giovedì 28 febbraio 2008

CHICKEN LITTLE

Periodo troppo incasinato per riuscir a scrivere qualcosa.
Per ora si va avanti con le recensioni di repertorio (cioè quelle scritte e non ancor pubblicate!)



Ascolto troppa musica e vedo troppi film.
O perlomeno è troppo per la mia testa.
Quando parlo di musica o di cinema finisce sempre che sto citando qualcuno e finisco per andare su qualcos’ altro e mentre cerco di recuperare quello che stavo dicendo mi viene in mente che non ho ancora finito di parlare del secondo argomento.
Voi ridete ma non è bello.
Mi capita di non capirci più una mazza.
Sono li che sto cercando un film su imdb e finisce che ne cerco un altro perché ho visto un attore che forse mi ricorda alla lontana quell’ altro che c’ era in un film che vidi quando ero bambino.
E il primo film che stavo cercando?
È andato perso nella mia memoria.
Ha voglia Jerry Scotti di incitare i suoi concorrenti ad aprire i cassettini della memoria.
I miei cassettini strabordano di robaccia che molti butterebbero nella spazzatura.
Filmacci di serie b, musica pop, rock, elettronica tutto buttato insieme.
Sono una persona ordinata.
Nella mia camera non troverete magliette sparse ovunque o oggetti vari sparsi sul pavimento.
Eppure nella mia testa non riesco a ricreare quell’ ordine: tutto si accavalla, si mescola, si fonde e finisce che io non so nemmeno di cosa si stia parlando.
Inizio una recensione di Chicken Little e mi ritrovo a parlare della mia confusione interna che all’ esterno comunque non si vede: non pensate a me come un pazzo disperato vestito di nero che si lamenta della sua vita.
Sono un ragazzo felice, ottimista e con un sacco di passioni che mi girano per la testa e non sanno fermarsi.
La confusione è solo interiore.
Ma forse non c’ è nemmeno li.
E con Chicken Little questo centra poco o nulla.
O perlomeno, all’ inizio qualcosa centrava ma poi avete avuto una dimostrazione delle mie divagazioni e forse sono riuscito a farvi perdere con me.
Ma ritorniamo all’ inizio.
Tutto quello che vi volevo dire è che in realtà non ricordo quando vidi Chicken Little, non ricordo l’ anno in cui uscì così come moltissime volte mi capita di non ricordare il titolo di una canzone che riconosco solo ascoltandola.
Io di dati tecnici ne ricordo ben pochi, questo è sicuro.
Eppure mi ricordo cose immensamente più inutili: mi viene in mente, ad esempio, il perché della mia scelta quella volta che andai al cinema per vedere questo polletto.
C’ era quella canzone pochi anni fa (ovviamente non ricordo quanti!) che fece uscire di testa tutti durante l’ estate.
Era il cosiddetto tormentone estivo su cui Studio Aperto potrebbe fare milioni di servizi e che comprendi esserlo quando senti un bimbo di 3 anni a fianco a te che ne canticchia il ritornello con parole inventate.
Quell’ anno il ritornello faceva una cosa tipo: numa numa ie, numa numa numa ie… e poi si perdeva in parole incomprensibili che non sapevo allora e non vedo come potrei ricordare ora.
Mi è venuto in mente.
“Dragostea” era la cantante.
Si diceva fosse un travestito da noi a scuola, si diceva anche che la canzone era un plagio (o una cover) di qualcuno di ancor meno conosciuto fatto sta che un mio cassettino strabordante mi suggerisce che la song (mamma mia che brutto termine) andò persino a Sanremo.
Era passato comunque un po’ di tempo (penso qualche anno) dalla sua uscita e ricordo che in tv passò il trailer di questo minipollo in digitale che ballava la canzone di Dragostea.
Non potete immaginare il delirio di demenza che provocò in me e nei miei amici che avevamo preso in giro per anni gli ascoltatori esaltati di questa bruttura quando vedemmo il trailer.
Tra le cose più assurde (che comunque faccio ancora) ricordo un messaggio che mandai a un caro amico chiedendogli se aveva visto il polletto che ballava.
Si.
Appena “Chicken Little” fece la sua comparsa nelle sale ci precipitammo a vederlo.
Appena “Chicken Little” finì uscimmo infuriati dalla sala.
Quel maledetto polletto ci aveva preso in giro.
Innanzitutto lui non ballava per tutto il film ma soprattutto Dragostea non si sentiva neanche per un secondo!
Ricordo quello e poco altro di quella mia prima visione.
Ricordo come al cinema rimanemmo abbastanza esterrefatti dalla brutta grafica (insomma io avevo ancora in mente “Alla ricerca di Nemo”!), dalla storiella abbastanza banale e soprattutto dal fatto che uscimmo dalla sala al secondo spettacolo prima di mezzanotte.
Neanche 1 ora e mezza per 6, 50 euro.
Non che giudichi un film dalla sua lunghezza, non vado un tot al chilo come il Carrefour che vende i libri al chilo (“Mi dia 3 etti di Dante!” “Con il paradiso sono 5 tengo?” “No, no tagli pure!”) ma questo sommato a tutto al resto provocò in me non poca rabbia.
Eppure un bel ricordo mi era rimasto.
Era Aldino Cotechino (un maiale sproporzionatissimo) che ballava delle canzoni anni ’80.
Ed è solo per quello che mi sono rivisto “Chicken Little” per la seconda volta 2-3 giorni fa.
In fondo un’ oretta per un filmetto non la si nega a nessuno.
E sinceramente vi dirò: non sono rimasto così deluso come credevo.
Sono partito con altre aspettative ben sapendo che Dragostea non c’ era e che il filmetto non può essere assolutamente paragonato ai capolavori Pixar e ne sono uscito abbastanza bene.
Mentre mi preparo ad abbassare i voti di “Bee Movie” e "Shrek terzo” (forse quando leggerete li avrò già abbassati) che comprendo di aver forse sopravvalutato devo ammettere che Chicken Little raggiunge la sufficienza in pieno.
È la prima pellicola della Disney senza l’ amata Pixar (al tempo mi pare si cominciò a parlare di un imminente divorzio) a cui seguirà il già recensito “I Robinson- Una famiglia spaziale” e nonostante le molte pecche il filmetto si fa guardare volentieri.
Diciamolo chiaramente: “Chicken Little” manca delle grandi storie della Pixar, manca di una grafica eccelsa, manca di molte cose eppure ha comunque quel tocco in più che la Dreamworks spesse volte (credo non esista in italiano) non riesce a dare.
Perchè in fondo “Chicken Little” la dove non riesce a raggiungere i limiti della Pixar cerca di sopperire con una miscela un po’ spartana tra la citazione tipica della Dreamworks (il film ne è pieno: dalla trama a la “Guerra dei mondi” a “Et”, “Signs” e decine di altre leggermente più nascoste ma neanche tanto) e la classica narrazione Disneyana tra canzoncine leggere e malinconiche (ma perché hanno doppiato in italiano una canzone di Elton John??) e un personaggio bambino che cerca riscatto e credibilità in un mondo adulto abbastanza cattivello.
In questo senso la pellicola si vorrebbe quindi guardabile sia da un pubblico più adulto capace di intendere tutte le citazioni sia da un pubblico più piccolo capace di apprezzare le simpatiche gag dei protagonisti e le canzoncine anche se alla fine a prevalere sono almeno per questa volta i più piccoli (per fortuna o no decidetelo voi! È un fatto che comunque la pellicola seguente in assolo della Disney, “I Robinson”, segua ancor di più la linea bambinesca e forse da qui si poteva intendere la linea della casa di Topolino se la Pixar si fosse allontanata definitivamente).
Di apprezzabile c’ è poi il fatto che la casa di Topolino si diverte a creare due finali di cui uno posto esattamente a metà pellicola che chiuderebbe un filmetto identico a una qualsiasi storiella di Topolino se non fosse per il 3d.
E poi c’ è Aldino Cotechino.
Ora voi crederete che io sia matto e molto probabilmente ne avete tutte le ragioni eppure io non riesco a non ridere di fronte a un maialino grassissimo che cammina su due zampette minuscole e canta “I Will Survive” mentre fugge in macchina.
Insomma è un maialino grasso!
E balla della canzoni anni ‘80!
Cosa volete di più dalla vita?

Ascolto troppa musica e vedo troppi film.
Eppure quando riesco ad apprezzare anche cose come “Chiken Little” mi sento come un bambino che ancora deve vederne di film e sentirne di musica.
Sinceramente sono contento di sentirmi così.
Spero di sentirmi così tutta la vita.
In grado di vedere e ascoltare tutto e apprezzare molto.
Quando non mi sentirò più così smetterò di scrivere e se mai dovessi diventare uno di quei critici spocchiosi che criticano l’ ultimo film di Stallone perché privo di quella sobrietà che faceva del primo Rocky (o Rambo) un classico del cinema americano vi prego di pregarmi di smetterla.
Sarò solo ridicolo.
REGIA: Mark Dindal
ANNO: 2005
GENERE: Animazione
VOTO: 7
QUANTO ASSOMIGLIA A FONZIE IL RICCIO E QUANTO FA RIDERE WALTER VELTRONI CHE DOPPIA IL TACCHINO SINDACO (E DA ALLORA OGNI VOLTA CHE LO VEDO PENSO AL TACCHINO!): 10
CONSIGLIATO A CHI: ha un oretta e qualcosa in cui non sa che fare!

Il mitico trailer con Chicken Little che balla la canzone di Dragostea!

domenica 24 febbraio 2008

RAMBO- JOHN RAMBO

Abbassiamo i toni.
Passiamo da Bergman a Rambo.
Perdiamo un po' di credibilità.



“Il petroliere”?
Ma va l’han tolto dopo una settimana dai cinema di Alessandria.
“Non è un paese per vecchi”?
Ma per carità, ci sarà tempo! Chissà quanto lo tengono (come “Il petroliere”…)
“Sweeney Todd”?
Anche lui avrà tempo di essere visto!
Muccino?
Siete impazziti?
Il sabato sera si va a vedere lui.
Unico, inimitabile Rambo.
Il classico film che mentre sei in pizzeria pensi già a quante teste farà saltare, quanti elicotteri tirerà giù con il machete e quante foreste abbatterà con un coltello.
Rambo!
Non dico mica Van Damme, Seagal, Vin Diesel, Terminator, Predator.
Dico Rambo.
E Rambo già solo per il nome pretende rispetto.
Di quel rispetto che meritano quel genere di film.
Quelli che se vedi oggi “Rambo III” ti chiedi se lo sceneggiatore era un malato di mente o aveva degli evidenti problemi di alcolismo da risolvere abbattendo elicotteri nella sua testa.
Lasciate perdere il primo Rambo.
Serio, pochi morti, qualche riflessione azzeccata e un sacco di merda finitagli addosso per i due seguiti.
Prendete “Rambo II” e soprattutto “Rambo III”.
Quelli si che sono veri action anni ’80.
Psicologia dei personaggi inesistente, storia sempre uguale e un immortale montagna di nervi come protagonista.
Quelli si che sono i film con cui sono cresciuto: andavo in giardino, prendevo un ramo e dicevo “Sono Rambo, morite tutti!”
Prendete Rambo e trasferitelo nel 2008.
Uno Stallone ormai più simile a un frigorifero con la testa che a un umano, un ambientazione un po’ giunglosa, tanti nemici cattivissimi e crudeli e tutto quel che volete e ovviamente IL personaggio.
Lui.
Rambo.
Che ovviamente si è ritirato e non ne vuol più sapere niente.
Che ovviamente è sperso in un paese non suo.
Che ovviamente fa il barcaiolo e il battitore di ferro (mai visto un barcaiolo con dei muscoli così!) per esorcizzare i suoi demoni.
E che ovviamente alla prima volta che apre bocca manda allegramente a fanculo chi gli chiede di aiutarlo.
Ma Rambo nonostante i problemini di cui soffre nelle parti basse (dichiarazioni di Stallone) non può resistere al richiamo della guerra.
Perché lui è LA Guerra.
E nonostante gli si chieda solo di far da barcaiolo lui nella sua testa bidimensionale da videogioco del Super Nintendo sa già che farà la guerra, ovviamente da solo.
Contro chi?
Ma che importa, l’ importante è farla!
Missionari cristiani idioti come delle patate si avventurano nella profonda Birmania nonostante gli avvertimenti del mascellone e ovviamente vengono rapiti.
E qui Rambo, finora solo barcaiolo e assassino di tre personaggi inutili, ritorna davvero.
Parte con un gruppo di mercenari e quando un tizio dice che hanno solo 15 minuti per la missione già si cominciano a sentir delle voci che dicono: “Vedrai che Rambo non riesce a tornare in tempo e deve cavarsela da solo!”
Ma certo!
“John Rambo” non tradisce nessuna aspettativa.
Tu pensi una cosa e lui la fa, come nel migliore dei videogiochi.
Tu pensi che ritarderà per salvare la bella di turno che ovviamente lui la guarda male tutto il tempo ma comunque lei è bella e prende le parole di un decerebrato a forma di frigorifero come se fosse la bibbia mentre lui non sa nemmeno quel che dice e lui ritarda.
Tu pensi che si inventerà qualche trucchetto nella giungla per far saltare qualche testa e ovviamente lui mette una bomba che si rivela essere atomica dato che salta per aria mezza Birmania mentre lui corre e si rotola con la maglietta ormai sporca e distrutta ma sempre molto Rambosa.
Tu pensi che prima o poi prenderà il mitragliatore che fa budda budda (i mitragliatori di Rambo fan sempre budda budda!) e lui riesce ovviamente ad appropriarsi di una mega fabolous plus ultra mitragliatrice fissa che ha i colpi infiniti come nei videogiochi.
E il film si trasforma in una mitraglia.

Già, perché se finora Rambo ha giochicchiato con qualche pistola e una bomba atomica, dal momento in cui entra in scena la mitraglia non c’è più posto per nessuno.
20 minuti di un frigorifero che spara a chiunque, ovunque, sempre e comunque.
20 minuti in cui vedi la faccia di Stallone piegarsi più e più volte alla ricerca di una espressione che sia una mentre urla tutta la sua rabbia con grugniti e e cose simili.
E partono gambe, teste, braccia, budella.
Perché Rambo nel 2008 diventa uno action splatter.
Non siam più negli anni ’80 in cui il sangue anche nel peggio Predator si faceva sempre fatica a mostrarlo, siam nel 2008, e nel 2008 il sangue lo vedi ogni giorno alla tv.
Senti budda budda budda budda budda budda budda budda e vedi persone che volano via come fuscelli mentre ovviamente i buoni si salvan tutti e quando all’orizzonte vedi arrivare un esercito intero ti pieghi in due sulla poltroncina e preghi che finisca presto perché la tua pancia non può sopportare ancora a lungo questa ilarità convulsa.
E invece no.
L’ esercitò lo vedi spazzato via in un nanosecondo e a quel punto capisci che è ora che è arrivi l’ elicottero.
Ma l’ elicottero nella giungla non arriva.
C’è la barca.
Si abbatte un albero intero in una delle scene più spassose e fanculo anche alla barca che esplode come se fosse un petardo di capodanno.
E il coltello.
Stallone (anche alla regia) si ritaglia un ultima scena da Oscar in cui prima trafigge il nemico in cima alla collinetta con un inquadratura studiata per ore (beh Stallone l’ avrà studiata per ore, i due neuroni han lavorato a pieno ritmo!) e poi si ricorda che siam nel 2008: e via di sangue e budella e “buah, splash, sgnic, sgnac”
Sei ancora li che ti stai rotolando sulle poltroncine e vedi Rambo che ritorna a casa, ancora una volta.
Musichetta trionfale riadattata e il reduce ritorna nella sua magione dove ovviamente i cavalli si son nutriti di aria per anni.
Lo guardi di schiena mentre passano i titoli di coda, pensi alla regia di Stallone che fa di tutto per far vedere l’ impegno che ci ha messo (inquadrature coperte da ostacoli vari o scene epilettiche molto anni 2000), pensi alle scene in cui magicamente la luce del sole cambia da un secondo all’ altro, pensi agli attori (non è vero, c’è solo lui!), cerchi di pensare a qualcosa ma non ci riesci.
Guardi quell’ armadio a quattro ante con la testa e le tette più grandi di quelle della Bello e pensi che di gente così c’è n’è poca.
Di nonni così ce ne sono ancora meno.
Di Rambo c’è n’è solo uno.
Per fortuna.
Pensa quanti colpi di mitragliatore dovrebbero produrre altrimenti!

REGIA: Sylvester Stallone
ANNO:2008
GENERE: Action
VOTO: 6,5 (da quel che ci si aspettava ma se non fosse per il nome potrebbe benissimo essere uno di quegli action tedeschi che si fa fatica a sopportare fino in fondo!)
QUANTO LO ASPETTAVO: 10
CONSIGLIATO A CHI: solo ai fan di Rambo!Gli altri non possono capire, e forse neanche i fan!

domenica 17 febbraio 2008

DEEP PURPLE- MADE IN JAPAN_REMASTERED EDITION 2CD



L’altro giorno ho risentito una mia compagna delle medie che non sentivo da 8 anni circa.
Certo una volta o due ci si era visti di sfuggita, un saluto, un “come va?” di circostanza, ma niente di più.
Poi pochi giorni fa capita che la trovo su msn.
Si quel posto infimo che cerco di frequentare il meno possibile dato che ogni volta che mi collego inizio a sentire trilli di qua e di la che mi avvertono dei messaggi che tutti quelli che conosco devono mandarmi.
Si passa dai “Come va?” di gente che fatico a sopportare (ormai credo che vivano di fronte al pc in attesa che qualcuno si colleghi a msn per riempire il vuoto delle loro esistenze) ai soliti amici che mi aggiornano sulle novità burlesche di questo mondo.
E poi c’è questa ragazza che non vedevo e sentivo da anni.
Due o tre scambi di riscaldamento e poi inizia una vera e propria discussione su qualsiasi cosa.
E mentre penso a come sia incredibile ritrovarsi dopo così tanti anni e ricominciare a parlare come e meglio di prima penso a “Made in Japan”.
Associazione strana lo so, ma io sono quello che ha citato Chicken Little per spiegare meglio “Into the wild”, non potete pretendere che diventi normale tutto d’un colpo.
Penso a quando presi “Made in Japan” e dopo averlo ascoltato due- tre volte lo misi nella mia bella pila di cd (ormai sono pile e pile) a prendere polvere mentre pensavo: “Si bello bello, però che palle ste canzoni da 10 minuti con 6 minuti di assoli…”
Pazzo!
Io ero completamente pazzo!
Mi ero bevuto il cervello, non sapevo quel che dicevo, il nu metal (mamma mia che brutta parola) mi aveva succhiato via il cervello come fanno gli alieni nei film di fantascienza degli anni ’50!
Ero diventato uno di loro!
Poi la cura: rock italiano, grunge, metal, folk e finalmente hard rock.
E finalmente Deep Purple.
E finalmente Made in Japan?
No.
Non ci riprovai con Made in Japan.
Ero rimasto scottato da quella prima volta e lo lasciai li a prendere ancora più polvere mentre i cd crescevano e crescevano e crescevano.
Poi un mese fa lo ripresi in mano.
“Made in Japan”, vediamo se faceva così schifo come pensavo.
Ero totalmente fuori di testa quando dissi che un disco del genere non meritava più che la sufficienza.
È l’ unica spiegazione possibile.
Perché quando un mese fa ho inserito il cd nel lettore in macchina sono andato in cortocircuito.



Made In Japan non è un disco eccezionale…è di più!
È incredibile, è fenomenale.
Made in Japan è oro.
E mentre il cd mi riempiva le orecchie, il corpo, il cuore in macchina mi sono chiesto quanti live ho ascoltato a questi livelli di un gruppo negli ultimi 10-15 anni.
E mi sono risposto immediatamente: nessuno.
Nessuno ha pubblicato un live del genere negli ultimi 15 anni perché nessuno è in grado di fare una cosa del genere.
E non mi riferisco alle scale di Blackmore, agli assoli di Jon Lord alla pianola o alla batteria di Ian Paice.
Mi riferisco al tutto.
Perché “Made in Japan” non è suonato da un batterista, un bassista, un chitarrista, un uomo al piano e uno alla voce.
“Made in Japan” è suonato dai Deep Purple.
E i Deep Purple non sono la somma di componenti ma un qualcosa che va oltre.
Va oltre ogni cosa.
Va oltre il concetto di gruppo, va oltre l’ hard rock, va oltre il rock, va oltre il concerto, va oltre il disco.
Va oltre.
Made in Japan è un esperienza, ma è un esperienza che potrebbe provocare gravi turbamenti.
Qui (nel 1972 in Giappone) c’ era gente che sul palco vedeva le note.
Le vedeva e le inseguiva, le inseguiva e le catturava, le catturava e le offriva al pubblico.
Non si spiegano altrimenti certi assoli, certi acuti, certi suoni.
Ascoltate Blackmore nelle sue scale incredibili, sentite la sola batteria di Paice in “The Mule” per 10 minuti , porgete l’ orecchio alle armonie di Lord e spaventatevi di fronte agli acuti di Gillian.
Poi rimettete su il disco e sentite quel che combina Paice mentre i suoi compagni improvvisano: li segue, li rincorre, li prende, ne detta il ritmo e a sua volta ne viene influenzato.
Ascoltate quel che combinano Blackmore e Gillian in “Strange Kind Of Woman” dove chitarra e voce si scambiano i ruoli.
Meravigliatevi di fronte alla pianola di Lord che fa da sottofondo perfetto ad ogni singola nota e rimanete a bocca aperta di fronte al gran lavoro sotterraneo di basso di Glover.
Infine rimettete su il cd chiudete gli occhi e cominciate ad impazzire di fronte ad una marea di suoni che vi travolge come un onda impetuosa.
“Made in Japan” è più di un disco.
Più di un live registrato.
“Made in Japan” è il rock.
E mentre penso a quanti dischi mi dovrò riascoltare che un tempo avevo scartato ricomincio a pensare alla mia vecchia compagna, penso a quando una volta ci picchiavamo a scuola.. e mi viene in mente che alla fine anche con lei sono stato così: prima la trattavo male e ora ci si confida come due amici che si conoscono da una vita, almeno credo.
Sarò scemo?
AUTORE: Deep Purple
ANNO: 1972
GENERE: Hard rock
VOTO: 10
QUANTO è PAZZESCA LA VOCE DI GILLIAN: 10
CONSIGLIATO A CHI: A ogni persona che pretende di saperne qualcosa di rock.

giovedì 14 febbraio 2008

E.T. THE EXTRA-TERRESTRIAL-- E.T. L' EXTRATERRESTRE

Da Psyco a "E.T." in un solo passo.
Senza nessun pudore.
Perdonate la recensione frammentaria ma sono ancora abbastanza sconvolto dalla visione e volevo sapere cosa poteva venirne fuori, il risultato lo trovate qui sotto!
A voi il giudizio!
Buona lettura!
PS:un ringraziamento speciale a chi me ne ha imposto la visione! Grazie!



“Ah ma ti piace Spielberg? Ma allora non capisci un cazzo di cinema!”
Ma certo!
È così che si ragiona!
Cosa sono tutti questi effetti speciali, queste gran produzioni, queste storie fiabesche?
Il grande cinema, quello vero, non ne ha bisogno!
Bastano inquadrature strambe e simbolismi sparsi un po’ ovunque (o letti un po’ ovunque che è anche peggio!) per fare un gran film!
Altro che Spielberg e le sue favole da bambocci!
Cosa potrà mai darti uno Spielberg che un film di Caio Sempronio gran regista sotterraneo della nuova scuola realista dell’ Uzbekistan non è in grado di darti?
“Ti piace Spielberg perché sei nato con il mito dell’ America e Steven ne è un simbolo quindi è da abbattere perché tanto non è capace a dirigere!”
“Ma l’ hai visto E.T.?”
“Ma certo che si, ma una cosa del genere può piacere solo quando sei bambino! È una cazzata immane! Gli alieni, i bambini… ma dov’è il significato, dov’è la camera nascosta in un pacchetto di patatine, dov’ è il grande attore sconosciuto da lodare? Ma guarda che davvero non ne capisci un cazzo di niente di cinema!”



Eccoli li.
I critici seriosi del cinema.
O perlomeno quelli che si credono tali.
Gente che ha visto una manciata di film in più rispetto a qualcun altro e ora crede di poter passare sopra a tutto come un carro armato perché loro sono esperti.
Non sono più appassionati di cinema.
Sono grandi conoscitori della settima arte, ne conoscono trucchi, segreti e difetti.
E non si stancheranno mai di screditare i film di Spielberg.
“Perché Spielberg ha prodotto qualcosa di buono fino al 1977 poi più nulla”
Vi diranno.
Diffidate.
Diffidate di persone che non riescono ad emozionarsi con un film come E.T. perché non sono persone.
Sono “Emilio è il meglio” che tentano di passare per umanoidi esperti di cinema.
E molte volte ci riescono.
Non avevo mai visto “E.T.”
Lo ammetto candidamente.
Avevo visto spezzoni alla tv, immagini, giocattoli, figurine ma mai il film di Spielberg per intero.
Non perché fossi pazzo.
Semplicemente perché da bambino non me ne capitò mai l’occasione e quando divenni leggermente più grande ormai mi dicevo troppo cresciuto per questo genere di pellicole.
A 15 anni ci si beve il cervello.
Ci si dice: “Ormai sono grande, cosa cazzo guardo E.T.? Ma figurarsi guardo Van Damme che tira i calci che è molto più figo! E.T. lo lascio ai bambocci!”
Povero me.
Un povero quindicenne paragonabile a quegli esperti di cinema privi di emozioni che credono di camminare sulla testa delle genti.
Beati i bambini che possono vedere un film come questo da piccini.
Spielberg fa sognare.
È inutile che io stia tanto qui a parlarvi dei suoi temi ricorrenti come il padre mancante e il netto strappo tra il mondo degli adulti e dei bambini che può essere ricucito solo grazie all’ intervento di un elemento esterno.
Forse ne parlerà un giorno Leo in una recensione dato che è molto più bravo di me in queste cose.
Io volevo parlarvi dello Spielberg sognatore.
Quello che ti fa sedere di fronte allo schermo e ti avvolge in un caldo abbraccio fino alla fine della pellicola.
Che siano dinosauri, archeologi o extraterrestri poco importa: Spielberg è li con te.
Ti è a fianco mentre dall’ astronave esce un cosino con una forma stranissima che scappa nel bosco.
Ti abbraccia mentre quel cosino dalla forma di aspirapolvere si nasconde tra i pupazzi impaurito.
Ti fa confidare con lui mentre il piccolo E.T. comincia a parlare.
E infine ti fa appoggiare sulla sua spalla mentre sei li con i lacrimoni agli occhi a vedere ET risvegliarsi e ripetere “Casa, casa, casa, casa, Elliott” e poi in partenza mentre abbraccia il suo bambino preferito (uno straordinario Henry Thomas).
Vedere un film del genere da piccino vuol dire crederci.
Non so in cosa o a chi ma crederci.
Credere che un extraterrestre possa davvero entrare in casa tua e diventare il tuo migliore amico, credere che tua mamma davvero non capisca nulla di quel che vedi tu (che è vero!) e credere che la tua bici possa volare vicino alla Luna fin quasi a toccarla.
Vedere ET da adulti significa tornare bambini: significa ripensare a quell’ epoca in cui ti era permesso credere che la tua bici davvero poteva volare e perdersi in ricordi meravigliosi di amici fraterni con cui passare interi pomeriggi a giocare.
Vedere ET per la prima volta a 22 anni è come dare un bacio a una ragazza che si ama davvero: ti stordisce, ti ubriaca, ti fa cadere per terra e allo stesso tempo ti fa volare (le metafore son finite a casa di Deneil…)
Tifo per il cinema delle grandi storie.
Puoi essere anche Dio ma se non hai un grande storia alle spalle io non verrò a vedere la tua camera muoversi a destra e sinistra alla ricerca della mia attenzione.
Magari ci saranno i critici seriosi che ti faranno tanti applausi e si esalteranno un sacco nell’ interpretazione di quella sigaretta messa in alto a destra sullo schermo invece che sulla sinistra ma io non ci sarò.
Il mio cuore non ci sarà come anche quelli dei grandi critici che sono andati in pensione nel momento in cui hanno deciso di ripudiare Spielberg.
“ET” è una meraviglia per gli occhi ma lo è anche per cuore e mente.
La mente vola a ricordi fanciulleschi, gli occhi osservano il lavoro di ombre e immagini sognanti di Spielberg e il cuore è impegnato nella ricerca di qualcosa che si può sentire solo davanti a un film.
Diverso da quel che si prova con una canzone, diverso da quel che si prova con una ragazza.
Diverso.
Citazioni di camera in soggettiva da sci-fi degli anni ’50 (“Destinazione Terra” di Jack Arnold docet), suspence (le prime scene), commedia (vedere ET ubriaco o sbattuto a Terra dallo sportello del frigo mi ha fatto sorridere il cuore), dramma.
Spielberg è questo e molto altro.
Spielberg è il cinema che tutti i bambini dovrebbero vedere.
Io mi sento e mi sentirò sempre un po’ bambino.
Spielberg è il mio cinema.

REGIA: Steven Spielberg
ANNO: 1982
GENERE: fantascienza, commedia, drammatico, tutto!
VOTO: 10 assolutamente! Il finale da solo basta per un voto del genere.
QUANTO è SOGNANTE ANCHE LA COLONNA SONORA DI JOHN WILLIAMS: 10
CONSIGLIATO A CHI: A chiunque ha un cuore.

mercoledì 13 febbraio 2008

ORIGINAL AND REMAKE_ PSYCHO- PSYCO

Era pronta da tempo ed è stata fortemente voluta da quello stroncatore pazzo di Mario (almeno in questa modalità doppia).
Signore e signori la recensione di Psycho!




Inutile.
Inutile, pretenzioso, falso e senza senso di esistere.
A volte mi chiedo come possa venire anche solo in mente ad una persona di girare certe pellicole.
Di mettersi li a buttare dei soldi in allegria nel cesso come se fossero foglietti con scritto sopra delle cifre insignificanti.
Ma soprattutto.
Perché buttare via del tempo che non tornerà più nella vita?
E perché far perdere due ore a milioni di spettatori che potevano prendere una sana boccata d’ aria in quel tempo ormai andato perso?
Mi riferisco al remake di Van Sant ovviamente.
Il remake di Psyco di Alfred Hitchcock.
Uno dei capolavori del grande maestro che meriterebbe pagine e pagine di analisi filmica e sociologica reinterpretato da uno dei più apprezzati cineasti degli anni 90 (mi riferisco all’ opinione comune e non alla mia che è ancora molto indecisa sulla questione).
Reinterpretato.
Che parolone.
Diciamo pure copiato con la carta carbone.
Diciamo pure fotocopiato a colori con qualche errore di stampa qua e là.
La domanda che mi sono posto subito dopo aver visto l’ originale Psyco è stata: “Perché girare un remake di una pellicola così tremendamente moderna?”
Non c’ è una risposta a una domanda del genere.
O perlomeno io non l’ ho trovata.
Il gioco di Hitchcock con lo spettatore, quello fatto di personaggi inesistenti, di giochi di camera, di piccoli particolari da interpretare, di doppiatori diversi per uno stesso personaggio nella distruzione di una delle regole base della cinematografia classica (Norman Bates nei panni della madre non è doppiato dallo stesso Anthony Perkins) diventa nelle mani di Van Sant segatura al vento.
Diventa una sterile copia fatta di dialoghi, inquadrature, personaggi e ambientazioni il più possibile identici all’ originale.
E così mentre Hitchcock si diverte a prendere in giro lo spettatore, mentre lo fa girare da una parte per rubargli il portafoglio dall’ altra, mentre gli fa morire il protagonista a metà pellicola lasciandolo senza un punto di riferimento fisso, Van Sant con fare serioso tenta di fare l’ Hitchcock in modo maldestro.
Tenta di distrarre lo spettatore e non fa altro che annoiarlo, tenta di mettere in scena un nuovo Anthony Perkins e si trova con un Vince Vaughn rigido come un tronco, tenta di fare il giocoliere e gli cadono tutte le palline dalle mani.
E Hitchcock se la ride.
Mentre mescola la società moderna al gotico ottocentesco (la casa di Norman) e mette in scena come se nulla fosse uno dei grandi mali nascosti dell’ America moderna (i tranquillanti- psicofarmaci che la collega di Marion prende in ufficio) si diverte a vedere come Van Sant annaspi sulle sue orme cadendo con la faccia nel fango per un passo troppo lungo della gamba.
Che Van Sant non sia Hitchcock lo si capisce fin dal nome, ma che Van Sant abbia in comune con il maestro una sola lettera nel cognome lo si capisce solo guardando attentamente.
Lo Psycho del 1998 è privo di ispirazione e di inventiva come molti remake ma quel che spaventa è la mancanza di personalità: basta un Norman Bates che si masturba a far capire che si tratta di un film di Gus Van Sant?
Basta omaggiare un grande maestro del cinema per essere accostati a lui?
Basta ripetere ogni sua inquadratura, gesto (c’ è perfino uno che assomiglia a Hitchcock sul marciapiede fuori dall’ ufficio) e mania per far dire allo spettatore: “Guarda com’è diligente questo alunno di Alfred!”
No.
Non basta.
È anzi offensivo credere che tutto ciò sia un omaggio a una pellicola che non aveva bisogno di nessun omaggio, di nessun rifacimento perché è ancora troppo nuova e splendente così com’è.
Nel suo bianco e nero inquietante, nel suo Anthony Perkins eccezionale, nella sua bellissima Janet Leigh ma soprattutto nella sua regia.
I colori, Viggo Mortensen (straordinariamente simile l’ abbigliamento che usa qui e in “A history of violence”), Anne Heche (sensuale più o meno come un muro di cartongesso) e Van Sant non possono far nulla per omaggiare Hitchcock.
Anzi si.
Una cosa la potevano fare tutti insieme.
Sedersi su un divano e rivedersi ancora una volta l’ originale.
Per prostrarsi ai piedi del televisore di fronte a tanta arguzia.
Per evitare di rovinare un bel ricordo a tanti spettatori e schifarne altrettanti che non hanno visto l’ originale.
Per non perdere tempo prezioso nella propria effimera vita.
Il film più brutto che io abbia mai visto?
No, assolutamente.
Ma quello più inutile senza dubbio.

PSYCHO- PSYCO
REGIA: Alfred Hitchcock
ANNO: 1960
VOTO: 10

PSYCHO
REGIA: Gus Van Sant
ANNO: 1998
VOTO: 3,5

GENERE: Thriller
QUANTO CONTRIBUISCE LA SPLENDIDA COLONNA SONORA DI BERNARD HERRMANN AL RISULTATO FINALE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Nel caso di Hitchcock a tutti, nel caso di Van Sant vuole vedere un remake uguale e più brutto dell’ originale (tanto per cambiare!)

lunedì 11 febbraio 2008

UNA VOLTA AVEVO... I CAPELLI LUNGHI DIETRO E CORTI SOPRA

Senza tempo per scrivere un acca almeno nei primi tre giorni della settimana ecco un nuovo appuntamento di "Una volta avevo" che mi ero prefisssato secoli fa con uno dei miei eroi dell' infanzia!
E voglio vedere chi non se lo ricorda!
Mitico Mac!




domenica 10 febbraio 2008

CHARLIE WILSON'S WAR- LA GUERRA DI CHARLIE WILSON

Mike Nichols, non dico altro.



Sono andato a vedere “La guerra di Charlie Wilson” senza saperne praticamente nulla.
O meglio.
Conoscevo attori, regista, vicende curiose ma nulla riguardo al tema trattato.
Dal titolo potevo anche intuirlo o farmi una bella ricerchina su google ma sinceramente non ho voluto.
Volevo vedere che effetto poteva fare un film su una questione politica senza saperne quasi nulla al riguardo.
Già, perché anche quando mi è stato chiara la direzione, o almeno il tempo in cui la vicenda è ambientata ammetto di essermi perso qualche cosa.
Non ne so molto sui finanziamenti USA all’ Afghanistan che poi han provocato tanti danni negli anni seguenti ma Mike Nichols ci sa fare.
Questo è fuor di dubbio.
Lui prende una questione politica molto delicata quale è quella in questione e la rivolta come un calzino.
La fa diventare un film.
In tutti i sensi possibili e immaginabili.
Certo, tutti sono capaci di creare un film da una vicenda vera ma quel che il regista laureato fa in questo caso è qualcosa di più che scegliere un attore per la parte di Charlie Wilson e metterlo a ripetere frasi e abitudini della persona realmente esistita.
Mike Nichols crea un film.
Carica i personaggi fino a renderli quasi caricaturali, carica le ambientazioni fino a renderle iperreali, carica le inquadrature fino a trasformare una vicenda reale in un film quasi teatrale ma non teatrale.
Insomma Mike Nichols dirige.
Dirige un Tom Hanks finalmente convincente (e senza quegli orribili capelli lunghi unti de “Il codice da Vinci”), una Julia Roberts nel ruolo giusto (le capita assai raramente), un Philip Seymour Hoffman ormai lanciatissimo verso questi personaggi un po’ ambigui, un po’ simpatici, un po’ pazzi e una Amy Adams che stupisce davvero dopo il ruolo cartoonesco di “Enchanted”.
Non si limita a girare scenette teatrali come nell’ ultimo Woody Allen con personaggi tutti faccette e tic, semplicemente Mike Nichols impugna la regia.
Non vi troverete mai con quella sgradevole sensazione della camera che insegue il personaggio, la faccia, l’ azione perché saranno queste ultime a girarsi per la camera.
Non credo che riuscirò a spiegarmi meglio ma sembra davvero che ogni scena sia studiata fin nei minimi dettagli per la camera di Mike Nichols.
Non c’è un elemento fuori posto, un movimento di troppo, una parola fuori luogo nelle immagini del regista: tutto si muove per lui eppure sembra sempre di trovarsi contemporaneamente in un film e in una vicenda reale.
È una sensazione strana eppure forte quella che si prova nel momento in cui lo stivale di Hanks si poggia direttamente di fronte alla camera come simbolo di un personaggio fuori dagli schemi, fuori dalla politica eppure invischiatoci dentro e felice di sguazzarci come un maiale.
Una politica che diventa qui teatro di accordi segreti, favori richiesti, favori dovuti, raccomandazioni e quanto di più sotterraneo possiate pensare.
Proprio come ne “Il laureato”, in “Closer” o in "Chi ha paura di Virginia Woolf" Mike Nichols sceglie una storia quasi classica (il politico che riesce a creare qualcosa di eccezionale dal nulla) e ne mostra il lato più nascosto senza vergogna.
A 76 anni Nichols riesce ancora a stupire.
Con uno script intelligente tratto dal libro di George Crile e adattato da Aaron Sorkin costruisce una signora pellicola cheF fa sorridere, pensare, inquietare e dubitare.
Chi è il buono?
Chi è il cattivo?
Davvero Charlie Wilson era questo eroe tanto acclamato?
Nichols non si accontenta di una visione unilaterale: il mondo ha più facce e così lo inquadra la sua camera.
Più prospettive, più piani, più particolari, più tutto.
Mike Nichols è un genio.
REGIA: Mike Nichols
GENERE: politico
ANNO: 2008
VOTO: 8 (perché comunque può non piacere a tutti e lo stesso Nichols ha fatto di meglio)
QUANTO è TORNATO A RECITARE HANKS: 10
CONSIGLIATO A CHI: Ha voglia di un film sulla politica un po’ diverso dal solito.