lunedì 23 novembre 2015

IL GENIO, LE IDEE

Questa recensione è stata scritta il 16 aprile 2012 e completamente rivista il 23 novembre 2015


Non smetterò mai di declamare il mio odio per i racconti.
Certo nella mia (pur breve) carriera di lettore ci sono stati racconti che mi hanno affascinato, spaventato, emozionato e divertito, ma un libro di racconti, in particolare una raccolta assolutamente eterogenea di questi (ovvero non legati da un filo conduttore), mi ha sempre lasciato un po’ con l’amaro in bocca.
Storie bellissime bruciate in quattro pagine, trame ridicole non adatte ad un romanzo riciclate malamente per riempire poco spazio, avventure inutili usate da tappabuchi.
E così pian piano le raccolte presenti in libreria, comprate perché ritenute assolutamente straordinarie o semplicemente scritte da un autore amato, hanno cominciato ad assumere la medesima funzione delle avventure inutili. Non ho voglia di scervellarmi sul romanzo da 600 pagine che sto leggendo? Racconto. Sono in macchina e ho cinque minuti liberi in cui aspetto qualcuno? Racconto. Ho appena finito un romanzo, non ho ancora stranamente sonno e non sono in vena di iniziarne un altro all’una di notte? Racconto.
La mia libreria di Anobii (il social più morto che vivo che comunque mi piace sempre più di tutte le altre vaccate del momento) dice che Sessanta racconti di Dino Buzzati l’ho iniziato il 6 gennaio e terminato a marzo inoltrato: 3 mesi di lettura a spizzichi e bocconi per un totale di 500 e passa pagine sono tanti, se ne renderebbe conto anche il gorilla del Crodino, ma non sono troppi se si considera che il libro in questione raccoglie insieme una quantità folle di capolavori e semicapolavori che meriterebbero di esser letti nell’arco di una vita.
Perché si, Sessanta racconti diventa oggi (ma molto probabilmente lo era già diventato il 6 gennaio con la lettura de “I sette messaggeri”) la mia raccolta preferita e uno dei libri più belli che io abbia mai letto.
Il libro di Buzzati (summa da lui composta di altre tre raccolte più un’altra ventina di scritti) è sorpresa, spavento, meraviglia, terrore, fascino, stile, idee, idee, idee.
Se un buon scrittore di fantascienza (lasciam perdere i mediocri) avesse oggi la metà delle idee e dello stile di Buzzati (il libro è del 1958, ci tengo a dirlo) sarebbe considerato un genio senza se e senza ma.
Non voglio star qui a elencare racconti su racconti su racconti perché molto probabilmente finirei per citarne 57-58 su 60 se non tutti quanti, ma una semplice sbirciatina al primo (I sette messaggeri) e all’ultimo (La corazzata Tod) dovrebbero bastare ad un lettore medio di fantasy, fantascienza, Poe, Lovecraft ed affini a leccarsi le dita fino a consumarsele, altro che Fonzies.
Sessanta racconti è un capolavoro.
E io amo Dino Buzzati.
 
SESSANTA RACCONTI
ANNO: 1958
AUTORE: Dino Buzzati
GENERE: Racconti
VOTO: 10
 

giovedì 12 novembre 2015

GIOCHIAMO A CHI CE L'HA PIÙ LUNGO


 
Nel 1990 R.A. Salvatore, l'autore statunitense de il Dilemma di Drizzt, aveva 31 anni e scriveva come un ragazzino di 16 che non si è dimenticato dei battibecchi con gli amichetti della sua infanzia.
GIANFILIPPO: La mia mamma fa un lavoro bellissimo!
SALVATORE: La mia uno ancora più bello.
GIANFILIPPO: La mia lavora alla NASA.
SALVATORE: La mia fa l'astronauta.
GIANFILIPPO: Allora la mia è andata su Marte.
SALVATORE: La mia ha visto gli alieni.
GIANFILIPPO: La mia li ha visti due volte e ci ha anche parlato.
SALVATORE (tutto rosso in viso e arrabbiatissimo): Allora la mia ci ha parlato e poi ne ha uccisi 4 e poi con il suo cannone spaziale ha distrutto tutto il pianeta ed è tornata volando senza l'astronave perché lei vola e poi ha anche catturato un cane alieno e adesso lo tengo in casa ed è verde e viola e mangia il ferro!
GIANFILIPPO:...............
Ecco immaginatevi un uomo del genere a scrivere un fantasy.
Pensatelo seduto lì alla sua scrivania che si fa venire una, due, tre, cento, mille idee e decide che il suo dev'essere un fantasy assolutamente diverso da tutto e da tutti.
Gli elfi sono buoni e pacifici e vivono nei boschi?
Bene, io li faccio cattivi, scuri, infidi, traditori e sotterranei.
Gli elfi hanno una vista eccezionale?
I miei hanno gli infrarossi quindi vedono anche al buio e comunicano per lo più a gesti.
Gli elfi sono eccellenti combattenti?
I miei sono i migliori tra i migliori, temutissimi da tutti e il mio protagonista è il non plus ultra degli Elfi Oscuri, nessuno può sconfiggere le sue eccezionali scimitarre (e io vi tedierò con le loro descrizioni imbarazzanti per tutta la durata del libro) e ha gli occhi color lavanda!
Si, COLOR LAVANDA! E adesso provate a scrivere qualcosa di meglio!
Il dilemma di Drizzt è il fantasy per eccellenza, come tutti quelli che non apprezzano il genere senza averlo mai letto se lo immaginano e come ogni appassionato di elfi, orchi, maghi e nani che ami la bella scrittura teme che possa essere: grandi idee (talvolta al limite dell'assurdo) gettate in cespugli di ortiche pieni di cacche di cane.
Il primo libro della Trilogia degli Elfi Oscuri (un'altra trilogia iniziata, voglio morire...) è talmente denso di particolari, nuove razze, nuovi mondi e storie parallele appena accennate che nelle prime 50 pagine viene davvero voglia di lanciarlo in quei cespugli, frastornato dall'incapacità di comprendere tre parole su quattro di quel che viene raccontato.
La vicenda comincia ad essere davvero chiara intorno a pagina 60 e nel giro di altre 40 pagine si è già arrivati a comprendere il finale-non finale di questa prima parte, cosa assolutamente deprecabile per qualsiasi genere ma a cui gli amanti di Brooks, Goodkind, Jordan & co. dovrebbero essere avvezzi.
Tra l'illuminazione e il finale rimangono un 200 pagine di battaglie descritte in malo modo, ripetizioni disturbanti (tanto per dire, il nome Zak viene ripetuto 20 volte in due pagine) e tanta tanta fantasia che permette al romanzo di arrivare ad una risicata sufficienza, o forse no.
Certo, se a sentire le altre recensioni questo è il migliore del lotto c'è da mettersi le mani nei capelli.
La speranza è che Salvatore (autore tra il '90 e oggi di un'altra cinquantina di libri ambientati più o meno nello stesso universo fantastico) abbia imparato qualcosa negli anni e si sa, chi vive sperando, muore nelle ortiche.

HOMELAND
ANNO: 1990
AUTORE: R.A. Salvatore
GENERE: Fantasy
VOTO: 5+

PS:  Rivedendo la copertina in questo momento mi dovrei fare due domande sulla mia salute mentale il giorno in cui decisi di iniziarlo...

martedì 27 ottobre 2015

SULLA (PRESUNTA) FORZA DEL CAMBIAMENTO

 
Quando a 16 anni mi avvicinai lentamente al rock degli anni '90 mi colpirono due gruppi in particolare: Oasis e Blur.
Non che fosse una cosa strana, all'epoca il mondo, l'Italia, la provincia si divideva (abbastanza assurdamente a pensarci ora) tra i fan dei fratelli Gallagher e quelli di Damon Albarn e Co. (sisi Graham Coxon è importante e blablabla, chissenefrega, un giorno ne parleremo).
Lo dico subito: io parteggiavo per i Blur.
Mi sembravano più freschi e innovativi e, al di là delle varie scopiazzature dei Gallagher (all'epoca era un miracolo se conoscevo i Beatles), mi sembrava soprattutto che Damon Albarn avesse il coraggio di cambiare.
Insomma, per quanto non ne capissi veramente un cazzo, 13 pareva un album di un gruppo completamente diverso da quello di The Great Escape (che all'epoca adoravo) e in Think Tank il mutamento era ancora più accentuato.
Amavo i gruppi che non si ripetevano mai (quel pazzo di Neil Young è ancora oggi uno dei miei idoli) e gli Oasis erano l'esatto opposto.
Ascoltato il primo incredibile Definitely Maybe mi sembrava di sentire sempre le stesse 10-12 canzoni: voce strascicata, chitarroni, ballatoni...due palle che in Be Here Now duravano più di 70 minuti, decisamente troppo.
Poi crebbi (ah il passato remoto che torna a galla quando leggi autori toscani...), la faida Blur-Oasis si spense abbastanza velocemente così come era stata montata dalla stampa britannica e io cominciai ad ascoltare tutt'altro, fregandomene altamente dello scioglimento o quasi di entrambi i gruppi, ma sempre attento a chi riusciva a non ripetersi.
Oggi, passati più di 10 anni, mi ritrovo a sentire per radio o nei miei raccoltoni di mp3 qualche canzone di Blur e Oasis e, pur con fastidio, devo ammettere che i classici degli Oasis sono invecchiati meglio di quelli dei Blur.
Si, il cambiamento, si, il coraggio di affrontare nuove sfide e la forza di ripresentarsi con un nuovo album in un'epoca che non è più la loro (l'ultimo The Magic Whip datato aprile 2015), ma Wonderwall rimarrà un classico senza tempo mentre Beetlebum può essere solo una canzone figlia degli anni '90.
Tutto questo sproloquio musicale-nostalgico per dire cosa?
Che forse Fabio Genovesi qualche limite come scrittore ce l'ha.
I suoi personaggi dalla parlata fin troppo semplice (in Esche vive era Fiorenzo, qui è Mario), quelli troppo attaccati al Rock (ancora Fiorenzo confrontato a Nello), quelli che finita l'università hanno perso completamente la bussola (là Tiziana, qui Renato) e quelli che, nonostante tutto l'autocontrollo imposto, vengono presi da passioni troppo forti (nuovamente Tiziana confrontata a Roberta). Gli incipit nostalgici ambientati in un passato che non è più e i finali non finali con i personaggi lasciati a correre da soli.
Ma io non ho più 16 anni e se tu scrittore hai uno stile immutato che ti permette di scrivere una nuova storia dove, cambiando l'ordine degli addendi, il risultato fantastico non cambia, beh, a me piaci comunque.
Basta che alla prossima non mi presenti un Be Here Now.

VERSILIA ROCK CITY
ANNO: 2008
AUTORE: Fabio Genovesi
GENERE: Romanzo di formazione (senza adolescenti)
VOTO: 8,5


martedì 6 ottobre 2015

SCIENTIFICITÀ E UMORISMO DI MERDA



Ho visto qualsiasi cazzata nei film di fantascienza.
Dagli alieni cattivi a quelli buoni, dagli asteroidi che vengono fatti saltare per aria da personaggi eroici a quelli che mettono finalmente fine alla vita sulla Terra, dai cloni alle navicelle impazzite, dai viaggi nel tempo a quelli nello spazio oltre la velocità della luce, dagli alieni che cambiano sesso a quelli che cambiano forma e blablablabla.
Potrei andare avanti per ore ad annoiarvi di vaccate fantascientifiche che non stanno né in cielo né in Terra, di idee assurde che nessuna persona sana di mente avrebbe partorito e a cui comunque sono stato dietro, sforzandomi di calarmi nell'irrealtà della situazione pur di gustarmi quel film (o quel libro).
Non ho mai fatto caso più di tanto alla provata scientificità di una vicenda perché per me non è quella a rendere importante una storia di fantascienza. Per quale motivo avrebbero aggiunto il suffisso fanta? Dove sta la fantasia in un libro di Arthur C. Clarke in cui ad ogni minimo spostamento nello spazio-tempo ci si affanna a spiegare come sia potuto scientificamente accadere? E soprattutto: a cosa serve la sospensione dell'incredulità?
Date le premesse di cui sopra, The Martian non avrebbe dovuto piacermi.
E invece.
E invece mi ha fatto letteralmente cagare.
Presentato come uno dei film fantascientifici più rigorosamente scientifici degli ultimi anni, con budget faraonico, regista delle grandi occasioni (nonostante Scott sia bollito da troppi anni a questa parte e chi non ci crede si guardi Exodus- Dei e Re e stia zitto per sempre) e cast di tutto rispetto, The Martian parte subito con il botto con una scena iniziale che fa davvero sperare per il meglio.
C'è adrenalina, c'è una grande fotografia e una scena vagamente confusa in cui si capisce ben poco di cosa sta esattamente accadendo a chi, ma è tutto voluto. Dopo la partenza della navicella da Marte (siamo nei primissimi minuti) la vicenda comincia davvero a delinearsi e, incredibile a dirsi, si cominciano a vedere le prime crepe: i personaggi sulla Terra.
Non c'è uomo non astronauta in questo film di terra rossa e patate coltivate in modo biologico (ci arriveremo) che non vi sembrerà un'idiota o una macchietta: c'è il supermegacapo della Nasa col tono profondo di voce che decide tutto lui, ma si fa mettere i piedi in testa da chiunque, c'è Boromir che per una volta non muore perché proprio non gli è possibile morire mentre non fa nulla per tutto il film, c'è un giappu-americano ciccione che dà sempre i tempi di consegna del suo lavoro come se fosse un italiano, viene quindi ripreso dal capo e si corregge dicendo che ce la farà anche nella metà della metà del tempo perché tanto evidentemente ha licenziato gli italiani e ha assunto dei cinesi che lavorano giorno e notte, c'è una donna bionda che sta al computer e nota cose sugli schermi (solo lei in mezzo a centinaia di altri subumani di cui si vedono solo i capelli) e un nero a cui è riuscito bene il ruolo dello schiavo un paio d'anni fa e non si sa come si è ritrovato qui a fare il direttore della missione su Marte che però, ancora troppo preso dal ruolo dello schiavo, si diverte ad avere illuminazioni e scarabocchiare quadri del pianeta rosso che trova in giro per gli uffici.













E L'Oscar per chi sta meglio seduto con la bocca aperta va a....

E poi c'è lui: il nero simpatico.
Quello che se fossimo stati negli anni '80 di sicuro ci trovavi Eddie Murphy a ridere come un semo, ma siccome siamo nel 2015 e ai neri simpatici nei film non ci crede più neanche Eddy Murphy stesso, ci hanno messo uno qualsiasi di cui non voglio neanche andare a vedere il nome, lo chiameremo nero simpatico.
Si da il caso che da qualche anno a questa parte vadano di moda i nerd, non che abbia qualcosa in contrario per carità, io lo sono fin troppo, ma la cosa sembra ormai un po' sfuggita di mano: dalla moda alle serie tv tutto è simpaticamente ed insopportabilmente nerd.
Quindi il nero simpatico è anche nerd, ma essendo un nero simpatico è anche strafatto (di caffeina o altro, non lo sapremo mai con esattezza) e alla prima occasione lo vediamo entrare in scena come i peggiori personaggi dei più brutti film di fantascienza anni '90 che vi vengono in mente. Il nero simpatico dorme, inciampa, si mette al computer, beve il caffè, finisce il caffè, vuole altro caffè, inciampa di nuovo, cade, si mette al supercomputerone della Nasa che è proprio proprio grande grande e con un portatile risolve un problema incredibile che migliaia di Nasisti erano ormai con le cervella fuse a forza di ragionarci. Non contento va dal capo che ha la voce sempre più grossa, lo piglia per il culo e con un bicchiere vuoto gli dimostra la sua grande teoria a cui nessuno è arrivato nel giro di mesi e mesi. Ovviamente tutto in simpatia tra versi insopportabili e scenette che neanche Benny Hill all'ospizio.


Oh si è nerd, guardate quanto è nerd quando si mette in piedi sul letto con la scala per andare a scarabocchiare là in alto! ed è pure scientifico, lo scrive pure... SCIENCE!


Ma ritorniamo su Marte.
A milioni di chilometri di distanza e a un'ora circa dalle vicende del nero simpatico (che grazie a Dio compare solo dopo la prima metà del film), dove ci sarà sempre e solo Matt Damon, un botanico astronauta della Nasa.
Un botanico.
Matt Damon si estrae del metallo dalla pancia e si cuce, Matt Damon mangia e ragiona, Matt Damon disseppelisce vecchie navicelle spaziali, Matt Damon costruisce cose, Matt Damon guida, caga e dorme, Matt Damon ha le intuizioni e Matt Damon crea l'acqua. Poi non contento Matt Damon trova delle patate sottovuoto lasciate lì per il giorno del Ringraziamento (boh...), le pianta, ci mette della cacca umana liofilizzata come concime e le fa crescere.
Nel frattempo Matt Damon (lo chiameremo d'ora in poi McGyver perché mi sembra più giusto) ascolta dell'orrenda discomusic e non si perde mai d'animo nemmeno nelle sfighe più tremende, arrivando ad urlare per ben tre volte “God” quando qualcosa andrà talmente storto da esser ormai più di là che di qua.
Quindi Santo McGyver si riprende dalla batosta perché lui è un vero americano intelligente che risolve tutto con il suo megacervello (altro che computer Nasa e neri simpatici) e riesce, con una superdieta a base di caccapatate e medicine come condimento, ad andare avanti ancora per un'altra ora di film.
E gli astronauti ex compagni di Mc? No, non me li sono dimenticati.
Gli amici stronzi che lo hanno abbandonato per sbaglio hanno una parte fondamentale nel film e incredibilmente paiono anche i personaggi meglio scritti dell'intera sceneggiatura: parlano come persone dotate di un cervello, si muovono senza inciampare e ragionano quasi normalmente. Tolto un momento di follia generale in cui la canzone Starman di David Bowie dà il via ad una serie di scenette dementi riguardanti l'intero cast (mi vedo anche Scott divertito mentre si mangia le caccole nascondendosi dietro la camera mentre a me viene un ictus per la rabbia), i loro rimangono i momenti migliori di un film che fa della scientificità e dell'umorismo di merda il suo punto forte.
Non mancheranno poi:
  • personaggi dalla voce profonda che dicono guardando in camera: “a meno che qualcosa non vada storto”, cambio scena e disastro totale;
  • Computer con lo schermo spesso mezzo metro al servizio della Nasa;
  • Michael Peña, insopportabile anche se interpretasse un personaggio muto;
  • Cinesi con segreti militari che, dopo 10 secondi di indecisione, ostentano il loro “volemose bene” come neanche la Ferilli quando pubblicizza i divani;
  • finali con gente che vola come Iron Man.
The Martian vorrebbe mettere l'intelligenza umana e il ragionamento davanti a quel coraggio e quell'eroismo insano alla base di tutti i capisaldi della fantascienza degli anni '90 (Indipendence Day, tanto per dirne uno) e finisce per sembrare invece un Armageddon fuori tempo massimo, con situazioni e personaggi tipicamente Novantiani che fanno da sfondo a un McGyver dello spazio, come non se ne vedevano da S.O.S. Naufragio nello spazio del 1964.
E insomma si, The Martian mi ha fatto veramente cagare.
E il problema è che non ho nemmeno le patate da coltivare.
 




THE MARTIAN – SOPRAVVISSUTO_THE MARTIAN
REGIA: Ridley Scott
ANNO: 2015
GENERE: Fantascienza
VOTO: 4,5

venerdì 25 settembre 2015

BUIO TOTALE

Questa recensione è stata scritta il 20 febbraio 2012 e rivista completamente il 25 settembre 2015


Chiariamo subito: le prime 150 pagine di Notturno sono tra le peggiori pirlate fantascientifiche che io abbia mai letto, visto e immaginato.
Non per colpa di chissà quale traduzione orripilante (vedi Urania), taglio becero (vedi Urania) o edizione con le pagine di carta igienica gialla che si staccano dalla copertina mentre leggi (vedi… Urania).
Semplicemente la prima lunga parte intitolata “Crepuscolo” è l’antilibro, “Il manuale per come non scrivere un libro di fantascienza”, il “Plan 9 From Outer Space” della narrativa fantascientifica.
Lasciate perdere la questione “racconto allungato” che lo riguarda (operazione già fin troppo discutibile), quel che non va in Notturno è qualcosa di molto più grave della famosa “buona idea sfruttata male”.
“Crepuscolo” (e in larga parte l’intero tomo) è a tutti gli effetti un concentrato di banali errori dilettantistici che ti potresti aspettare dal signor Pinco Pallo alle prese con il suo primo romanzo, non da due scrittori di fantascienza affermati di cui uno è considerato (a ragione) uno dei Padri fondatori.
Qui si parla di 150 pagine colme di personaggi insignificanti che parlano e si muovono come marionette scassate su di una scenografia fatta con la cartapesta e il vinavil stile “recita di Natale all’asilo” (nemmeno all’oratorio), una scenografia che talvolta traballa a tal punto da far venire serissimi dubbi al lettore sui suoi presunti scrittori.
Uomini, questi ultimi, che si premurano in una breve introduzione di chiarire che non verranno usate strane parole inventate per questo pianeta alieno, ma che, dopo poche pagine, si ritrovano a scrivere di un bar dove vengono serviti cocktail impronunciabili ispirati ai nomi dei cinque soli che illuminano questo immenso cartapestaio che è Kalgash.
Uomini che, con la finezza e la perizia di un bambino di 4 anni impegnato a disegnare il ritratto della propria mamma (solitamente un tondo con due puntini per gli occhi e una righetta per la bocca…aggiungiamoci un punto per il naso), costruiscono i personaggi dai nomi improbabili di un romanzo probabile solo (forse) sul piano scientifico.
Uno scritto che vorrebbe essere fantascientificamente sconvolgente ma che si mostra in realtà come un incrocio mal riuscito tra un apocalittico, un giallo (abbandonato a metà) e un post-apocalittico dove la tensione non ha un climax ascendente: semplicemente ad un certo punto esplode in picchi irreali per poi riaffondare al di sotto della Fossa delle Marianne.
“Crepuscolo” in particolare, ci tengo a ribadirlo, è una nota dolente fatta di banalità sconcertanti e svolte impreviste quanto l’uovo di Pasqua a Pasqua, ma l’intero romanzo soffre di un impianto narrativo costruito (perdonatemi l’eufemismo) con quel buco del corpo maschile che non è la narice o l’orecchio (e non parlo dell’ombelico).
Asimov e Silverberg saltano continuamente a piè pari interi passaggi di narrazione per poi farne un sunto mal riuscito nelle pagine successive e si ritrovano chissà come sul finale con un centinaio di cose da chiarire (Amgando?) che non verranno mai chiarite, con una decina di personaggi eliminati per pure esigenze di copione o semplicemente scomparsi, ma soprattutto con due protagonisti di cui non sanno che farsene.
Non anticiperò nulla, ma quale senso ha la svolta finale?
Non poteva qualche anima di buon cuore far presente al Basettone e a Silverberg che c’è una differenza sostanziale tra un finale aperto e un non finale tranciato a metà con la grazia di un’ascia male affilata?
Da cosa è dettata la scelta di Theremon e Siferra?
È come se domani, che ne so, Berlusconi diventasse segretario del Pd perché ha scoperto che i Comunisti non mangiano i bambini.
Vi sembra ragionevole?
Se si comprate Notturno, non ve ne pentirete.

PS: Evito di commentare gli ammiccamenti al lettore con la storia di un pianeta con un unico sole perché sono una brava persona e perché in fondo il paragrafo post apocalittico ambientato sull'autostrada qualche brivido me l'ha regalato.

NIGHTFALL- NOTTURNO
ANNO: 1990
AUTORE: I. Asimov, R. Silverberg
GENERE: Fantascienza
VOTO: 4

mercoledì 9 settembre 2015

SUL FATTO DI ESSERE CARINI

 
"Carino" non è un bell'aggettivo.
Pensate alla ragazza carina della compagnia che avete conosciuto l'altra sera/l'altro anno/l'altro secolo, qualcuno se la ricorda? Si, vi ricordate quella figa e quella bruttissima, quella col cervello fino, quella col culo grosso e quell'altra che di grosse aveva solo le tette, ma quella carina chi era? Aveva un bel viso certo, ma un po' anonimo, aveva dei begli occhi, ma un po' slavati, non era grassa e non era neanche magra e si vestiva sicuramente meglio della tettona dalla scollatura imbarazzante, ma sembrava appena uscita dalla Benetton con il primo maglioncino tinta unita consigliato dalla commessa. Insomma era solo carina e ve la siete dimenticata.
Ora provate a ripensare all'ultima commedia romantica americana che avete visto al cinema. Vi siete fatti due mezze risate, avete pensato per un attimo "quello/a potrei essere io", avete immaginato la vostra vita come se viveste in un film Hollywoodiano quindi siete usciti dal cinema e avete detto: "Carino". E due giorni dopo ve lo siete scordato, trama, attori, titolo e persino quella battuta che vi era sembrata tanto carina.
Tra l'altro su Virgin Radio mentre tornavate c'era quella canzone che faceva..com'è che faceva? Ve la ricordavate fino a mezz'ora fa, eppure era così carina..boh, non importa, la ripasseranno.
Carina era la vostra compagna di classe alle superiori che ha trovato un ragazzo solo all'università (carino anche lui, sia chiaro).
Carina era quella maglietta che avete visto in quel negozio carino che ha chiuso due anni fa da cui non avete mai comprato nulla.
Carini erano quella cover, quelle scarpe, quell'auto, quella casa, quell'armadio, quel lenzuolo, quel gioco e tutto ciò che non avete mai avuto o comunque voluto davvero.
Insomma lo avrete capito: Mali minori è un libro carino.
Si lascia leggere con piacere e alcune delle brevissime storielle che lo compongono suscitano persino una risata, un'occhio lucido (ma non due) e un bel po' di immedesimazione che non fa mai male, ma è difficile spingersi oltre quel maledetto aggettivo di cui è pieno il mondo.
Carino, ed è presto dimenticato.

MALI MINORI
ANNO: 2014
AUTORE: Simone Lenzi
GENERE: Racconti
VOTO: 6,5

mercoledì 26 agosto 2015

4 PINNE ALL'ORIZZONTE: I MARSUINI

Questa recensione è stata scritta il 23 maggio 2012 e rivista completamente il 26 agosto 2015

 
A rileggere il retro di copertina mi chiedo perché.
Navi che spariscono, giornalisti curiosi, pirateria, turbolenze atmosferiche...niente che mi ispiri fiducia.
I leggendari mostri marini? Si forse quelli possono anche andare, sono attrazioni da baraccone fantascientifico per bambini di 10 anni certo, ma fingiamo che il mio acquisto sia dovuto a questi simpatici mostri e non al meraviglioso titolo italiano: Dove sparivano le navi. Ah beh…potevano chiamarlo direttamente I mostri marini. Seconda pagina, titolo originale: The Sea Beasts.
Ora capisco tutto.
Gli Urania si dividono solitamente in tre categorie:
- I capolavori dei grandi maestri della fantascienza: stampati, ristampati e riristampati in diverse collane Uranianane addirittura con qualche aggiornamento alle scandalose prime traduzioni. Rappresentano un 20% delle uscite;
- I romanzi con idee geniali messe su carta da veri e propri cani della fantascienza (lasciamo stare la Letteratura), incapaci di mettere in fila 10 parole senza dar vita a veri e propri disastri letterari, capaci di far impallidire anche il neosindaco Moccia. Siamo sul 30%.
- Il resto delle grandi scelte della redazione di Urania (non vantatevi quindi di averne trovato e letto uno, non sono una rarità per quanto sia bello collezionare spazzatura) sono i libri come Dove sparivano le navi. Non capolavori. Non grandi idee. Semplicemente libri assolutamente, completamente, immancabilmente da usare, per esser fini, mentre si legge un altro Urania seduti in quello stanzino contenente la doccia. Sul water, che poi magari pensate al bidè o a qualche altro strano aggeggio che avete in bagno.
Dove sparivano le navi è cellulosa rubata alle piante inutilmente, è fantascienza senza scienza, ma anche senza fanta, è romanzo senza alcuna idea, né senso di esistere.
Il romanzo (raccontino) di Bertram Chandler vede comparire nell’ordine balene incazzuse, marsuini (non state a lambiccarvi il cervello per 3 giorni come ho fatto io, sono delfini) intelligenti, giornaliste acidelle che per l’occasione predicano il “sei l’ultimo uomo sulla Terra, quindi ti voglio”, marinai con problemi familiari che si risolvono in rapporti con giornaliste acidelle, macchinisti pelati che tengono sotto schiavitù 5 persone per settimane con una sola pistola, predicatori rimbecilliti che credono nella rinascita di Dio attraverso i marsuini, orche ancor più incazzuse e assassine delle balene e, last but not least, uomini-scimmia intelligenti.
Se non vi basta per starne alla larga pensate ad un delfino con in testa un elmetto sormontato da una spada.
E non voglio dire altro.
Perché alla fantaschifezze non c’è mai fine, ma alla mia pazienza si.

THE SEA BEASTS- DOVE SPARIVANO LE NAVI
ANNO: 1971
AUTORE: A. Bertram Chandler
GENERE: Fantascienza
VOTO: 2