Questa recensione è stata scritta il 28 settembre 2011 e rivista completamente il 29 dicembre 2015
Avete presente
quei pasticci disegnati dai bimbi troppo piccoli pieni di righe,
pastelli, pennarelli, macchie, buchi e caccole?
C’è un fico
d’india immenso che ha conquistato la Terra.
Gli umani sono alti
35 cm.
I vulcani ipnotizzano gli esseri viventi e li
mangiano.
Enormi vegetali viaggiano per lo spazio su ancor più
grandi ragnatele.
Le piante sono tutte assassine.
La spiaggia è
Terra di Nessuno.
Nella Terra del Crepuscolo un pesce gigante è
il più grande saggio del mondo.
Esistono uomini pescatori
collegati con una coda a palme imponenti.
I vegetali hanno forma
di volatili.
La luna è piena d’ossigeno.
Le megatermiti sono
amiche degli umani.
Ci sono fiori giganteschi che si uniscono e
attraversano i mari per migrare.
I gatti vivono con le megatermiti
in un tunnel sotto un castello in rovina.
È abbastanza per
stimolare la vostra curiosità?
Sinceramente sono ancora un po’
stordito da questo “Il lungo meriggio della Terra”, Brian W.
Aldiss ci è o ci fa?
E Asimov con tutta la sua psicostoria, i
suoi imperi galattici, le sue città super evolute e i robot che fine
ha fatto?
Tutto buttato nel cesso.
Tra 4 miliardi e mezzo
d’anni (tanto ci impiegherà ancora il sole ad avvicinarsi alla sua
fine) saremo solo inutili cacchette (quasi) senza cervello alte
qualche pollice destinate a farci comandare da un fungo.
Che
tristezza.
O no?
Mah.
PS: Al di là
dei vari esseri giganteschi, enormi, imponenti ed immensi, il libro
risente della sua originale pubblicazione in 5 puntate con diverse
ripetizioni e altrettante contraddizioni da parte di Aldiss, che ci
mette pure del suo con una prosa a dir poco discutibile e diversi
interventi in prima persona per provare a spiegare ciò che sta
raccontando.
La copertina
dell'edizione in possesso è tra le più ignoranti e meno sensate
che io abbia mai visto (e si che compro Urania): non centra
assolutamente nulla con ciò che viene raccontato, ma proprio niente
niente. NIENTE.
HOTHOUSE o THE LONG AFTERNOON OF EARTH- IL LUNGO MERIGGIO DELLA TERRA
ANNO:1962
AUTORE: Brian W. Aldiss
GENERE: Fantascienza
VOTO: 5
Recensioni semiserie di ogni tipo: cinema, telefilm, libri, musica e tutto quel che mi passa per le mani
martedì 29 dicembre 2015
venerdì 18 dicembre 2015
FIGLI D'ARTE
Non penso sia semplice
essere figlio d'arte.
Si è vero, le strade sono
spalancate, conosci la gente giusta , il lancio nel mondo
editoriale-musicale-filmografico è già praticamente fatto senza il
minimo sforzo e il tuo primo libro-cd-film venderà comunque un sacco
sull'onda della curiosità della gente, ma poi?
Quanto credete possa
essere facile vivere da figlio di Bob Dylan, De Sica, Camus?
Giudicati non in base alle proprie qualità come chiunque altro, ma
rispetto alla bravura dei propri genitori e parenti che sono stati
mostri sacri nel proprio campo, vincitori di tonnellate di premi che
la stampa solitamente non confronta con nessuno per troppa
inarrivabilità.
Epperò tu sei il figlio,
vorrai mica evitarti un: “Il dono della scrittura evidentemente non
si trasmette da padre a figlio”, “Negli anni '60 suo padre
rivoluzionò la musica, oggi lui a malapena la comprende”, “Sarebbe
un grande regista se si riuscisse a non pensare per un attimo a tutto
ciò che fece suo padre nell'epoca del blablablablabla”.
In un mondo ideale anche
questa recensione non inizierebbe con tutta questa premessa, si
parlerebbe del romanzo di Joe Hill, autore trentacinquenne alle prese
con la sua prima opera e della sua somiglianza con certe cose di
Stephen King degli anni '80, anzi meglio, di Richard Bachman.
La scatola a forma di
cuore non è un capolavoro, ma è il classico libro che si fa
divorare in quattro giorni assillati dalla domanda che tutti i libri
del genere dovrebbero inculcare nella testa di ogni lettore: come
andrà a finire?
Si, i protagonisti sono
macchiette (il Jude Ozzyosbournesco su tutti), la maledizione sa di
un po' troppo sentita e anche sullo stile scorrevole a volte verrebbe
voglia di discutere: manca di profondità, ma anche dell'asciuttezza
necessaria a creare tensione (quella presente in Bachman per
intenderci) e quindi?
E quindi il primo romanzo
del figlio di Stephen King (eddai fatemelo dire almeno una volta!) è
semplicemente e solamente uno scritto sufficiente, niente di
memorabile, ma neanche qualcosa per cui lo si possa accusare di
chissà quali raccomandazioni.
D'altronde, se proprio
vogliamo dirla tutta, il padre sfondò veramente il mercato solo dal
secondo romanzo in poi e lo stupendo film di De Palma (Carrie) lo
aiutò non poco a farsi conoscere dal grandissimo pubblico quindi
aspettiamo fiduciosi, convinti che il mezzo flop di un Harry Potter
con le corna sia solo un dimenticabile incidente di percorso.
HEART-SHAPED BOX- LA
SCATOLA A FORMA DI CUORE
ANNO: 2007
AUTORE: Joe Hill
GENERE: Horror
VOTO: 6
lunedì 23 novembre 2015
IL GENIO, LE IDEE
Questa recensione è stata scritta il 16 aprile 2012 e completamente rivista il 23 novembre 2015
Non smetterò mai di declamare
il mio odio per i racconti.
Certo nella mia (pur breve) carriera
di lettore ci sono stati racconti che mi hanno affascinato,
spaventato, emozionato e divertito, ma un libro di racconti, in
particolare una raccolta assolutamente eterogenea di questi (ovvero
non legati da un filo conduttore), mi ha sempre lasciato un po’ con
l’amaro in bocca.
Storie bellissime bruciate in quattro pagine,
trame ridicole non adatte ad un romanzo riciclate malamente per
riempire poco spazio, avventure inutili usate da tappabuchi.
E
così pian piano le raccolte presenti in libreria, comprate perché
ritenute assolutamente straordinarie o semplicemente scritte da un
autore amato, hanno cominciato ad assumere la medesima funzione delle
avventure inutili. Non ho voglia di scervellarmi sul romanzo da 600
pagine che sto leggendo? Racconto. Sono in macchina e ho cinque
minuti liberi in cui aspetto qualcuno? Racconto. Ho appena finito un
romanzo, non ho ancora stranamente sonno e non sono in vena di
iniziarne un altro all’una di notte? Racconto.
La mia libreria
di Anobii (il social più morto che vivo che comunque mi piace sempre più di tutte le altre vaccate del momento) dice che Sessanta racconti di Dino Buzzati l’ho iniziato
il 6 gennaio e terminato a marzo inoltrato: 3 mesi di lettura a spizzichi e bocconi per un totale
di 500 e passa pagine sono tanti, se ne
renderebbe conto anche il gorilla del Crodino, ma non sono troppi se
si considera che il libro in questione raccoglie insieme una quantità
folle di capolavori e semicapolavori che meriterebbero di esser letti
nell’arco di una vita.
Perché si, Sessanta racconti diventa
oggi (ma molto probabilmente lo era già diventato il 6 gennaio con
la lettura de “I sette messaggeri”) la mia raccolta preferita e
uno dei libri più belli che io abbia mai letto.
Il libro di
Buzzati (summa da lui composta di altre tre raccolte più un’altra
ventina di scritti) è sorpresa, spavento, meraviglia, terrore,
fascino, stile, idee, idee, idee.
Se un buon scrittore di fantascienza (lasciam perdere i mediocri) avesse oggi la metà
delle idee e dello stile di Buzzati (il libro è del 1958, ci tengo a
dirlo) sarebbe considerato un genio senza se e senza ma.
Non
voglio star qui a elencare racconti su racconti su racconti perché
molto probabilmente finirei per citarne 57-58 su 60 se non tutti
quanti, ma una semplice sbirciatina al primo (I sette messaggeri) e
all’ultimo (La corazzata Tod) dovrebbero bastare ad un lettore
medio di fantasy, fantascienza, Poe, Lovecraft ed affini a leccarsi
le dita fino a consumarsele, altro che Fonzies.
Sessanta racconti
è un capolavoro.
E io amo Dino Buzzati.
SESSANTA RACCONTI
ANNO: 1958
AUTORE: Dino Buzzati
GENERE: Racconti
VOTO: 10
Di che si parla
Buzzati Dino,
Fantasy,
Libro,
Racconti
giovedì 12 novembre 2015
GIOCHIAMO A CHI CE L'HA PIÙ LUNGO
GIANFILIPPO: La mia mamma fa un lavoro bellissimo!
SALVATORE: La mia uno ancora più bello.
GIANFILIPPO: La mia lavora alla NASA.
SALVATORE: La mia fa l'astronauta.
GIANFILIPPO: Allora la mia è andata su Marte.
SALVATORE: La mia ha visto gli alieni.
GIANFILIPPO: La mia li ha visti due volte e ci ha anche parlato.
SALVATORE (tutto rosso in viso e arrabbiatissimo): Allora la mia ci ha parlato e poi ne ha uccisi 4 e poi con il suo cannone spaziale ha distrutto tutto il pianeta ed è tornata volando senza l'astronave perché lei vola e poi ha anche catturato un cane alieno e adesso lo tengo in casa ed è verde e viola e mangia il ferro!
GIANFILIPPO:...............
Ecco immaginatevi un uomo del genere a scrivere un fantasy.
Pensatelo seduto lì alla sua scrivania che si fa venire una, due, tre, cento, mille idee e decide che il suo dev'essere un fantasy assolutamente diverso da tutto e da tutti.
Gli elfi sono buoni e pacifici e vivono nei boschi?
Bene, io li faccio cattivi, scuri, infidi, traditori e sotterranei.
Gli elfi hanno una vista eccezionale?
I miei hanno gli infrarossi quindi vedono anche al buio e comunicano per lo più a gesti.
Gli elfi sono eccellenti combattenti?
I miei sono i migliori tra i migliori, temutissimi da tutti e il mio protagonista è il non plus ultra degli Elfi Oscuri, nessuno può sconfiggere le sue eccezionali scimitarre (e io vi tedierò con le loro descrizioni imbarazzanti per tutta la durata del libro) e ha gli occhi color lavanda!
Si, COLOR LAVANDA! E adesso provate a scrivere qualcosa di meglio!
Il dilemma di Drizzt è il fantasy per eccellenza, come tutti quelli che non apprezzano il genere senza averlo mai letto se lo immaginano e come ogni appassionato di elfi, orchi, maghi e nani che ami la bella scrittura teme che possa essere: grandi idee (talvolta al limite dell'assurdo) gettate in cespugli di ortiche pieni di cacche di cane.
Il primo libro della Trilogia degli Elfi Oscuri (un'altra trilogia iniziata, voglio morire...) è talmente denso di particolari, nuove razze, nuovi mondi e storie parallele appena accennate che nelle prime 50 pagine viene davvero voglia di lanciarlo in quei cespugli, frastornato dall'incapacità di comprendere tre parole su quattro di quel che viene raccontato.
La vicenda comincia ad essere davvero chiara intorno a pagina 60 e nel giro di altre 40 pagine si è già arrivati a comprendere il finale-non finale di questa prima parte, cosa assolutamente deprecabile per qualsiasi genere ma a cui gli amanti di Brooks, Goodkind, Jordan & co. dovrebbero essere avvezzi.
Tra l'illuminazione e il finale rimangono un 200 pagine di battaglie descritte in malo modo, ripetizioni disturbanti (tanto per dire, il nome Zak viene ripetuto 20 volte in due pagine) e tanta tanta fantasia che permette al romanzo di arrivare ad una risicata sufficienza, o forse no.
Certo, se a sentire le altre recensioni questo è il migliore del lotto c'è da mettersi le mani nei capelli.
La speranza è che Salvatore (autore tra il '90 e oggi di un'altra cinquantina di libri ambientati più o meno nello stesso universo fantastico) abbia imparato qualcosa negli anni e si sa, chi vive sperando, muore nelle ortiche.
HOMELAND
ANNO: 1990
AUTORE: R.A. Salvatore
GENERE: Fantasy
VOTO: 5+
PS: Rivedendo la copertina in questo momento mi dovrei fare due domande sulla mia salute mentale il giorno in cui decisi di iniziarlo...
martedì 27 ottobre 2015
SULLA (PRESUNTA) FORZA DEL CAMBIAMENTO
Non che fosse una cosa
strana, all'epoca il mondo, l'Italia, la provincia si divideva
(abbastanza assurdamente a pensarci ora) tra i fan dei fratelli
Gallagher e quelli di Damon Albarn e Co. (sisi Graham Coxon è
importante e blablabla, chissenefrega, un giorno ne parleremo).
Lo dico subito: io
parteggiavo per i Blur.
Mi sembravano più freschi
e innovativi e, al di là delle varie scopiazzature dei Gallagher (all'epoca era un
miracolo se conoscevo i Beatles), mi sembrava soprattutto che Damon
Albarn avesse il coraggio di cambiare.
Insomma, per quanto non ne
capissi veramente un cazzo, 13 pareva un album di un gruppo
completamente diverso da quello di The Great Escape (che all'epoca
adoravo) e in Think Tank il mutamento era ancora più accentuato.
Amavo i gruppi che non si
ripetevano mai (quel pazzo di Neil Young è ancora oggi uno dei miei
idoli) e gli Oasis erano l'esatto opposto.
Ascoltato il primo
incredibile Definitely Maybe mi sembrava di sentire sempre le stesse
10-12 canzoni: voce strascicata, chitarroni, ballatoni...due palle
che in Be Here Now duravano più di 70 minuti, decisamente troppo.
Poi crebbi (ah il passato
remoto che torna a galla quando leggi autori toscani...), la faida
Blur-Oasis si spense abbastanza velocemente così come era stata
montata dalla stampa britannica e io cominciai ad ascoltare
tutt'altro, fregandomene altamente dello scioglimento o quasi di
entrambi i gruppi, ma sempre attento a chi riusciva a non ripetersi.
Oggi, passati più di 10
anni, mi ritrovo a sentire per radio o nei miei raccoltoni di mp3
qualche canzone di Blur e Oasis e, pur con fastidio, devo ammettere
che i classici degli Oasis sono invecchiati meglio di quelli dei
Blur.
Si, il cambiamento, si, il
coraggio di affrontare nuove sfide e la forza di ripresentarsi con un
nuovo album in un'epoca che non è più la loro (l'ultimo The Magic
Whip datato aprile 2015), ma Wonderwall rimarrà un classico senza
tempo mentre Beetlebum può essere solo una canzone figlia degli anni
'90.
Tutto questo sproloquio
musicale-nostalgico per dire cosa?
Che forse Fabio Genovesi
qualche limite come scrittore ce l'ha.
I suoi personaggi dalla
parlata fin troppo semplice (in Esche vive era Fiorenzo, qui è
Mario), quelli troppo attaccati al Rock (ancora Fiorenzo confrontato
a Nello), quelli che finita l'università hanno perso completamente
la bussola (là Tiziana, qui Renato) e quelli che, nonostante tutto
l'autocontrollo imposto, vengono presi da passioni troppo forti
(nuovamente Tiziana confrontata a Roberta). Gli incipit nostalgici
ambientati in un passato che non è più e i finali non finali con i
personaggi lasciati a correre da soli.
Ma io non ho più 16 anni
e se tu scrittore hai uno stile immutato che ti permette di
scrivere una nuova storia dove, cambiando l'ordine degli addendi, il
risultato fantastico non cambia, beh, a me piaci comunque.
Basta che alla prossima
non mi presenti un Be Here Now.
VERSILIA ROCK CITY
AUTORE: Fabio Genovesi
GENERE: Romanzo di formazione (senza adolescenti)
VOTO: 8,5
Di che si parla
Commedia,
Drammatico,
Formazione,
Genovesi Fabio,
Libro
martedì 6 ottobre 2015
SCIENTIFICITÀ E UMORISMO DI MERDA
Ho visto qualsiasi cazzata nei film di fantascienza.
Dagli alieni cattivi a
quelli buoni, dagli asteroidi che vengono fatti saltare per aria da
personaggi eroici a quelli che mettono finalmente fine alla vita
sulla Terra, dai cloni alle navicelle impazzite, dai viaggi nel tempo
a quelli nello spazio oltre la velocità della luce, dagli alieni che
cambiano sesso a quelli che cambiano forma e blablablabla.
Potrei andare avanti per
ore ad annoiarvi di vaccate fantascientifiche che non stanno né in
cielo né in Terra, di idee assurde che nessuna persona sana di mente
avrebbe partorito e a cui comunque sono stato dietro, sforzandomi di
calarmi nell'irrealtà della situazione pur di gustarmi quel film (o
quel libro).
Non ho mai fatto caso più
di tanto alla provata scientificità di una vicenda perché per me
non è quella a rendere importante una storia di fantascienza. Per
quale motivo avrebbero aggiunto il suffisso fanta? Dove sta la
fantasia in un libro di Arthur C. Clarke in cui ad ogni minimo
spostamento nello spazio-tempo ci si affanna a spiegare come sia
potuto scientificamente accadere? E soprattutto: a cosa serve la
sospensione dell'incredulità?
Date le premesse di cui
sopra, The Martian non avrebbe dovuto piacermi.
E invece.
E invece mi ha fatto
letteralmente cagare.
Presentato come uno dei
film fantascientifici più rigorosamente scientifici degli ultimi
anni, con budget faraonico, regista delle grandi occasioni
(nonostante Scott sia bollito da troppi anni a questa parte e chi non
ci crede si guardi Exodus- Dei e Re e stia zitto per sempre) e cast
di tutto rispetto, The Martian parte subito con il botto con una
scena iniziale che fa davvero sperare per il meglio.
C'è adrenalina, c'è una
grande fotografia e una scena vagamente confusa in cui si capisce ben
poco di cosa sta esattamente accadendo a chi, ma è tutto voluto.
Dopo la partenza della navicella da Marte (siamo nei primissimi
minuti) la vicenda comincia davvero a delinearsi e, incredibile a
dirsi, si cominciano a vedere le prime crepe: i personaggi sulla
Terra.
Non c'è uomo non
astronauta in questo film di terra rossa e patate coltivate in modo
biologico (ci arriveremo) che non vi sembrerà un'idiota o una
macchietta: c'è il supermegacapo della Nasa col tono profondo di
voce che decide tutto lui, ma si fa mettere i piedi in testa da
chiunque, c'è Boromir che per una volta non muore perché proprio
non gli è possibile morire mentre non fa nulla per tutto il film,
c'è un giappu-americano ciccione che dà sempre i tempi di consegna
del suo lavoro come se fosse un italiano, viene quindi ripreso dal
capo e si corregge dicendo che ce la farà anche nella metà della
metà del tempo perché tanto evidentemente ha licenziato gli
italiani e ha assunto dei cinesi che lavorano giorno e notte, c'è
una donna bionda che sta al computer e nota cose sugli schermi (solo
lei in mezzo a centinaia di altri subumani di cui si vedono solo i
capelli) e un nero a cui è riuscito bene il ruolo dello schiavo un
paio d'anni fa e non si sa come si è ritrovato qui a fare il
direttore della missione su Marte che però, ancora troppo preso dal
ruolo dello schiavo, si diverte ad avere illuminazioni e
scarabocchiare quadri del pianeta rosso che trova in giro per gli
uffici.
E L'Oscar per chi sta meglio seduto con la bocca aperta va a....
E poi c'è lui: il nero
simpatico.
Quello che se fossimo
stati negli anni '80 di sicuro ci trovavi Eddie Murphy a ridere come un semo, ma siccome siamo nel 2015 e ai neri simpatici nei film non ci
crede più neanche Eddy Murphy stesso, ci hanno messo uno qualsiasi
di cui non voglio neanche andare a vedere il nome, lo chiameremo nero
simpatico.
Si da il caso che da
qualche anno a questa parte vadano di moda i nerd, non che abbia
qualcosa in contrario per carità, io lo sono fin troppo, ma la cosa
sembra ormai un po' sfuggita di mano: dalla moda alle serie tv tutto
è simpaticamente ed insopportabilmente nerd.
Quindi il nero simpatico è
anche nerd, ma essendo un nero simpatico è anche strafatto (di
caffeina o altro, non lo sapremo mai con esattezza) e alla prima
occasione lo vediamo entrare in scena come i peggiori personaggi dei
più brutti film di fantascienza anni '90 che vi vengono in mente. Il
nero simpatico dorme, inciampa, si mette al computer, beve il caffè,
finisce il caffè, vuole altro caffè, inciampa di nuovo, cade, si
mette al supercomputerone della Nasa che è proprio proprio grande
grande e con un portatile risolve un problema incredibile che
migliaia di Nasisti erano ormai con le cervella fuse a forza di
ragionarci. Non contento va dal capo che ha la voce sempre più
grossa, lo piglia per il culo e con un bicchiere vuoto gli dimostra
la sua grande teoria a cui nessuno è arrivato nel giro di mesi e
mesi. Ovviamente tutto in simpatia tra versi insopportabili e
scenette che neanche Benny Hill all'ospizio.
Oh si è nerd, guardate quanto è nerd quando si mette in piedi sul letto con la scala per andare a scarabocchiare là in alto! ed è pure scientifico, lo scrive pure... SCIENCE!
Ma ritorniamo su
Marte.
A milioni di chilometri di
distanza e a un'ora circa dalle vicende del nero simpatico (che
grazie a Dio compare solo dopo la prima metà del film), dove ci sarà
sempre e solo Matt Damon, un botanico astronauta della Nasa.
Un botanico.
Matt Damon si estrae del
metallo dalla pancia e si cuce, Matt Damon mangia e ragiona, Matt
Damon disseppelisce vecchie navicelle spaziali, Matt Damon costruisce
cose, Matt Damon guida, caga e dorme, Matt Damon ha le intuizioni e
Matt Damon crea l'acqua. Poi non contento Matt Damon trova delle
patate sottovuoto lasciate lì per il giorno del Ringraziamento
(boh...), le pianta, ci mette della cacca umana liofilizzata come
concime e le fa crescere.
Nel frattempo Matt Damon
(lo chiameremo d'ora in poi McGyver perché mi sembra più giusto)
ascolta dell'orrenda discomusic e non si perde mai d'animo nemmeno
nelle sfighe più tremende, arrivando ad urlare per ben tre volte
“God” quando qualcosa andrà talmente storto da esser ormai più
di là che di qua.
Quindi Santo McGyver si
riprende dalla batosta perché lui è un vero americano intelligente
che risolve tutto con il suo megacervello (altro che computer Nasa e
neri simpatici) e riesce, con una superdieta a base di caccapatate e
medicine come condimento, ad andare avanti ancora per un'altra ora di
film.
E gli astronauti ex
compagni di Mc? No, non me li sono dimenticati.
Gli amici stronzi che lo
hanno abbandonato per sbaglio hanno una parte fondamentale nel film e
incredibilmente paiono anche i personaggi meglio scritti dell'intera
sceneggiatura: parlano come persone dotate di un cervello, si muovono
senza inciampare e ragionano quasi normalmente. Tolto un momento di
follia generale in cui la canzone Starman di David Bowie dà il via
ad una serie di scenette dementi riguardanti l'intero cast (mi vedo
anche Scott divertito mentre si mangia le caccole nascondendosi
dietro la camera mentre a me viene un ictus per la rabbia), i
loro rimangono i momenti migliori di un film che fa della
scientificità e dell'umorismo di merda il suo punto forte.
Non mancheranno poi:
- personaggi dalla voce profonda che dicono guardando in camera: “a meno che qualcosa non vada storto”, cambio scena e disastro totale;
- Computer con lo schermo spesso mezzo metro al servizio della Nasa;
- Michael Peña, insopportabile anche se interpretasse un personaggio muto;
- Cinesi con segreti militari che, dopo 10 secondi di indecisione, ostentano il loro “volemose bene” come neanche la Ferilli quando pubblicizza i divani;
- finali con gente che vola come Iron Man.
E insomma si, The Martian mi ha fatto veramente cagare.
E il problema è che non ho nemmeno le patate da coltivare.
THE MARTIAN – SOPRAVVISSUTO_THE MARTIAN
REGIA: Ridley Scott
ANNO: 2015
GENERE: Fantascienza
VOTO: 4,5
venerdì 25 settembre 2015
BUIO TOTALE
Questa recensione è stata scritta il 20 febbraio 2012 e rivista completamente il 25 settembre 2015
Uomini che, con la finezza e la perizia di un bambino di 4 anni impegnato a disegnare il ritratto della propria mamma (solitamente un tondo con due puntini per gli occhi e una righetta per la bocca…aggiungiamoci un punto per il naso), costruiscono i personaggi dai nomi improbabili di un romanzo probabile solo (forse) sul piano scientifico.
Uno scritto che vorrebbe essere fantascientificamente sconvolgente ma che si mostra in realtà come un incrocio mal riuscito tra un apocalittico, un giallo (abbandonato a metà) e un post-apocalittico dove la tensione non ha un climax ascendente: semplicemente ad un certo punto esplode in picchi irreali per poi riaffondare al di sotto della Fossa delle Marianne.
“Crepuscolo” in particolare, ci tengo a ribadirlo, è una nota dolente fatta di banalità sconcertanti e svolte impreviste quanto l’uovo di Pasqua a Pasqua, ma l’intero romanzo soffre di un impianto narrativo costruito (perdonatemi l’eufemismo) con quel buco del corpo maschile che non è la narice o l’orecchio (e non parlo dell’ombelico).
Asimov e Silverberg saltano continuamente a piè pari interi passaggi di narrazione per poi farne un sunto mal riuscito nelle pagine successive e si ritrovano chissà come sul finale con un centinaio di cose da chiarire (Amgando?) che non verranno mai chiarite, con una decina di personaggi eliminati per pure esigenze di copione o semplicemente scomparsi, ma soprattutto con due protagonisti di cui non sanno che farsene.
Non anticiperò nulla, ma quale senso ha la svolta finale?
Non poteva qualche anima di buon cuore far presente al Basettone e a Silverberg che c’è una differenza sostanziale tra un finale aperto e un non finale tranciato a metà con la grazia di un’ascia male affilata?
Da cosa è dettata la scelta di Theremon e Siferra?
È come se domani, che ne so, Berlusconi diventasse segretario del Pd perché ha scoperto che i Comunisti non mangiano i bambini.
Vi sembra ragionevole?
Se si comprate Notturno, non ve ne pentirete.
PS: Evito di commentare gli ammiccamenti al lettore con la storia di un pianeta con un unico sole perché sono una brava persona e perché in fondo il paragrafo post apocalittico ambientato sull'autostrada qualche brivido me l'ha regalato.
NIGHTFALL- NOTTURNO
ANNO: 1990
AUTORE: I. Asimov, R. Silverberg
GENERE: Fantascienza
VOTO: 4
Chiariamo subito: le prime
150 pagine di Notturno sono tra le peggiori pirlate fantascientifiche
che io abbia mai letto, visto e immaginato.
Non per colpa di chissà quale traduzione orripilante (vedi Urania), taglio becero (vedi Urania) o edizione con le pagine di carta igienica gialla che si staccano dalla copertina mentre leggi (vedi… Urania).
Semplicemente la prima lunga parte intitolata “Crepuscolo” è l’antilibro, “Il manuale per come non scrivere un libro di fantascienza”, il “Plan 9 From Outer Space” della narrativa fantascientifica.
Lasciate perdere la questione “racconto allungato” che lo riguarda (operazione già fin troppo discutibile), quel che non va in Notturno è qualcosa di molto più grave della famosa “buona idea sfruttata male”.
“Crepuscolo” (e in larga parte l’intero tomo) è a tutti gli effetti un concentrato di banali errori dilettantistici che ti potresti aspettare dal signor Pinco Pallo alle prese con il suo primo romanzo, non da due scrittori di fantascienza affermati di cui uno è considerato (a ragione) uno dei Padri fondatori.
Qui si parla di 150 pagine colme di personaggi insignificanti che parlano e si muovono come marionette scassate su di una scenografia fatta con la cartapesta e il vinavil stile “recita di Natale all’asilo” (nemmeno all’oratorio), una scenografia che talvolta traballa a tal punto da far venire serissimi dubbi al lettore sui suoi presunti scrittori.
Uomini, questi ultimi, che
si premurano in una breve introduzione di chiarire che non verranno
usate strane parole inventate per questo pianeta alieno, ma che, dopo
poche pagine, si ritrovano a scrivere di un bar dove vengono serviti
cocktail impronunciabili ispirati ai nomi dei cinque soli che
illuminano questo immenso cartapestaio che è Kalgash.Non per colpa di chissà quale traduzione orripilante (vedi Urania), taglio becero (vedi Urania) o edizione con le pagine di carta igienica gialla che si staccano dalla copertina mentre leggi (vedi… Urania).
Semplicemente la prima lunga parte intitolata “Crepuscolo” è l’antilibro, “Il manuale per come non scrivere un libro di fantascienza”, il “Plan 9 From Outer Space” della narrativa fantascientifica.
Lasciate perdere la questione “racconto allungato” che lo riguarda (operazione già fin troppo discutibile), quel che non va in Notturno è qualcosa di molto più grave della famosa “buona idea sfruttata male”.
“Crepuscolo” (e in larga parte l’intero tomo) è a tutti gli effetti un concentrato di banali errori dilettantistici che ti potresti aspettare dal signor Pinco Pallo alle prese con il suo primo romanzo, non da due scrittori di fantascienza affermati di cui uno è considerato (a ragione) uno dei Padri fondatori.
Qui si parla di 150 pagine colme di personaggi insignificanti che parlano e si muovono come marionette scassate su di una scenografia fatta con la cartapesta e il vinavil stile “recita di Natale all’asilo” (nemmeno all’oratorio), una scenografia che talvolta traballa a tal punto da far venire serissimi dubbi al lettore sui suoi presunti scrittori.
Uomini che, con la finezza e la perizia di un bambino di 4 anni impegnato a disegnare il ritratto della propria mamma (solitamente un tondo con due puntini per gli occhi e una righetta per la bocca…aggiungiamoci un punto per il naso), costruiscono i personaggi dai nomi improbabili di un romanzo probabile solo (forse) sul piano scientifico.
Uno scritto che vorrebbe essere fantascientificamente sconvolgente ma che si mostra in realtà come un incrocio mal riuscito tra un apocalittico, un giallo (abbandonato a metà) e un post-apocalittico dove la tensione non ha un climax ascendente: semplicemente ad un certo punto esplode in picchi irreali per poi riaffondare al di sotto della Fossa delle Marianne.
“Crepuscolo” in particolare, ci tengo a ribadirlo, è una nota dolente fatta di banalità sconcertanti e svolte impreviste quanto l’uovo di Pasqua a Pasqua, ma l’intero romanzo soffre di un impianto narrativo costruito (perdonatemi l’eufemismo) con quel buco del corpo maschile che non è la narice o l’orecchio (e non parlo dell’ombelico).
Asimov e Silverberg saltano continuamente a piè pari interi passaggi di narrazione per poi farne un sunto mal riuscito nelle pagine successive e si ritrovano chissà come sul finale con un centinaio di cose da chiarire (Amgando?) che non verranno mai chiarite, con una decina di personaggi eliminati per pure esigenze di copione o semplicemente scomparsi, ma soprattutto con due protagonisti di cui non sanno che farsene.
Non anticiperò nulla, ma quale senso ha la svolta finale?
Non poteva qualche anima di buon cuore far presente al Basettone e a Silverberg che c’è una differenza sostanziale tra un finale aperto e un non finale tranciato a metà con la grazia di un’ascia male affilata?
Da cosa è dettata la scelta di Theremon e Siferra?
È come se domani, che ne so, Berlusconi diventasse segretario del Pd perché ha scoperto che i Comunisti non mangiano i bambini.
Vi sembra ragionevole?
Se si comprate Notturno, non ve ne pentirete.
PS: Evito di commentare gli ammiccamenti al lettore con la storia di un pianeta con un unico sole perché sono una brava persona e perché in fondo il paragrafo post apocalittico ambientato sull'autostrada qualche brivido me l'ha regalato.
NIGHTFALL- NOTTURNO
ANNO: 1990
AUTORE: I. Asimov, R. Silverberg
GENERE: Fantascienza
VOTO: 4
Di che si parla
Asimov I.,
Fantascienza,
Libro,
Silverberg R.
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