domenica 2 dicembre 2007

IN THE VALLEY OF ELAH- NELLA VALLE DI ELAH

Deve essere una regola: il giorno dopo aver recensito un film d' animazione in 3d vado sempre incontro ad una pellicola con una locandina che già dice tutto e che si dimostra invariabilmente brutta (il caso precedente è rappresentato da "I Robinson" - "Lo Spaccacuori".

Quando ho visto quella bandiera americana rovesciata dopo pochi minuti dall’ inizio mi sono subito venuti dei dubbi.
Ho pensato: eccolo qui.
Me lo sono beccato il filmone americano pieno di retorica e patriottismo e di “guarda la guerra come distrugge i buoni” e “guarda i cattivi come sono cattivi”.
Ho pensato alla scarsa scelta che ho avuto (ancora Boldi dopo tre settimane oltre a “Winx”, “Diario di una tata” più un paio di film di cui non ricordo nemmeno il titolo) e mi sono convinto che poi tanto male non poteva essere.
Ho osservato con attenzione la faccia rugosa di Tommy Lee Jones nei primi piani estenuanti di Paul Haggis e ho provato a convincermi di aver fatto la scelta giusta.
Sono rimasto in sala, un po’ scocciato dalla lentezza imperante che si fa strada fin dalla prima immagine, ma sono rimasto in sala.
Ho assistito all’ ennesima storia di un ex militare che ha convinto i due figli ad entrare nell’ esercito (“perché se non fossero entrati non si sarebbero mai sentiti degni di questa famiglia!” quante volte avete sentito questa frase?) e li ha visti morire entrambi ma sono rimasto in sala.
Ho visto l’ orologio che il padre ha donato al figlio minore prima che questi partisse per la guerra (e mi sono immaginato Pulp Fiction con tutte le conseguenza del caso) ma sono rimasto in sala.
Ho sopportato la solita scenetta dell’ americano che pesta il messicano dopo uno degli inseguimenti più lenti della storia del cinema e alla fine della pellicola si scusa per il suo errore, ma sono rimasto in sala.
Ho guardato per due ore circa un thriller-drammatico (esiste?) lento in maniera quasi imbarazzante e sono rimasto in sala.
E mentre osservavo le due espressioni di Tommy Lee Jones, la Theron che cercava di dare un senso al suo personaggio con un interpretazione discreta e la Sarandon piangere per i ¾ del film mi chiedevo se ne valeva davvero la pena.
Se davvero Paul Haggis con una storia del genere (quest’ uomo ha scritto “Million Dollar Baby”! Da dove gli è uscita questa cosa?) e una regia così scarna pretende qualcosa (Oscar alla tristezza?) o lo ha fatto solo per sfizio personale.
Ho letto da qualche parte che Tommy Lee Jones in questa pellicola recita per sottrazione.
Fosse solo lui! È il film ad andare avanti per sottrazione.
Sottrazione di una colonna sonora (no musica = più realismo toccante avranno pensato).
Sottrazione di ambientazioni: si gira praticamente tra quattro mura adattate a seconda della scena a caserma, motel, ufficio di polizia e due esterni.
Sottrazione di regia (si può dire?) che diventa un semplice susseguirsi di scene immobili alternate a primi piani glaciali, come se questo potesse in qualche modo convincere lo spettatore della veridicità della vicenda.
Insomma a forza di sottrazioni al film non rimane davvero nulla se non un rigurgito di nazionalismo e di antimilitarismo (come potrebbe sostenerlo un bambino) talmente inverosimile e ridondante che potrebbe darvi alla testa.
Certo, non dubito che a qualche americano convinto questo “In The Valley Of Elah” potrebbe anche piacere ma io mentre Tommy Lee Jones si impegna a fine pellicola ad issare nuovamente la bandiera degli Usa rovesciata mi stavo già alzando e al primo titolo di cosa sono scappato dalla sala.
E ho pensato che forse le Winx non erano poi una brutta idea.
Ma anche no.
REGIA: Paul Haggis
ANNO: 2007
GENERE: Thriller-drammatico
VOTO: 5 (se proprio dovete scegliere tra questo e World Trade Center guardate questo.. ma se potete evitate entrambi!)
QUANTO è INVECCHIATO MALE TOMMY LEE JONES: 10 (ha 61 anni e ne dimostra 80!)
CONSIGLIATO A CHI: Vuole riflettere sulla situazione americana oggi come farebbe un mulo.

sabato 1 dicembre 2007

RATATOUILLE

E dopo una delle recensioni più lunghe in assoluto (Alexander) ecco la più breve...se volete chiamarla recensione.

Per molti versi la professione del critico e` facile, rischiamo molto poco pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio. Prosperiamo grazie alle recensioni negative che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realta` a cui ci dobbiamo rassegnare e` che nel grande disegno delle cose anche l'opera piu` mediocre ha molta piu` anima del nostro giudizio che la definisce tale. Ci sono occasioni in cui un critico qualcosa rischia davvero: ad esempio nello scoprire e difendere il nuovo.
[…] Non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque.
REGIA: Brad Bird, Jan Pinkava
ANNO: 2007
GENERE: Animazione (e molto di più!)
VOTO: 7,5 (ridimensionato di molto dopo una seconda visione, a differenza dei grandi capolavori Pixar il topino non riesce a tener duro anche alla seconda)
CONSIGLIATO A CHI: Vuole godersi uno dei film d’ animazione in 3d più belli di sempre (competono solo “Monsters & Co.” ,“Alla ricerca di Nemo” e “Toy story” a mio parere)
QUANTO ERO EMOZIONATO SUL FINALE: 10 (e che ci posso fare?)

giovedì 29 novembre 2007

ALEXANDER

PREMESSONA: Siccome non mi piace starmene a far sempr le solite recensioni e questo è un film gigantesco (per mole, regista e tutto quel che volete) vi ho fatto aspettare qualche giorno in più per una recensione ma ora do il via a un megaesperimento che sarà difficile da replicare, si tratta di due recensioni completamente diverse di me e Leo (come modo di scrivere, come idee, come tutto!) più una sua piccola appendice su una serie animata (che si trova tra le due) sempre su Alessandro Magno.
Chiedo perdono a tutti voi se il tutto risulterà troppo pesante ma ho fatto in modo che le recensioni si possano leggere separatamente in modo che possiate scegliere voi la più adatta ai vostri gusti e di conseguenza commentare quella che vorrete alla fine di questo gigantesco post e chiedo perdono anche a Leo che non sapeva niente di questa cosa fino ad ora.
La prima recensione che trovate è la sua, seguita da quella sulla serie animata e infine dopo la terza locandina potrete trovare la mia.
E con questo ho finito.
Buona lettura, spero che apprezzerete lo sforzo e non sentitevi in obbligo di leggere tutto insieme!


BY LEO

168 minuti. Colore. Musica di Vangelis (per lui, solo nomi legati indissolubilmente alla musica: “Blade Runner”, “Chariots Of Fire”, “1492: La Conquista del Paradiso”...). Con Colin Farrell (Alessandro Magno). Anthony Hopkins (Tolomeo). Val Kilmer (Filippo il Macedone, padre di Alessandro). Angelina Jolie (Olimpiade, madre di Alessandro). Rosario Dawson (Moglie persiana di Alessandro). Regia di Oliver Stone.

Ecco il film. Aderenza o meno alla storia non importa. Questo racconto reggerà agli anni, alla consunzione della pellicola, ai tarli. In questo film c’è tutto l’umano. Passione, amore, ambizione, distruzione, psicologia, guerra... Homo sum, humani nihil a me alienum puto.
Questo è un film che amo.
Oliver Stone è riuscito là dove altri hanno sbagliato, fallendo.
Stone ci ha dato il respiro della sabbia, il sommesso pianto delle onde dell’ignoto inconscio che da sempre si agita sotto le coperte sicure della civiltà, ci ha restituito un Bildungsroman degno della più grande tradizione lirica. Ci ha concesso di prendere parte al banchetto degli dèi e ai problemi di rimozione e identificazione dell’uomo col padre e con la madre.
Questo è Alexander.
Due ultimi grandi dizionari del cinema appena usciti nella versione nuova di zecca 2008 – grandi per mole e per importanza – lo hanno o bocciato irreparabilmente (voto pari ad “Alien vs. Predator” , e non è un complimento come potete vedere dalla recensione di deneil!!!!], o giudicato un film in cui Oliver Stone è riuscito ad essere “noioso”.
Lasciate stare i dizionari. Fateveli voi stessi. Guardate e giudicate voi, ma non cedete mai alle lusinghe o alle stroncature dei critici. Consultateli ma non fatevi ingannare.
Questo è grande cinema.

Alessandro Magno è un mito.
E’ l’uomo che ha varcato le soglie del conoscibile per approdare là dove nessuno si avviò mai, vedendo cose mai viste e respirando i venti creatori qui mai aspirati nei polmoni. E’ l’uomo che ha fatto fluire il corso della storia aderendo al suo destino, fino alla morte, fino al sogno e oltre quest’ultimo.
Alessandro è un re.
Ancora oggi ci sono popolazioni afgane che hanno occhi azzurri, che si fanno chiamare discendenti di “Iskandar”, i figli dei macedoni di Alessandro. Alexandreia Eschate, l’ultima delle città da lui fondate, pendeva alle soglie del conosciuto, là dove nessun greco potè mai aspirare di arrivare. Il Cairo, l’Alessandria prima, la città delle meraviglie, del porto sul delta del fiume, faro dell’unione tra il mondo egizio e quello greco, saggezza platonica tra Oriente ed Occidente, che darà nuova linfa al regno eterno/etereo del Nilo.
Alessandro, il dio.
Colui al quale l’oracolo di Ammone decretò nell’oasi africana la futura reggenza dell’Asia, del mondo. E così lo ricordiamo nei Cantari di gesta medievali dell’Europa intera, trasfigurato e sospeso nel simbolo della sua stessa esistenza.
Alessandro, il sapiente.
Il discepolo di Aristotele, a sua volta edotto da Platone. La biblioteca di Alessandria, la più vasta raccolta di manoscritti del mondo antico, labirinto del quale solo Borges saprà ritrovare le chiavi.
Alessandro, il continuatore dell’opera del padre, Filippo, al quale fu legato a vita da un rapporto conflittuale; il ruolo della madre, l’Olimpiade cara al culto del serpe, misteriosofico simbolo lunare e della fecondità, ambigua sintesi di maschile e femminile. Ambigua come la splendida Angelina Jolie, finalmente grande in un ruolo che le si incolla addosso con una malizia da Afrodite classicheggiante.
Alessandro, colui che compie gli oracoli, il prescelto, colui che tagliò il nodo gordiano.
Precursore dei tempi, portatore dell’idea della fusione dei popoli, fece sposare donne persiane ai suoi macedoni, i soldati e i comandanti che lo seguirono fino alla fine, e che gli succedettero spartendosi il regno enorme in porzioni di regalità.
I diàdochi. E tra questi Tolomeo, quell’ Anthony Hopkins che alla fine del film, ci lascia con un explicit da antologia: i sognatori ci dissanguano, ci fanno morire letteralmente dentro. I sognatori sono un ostacolo alla vita normale. Loro, sono pazzi che danzano scalzi sulle note di un mare che soli vedono. Folli, che riescono a precorrere i tempi. Dementi, che soli possono portare fino alla fine i propri ideali.
Per questo i sognatori sono grandi. Per questo vedono al di là. Perché siamo noi i veri ciechi, le “normali persone di tutti i giorni”. E per questo devono spegnersi, per non consumarci la nostra mediocrità.
Per questo devono morire come hanno vissuto. Nel sogno, avvolti dalle nebbie fitte dei misteri della storia che, proprio per la loro natura, sono le verità più banali.
Colin Farrell interpreta Alessandro riuscendo a centrare in pieno la follia pacata, le braci del Sogno che infiammano di colpo la vista offuscata del Macedone, in squarci di lucida follia.
INTERMEZZO
Togliamoci subito un sassolino dalla scarpa trattando del protagonista Farrell e sia chiaro: le tinture dei capelli esistevano già da tempo immemore, e non è irreale che Alessandro avesse quel colore di capelli con la ricrescita. Le donne egizie conoscevano già la depilazione con la cera e le pinzette di metallo, tanto per fare un esempio stupido. Questo perché – all’uscita del film, anni fa, ormai – mi era capitato di leggere un attacco indebito circa l’acconciatura di Farrell, “così anni 80, ossigenato e metrosexual”!!! Assurdo.
Così anche il tema della bisessualità è stato di gran lunga bistrattato dai media, ma si deve considerare che all’epoca era cosa socialmente normale, nel mondo grecofono, e anche nella Persia asiatica. Tengo a precisare che questo tema ha un ruolo così minimo che la discussione è sterile a priori e nuoce al tema e allo svolgimento del film.
Concludo ricordando che comprendere non significa certo giustificare né fare delle sottili apologie; solo inquadrare il problema per capirlo. E certamente il film di Stone avrebbe meritato dai media un briciolo di attenzione in più.
FINE INTERMEZZO
Val Kilmer è perfetto nel ruolo di un padre autoritario e ambivalente nei confronti del figlio, Filippo, il re di Macedonia che ha già assoggettato la Grecia delle pòleis e che progetta di invadere la Persia, per liberare le città greche della costa anatolica-egea .
Ma, a sorpresa, la palma d’oro va alla perfida Jolie, credo mai brava come in questo film. Affascinante, la cui mente appare maledettamente infestata da culti ofidici e la cui figura ristagna attorniata da serpenti che pungono la mente del giovane Alessandro.
Perfida, nella lotta con il padre per il possesso, spesso al limite della carnalità incestuosa, del giovane Alessandro.
Magnifica, nell’abbandono voluttuoso di una giovane madre che ha definitivamente associato mentalmente al figlio il padre, confusione sessuale di ruoli che imperverserà nella psiche del futuro re di Macedonia.
A metà tra ricerca del confronto con la figura paterna e la sua approvazione, e spinto dalla sete ambiziosa di potere della madre, morbosa nel suo attaccamento disperato al figlio, Alessandro si muove fino ai limiti estremi della lucidità umana, fino ai confini del mondo.
Bisognerebbe dare a questo film la giusta dimensione; se non siete convinti non avvicinatelo; riprendetelo quando avrete tempo e voglia di viverlo. Altrimenti, aspettate. Ogni cosa ha il suo tempo e luogo giusto, come si diceva in quel di “Pic-nic at Hanging Rock” (altra pietra miliare).
E rimettiamo quella scena del confronto titanico di Alessandro a cavallo di Bucefalo, lanciato furioso e obnubilato dalle sue visioni di morte, contro un elefante indiano e le schiere di soldati nemici. Rallentatore sapiente. Filtro fotografico virato rosso. Suoni in sordina. Tutto è immerso in un’atmosfera incantata e terribile. Tutto appare come visto nel sangue della fine dell’apogeo, della discesa a terra dell’aquila conquistatrice macedone, uccello che tornerà in seguito a portare con sé Alessandro nell’oltretomba degli eroi, in un clima degno della regalità sciamanica d’altri tempi. Non per altro siamo nella Persia asiatica.
E riguardiamo ancora l’immagine trasognata di Alessandro avvolto dalla pesante porpora regale sui monti della catena himalayana: mai sullo schermo, almeno dalla seconda metà dei novanta, abbiamo assistito ad uno sguardo tanto romantico, tanto da riuscire a ricreare quell’ atmosfera del quadro di Friedrich, il Monaco sulla spiaggia del 1808 - 1810, esposto a Berlino. Sembra quasi che di fronte alle montagne che lo bloccano, tutta l’opposizione della Sensucht, del senso di limite e del suo attraversamento non possano nulla contro una natura che a guardarla per intera pare ti si strappino le palpebre tanto c’è da vedere, oltre le montagne e tutta quella eterna, dannata distesa di bianco neve che brucia gli occhi.
Ma andrà avanti.
E vincerà tutte le battaglie, arrivando ad oggi, nell’aura delle più grandi leggende dell’umanità. Alessandro il Grande.
Colui che porta in sé il germe della disperazione, dell’inutilità e della vacuità di tutte le cose, vanitas vanitatum.
Colui che solleverà il nome dell’Uomo accanto a quello degli dèi, novello Prometeo che concesse agli uomini il dono del fuoco.
Colui che possiede un occhio scuro come la morte, e un occhio azzurro come il cielo.
Colui che arrivando al Fine, all’Oceano, al Niente, ci lasciò il ricordo dell’impresa più grande.


“Fiumane che passai! Voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorìo, che resta.

Montagne che varcai! dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidiate.

Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era il miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:

il Sogno è l’infinita ombra del Vero.”

Giovanni Pascoli, “Alexandros”, 1895 (pubblicato nel 1904 in “Poemi Conviviali”)


[Oliver Stone s’avvalse della consulenza del maggior biografo vivente di Alessandro Magno, Robin Lane Fox, che ha assicurato al film una veridicità assoluta. Purtroppo il film è andato male ai botteghini, schiacciato dalle inutili e futili polemiche sul colore dei capelli di Alessandro e sulla sua bisessualità, in ogni caso componenti assolutamente minoritarie dell’impianto del film. Peccato.]

REGIA: Oliver Stone
ANNO: 2004
GENERE: Azione, Storia, Dramma
VOTO: 10+
CONSIGLIATO A CHI: sono piaciuti i film storici, ma anche a chi pensa che Colin Farrell non sia bravo a recitare [sì, lo so, era Bullseye nell’indecoroso “Daredevil”, ma a tutti capita di sbagliare le prime volte, no?!?]
QUANTO VORREMMO AVERE AVUTO LE TURBE ADOLESCENZIALI DI ALESSANDRO NEI CONFRONTI DI UNA MADRE COME ANGELINA JOLIE: 9 [!]


BY LEO

APPENDICE – “ALEXANDER: CRONACHE DI GUERRA”
Volevo dedicare una scheda anche all’ ”Alexander: Cornache di Guerra” prodotto dalla Madhouse, di Peter Chung e Rintaro, serie anime TV di 13 episodi, ma mi sono accorto che questa non toglie nulla né potrebbe essere introduzione più precisa, trattandosi della medesima storia e del medesimo impianto narrativo, tenendo conto – peraltro e giustamente – della dilatazione temporale della narrazione (ciascun episodio copre una ventina di minuti circa). Trasmessa in illo tempore da MTV in Italia.
Nonostante alcune scelte grafiche (si insiste troppo su atteggiamenti ambigui da parte dei protagonisti maschili, tutti efebici e oltremodo effeminati, fino alla noia per alcuni poco riusciti), il lotto risulta essere una serie splendida, il cui tasto dolente forse è il commento musicale, azzeccato ma poco sfruttato e spesso sottotono e pasticciato (sarà problema della sola versione italiana?).
Da citare le discussioni filosofiche-cybe- uturistiche stupende, l’ambientazione e la cura dei personaggi (Aristotele e i Pitagorici sono pazzeschi! Vedere per credere!).
La resa grafica dei culti misterici dei Cabiri di Samotracia mi ha fatto pensare che gli animatori abbiano perlomeno letto qualcosa di Jung (cfr. “La Libido”...possibile?!?).
Una chicca: il tema “persiano” ricorda da vicino le armonie di “Gates Of Babylon” dei Rainbow di Ritchie Blackmore, e i giardini pensili di Babilonia mi hanno fatto pensare alle copertine progressive degli Yes, con quelle atipiche architetture biologiche di Roger Dean. Se volete vedere qualcosa di insolito e sorprendente, non perdete altro tempo e guardatelo!
L’ultima puntata è da antologia, tra deus ex-machina universali, rivelazioni psicologiche e destini incrociati di universi, uomini e dèi. Una gioia pura per gli occhi, e un ottimo risultato per quest’adattamento nipponico.
Mi aspettavo molto di meno, ma la pazienza è stata premiata con un buon risultato.

VOTO: 7,5 (ma attenzione!!! Il cartone animato può non piacere!!! Discussioni filosofiche come se piovesse e un’atmosfera da Blade Runner!!! Comunque è un’esperienza folle. Dagli stessi produttori di Aeon Flux, la serie Tv, non il film con Charlize Theron).


BY DEN

Premessa: questa recensione è stata scritta dopo aver letto la recensione di Leo di cui sopra quindi è possibile che vi siano riferimenti ad essa. Detto questo mi riprometto di scrivere in modo che voi tutti possiate leggere questo scritto indipendentemente. Lasciatemi solo evitare lo strazio di trascrivere cast e dettagli tecnici presenti nell’ incipit della recensione di Leo e una trama che ripercorre essenzialmente in lungo e in largo la vita di Alessandro Magno (e poi c’ è sempre Wikipedia!)

Su Alexander di Oliver Stone ne ho sentite e lette davvero di tutti i colori.
Dalle accuse sui capelli biondi di Colin Farrell a quelle sulla presunta omosessualità di Alessandro Magno tanto blaterata dalla stampa, dalla noia che ha provocato in molti critici “esperti” (fino ad arrivare ad un tipo di cui non cito il nome che sostenne il suo parteggiare per gli elefanti nella battaglia finale perché non ne poteva più!) all’ accusa di essere un film troppo epico, troppo falso, troppo bello, troppo sopra gli altri, troppo avanti, troppo tutto.
Appunto, troppo tutto.
Il difetto o pregio o quel che volete dei film di Oliver Stone è sempre quello alla fine: il troppo.
Può piacere, non piacere, nauseare e stancare ma sembra che Stone non sia davvero in grado di dominare il suo volere (chiamatelo estro, strafottenza, mania di grandezza, genio o come diavolo vi pare) che straripa da ogni angolo.
E questo Alexander cosa fa infine?
Segue i suoi predecessori.
Il progetto imponente di Oliver Stone di portare sullo schermo la vera vita di Alessandro il grande basandosi sugli studi del suo più grande biografo Robin Lane Fox si concretizza nel 2004 con un grande cast, un grande budget (154 milioni di dollari), grandi ambientazioni (per lo più si gira in Marocco per tagliare i costi) e grandi collaboratori (tra cui la grandiosa colonna sonora di Vangelis, si veda incipit recensione di Leo).
Si concretizza nel 2004 e nello stesso anno crolla brutalmente sotto le pesanti accuse della critica americana (la tinta dei capelli e blablabla) con un misero incasso mondiale di 133 milioni (solo 34 milioni negli Usa).
Ma al di la di questi sterili dati tecnici cosa si può dire di questa pellicola?
Credo che il difetto più grande dei lungometraggi di Stone siano i giudizi che se ne fanno.
Ogni volta è una battaglia, tra chi è pronto a dar la vita per difenderlo definendo ogni sua opera un capolavoro (IL capolavoro!) e chi lo bistratta malamente senza sapere neanche quel che dice (a volte mi sembra che l’ odio nei suoi confronti sia dettato da una grande invidia, ma è un’ impressione!)
Io, stranamente, questa volta mi colloco in mezzo.
Credo di aver visto più o meno tutte le pellicole storiche che sono uscite in questi ultimi anni e sono quasi sicuro che l’ unico metro di giudizio per una pellicola di questo tipo sia di confinarla nel suo genere (ancor più che altri tipi di film, che comunque uso giudicare a seconda della categoria a cui appartengono).
Non parlerei di capolavori assoluti tra “Il gladiatore” (che comunque ho molto apprezzato), “Troy” (per carità…), “Le crociate” (ne carne ne pesce) o “King Arthur” (che rientra in questa categoria solo per la tanto proclamata “reale vita di Re Artù” ma che considero sufficiente solo come film fantasy) ma di più o meno grandi film che non sanno mai distaccarsi troppo da certi clichè straabusati.
Chiedete ai mega ralenty, alle scene di guerra gloriose con il comandante che incita i soldati (che adesso con la computer graphica si fa la gara a chi crea l’esercito più grande!), ai grandi attori nei panni di muscolosi eroi con la voce altisonante, alle regie piene di voli pindarici sugli eserciti e alle colonne sonore magniloquenti.
Chiedete ad Oliver Stone e vedrete che il risultato è sempre quello, più o meno.
Certo Colin Farrell biondo (soprattutto quando è sbarbato) fa un po’ ridere ma vi assicuro che se avete visto Pitt- Achille questo è niente!
Senza dubbio Angelina Jolie che nella realtà ha 1 anno in più di Colin nei panni di sua madre vi farà un po’ sorridere nonostante incarni quello che noi tutti ci aspettiamo da Angelina, la femme fatale con i serpenti e le occhiate maliziose e i baci al figlio come sostituto del padre e via dicendo (ma non mi sbilancerei a definirla migliore interpretazione, che rimane, a mio parere, quella in “Ragazze interrotte” , forse l’ unica sua vera interpretazione).
Sono sicuro che Val Kilmer nei panni di Filippo il macedone farà la vostra gioia perché sembra il più adatto a quel tipo di ruolo così come Anthony Hopkins vi convincerà finalmente che non è un pazzo omicida cannibale.
E che dire di Jared Leto nei panni di Efestione, l’amico caro di Alessandro, che sembra tanto fuori luogo quanto una zucca di Halloween a Natale?
Oliver ce la mette tutta con la sua camera, scenografie meravigliose, immagini che rimarranno negli annali (quella di Colin sulle montagne è davvero uno spettacolo per gli occhi!), voli pindarici sugli eserciti (quelli non ve li toglie nessuno!) e sequenze da “guardate adesso che vi tiro fuori con un cavallo e un elefante” che fanno rabbrividire, peccato che tutto sia sempre troppo.
Stone si diverte (perché si diverte, non c’è altro motivo per cui avrebbe dovuto farlo!) a mettere qua e là un aquila che vola sul campo di battaglia e che ogni tanto ricompare fino alla sua caduta di fronte agli occhi di Olimpiade come sottile e mai utilizzata (????) metafora della morte di Alessandro ed esagera nelle pur bellissime e crudissime battaglie quasi che ti viene da chiederti se stai guardando una battaglia o uno scontro tra insetti (ma forse è proprio questo che il regista ci vuole comunicare).
Insomma la lunga pellicola (2ore e 40 minuti, ma credetemi con tutto questo materiale Stone si è già limitato! ) non delude assolutamente se si sopporta il genere ma eviterei di consigliarlo a chi non apprezza questo storico sontuoso in voga negli ultimi anni perché Alexander è Lo storico Sontuoso in voga negli ultimi anni.
A mio parere si piazza tra il Gladiatore (in testa) e il non troppo acclamato “Le crociate”.
Vorrei chiudere solo citando il fatto che qualcuno è riuscito a dare una stellina e mezza a questo film (su quattro) e tre e mezzo a quello scempio di Troy.
Il mondo è bello perché è vario si dice.
Si ma a un certo punto che tappino la bocca a qualcuno!
REGIA: Oliver Stone
ANNO: 2004
GENERE: Storico
VOTO: 7/8
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere Colin Farrell biondo, Val Kilmer senza un occhio e Jared Leto che fa lo scemo
QUANTO è SUPERIORE A QUELL’ IGNOBILE PELLICOLA CHE è WORLD TRADE CENTER: 10

mercoledì 28 novembre 2007

UNA VOLTA AVEVO... I CAPELLI

Cosa fa uno scrittore di blog (ma che definizione è??) quando gli manca qulcosa da pubblicare (o meglio ce l' ha ma deve ancora dargli una ritoccata!) e non ha una connessione internet fissa?
Se ne sta fermo direte voi!
Eh no! Io apro una rubrica, poco seria ovviamente perchè non voglio mi porti via molto spazio e che si ripresenterà ogni mercoledì..o meglio, vedremo se ripresentarla a seconda del successo o meno dell' operazione.
Ovviamente si parla sempre di cinema!
Insomma via a "Una volta avevo..."
Oggi il tema è:
I CAPELLI...VAI BRUCE!



martedì 27 novembre 2007

DR CYCLOPS


Riguardate un attimo le ultime recensioni.
Cosa sono tutte queste pellicole conosciute sul mio blog??
"1408", “Il padrino”, “Travolti da un insolito destino…”, “Lo spaccacuori”, “I robinson”, “Grass…” (beh oddio qui ci sarebbe qualcosa da obiettare!), “Elizabeth: the golden age”.
Dove sono finite quelle belle recensioni di film sconosciuti degli anni ‘20-‘30-‘40-‘50 prevalentemente di fantascienza che nessuno ha mai visto e che pochi avranno il coraggio di vedere?
Tranquilli.
Eccone qui una per voi, fresca fresca, appena sfornata!
“Dr Cyclops” nasce nel 1940 ad opera di Ernest Schoedsack (si, ancora quello di "King Kong"!) con la produzione della Paramount e del suo fidato amico Merian Cooper.
Ora immaginatevi questi due tizi.
Ne hanno viste di tutti i colori nel viaggio intrapreso con il popolo dimenticato in “Grass: a nation’ s battle for life” , hanno inventato praticamente dal nulla un mito cinematografico quale è King Kong, lo hanno addomesticato e reso simpatico e dolce agli occhi di molti nel seguito “Il figlio di King Kong”, si sono immaginati la storia di un cacciatore di uomini in “La pericolosa partita” e poi?
Come possono sopravvivere e continuare a splendere due personaggi del genere che hanno fatto della grandiosità e spettacolarità la loro parola d’ ordine?
Ovvio.
Continuando ad inventare nuove storie sempre più grandi e magniloquenti.
“Ma non esiste nulla di più grande di King Kong!” avrà esclamato spazientito Schoedsack un giorno sentendosi piccolo piccolo alla risposta di Cooper (a cui viene attribuita la maggior parte delle idee dei loro film): “Certo, ma questo solo ai nostri occhi!”
Già.
Noi umani alti tra il metro e settanta e i due metri siamo spaventati da un bestione di oltre quindici metri.. ma cosa direbbe una formica vedendolo?
E soprattutto: cosa direbbe un umano ridotto a 30 centimetri d’ altezza vedendolo?
Schoedsack e Cooper nel 1940 non crearono nuovi mostri giganteschi per farli concorrere con King Kong, semplicemente abbassarono l’ uomo.
La storia è semplice: 3 scienziati più un testardo allevatore di muli si recano nella giungla chiamati dal misterioso dottor Torkel che dice di aver bisogno del loro aiuto per esperimenti importantissimi.
Arrivati sul posto dopo giorni di viaggio i tre sono chiamati a guardare nel microscopio al posto del professore dalla vista bassissima e dagli occhiali spessissimi e prontamente invitati ad andarsene.
Ma il gruppo si rivolta, ne vuole sapere di più, vuole conoscere il motivo di tanta riservatezza del professore e andranno incontro (insieme all’ assistente Pedro già sul posto) alla sua furia: chiusi in una stanza con l’ inganno i 5 saranno colpiti da un raggio in grado di miniaturizzare gli esseri viventi (grazie alla quantità incredibile di uranio presente sul posto!) e rinchiusi in uno scatolino come cavie.
La restante mezz’ ora (le pellicole dei due non durano mai più di un’ ora e mezza e l’ azione vera e propria si concentra sempre negli ultimi 20- 30 minuti) vedrà contrapporsi gli umani miniaturizzati al gigantesco dottor Torkel in un confronto di dimensioni, lasciatemelo dire, ciclopiche.
Già ciclope.
Come il professore viene additato dal mini dottor Bullfinch che lo ritiene, oltre che miope, stupido come il ciclope che pensava di trattenere Ulisse prigioniero solo per la sua stazza.
Se in "King Kong" gli uomini usavano i loro normali utensili per difendersi dal mostro qui i piccoli esseri umani si arrangiano con quello che hanno: si coprono con lembi di fazzoletto (chissà dove li trovano poi!) e si armano con una lama della forbice e spilli dalle insidie di un mondo troppo grande per loro.
Satana è, giustamente, il nome del gatto nero del professor Torkel, con quegli occhi gialli lucenti e la sua voglia di cacciarli come topi il cui più acerrimo nemico è il cane di Pedro dal pelo chiaro (guarda il caso!) e sempre pronto a difenderli da ogni insidia.
Indicato come il primo vero film di fantascienza ad utilizzare uno splendido technicolor (godetevi l’ oscura scena iniziale tutta sul blu e sul viola), “Dr Cyclops” non si avvale solo di splendidi effetti speciali visti prima solo ne “La bambola del diavolo” di Tod Browning e perfezionati poi nello splendido “Radiazioni bx distruzione uomo” di Jack Arnold.
A buoni attori (su tutti spicca senza dubbio il malvagio rasato ed occhialuto dottor Torkel) e scenografie suggestive con gigantesche sedie e accessori vari costruiti appositamente per sottolineare la miniaturizzazione dei protagonisti (oltre alla solita giungla per cui Schoedsack doveva avere una vera fissa dato che girò almeno 5-6 pellicole in questi affascinanti scenari) si aggiunge la capacità del regista di stupire continuamente il pubblico.
Quando credi che il professore si stia arrendendo eccolo intrappolare i nostri nello stanzino per rimpicciolirli, quando pensi che il dottor Bullfinch sfuggirà senza dubbio alle grinfie del malvagio Torkel (è il protagonista non può morire!) eccolo soffocare nel veleno e quando pensi che ormai è finita per i piccolini te li vedi li a rompere tutti gli occhiali per rendere Torkel un ciclope accecato.
Schoedsack con questa pellicola sembra quasi chiudere un cerchio aperto con "King Kong" dove la bestia era dotata solo di sentimenti molto primitivi ma era capace ancora di amare.
La domanda che il regista si pone è: “E se quella bestia fosse dotata di intelligenza umana?”
Sarebbero guai per tutti: niente ingenuità da parte del dottor Torkel, niente furia non controllata, nessun sentimento ad ostacolare un progetto che definire mostruoso è una gentilezza.
Insomma Schoedsack riesce ancora una volta a sfruttare appieno tutte le potenzialità di una Hollywood che si sa arrangiare con effetti rudimentali (ovviamente appaiono ai nostri occhi rudimentali!) e che riuscirà ancora per molti anni a produrre storie originali dove il mezzo tecnico è ancora ausilio necessario ma non unico.
Oggi in molti casi non è più così: le storie sono viste e straviste (troppo facile dire: “allora non era stato ancora inventato nulla!) e l’ inventiva di autori quali Schoedsack e Cooper è andata persa tra mille remake e aggiustamenti e mentre ci si domanda cosa saprà offrire in termini di spettacolo il nuovo kolossal di Michael Bay (tanto per prendere un nome tra quelli più gettonati) si ha un po’ la nostalgia di quei tempi in cui un gatto nero era Satana e il suo padrone era l’ inferno vivente.
ANNO: 1940
REGIA: Ernest B. Schoedsack
GENERE: Fantascienza
VOTO: 7, 5
CONSIGLIATO A CHI: Vuole vedere l’ ultima grande e un po’ dimenticata opera di Schoedsack
QUANTO FAN RIDERE LORO VESTITI CON I FAZZOLETTI COLORATI: 10

domenica 25 novembre 2007

UN LIBRO UN FILM_ 1408


Per leggere la recensione del racconto da cui è stata tratta questa pellicola cliccare qui.
Finalmente al cinema a godermi una trasposizione da un romanzo di King dopo l’ orribile esperienza de “L’acchiappasogni” 5 anni fa.
Questo è stato il mio primo pensiero all’ entrata in sala, rigorosamente solo, abbandonato da amici che preferisco non dire cosa sono andati a vedersi!
Innanzitutto voglio che sia chiara una cosa: non paragonerò in nessun modo “1408” a “Shining” perché si, si tratta in entrambi i casi di horror (tanto per dargli una definizione banale) ambientati in un albergo e il protagonista rimane uno scrittore ma per il resto non vi è niente in comune tra le due pellicole a partire dal fatto che lo “Shining” del 1980 non è una storia di King ma di Kubrick e se anche vogliamo prendere in considerazione i romanzi/racconti da cui sono stati tratti ci troviamo di fronte a due scritti completamente differenti, messi su carta per motivi e in tempi diversi.
E qui chiudo con i paragoni tanto acclamati dalla sempre più accecata critica cinematografica autorevole.
Ma veniamo a questo tanto acclamato “1408”, “Il miglior film tratto da una storia di Stephen King dai tempi di Shining”.
Ma smettiamola!
Ma davvero chi ha scritto questa cosa ci crede?
Ma ha mai visto “Misery”, “Stand By Me” o “Le ali della libertà” ?
Evidentemente no e molto probabilmente sarà lo stesso che si è scervellato per trovare i paragoni con “Shining”.
Lasciatelo stare quindi e seguitemi all’ interno di questo Dolphin Hotel.
Il film narra le vicende (come già detto nella mia recensione sul racconto da cui è stata tratta questa pellicola) di uno scrittore di horror seriali che non crede più in quello che scrive ma anche nello scrivere in se.
È in questo modo che Mike Enslin si avvia a visitare l’ ennesima stanza “maledetta”, la 1408 (la cui somma è uguale a 13 quanti ve l’ han detto?) situata casualmente ad un tredicesimo piano mascherato da quattordicesimo.
Ad accoglierlo nell’ albergo il direttore interpretato da Samuel L. Jackson (“luciferino come mai prima d’ ora”, anche questa è una frase che ho letto spesso) che tenterà di dissuadere l’ insistente cliente in tutti i modi senza riuscirci.
E quindi via, nella stanza degli orrori, tra spettri che potete benissimo vedere anche nel trailer e defunti in bianco e nero, tra cui la figlia di Mike, morta anni prima e per cui il padre si sente ancora distrutto e in colpa.
Non vi racconterò niente di più semplicemente perché raccontare un film horror (ancora questa parola! Ma vi assicuro che non è solo questo!) è semplicemente una follia o un modo per rovinare la sorpresa al festeggiato e quindi via all’ analisi.
Detto che non si tratta di “Shining” (toglietevelo dalla mente ok?) e nemmeno di quel capolavoro di sottile tensione psicologica che è Misery, “1408” è davvero un buon film.
Ecco l’ ho detto!
Me lo sono tolto dallo stomaco.
Non lo credevo, mi sono aspettato fino all’ ultimo una caduta di stile (beh a dir la verità una c’ è..vedrete Samuel L. Jackson dentro un frigorifero!) ma devo dirlo, “1408” è FINALMENTE una buona trasposizione di un racconto di King.
Anzi, se posso permettermi, si tratta di una passaggio su celluloide migliore del racconto non proprio eccelso da cui il film è tratto e ne è il naturale completamento.
Laddove il racconto si limitava ad accennare una sorta di orrore basato sullo “scioglimento” (anche letterale) della realtà della camera davanti agli occhi di Mike, il film si fa prosecutore di questa linea e racconta il disfacimento non solo fisico ma psichico della nostra dimensione di fronte al protagonista.
Finalmente una sceneggiatura riesce a trasportare sullo schermo quel male che King descrive da quando è nato ormai e che si può trovare in ogni cosa senza renderlo ridicolo (vedi ad esempio il pessimo “The mangler”), un male padrone della stanza da cui Mike Enslin (il bene…non prendete in giro, King in fondo mette in campo sempre bene vs male e lo dice anche!) cercherà in tutti i modi di fuggire.
Un Mike Enslin splendidamente interpretato da un John Cusack (a tratti anche autoironico!) in gran forma che, oltre alla vaga somiglianza fisica con lo scrittore del Maine (quando si mette il cappello e gli occhiali è uguale a King!) si fa notare per una recitazione decisamente sopra le righe che però si adatta benissimo a questo tipo di narrazione.
Non aspettatevi quindi sottili giochi psicologici o incredibili inquadrature che innoveranno il genere (anche se c’ è da dire che la regia del misconosciuto Mikael Hafstrom con soli due filmetti all’ attivo è ben al di sopra della media del genere!) ma un classico film d’ orrore che vi farà saltare qualche volta sulla poltrona (io cercavo di far l’ indifferente perché ero solo e non potevo fa figuracce ma ogni tanto avevo il cuore che mi batteva tra i capelli!) e che riesce a farsi apprezzare nella sua ora e 45 minuti pur utilizzando tutti i clichè del genere.
A caldo rimangono impresse senza dubbio una scena del protagonista fuori dalla finestra con una zoomata all’ indietro che ci mostra come la sua sia l’ unica finestra rimasta sulla parete (e chi vuol intendere intenda!) e una fantastica sequenza in cui Mike sembra diventare sordo per un attimo e sarete avvolti da quel classico sibilo che ti prende quando hai le orecchie tappate (spero per voi che quando sarete in sala non ci sarà qualche pirla a parlare perché l’ effetto è notevole!)
Insomma “1408” non mi ha deluso, così a caldo direi anzi che si tratta di un ottimo prodotto soprattutto se confrontato all’ 80% delle trasposizioni da King.
Cosa dire ancora?
Non entrate nella 1408!
Io senza dubbio sarò un po’ inquietato d’ ora in poi negli alberghi da solo, chissà quante persone sono state male su quel letto.. chissà quanti vi sono morti.
REGIA: Mikael Hafstrom
ANNO: 2007
GENERE: Horror, paranormale
VOTO: 7, 5
CONSIGLIATO A CHI: come me non ne poteva più di vedere le parole di King rovinate sullo schermo
QUANTO è PIRLA IL MIO VICINO DI POLTRONA CHE A FINE PELLICOLA HA DETTO: “SICURAMENTE CI SARà UN SEGUITO AH AH!” E NON HA CAPITO UNA MAZZA DAL PRIMO MINUTO: 10

venerdì 23 novembre 2007

1408- IL RACCONTO



Stephen King.
Che dire?
Non vi nasconderò di certo che si tratta del mio autore più amato.
Non voglio star qui a raccontarvi chissà quale balla per sentirmi più apprezzato da qualcuno.
Non vi vengo a dire che Dostoevski o Manzoni o che so io sono i miei romanzieri preferiti perché semplicemente non è vero. E non mi interessa farvelo credere.
Dunque Stephen King.
Tanto amato dai suoi lettori quanto odiato da una certa critica specializzata (e son sicuro anche da qualcuno di voi!) che lo vede come l’ emblema dello scrittore al chilo.
Quello che mette in commercio un libro all’ anno che deve avere almeno 200 pagine altrimenti è troppo piccolo.
Quello che in una sua biografia ha detto che la mattina quando si alza si impone di scrive tot-mila parole al giorno manco fosse un venditore di pesci.
Quello che scrive solo di horror perché sa scrivere solo di quello e poi almeno vende di più ai ragazzini imbecilli.
Alt!
Fermiamoci un attimo.
Siamo sicuri di volerlo considerare così?
Siamo sicuri di volerlo impiccare per luoghi comuni un po’ come ogni tanto fanno con qualche regista (tanto per dirne uno Verhoeven)?
Andiamo un attimo più a fondo.
Voi tutti, compreso io quando mi devo spiegare con qualcun’ altro, quando pensate a Stephen King avete “It” davanti ai vostri occhi.
Sono sicuro che chi, come me, ha visto la faccia di “It” sullo schermo da piccolo ne sarà rimasto traumatizzato almeno per una notte intera (io dormii l’ intera notte con la luce accesa!)
Ma Stephen King non è solo “It”.
Un divertente aneddoto che lo scrittore racconta spesso nelle prefazioni dei suoi libri lo vede conversare con il suo editore a proposito del secondo romanzo da pubblicare dopo il clamoroso (quanto inaspettato) successo dell’ horror Carrie (trasposto poi molto bene da De Palma su pellicola).
Stephen ha scritto un libro sui vampiri (diventerà poi "I vampiri di Salem Lot") e uno su argomenti più realisici ed è indeciso sul da farsi al che l’ editore gli suggerisce che con un'altra pubblicazione horror avrebbe senza dubbio raccolto molti consensi ma sarebbe stato inevitabilmente bollato come scrittore di genere.
Ovviamente King pubblica lo scritto sui vampiri e diviene LO scrittore horror per eccellenza.
Questo per dire cosa?
Semplicemente per farvi capire la mentalità di King: non importa il giudizio altrui quanto le idee che si hanno in testa in quel momento.
Il Re dell' horror avrà occasione più tardi di far vedere la sua maestria in altri generi ma per i primi anni non farà altro che divertirsi con la materia a lui più congeniale senza badare tanto alle critiche che lo volevano come inutile scribacchino popolare.
Questo è quello che si può notare all’ interno della vastissima produzione Kinghiana senza soffermarsi ad uno sguardo superficiale: non c’ è solo horror e ogni amante del buon cinema dovrebbe (o potrebbe) saperlo senza tante difficoltà.
Vi ricordate il bellissimo dramma carcerario “Le ali della libertà” con protagonisti Tim Robbins e Morgan Freeman? Bene, è suo il romanzo da cui è stato splendidamente tratto.
E “Il miglio verde”? è suo.
E lo splendido ed emozionante “Stand by me” con un River Phoenix ancora molto giovane ma già grande?
E “L’ allievo”, storia di un ragazzo di provincia a dir poco folle trasposto da Bryan Singer?
Ma poi ditemi sinceramente.
Che accusa è: “Sei uno scrittore horror!” ?
È come se dicessero a me: “Tu guardi solo film di fantascienza!”
È vero? Ni.
Nel senso che si, amo la fantascienza e magari tra “Orgoglio e pregiudizio” e “Il pianeta delle scimmie” prima mi guardo il secondo, ma senza dubbio più tardi vedrò anche la prima pellicola.
Allora ditemi il senso di un accusa quale quella fatta a King.
Un accusa che riceve da quasi trent’ anni ormai e a cui non ha dato mai nessun peso.
Anzi.
Se ci fate caso più le critiche si fanno forti più King tende ad avvicinarsi al suo pubblico, a parlargli dalla pagina scritta quasi come se i suoi lettori fossero li davanti a lui e i critici…e i critici non esistessero.
Il linguaggio che King utilizza nelle sue prefazioni (e postfazioni) è quanto di più colloquiale io abbia mai letto: sembra di trovarsi la, davanti al suo camino, a sentirlo raccontare un'altra delle sue spaventose storie.
Storie che hanno terrorizzato e incantato tutto il mondo e che affascinano proprio per il modo in cui sono raccontate.
Niente fronzoli, arcaismi, snobismo letterario, King punta all’ effetto e molto spesso ci riesce.
A volte scade in prodotti insignificanti (se vi capita NON leggete mai “La bambina che amava Tom Gordon”) ma chi non sbaglia in una così lunga e prolifica carriera?
Tutta questa lunga lamentela per dirvi che cosa poi?
Che ho letto 1408, il racconto da cui è stato tratto il film che sta per uscire nelle sale italiane con Samuel L. Jackson e John Cusack protagonisti.
Si tratta della storia di uno scrittore (King ha scritto almeno 6-7 storie con uno scrittore che non crede nel suo lavoro protagonista compreso il tanto acclamato Shining che ogni tanto viene il dubbio si tratti proprio di lui) che racconta le sue avventure nei luoghi cosiddette infestati e un giorno decide di recarsi in questo Dolphin Hotel dove si narra esista una stanza maledetta, la numero 1408 cioè la 1+4+0+8= 13 casualmente sita al piano tredicesimo (mascherato da quattordicesimo).
King io me lo immagino come una macchinetta sforna storie a questo punto.
Nella prefazione ci racconta di come un vero scrittore horror (ormai ci ha preso gusto anche a lui a definirsi così anche se c’ è sempre una sottile vena d’ ironia e di sfottò per i critici nelle sue parole) debba necessariamente scrivere nella sua carriera un racconto sulla tumulazione prematura e uno su una stanza d’ albergo infestata dai fantasmi e come questo racconto sia nato in realtà per caso, come esempio sullo scrivere nella sua autobiografia (molto carina se mai vi capitasse) “On Writing”.
Ma poi la storia è venuta a galla perché come ama spesso dire il buon Stephen: “è la storia non colui che la racconta" e si è deciso quindi ad includerla nella raccolta di racconti “Tutto è fatidico- 14 storie nere”.
1408, come mi piace dire, è il classico racconto breve a la King.
A differenza dei suoi romanzi dove King ha tempo e spazio di presentare i protagonisti con tutti i loro difetti e pregi e segreti e chi più ne ha più ne metta, il racconto breve per King è una sorta di storiella da raccontare intorno al fuoco ai ragazzi per spaventarli un po’.
Niente sottigliezze quindi, nessun messaggio implicito o che altro: solo una bella storia da dare in pasto al lettore frettoloso o che non ha tempo di addentrarsi in una delle sue meravigliose (e lunghissime) avventure.
C’ è da dire che “1408”, a differenza di tanti altri suoi racconti, funziona solo a metà perché se lo conosci sai che con una storia del genere il Re del brivido avrebbe potuto fare quello che voleva e invece si limita a delle buone scene di terrore nella stanza d’ albergo per poi tranciare il tutto proprio sul più bello.
Non vi racconterò certo il finale ma vi basti sapere che si rimane con una sensazione quasi di vuoto, nel senso che si sente la mancanza di qualcosa, il succo si direbbe.
Insomma ora sta per uscire la pellicola che è stata indicata addirittura come la miglior trasposizione di King dai tempi di “Shining” ma sono pronto a scommettere che non sarà così: evidentemente qualche stupido critico (molto probabilmente lo stesso pronto ad accusare King di essere un horrorofilo) si è dimenticato di “Le ali della libertà”, “Il miglio verde”, “Misery”, “Stand by me” e “L’ allievo” mentre qualcun altro sarà già pronto con la lunga serie di motivi per cui “1408” non è “nemmeno lontanamente paragonabile” a “Shining” (qui si cade nella demenza dato che si tratta di due storie completamente diverse per lunghezza, tempo in cui sono state scritte, messaggio e intenzione dello scrittore).
Per quanto mi riguarda io sono pronto, mi son visto il mio bel trailer dove appaiono una moglie e una figlia non presenti nello scritto (certo trarre un film di almeno un’ ora e mezza da un racconto di trenta pagine sarà dura!) e ho sopportato anche la locandina con scritto “tratto da un ROMANZO di Stephen King"
Dopo la delusione de “L’ acchiappasogni” di qualche anno fa (pessimo!) che partiva già da un romanzo (questo si) mediocre mi aspetto qualcosa di più, non un capolavoro ma un buon prodotto si.
Sinceramente spero di tornare a casa e controllare se sotto il letto c' è qualcosa, qualcuno.. come quella volta due anni fa dopo aver letto "It" quando avevo una paura folle di veder sbucare la faccia di Ronald Mc Donald nel cuore della notte.
SCRITTORE: Stephen King
ANNO: 2002
GENERE: Horror
VOTO: 7
QUANTO è BRAVO KING AD INQUIETARE IL LETTORE CON POCHE PAROLE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Non ama le stanze d' albergo