandonato ormai del tutto ogni orpello che non abbia a che fare con la vera e propria storia che sta raccontando e quindi la narrazione prosegue ancora più spedita del solito, fino ad arrivare al finale burrascoso che tutti attendono.
Che non è un brutto finale.
Mi piace scrivere recensioni e, di conseguenza, mi piace leggerne. Sarei un coglione a non farlo. E sarei anche un pirla che pretende di essere letto senza leggere niente di quel che gli altri scrivono. Questo per dire che ho letto ben più di una recensione che parlava di una seconda metà del libro deludente e soprattutto del solito finale imbarazzante a là King. E per una volta, o forse per l'ennesima, non sono d'accordo.
Il finale soprannaturale di Revival, esattamente come quello di 22/11/63, è fatto di poche pagine. Pochi brevi accenni ad un orrore che l'occhio umano non può sopportare e che lo scrittore del Maine, a quasi 70 anni, riesce ancora a descrivere incutendo terrore. É vero che il romanzo sembra accumulare dettagli su dettagli per poi smontarsi in poche semplici righe, ma è anche vero che qui, come in 22/11/63 e come nel 90% dei romanzi del Nostro, quello che davvero conta è il finale che viene dopo, quello che riguarda la vita vera. Quella di un uomo dell'età di Stephen stesso che è passato non casualmente attraverso la droga, la musica rock e la morte di molti dei suoi cari (e indirettamente anche attraverso un incidente automobilistico, cosa che King non dimentica mai di inserire nei suoi romanzi da 15 anni a questa parte), per arrivare ad un'anzianità fatta di tanti ricordi.
Stupendi, brutti, belli e orrendi.
Ma tutti profondamente Kinghiani.
E quindi urliamolo ancora una volta.
W il Re.
W colui che la racconta.

REVIVAL
AUTORE: Stephen King
ANNO: 2014
GENERE: Horror, Drammatico
VOTO: 8

domenica 31 maggio 2015

HORROR IPERREALISTA

Questa recensione è stata scritta l'11 ottobre 2011 e rivista completamente il 31 maggio 2015


 
Se fossi un ragazzo che rilegge i libri, in questo momento sarei di nuovo a pagina 1 di Revolutionary Road.
Mi farei riavvolgere dal lento e agile fluire di parole di Yates, mi reimmergerei nel sobborgo americano da “Edward mani di forbice” in cui si trasferiscono i suoi protagonisti, mi intrufolerei di nuovo tra le vite piatte dei Wheeler per trovarvi indizi per niente nascosti della tragedia imminente.
Revolutionary Road è il libro che consiglieresti a tutti, ma finisci per non consigliare a nessuno.
Mi spaventerebbe sentir di persone che ne parlano come di un libro in cui non accade nulla, di altre che proprio non lo capiscono, di altre ancora schierate dalla parte di April, di Frank o dei Campbell.
Mi terrorizzerebbe pensare di essere l’unico a spaventarsi per un libro simile, a inquietarsi al punto da domandarsi quanto Frank o quanta April c’è dentro di me.
Voglio rimanere in un paesello di periferia a svolgere “il lavoro più cretino che ci sia?”
Voglio fuggire in Europa senza nessuna sicurezza sul futuro, ma con tanta potenziale libertà?
Ed è un Givings quel mio amico incapace di non mascherare tutto sotto un sorriso idiota? O è un Campbell che si costringe a lavorare come un mulo e ad essere efficiente per illudersi di essere ancora abile a qualcosa? O ancora è un Givings Junior, pazzo ma in grado di squarciare il velo di una realtà illusa ed illusoria?
Revolutionary Road, pur con tutti i suoi 50 anni sulle spalle, è talmente iperrealistico da essere spaventoso, come quelle foto di famiglia in cui tutti i parenti sorridono, ma tu sai che di li ad un mese uno di loro sarà morto, consumato da un orribile cancro o trovato appeso ad un cappio nella vasca da bagno.

PS: Avendo visto il film tratto dall’opera cinque anni fa, ed avendo provato le stesse sensazioni che mi ha dato Yates, posso tranquillamente dire che la trasposizione di Mendes con Di Caprio e la Winslet (perfetti) è a dir poco stupenda. La scrittura di Yates è cinematografica con tutti i suoi cambi di piano, le sue zoomate e i suoi piani lunghi, ma solo un regista e uno sceneggiatore con una gran sensibilità e due grandi attori a disposizione (oltre ad ottimi comprimari come Kathy Bathes) poteva mettere su schermo in modo così credibile e vero un’opera simile.

PPS: ancora una volta un plauso all’edizione Minimum Fax, collana: I quindici. Dopo “L’opera galleggiante” di Barth è questo il secondo libro della stessa collana che possiedo e oltre ad avere un formato oggettivamente bello (cosa che ho imparato ad apprezzare dopo anni e anni di tascabili stampati su carta igienica) contiene all’interno 4 o 5 speciali davvero gustosi sull’opera e sull’autore.

REVOLUTIONARY ROAD
AUTORE: Richard Yates
ANNO: 1961
GENERE: Drammatico, Letteratura americana
VOTO: 10


giovedì 21 maggio 2015

WILL FERRELL NON FA RIDERE


 
Cose che mi fanno ridere: i Griffin, Seth Rogen, Edgar Wright, i Fucktotum.
Cose che non mi fanno ridere: Big Bang Theory, Will Ferrell, Zelig, Douglas Adams.
Ora che sapete tutto ciò siete pronti a leggere.
Un attimo, no, se Will Ferrell ti ha fatto ridere, ti fa ridere o pensi che ti potrà far ridere in futuro puoi anche fermarti qui. Io e te, te che ridi per quest'uomo qui sotto, non andremo mai d'accordo, quindi tanto vale che la smetti pure di leggere, di seguirmi e, se vogliamo proprio dirla tutta, anche di andare al cinema. Sei una brutta persona, è ora che qualcuno te lo dica.


Eccoci, possiamo cominciare.
Venere sulla conchiglia è considerato dai più come uno dei libri fondamentali da leggere per chi è appassionato di fantascienza. Non che il romanzetto di Philip Jose Farmer (nella mia edizione Urania del 1720 rilegato in cartaculo ancora sotto pseudonimo Kilgore Trout) sia stato una pedina fondamentale per la creazione di nuovi mondi (Dune), per le visioni future (Asimov) o per la quantità di idee messe giù in fretta, furia e droga e poi scopiazzate da tutti (Philip K. Dick), è che semplicemente è considerato un punto di svolta.
Si ma riguardo a cosa per Dio?
Un attimo di calma.
Prendete un superclassico della fantascienza come Dune e andate a leggervi le parti che riguardano la religione o il sesso: vi ritroverete sotto gli occhi tanti e tali giri di parole da farvi venire il mal di testa, la nausea e anche un po' di mal di pancia. Siamo sicuri che Herbert vivesse sul nostro mondo per pensare anche solo alla metà delle follie che va descrivendo per tutto il romanzo e i suoi seguiti riguardo i due argomenti citati?
E avete mai trovato una scena d'amore che non sia una fregnaccia da romanzetto rosa fatta di sguardi e candide carezze in Asimov?
E in Whyndam non vi sembra che manchi solo una donnina che dice “Mio eroe!!!” cadendo fra le braccia del suo amato? (Si, lo so, i suoi libri femministi e blablabla, ma non sto parlando di quello).
Ecco qual è la svolta di Philip Jose Farmer nel 1974: introdurre il sesso e la religione nella fantascienza e senza nessuna remora fare del grasso e grosso umorismo su di essi, fregandosene del lettore medio del genere (ancora legato all'immaginario lucido e muscoloso di Conan) e anche del buon costume dell'epoca.
Solo che c'è un problema: Venere sulla conchiglia non fa ridere, per niente direi.
E vorrebbe farlo purtroppo.
Lo scrittore americano assomiglia molto di più a Douglas Adams che ai Griffin e fa di tutto per pasticciare una storia che, sulla carta, potrebbe anche sembrare interessante.
Non starò a parlarvi dei viaggi del Vagabondo Spaziale e dei suoi incontri con alieni a forma di piramide e dirigibile (sigh) o della volta in cui si è fatto piantare una coda sul sedere per poi ritrovarsi a far sesso in modi bizzarri con la Regina del pianeta (ehm...) perché il riassunto potrebbe essere più lungo del romanzo stesso. Vi basti sapere che Venere sulla conchiglia è un pasticcio di miniavventure che non si accontenta di volervi far ridere nei modi più beceri (a volte sembra di leggere le freddure che andavano tanto di moda in quegli anni), ma vuole anche farvi riflettere sui problemi della società di allora (che poi, a dirla tutta, sono gli stessi di quella attuale). Ci saranno chiari riferimenti alla stupidità degli uomini rispetto alle donne e monarchi idioti, Dei che vanno a prendersi il caffè e non tornano più indietro e razze che puliscono l'universo dai loro microbi. E ovviamente ci sarà sesso per tutti i gusti.
Solo che non riderete.
A meno che non vi piaccia Will Ferrell.

 
VENERE SULLA CONCHIGLIA
AUTORE: Philip Jose Farmer
ANNO: 1974
GENERE: Fantascienza
VOTO: 4,5

martedì 28 aprile 2015

PAPÀ CASTORO RACCONTACI UNA STORIA!

Questa recensione è stata scritta originariamente il 28 ottobre 2011 e rivista completamente il 27 marzo 2015
 
Mi avvicino a Corona con entusiasmo: quel montanaro visto qualche volta in tv mi ispira simpatia e saggezza, mi racconta una vita di altri tempi e di altri luoghi, mi suggerisce natura e libertà.
Trovato un suo libretto usato ad un prezzo ridicolo, lo prendo al volo e lo metto a decantare in libreria per qualche mese fino al giorno in cui decido che è venuto il suo momento.
Sarà ancora capace il mio intuito librario (mi suggeriscono acquisto compulsivo) di stupirmi?
Da Mauro Corona scrittore mi aspetto uno stile asciutto ma incantatore, voglio consigli e strigliate sull’abuso della natura, pretendo grandi insegnamenti.
Quel che mi ritrovo nelle prime 100 pagine sono raccontini di quinta elementare scritti da un uomo che sembra aver vissuto per 100 anni nella sua valle: ci sono personaggi che appaiono e scompaiono nel giro di mezza paginetta, tanti accenni ad una gioventù da bimbo di montagna e soprattutto punti, virgole e “e” come se piovesse. Dove sono scomparsi i “punti e virgola” e i due punti e le subordinate? E i grandi insegnamenti?
Proseguo a singhiozzi; per una persona che odia i romanzi a episodi e le grandi raccolte di racconti, queste storielle da 1 pagina e mezza sono una tortura infinita: “C’è Tizio, c’è Caio, Tizio e Caio hanno fatto questo e quello”.
Poi pian piano lo scrittore ertano sembra finalmente ingranare la marcia, i racconti si fanno più lunghi, le storie più vicine, più reali, più sagge e più “Papàcastoresche”.
Le ultime 100 pagine scorrono via come l’olio tra racconti di scalate fallite e cave di marmo abitate da dannati di pietra.
L’impressione finale è quella di un oratore straordinario limitato dalla sua stessa concezione dello scrivere: “Scrivere è come scolpire, occorre togliere, tirare via il di più, per vedere dentro”.
Saggezza, alcool, umiltà, natura, ingenuità, montagna e giovinezza.
Vorrei solo più sostanza.
Ci proverò ancora, Corona sa farsi voler bene.

NEL LEGNO E NELLA PIETRA
AUTORE: Mauro Corona
ANNO: 2003
GENERE: Racconti, autobiografico
VOTO: 6

giovedì 16 aprile 2015

UN MARE DI RICORDI



Se L'ultima estate al bagno Delfino fosse solo un romanzo di formazione lo amerei a prescindere, ma siccome è un romanzo di formazione ambientato in un paesino di mare italiano semplicemente lo adoro.
Ci sarebbero troppi risvolti biografici da scodellare per comprendere questo mio amore incondizionato, ma l'unica cosa che davvero conta è che i miei amici, i miei veri amici, quelli con cui ho vissuto i momenti più esilaranti, imbarazzanti, ubriacanti, amoreggianti, anti, anti, anti, sono quelli che da sempre ritrovo al mare, nella stessa spiaggia da più di 15 anni.
La mia prima cotta, il mio primo amore, la mia prima sbronza, il mio primo bagno di notte, il mio più grande rimpianto, la mia prima stronzata, il mio migliore amico, fatevi venire in mente qualsiasi cosa può segnare la vita di un non più troppo ragazzo e io l'avrò fatta lì, in quel desolato paese ligure di mare in cui torno ogni estate.
Nonostante L'ultima estate al bagno Delfino sia ambientato in una zona che conosco poco o nulla, una località balneare non meglio precisata della riviera romagnola, tutto quello che Panzavolta racconta sembra riferirsi ai luoghi e alle avventure della mia gioventù.
Certo, forse non mi è mai capitato di veder finire in una simile tragedia uno scherzo da ragazzini incoscienti (nonostante più d'uno avrebbe potuto finire anche peggio a ripensarci) e le nostre partitelle coi bagni vicini o le compagnie “avversarie” possono essere finite al massimo in una piccola rissa da spiaggia, ma il clima che lo scrittore romagnolo ricrea nelle pagine del romanzo è esattamente quello che ho vissuto durante la mia adolescenza.
Il finale brusco che Claudio dà alle vicende adolescenziali dei ragazzi è quello che ormai ho imparato a conoscere bene in questo tipo di romanzi, un finale che io per fortuna non ho conosciuto andando incontro ad un lento sfumare di quegli anni che stanno facendo spazio a quello che ne L'ultima estate al bagno Delfino è una vita adulta colma di nostalgia e sensi di colpa mai espressi.
Maledetti libri verità.

L'ULTIMA ESTATE AL BAGNO DELFINO
AUTORE: Claudio Panzavolta
ANNO: 2014
GENERE: Romanzo di formazione
VOTO: 8

venerdì 20 marzo 2015

NUOVE ADOLESCENZE


Un romanzo di formazione, più di un libro di fantascienza, più di una biografia, più di una saga familiare, è come viene scritto.
Insomma, diciamoci la verità, il passaggio dall'adolescenza alla vita adulta di un ragazzo (o di un gruppo di ragazzi) avviene nel 99% dei casi librari con la morte di un amico. Si, d'accordo, non sono tutti così e c'è chi parla della fuga dalla società e c'è chi parla del rapporto coi parenti e c'è anche chi racconta semplicemente della vita di tutti i giorni di un sedicenne, ma in generale c'è la morte di mezzo, perché la morte fa crescere e chiunque non se ne sia ancora accorto molto probabilmente non ha ancora superato i 16 anni.
E quindi, una volta che conosco in anticipo ciò che sto per leggere, per quale motivo dovrei riprendere in mano un altro libro simile?
Perché un romanzo di formazione ti può riportare a comprendere cose che ti sono sfuggite a quell'età o che ti sono passate davanti senza che nemmeno te ne accorgessi e soprattutto perché un ottimo romanzo di questo genere è capace di riportarti davvero indietro nel tempo, nella tua testa di cazzo da sedicenne con i tuoi vestiti brutti, la parlata gggiovane e il comportamento del peggior minchione che tu abbia mai conosciuto: te stesso a 16 anni.
Se sei adulto.
Se sei adolescente invece può farti sentire a casa e meno solo al mondo e farti comprendere ciò che alla tua età non puoi capire da solo e che nessun adulto verrà a dirti in faccia. Cosa esattamente? Non chiedetelo a me.
Solo che è difficile trovare un buon romanzo di formazione.
Avendone letti tanti posso tranquillamente dire che troppi sono romanzi adulti per adulti con insegnamenti da adulti che si mascherano da formazione con la stessa scaltrezza con cui tu da bambino ti vestivi da pirata: ti mettevi la bandana e il copriocchio e sotto avevi i jeans e le Nike. Potevi anche far credere ad un bambino della tua età che eri un vero pirata così come lui era un buon Batman coi suoi pettorali di plastica da uomo pipistrello, però dai, siamo seri, eri anche un bel bimbetto, ma non eri un pirata. E men che meno lui era Batman, con quegli occhialetti tondi dalle lenti spesse tre dita e il caschetto che neanche Nino D'Angelo ai tempi d'oro.
Invece Esche vive è un vero pirata, pardon un vero libro di formazione.
Scritto da una persona che sa come si sente e si esprime un diciannovenne del 2015, pur con tutti i regionalismi del caso, ma soprattutto da un uomo che è consapevole di cosa sono i trent'anni oggi, una sorta di adolescenza tirata troppo per le lunghe, incapaci di dare le stesse emozioni dei sedici anni eppure ancora troppo lontani da quella vita adulta che spaventa con il suo gretto materialismo e i suoi sogni infranti.
Forse Genovesi non riesce ad entrare nella testa di tre generazioni diverse (Mirko il Campioncino, ancora in fase preadolescenziale, spesso sembra un personaggio fin troppo forzato), ma la scrittura ingenua di un diciannovenne e quella brillante e ancora piena di speranza di una trentenne bastano per mettere Esche vive tra i migliori romanzi di formazione che io abbia letto.
Genovesi parla di quella provincialità che sicuramente piacerà di più a chi il paesino di campagna l'ha vissuto, ma che non può non colpire tutti quei sedicenni (ed ex sedicenni) che in fondo si sentono soli e incompresi anche all'interno della grande città.
Delusioni, personaggi da paese, amori adolescenziali, traumi infantili, adulti ossessionati, vecchi con la testa dura, band di metallo duro, amori intergenerazionali, ma soprattutto tanta, tanta, tantissima speranza.
Perché in fondo il romanzo di formazione è come viene scritto, ma se non sai cosa raccontare puoi anche smettere subito.

ESCHE VIVE
AUTORE: Fabio Genovesi
ANNO: 2013
GENERE: Romanzo di formazione
VOTO: 8,5