domenica 7 ottobre 2007

THE MONOLITH MONSTERS- LA METEORA INFERNALE


Davvero una gran bella sorpresa.
Avete presente quei film da cui non vi aspettate nulla e tutto ad un tratto vi ritrovate a pensare a quanto siete stati sciocchi a non avere avuto fiducia in loro prima?
Bene.
Questo è uno di quei film e per me è stato tutto quello che “Il quinto elemento” non è stato: una gran bella sorpresa (certo lo era stato anche il film di Besson, ma in negativo).
“La meteora infernale” nasce da una storia di Jack Arnold e Robert Fresco (come "Tarantola") nel 1957 (anno in cui Arnold girò il più famoso “Radiazioni bx distruzione uomo”) e viene portato sullo schermo da John Sherwood, suo assistente in molti altri film e regista nel 1956 del terzo episodio con protagonista il gillman (“Il terrore sul mondo”).
Il mio dubbio era nato appunto dalla regia di Sherwood: la sua prova non troppo brillante nel terzo seguito de “Il mostro della laguna nera” mi stava dissuadendo dalla visione di quello che si può considerare a tutti gli effetti parte dell’ opera di Jack Arnold.
E che parte!
Prima di “The Blob” e “I figli dello Spazio” (entrambi del 1958, il secondo firmato da Arnold), “La meteora infernale” mette in campo uno degli alieni più atipici mai apparsi sullo schermo fino a quel momento: un minerale.
No.
Non vi sto prendendo in giro.
E neanche Arnold voleva farlo.
Una meteora si avvicina alla telecamera dopo una veduta della Terra dallo spazio e si assiste a uno spettacolare impatto direttamente ripescato da quel gioiellino di “Destinazione Terra” (per il parere di Carpenter su questa immagine leggete fino alla fine la recensione!): così ha inizio la storia del minerale più minaccioso mai apparso sullo schermo.
Un uomo scende dalla sua vettura e mette una pietra nera sotto la ruota per non far indietreggiare l’ auto. Una volta esaminato il luogo Ben (un geologo della zona) raccoglie incuriosito il sasso nero usato come cuneo e lo porta in laboratorio per analizzarlo.
È l’ inizio dell’ invasione.
Nello studio una boccetta cade accidentalmente sulla pietra che inizia a fumare; il giorno seguente il collega di lavoro trova Ben ritto come un sasso (è il caso di dirlo) e inequivocabilmente morto mentre tutt’ attorno sono sparsi centinaia di piccole pietroline nere identiche a quella trovata dal malcapitato (chiedo perdono per le infinite ripetizioni!).
Entra in scena Dave interpretato dal buon Grant Williams (fresco del successo di “Radiazioni bx distruzione uomo”), anche lui geologo, che inizia ad esaminare la pietra dopo un altro caso simile a quello di Ben con protagonista una bambina e la sua famiglia.
La scoperta è tanto eccezionale quanto orribile: lo strano minerale a contatto con l’ acqua cresce a dismisura fino a formare veri e propri monoliti neri che, raggiunta un’ altezza impressionante, crollano a terra sbriciolandosi in migliaia di pezzi procurando la distruzione di tutto l’ ambiente circostante.
La spiegazione pseudo scientifica tipica dei film di Arnold non si fa attendere: il monolite assorbe il silicio dal terreno e con l’ acqua fermenta mentre la pietrificazione degli umani è dovuta anch’ essa all’ assorbimento del silice che, a quanto sembra, serve a mantenere la pelle umana flessibile (sarà davvero così? Chissà perché ho seri dubbi!).
Quel che accade di qui in poi è pura azione da sci-fi anni ‘50: mentre Dave scopre che l’ acqua salata può fermare la crescita del minerale un meteorologo annuncia in maniera quantomeno bizzarra (in uno dei rari momenti comici volontari nei film fantascientifici di Arnold) che di li a poco un violento temporale investirà l’ intera zona.
Come si salveranno i nostri eroi?
Questo non posso dirvelo ma vi assicuro che il finale del film mantiene le promesse, con un’ inondazione straordinaria e una tensione che riesce a mantenersi su livelli più che buoni.
Che dire?
Innanzitutto un applauso (e non solo uno se si considera il budget risibile di cui godette la pellicola) va agli effetti speciali; oltre alla sopraccitata inondazione finale, da notare è la crescita dei sassi ottenuta con un trucco tanto banale quanto geniale: uno zoom (usato anche nel contemporaneo “Radiazioni bx distruzione uomo”) e un piccolo movimento di camera bastano a farci apparire dei minuscoli modellini statici come degli spaventosi monoliti in grado di crescere a dismisura.
Da notare poi il grande trucco marmoreo degli attori utilizzato anche dal contemporaneo “Prigionieri dell’ eternità” e il deserto.
Già.
Sempre lui. Il deserto.
Ancora una volta protagonista di una pellicola di Arnold.
Quel deserto che ha visto atterrare gli alieni di “Destinazione Terra” e camminare sulla sua superficie la gigantesca tarantola questa volta è protagonista di una pellicola in cui una parte di esso (per quanto alieno, il monolite è comunque un minerale) si rivolta all’ uomo e al suo sfruttamento.
Un deserto che, come ci spiega Dave (e qui sembra davvero di sentir parlare Jack Arnold), “è miniera di cose misteriose” anche se “ci sono cose che ancora non abbiamo capito, ma dubito ci sia qualcosa di nuovo”.
Sarebbe facile ricondurre “La meteora infernale” al clima politico di quegli anni, paragonare la meteora alla minaccia incombente di una guerra fredda che sembra ormai pronta per scoppiare ma per questa volta voglio farne a meno: godetevi questo film in tutta la sua tensione, in tutti i suoi effetti speciali, in tutti i suoi interpreti più o meno macchiettistici e chiedetevi se un film come Tremors non deve a questa pellicola almeno la metà del suo successo.
Godetevelo perché John Sherwood morirà nel 1959 per una banalissima polmonite dopo una lunga carriera di aiuto regista e la direzione di soli 3 film incluso questo (gli altri due sono “Il terrore sul mondo” e “Il marchio del bruto”) mentre Arnold nel 1958 metterà la parola fine alla sua carriera nel mondo della fantascienza.
Godetevi l' inizio della pellicola, il trailer è irrecuperabile su internet, ma John Carpenter definì così l' impatto della meteora che vide per la prima volta in "Destinazione Terra" e che fu ripresa pari pari qui:
"La prima inquadratura che io ricordo è un campo lungo di un panorama desertico. La macchina da presa sta panoramicando orizzontalmente su una meteora che dal cielo precipita verso la Terra. La seconda inquadratura è della meteora che sta venendo dritta verso la telecamera ed esplode. Nel 1953 quella meteora uscì fuori dall schermo ed esplose sulla mia faccia. Abbandonai mia madre e schizzai fuori nel corridoio per la paura. Ma quella volta... io mi innamorai del cinema"
REGIA: John Sherwood
ANNO: 1957
GENERE: Fantascienza, Horror
VOTO: 7
CONSIGLIATO A CHI: vuol divertirsi davanti a un film di sci-fi senza troppe pretese.
QUANTO PUò ESSERE PARAGONATO A "TARANTOLA", ANCH’ ESSO SCRITTO DA ARNOLD: 9

venerdì 5 ottobre 2007

TRAINSPOTTING


Ricordo che pochi anni fa continuavo a chiedermi incessantemente cosa si sarebbe ricordato degli anni ’90.
Seguitemi.
Anni ’80: i Queen, la new wave, i film di Stallone e Schwarzenegger e quei megafantasy un po’ adolescenziali che tutti hanno visto almeno una volta (“La storia infinita” tanto per dirne uno) oltre a serie televisive mitiche come l’ A- Team e Mac Giver.
Anni ’70: i Led Zeppelin, i Deep Purple, i Sex Pistols, Scorsese e Coppola.
Anni ’60: la psichedelia, Jimi Hendrix, i Beatles, gli Stones, Dylan, Battisti, i The Doors, Simon and Garfunkel e quindi “Il Laureato” ed “Easy Rider”.
Anni ’50: Elvis, Jerry Lee Lewis e Marlon Brando sul “Fronte del Porto”.
Certo.
Negli anni 80 c’ era anche l’ hardcore punk indipendente, nei ’70 c’ era il progressive, nei ’60 cantava ancora Albano, nei 50 in Italia c’ era Claudio Villa.
Ma sinceramente, per quanto cerchi di convincermene ogni volta, sono sicuro che non tutti pensano ai Dinosaur Jr quando sentono parlare di anni ’80 e nemmeno si fanno passare per la testa che negli anni ’70 c’ era un gruppo di nome Yes.
Fate una prova: prendete 10 persone normalissime e chiedetegli il primo film che gli viene in mente pensando agli anni ’80: sono quasi sicuro che non si tratterà di una pellicola di Jarmusch.
Certo, c’ era anche lui, ma vuoi mettere Robocop?
Ma soprattutto, cosa centra tutto ciò con Trainspotting?
Ci arrivo, ci arrivo.
Ora pensate agli anni ’90.
Vi viene in mente qualcosa?
Ricordo di essermi sforzato molto alla ricerca di una possibile risposta senza rendermi conto che sarebbe arrivata da sola con il passare degli anni.
È arrivata in musica non molto tempo fa: al successo di gruppi come i “The Killers” o i “Franz Ferdinand” ho avuto un flash, ho messo su un disco dei Nirvana, dei Pearl Jam e più tardi dei Limp Bizkit e ho compreso.
Quel sound è anni ’90. Ripresa di un sound molto anni ’70 prima di tutto e poi impastato, feroce, dritto al cuore, senza tante pretese ne artifici (o perlomeno è quello che si vuol far credere).
Stessa cosa per il cinema.
Provate a vedere “Pulp Fiction” o “Le Iene” oggi e vi renderete conto di come siano tremendamente anni ’90: citazionisti prima di tutto (se non veri plagi) e poi feroci, dritti al cuore, senza alcun artificio o pretesa che non sia quella di mostrare tutta la cruda realtà di un mondo che ha superato la speranza degli anni ’60, la disillusione dei ’70 e la finzione degli ’80.
Provate a vedere Trainspotting oggi, non è tremendamente anni ’90? La storia di quattro disadattati in Scozia che si muovono tra eroina, alcool, spazzatura, rapine, aghi nelle vene e cessi luridi: esiste qualcosa che sia più anni ’90 di questo?
Danny Boyle nel 1996 alla sua seconda esperienza (dopo “Piccoli omicidi tra amici”) in collaborazione con il suo sceneggiatore John Hodge ci regala una pellicola che tratta di droga come solo un film degli anni ’90 sa fare: nessuna paura a mostrare l’ ago che penetra nel braccio del protagonista Mark (anche se si tratta in realtà di un braccio finto costruito appositamente per la scena), nessun pudore a far vedere al mondo intero i deliri di un eroinomane post- dose, nessuna remora a mettersi dalla parte del drogato.
Un’ ironia tagliente e personaggi straordinariamente assurdi e fuori di testa accompagnano lo spettatore all’ interno di un mondo che risulta persino irreale nella sua troppa realisticità.
Ewan Mc Gregor, Robert Carlyle, Ewen Bremner e Jonny Lee Miller sono tutti incredibilmente adatti ai loro ruoli in una pellicola in cui un solo attore fuori posto avrebbe potuto provocare il disastro.
La regia di Boyle: inquadrature strambe (magistrale la telecamera poggiata a terra su un fianco), movimentate e piene di riferimenti a foto o film del passato (un’ immagine richiama l’ attraversamento della strada dei Beatles in Abbey Road, un'altra una scena da “Arancia Meccanica” ) e una fotografia sporca (volontaria) fanno si che il film rientri ancora una volta all’ interno della categoria novantiana, se posso permettermi di chiamarla così.
La storia è tratta dal libro omonimo di Irvine Welsh (indovinate che tipo di scrittore è? Molto anni ’90 ovviamente) il quale recita anche nel film nei panni dello spacciatore che procura le supposte all’ oppio che Mark recupererà sul fondo di un cesso lurido dopo essersi completamente immerso in esso. Purtroppo non ho ancora avuto occasione di leggere il romanzo di Welsh che si trova da anni sul mio comodino e a cui ogni tanto do un occhiata: leggendone alcuni brani slegati dal contesto sembra essere un buon libro molto più pessimistico e crudo rispetto al film, ma mi riprometto di fornirvene una recensione e un confronto quanto prima.
La trama? Sinceramente non me la sento proprio dato che qui ne potete trovare una versione più che buona ma, se mi date retta, fate a meno di leggerla e così come per Pulp Fiction vi troverete davanti ad un esperienza un po’ stramba che senza dubbio saprà sorprendervi (in positivo o in negativo tocca a voi deciderlo).
Non date retta al Farinotti (ucci ucci sento odor di criticucci) che indica la pellicola come un apologo della droga (come fecero in molti all’ uscita della pellicola per poi smentirsi più tardi… non il Farinotti che non si è smentito per nulla) e godetevi un Ewan Mc Gregor rasato (senza quell’ orribile codino di lato) e pelle e ossa in una delle sue interpretazioni più riuscite pronunciare uno dei monologhi più significativi degli anni ’90.
« Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo, scegliete lavatrice, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita, scegliete un mutuo a interessi fissi, scegliete una prima casa, scegliete gli amici, scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo, scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina, scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi, scegliete un futuro, scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos'altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni, chi ha bisogno di ragioni quando ha l’ eroina?... »
I significati di questo film stanno tutti dentro questo pensiero e nella scelta finale di Mark; per questo ho deciso di non esprimermi in merito: credo che le sue parole parlino meglio di qualsiasi possibile spiegazione.
E voi cosa scegliete?
Oggi mi chiedo come ci ricorderemo degli anni 2000, forse tra una decina d’ anni me ne renderò conto.
Forse.
REGIA: Danny Boyle
ANNO: 1996
GENERE:
VOTO: 9 (che mi permetto di variare dopo la lettura del libro)
CONSIGLIATO A CHI: Vuole avere una storia di droga che faccia riflettere, ridere (davvero tanto credetemi) e pensare al livello di degrado a cui può arrivare un uomo.
QUANTO HA LA FACCIA DA ETERNO SFIGATO SIMPATICO SPUD: 10

martedì 2 ottobre 2007

TARANTULA- TARANTOLA


Siamo nel 1955 e per Jack Arnold non c’ è un attimo di pace.
Dopo il seguito de “ Il mostro della Laguna Nera” (“La vendetta del mostro”) e il richiamo in extremis per rigirare le ultime scene di “Cittadino dello spazio”, il regista non si ferma e decide che è ora di mettere finalmente in scena il primo soggetto di sua creazione (con la collaborazione di Robert Fresco): “Tarantola”.
La produzione è del solito William Alland che decide di dare piena fiducia al maestro indiscusso della sci- fi anni ’50 ma, a differenza di “Cittadino dello spazio”, il budget è decisamente basso per una pellicola in pieno stile Jack Arnold.
“Tarantola” si presenta fin dalle prime immagini come il degno erede de “Il mostro della Laguna Nera” con cui ha non pochi punti in comune.
Innanzitutto la produzione e la regia, Bud Westmore al trucco (come vedremo fondamentale in questa pellicola), John Agar (il dottor Ferguson de “La vendetta del mostro”) nei panni del protagonista dottor Matt Hastings e Nestor Paiva (il simpatico comandante della nave nei primi due film con il gillman) in quelli dello sceriffo Jack Andrews.
Nella città di Desert Rock viene trovato un cadavere sfigurato che viene riconosciuto dal professor Gerald Deemer come il suo collaboratore di lunga data e viene dato morto per acromegalia. Pian piano si scopre che l’ esimio professore conduce esperimenti sugli animali con un siero di sua invenzione capace di renderli giganteschi nel giro di pochi giorni. Ci si trova così nel suo laboratorio dove vivono un topo 10 volte più grande del normale, una cavia ancor più grossa e soprattutto una tarantola dalle dimensioni spropositate.
Il pericolo è però in agguato: uno sfigurato Paul London, secondo assistente di Deemer, ormai in punto di morte tenta di uccidere il suo padrone ma riesce solo a stordirlo fino allo svenimento e decide così di iniettargli il misterioso siero. Al risveglio Gerald non si rende conto dell’ iniezione e, ancor peggio, crede che la tarantola sia andata a fuoco nell’ incendio che ha seguito la colluttazione tra i due.
Il giorno seguente fa la sua comparsa la bellissima dottoressa Stephanie Clayton, chiamata dall’ormai defunto Paul London alcuni giorni prima, ad aiutare Deemer nei suoi esperimenti.
Come in tutti i film del genere che si rispettino Matt Hastings, giovane dottore di Desert Rock, conosce “Steve” e da subito scatta l’ attrazione tra i due.
Mentre lo sceriffo Andrews viene chiamato da un cittadino che gli mostra come due sue mucche siano state letteralmente disossate durante la notte, la dottoressa comincia a rivelare a Matt degli esperimenti condotti nel laboratorio e Deemer comprende finalmente che il siero di sua invenzione gli è stato iniettato e lo sta uccidendo mentre i suoi lineamenti vengono deformati.
Da qui in poi la pellicola ci mostra da una parte il susseguirsi delle vittime cadute sotto gli artigli della gigantesca tarantola (che continua ad ingigantirsi ad ogni scena) e dall’ altra la progressiva malformazione del viso di Deemer che confessa infine a Matt la pericolosità del suo siero e la sua colpevolezza nelle morti dei suoi due collaboratori che avevano voluto testarlo sulla loro pelle.
Lo spettacolare finale mette in scena una tarantola davvero immensa (più grande dell’ intera Desert Rock) e un gruppo di jet da guerra guidati da un giovane Clint Eastwood alla sua seconda apparizione dopo quella ne “La vendetta del mostro” (altro punto in comune).
Lo so.
Tarantola non ha una trama originale.
Jack Arnold prende probabilmente spunto dalla storia di “Assalto alla Terra” (in originale “Them”) dell’ anno precedente dove formiche rese giganti dalle radiazioni atomiche attaccavano una località del Nuovo Messico per creare la sua pellicola.
Ma la forza di “Tarantola” non sta nella sua trama, nei suoi grandiosi effetti speciali (David Horsley) che rendono la tarantola sicuramente più credibile delle formiche di “Them” e nemmeno nei suoi interpreti tra cui uno straordinario Leo Carrol nei panni del prof Deemer e un simpatico Hank Patterson in quelli dell’ impiccione Josh, assistente di Matt.
La forza di questo film sta nel suo regista.
Nelle sua visioni in soggettiva del mostro alternate a quelle nei panni degli umani attaccati dal mostro.
Nella sua alternanza di bianco- nero scelti rispettivamente per i protagonisti e per l’ immensa tarantola.
Nei suoi classici dialoghi scientifici che tentano di spiegare anche al bambino più ceppa al drive-in cosa fa una tarantola e che cos’ è l’ acromegalia (perché voi lo sapete?)
Nel tema della giusta vendetta della bestia verso l’ uomo, incapace di comprendere il limite delle sue azioni.
Nella mutazione, finalmente visibile anche a livello fisico, dell’ uomo in mostro in un ribaltamento dei ruoli che verrà ripreso poi nel decennio successivo dalla cosiddetta fantascienza- sociale ma che Arnold ha auspicato fin dai tempi de “Il mostro della Laguna Nera”.
Nel concetto di gigantismo che Arnold riprenderà nel ’57 con “Radiazioni bx distruzione uomo”, simbolo di un umanità davvero piccola di fronte alla potenza della natura.
Nell’ ambientazione desertico- mistica presente nella quasi totalità della sua opera fantascientifica (ad un certo punto Matt spiega che un tempo il deserto era coperto dal mare, quasi a indicare che anche la famosa palude altro non era che un pre- deserto).
Si, la genialità di questo regista sta anche in quel masso enorme che sembra rotolare verso di noi durante il primo attacco della tarantola, sta nell’ aver posizionato la telecamera in quel posto preciso, sta nel volerci far sentire parte delle sue immagini e delle sue visioni con tutti i mezzi possibili.
REGIA: Jack Arnold
ANNO: 1955
GENERE: Fantascienza, Horror
VOTO: 7
CONSIGLIATO A CHI: vuole godersi uno dei migliori film sugli insetti giganti mai creato.
QUANTO HA 2 OCCHI UNA TARANTOLA: 0 (ne ha 8… chissà da dove gli è saltato fuori di fargli solo 2 occhi!)

venerdì 28 settembre 2007

LE CINQUIèME éLéMENT- IL QUINTO ELEMENTO


Pessimo.
E a tratti imbarazzante.
Non ci sono altre parole per una pellicola che è riuscita più di qualsiasi altra in questo periodo a stupirmi in negativo.
Sarà stato il fatto di averne letto bene e sentito parlare ancora meglio da molte persone ma a me sto film proprio non è andato giu.
Una storia che pretende di essere seria e non fa altro che ridicolizzarsi ogni secondo che passa: si parte dall’ Egitto del 1914 e si arriva ad una Manhattan futuristica (con tanto di taxi volanti e qualsiasi cazzata possiate pensare ci sia nel futuro più fanta- americano possibile) del 2259 per la ricerca di un quinto elemento (ed evito di ricordare quale sia per non smettere di scrivere) che potrebbe salvare la Terra e i buoni in generale dai cattivoni che ogni 5000 anni minacciano la distruzione del mondo.
Un Bruce Willis protagonista che copia se stesso in 100 altri film, tra cui il poliziotto incazzato ma simpatico e un po’ pasticcione di Die Hard (non che non apprezzi il ruolo però qui davvero è quasi insopportabile).
Un Gary Oldman nei panni del suo antagonista quanto meno ridicolo con la testa mezza rasata coperta da un capolino trasparente (oddio).
Una Milla Jovovich la cui frangetta molto anni ’90 non può di certo salvare un film già di per se non salvabile (gentile parafrasi di una frase del mio compagno di visione che non è stato così educato nei confronti della signorina…).
Una serie di personaggi tra cui un dj molto gaio francamente insopportabile e senza alcun senso.
Una varietà di alieni davvero brutti, mal fatti e terribilmente grotteschi nella loro goffaggine (i primi robottoni nella piramide già non li potevo vedere dopo due minuti).
Una sfilza di costumi disegnati da un certo Gaultier davvero tremendi e senza alcun senso che non sia quello di farci esclamare: “Guarda come ci vestiremo nel futuro! Sembreremo tutti zoccole e travestiti (senza alcuna offesa per le due rispettabilissime categorie, ma non credo che tutti indosseranno certe oscenità nel futuro)”.
Una sceneggiatura che non sa decidersi tra il semiserio e il faceto risultando così un’ accozzaglia di luoghi comuni, scene viste e straviste (una per tutte la partenza dell’ astronave che coincide con l’ orgasmo di una hostess e l’ esplosione in mille pezzi di un cattivo), dialoghi che sai già come finiscono dopo una parola e prevedibili storie d’ amore.
Una serie di effetti speciali semplicemente esagerati nel loro voler sembrare grandiosi a tutti i costi con il risultato di apparire talvolta solamente brutti (l’ ultima scena con la fuga di Willis sull’ astronave sembra un richiamo a quelle scene dei film degli anni ’60 dove vedevi il tipo che guidava e lo sfondo che si muoveva per finta).
Una regia francamente inesistente concentrata com’ è nella produzione di un film più all’ americana possibile.
Se volete spiegarlo dicendomi che è Luc Besson e che non potevo pretendere “2001 Odissea nello spazio” da un regista che fa della spettacolarità e dell’ esagerazione il suo forte vi dico che anche “Le grand Bleu” e “Leon” sono esagerati, ma sono bei film.
Se la vostra giustificazione è che è un film da prendere così come si presenta: una quasi- parodia di tutti i luoghi comuni dei film di fantascienza americani degli anni ’80 vi rispondo subito che per tanto così mi guardo “Atto di Forza”, che almeno mi fa davvero ridere.
Se non è una semi- parodia siam piazzati male e basta.
Se provate a dirmi che però le scenografie disegnate da un certo signor Moebius con l’ aiuto di Jean- Claude Mezières sono belle potrei anche darvi ragione ma sinceramente se compro una scatola di scarpe vorrei ricevere anche il contenuto oltre alla scatola.
Se avete qualche altra giustificazione per salvare un film a mio parere semplicemente insignificante ditemi pure ma sarà difficile che cambi idea.
Osannato come simbolo di un cinema Europeo capace di sfidare quello Americano sul suo stesso campo (grandi produzioni, storie enormi, effetti speciali a profusione e chi più ne ha più ne metta), “Il quinto elemento” di Luc Besson a me è sembrato solo un pessimo film con troppe pretese.
REGIA: Luc Besson
ANNO: 1997
GENERE: Fantascienza
VOTO: 4
CONSIGLIATO A CHI: vuole vedere un film di fantascienza con una storia e un protagonista davvero molto anni ’80 ma senza la freschezza e l’originalità di quegli anni.
QUANTO SEMBRA UN ATTORE SERIO LUKE PERRY IN MEZZO A QUEST’ ACCOZZAGLIA DI PERSONAGGI RIDICOLI: 7.

martedì 25 settembre 2007

THIS ISLAND EARTH- CITTADINO DELLO SPAZIO


Va bene.
Facciamo finta di nulla.
Fingiamo che io non abbia visto questa pellicola solo perché era segnalata sulla filmografia di Jack Arnold.
“Cittadino dello spazio” fa il suo debutto in sala (anche se sarebbe sempre meglio dire al drive in questi casi) nel 1955 e si presenta fin da subito come una delle più magniloquenti produzioni di fantascienza del tempo.
Innanzitutto il colore in technicolor, cosa assai rara per la sci- fi di quegli anni che, essendo destinata essenzialmente ad un pubblico di ragazzini, non andava molto per il sottile su effetti speciali e finezze varie (il colore questo sconosciuto!).
A seguire gli effetti speciali, un ambientazione non più ristretta ad un deserto, una finta palude ed un laboratorio spoglio e scenografie imponenti.
Questa volta William Alland, produttore di “Destinazione Terra”, “Il mostro della laguna nera”, “La vendetta del mostro” e “Tarantola” (tanto per citarne qualcuno), decide che è ora di fare davvero sul serio, di elevare una volta per tutte l’ amata fantascienza a qualcosa di più che a un mero prodotto per spaventare le ragazzine nei drive in.
Alla regia si presenta Joseph Newman, regista di alcuni buoni polizieschi nei ’40 e nei ’50 ma completamente a digiuno di sci-fi fino ad allora.
La storia si basa invece su “The alien Machine” di Raymond Jones e viene adattata per lo schermo da Franklin Coen.
Pronti? Via!
Cal Meacham è uno scienziato che si occupa della commistione tra nucleare ed elettronica e viene un giorno contattato attraverso un interocitor (una sorta di telefono-video!) dal misterioso Exeter, in grado di fornirgli qualsiasi nuovo incredibile mezzo in cambio della sua disponibilità a far parte di un progetto che comprende altri scienziati per cui dovrà lasciare l’ attuale impiego.
Il protagonista accetta e si ritrova in una base sperduta nel nulla in compagnia di tanti altri illustri scienziati tra cui la vecchia compagna Ruth Adams, il buon Steve Carlson e il misterioso Exeter la cui fronte altissima e deformata fa venire fin da subito qualche dubbio sulla sua provenienza.
In seguito alla terribile scoperta sulla lobotomizzazione dei geniali professori presenti nella base per annullare la loro volontà, i tre protagonisti tentano la fuga ma Steve viene completamente disintegrato da un raggio laser mentre Cal e Ruth, convinti di avercela fatta, vengono risucchiati all’ interno di un’ astronave tramite un raggio attraente che tanto ricorda quello presente nei Simpson che ha serie difficoltà a portare Homer a bordo.
Exeter all’ interno del disco volante spiega così ai due la terribile situazione del suo pianeta, ormai quasi distrutto dagli attacchi del pianeta nemico Zargon e tenta gentilmente di convincerli a partecipare alla missione di salvataggio chiedendo perdono per i metodi spicci con cui sono stati reclutati.
La camera di convergenza presente nell’ astronave (un tubo trasparente) aiuterà i nostri ad abituarsi alla pressione di Metaluna (la terra di Exeter), “pari a quella degli oceani più profondi della vostra Terra”, prima di arrivare sul pianeta dove avrà luogo l’ incontro con il Monitore, capo supremo di Metaluna, e con il terribile BEM (Bug Eyed Monster).
Nel finale… il finale ve lo guardate voi: non sono tipo da svelare i finali io ne tantomeno una wikipedia ambulante.
Se sono stato abbastanza bravo nel raccontarvi questa storia vi sarete subito resi conto come la pellicola prenda fin da subito le distanze con il classico plot fantascientifico degli anni ’50: se fino ad allora tutto si basava sull’ incontro con il nemico (il diverso, il mostro) e sul successivo scontro con esso potrete facilmente notare come in “Cittadino dello spazio” siano due le trame da seguire, divise nettamente dalla scena della cattura di Ruth e Cal.
Nella prima parte il film si basa sul mistero che avvolge Exeter e il suo progetto, sulla scoperta dei tre ed infine sulla loro fuga, ben diversa dalla lotta a cui siamo stati abituati con il nemico, questa volta troppo superiore rispetto all’ uomo.
La seconda parte, come detto, inizia con la cattura dei protagonisti, prosegue con la scoperta della vera natura di Exeter (gli umani non fanno una piega di fronte a tutto ciò) e si conclude con l’ arrivo su Metaluna, preludio di quello che può benissimo essere considerato un passo da gigante nelle trame sci-fi dell’ epoca. Senza svelare nulla riguardo al finale si può dire che l’ alieno viene, per la prima volta in questa pellicola, visto come un essere totalmente buono.
A differenza del mostro della laguna nera o degli alieni di “Destinazione Terra” a cui si cercava di dare una giustificazione per il comportamento scorretto, spesso dettato dalle colpe degli umani, Exeter si muove semplicemente per salvare la sua gente, ormai costretta a vivere sottoterra nella tecnologicamente avanzata Metaluna, a causa dei continui bombardamenti di Zargon.
Bisogna poi far notare come, finalmente, gli alieni siano visti come una società gerarchica simile alla nostra (e non più semplici mostri con 3 occhi, 2 teste, 4 nasi, 5 braccia), con cittadini dalle personalità diverse da quella di Exeter come quella del Monitore che avvisa i terrestri della loro inferiorità che significherebbe una sottomissione ai Metaluniani nel caso della venuta di questi ultimi sulla Terra.
Infine il BEM con la sua enorme massa cerebrale scoperta e i suoi artigli, inserito in una particolare classifica che elenca gli esseri più terrificanti nella storia del cinema subito dietro ad Alien, è lo schiavo dei Metaluniani, creato da essi stessi per servirli, richiama alla mente il classico mostro a la Jack Arnold, cattivo si, ma per ottime ragioni.
Ecco, appunto, Jack Arnold.
Se si va a spulciare un po’ su internet salterà subito all’ occhio la presenza nel cast dei tecnici di questa pellicola, di molti nomi facenti parte dell’ entourage dell’ amato regista.
Dal produttore Alland al disegnatore dei costumi (Rosemary Odell, la stessa di “Destinazione Terra”), dal truccatore del mostro (Bud Westmore, lo stesso de “Il mostro della laguna nera” e di “Destinazione Terra”) al curatore degli effetti speciali non accreditato Charles Baker che lavorerà nel ’57 a “Radiazioni bx distruzione uomo”.
Ma allora Arnold che fine ha fatto?
La prima scelta ricadde ovviamente su di lui ma fu subito sostituito da Joseph Newman (molto probabilmente perché Jack nello stesso anno girò altre due pellicole) il quale, come detto, non aveva alcuna esperienza nel campo della fantascienza.
Il risultato è una regia piatta, piattissima se confrontata alla stile roboante di Arnold.
Le inquadrature sono fisse, quasi immobili, come se si dovesse girare un melodramma e se da una parte favoriscono la bellezza di certe fantastiche immagini da cartolina con sfondi da sogno, dall’ altra riescono ad annoiare nonostante ci si trovi di fronte a una storia davvero ben scritta e con buone recitazioni.
Per questo alla fine delle riprese Jack Arnold venne richiamato in fretta e furia dalla produzione, delusa delle ultime riprese sul pianeta Metaluna, e gli venne chiesto di rigirare e rimontare l’ ultima parte della pellicola (anche se incredibilmente il suo lavoro non gli viene accreditato nei titoli)
Senza farci nemmeno tanta attenzione si può notare come il film diventi, dallo sbarco su Metaluna, uno sci- fi alla Jack Arnold a tutti gli effetti: alieni molto più crudeli (il monitore), scene di tensione con i continui scoppi sulla superficie Metaluniana e soprattutto il BEM, il cui costume era stato scartato per “Destinazione Terra”, che rappresenta il classico mostro tanto caro al regista capace di spaventare l’ eroina Ruth che solo da questo momento comincia ad urlare come si deve.
Insomma che dire?
La pellicola, spesso indicata come la prima vera e propria space opera va senza dubbio a collocarsi tra i migliori film di sci- fi anni ’50 per la grandiosità della produzione, per le scenografie fantastiche di metaluna (certo sono disegni sul fondo ma quanto sono suggestivi?), per il punto di rottura che rappresenta nella figurazione degli alieni, ma la domanda che continua a girarmi in testa è : non poteva essere meglio?
Senza dubbio una regia più capace avrebbe potuto rendere meglio la tensione prima della scoperta dell’ alieno Exeter mentre questo cambio di regia in corsa fa sembrare il finale persino troppo diverso da tutto il resto; è come se durante una tranquilla passeggiata ad un certo punto una mano invisibile cominciasse a spingerti per farti accelerare sempre di più fino a farti venire il fiatone.
O una cosa o l’ altra.
Per questa volta mi accontento di un bellissimo classico della fantascienza anni ’50.
REGIA: Joseph M. Newman
ANNO: 1955
GENERE: Fantascienza
VOTO: 8
QUANTO SI ISPIRANO GLI ALIENI DI “MARS ATTACK” DI TIM BURTON AL BEM: 10
CONSIGLIATO A CHI: Vuole godersi una delle prime pellicole di fantascienza dal grande budget a cui seguirà l’ anno seguente l’ acclamato “Il pianeta proibito”.

sabato 22 settembre 2007

MARATHON MAN- IL MARATONETA


Babe corre.
Corre per diletto Babe.
Corre per allenarsi alla maratona, pur non avendone mai corsa una.
Ma lui spera di parteciparvi e vincere.
Babe corre in un incantevole parco sulla riva del fiume, tiene il tempo, cerca di migliorarsi, evita cani che lo vogliono mordere ed incrocia altri corridori.
Babe corre all’ università.
La sua mente corre, è più svelto degli altri, non risponde alle domande, lui è già alla tappa successiva.
Babe corre nel suo passato, si rivede innocente sull’ altalena, si rivede colpevole un attimo più tardi di fronte al suicidio del padre.
Babe ha un fratello, Henry.
Anch’ egli corre.
Per Babe, Henry “sta negli affari”, nel petrolio più che altro.
Henry invece corre in tutt’ altra direzione.
Henry fa il lavoro sporco per il governo, fa il doppiogiochista per cavarsela, ma non sempre riesce ad arrivare al traguardo.
Henry raggiunge per l’ ultima volta il traguardo di fronte a Babe, poi crolla esanime al suolo, troppo sforzo per un corpo comunque più forte di quello del padre.
Babe osserva, mentre la sua mente cerca di correre lontano, la traccia del gessetto che segnala l’ ex presenza del corpo del fratello nel suo appartamento.
Babe corre e brucia le tappe nel corteggiamento di Elsa che lo avverte subito che il loro amore non può avere un seguito, ma Babe è testardo, lui quando corre non pensa ad altro.
Babe non riesce a correre per la prima volta imprigionato nel suo bagno, mentre misteriosi rapinatori cercano di entrare distruggendo i cardini della porta, le sue urla di disperazione corrono fuori dalla finestra rotta ma non bastano.
Babe non è sicuro.
Non è sicuro di quel che sta accadendo.
Non è sicuro di chi sia quell’ anziano signore di fronte a lui dall’espressione glaciale.
Anzi “Si è sicuro, molto sicuro, sicurissimo, ci può giurare!”
O forse “No, non è sicuro, è pericoloso, bisogna che stia attento”.
Babe è sicuro solo di una cosa: correre lo salverà perché, come disse il suo eroe etiope Abebe Bikila, vuol far sapere che il suo Paese ha sempre vinto con determinazione ed eroismo e non con doppigiochi e torture come credono di fare l’ amico del fratello e il nazista Christian Seltz.
Non ci avete capito nulla?
Bene. Certe cose si capiscono solo dopo aver visto “Il maratoneta” e non prima.
“Marathon Man” nasce da un romanzo di Goldman adattato da lui stesso per il grande schermo con la regia di John Schlesinger, classico regista che ti chiedi sempre chi è ma poi scopri essere uno di quelli con le palle, capace di girare in meno di dieci anni tra il 1969 e il 1976 di questa pellicola tre capolavori come “Un uomo da marciapiede” (3 oscar a regia, film e sceneggiatura), “Domenica, maledetta domenica” e il film qui recensito.
“Il maratoneta” è un thriller.
No, non è “Seven”, ne “Il silenzio degli innocenti” ne qualsiasi cosa si intenda per thriller oggi.
“Il maratoneta” è un thriller di quelli come si facevano una volta, magari abbastanza prevedibile per lo spettatore di oggi ma capace di farlo rimanere incollato alla poltrona per il grado di realismo talvolta disturbante che raggiunge.
Come si fa a non farsi prendere dal panico con Babe chiuso in bagno in preda alla disperazione più totale nel tentativo di trovare una via di fuga?
Come comportarsi di fronte a due folli in macchina che corrono parallelamente sulla stessa strada strettissima insultandosi come pochi fino a schiantarsi?
Cosa pensare durante l’ infinita fuga a piedi di Babe sulla superstrada inseguito da una macchina piena di pazzi furiosi?
E soprattutto: come cazzo si fa a non farsi venire i brividi mentre quel pazzoide di Szell collega la spina alla corrente e decide che è ora di trapanare un dente sano del povero Babe fino al nervo per farlo confessare (la scena era in realtà molto più lunga ma venne abbreviata dal regista di fronte alle reazioni scomposte della sala alla prima proiezione)?
“Marathon man” si può vedere quindi come un insieme di splendide fotografie in movimento: ogni inquadratura è ben studiata per far entrare lo spettatore all’ interno di quel bagno angusto o di quella sala spoglia con una sola poltroncina in mezzo e se ancora non bastasse ci pensano uno straordinario Babe Dustin Hoffman e il vincitore del golden globe come miglior attore non protagonista Laurence Olivier nei panni del freddo Szell a farci sentire la tensione che permea tutte le scene.
La critica al sistema americano si esprime tutta nel suicidio del padre di Babe, arrivato ad un punto in cui era impossibile per lui dividere ciò che era bene da ciò che era male impegnato com’ era ad infrangere la legge per servire il suo Paese mentre quella al nazismo risulta assai meno velata e senza dubbio più cruda anche se Schlesinger tenta di dare una spiegazione alla follia nazista con le parole di Szell che sostiene: “Anche noi ci credevamo al nostro Paese”.
Babe corre, fino al traguardo, fino alla vittoria.
Per dimostrare la sua forza, per slegarsi dal confronto con il padre, per superarlo finalmente, Babe corre.
((Per Leo che non smette mai di dare buoni consigli))
REGIA: John Schlesinger
ANNO: 1976
GENERE: Thriller
VOTO: 8
QUANTO FA VENIR VOGLIA DI ANDARE DAL DENTISTA: 0
CONSIGLIATO A CHI: Non vuole perdersi una scena di fuga a piedi straordinaria oltre alla scena del dentista senza dubbio tra le più angoscianti mai viste al cinema.

lunedì 17 settembre 2007

THE CREATURE WALKS AMONG US- IL TERRORE SUL MONDO


Questo è un atto d’amore.
E come tutti gli atti d’amore non può essere compreso da nessuno che non sia innamorato della stessa persona.
Per questo quasi nessuno riuscirà a leggere questa recensione fino in fondo.
E me ne scuso.
Ma chi ci arriverà forse capirà, forse.
Nel 1956 William Alland produttore del primo storico “Il mostro della Laguna Nera” e scrittore del soggetto del seguito richiama alla sua corte Jack Arnold per la produzione di un ideale terzo episodio sul mostro, ma il maestro della sci-fi anni ’50 non convinto e forse con un indigestione di sci-fi (nel 1955 girò ben 3 pellicole di genere) rifiuta la regia che passa al semisconosciuto John Sherwood (già assistente di Arnold).
Anche il cast, esattamente come nel passaggio tra il primo e il secondo capitolo, viene completamente rivoluzionato con la sola conferma di Ricou Browning all’ interno dell’ amato costume di gomma del mostro per le scene acquatiche.
Già, il costume di gomma.
Vittima in questa pellicola di un brutale cambiamento dovuto a esigenze di sceneggiatura.
Ma andiamo con ordine.
Il film inizia esattamente come gli altri due con la ripresa di una barca dall’ alto.
Questa volta però non si tratta della solita carretta spersa nell’ Amazzonia con a bordo quel matto del capitano Lucas e il solito equipaggio sparuto.
Ci si trova davanti a un gran barcone, con tanto di capitano ben vestito, assistente, guida e 3 dottori specializzati in genetica, radiologia e biochimica più il dottor Barton a capo della spedizione e l’ affascinante moglie Marcia.
Levata l’ ancora il gruppo parte alla ricerca del mostro dotato di un sonar (dispositivo allora assai innovativo) e dell’ ormai classica attrezzatura subacquea con veleni, sonniferi e fucile.
Giunti nel luogo dove è stata segnalata l’ ultima apparizione della creatura il dottor Morgan (genetica) e la guida Grant decidono di immergersi seguiti da Marcia che riesce a spuntarla contro il marito padrone che tende a tenerla quasi nascosta al resto dell’ equipaggio per una gelosia decisamente maniacale.
L’ immersione conferma l’ idea che ci si può fare di questa pellicola fin dall’ inizio: se il secondo ma soprattutto il primo episodio rappresentavano un mondo selvaggio dove si muovevano uomini duri ma con un cuore, questa volta ci si trova davanti a uomini di scienza all’ interno di un mondo quasi perfetto che non ha più nulla di quell’ aria incontaminata e inquietante che permeava l’ ambiente nei capitoli precedenti (basti vedere l’ ambiente marino assolutamente perfetto di questo episodio contro le acque torbide e piene di alghe della palude ne “Il mostro della laguna nera”).
La prima apparizione del mostro con l’ ormai classico tema musicale avviene proprio qui ma la cattura viene rimandata per la “malattia del palombaro” occorsa a Marcia (ancora una volta si tratta di narcosi da azoto, già descritta in “Le grand Bleu”).
Ci si sposta così nelle Everglades dove finalmente, dopo una rocambolesca lotta, avviene la cattura del mostro dopo ben 35 minuti di pellicola (in “La vendetta del mostro” erano stati dedicati solo 15 minuti a questa parte).
La creatura viene così operata d’ urgenza in seguito alle ustioni riportate durante la lotta e il dottor Barton decide di mettere in atto il suo piano: sfruttare i polmoni già esistenti nel gill man per trasformarlo in un mammifero a tutti gli effetti e creare una nuova specie.
L’ operazione avviene senza problemi e al momento della sbendatura degli occhi si comprende subito cosa sta succedendo: il mostro si sta trasformando pian piano in una sorta di essere umano.
Ed eccoci ritornati al costume finalmente.
La creatura completamente sbendata perde molte delle caratteristiche che l’ avevano resa famosa: gli occhi non sono più due semplici buchi neri ma sono praticamente identici ai nostri, la bocca subisce lo stesso effetto così come mani e piedi che sono ancora palmati ma hanno dita ben definite, infine la testa non ha più la famosa cresta che aveva reso così riconoscibile il gill man e le squame sono sostituite da una pelle quasi umana.
La pellicola prosegue poi con il ritorno dei nostri alla base, l’ imprigionamento del mostro all’ interno di una gabbia e il progressivo aumento della gelosia e dell’ odio di Barton nei confronti della moglie che viaggia in parallelo con il disprezzo che egli ha della creatura ormai inoffensiva fino ad un finale tutto da gustare con una fantastica scena conclusiva che ripaga un film troppo privo di idee ma a cui manca soprattutto una regia esperta come quella di Arnold capace di donare tensione (in questo episodio anche le poche scene di lotta sembrano troppo costruite, artefatte) e profondità.
Il tema dell’ uomo come vero mostro è ripreso ovviamente da Sherwood ma reso in maniera fin troppo palese e aiutato da un costume che favorisce la resa delle emozioni della creatura (già sembra una colpa in un film del genere per me!) mentre a volte sembra fin troppo di vedere Frankestein, con l’ essere creato dall’ uomo e poi abbandonato al suo destino fino ad essere incolpato di delitti non suoi (capirete, capirete).
La parte che riguarda l’ attrazione del mostro per la donna viene invece completamente abbandonata a favore del buon parallelismo da me prima citato e dal tema fortissimo della gelosia di Barton per la moglie che praticamente da solo tenta di reggere in piedi un’ intera sceneggiatura.
Sul lato degli attori Jeff Morrow nei panni del dottor Barton si perde tra espressioni irriconoscibili che dovrebbero essere di rabbia ma sembrano di simpatia e viceversa anche se la parte del matto non gli riesce male mentre Leigh Snowden se la cava egregiamente nel ruolo della bellona urlatrice e riesce a dare anche un minimo di spessore al personaggio solitamente più bistrattato; per finire Gregg Palmer (la guida Greg) e Rex Reason (dr Morgan) entrambi corteggiatori della bella Marcia fanno la loro bella figura usando rispettivamente i muscoli e la dialettica per il loro scopo.
Insomma che dire?
Di fronte a una recensione del genere:
“Assurda storia di un mostro marino che uccide lo scienziato da cui è stato catturato”
Letta su uno dei più famosi dizionari di recensioni cinematografiche qui in Italia mi ero assai spaventato, convinto com’ ero che questo terzo episodio avrebbe affossato del tutto il mio amato mostro dopo il non esaltante secondo capitolo.
E invece.
E invece bisogna sempre guardare con i propri occhi e soprattutto non fidarsi di quei saccentoni capaci nella loro suprema intelligenza di mettere a confronto pellicole come questa con “2001 Odissea nello spazio” per poi tirarne fuori recensioni come quella da me riportata qui sopra.
La pellicola non è certo al livello dell’ originale, ma senza dubbio rimane almeno sul livello del secondo capitolo poiché, anche se perde molto a livello di significati riguadagna qualche punto sul piano della produzione, davvero ottima a mio parere, e della storia che, seppur troppo simile a Frankenstein, è senza dubbio più riuscita di quella de “La vendetta del mostro”.
Negli anni ’80 fino alla morte di Arnold nel 1992 un certo John Landis (Animal House tanto per dirne uno) e un certo Tim Burton (qui non dico niente) provano in tutti i modi a convincere il maestro per un remake del suo mostro più amato ma il regista forse lontano dalla macchina da presa da troppo tempo (il suo ultimo film dietro la macchina da presa è “Marylin- Una vita una storia” del 1980 mentre la sua ultima pellicola di fantascienza è addirittura del 1958) rifiuta categoricamente accettando solo un cameo come omaggio in “Tutto in una notte” di John Landis.
L’ idea di un remake passa poi anche nella testa di quel genio di Carpenter con una sceneggiatura già scritta da Landis e Niger Kneale ma il progetto è ancora una volta rimandato fino al 1995 quando la Universal chiede a tale Peter Jackson di scegliere uno tra King Kong e il mostro della laguna nera per un eventuale remake.
La scelta cade su King Kong per il decantato amore del Signore degli anelli per questa pellicola ma la storia non finisce qui.
Qualche anno fa (dal successo del remake de “La Mummia”) si ricomincia a parlare per l’ ennesima volta di un rifacimento del classico di Arnold e si sente addirittura il nome di Guillermo Del Toro per la regia anche se la notizia vien smentita dopo poco.
È notizia straordinaria di quest’ anno ripresa da questo fantastico sito addirittura a cura di Ben Chapman (l’ originale mostro della laguna nera nelle scene fuori dall’ acqua) che il remake de “Il mostro della Laguna Nera” è finalmente in pre-produzione con un budget di 90 milioni di dollari che potrebbe salire ancora, la regia di Breck Eisner (il recente “Sahara” con M. Mc Conaughey) e un certo Brian Steel già apparso in “Hellboy” all’ interno del mitico costume.
Insomma la leggenda del mostro continua e io, come spero Filippo, Simone, Luciano e tutti i suoi fan, incrocio le dita di fronte alle prime dichiarazioni di Eisner di voler rendere la storia del mostro più moderna e adatta ai nostri giorni.
Lo so lo so, i remake di certe cose oggi risultano per lo più delle tremende prese per il culo ma chissà, forse il mostro ci saprà stupire ancora una volta, forse la sua mano palmata che esce dall’ acqua riuscirà ancora a prendermi la caviglia e a farmi cadere nuovamente innamorato ai suoi piedi.
Forse.
Qui sotto il raro trailer di “The Creature Walks Among Us".
REGIA: John Sherwood
ANNO: 1956
GENERE: Fantascienza
VOTO: 6 (voto revisionato dopo aver visto l' intera filmografia disponibile di Arnold: 6,5)
QUANTO ASPETTO IL REMAKE: 10
CONSIGLIATO A CHI: Non vuole perdersi l’ ultimo appuntamento con il mostro ormai risalente a più di 50 anni fa.